Voghera, l’ex assessore Adriatici condannato a 12 anni per omicidio volontario

Massimo Adriatici, l’ex assessore di Voghera che nel 2021 uccise il senzatetto Youns El Boussettaoui, è stato condannato in primo grado a 12 anni di carcere per omicidio volontario. Potrà contare sullo sconto di pena di un terzo per aver scelto il rito abbreviato. La procura aveva chiesto 11 anni e quattro mesi di detenzione, la difesa l’assoluzione per legittima difesa. Adriatici dovrà anche versare 380 mila euro totali di risarcimenti – 90 mila ai genitori del 39enne marocchino e 50 mila per ogni fratello e sorella, quattro in totale, tutti costituitisi parte civile.

La ricostruzione dei fatti

Nella serata del 20 luglio 2021, in piazza Meardi a Voghera, l’allora assessore alla Sicurezza, avvocato ed ex poliziotto, sparò un colpo di pistola verso Youns, reo di star infastidendo i clienti seduti all’esterno del bar Ligure. I due avevano avuto un’iniziale colluttazione, con la vittima che aveva sferrato ad Adriatici un pugno in faccia. A quel punto quest’ultimo, caduto a terra, ha impugnato l’arma e colpito al petto il senzatetto. Costui fu dichiarato morto un’ora e mezza dopo «per choc emorragico acuto a causa della lacerazione della vena cava inferiore e dei vasi renali contigui». La procura ha parlato di «una vera e propria ronda armata», sostenendo che Adriatici fosse uscito di casa apposta per capire cosa stesse facendo Youns. Inizialmente aveva ipotizzato l’eccesso colposo di legittima difesa, chiedendo una condanna di tre anni e sei mesi. Ma quel processo non si è mai concluso e la giudice Valentina Nevoso, nel novembre del 2024, ha chiesto di riqualificare il reato nell’omicidio volontario. Capo d’imputazione accolto, con le attenuanti generiche, perché «Adriatici avrebbe potuto valutare meglio la situazione e sparare alle gambe, anche per il suo ruolo di ex poliziotto».

Roma, indagati 21 tra poliziotti e carabinieri per furti alla Stazione Termini

44 persone, di cui 21 tra carabinieri e poliziotti, sono indagate per furto aggravato dal pm Stefano Opilio. L’accusa è di aver sottratto oggetti alla Coin di via Giolitti, in Stazione Termini a Roma, causando un buco di 184 mila euro nel fatturato del 2024. Numeri che hanno spinto il negozio a installare telecamere ovunque per indagare sull’origine delle sparizioni, affidandosi a una società investigativa privata. È stata quest’ultima a scoprire il meccanismo: una cassiera della Coin metteva da parte la merce (borse, cappelli, giacche, intimo, cosmetici e profumi), la nascondeva in un armadio, rimuoveva le tacche anti taccheggio e preparava le buste che consegnava poi a militari e agenti.

Chi sono gli indagati tra le forze dell’ordine

Nel registro degli indagati figurano nove membri della Polizia tra cui un primo dirigente della Polfer, due commissari, un ispettore, un assistente capo, un vice sovrintendente, un assistente capo coordinatore, un sovrintendente capo e un’agente. A questi si aggiungono 12 esponenti dell’Arma dei Carabinieri tra cui un brigadiere, diversi vice brigadieri e appuntati scelti in servizio presso la stazione. In tutte le occasioni non si è mai trattato di colpi eclatanti, perché il meccanismo era stato costruito per non dare nell’occhio con piccoli furti costanti. Oltre alle forze dell’ordine ci sono un’altra ventina di indagati tra cui dipendenti di negozi vicini, tutti sorpresi a fare shopping alla Coin con lo stesso metodo e con la complicità della stessa cassiera.

Le parole del poliziotto che ha ucciso lo spacciatore a Rogoredo

Carmelo Cinturrino, l’assistente capo della Polizia arrestato per l’omicidio a Rogoredo di Abderrahim Mansouri, si è rivolto al suo l’avvocato Piero Porciani con queste parole, riferite dallo stesso legale prima dell’interrogatorio di convalida davanti al gip nel carcere di San Vittore: «Dovevo essere quello che faceva osservare la legge, ho sbagliato. Chiedo scusa a tutte le persone che indossano la divisa: ho tradito la loro fiducia».

Le parole del poliziotto che ha ucciso lo spacciatore a Rogoredo
Abderrahim Mansouri e Carmelo Cinturrino (Ansa).

Il legale: «Cinturrino ha sparato perché aveva paura»

Porciani ha inoltre affermato che il suo assistito è «triste, pentito di quello che ha fatto». L’avvocato ha poi ribadito che Cinturrino «ha sparato perché aveva paura» e che «quello che ha fatto dopo è stato un errore», ammettendo di fatto la messinscena orchestrata dal poliziotto. A tal proposito, il legale ha detto che la pistola «era in quello zaino da qualche tempo» e che pertanto il suo collega, andato in commissariato a prenderla, «non poteva non sapere». Per quanto riguarda altre illazioni riguardanti Cinturrino, Porciani ha dichiarato che il suo assistito «non ha mai preso un centesimo da nessuno».

La messinscena per coprire l’omicidio del pusher

Secondo il pm Giovanni Tarzia e il procuratore Marcello Viola che hanno coordinato le indagini, Cinturrino avrebbe sparato e ucciso Mansouri quando questi era disarmato. Solo in un secondo momento, e dopo aver ordinato a un collega di andare al commissariato a prendere uno zaino, avrebbe lasciato accanto al corpo la replica giocattolo di una pistola Beretta 92 che teneva in ufficio. Una messinscena organizzata per coprire l’omicidio resa palese nei giorni successivi anche grazie alle dichiarazioni di alcuni testimoni. In più, mentre la vittima era a terra agonizzante, ma ancora viva, Cinturrino non avrebbe chiamato i soccorsi, né avrebbe segnalato alla centrale operativa della questura quanto successo. La chiamata sarebbe avvenuta solo 23 minuti dopo. Il 23 febbraio il consulente nominato dalla difesa, Dario Redaelli, ha lasciato l’incarico: «Non posso pensare di difendere una persona che ha preso in giro non solo il sottoscritto ma soprattutto l’istituzione di cui ho fatto parte per 40 anni».

Rogoredo, il consulente della difesa dell’agente Cinturrino lascia l’incarico

Dopo il fermo dell’agente Carmelo Cinturrino con l’accusa di omicidio volontario in relazione ai fatti di Rogoredo del 26 gennaio, il consulente nominato dalla sua difesa, Dario Redaelli, ha lasciato l’incarico. «Non posso pensare di difendere una persona che ha preso in giro non solo il sottoscritto ma soprattutto l’istituzione di cui ho fatto parte per 40 anni», ha affermato secondo quanto riportato da Tgcom24. Redaelli, in passato esperto della polizia di Stato in materia di investigazioni scientifiche, ha aggiunto: «Mi dispiace molto per tutti i poliziotti che ogni giorno si impegnano per garantire la sicurezza degli italiani e che rappresentano al meglio la divisa che indossano».

Il poliziotto avrebbe organizzato una messinscena per coprire l’omicidio di un pusher

Secondo il pm Giovanni Tarzia e il procuratore Marcello Viola che hanno coordinato le indagini, Cinturrino avrebbe sparato e ucciso il pusher Abderrahim Mansouri quando questi era disarmato. Solo in un secondo momento, e dopo aver ordinato a un collega di andare al commissariato a prendere uno zaino, avrebbe lasciato accanto al corpo la replica giocattolo di una pistola Beretta 92 che teneva in ufficio. Una messinscena organizzata per coprire l’omicidio resa palese nei giorni successivi anche grazie alle dichiarazioni di alcuni testimoni. In più, mentre la vittima era a terra agonizzante, ma ancora viva, Cinturrino non avrebbe chiamato i soccorsi, né avrebbe segnalato alla centrale operativa della questura quanto successo. La chiamata sarebbe avvenuta solo 23 minuti dopo.

Pusher ucciso a Rogoredo, l’agente Cinturrino fermato per omicidio volontario

Carmelo Cinturrino, il poliziotto che il 26 gennaio ha sparato e ucciso il pusher Abderrahim Mansouri a Rogoredo, è stato fermato con l’accusa di omicidio volontario. Già indagato come «atto dovuto» per il medesimo reato, secondo il pm Giovanni Tarzia e il procuratore Marcello Viola che hanno coordinato le indagini avrebbe colpito lo spacciatore marocchino quando era disarmato. Solo in un secondo momento, e dopo aver ordinato a un collega di andare al commissariato a prendere uno zaino, avrebbe lasciato accanto al corpo la replica giocattolo di una pistola Beretta 92 che teneva in ufficio.

La messinscena organizzata per coprire l’omicidio

«Ha messo la mano in tasca, estratto l’arma e me l’ha puntata contro. Ho avuto paura e gli ho sparato», aveva raccontato l’agente agli investigatori. Menzogne sbugiardate nei giorni successivi anche grazie alle dichiarazioni di alcuni testimoni. In più, mentre la vittima era a terra agonizzante, ma ancora viva, Cinturrino non avrebbe chiamato i soccorsi, né avrebbe segnalato alla centrale operativa della questura quanto successo. La chiamata è avvenuta solo 23 minuti dopo, il tempo in cui avrebbe organizzato la messinscena contando sulla «copertura» dei colleghi che erano con lui. Interrogati come indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, costoro hanno ammesso tutto riferendo anche di «arresti fuori dalle regole» e rapporti «sospetti» con alcuni pusher del Corvetto. Forse conosceva anche lo stesso Mansouri, come riferito dai familiari di quest’ultimo secondo i quali «Cinturrino gli estorceva 5 grammi di coca e 200 euro al giorno».

Pusher ucciso a Rogoredo, il poliziotto avrebbe mentito: le deposizioni dei colleghi

La posizione di Carmelo Cinturrino, l’assistente capo di polizia indagato per l’omicidio volontario di Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo a Milano, si sta aggravando sempre di più. Secondo le versioni rese negli interrogatori da quattro colleghi indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, il 42enne avrebbe gestito da solo e in maniera a dir poco opaca i concitati momenti dopo il colpo sparato. Ecco cosa sta emergendo.

Avrebbe mentito sulla chiamata ai soccorsi

Innanzitutto, Cinturrino avrebbe mentito agli altri agenti dicendo di aver chiamato i soccorsi dopo aver sparato a Mansouri, quando in realtà non l’aveva fatto. La chiamata, col pusher agonizzante a terra, sarebbe infatti partita più di 20 minuti dopo.

La possibile messinscena della pistola

C’è poi l’ipotesi della messinscena della pistola. Cinturrino aveva raccontato di aver agito per legittima difesa, dopo che Mansouri gli aveva puntato contro un’arma (rivelatasi poi finta). Ma il collega che era più vicino a lui (unico teste oculare dell’omicidio), prima che venissero effettivamente chiamati i soccorsi si sarebbe recato al commissariato Mecenate, per tornare sul posto con una borsa. Gli altri colleghi hanno detto di non sapere cosa ci fosse dentro. Insomma, l’ipotesi è che pistola a salve sia stata messa successivamente sulla scena e che Mansouri non l’abbia mai impugnata.

La gestione borderline di alcune operazioni precedenti

Cinturrino avrebbe gestito in prima persona la situazione e i colleghi, più giovani e dunque meno esperti, avrebbero sostanzialmente solo assistito. Sempre dai verbali, stando a quanto filtra, è venuta alla luce una gestione borderline da parte di Cinturrino di alcune operazioni precedenti. In alcune occasioni, infatti, avrebbe anche malmenato tossici e piccoli spacciatori presenti nella zona.

Saluto romano ad Acca Larentia, il gup proscioglie 29 persone

Il gup di Roma ha prosciolto 29 persone – quasi tutti membri di CasaPound – che erano indagate per i saluti romani del 7 gennaio 2024 davanti all’ex sede dell’Msi di via Acca Larenzia, a Roma, in occasione della commemorazione dei tre giovani militanti di destra uccisi nel 1978. Il giudice ha disposto il non luogo a procedere sostenendo che «non c’è una ragionevole previsione di condanna». I pm, coordinati dal procuratore capo Francesco Lo Voi, contestavano la violazione delle leggi Mancino e Scelba, principali strumenti normativi italiani per punire l’apologia di fascismo e l’odio razziale. «È stata rispettata la giurisprudenza delle Sezioni Unite della Cassazione e quindi la mancanza di pericolo concreto per una manifestazione che si svolge con le stesse modalità da quasi 45 anni», ha commentato l’avvocato Domenico Di Tullio, uno dei difensori dei 29 indagati.

Pusher ucciso a Rogoredo, si aggrava la posizione dell’agente che ha sparato: cosa sappiamo

L’inchiesta nei confronti del poliziotto Carmelo Cinturrino, che a Rogoredo ha ucciso lo spacciatore Abderrahim Mansouri, il quale gli avrebbe puntato contro una pistola a salve, sta facendo emergere un quadro molto diverso dalla legittima difesa, rafforzando invece l’ipotesi di omicidio volontario. Insomma, la posizione dell’assistente capo della squadra investigativa del commissariato di Mecenate si sta aggravando. Ecco cosa sappiamo.

La versione dell’agente che ha sparato

Cinturrino e i quattro colleghi che erano con lui a Rogoredo hanno raccontato che Mansouri li aveva minacciati con una pistola (poi rivelatasi falsa). E che il pusher non si era fermato dopo un primo avvertimento, avvicinandosi a loro, sempre con l’arma puntata. A quel punto l’agente avrebbe sparato per difendersi, uccidendo lo spacciatore con un colpo da circa 20 metri di distanza, diretto alla testa.

Cosa non torna nel suo racconto

Mansouri è stato raggiunto da un proiettile alla tempia, da una distanza considerevole, quando sarebbe stato molto più facile (e logico) puntare alla figura. Durante l’interrogatorio, Cinturrino ha inoltre detto che Mansouri era di fronte a lui: ma dall’autopsia è emerso che il pusher aveva il volto girato lievemente verso sinistra. Da qui appunto il foro d’entrata alla tempia destra. Gli avvocati dei familiari di Mansouri, sostengono che stesse fuggendo quando è stato ucciso e che non avesse con sé alcuna pistola finta.

Quattro agenti sono indagati per favoreggiamento

Oltre a Cinturrino indagato per omicidio volontario, ci sono quattro agenti sotto inchiesta per favoreggiamento e omissione di soccorso. Secondo le imputazioni, che derivavano dalle loro prime audizioni e da elementi raccolti nelle indagini (tra cui le analisi di telecamere e telefoni), avrebbero aiutato Cinturrino a «eludere le investigazioni». In particolare, avrebbero omesso la presenza di testimoni sul luogo del delitto e avrebbero mentito sui loro movimenti. Inoltre non avrebbero allertato subito i soccorsi.

Si sta rafforzando l’ipotesi di una messinscena

Insomma, il sospetto è che Mansouri non stesse davvero girando con una replica di una Beretta 92 con il tappo rosso, poi puntata contro gli agenti. Ma che qualcun altro l’abbia messa accanto al pusher ormai agonizzante, chiamando i soccorsi più di 20 minuti dopo lo sparo. Giusto il tempo di preparare la messinscena. Rilevanti saranno gli esiti delle analisi genetiche sull’arma finta: Cinturrino si è sottoposto al tampone salivare.

Sarebbero emerse precedenti tensioni tra i due

Mansouri faceva parte della famiglia che da oltre due decenni gestisce lo smercio di droga nella zona al confine tra Milano e San Donato Milanese. E aveva diversi precedenti penali, anche per resistenza a pubblico ufficiale. Cinturrino ha raccontato di aver raggiunto a Rogoredo (si trovava al Corvetto) «i colleghi che stavano facendo un arresto» e, una volta giunto sul posto, di aver riconosciuto Mansouri. Dagli ultimi verbali, scrive l’Ansa, è emersa una gestione opaca di alcune operazioni precedenti da parte di Cinturrino e anche alcune tensioni tra il poliziotto e lo spacciatore rimasto ucciso.

Sicilia, arresti domiciliari per il deputato regionale di FI Michele Mancuso

Arresti domiciliari per il deputato regionale siciliano Michele Mancuso, esponente di Forza Italia, indagato per corruzione «per un atto contrario ai doveri d’ufficio» dalla procura di Caltanissetta, nell’ambito di un’inchiesta che in tutto coinvolge cinque persone.

Di cosa è accusato Mancuso

Secondo gli inquirenti, Mancuso avrebbe consentito a un’associazione di accedere a un finanziamento pubblico per uno spettacolo, le cui spese sarebbero però state gonfiate in modo da permettergli di intascare una tangente. Nello specifico, l’associazione Gentemergente di Caltanissetta avrebbe speso solo 20 mila dei 98 mila euro ricevuti nel 2024, dando al deputato di Forza Italia 12 mila euro in contanti in tre rate. A fare da tramite sarebbe stato Lorenzo Tricoli, consulente del lavoro molto amico di Mancuso: anche per lui sono stati disposti i domiciliari. Per dare una parvenza di legalità allo schema corruttivo, Tricoli avrebbe coinvolto i nipoti Ernesto e Manuela Trapanese e il marito di quest’ultima, Carlo Rizioli, responsabili di Gentemergente e accusati di aver gonfiato le fatture attestanti servizi inesistenti. Per loro è scattata la misura interdittiva del divieto di esercizio di impresa, per 12 mesi. Insieme avrebbero truffato la Regione per quasi 50 mila euro.

Bandecchi a processo per evasione fiscale

Stefano Bandecchi, sindaco di Terni e coordinatore di Alternativa Popolare, è stato rinviato a giudizio a Roma per evasione fiscale: è accusato di non avere pagato imposte per circa 20 milioni di euro come amministratore di fatto dell’università telematica Unicusano. Il mancato versamento risalirebbe al periodo 2018-2022. «Nessuna sorpresa, me lo aspettavo, tutto come previsto. Speriamo di poter dimostrare nel processo la nostra innocenza», ha dichiarato Bandecchi. Assieme a lui finiranno a processo anche altre tre persone che hanno rivestito ruoli di responsabilità nella società che gestisce l’ateneo. Sfruttando le tariffe agevolate riservate agli istituti didattici, avrebbero fatto acquisti non esattamente riconducibili all’attività universitaria, tra cui quelli di una Ferrari e una Rolls Royce, comprate per 550 mila euro. L’udienza davanti al tribunale monocratico è stata calendarizzata per il 4 giugno.

Bandecchi a processo per evasione fiscale
Stefano Bandecchi (Imagoeconomica).

Incendio nel cuore di Napoli, in fiamme il Teatro Sannazaro

Disastro a Napoli, nel quartiere centrale di Chiaia, dove un vasto incendio ha mandato in fumo la cupola dello storico Teatro Sannazaro, inaugurato nel 1847 e immerso tra i palazzi residenziali della zona. Ancora non è ancora chiaro cosa abbia innescato il rogo: la prima ipotesi formulata è quella di un corto circuito.

Incendio nel cuore di Napoli, in fiamme il Teatro Sannazaro
Incendio nel cuore di Napoli, in fiamme il Teatro Sannazaro
Incendio nel cuore di Napoli, in fiamme il Teatro Sannazaro
Incendio nel cuore di Napoli, in fiamme il Teatro Sannazaro
Incendio nel cuore di Napoli, in fiamme il Teatro Sannazaro
Incendio nel cuore di Napoli, in fiamme il Teatro Sannazaro
Incendio nel cuore di Napoli, in fiamme il Teatro Sannazaro
Incendio nel cuore di Napoli, in fiamme il Teatro Sannazaro

La prima ipotesi è quella di un corto circuito

Sul posto i vigili del fuoco impegnati nelle operazioni di spegnimento del rogo. Ma non è stato possibile salvare la cupola del teatro: crollata a causa delle fiamme, ha colpito la platea. Si sarebbero inoltre verificati anche ai palazzi adiacenti. Area irrespirabile in tutto il quartiere: ci sono almeno quattro persone intossicate, ma fortunatamente nessuna è grave.

La storia della “Bomboniera di via Chiaia”

Attiguo alla Chiesa di Sant’Orsola e edificato sull’area dell’antico chiostro dei Padri Mercedari spagnoli, il Teatro Sannazaro è noto come la “Bomboniera di via Chiaia” per le dimensioni ridotte e la ricchezza delle sue decorazioni. Nel 1888 fu il primo teatro napoletano a essere illuminato per mezzo di luce elettrica. L’anno successivo vide la prima di Na santarella, commedia di Eduardo Scarpetta, che qui poi avrebbe poi chiuso la sua lunga carriera. Calcarono il palcoscenico del Teatro Sannazaro Eleonora Duse, Antonio Gandusio, Tina Di Lorenzo, Antonio Gandusio e Emma Gramatica. Dopo un periodo di declino, nel 1964 la gestione del teatro fu rilevata dall’attrice Luisa Conte, che lo riaprì nel 1974 con la compagnia stabile di Veglia. Il teatro da allora è rimasto di proprietà della sua famiglia e oggi è diretto dalla nipote Lara Sansone.

Caso Beic, a processo gli architetti Boeri e Zucchi

Gli architetti di fama internazionale Stefano Boeri e Cino Zucchi, entrambi docenti al Politecnico di Milano, sono stati rinviati a giudizio per turbativa d’asta e false dichiarazioni sul conflitto d’interessi per il caso del concorso per la realizzazione della nuova Biblioteca europea di informazione e cultura (Beic) a Milano. Lo ha deciso il gup Fabrizio Filice, che ha mandato a processo anche gli altri quattro professionisti indagati, fissando la prima udienza per il 17 aprile.

Caso Beic, a processo gli architetti Boeri e Zucchi
Stefano Boeri (Ansa).

Cosa è emerso dalle indagini sul concorso del 2022

Stando alle indagini, Boeri e Zucchi non avrebbero dichiarato il loro conflitto di interessi in vista del concorso, conservando rispettivamente i ruoli di presidente e componente nella commissione aggiudicatrice che – a luglio 2022 – ha proclamato vincitrice una cordata di cui facevano parte alcuni loro allievi o partner professionali: Raffaele Lunati e Giancarlo Floridi, ricercatori sempre alla facoltà di Architettura del Politecnico, e Pier Paolo Tamburelli dello studio Baukuh, anche loro finiti a processo. Il caso riguarda anche l’imputato Andrea Caputo, progettista che arrivò terzo al concorso.

Caso Beic, a processo gli architetti Boeri e Zucchi
Cino Zucchi (Ansa).

Per le difese non ci furono favoritismi o accordi illeciti

Secondo l’accusa ci sarebbero stati accordi (documentati da chat) per assegnare la gara indetta dal Comune. Per le difese vinse invece il progetto migliore, senza favoritismi e tantomeno accordi illeciti. Quanto ai possibili conflitti di interessi, non furono segnalati perché le regole della gara prescrivevano di farlo solo per rapporti di collaborazione economica “in corso”.

Nuova grana per Santanchè: è indagata per un’altra bancarotta

Daniela Santanchè risulta indagata per bancarotta dalla procura di Milano nel fascicolo che riguarda Bioera, società del gruppo del biofood di cui la ministra del Turismo è stata presidente fino al 2021: l’apertura della procedura di liquidazione giudiziale di Bioera era stata dichiarata il 4 dicembre 2024 dalla sezione Fallimentare del Tribunale civile del capoluogo lombardo. Nuova grana dunque per Santanché, che risultava già indagata – assieme all’ex compagno Canio Mazzaro, al fratello Michele Mazzaro e ad altri ex amministratori – per il fallimento di Ki Group, di cui era stata presidente da aprile 2019 a dicembre 2021.

Nuova grana per Santanchè: è indagata per un’altra bancarotta
Daniela Santachè (Imagoeconomica).

Le inchieste sui crac potrebbero essere accorpate

Come spiega l’Ansa, per la bancarotta di risulta indagato anche Canio Mazzaro. Le inchieste sui crac delle due aziende potrebbero essere accorpate in un unico fascicolo assieme a quella sul fallimento di un’altra delle società del gruppo, la Ki Group Holding. Nel frattempo sono in corso per ipotesi di bancarotta da reati societari, come il falso in bilancio, e di bancarotta fraudolenta per operazioni dolose.

Santanchè è già a processo per falso in bilancio

Santanchè è già a processo per falso in bilancio riguardante Visibilia, gruppo editoriale fondato da cui la ministra (fondatrice) ha dismesso cariche e quote. È invece nella fase dell’udienza preliminare – sospesa in attesa di un’udienza della Corte costituzionale – il procedimento per la presunta truffa aggravata all’Inps sulla cassa integrazione nel periodo Covid, sempre relativa a Visibilia.

Per l’ultimo saluto a Carnevale c’era anche l’Osservatore Romano

Ultimo saluto a Corrado Carnevale, l’ammazzasentenze, nella basilica romana di Cristo Re, in viale Mazzini. In una chiesa non affollata c’erano l’avvocato classe 1938 Franco Coppi e il direttore del quotidiano della Santa Sede, L’Osservatore Romano: Andrea Monda ama sempre dire che è “straniero”, dato che lavora in Vaticano. Fatto sta che i “Monda brothers” sono i nipoti di uno storico big democristiano calabrese come Riccardo Misasi, ministro nella Prima Repubblica.

Per l’ultimo saluto a Carnevale c’era anche l’Osservatore Romano
Per l’ultimo saluto a Carnevale c’era anche l’Osservatore Romano
Per l’ultimo saluto a Carnevale c’era anche l’Osservatore Romano
Per l’ultimo saluto a Carnevale c’era anche l’Osservatore Romano
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Per l’ultimo saluto a Carnevale c’era anche l’Osservatore Romano
Per l’ultimo saluto a Carnevale c’era anche l’Osservatore Romano

Milano-Cortina, sventati attacchi degli hacker filorussi Noname057(16): i precedenti

«Abbiamo sventato una serie di cyberattacchi a sedi del ministero degli Esteri, a cominciare da Washington e anche alcuni siti delle olimpiadi invernali, con gli alberghi di Cortina». Lo ha detto Antonio Tajani parlando con i giornalisti a Washington, sottolineando che si tratta di «azioni di matrice russa». L’attacco è stato infatti rivendicato dal gruppo di hacker filorussi Noname057(16): come già accaduto in passato, l’azione del gruppo pro-Cremlino è stata di tipo Ddos (Distributed denial of service), crimine informatico che mira a rendere inaccessibile un server, servizio o rete inondandolo con un traffico di dati falso e massiccio, proveniente da più fonti distribuite (botnet). Il sito dell’hotel a quattro stelle di Cortina oggetto dell’attacco, inaccessibile per un breve periodo, è ora regolarmente raggiungibile.

Milano-Cortina, sventati attacchi degli hacker filorussi Noname057(16): i precedenti
Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Il gruppo NoName057(16) è “ufficialmente” attivo da marzo del 2022

Il gruppo NoName057(16) si è “presentato” a marzo del 2022 con l’intento di attaccare (come recita il suo manifesto) «le risorse di propaganda ucraina che mentono sfacciatamente alle persone sull’operazione speciale della Russia in Ucraina, così come sui siti web degli hacker ucraini che cercano di sostenere il regime neonazista di Zelensky e la sua banda di tossicodipendenti e nazisti». Da allora ha rivendicato la responsabilità di svariati cyberattacchi contro agenzie governative, media e aziende dell’Ucraina e dei suoi alleati. Sempre con azioni di tipo Ddos.

Milano-Cortina, sventati attacchi degli hacker filorussi Noname057(16): i precedenti
Sergio Mattarela (Imagoeconomica).

L’Italia è il terzo Paese più colpito dagli hacker di NoName057(16) dopo Germania e Francia

Come ricorda il sito Cybersecurity360, il collettivo filorusso NoName057(16) «rivendica 487 attacchi DDoS contro il nostro Paese tra ottobre 2024 e gennaio 2026, all’interno di oltre 5.500 offensive confermate in poco più di un anno, con circa 894 attacchi concentrati negli ultimi 90 giorni». L’Italia risulta il terzo Paese più colpito dagli hacker di NoName057(16) dopo Germania e Francia. A maggio del 2023, ad esempio, il gruppo ha attaccato siti istituzionali e di aziende italiane in occasione della visita di Volodymyr Zelensky a Roma. Lo stesso è poi accaduto a gennaio del 2025. Nello stesso, anno, ma il mese successivo, ci sono stati nuovi attacchi dopo le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che in un discorso all’Università di Marsiglia aveva paragonato la Russia di Vladimir Putin al Terzo Reich.

Chi sono gli arrestati per gli scontri di Torino

Le forze dell’ordine hanno arrestato tre ragazzi nell’ambito delle indagini sui violenti scontri di sabato 31 gennaio 2026 a Torino. Si tratta di volti sconosciuti agli agenti, incensurati e con nessuna precedente violenza o disordine di piazza nella fedina penale. Due sono stati fermati in flagranza con l’accusa di aver lanciato oggetti contro i poliziotti schierati, mentre uno in flagranza in differita perché individuato, attraverso i video, tra i componenti del gruppo responsabile dell’aggressione all’agente Alessandro Calista. La procura di Torino, guidata da Giovanni Bombardieri, ha chiesto il carcere per tutti e tre.

Chi sono i tre ragazzi arrestati

Tra i fermati c’è Angelo Francesco Simionato, 22 anni, originario della provincia di Grosseto. Attualmente frequenta le scuole serali e lavora saltuariamente come cameriere. È accusato di concorso in lesioni perché faceva parte del gruppo che ha accerchiato e colpito Calista con martellate, calci e pugni mentre era a terra, senza casco. Lui non sembra averlo colpito direttamente, ma era comunque lì con gli altri. C’è poi Matteo Campaner di 35 anni, lavoratore con contratto a tempo che vende dolci ungheresi nelle fiere. Per lui l’accusa è di aver preso a calci e pugni gli agenti mentre veniva bloccato. Infine Pietro Desideri, torinese di 31 anni lavoratore con contratti saltuari. Anche lui è accusato di violenza e resistenza a pubblico ufficiale. Tutti e tre gli arrestati hanno preso le distanze da una loro vicinanza al centro sociale Askatasuna, che ha comunque espresso loro solidarietà sui social chiedendone la liberazione.

Scontri di Torino, la procura valuta il reato di devastazione: quando si configura

Tre gli arrestati e 24 le persone identificate e denunciate, per reati che vanno dalla resistenza a pubblico ufficiale al travisamento, fino all’inosservanza dei provvedimenti dell’autorità al porto di armi improprie. Ma la procura di Torino sta valutando l’ipotesi di devastazione per gli scontri del 31 gennaio, avvenuti durante la manifestazione per il centro sociale Askatasuna. Ecco quando si configura questo reato.

Scontri di Torino, la procura valuta il reato di devastazione: quando si configura
Scontri tra attivisti di Askatasuna e forze dell’ordine (Ansa).

Cosa prevede l’articolo 419 del Codice penale

Tale reato è previsto e punito dall’articolo 419 del Codice penale, in base al quale «chiunque, fuori dei casi preveduti dall’articolo 285, commette fatti di devastazione o di saccheggio è punito con la reclusione da 8 a 15 anni». L’articolo 419 prevede un aumento della pena se «il fatto è commesso nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico ovvero su armi, munizioni o viveri esistenti in luogo di vendita o di deposito». Per “devastazione” si intende «l’effetto di una condotta di rovina e di danneggiamento esercitata a danno di un elevato numero di cose in un’area spaziale dalle ampie dimensioni, al punto da considerarsi minacciato l’ordine pubblico».

LEGGI ANCHE: Decreto sicurezza: come cambia dopo gli scontri di Torino

Il reato viene quasi sempre compiuto da più soggetti

Insomma, la devastazione è un danneggiamento compiuto su larga scala e tale da interessare la collettività. In teoria l’autore del reato potrebbe essere unico, ma nella pratica viene quasi sempre compiuto da più soggetti, riuniti o comunque accomunati dal medesimo scopo illecito, come i partecipanti a una manifestazione che mettono a ferro e fuoco una città. Per quanto riguarda il citato articolo 285, esso configura il reato di devastazione più grave, che ha lo scopo di «attentare alla sicurezza dello Stato»: è il caso delle stragi terroristiche o mafiose.

Scontri di Torino, la procura valuta il reato di devastazione: quando si configura
Gli scontri al Partenio in occasione di Avellino-Napoli del 2003.

Dal G8 di Genova al derby Avellino-Napoli: alcuni precedenti

Per il reato di devastazione (e saccheggio) furono condannati 10 manifestanti del G8 di Genova del 2001, ritenuti responsabili a vario titolo di aggressioni violente alle forze dell’ordine con uso di armi o oggetti contundenti. Un ambito nel quale si è verificato il reato di devastazione è quello degli eventi sportivi. Il 20 settembre 2003, in occasione del derby Avellino-Napoli (poi non disputato) allo stadio Partenio ci furono violenti scontri tra tifosi partenopei e forze dell’ordine: la guerriglia causò danni ingenti e portò alla morte del supporter napoletano Sergio Ercolano, così come a condanne per otto ultrà, confermate in Cassazione nel 2025. Il reato di devastazione viene inoltre contestato in caso di esplosioni deflagranti, provocate volontariamente e causa di gravi danni alle aree circostanti.

Morte Omerovic, poliziotto rinviato a giudizio con l’accusa di tortura

Il tribunale di Roma ha disposto il rinvio a giudizio del poliziotto Andrea Pellegrini, imputato per tortura e falso nell’inchiesta sulla morte di Hasib Omerovic, precipitato da una finestra il 25 luglio 2022 durante un intervento degli agenti del commissariato di Primavalle nell’abitazione di via Gerolamo Aleandro. Nello stesso procedimento, definito in parte con rito abbreviato, il giudice ha condannato l’agente Alessandro Sicuranza a un anno e quattro mesi per falso, mentre per la medesima accusa è stata pronunciata l’assoluzione di Maria Rosa Natale. Per Pellegrini, in servizio all’epoca dei fatti nel distretto Primavalle, l’udienza di apertura del processo è stata fissata al 2 novembre 2026. Nel fascicolo figura anche il ministero dell’Interno in qualità di responsabile civile.

Famiglia nel bosco, esposto dei coniugi Trevallion nei confronti dell’assistente sociale

Alla vigilia della perizia sulle capacità genitoriali di Nathan e Catherine Trevallion, i genitori della cosiddetta famiglia nel bosco di Palmoli, registra un nuovo sviluppo, con i coniugi che attraverso i loro legali infatti hanno presentato un esposto nei confronti dell’assistente sociale nominata dal Tribunale, mettendo in discussione il suo operato nel percorso che ha portato alla decisione di allontanare i bambini dal nucleo familiare. La segnalazione è stata inoltrata sia all’Ordine professionale degli assistenti sociali sia alla struttura regionale che sovrintende ai servizi sociali del Comune di Palmoli.

I legali dei Trevallion: «Troppa esposizione mediatica ha minato la neutralità che l’incarico imporrebbe»

L’iniziativa porta la firma degli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas e riguarda Veruska D’Angelo, incaricata dal giudice come curatrice dei diritti dei minori. Secondo la difesa dei Trevallion, «la professionista non avrebbe mantenuto la necessaria equidistanza richiesta dal ruolo, mostrando un atteggiamento pregiudizievole nei confronti della famiglia, soprattutto nella fase successiva al trasferimento dei bambini deciso dall’autorità giudiziaria». I legali segnalano inoltre che, dopo l’allontanamento, i contatti tra l’assistente sociale, i genitori e i figli sarebbero stati rari e non sufficienti a fornire una valutazione completa e imparziale della situazione. Nell’esposto viene infine richiamata anche la presenza mediatica della professionista: «D’Angelo avrebbe partecipato a diverse interviste, un’esposizione che rischierebbe di minare la neutralità e la riservatezza che l’incarico imporrebbe».

Tre cadaveri rinvenuti nel Messinese: sono stati uccisi a colpi di fucile

Tre uomini sono stati trovati morti in una zona boscosa di Montagnareale, sulle alture che sovrastano Patti, nel Messinese. A scoprire i corpi è stato un passante che stava attraversando l’area e che ha immediatamente avvisato le forze dell’ordine. Le prime verifiche indicano che i cadaveri presentano lesioni riconducibili a colpi d’arma da fuoco.  L’area in cui è avvenuto il ritrovamento è abitualmente frequentata da cacciatori e, secondo quanto emerso, le tre vittime indossavano abiti da caccia ed erano residenti nella zona. Sarebbero usciti di casa in mattinata per una battuta nei boschi. Accanto a uno dei corpi i militari hanno rinvenuto un fucile, mentre sono in corso ricerche per individuare eventuali altre armi. Le indagini sono ancora in una fase iniziale e al momento non viene esclusa alcuna ipotesi: gli inquirenti valutano sia la possibilità di un duplice omicidio seguito da un suicidio, sia quella di un’azione compiuta da una quarta persona.