Cosa prevede il ventesimo pacchetto di sanzioni Ue contro la Russia

«La Russia si siederà al tavolo delle trattative con intenzioni sincere solo se costretta a farlo». Lo ha scritto su X la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, annunciando il ventesimo pacchetto di sanzioni a Mosca dall’invasione dell’Ucraina, riguardante l’energia, i servizi finanziari e il commercio.

Le sanzioni per ridurre le entrate energetiche russe

Per quanto riguarda l’energia, il pacchetto introduce «un divieto totale sui servizi marittimi per il greggio russo». Questo, spiega Von der Leyen in un comunicato, «ridurrà ulteriormente le entrate energetiche della Russia e renderà più difficile trovare acquirenti per il suo petrolio». Altre 43 navi verranno inserite nella flotta ombra di Mosca, per un totale di 640. La Commissione Ue ha pensato poi a «divieti generalizzati sulla fornitura di manutenzione e altri servizi per le petroliere GNL e le navi rompighiaccio, per danneggiare ulteriormente i progetti di esportazione del gas». Von der Leyen evidenzia che «le entrate fiscali della Russia derivanti da petrolio e gas sono diminuite del 24 per cento nel 2025 rispetto all’anno precedente, al livello più basso dal 2020».

Cosa prevede il ventesimo pacchetto di sanzioni Ue contro la Russia
Vladimir Putin (Imagoeconomica).

Le misure riguardanti i servizi finanziari di Mosca

Il secondo blocco di misure punta a «limitare ulteriormente il sistema bancario russo e la sua capacità di creare canali di pagamento alternativi per finanziare l’attività economica», che è «il punto debole» di Mosca. Verranno sanzionate «altre 20 banche regionali russe» e anche altre di Paesi terzi che spalleggiano la Russia. Inoltre, ha aggiuge Von der Leyen, l’Ue adotterà «misure contro le criptovalute, le società che le scambiano e le piattaforme che consentono il trading di criptovalute, per impedire qualsiasi tentativo di elusione».

Cosa prevede il ventesimo pacchetto di sanzioni Ue contro la Russia
Ursula von der Leyen (Imagoeconomica).

I provvedimenti pensati per il commercio russo

«Inaspriremo le restrizioni all’esportazione verso la Russia con nuovi divieti su beni e servizi, dalla gomma ai trattori e ai servizi di sicurezza informatica, per un valore di oltre 360 milioni di euro», spiega Von der Leyen illustrando le sanzioni commerciali, che comprendono anche nuovi divieti all’importazione di metalli, prodotti chimici e minerali essenziali, non ancora soggetti a sanzioni, per un valore di oltre 570 milioni di euro, così come restrizioni all’esportazione di prodotti e tecnologie utilizzati per l’impegno bellico russo, come i materiali impiegati per la produzione di esplosivi (come l’ammoniaca). La presidente della Commissione europea aggiunge poi: «Abbiamo proposto maggiori garanzie legali per le aziende dell’Ue, per proteggerle dalle violazioni dei loro diritti di proprietà intellettuale o da espropriazioni ingiuste in Russia».

Al via in Oman i colloqui Usa-Iran sul nucleare: cosa c’è sul tavolo

Stati Uniti e Iran tornano a confrontarsi in Oman, per i primi negoziati da giugno 2025, quando Israele lanciò attacchi contro la Repubblica Islamica che scatenarono una guerra di 12 giorni segnata da raid aerei reciproci, a cui si unirono anche gli americani, questa volta nel tentativo di scongiurare un altro conflitto. Sul tavolo c’è il programma nucleare iraniano. In vista dell’incontro di Muscat, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi – che guida la delegazione di Teheran – ha avvertito: «Siamo pronti a difenderci da qualsiasi richiesta eccessiva o avventurismo Usa». Non è ancora chiaro se le due parti siano d’accordo su cosa sono disposte a negoziare: cosa sappiamo.

Al via in Oman i colloqui Usa-Iran sul nucleare: cosa c’è sul tavolo
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi a colloquio con l’omologo omanita Sayyid Badr Albusaidi (Ansa).

L’Iran vuole parlare solo del suo programma nucleare

Teheran ha messo in chiaro che questi colloqui avrebbero riguardato solo il suo programma nucleare, mentre Washington vorrebbe negoziare anche l’uso e la detenzione di missili balistici a lunghissimo raggio. L’Iran è però irremovibile e non intende fare concessioni, ritenendoli fondamentali per la difesa in caso di futuri attacchi di Israele. Haaretz scrive che gli Usa hanno accettato di rinunciare alla condizione di discutere anche di missili balistici e più in generale della sicurezza in Medio Oriente. Secondo quanto emerge da un’analisi di immagini satellitari condotta dal New York Times, l’Iran sembra aver ricostruito diverse strutture missilistiche balistiche danneggiate dagli attacchi del 2025, apportando invece solo riparazioni limitate ai principali siti nucleari colpiti.

La possibile proposta sull’arricchimento dell’uranio

Secondo quanto riportato dal New York Times, che cita fonti diplomatiche, alcuni Paesi vicini all’Iran hanno proposto di limitare le capacità di Teheran di arricchimento dell’uranio a livelli minimi: al 3 per cento o anche meno. Questo basterebbe al regime per salvare la faccia di fronte alla richiesta di Trump di un arricchimento pari a zero. Ma sarebbe comunque una sconfitta, visto che per la maggior parte delle armi nucleari è necessario un arricchimento al 90 per cento.

Gli Stati Uniti posson far leva sulle revoca delle sanzioni

Il Nyt cita poi tre funzionari iraniani, secondo cui Teheran potrebbe anche essere disposta a offrire una sospensione a lungo termine del suo programma nucleare. In cambio chiederebbe a Washington la revoca delle sanzioni americane che hanno contribuito alla crisi economica della Repubblica Islamica e a sua volta alle proteste che hanno scosso il Paese, represse nel sangue dal regime.

Al via in Oman i colloqui Usa-Iran sul nucleare: cosa c’è sul tavolo
Abbas Araghchi e Steve Witkoff (Ansa).

Il nodo del sostegno iraniano agli alleati nella regione

C’è poi un altro tema sul tavolo, ovvero il sostegno dell’Iran ai suoi proxy nella regione, da Hamas e Hezbollah, fino agli Houthi. Gli Stati Uniti, ovviamente, vorrebbero che i pasdaran recidessero i legami con questi gruppi. I funzionari che hanno parlato col New York Times hanno evidenziato che, in ogni caso, sarebbe estremamente difficile concordare un meccanismo per monitorare efficacemente il rispetto del non invio di denaro o armi alle milizie alleate.

Gli Obama ritratti come scimmie in un video pubblicato da Trump

Donald Trump ha condiviso un video dedicato a presunti brogli elettorali nel Michigan nel 2020, in cui negli ultimi secondi compaiono Barack e Michelle Obama ritratti come due scimmie, che ridono sulle note di The Lion Sleeps Tonight.

Secondo quanto sostenuto nel video da un non meglio identificato esperto, nel corso dello scrutinio il conteggio si è fermato in cinque Stati (tra cui appunto il Michigan) quando Trump era in vantaggio su Joe Biden, per poi ripartire con il candidato democratico all’improvviso in testa.

Newsom: «Comportamento disgustoso da parte di Trump»

Il contenuto, sfacciatamente razzista, è stato condannato su X da Gavin Newsom, governatore democratico della California: «Comportamento disgustoso da parte del Presidente. Non c’è più limite. Ogni singolo repubblicano deve denunciarlo. Adesso». Ben Rhodes, ex consigliere per la sicurezza nazionale e consigliere di Obama, ha scritto: «Che Trump e i suoi seguaci razzisti continuino a tormentarsi pensando che in futuro gli americani considereranno gli Obama come figure amate, mentre studieranno lui come una macchia nella nostra storia». Nel corso del 2025, sempre su Truth, Trump aveva pubblicato un video realizzato con l’intelligenza artificiale in cui Obama veniva arrestato nello Studio Ovale e poi compariva dietro le sbarre con una tuta arancione da carcerato.

Chi è Vladimir Alekseyev, generale russo vittima di un attentato a Mosca

Vladimir Alekseyev, tenente generale che ricopre un ruolo di alto livello nello Stato Maggiore russo e vicecapo dell’intelligence militare, è stato trasportato d’urgenza in ospedale a Mosca dopo essere stato raggiunto da colpi d’arma da fuoco «in un edificio residenziale situato su viale Volokolamskoe». Lo ha reso noto il Comitato Investigativo russo, spiegando che «un individuo non identificato ha sparato più volte» a Alekseyev, prima di fuggire.

Nato nel 1961 a Holodky, in quella che all’epoca era la Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, Alekseyev è entrato nella Direzione generale per le informazioni militari (Gru) nel 1980. Dopo aver militato nei corpi speciali Spetsnaz e aver scalato i ranghi del servizio situazioni operative delle Forze armate russe, nel 2011 è stato nominato vicecapo del Gru. Sopra di lui c’è solo il direttore, ovvero l’ammiraglio Igor Kostjukov, responsabile della delegazione di Mosca ai negoziati trilaterali sull’Ucraina negli Emirati Arabi. Nel 2015, durante l’intervento russo nella guerra civile siriana, ha supervisionato l’operato dell’intelligence militare. Identificato nel 2022 come il comandante dei servizi segreti responsabili per l’Ucraina, a giugno dell’anno successivo, assieme al viceministro della Difesa Yunus-Bek Yevkurov, si è occupato dei negoziati con Yevgeny Prigozhin, leader della Wagner, durante l’ammutinamento del gruppo mercenario e la ‘marcia su Mosca’.

Alekseyev è stato oggetto di pesanti sanzioni a livello internazionale. Accusato di aver organizzato attacchi informatici volti a influenzare le elezioni presidenziali, il generale è stato sanzionato dagli Stati Uniti nel 2016. Tre anni dopo, il vicecapo del Gru è stato sanzionato anche dall’Unione europea, in relazione all’avvelenamento dell’ex spia russa Sergei Skripal e di sua figlia Julia a Salisbury, avvenuto nel Regno Unito. Nel 2022 Alekseyev è stato poi sanzionato pure dal Canada, in quanto complice del regime russo nell’invasione dell’Ucraina.

Usa-Russia, raggiunto l’accordo per la proroga del trattato New START

Gli Stati Uniti e la Russia hanno deciso di prorogare per sei mesi i termini del trattato di non proliferazione nucleare New START, scaduto giovedì 5 febbraio. Lo riporta Axios, dopo aver scritto di «accordo vicino» tra Washington e Mosca, dopo colloqui avvenuti a margine del trilaterale sull’Ucraina negli Emirati Arabi. Tecnicamente, va precisato, non si tratta di una proroga: il New START, siglato nel 2010 da Barack Obama e Dmitry Medvedev, prevedeva la possibilità di un solo rinnovo dopo 10 anni, in effetti poi avvenuto nel 2021. Le parti, scrive Axios, hanno però accettato di continuare osservare i termini del trattato per almeno sei mesi, durante i quali verrà negoziato un nuovo accordo. In attesa dell’annuncio ufficiale, alla scadenza del New START il Pentagono ha reso noto che gli Usa e la Russia hanno concordato di riprendere il dialogo militare ad alto livello. «È un fattore importante per la stabilità e la pace globali, che può essere raggiunto solo attraverso la forza, e offre un mezzo per aumentare la trasparenza e promuovere la de-escalation», ha affermato il Comando europeo degli Stati Uniti.

Harris rilancia l’account social KamalaHQ: è pronta a una nuova candidatura?

Kamala Harris, ex vicepresidente degli Stati Uniti e candidata democratica alla Casa Bianca nel 2024, ha appena rilanciato su X e TikTok l’account KamalaHQ, che era stato chiuso dopo la sconfitta elettorale patita contro Donald Trump. Gli account contano oltre un milione di follower su X e più di cinque su TikTok: presto ribattezzati semplicemente “Headquarters”, in collaborazione con People for the American Way – che si definisce «un’organizzazione nazionale progressista che lotta per la libertà, la giustizia e la democrazia» – diventeranno «un progetto online per la campagna elettorale della prossima generazione». Prevista, come spiega un comunicato stampa, la pubblicazione di contenuti anche su Substack, YouTube e altre piattaforme.

«I conservatori costruiscono un’infrastruttura organizzativa permanente. I progressisti hanno storicamente costruito macchine che vengono smantellate dopo il giorno delle elezioni. Headquarters segna la fine di questo ciclo», si legge nel comunicato, che parla di un luogo online «in cui poter andare per essere aggiornati sulle ultime novità e anche per incontrare e rivedere alcuni dei nostri grandi e coraggiosi leader, siano essi leader eletti, leader della comunità, leader civici, leader religiosi, giovani leader».

Harris: «Continuate a seguirci. Ci vediamo là fuori»

In un video registrato per il lancio di Headquarters, Harris dichiara: «Sono davvero entusiasta. Continuate a seguirci. Ci vediamo là fuori». L’ex numero due di Joe Biden, che ha recentemente iniziato una seconda parte del tour dedicato al suo libro 107 giorni, racconto della sua corsa alla Casa Bianca (la più breve della storia moderna), avrà un ruolo onorario presso la sede centrale come presidente emerita, ma non la supervisione editoriale dei post, spiega la nota. Harris ha affermato a più riprese di essersi momentaneamente ritirata dalla politica. Ma ha lasciato la porta aperta a un’altra corsa presidenziale. Il rilancio degli account social, anche se con altro nome e con obiettivi diversi da quelli originari, sembra in effetti un passo in questa direzione.

Fine dell’accordo Usa-Russia sul nucleare: lo spauracchio della corsa agli armamenti

Il 5 febbraio 2026, è scaduto l’accordo New START tra Stati Uniti e Russia, che siglato a Praga l’8 aprile 2010 (e poi entrato in vigore il 5 febbraio 2011) limitava a 1.550 il numero di testate nucleari strategiche – ovvero con funzione deterrente – dispiegabili dai due Paesi e a 700 i vettori operativi – tra missili balistici intercontinentali, sottomarini nucleari lanciamissili e bombardieri pesanti – con un tetto complessivo di 800 sistemi tra schierati e non schierati. L’accordo prevedeva anche il bando al dispiegamento di armi strategiche fuori dal territorio nazionale dei due Paesi firmatari. Con la scadenza del trattato, vengono meno i vincoli giuridicamente vincolanti e i meccanismi di verifica (quest’ultimi erano in realtà già saltati): senza alcun freno, c’è ora lo spauracchio della corsa agli armamenti. E sullo sfondo c’è anche l’ingombrante presenza della Cina.

LEGGI ANCHE: La variabile impazzita Trump e il nuovo caos globale

Le comunicazioni periodiche previste dal New START si erano interrotte dalla pandemia

Il New Strategic Arms Reduction Treaty, che aveva sostituito i precedenti accordi START, gli START I, START II e SORT, è – o meglio era – un’intesa di fondamentale importanza: si stima infatti che negli arsenali di Washington e Mosca ci sia il 90 per cento degli ordigni nucleari mondiali: 5.177 testate per Washington e 5.459 per Mosca comprendendo quelle tattiche, ovvero progettate per essere utilizzate sul campo di battaglia in situazioni belliche. Il New START, siglato da Barack Obama e Dmitry Medvedev e prorogato nel 2021 – per cinque anni – poco dopo l’insediamento di Joe Biden, prevedeva anche comunicazioni periodiche di informazioni sul dispiegamento e l’evoluzione dell’arsenale, sospese però durante la pandemia di Covid e poi mai riprese a causa delle crescenti tensioni dopo l’invasione dell’Ucraina.

Fine dell’accordo Usa-Russia sul nucleare: lo spauracchio della corsa agli armamenti
Barack Obama e Dmitry Medvedev (Ansa).

Putin, Trump e la mancata estensione del formato alla Cina di Xi

La scadenza del patto New START segna la conclusione della stagione del controllo delle armi nucleari iniziata nel 1972 con la firma da parte di Richard Nixon e Leonid Bréžnev del Trattato contro i sistemi antimissili balistici. Vladimir Putin aveva proposto il proseguimento informale dell’accordo (senza però controlli e scambio di informazioni): Donald Trump aveva risposto in modo positivo, chiedendo però l’estensione del formato alla Cina, il nuovo grande avversario a livello globale degli Stati Uniti. Si stima che la Repubblica Popolare, contraria a partecipare a negoziati fino al raggiungimento della parità con Washington, abbia raddoppiato in pochi anni il suo arsenale: secondo le stime Pechino ha circa 600 testate nucleari. «Il presidente è stato chiaro. Non è possibile il controllo degli armamenti nel XXI secolo se non include in qualche modo la Cina, che ha un arsenale vasto e in crescita», ha ribadito alla vigilia della scadenza del New START il segretario di Stato Usa Marco Rubio.

Fine dell’accordo Usa-Russia sul nucleare: lo spauracchio della corsa agli armamenti
Donald Trump (Ansa).

Il mancato rinnovo del patto getta ombre molto scure sul futuro

Prima di oggi l’ultimo accordo Usa-Russia di non proliferazione a essere abbandonato era stato il Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty), siglato nel 1987 e stracciato unilateralmente da Washington nel 2019. Il mancato rinnovo del New START non può non gettare ombre molto scure sul futuro. Putin ha assicurato a Xi Jinping che la Russia «agirà in modo ponderato e responsabile», come ha spiegato il consigliere diplomatico presidenziale Yuri Ushakov. Allo stesso tempo, il portavoce dello zar Dmitry Peskov ha però avvertito che «il mondo si troverà in una situazione più pericolosa di prima», perché la Russia e gli Stati Uniti «si troveranno senza un documento fondamentale che limiti e controlli gli arsenali».

Fine dell’accordo Usa-Russia sul nucleare: lo spauracchio della corsa agli armamenti
Xi Jinping e Vladimir Putin (Ansa).

Gli appelli delle Nazioni Unite e del papa contro la proliferazione

In tale contesto Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, ha esortato Stati Uniti e Russia a «concordare rapidamente» un nuovo trattato sul disarmo: «Questo smantellamento di decenni di progressi non potrebbe arrivare in un momento peggiore: il rischio di un uso nucleare è al livello più alto da decenni». Sulla questione New START si è espresso anche papa Leone XIV: «Nel rinnovare l’incoraggiamento ad ogni sforzo costruttivo in favore del disarmo e della fiducia reciproca rivolgo un pressante invito a non lasciare cadere questo strumento senza cercare di garantirgli un seguito concreto e efficace». La situazione attuale, ha sottolineato il pontefice, «dice di fare tutto il possibile per scongiurare una nuova corsa agli armamenti che minaccia ulteriormente la pace tra le Nazioni». Difficile dargli torto.

Il Washington Post licenzierà oltre 300 giornalisti

Il Washington Post prevede di licenziare centinaia di giornalisti, almeno 300 degli 800 che compongono la redazione. Lo riporta il New York Times, secondo cui ci sarebbe stata una videochiamata con i dipendenti per annunciare l’inizio dei tagli. Una decisione che arriva pochi giorni dopo che il quotidiano, edito dal fondatore di Amazon Jeff Bezos, ha ridotto la copertura delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina a causa delle crescenti perdite finanziarie. La decisione di licenziare personale sarebbe infatti legata alla frenata, in termini di abbonamenti, lettori e quindi ricavi, subita dal giornale negli ultimi due anni.

I tagli alle redazioni Sport e Libri

Secondo quanto ricostruito, il direttore esecutivo Matt Murray e il responsabile delle risorse umane Wayne Connell hanno inviato una mail ai dipendenti invitandoli a «restare a casa per l’intera giornata», chiedendo di partecipare a una riunione su Zoom alle 8.30 del mattino in cui è stata annunciata la nuova linea. I tagli dovrebbero riguardare le sezioni Sport e Libri ma anche la redazione Metro, che si occupa di coprire Washington DC, Maryland e Virginia. Il giornale ha intenzione di puntare tutto sulla politica e aumentare la copertura su tematiche come scienze, salute, tecnologie e storie di vita quotidiana online. Il capo ufficio Matt Viser e altri sette cronisti della Casa Bianca hanno firmato una lettera con cui avvertono che il giornale non potrà mantenere i suoi standard di eccellenza se verranno colpite in modo significativo altre aree della testata: «Se il piano è riorientare il giornale quasi esclusivamente sulla politica, vogliamo sottolineare quanto il nostro lavoro dipenda dalla collaborazione con le redazioni esteri, sportive e locali. Se una parte viene indebolita, ne risentiremo tutti».

Ritiro parziale dell’antimmigrazione dal Minnesota: quanti agenti andranno via

Lo “zar dei confini” Tom Homan, inviato da Donald Trump a Minneapolis dopo l’uccisione del manifestante Alex Pretti, ha annunciato che il governo federale ritirerà «immediatamente» 700 agenti dal Minnesota, Questo lascerà circa 2 mila agenti sul campo, ha spiegato Homan, aggiungendo che il ritiro totale di Ice e Border Patrol «dipenderà dalla cooperazione con le forze dell’ordine locali e statali».

Ritiro parziale dell’antimmigrazione dal Minnesota: quanti agenti andranno via
Protesta contro l’Ice (Ansa).

Il sindaco di Minneapolis: «Non è una de-escalation»

Il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, ha dichiarato che il ritiro di 700 militari da parte del Dipartimento per la Sicurezza Interna, annunciato da Homan, «non rappresenta una de-escalation». Il governatore del Minnesota, Tim Walz, ha definito il parziale ritiro «un passo nella giusta direzione», aggiungendo che in ogni caso «l’Operazione Metro Surge non sta rendendo il Minnesota più sicuro».

Tmz ha pubblicato foto di Epstein senza vita dopo il suicidio in cella

Il sito Tmz ha pubblicato foto di Jeffrey Epstein senza vita dopo il suicidio avvenuto nel Metropolitan Correctional Center di Manhattan il 10 agosto 2019: le immagini mostrano il finanziere a torso nudo, con addosso i pantaloni arancioni da carcerato e la mandibola legata per tenere la bocca chiusa post mortem. Le foto fanno parte dell’ultima valanga di file diffusi dal Dipartimento della Giustizia Usa. Cinque scatti mostrano inoltre i tentativi di rianimazione dei sanitari e altri la cella di Epstein. In una foto si vede una striscia di stoffa arancione, ricavata probabilmente dalle lenzuola, usata dal finanziere per impiccarsi alla barra del letto. In altre immagini si possono vedere alcune aree del Metropolitan Correctional Center. Tmz ha inoltre diffuso alcuni documenti dell’autopsia di Epstein: la sua morte è stata dichiarata ufficialmente un suicidio, ma sono in molti a ritenere che in realtà sia stato ucciso, dato che aveva in scacco alcuni degli uomini più potenti al mondo.

La faida tra primedonne nel mondo Maga

Mentre negli Stati Uniti continuano le proteste contro l’Ice, nel variegato mondo MAGA si sta consumando una faida tra primedonne, fiere portabandiera della womanosphere. Da una parte c’è l’influencer Candace Owens, famosa in Europa per avere diffuso la teoria secondo cui la première dame Brigitte Macron sarebbe un uomo. Bufala che le è costata una causa di diffamazione da parte del presidente francese e signora. Dall’altra invece c’è la vedova più famosa d’America: Erika Kirk.

La faida tra primedonne nel mondo Maga
Donald Trump e Erika Kirk (Ansa).

L’attacco di Candace Owens a Erika Kirk

In una puntata del suo podcast su YouTube, Owens ha diffuso un audio in cui Kirk si beava dell’impennata delle vendite del merchandising di Turning Point Usa, l’organizzazione fondata dal marito Charlie. Non ci sarebbe nulla di strano, si dirà. Ma ad avvelenare l’influencer è stata la tempistica. L’audio sarebbe infatti stato registrato meno di due settimane dopo l’uccisione dell’attivista di estrema destra alla Utah Valley University, nel settembre 2025.

«Il fatto che siamo riusciti a realizzare un evento che rimarrà nella storia di questo secolo è semplicemente pazzesco», commenta Mrs. Kirk riferendosi al funerale del marito a cui hanno partecipato, tra gli altri, Donald Trump, Elon Musk e J.D. Vance. «Abbiamo avuto oltre 275 mila spettatori e lo stadio era stracolmo», aggiunge ringraziando tutte le persone che hanno contribuito a organizzare e promuovere la cerimonia. Funzione-evento che avrebbe dato una spinta notevole alle vendite di cappellini, t-shirt, shopper, felpe, sticker col logo di Turning Point Usa: «Abbiamo superato le 200 mila unità», sottolinea la vedova soddisfatta. Un tono che Owens definisce «sgradevole». Fuori luogo sarebbe, in particolare, una risata che si sente nella clip di due minuti: «Non sono passate nemmeno due settimane dall’assassinio di suo marito e stiamo già parlando di numeri e obiettivi commerciali oltre le aspettative», sottolinea. Per poi aggiungere: «Sappiamo che ognuno affronta il lutto in modo diverso, ma mi aspettavo di sentirla più turbata».

La faida tra primedonne nel mondo Maga
Candace Owens (Ansa).

La vedova Kirk nel mirino degli haters

Owens non è comunque la prima a dubitare del dolore della vedova. Basta cercare Erika Kirk su X, Instagram e TikTok per essere sommersi dai meme. Molti si concentrano sul suo arrivo ad AmericaFest, la convention annuale di Turning Point Usa, a dicembre. «Manco fosse Katy Perry», scrivono i più gentili commentando la passerella della donna fasciata in un abito scintillante tra i fuochi d’artificio. Tra i tanti, si segnala la parodia della drag queen Erika Qwerk, con dollari in mano, che ha fatto imbestialire il popolo MAGA.

Candace Owens non ha comunque intenzione di mollare il colpo. Qualche ora dopo l’uscita del podcast su YouTube, ha pubblicato su TikTok una videocall di Erika Kirk con i dipendenti di TPUsa. Sono passati cinque giorni dalla morte del marito e la donna, in lacrime, promette che nessuno rischia il licenziamento: «Siamo una famiglia, sono molto legata a voi», assicura. Clip seguita a ruota dalla storia di una dipendente fatta fuori senza alcuna spiegazione dall’organizzazione.

Il complottismo sull’assassinio di Charlie Kirk

Che i rapporti tra Owens e la vedova Kirk non siano dei migliori non è certo un segreto. L’influencer non è stata invitata ad AmericaFest, nonostante sia tanto apprezzata da Donald Trump. Nonostante l’assenza, è stata comunque attaccata da alcuni ospiti. D’altronde la podcaster non ha mai sposato la versione ufficiale sull’assassinio di Charlie Kirk: ipotizza, infatti, che potrebbero essere coinvolti Francia, Israele ed Egitto e che l’attivista conservatore sia stato vittima di un complotto e “tradito” da persone di Turning Point Usa a lui vicine. Una verità scomoda che le forze dell’ordine starebbero insabbiando. Voci, insinuazioni e teorie assurde che hanno infiammato i MAGA tanto da da ‘costringere’ le due donne a un lungo faccia a faccia. Che però non pare essere stato risolutivo. Se Erika Kirk ha definito l’incontro «molto costruttivo», Owens non ha cambiato idea: per lei il 22enne Tyler Robinson non sarebbe l’unico responsabile dell’omicidio.

Le Pen, chiesta l’interdizione per cinque anni in Appello

Il pubblico ministero ha confermato in Appello la richiesta di interdizione di cinque anni dai pubblici uffici per Marine Le Pen nell’ambito del processo che la vede imputata per appropriazione indebita di fondi pubblici – secondo l’accusa, le somme destinate agli assistenti parlamentari a Bruxelles e Strasburgo sarebbero state utilizzate per pagare personale e attività del partito in Francia. I pm hanno dunque chiesto la conferma della condanna di primo grado. La sentenza della Corte d’appello è prevista entro l’estate. Se i giudici seguiranno le raccomandazioni dell’accusa, Le Pen dovrebbe scegliere tra rinunciare alla candidatura all’Eliseo oppure fare ricorso in Cassazione, sperando in una svolta giudiziaria in suo favore, anche se a ridosso delle presidenziali previste nell’aprile 2027.

Perquisizioni nella sede francese di X, Musk convocato in procura a Parigi: cosa sappiamo

Perquisizione da parte dell’unità anticrimine informatico della procura di Parigi, dell’unità informatica della polizia nazionale e di Europol nella sede francese di X. Il raid fa parte di un’indagine avviata a gennaio del 2025 sul sospetto abuso di algoritmi e sull’estrazione fraudolenta di dati, che la procura ha affermato di aver ora ampliato per includere le denunce relative a Grok, lo strumento di intelligenza artificiale di X. La procura di Parigi ha spiegato in una nota le indagini a più ampio raggio riguardano anche i presunti reati di «complicità nel possesso e nella distribuzione organizzata di immagini di abusi su minori, violazione dei diritti d’immagine attraverso deepfake a sfondo sessuale e negazione di crimini contro l’umanità».

Perquisizioni nella sede francese di X, Musk convocato in procura a Parigi: cosa sappiamo
Grok, chatbot di X (Ansa).

Le autorità francesi hanno avviato le indagini dopo la denuncia presentata dal deputato di centrodestra Éric Bothorel, secondo cui algoritmi parziali sulla piattaforma avrebbero probabilmente distorto il suo sistema di elaborazione dati e influenzato il tipo di contenuti proposti. A novembre 2025, i procuratori hanno reso noto l’allargamento dell’inchiesta a Grok, che in pratica ha negato l’Olocausto, avanzando false affermazioni comunemente diffuse da chi sostiene che la Germania nazista non abbia davvero sterminato sei milioni di ebrei. Il chatbot, che ha pure inneggiato ad Adolf Hitler, si è inoltre reso protagonista di gravi insulti contro il primo ministro polacco Donald Tusk, definito «traditore». Non solo: l’IA generativa di Musk è finita nell’occhio del ciclone anche per la capacità di “spogliare” persone vestite, compresi bambini: l’Ue ha avviato un’indagine sulla produzione e diffusione di deepfake a sfondo sessuale che ritraggono donne e minori.

Perquisizioni nella sede francese di X, Musk convocato in procura a Parigi: cosa sappiamo
Linda Yaccarino (Ansa).

I procuratori hanno convocato il 20 aprile 2026 per “audizioni libere” (cioè senza stato di fermo) il patron Elon Musk e l’ex amministratrice delegata dell’azienda Linda Yaccarino – che ha guidato la piattaforma dopo l’acquisizione da parte del magnate da giugno 2023 a luglio 2025 – per interrogarli in qualità di «gestori di fatto e di diritto della piattaforma X al momento dei fatti». Le citazioni emesse a carico di Musk e Yaccarino sono obbligatorie, ma difficili da far rispettare a chi si trova al di fuori della Francia. Da parte sua, la procura di Parigi ha dichiarato che l’indagine è stata condotta «nell’ambito di un approccio costruttivo, con l’obiettivo finale di garantire che la piattaforma X rispetti le leggi francesi, nella misura in cui opera sul territorio nazionale».

Negli Epstein Files spuntano anche Putin, Musk e Salvini: tutte le nuove rivelazioni

Il flusso di pubblicazioni di documenti iniziato alla fine di febbraio 2025 e culminato il 30 gennaio nella pubblicazione di quasi tre milioni di pagine di file su Jeffrey Epstein, ha messo in luce la profondità, l’intensità e la persistenza dei legami del finanziere morto suicida in carcere nel 2019 con l’élite globale, anche dopo la prima condanna per reati sessuali risalente al 2008. Contraddicendo anni di smentite da parte di big di Wall Street, vip di Hollywood e celebri miliardari. Negli Epstein Files sono spuntati persino Vladimir Putin e addirittura Matteo Salvini. Senza dimenticare Elon Musk.

Negli Epstein Files spuntano anche Putin, Musk e Salvini: tutte le nuove rivelazioni
Jeffrey Epstein.

Putin citato più di mille volte: Epstein era al soldo del Cremlino?

Nei file relativi alle indagini su Epstein, il nome di Vladimir Putin viene citato ben 1.056 volte. L’effettivo collegamento tra finanziere e il presidente russo è tutto da dimostrare, ma l’abnorme numero di citazioni – ovviamente – non è passato inosservato. Epstein, scrive il Daily Mail, avrebbe gestito «la più grande operazione al mondo basata sul kompromat sessuale». In parole povere, Epstein sarebbe stato manovrato dal Cremlino, che tramite gli 007 di Mosca gli avrebbe fornito ragazze russe per “intrattenere” importanti figure dell’establishment globale, rendendole così ricattabili tramite video girati di nascosto. Kompromat è un vocabolo della lingua russa ottenuto dalla contrazione dei termini komprometiruyuschij e material: significa “materiali compromettenti”.

Negli Epstein Files spuntano anche Putin, Musk e Salvini: tutte le nuove rivelazioni
Vladimir Putin (Ansa).

Di sicuro, Epstein cercò più volte di incontrare Putin. A maggio del 2013, ad esempio, scrisse a Thorbjørn Jagland, allora segretario generale del Consiglio d’Europa ed ex primo ministro della Norvegia, che Bill Gates sarebbe stato a Parigi, aggiungendo: «Putin è il benvenuto a cena». In un’email del 2014, il venture capitalist giapponese Joey Ito comunicò a Epstein che Reid Hoffman, cofondatore di LinkedIn, si sarebbe potuto unire a loro per incontrare Putin: l’eventuale meeting saltò poi dopo l’abbattimento del volo Malaysia Airlines MH17 da parte delle forze russe. Nel 2018, Epstein tramite il già citato Jagland provò a contattare il ministero degli Esteri russo Sergei Lavrov, sostenendo di essere in possesso di informazioni scottanti su Donald Trump (di cui era stato spesso ospite a Mar-a-Lago): alla vigilia del summit tra il presidente americano e l’omologo russo che si tenne quell’anno a Helsinki, The Donald affermò di non avere prove di interferenze di Mosca nella sua elezione. Secondo gli 007 americani citati dal Daily Mail, Epstein potrebbe essere finito nella rete di spionaggio di Mosca da Robert Maxwell, padre della socia e compagna Ghislaine, che pare avesse legami con il Kgb. Non finisce qui: in un fascicolo datato 27 novembre 2017, l’Fbi mise a verbale le rivelazioni di una fonte considerata attendibile che, oltre a parlare di una tenuta in New Mexico dove Epstein attirava e filmava ragazze minorenni, afferma come finanziere fosse «anche il gestore patrimoniale di Putin» e svolgesse stesso servizio per Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe.

Negli Epstein Files spuntano anche Putin, Musk e Salvini: tutte le nuove rivelazioni
Elon Musk (Imagoeconomica).

Musk non vedeva l’ora di fare festa sull’isola di Epstein

In un post su X, Musk lo scorso settembre non solo aveva negato di aver visitato la “famosa” isola di Epstein, ma aveva inquadrato la sua decisione come un atto di principio: «Ha cercato di convincermi e mi sono rifiutato». I documenti diffusi a fine gennaio suggeriscono invece che Musk fosse invece impaziente di andarci. O forse tornarci: «Quale giorno/notte sarà la festa più sfrenata sulla tua isola?», chiese Mr Tesla via email al finanziere a novembre del 2012. All’indomani della pubblicazione dei nuovi file, Musk ha scritto su X: «Ho avuto pochissima corrispondenza con Epstein e ho rifiutato ripetuti inviti ad andare sulla sua isola o a volare sul suo ‘Lolita Express‘, ma ero ben consapevole che alcune email scambiate con lui avrebbero potuto essere fraintese e utilizzate dai detrattori per infangare il mio nome».

A proposito di miliardari, in un’email del 2013, Epstein parla di una malattia sessualmente trasmissibile che Bill Gates avrebbe contratto dopo alcuni incontri con giovani donne russe, facendo riferimento alla richiesta del fondatore di Microsoft di ricevere antibiotici da somministrare di nascosto alla (ora ex) moglie Melinda.

Dal patron di Virgin alla principessa norvegese: la rete di Epstein

Gli ultimi file diffusi hanno evidenziato rapporti amichevoli tra Epstein e il miliardario britannico Richard Branson, fondatore del gruppo Virgin. «È stato davvero un piacere vederti ieri. Ogni volta che sarai in zona, mi farebbe piacere vederti. A patto che tu porti il tuo harem!», scrisse quest’ultimo nel 2013 in un’email. Un rappresentante di Branson ha affermato che i due avevano avuto solo un incontro di lavoro.
Mentre aumentano le pressioni sul principe Andrea, fratello di re Carlo III d’Inghilterra, negli Epstein Files è spuntata pure l’ex moglie Sarah Ferguson, che nel 2009 scrisse al finanziere definendolo: «Il fratello che aveva sempre sognato di avere». A proposito di nobiltà europea, il nome della principessa norvegese Mette-Marit, moglie del futuro re Haakon, compare più di mille volte. Estremamente confidenziale il rapporto con Epstein. Quando nel 2012 le disse di essere a Parigi «in cerca di moglie», lei rispose che la capitale francese era «adatta all’adulterio», ma che «le donne scandinave sono mogli migliori». Mette-Marit si è giustificata dicendo di aver commesso «un errore di giudizio». Per quanto riguarda la politica, l’ex ambasciatore britannico negli Usa Peter Mandelson, licenziato per i suoi legami con Epstein, ha lasciato il Partito Laburista dopo nuove rivelazioni sui suoi rapporti col finanziere. E in Slovacchia l’ex ministro degli Esteri Miroslav Lajčák si è dimesso dal ruolo di consigliere del premier Robert Fico, dopo che sono venuti a galla i suoi legami con Epstein.

Da Thiel a Bryn: i nomi che tornano, nonostante le smentite

Nei file diffusi il 30 gennaio è spuntata un’email con cui Howard Lutnick, Segretario al Commercio Usa, cercò di organizzare una visita con la moglie e i figli all’isola privata di Epstein poco prima di Natale del 2012. Nel corso di un podcast, l’anno scorso aveva definito il finanziere «una persona disgustosa», conosciuta a metà Anni Duemila e mai più frequentata. Il magnate immobiliare newyorkese Andrew Farkas, comproprietario di un porto turistico con Epstein a St. Thomas per anni, in una lettera agli investitori del 2025 ha parlato di un rapporto esclusivamente di affari. Ma gli ultimi documenti pubblicati suggeriscono altro. Nei file ci sono poi i nomi di Peter Thiel, cofondatore di PayPal, che aveva una fitta corrispondenza con Epstein e da cui fu invitato nella sua isola ai Caraibi; di Sergey Brin, il cofondatore di Google; e di Steve Tisch, comproprietario della squadra di football dei New York Giants.

Salvini e quei riferimenti di Bannon ai finanziamenti per la Lega

E poi c’è Salvini, citato 99 volte. Il segretario della Lega è totalmente estraneo ai traffici sessuali di Epstein, interessato però all’ascesa della destra nella politica europea. Nei documenti si parla di ipotetici finanziamenti americani al Carroccio: lo fa Steve Bannon, ex stratega di Trump, spiegando al finanziere di essere impegnato a raccogliere fondi per Marine Le Pen, Viktor Orban e Salvini così che «possano effettivamente candidarsi con liste complete» alle Europee. Il carteggio a “tema Salvini” risale al biennio 2018-2019, quello del governo giallo-verde poi fatto cadere dalla Lega che ruppe l’alleanza col M5s. Bannon nei documenti ipotizzava una crisi di governo scatenata da Salvini (cosa effettivamente accaduta), con conseguente voto anticipato che avrebbe portato, chissà, il segretario leghista a Palazzo Chigi. Dai file trapela l’entusiasmo di Epstein per tale scenario. Le cose però non sono andate come immaginato da Bannon. Stratega, sì, ma non stregone. La pluricitazione di Salvini negli Epstein Files, va detto, non ha trovato molta eco su giornali e soprattutto telegiornali, che hanno coperto poco o niente la notizia. La Lega ha comunque smentito di aver beneficiato di finanziamenti americani, parlando di «gravi millanterie» e di «un’operazione che ricorda tristemente la campagna di fango sui presunti sostegni economici russi (anche in quel caso mai chiesti e mai ricevuti, con assalti mediatici e vicende giudiziarie finite nel nulla)», aggiungendo che Salvini «si difenderà in ogni sede in caso di insinuazioni o accostamenti con personaggi disgustosi».

Dai dazi al petrolio, cosa prevede il nuovo accordo tra Usa e India

Stati Uniti e India hanno firmato un nuovo accordo per cui il presidente americano Donald Trump ridurrà i dazi sui beni provenienti dallo Stato asiatico dal 25 al 18 per cento e, in cambio, il primo ministro indiano Narendra Modi ha assicurato che interromperà l’acquisto di petrolio russo. La decisione arriva dopo mesi di pressioni da parte del tycoon affinché l’India riducesse la propria dipendenza dal greggio russo a basso costo. Nuova Delhi, inoltre, inizierà a ridurre a zero le tasse sulle importazioni di beni statunitensi e ad acquistare prodotti americani per un valore di 500 miliardi di dollari.

Trump: «L’accordo contribuirà a fermare la guerra in Ucraina»

«È stato un onore parlare questa mattina con il primo ministro Modi, dell’India. È uno dei miei più grandi amici e un leader potente e rispettato del suo Paese. Abbiamo parlato di molte cose, tra cui il commercio e la fine della guerra tra Russia e Ucraina», ha scritto Trump su Truth. Il leader indiano, si legge nel post, «ha accettato di smettere di acquistare petrolio russo e di comprare molto di più dagli Stati Uniti e, potenzialmente, dal Venezuela. Ciò contribuirà a fermare la guerra in Ucraina, che è in corso in questo momento, con migliaia di persone che muoiono ogni settimana!». E ancora: «Per amicizia e rispetto per il primo ministro Modi e, su sua richiesta, con effetto immediato abbiamo concordato un accordo commerciale tra Stati Uniti e India, in base al quale gli Stati Uniti applicheranno una tariffa reciproca ridotta, portandola dal 25 per cento al 18 per cento. Anche loro procederanno a ridurre le loro barriere tariffarie e non tariffarie verso gli Stati Uniti, fino a zero».

Modi: «Si aprono enormi opportunità di cooperazione vantaggiosa»

Anche il primo ministro indiano ha condiviso i dettagli dell’accordo sui social. «È stato meraviglioso parlare oggi con il mio caro amico, il presidente Trump. Sono lieto che i prodotti Made in India beneficeranno ora di una tariffa ridotta al 18 per cento. Un grande ringraziamento al presidente Trump, a nome degli 1,4 miliardi di indiani, per questo straordinario annuncio», ha scritto su X. «Quando due grandi economie e le più grandi democrazie del mondo lavorano insieme, ne traggono beneficio i nostri popoli e si aprono enormi opportunità di cooperazione reciprocamente vantaggiosa», ha continuato Modi, che ha poi lodato il presidente Usa per le sue doti diplomatiche. «La leadership del presidente Trump è fondamentale per la pace, la stabilità e la prosperità globali. L’India sostiene pienamente i suoi sforzi per la pace».

Piano Ucraina-Ue-Usa sulla tregua: il ruolo graduale delle truppe europee

L’Ucraina ha concordato con i partner occidentali che qualsiasi violazione persistente da parte della Russia di un futuro accordo di cessate il fuoco innescherà una risposta militare coordinata e su più livelli da parte dell’Europa e degli Stati Uniti. Lo riporta il Financial Times, citando fonti a conoscenza delle discussioni. Lo riporta il Financial Times: il piano sarebbe stato discusso in diverse occasioni tra dicembre e gennaio tra funzionari ucraini, europei e americani.

La prima fase del piano: la risposta ucraina

Secondo il piano, qualsiasi violazione del cessate il fuoco da parte della Russia comporterebbe una risposta entro 24 ore, a partire da un avvertimento diplomatico e, se necessario, un intervento dell’esercito ucraino per porre fine all’infrazione.

Piano Ucraina-Ue-Usa sulla tregua: il ruolo graduale delle truppe europee
Soldati russi in Ucraina (Ansa).

La seconda fase del piano: l’intervento dei Volenterosi

In caso di prosieguo delle ostilità, il piano prevede una seconda fase di intervento con l’impiego delle forze della coalizione dei Volenterosi, che comprende molti membri dell’Unione europea, oltre a Regno Unito, Norvegia, Islanda e Turchia.

La terza fase del piano: il coinvolgimento degli Usa

Nel caso di un esteso attacco russo, a 72 ore dalla violazione iniziale scatterebbe una risposta coordinata da parte di una forza occidentale più ampia, non solo europea: ci sarebbe infatti il coinvolgimento diretto dell’esercito degli Stati Uniti.

Piano Ucraina-Ue-Usa sulla tregua: il ruolo graduale delle truppe europee
Sergei Lavrov (Ansa).

La posizione della Russia sulle forze straniere in Ucraina

Ribadendo quanto già affermato in passato, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha dichiarato che «l’impiego di unità militari, strutture, magazzini e altre infrastrutture dei Paesi occidentali in Ucraina è inaccettabile e sarà considerato un intervento straniero che rappresenta una minaccia diretta alla sicurezza della Russia», che tratterà tali forze come obiettivi legittimi.

Il caso dell’influencer brasiliano pro-Trump arrestato dall’Ice

L’influencer brasiliano di destra Júnior Pena, che di recente aveva minimizzato il rischio di espulsioni di massa, affermando che le misure della Casa Bianca avrebbero colpito solo gli immigrati clandestini o coloro che erano coinvolti in reati, nonché autore di un recente videomessaggio di sostegno a Donald Trump su Instagram, è stato arrestato dagli agenti dell’Ice nel New Jersey.

Il caso dell’influencer brasiliano pro-Trump arrestato dall’Ice
Junior Pena (Instagram).

L’influencer vive negli States dal 2019

Con più di 480 mila follower su Instagram, l’influencer – nome completo Eustáquio da Silva Pena Júnior – sui social da tempo pubblica contenuti sull’immigrazione e sulla vita negli Stati Uniti, dove si è trasferito nel 2009. Pena inoltre usa i suoi social network per dare voce alle storie dei migranti e alle voci critiche nei confronti del presidente di sinistra brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva, e a quelle di coloro che sostengono l’ex presidente di estrema destra Jair Bolsonaro, recentemente incarcerato e alleato di Trump.

Pena non rischierebbe l’espulsione

Maycon MacDowel, agente di polizia e amico personale di Junior Pena molto attivo sui social, ha spiegato che l’influencer brasiliano si trova al momento a Delaney Hall, un centro di detenzione per immigrati situato a Newark, nel New Jersey, e che sulla sua testa non pende un ordine di espulsione. L’arresto è avvenuto perché pena non si è presentato a un’udienza obbligatoria nell’ambito delle procedure per la regolarizzazione della sua posizione negli Usa. «Io rispetto le regole, pago le tasse e cerco di legalizzare il mio status. Lui espellerà chiunque sia clandestino, i criminali e chiunque commetta reati. Chi vuole aiutare il Paese non verrà espulso», aveva raassicurato poco prima di finire in manette.

Trump minaccia di fare causa al presentatore dei Grammy: cosa è successo

«Sembra che manderò i miei avvocati a fare causa a questo povero, patetico, incapace e idiota presentatore, e gli farò causa per un sacco di soldi». Lo ha scritto Donald Trump su Truth, decisamente arrabbiato per una battuta fatta dal presentatore Trevor Noah durante la serata dei Grammy, incentrata sulla politica estera della Casa Bianca e le amicizie del presidente Usa. In particolare quella con Jeffrey Epstein.

La battuta di Noah sulla Groenlandia e gli Epstein Files

Questa la battuta di Noah: «Canzone dell’anno: è un Grammy che ogni artista desidera quasi quanto Trump desidera la Groenlandia, il che ha senso perché l’isola di Jeffrey Epstein non c’è più e lui ne ha bisogno di una nuova per trascorrere del tempo con Bill Clinton». Durante la serata, Noah ha anche ironizzato sull’assenza di Nicki Minaj, molto vicina al mondo MAGA in quanto accesa supporter di The Donald: «È ancora alla Casa Bianca con Trump, a discutere di questioni molto importanti».

Trump: «Non sono mai stato sull’isola di Epstein»

«I Grammy Awards sono il peggio, praticamente inguardabili! La Cbs è fortunata a non avere più questa spazzatura infestare le sue onde radio. Il presentatore, Trevor Noah, chiunque sia, è quasi pessimo quanto Jimmy Kimmel agli Academy Awards per i bassi ascolti», ha scritto Trump su Truth. E poi: «Noah ha detto, sbagliando sul mio conto, che Trump e Clinton hanno trascorso del tempo sull’isola di Epstein. Falso!!! Non posso parlare per Bill, ma non sono mai stato sull’isola di Epstein, né da nessuna parte nelle vicinanze, e fino alla falsa e diffamatoria dichiarazione di stasera, non sono mai stato accusato di esserci stato, nemmeno dai media che si occupano di fake news. Noah, un completo perdente, farebbe meglio a chiarire i fatti, e a chiarirli in fretta».

Il processo Ott e l’ombra russa: Vienna è ancora la città delle spie

Si è aperto da poco a Vienna il più grande processo per spionaggio in Austria dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. L’ex agente dei servizi segreti, Egisto Ott, è accusato di aver sottratto e venduto informazioni sensibili direttamente ai servizi segreti russi, in una vicenda con innumerevoli ramificazioni interne e internazionali. La più scottante è quella che lo collega a Jan Marsalek, spione russo che per anni sotto copertura in Germania ha agito in realtà per il Cremlino e nel 2020 si è rifugiato a Mosca dopo il fallimento di Wirecard, società tedesca in cui lavorava e a stretto contatto con i piani alti di Berlino. Nel 2019, l’allora cancelliera Angela Merkel ne avrebbe tessuto le lodi a Pechino, sotto suggerimento dell’ex ministro della Difesa e lobbista, Karl-Theodor zu Guttenberg, per favorire l’espansione dell’azienda in Cina.

Ott e i contatti con Marsalek e gli 007 russi

La procura di Vienna ha iniziato le indagini su Ott nel 2017 ed entro la fine di febbraio sono previste almeno 10 udienze, ma il processo, molto complesso e che tocca direttamente le strutture di sicurezza austriache, andrà sicuramente per le lunghe. Il caso è iniziato più di otto anni fa con un avvertimento da parte di un servizio segreto straniero alle autorità di Vienna: Ott, allora stretto collaboratore di Martin Weiss, capo del dipartimento che si occupa di estremismo, intelligence e terrorismo dei servizi austriaci, stava apparentemente inoltrando dati sensibili dal suo indirizzo email di lavoro a quello privato. Gli inquirenti ritengono che lo stesso Weiss lavorasse già allora per il manager di Wirecard Marsalek, che a sua volta aveva stretti legami con personaggi dell’intelligence russa. Su Weiss, oggi latitante forse a Dubai, pende un mandato di cattura. Secondo la procura di Vienna anche Ott avrebbe avuto rapporti direttamente con l’Fsb, il Servizio di Sicurezza Federale russo, e avrebbe richiesto informazioni sulle presunte liste dei nemici del Cremlino.

Il processo Ott e l’ombra russa: Vienna è ancora la città delle spie
Le foto segnaletiche di Jan Marsalek (Ansa).

Informazioni pagate 70 mila euro in contanti

Con le due figure centrali lontane dai radar della giustizia austriaca, Marsalek in Russia e Weiss negli Emirati, Egisto Ott è diventato il protagonista del processo in corso che, a suo dire, lo starebbe dipingendo come il nemico pubblico numero uno. L’ex 007 incriminato, figlio di un poliziotto austriaco e di madre italiana, ha rigettato alla prima udienza le accuse di abuso di potere e corruzione, anche se restano da spiegare i dettagli che riguardano ad esempio le chat e i protocolli dei telefoni con indicazioni compromettenti sequestrati all’ex capo di gabinetto del ministero dell’Interno Michael Kloibmüller. Per gli inquirenti, la pistola fumante sarebbe il computer portatile Sina (Secure Inter Network Architecture) contenente informazioni riservate di intelligence provenienti da un non specificato Stato membro dell’Unione Europea, che Ott avrebbe trasmesso all’Fsb tramite Marsalek, ricevendo come ricompensa 70 mila euro in una borsa di McDonald’s.

Gli altri processi per spionaggio che si apriranno a Vienna

Ci sono inoltre le sovrapposizioni con altri processi per spionaggio che nei prossimi mesi cominceranno a Vienna e toccano direttamente i palazzi del potere, come quello che vede tra gli accusati l’ex segretario generale del ministero degli Esteri ed ex ambasciatore, Johannes Peterlik, vicino all’Övp, il partito conservatore del cancelliere Christian Stocker. Peterlik è accusato di aver passato informazioni riservate sull’avvelenamento dell’ex agente russo Sergei Skripal nel 2018 a Salisbury. Un paio di settimane fa è stata anche presentata a Vienna una denuncia contro un politico della Fpö, partito nazionalista di opposizione, che avrebbe aiutato Marsalek a prendere il largo dopo il crack di Wirecard. Anche in questo caso è probabile che la giustizia farà passi concreti. Il processo Ott, e tutto quel che ne seguirà, rischia insomma di mettere a nudo le complicità di alcune frange dell’apparato di sicurezza austriaco e le connivenze della politica, di tutti i colori, con la Russia.

Il processo Ott e l’ombra russa: Vienna è ancora la città delle spie
Johannes Peterlik.

Trump non licenzia più nessuno: che fine ha fatto Mr Apprentice?

Il Donald Trump di The Apprentice sembra scomparso. Il celebre «You’re fired!», «sei licenziato», marchio distintivo del reality trasmesso dalla NBC, ma anche del suo primo mandato alla Casa Bianca, pare non trovare posto in questa amministrazione. I fatti di Minneapolis hanno segnato profondamente la presidenza. Al netto della sicumera ostentata da The Donald, le morti di Renee Good e Alex Pretti lo hanno costretto a correre ai ripari. E così, in poco meno di 24 ore, è stata scavalcata la segretaria per l’Homeland Security, Kristi Noem, che gestiva il dossier ed è stato rispedito in California il capo dell’operazione Metro Surge a Minneapolis, Greg Bovino. Ma nessuno dei due ha seriamente rischiato il posto. Nemmeno la poltrona di Stephen Miller, consigliere ombra responsabile di moltissime policy repressive dell’amministrazione e ispiratore della stessa Noem, traballa. Insomma, nonostante il flop dei suoi fedelissimi e i sondaggi a picco, Trump non sembra intenzionato a licenziare proprio nessuno.

Trump non licenzia più nessuno: che fine ha fatto Mr Apprentice?
Gregory Bovino (Ansa).

Da Pam Bondi a Waltz, Trump ha perdonato tutti

Il dossier Minnesota è solo l’ultimo esempio. Nel suo primo anno di mandato spesso e volentieri ha graziato chi lo aveva ‘deluso’. Eppure le occasioni per far rotolare teste non sono mancate. A partire dalla segretaria alla Giustizia Pam Bondi che ha pasticciato non poco sulla questione Epstein. Per settimane il fantasma del miliardario pedofilo ha perseguitato Trump proprio a causa delle mosse del dipartimento che prima ha fatto credere che milioni di file sarebbero stati pubblicati, poi ha ingranato la retromarcia e infine ha smentito di nuovo. Un tira e molla che ha offerto munizioni ai democratici e fatto infuriare la base più oltranzista del popolo MAGA

Trump non licenzia più nessuno: che fine ha fatto Mr Apprentice?
Pam Bondi (Ansa).

Discorsi analoghi valgono anche per altri pezzi dell’amministrazione. Come nel caso di Susie Wiles, potentissima capa del gabinetto. In un suo profilo pubblicato lo scorso dicembre da Vanity Fair le sono state attribuite frasi choc su JD Vance definito un «complottista» e pure su Trump, un essere vendicativo con una «personalità da alcolizzato ad alto funzionamento». Una bomba che si è auto disinnescata senza conseguenze.

Trump non licenzia più nessuno: che fine ha fatto Mr Apprentice?
La capa dello staff presidenziale Susie Wiles (Ansa).

Persino chi ha davvero commesso errori, come Mike Waltz, è stato semplicemente ricollocato. Il consigliere per la sicurezza nazionale è finito nel cosiddetto Signalgate, ovvero la diffusione di dati sensibili sulle operazioni speciali Usa ai giornalisti attraverso l’app di messaggistica Signal. Trump lo ha rimosso ma solo per “promuoverlo” ambasciatore presso le Nazioni Unite. Pure Elon Musk è uscito di scena senza lo stigma di un vero licenziamento. Accolto in pompa magna nell’amministrazione come uomo “taglia sprechi” del DOGE, si è via via scontrato con Trump su dossier come i dazi o i visti negati ai lavoratori qualificati. Eppure tra i due non si è mai consumata davvero una rottura. Certo, è volata qualche parola forte sui social, ma nessun «You’re fired!». Mr Tesla si è allontanato senza particolari scossoni. 

Trump non licenzia più nessuno: che fine ha fatto Mr Apprentice?
Elon Musk a Davos (Ansa).

Cos’è cambiato dal Trump I al Trump II?

Eppure il primo mandato di Trump era stato molto simile a una stagione extra di The Apprentice. Come scrive Axios, solo nei primi 12 mesi le epurazioni si sono sprecate: via il capo gabinetto Reince Priebus (a fine mandato The Donald ne ha cambiati quattro) e il suo vice, via il consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn (anche qui altri quattro cambi), via il capo stratega Steve Bannon (rimasto in carica solo sette mesi) e via ben tre capi della comunicazione tra cui Anthony Scaramucci, cacciato dopo appena 10 giorni.  Cos’è cambiato dal primo e secondo mandato? Come mai Mr Apprentice sembra aver perso uno dei suoi tratti distintivi?

Trump non licenzia più nessuno: che fine ha fatto Mr Apprentice?
Steve Bannon (Ansa).

I rimpasti sono sintomo di instabilità

La prima ragione, nota Axios, ha a che fare con l’idea che sia necessario esprimere stabilità. Il primo mandato del tycoon viene ricordato per l’enorme caos. Lo staff della Casa Bianca sempre in subbuglio, mancanza di chiarezza sulla catena di comando e un’immagine di presidenza instabile. Ora Trump vuole evitare di ripetere quella stagione cercando di mantenere un gabinetto solido. Non solo. Il presidente, evitando di cedere alla pressione dell’opinione pubblica, degli alleati e degli avversari politici, è convinto di apparire come un leader sicuro di sé e forte.

Trump non licenzia più nessuno: che fine ha fatto Mr Apprentice?
Trump non licenzia più nessuno: che fine ha fatto Mr Apprentice?
Trump non licenzia più nessuno: che fine ha fatto Mr Apprentice?
Trump non licenzia più nessuno: che fine ha fatto Mr Apprentice?
Trump non licenzia più nessuno: che fine ha fatto Mr Apprentice?
Trump non licenzia più nessuno: che fine ha fatto Mr Apprentice?
Trump non licenzia più nessuno: che fine ha fatto Mr Apprentice?

Alcune nomine devono passare dal Senato dove i numeri ballano

Ma al di là di questioni simboliche, ci sono altre ragioni. La prima è che ogni licenziamento ha delle conseguenze. Escludendo i consiglieri come Waltz e Miller che sono di diretta nomina presidenziale, gli altri hanno un vincolo rispetto al Senato. Se Trump dovesse licenziare Noem o Bondi, il sostituto dovrebbe passare attraverso un voto di conferma. E in questa delicatissima fase politica potrebbero mancare i numeri. La maggioranza è risicata, ma soprattutto ci si trova in un anno elettorale. Seppur limitata, c’è una fronda di senatori repubblicani critica nei confronti delle ultime mosse dell’amministrazione. Come Thom Tillis della Carolina del Nord che proprio sui fatti di Minneapolis ha attaccato Trump. Imbarcarsi in una nomina al Senato con audizioni fiume rischia di trasformarsi in un boomerang sul piano della comunicazione e del ciclo delle news. 

Trump non licenzia più nessuno: che fine ha fatto Mr Apprentice?
Il senatore Thom Tillis (Ansa).

È sempre più difficile trovare dei fedelissimi con il cv giusto

Trump cerca sempre di circondarsi di fedelissimi. La lealtà è l’unico requisito richiesto. In questa fase, poi, contare su adepti che condividono al 100 per cento la visione trumpiana e per di più dotati di un profilo nazionale (in fondo Noem è stata una governatrice) è sempre più difficile. Dopo il 2021 e i fatti del 6 gennaio, grosse fette dell’establishment repubblicano si sono allontanate e quindi gli “esperti” della macchina pubblica a disposizione sono sempre meno.

Le voci di declino cognitivo

Ma il guanto di velluto del presidente potrebbe avere anche altre spiegazioni. Da qualche settimana nei corridoi di Washington si rincorrono voci sul declino cognitivo del presidente. Michael Wolff, giornalista e autore di saggi sulla prima presidenza Trump, in un’intervista al Daily Beast è arrivato a parlare di demenza: «Sembra sempre più squilibrato e disinibito. E l’altro sintomo che spesso appare con la demenza è la megalomania. Non posso fare a meno di pensare che la determinazione di Trump di apporre il suo nome su ogni singolo monumento sia slegata dalla realtà» Sorge quindi il dubbio che anche Trump si trovi in una situazione simile a quella di Joe Biden, con lo staff costretto a sopperire alle carenze del presidente dovute all’età.

Trump non licenzia più nessuno: che fine ha fatto Mr Apprentice?
Donald Trump (Ansa).

In questo scenario il cerchio magico di consiglieri e segretari avrebbe quindi un peso decisionale maggiore, inclusa la possibilità di preservare il proprio ruolo evitando licenziamenti.  Con ogni probabilità, nei prossimi mesi si tornerà a parlare della salute di The Donald visto che anche in Europa c’è chi comincia a nutrire qualche sospetto. Come ha scritto Politico Europe, il primo ministro slovacco Robert Fico avrebbe raccontato ad altri leader Ue di aver avuto un incontro strano con Trump a Mar-a-Lago. Stando ad alcuni funzionari, il premier sarebbe rimasto scioccato dallo stato in cui ha trovato il tycoon apparso «pericoloso» e «fuori di testa». Fico dal canto suo ha smentito la ricostruzione, ma il dubbio rimane.

Trump non licenzia più nessuno: che fine ha fatto Mr Apprentice?
Robert Fico (Imagoeconomica).