Aereo militare caduto in Colombia, sale il bilancio delle vittime

È salito ad almeno 66 morti il bilancio dello schianto di un aereo militare colombiano con a bordo 125 tra soldati e membri dell’equipaggio, precipitato il 23 marzo nella Foresta Amazzonica poco dopo il decollo da Puerto Leguizamo, vicino al confine meridionale con Ecuador e Perù. L’aereo precipitato era un Hercules C-130, velivolo utilizzato spesso in Colombia per il trasporto di militari. A febbraio, un altro incidente aveva coinvolto un aereo dello stesso tipo: il velivolo si era schiantato nella città di El Alto, causando la morte di 20 persone. Non sono ancora note le cause dell’incidente, ma è stato escluso che il disastro sia dovuto a un’azione dei tanti gruppi armati che operano nel Paese sudamericano.

Usa, Markwayne Mullin nuovo capo della Sicurezza interna

Il Senato americano ha confermato Markwayne Mullin come nuovo capo del dipartimento per la Sicurezza interna (Dhs) dopo il licenziamento di Kristi Noem avvenuto all’inizio del marzo 2026. La votazione di conferma ha visto 54 voti favorevoli e 45 contrari. 48 anni, ex wrestler e combattente di arti marziali, Mullin è stato senatore per l’Oklahoma. Durante l’audizione di conferma davanti al Senato tenutasi la settimana prima, ha dichiarato che uno dei suoi obiettivi sarebbe stato quello di allontanare il Dhs e la sua controversa agenzia per l’Immigrazione e le dogane (Ice) dai riflettori: «Il mio obiettivo, tra sei mesi, è che non siamo la notizia principale ogni singolo giorno. Voglio proteggere la patria. Voglio portare tranquillità. Voglio restituire fiducia all’agenzia». Mullin ha poi aperto all’ipotesi di richiedere mandati per l’applicazione delle norme sull’immigrazione. Un potenziale cambio di passo rispetto all’attuale politica e una richiesta dei Democratici nell’ambito delle trattative in corso sui finanziamenti, scaduti il 14 febbraio.

Iran, Trump: «Con Teheran raggiunto un accordo su 15 punti»

Un «cambio di regime» è in corso in Iran. Lo ha annunciato Donald Trump parlando con la stampa a Mar-a-Lago. Il presidente Usa ha aggiunto che sono in corso colloqui con Teheran che non coinvolgono la nuova Guida suprema, Mojtaba Khamenei – che Trump ha detto di non riconoscere – ma con persone definite «molto ragionevoli». «Sono molto rispettate», ha continuato, «forse una di loro sarà esattamente ciò che stiamo cercando». Se però i colloqui falliranno, ha avvertito il tycoon, «continueremo a bombardare». Trump ha anche accennato a «importanti punti di accordo», dopo aver posticipato di cinque giorni la minaccia di distruggere le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane se Teheran non consentirà il transito dallo Stretto di Hormuz. Il presidente Usa ha spiegato che il passaggio potrebbe essere controllato «in modo congiunto». Il presidente Usa ha precisato che l’accordo si articola in 15 punti. «Vogliamo l’uranio arricchito» della Repubblica islamica, ha aggiunto, che Teheran non riprenda il processo di arricchimento e non si doti di armi nucleari.

Trump rinvia gli attacchi ai siti energetici iraniani

Donald Trump ha annunciato il rinvio di cinque giorni degli attacchi contro impianti e infrastrutture energetiche dell’Iran, minacciati in caso di mancata riapertura dello Stretto di Hormuz allo scadere delle 48 ore “concesse” a Teheran per agire in tal senso. Il presidente Usa su Truth ha spiegato che negli ultimi due giorni ci sono state «discussioni produttive» con l’Iran.

Il messaggio di Trump su Truth

«Basandomi sul tenore e il tono di queste conversazioni approfondite, dettagliate e costruttive, che continueranno per tutta la settimana, ho dato istruzioni al dipartimento per la Guerra di rinviare ogni attacco militare contro le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane per un periodo di cinque giorni, subordinatamente al successo degli incontri e delle discussioni in corso». Il messaggio di Trump arriva a stretto giro da un altro annuncio: quello del Consiglio di Difesa iraniano, che ha minacciato di minare l’intero Golfo Persico in risposta a eventuali attacchi contro le coste o le isole della Repubblica Islamica.

L’Iran minaccia di minare tutto il Golfo Persico

Il Consiglio di Difesa iraniano ha minacciato di dispiegare mine navali in tutto il Golfo Persico in caso di attacchi contro le coste o le isole della Repubblica Islamica, spiegando che verrebbero colpite tutte le vie di accesso e le linee di comunicazione marittime con diversi tipi di ordigni. Secondo la dichiarazione del Consiglio di Difesa, che è stato creato dopo la guerra dei 12 giorni tra Iran e Israele nel giugno 2025 e opera sotto l’autorità del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, «l’area potrebbe diventare simile allo Stretto di Hormuz, con gravi conseguenze per il traffico energetico globale». Quella di Teheran è una risposta all’ultimatum lanciato da Donald Trump, che ha “concesso” 48 ore per la riapertura di Hormuz, minacciando altrimenti di colpire le centrali nucleari iraniane. «Qualsiasi tentativo da parte del nemico di attaccare le coste o le isole iraniane comporterà naturalmente, in conformità con le consolidate prassi militari, il minamento di tutte le vie di accesso e le linee di comunicazione nel Golfo Persico e nelle aree costiere con vari tipi di mine navali, comprese le mine galleggianti dispiegabili dalla costa», si legge nella dichiarazione di Teheran.

Morto l’ex premier francese Lionel Jospin

È morto a 88 anni Lionel Jospin: leader del Partito socialista francese dal 1981 al 1988 e poi dal 1995 al 1997, fu primo ministro dal 1997 al 2002 sotto il presidente di centrodestra Jacques Chirac, in quella che è stata la terza – e più lunga – cohabitation della Quinta Repubblica. Il suo governo di coalizione, ad oggi il più longevo della Cinquième République, istituì la settimana lavorativa di 35 ore.

Morto l’ex premier francese Lionel Jospin
Morto l’ex premier francese Lionel Jospin
Morto l’ex premier francese Lionel Jospin
Morto l’ex premier francese Lionel Jospin
Morto l’ex premier francese Lionel Jospin
Morto l’ex premier francese Lionel Jospin
Morto l’ex premier francese Lionel Jospin
Morto l’ex premier francese Lionel Jospin
Morto l’ex premier francese Lionel Jospin
Morto l’ex premier francese Lionel Jospin
Morto l’ex premier francese Lionel Jospin
Morto l’ex premier francese Lionel Jospin
Morto l’ex premier francese Lionel Jospin
Morto l’ex premier francese Lionel Jospin

Si era candidato due volte all’Eliseo

Jospin si era candidato senza successo anche alle elezioni presidenziali del 1995 e del 2002, che videro la vittoria di Chirac. Nel primo caso Jospin fu superato al ballottaggio dal candidato gollista, mentre nel secondo fu addirittura eliminato al primo turno da Jean-Marie Le Pen, leader del Front National. Mai, nella storia della Quinta Repubblica, i socialisti erano stati estromessi dal ballottaggio a favore di un candidato di estrema destra. Possibile candidato del PS in vista delle Presidenziali del 2007, Jospin si tirò poi fuori vista la popolarità di cui godeva Ségolène Royal, che sarebbe poi stata sconfitta da Nicolas Sarkozy.

Chi è Emmanuel Gregoire, nuovo sindaco di Parigi

Nelle elezioni municipali che sono appena svolte in Francia la sinistra ha tenuto il controllo di Parigi, Marsiglia e Lione. Nella Capitale transalpina è stato eletto sindaco Emmanuel Gregoire, candidato della gauche che ha rifiutato l’alleanza con La France Insoumise: superata l’ex ministra Rachida Dati. Il nuovo primo cittadino ha ottenuto il 50,52 per cento dei voti. L’ex ministra, un tempo protetta di Nicolas Sarkozy e oggi vicina al presidente Emmanuel Macron, si è fermata al 41,52 per cento delle preferenze, mentre Sophia Chikirou di LFI si è classificata terza con il 7,96 per cento dei voti. Ecco chi è Gregorie, che succede alla collega Anne Hidalgo.

Chi è Emmanuel Gregoire, nuovo sindaco di Parigi
Emmanuel Gregoire, nuovo sindaco di Parigi (Ansa).

La carriera politica di Gregoire, nuovo sindaco di Parigi

Esponente del Partito socialista, Gregoire è nato nel 1977 a Les Lilas, nella regione dell’Île-de-France. Figlio di un militante del Partito comunista, dopo aver frequentato l’Institut d’études politiques de Bordeaux si è avvicinato ai socialdemocratici, aderendo al partito nel 2002, in occasione della corsa all’Eliseo di Lionel Jospin. Dal 2010 al 2012 è stato capo di gabinetto del sindaco di Parigi Bertrand Delanoë. Poi, dopo la vittoria di François Hollande alle elezioni presidenziali del 2012, è entrato a fare parte del suo staff, lavorando anche per il primo ministro Jean-Marc Ayrault. A seguito delle dimissioni di quest’ultimo, Gregoire è tornato al Comune di Parigi nella squadra della neoeletta sindaca Hidalgo, come assessore, inizialmente con delega alle risorse umane, ai servizi pubblici e alla modernizzazione amministrativa e successivamente al bilancio e alla trasformazione delle politiche pubbliche. Nel 2018 ha preso il posto di Bruno Julliard come primo vicesindaco. Nel 2024 l’addio all’Hôtel de Ville e l’approdo all’Assemblea Nazionale come deputato del settimo collegio elettorale di Parigi. Che, ha precisato dopo l’elezione a sindaco, «non è e non sarà mai una città di estrema destra», promettendo di fare della capitale transalpina un «laboratorio di resistenza» in vista delle Presidenziali del 2027.

Scontro tra un aereo e un mezzo di soccorso: chiuso l’aeroporto LaGuardia di New York

L’aeroporto Fiorello LaGuardia, il più piccolo ma anche il più centrale degli scali di New York, è stato chiuso in seguito a uno scontro in pista tra un aereo che stava atterrando e un veicolo, avvenuto alle 23:40 del 22 marzo. Nell’incidente sono morti il comandante e il secondo pilota dell’aereo. Ci sono anche 13 feriti, tra cui due vigili del fuoco.

Coinvolti un velivolo Jazz Aviation operante per conto di Air Canada, che era partito dall’aeroporto internazionale di Montreal, che si è scontrato sulla pista 4 con un mezzo di soccorso e antincendio dell’Autorità Portuale, che stava intervenendo per un altro incidente.

Scontro tra un aereo e un mezzo di soccorso: chiuso l’aeroporto LaGuardia di New York
Scontro tra un aereo e un mezzo di soccorso: chiuso l’aeroporto LaGuardia di New York
Scontro tra un aereo e un mezzo di soccorso: chiuso l’aeroporto LaGuardia di New York
Scontro tra un aereo e un mezzo di soccorso: chiuso l’aeroporto LaGuardia di New York

La trappola degli Emirati: quando l’«hub neutro» del Golfo scopre di non esserlo più

C’è un momento preciso in cui una narrazione costruita per decenni comincia a sgretolarsi. Per gli Emirati Arabi Uniti, quel momento è adesso, e si misura in droni, impianti di gas in fiamme, spread bancari e liquidità d’emergenza. Il 16 marzo, un attacco con droni ha innescato un incendio nello Shah gas field ad Abu Dhabi, il primo attacco diretto a un giacimento produttivo emiratino dall’inizio della guerra. L’impianto fornisce circa il 20 per cento dell’approvvigionamento interno di gas degli UAE e il 5 per cento del solfato granulato mondiale. Il giorno dopo, lo stesso copione: un incendio nella zona industriale petrolifera di Fujairah, una petroliera colpita a 23 miglia nautiche a est del porto, la raffineria di Ruwais fermata come misura precauzionale dopo un precedente attacco con droni. 

La Banca centrale emiratina ostenta sicurezza ma vara pacchetti di emergenza

Il 18 marzo, la banca centrale emiratina ha convocato una riunione straordinaria del consiglio e approvato un pacchetto d’emergenza per l’intero sistema bancario. Le misure consentono agli istituti di credito di accedere fino al 30 per cento dei saldi delle riserve obbligatorie e di attingere a linee di liquidità a termine in dirham (AED) e dollari, mentre le ricadute della guerra con l’Iran si ripercuotono sui mercati regionali e intaccano il sentiment degli investitori. Il pacchetto è strutturato su cinque pilastri: accesso ampliato alle riserve, allentamento temporaneo dei ratio di liquidità e funding, rilascio del Countercyclical Capital Buffer e del Capital Conservation Buffer, flessibilità nella classificazione dei crediti deteriorati per i clienti colpiti dalle «circostanze straordinarie». Abu Dhabi ha reagito con la comunicazione rodata delle petromonarchie in stato d’emergenza: tutto sotto controllo, i fondamentali sono solidi, il sistema regge. Riserve valutarie superiori a un trilione di AED (270 miliardi di dollari), monetary base cover ratio al 119 per cento, settore bancario da 5,4 trilioni di AED, liquidità totale delle banche presso la banca centrale vicina ai 920 miliardi di AED. Numeri reali. Ma che non spiegano perché si sia dovuto rilasciare simultaneamente entrambi i capital buffer (le riserve di capitale) e ammorbidire le regole sugli NPL. Queste sono misure che si usano quando il sistema mostra crepe. Non si mobilita tutto questo arsenale regolatorio «per precauzione».

La scommessa di Mohammed bin Zayed: accreditarsi come hub neutro del Medio Oriente

I mercati hanno reagito in modo rivelatore: Dubai ha guadagnato fino al 3,4 per cento nella seduta successiva all’annuncio, prima di ripiegare a un più modesto +0,8 per cento, con Emirates NBD che aveva toccato un rally intraday di oltre il 9 per cento per poi chiudere quasi invariata. Un rimbalzo tecnico da panico assorbito, non da fiducia ritrovata. La differenza è sottile nei grafici, enorme nella sostanza. Il problema non è congiunturale. È strutturale. E radica in una scommessa geopolitica che Mohammed bin Zayed ha fatto negli ultimi cinque anni, una scommessa che la guerra sta presentando al tavolo per il pagamento. Gli UAE hanno costruito la propria fortuna sull’idea di essere l’hub neutro del Medio Oriente: la piattaforma dove i capitali del mondo arabo, dell’Asia e dell’Occidente si incontravano senza chiedersi troppo da dove venissero o a chi appartenessero. Dubai era il luogo dove un oligarca russo, un imprenditore iraniano, un fondo sovrano saudita e un family office israeliano potevano sedersi allo stesso tavolo, fare affari e rientrare nei propri Paesi. La neutralità era il prodotto. La fiducia era il capitale vero, quello non iscritto in bilancio.

La trappola degli Emirati: quando l’«hub neutro» del Golfo scopre di non esserlo più
Donald Trump con Mohamed bin Zayed Al Nahyan (Ansa).

La prima incrinatura è arrivata con gli Accordi di Abramo

Gli Accordi di Abramo del settembre 2020 hanno segnato la prima incrinatura visibile di quella costruzione. La normalizzazione dei rapporti con Israele ha aperto la strada a nuove partnership commerciali bilaterali e a un accordo di partenariato economico complessivo firmato nel 2023, il più grande tra Israele e qualunque Paese arabo, con l’obiettivo di portare il commercio bilaterale oltre i 10 miliardi di dollari in cinque anni. Il calcolo emiratino era razionale e, all’epoca, difendibile: sicurezza garantita dagli americani, accesso a tecnologia militare e civile israeliana, vantaggio competitivo rispetto ai vicini, un’assicurazione sulla vita pagata in cambio di legittimità geopolitica occidentale. Ma c’era un costo che Abu Dhabi aveva scelto di non contabilizzare: la percezione nel mondo arabo e islamico allargato. Già nel settembre 2025, dopo che l’aviazione israeliana aveva bombardato un edificio a Doha dove si erano riuniti leader di Hamas, MBZ aveva convocato una riunione d’emergenza per valutare le opzioni di risposta degli UAE, furioso per il fatto che Israele si fosse scatenato «con i suoi aerei» dove voleva. L’opzione di congelare gli Accordi di Abramo era arrivata sul tavolo, per poi essere accantonata. Un anno dopo, quella scelta di non rompere pesa come un macigno.

La trappola degli Emirati: quando l’«hub neutro» del Golfo scopre di non esserlo più
Donald Trump alla cerimonia per la firma degli Accordi di Abramo con Benjamin Netanyahu e i ministri degli Esteri degli Emirati e del Bahrain, lo sceicco Abdullah bin Zayed bin Sultan Al Nahyan e Abdullatif bin Rashid Alzayani (Ansa).

La strategia iraniana: dimostrare che Dubai non è più un porto sicuro

Poi è arrivata la guerra aperta con l’Iran. E con la guerra è arrivato il conto. Teheran non ha bisogno di conquistare Dubai. Non deve nemmeno farla collassare. Le basta dimostrare, colpo dopo colpo, settimana dopo settimana, che Dubai non è più un porto sicuro. Con lo Shah gas plant fermo per la valutazione dei danni e la conseguente tensione sul mercato globale dei fertilizzanti – dato che il solfato di Shah viaggiava via ferrovia fino al terminal di Ruwais per l’export – il messaggio non è energetico, è politico: avete scelto da che parte stare, e ora ne pagate le conseguenze; i capitali lì depositati non dormono sonni tranquilli, l’hub ha smesso di essere neutro. Secondo Hussein Ibish, senior scholar all’Arab Gulf States Institute di Washington, la guerra ha convinto molti Paesi del Golfo che Israele è diventato «una fonte primaria di insicurezza e instabilità in Medio Oriente, almeno al pari di Teheran». Una valutazione che, pronunciata da un analista del Golfo, vale quanto un declassamento del rating.

La trappola degli Emirati: quando l’«hub neutro» del Golfo scopre di non esserlo più
Esplosione nei pressi dell’aeroporto internazionale di Dubai, il 16 marzo 2026 (Ansa).

L’erosione della fiducia produce effetti irreversibili

Ed è esattamente questo il messaggio che sta circolando nelle sale dei grandi fondi e delle banche private internazionali. Non è un crollo, almeno non nei termini che si misurano sugli spreadsheet di domani mattina. È qualcosa di più sottile e più duraturo: l’erosione della parola. Quella di MBZ, che aveva garantito stabilità, neutralità, affidabilità a chiunque portasse capitali nel suo emirato. Quella di un sistema che si era venduto come impermeabile alle turbolenze regionali, come il luogo dove la geopolitica si fermava al confine e il business continuava indisturbato. La storia insegna che queste erosioni non producono effetti istantanei. Producono effetti irreversibili. Chi diversifica da Dubai oggi raramente torna. Chi apre un conto a Singapore o trasferisce la holding a Ginevra invece che al Dubai International Financial Centre non si risposta facilmente. Il capitale è viscoso in entrata, fluido in uscita, e la memoria degli investitori istituzionali è straordinariamente lunga quando si tratta di sicurezza patrimoniale.

La trappola degli Emirati: quando l’«hub neutro» del Golfo scopre di non esserlo più
H.E. Khaled Mohamed Balama, governatore della Banca centrale degli Emirati (dal profilo Instagram).

L’allineamento con Washington e Tel Aviv non ha assicurato stabilità, anzi

La mossa della Banca centrale — tecnicamente corretta, probabilmente necessaria — ha il difetto di confermare ciò che voleva smentire. Il resilience package è la prova documentale che c’è qualcosa da cui difendersi. L’emissione di comunicati che proclamano solidità del sistema mentre si rilasciano contemporaneamente tutti i buffer disponibili è una contraddizione che gli analisti finanziari sanno leggere benissimo. MBZ ha scommesso che l’allineamento con Washington e Tel Aviv avrebbe comprato sicurezza duratura a fronte di qualche attrito con il mondo arabo. Quella scommessa prevedeva un Iran sconfitto rapidamente, un Medio Oriente riconfigurato attorno all’asse americano-israeliano-sunnita, e gli UAE come snodo indispensabile di quel nuovo ordine. Nessuno di questi scenari si è materializzato. L’Iran colpisce le infrastrutture emiratine con droni e non paga alcun prezzo diretto per farlo. Israele «si scatena con i suoi aerei dove vuole» — parole di MBZ stesso — e gli UAE incassano le ripercussioni senza potersi sfilare dall’alleanza per non perdere la copertura americana. Una trappola perfetta.

La trappola degli Emirati: quando l’«hub neutro» del Golfo scopre di non esserlo più
Sheikh Mohamed bin Zayed Al Nahyan e Donald Trump (Ansa).

Il castello narrativo di MBZ sta perdendo pezzi

C’è una parola in arabo che nel mondo del commercio e della finanza del Golfo pesa quanto una sentenza: wajh, che significa letteralmente “faccia”, ma traslata vale reputazione, credibilità, la parola che vale più di qualsiasi contratto scritto. MBZ ha costruito per 20 anni il wajh degli Emirati come garante affidabile, interlocutore equidistante, porto sicuro per i capitali di chiunque. Quella costruzione non collassa in una settimana. Ma si incrina. E le crepe, nel cemento come nella reputazione, tendono ad allargarsi da sole. Ci vorranno anni prima che il conto finale sia visibile. Ma chi si fida ancora della parola del beduino di Abu Dhabi sa già che quella parola ora ha un asterisco. E gli asterischi, nella finanza internazionale, costano caro.

Esplosione nel quartiere ebraico della Città Vecchia di Gerusalemme dopo un attacco di Teheran

Esplosione nel quartiere ebraico della Città Vecchia di Gerusalemme, a circa 350 metri dalla Moschea di Al Aqsa, dopo l’ultimo lancio di missili dall’Iran. Non è chiaro se sia stata causata dall’impatto di un razzo o da frammenti di intercettori: la seconda ipotesi sembra la più probabile, in quanto appare poco realistico che l’Iran abbia deliberatamente puntato contro il quartiere ebraico, confinante con quello musulmano e la Spianata delle Moschee. In ogni caso non sono stati segnalati feriti.

Il ministero degli Esteri di Israele ha definito ironicamente quanto accaduto come un «regalo iraniano per Eid al-Fitr», ovvero la ricorrenza musulmana che segna la fine del mese del Ramadan: «L’attacco ai luoghi santi per tutte e tre le religioni rivela la follia del regime iraniano, che si professa religioso». La Spianata delle Moschee, a breve distanza dall’impatto, è chiusa ai fedeli dall’inizio della guerra a causa delle restrizioni sugli assembramenti.

L’attacco di Trump alla Nato: «Codardi, senza gli Usa siete una tigre di carta»

Donald Trump all’attacco della Nato. «Senza gli Usa l’Alleanza è una tigre di carta», ha scritto in un post su Truth. «Non volevano unirsi alla battaglia per fermare un Iran con il nucleare. Ora che la battaglia è vinta dal punto di vista militare, con ben pochi pericoli per loro, si lamentano degli alti prezzi del petrolio che devono pagare, ma non vogliono aiutare ad aprire lo Stretto di Hormuz. Una semplice manovra militare che è l’unica ragione degli alti prezzi del petrolio. Così facile da fare per loro, con così pochi rischi. Codardi, ce ne ricorderemo».

Sei Paesi pronti a inviare navi nello Stretto ma solo se cessano le ostilità

Da giorni il presidente americano incalza gli Alleati affinché flotte europee vengano mandate nelle acque di Hormuz. Proprio il giorno prima, su iniziativa del premier britannico Keir Starmer, sei Paesi (Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Olanda e Giappone) avevano aderito all’ipotesi di inviare una missione navale per garantire la navigazione nello Stretto. Ma a patto che cessino le ostilità. Un po’ tutti, in realtà, «auspicano» l’intervento dell’Onu (anche se questa parola non compare mai nel testo), ma il Consiglio di Sicurezza, ovvero la cabina di comando dell’organizzazione, può autorizzare una missione solo se nessuno dei cinque membri permanenti oppone il veto. Occorrerebbe dunque il via libera non solo di Stati Uniti, Francia e Regno Unito, ma anche di Russia e Cina. Ed è difficile ipotizzare che Pechino e Mosca possano assecondare una spedizione armata contro l’Iran.

Trump avrà la sua moneta d’oro: verrà coniata per il 250esimo anniversario della nascita degli Usa

Negli Stati Uniti verrà coniata una moneta d’oro commemorativa (non corrente) con l’immagine di Donald Trump, in deroga al regolamento generale che vieta ai presidenti in carica e comunque viventi di comparire su monete e banconote. Ad approvare il conio è stata la Commissione federale per le belle arti, i cui membri (manco a dirlo) sono stati scelti tutti dallo stesso tycoon dopo aver licenziato i precedenti. La moneta Liberty verrà coniata in occasione del 250esimo anniversario della nascita degli Usa, il 4 luglio, e sarà emessa a discrezione del segretario del Tesoro Scott Bessent (che ha discrezionalità in materia di conio). «Propongo di approvarla così come presentata, e con il forte incoraggiamento a renderla il più grande possibile, fino a tre pollici (circa 7,62 cm) di diametro», ha detto il vicepresidente della Commissione James McCrery, Per fare un confronto, una moneta da un quarto di dollaro statunitense ha un diametro inferiore a un pollice (circa 2,54 cm). Sarà comunque la zecca federale a stabilire le dimensioni della moneta.

La missione Nato si ritira temporaneamente dall’Iraq

La missione Nato in Iraq si è temporaneamente ritirata dal Paese. LO hanno riferito all’Afp due funzionari della sicurezza di Baghdad, spiegando che alla base della decisione c’è l’impatto della guerra in Medio Oriente e che «non ci sono disaccordi» tra l’Allenza atlantica e il governo iracheno. Successivamente è arrivata la dichiarazione di Alisson Hart, portavoce della Nato: «Possiamo confermare che stiamo rimodellando il nostro dispiegamento nell’ambito della missione in Iraq. La sicurezza del nostro personale è di primaria importanza». Resterà nel Paese solo una piccola parte del personale: la missione dell’Alleanza ha il suo quartier generale in una base militare irachena nella Green Zone di Baghdad, vicino all’ambasciata statunitense, che è stata bersaglio di diversi attacchi iraniani dall’inizio della guerra.

La missione Nato si ritira temporaneamente dall’Iraq
L’ambasciata Usa a Baghdad (Ansa).

La missione, avviata nel 2016, è stata ampliata cinque anni dopo

Come si legge anche sul sito del ministero delle Difesa italiano, quella nel Paese mediorientale «è una missione – non combattente – di assistenza e addestramento che mira a sostenere l’Iraq nel rafforzamento delle sue istituzioni e forze di sicurezza, in modo che esse stesse siano in grado stabilizzare il loro Paese, combattere il terrorismo e impedire il ritorno di Daesh». La missione è stata avviata durante il Nato Summit del 2016 su richiesta di Baghdad, ed è stata poi ampliata nel 2021.

Erdogan: «Israele pagherà il prezzo, possa Dio distruggerlo»

Duro attacco da parte del presidente turco Recep Tayyip Erdogan a Israele, da lui accusato di avere ucciso migliaia di persone durante una cerimonia per la conclusione del Ramadan, dopo la preghiera in una moschea di Rize, sulla costa del Mar Nero, di cui la sua famiglia è originaria. «Non ho dubbi che ne pagherà il prezzo, il Medio Oriente è incandescente in questo momento», ha aggiunto prima di alzare i toni:«Possa Al-Kahrar (ndr uno dei nomi usati nell’Islam per descrivere Dio) schiacciare e distruggere Israele. Che Dio ci protegga e ci preservi al più presto dalla calamità dei sionisti».

Iran, ucciso anche il portavoce dei pasdaran

Il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica ha annunciato la morte del portavoce Ali Mohammad Naini, «martirizzato nel criminale e codardo attacco terroristico della parte americano-sionista all’alba». L’uccisione di Naini è stata poi confermata dall’esercito israeliano. Su X l’IDF ha ricordato che il portavoce dei pasdaran «ha ricoperto diversi ruoli nell’ambito della propaganda e delle pubbliche relazioni» negli ultimi due anni, diffondendo i messaggi del regime iraniano «ai suoi alleati in tutto il Medio Oriente al fine di influenzare e promuovere attacchi terroristici contro Israele». Membro dei Guardiani della rivoluzione dal 1978 e secondo generale di brigata, Naini aveva 68 anni e ricopriva la carica di portavoce dei pasdaran da luglio del 2024, quando aveva preso il posto di Ramazan Sharif.

Il nuovo messaggio attribuito a Khamenei, «Bisogna creare insicurezza per i nemici»

L’agenzia di stampa iraniana semi-ufficiale Mehr News ha diffuso un messaggio attribuito alla Guida Suprema Mojtaba Khamenei in cui l’ayatollah sostiene che «il ministero dell’Intelligence deve proseguire sulla sua strada, creando insicurezza per i nemici e sicurezza per i cittadini iraniani» dopo la morte del ministro Esmaeil Khatib. Nel messaggio, quest’ultimo viene descritto come «un veterano di guerra instancabile che ha profuso grandi sforzi per la causa della Rivoluzione Islamica».

Pasdaran: «Nostro portavoce ucciso in un attacco Usa-Israele»

Intanto, i pasdaran hanno dichiarato che gli attacchi statunitensi e israeliani hanno ucciso il loro portavoce Ali Mohammad Naini. In una dichiarazione sul loro sito web Sepah News, le Guardie della rivoluzione hanno affermato che Naini «è stato martirizzato nel vile e criminale attacco terroristico condotto dalla parte americano-sionista all’alba»..

La morte di Umberto Bossi sui media internazionali

Anche i media internazionali danno spazio, nelle versioni online, alla notizia della scomparsa di Umberto Bossi. I maggiori quotidiani d’Europa ne ricordano la storia e il ruolo nel panorama politico nazionale degli ultimi 45 anni.

La morte di Umberto Bossi sui media internazionali
La morte di Umberto Bossi sui media internazionali
La morte di Umberto Bossi sui media internazionali
La morte di Umberto Bossi sui media internazionali
La morte di Umberto Bossi sui media internazionali
La morte di Umberto Bossi sui media internazionali

Da Le Monde a El Pais, come l’estero ha raccontato la scomparsa del Senatur

Il francese Le Monde sottolinea che «riuscì a trasformare il suo piccolo partito regionale in un attore di primo piano della politica italiana, prima di essere travolto da problemi di salute e da uno scandalo di corruzione». Anche Le Parisien ha dato spazio alla notizia, ricordando che «questo caro amico di Silvio Berlusconi ha ricoperto diversi incarichi ministeriali negli anni 2000». Lo spagnolo El Pais ricorda invece il Senatur come una «figura trainante del nazionalismo nel Nord Italia capace di rivoluzionare la politica del paese negli Anni 90 con un partito anti-establishment che è poi diventato il più vecchio». Sempre dalla Spagna, El Mundo ha definito Bossi «una delle figure più importanti e al contempo controverse della politica italiana negli ultimi quattro decenni». Così invece il tedesco Der Spiegel: «Per anni è stato considerato una figura di spicco della destra nella politica italiana e uno stretto collaboratore di Silvio Berlusconi. Nel Nord Italia, Bossi ha goduto per un certo periodo di notevole successo grazie alle sue critiche al centralismo italiano e alle sue invettive, a volte veementi, contro il Sud». Anche il Die Welt ha ricordato l’amicizia con il Cavaliere e i suoi ruoli nel Parlamento italiano ed europeo.

Stretto di Hormuz, piano a sei per la riapertura: c’è anche l’Italia

Condannando con forza gli attacchi attribuiti a Teheran nel braccio di mare, Downing Street ha annunciato un piano a sei per garantire la navigazione commerciale nello Stretto di Hormuz, chiuso in parte dall’Iran in risposta agli attacchi di Stati Uniti e Israele. Oltre al Regno Unito, i Paesi che si sono dichiarati pronti a contribuire al piano sono l’Italia, la Francia, la Germania, i Paesi Bassi e il Giappone.

Stretto di Hormuz, piano a sei per la riapertura: c’è anche l’Italia
Keir Starmer e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

La nota congiunta

«Chiediamo all’Iran di cessare immediatamente le minacce, la posa di mine, gli attacchi con droni e missili e ogni altro tentativo di bloccare lo Stretto alla navigazione commerciale, nonché di conformarsi alla risoluzione 2817 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite», si legge in una nota congiunta. «La libertà di navigazione è un principio fondamentale del diritto internazionale». E poi: «Gli effetti delle azioni dell’Iran si faranno sentire sulle persone in tutto il mondo, soprattutto sui più vulnerabili. Accogliamo con favore l’impegno delle nazioni che si stanno adoperando nella pianificazione».

Araghchi: «Chi aiuta gli Usa sarà complice»

Durante una telefonata con l’omologo giapponese Toshimitsu Motegi, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi – riporta la Cnn – ha affermato che l’attuale situazione nello Stretto è stata causata da Stati Uniti e Israele e che la partecipazione di qualsiasi Paese al tentativo di rompere il blocco iraniano lo renderebbe «complice dell’aggressione e degli efferati crimini commessi dagli aggressori».

Corrispondente di Russia Today sfiorato da un missile dell’IDF in Libano: il video

Il corrispondente di Russia Today Steven Sweeney e il suo cameraman Ali Reda Sbeiti sono rimasti feriti in un attacco israeliano nel sud del Libano, vicino alla città costiera di Tiro, durante un collegamento in diretta in cui il giornalista stava parlando dei raid dell’IDF contro i siti di Hezbollah.

Impressionante il video di quanto accaduto, in cui si vede un missile cadere a pochi metri dalla postazione di Sweeney, con una forte esplosione: il giornalista era senza elmetto, ma indossa va il giubbotto antiproiettile con la scritta “Press”. Per fortuna l’incidente è stato archiviato senza gravi conseguenze per Sweeney e il cameraman, feriti solo in modo lieve.

Ue, la lettera di Meloni e della premier danese Frederiksen su migranti e Medio Oriente

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni e la premier danese, Mette Frederiksen, hanno inviato una lettera ai vertici Ue riguardo ai possibili rischi per i flussi migratori derivati dai recenti sviluppi in Medio Oriente, con l’obiettivo di evitare il ripetersi della crisi migratoria del 2015. «Ciò non sarebbe solo una catastrofe umanitaria per le persone direttamente coinvolte, ma rischierebbe anche di incidere sulla sicurezza e sulla coesione della nostra Unione», si legge nella lettera secondo quanto riportato dall’Agi, che l’ha visionata. «Dobbiamo fornire immediatamente un sostegno sufficiente ai nostri partner e agli Stati ospitanti in Medio Oriente, poiché i rifugiati e i migranti dovrebbero, in generale, essere assistiti nei luoghi in cui si trovano. Possiamo aiutare più persone, in modo migliore e più efficiente, fornendo sostegno direttamente alle loro regioni di origine», continuano le due leader.

Ue, la lettera di Meloni e della premier danese Frederiksen su migranti e Medio Oriente
Giorgia Meloni e Mette Frederiksen (Ansa).

Per le due premier occorre rafforzare le frontiere Ue e esplorare meccanismi di emergenza

Meloni e Frederiksen hanno accolto con favore l’adozione, da parte della Commissione europea, del pacchetto umanitario da 458 milioni di euro in risposta alla crisi umanitaria. E sostengono con forza «la mobilitazione di tutti gli strumenti diplomatici e operativi per garantire che i bisogni siano soddisfatti, al fine di mitigare il rischio di ulteriori movimenti verso l’Ue». Allo stesso tempo, continua la missiva, «dobbiamo essere preparati e adottare le misure necessarie qualora la situazione evolvesse. Non possiamo permetterci di essere colti di sorpresa come in passato. Ciò significa rafforzare ulteriormente le nostre frontiere affinché tutti gli Stati membri siano adeguatamente attrezzati per garantire che l’Ue abbia il pieno controllo delle sue frontiere esterne». Di qui l’invito alla Commissione e alle agenzie Ue competenti ad assistere gli Stati membri in questo sforzo e ad essere pronte a fornire un supporto rapido su richiesta. «Incoraggiamo inoltre la Commissione a esplorare meccanismi che possano fungere da freno di emergenza, da attivare come forza maggiore in caso di improvvisi movimenti migratori su larga scala verso l’Unione. Lo dobbiamo ai cittadini europei e alle popolazioni colpite», conclude la lettera.