La Nazionale femminile di calcio iraniana ci ripensa: inno cantato e saluto militare

Dietrofront delle calciatici della Nazionale femminile di calcio iraniana, che prima della partita contro l’Australia in Coppa d’Asia hanno cantato l’inno e fatto anche il saluto militare. Al debutto nel torneo contro la Corea del Sud erano invece rimaste in silenzio: in assenza di spiegazioni – le calciatrici e la ct si erano rifiutate di fare commenti sulla guerra e sulla morte di Ali Khamenei – il gesto era stato perlopiù interpretato come un segno di protesta contro il regime degli ayatollah.

Durante la conferenza stampa alla vigilia di Iran-Australia, l’attaccante Sara Didar e l’allenatrice Marziyeh Jafari hanno parlato della guerra in corso, esprimendo preoccupazione per la situazione nel Paese e per le loro famiglie.

Iran, la Nazionale femminile di calcio non canta l’inno in Coppa d’Asia

La Nazionale femminile di calcio iraniana ha scelto di non cantare l’inno della Repubblica Islamica prima della partita d’esordio in Coppa d’Asia contro la Corea del Sud. Cantare l’inno, ovviamente, non è obbligatorio. Ma in questo modo le calciatrici hanno deciso di protestare platealmente contro il regime, mentre sugli spalti alcuni tifosi sventolavano la bandiera iraniana pre-rivoluzionaria.

La scelta di non cantare l’inno ricalca quella presa dalla Nazionale maschile durante i Mondiali del 2022. Prima e dopo la gara, l’allenatrice dell’Iran Marziyeh Jafari e le calciatrici si sono rifiutate di commentare sulla guerra e sulla morte dell’ayatollah Ali Khamenei. Per la cronaca, l’Iran ha perso 3-0 nella partita d’esordio in Coppa d’Asia, che si sta svolgendo in Australia.

Iran, la Nazionale femminile di calcio non canta l’inno in Coppa d’Asia
Iran, la Nazionale femminile di calcio non canta l’inno in Coppa d’Asia
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Iran, la Nazionale femminile di calcio non canta l’inno in Coppa d’Asia
Iran, la Nazionale femminile di calcio non canta l’inno in Coppa d’Asia

Il Portogallo e il marcio dietro le multiproprietà calcistiche

Tutto lecito, tutto secondo le regole. Un calciatore passa da un club a un altro del medesimo sistema multiproprietario, e a pagarne le conseguenze è un terzo club che incassa molto meno di quanto avrebbe preventivato. Succede in Portogallo, Paese che è l’epicentro dell’economia grigia del calcio globale. E poiché la vicenda coinvolge club dalla taglia molto relativa, va a finire che anche da quelle parti essa fila via quasi impercepita.

Tra club minori le furberie si notano meno

In terra lusitana l’attenzione è monopolizzata dalla triade composta dai tre grandi club: Benfica, Porto e Sporting. Tutto ciò che si muove al di fuori di questa cerchia è residuale. Sicché figuratevi quale attenzione possa essere riservata alle manovre di mercato condotte da club che si chiamano Rio Ave o Estrela Amadora. Ma proprio qui sta il punto: club di piccola taglia, transazioni di calciomercato che avvengono su cifre non clamorose, effetto-sordina assicurato. E se si dà anche la possibilità di sfruttare una multiproprietà calcistica, ecco che il gioco è fatto.

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André Luiz e il mistero sulla cifra della cessione

Succede tutto durante la scorsa sessione invernale di calciomercato. André Luiz, attaccante esterno brasiliano, viene trasferito dal Rio Ave (club con sede a Vila do Conde, Portogallo settentrionale) all’Olympiacos Pireo, club greco. Sulla cifra del trasferimento rimane qualche mistero. Il sito specializzato Transfermarkt indica 6,75 milioni di euro. Ma l’elemento dirimente è che il Rio Ave è titolare del 90 per cento dei diritti economici di André Luiz. Il restante 10 per cento è pertinenza dell’Estrela Amadora, il club con sede nella cintura metropolitana di Lisbona che ha portato il calciatore in Portogallo e poi lo ha ceduto al Rio Ave.

Ecco perché è stata rifiutata un’offerta superiore

Sembrerebbe un trasferimento come tanti. E invece ha molti elementi di stranezza, a partire dal comunicato che l’Estrela Amadora pubblica sul suo sito ufficiale. Un testo criptico, nel quale si dice che la cifra della cessione pattuita per il trasferimento di André Luiz in Grecia è coperta da una clausola di riservatezza. Il testo lascia intuire altri elementi di perplessità. Uno dei quali non viene menzionato esplicitamente: l’interessamento del Benfica per il calciatore, con offerta molto più pesante per la sua acquisizione rispetto alla cifra pagata dal club greco. Ciò che renderebbe più grasso l’incasso per l’Estrela Amadora, che ha diritto al 10 per cento sulla cifra di cessione. Invece il Rio Ave decide di accettare l’offerta del club greco. Su quei 6,75 milioni verrà calcolato il 10 per cento a beneficio dell’Estrela. E una volta liquidata la spettanza, si estingue ogni diritto per il club amadorense.

Il Portogallo e il marcio dietro le multiproprietà calcistiche
André Luiz (a sinistra) in azione contro il Benfica (foto Ansa).

Evangelos Marinakis, il greco che ronzava attorno al Monza

Messa in questi termini, sembrerebbe un caso di comportamento irrazionale di un club nella gestione del proprio patrimonio-calciatori. Invece, a leggere bene il quadro della situazione, le cose non stanno esattamente così. C’è un elemento dirimente che riporta nel perimetro della logica un affare di calciomercato apparentemente sballato. Il Rio Ave e l’Olympiacos sono infatti sotto la stessa proprietà: quella del magnate greco Evangelos Marinakis, che è proprietario anche del Nottingham Forest (in Premier League) e che qualche tempo fa era stato dato come possibile acquirente del Monza.

Il Portogallo e il marcio dietro le multiproprietà calcistiche
Evangelos Marinakis (foto Ansa).

Spostamenti verso Paesi dalla disciplina fiscale più favorevole

Fra i tre club del sistema multiproprietario c’è già un fitto intreccio di spostamenti di calciatori, fatto per dare corso a esigenze che possono essere di valorizzazione del calciatore come di rafforzamento di una delle squadre (ma con corrispettivo indebolimento dell’altra). Viene anche il sospetto che qualche spostamento – dei calciatori e del denaro – venga fatto per orientare il flusso verso il Paese dalla disciplina fiscale più favorevole.

Il Portogallo e il marcio dietro le multiproprietà calcistiche
Giocatori e tifosi dell’Estrela Amadora (foto Ansa).

Un bel danno, ma Fifa e Uefa restano a guardare

Nel caso del trasferimento di André Luiz, il sospetto è un altro: che lo spostamento sia avvenuto da una squadra all’altra del sistema multiproprietario con lo scopo di liquidare all’Estrela Amadora una cifra più bassa per il suo 10 per cento. Ipotesi maliziosa: e se nel mercato della prossima estate il calciatore venisse ceduto dall’Olympiacos al Benfica, per quella cifra nettamente più alta che poteva essere incassata già lo scorso gennaio? Di sicuro per l’Estrela Amadora sarebbe un bel danno, rispetto al quale però potrebbe rivalersi ben difficilmente. Così vanno le cose, nel calcio delle multiproprietà sdoganate. Mentre Fifa e Uefa se ne stanno lì a guardare.

Da Cairo a De Laurentiis, gli intrappolati nel business mangia soldi del calcio

Si ha un po’ come l’impressione che certi imprenditori proprietari di club di calcio in Italia siano rimasti intrappolati in una situazione che all’inizio mostrava del potenziale, ma che, stagione dopo stagione, si sta rivelando il peggiore degli incubi: business in perdita, contestazione da parte dei tifosi, valore del patrimonio crollato, nessun compratore credibile all’orizzonte.

Da Cairo a De Laurentiis, gli intrappolati nel business mangia soldi del calcio
Contestazione dei tifosi del Torino contro Urbano Cairo (foto Ansa).

Urbano Cairo (Torino), la famiglia De Laurentiis (Bari), Danilo Iervolino (Salernitana) e Matteo Manfredi (Sampdoria) si ritrovano avvitati, chi da molti anni e chi da un po’ meno, in un contesto nel quale bisogna continuare a investire se si vuole preservare un qualche appeal per il mercato, ma dove i risultati sportivi non arrivano e, anzi, peggiorano stagione dopo stagione.

Anche Lotito contestato, ma la Lazio gli è utile

Vengono insultati in continuazione, sui social e dal vivo allo stadio, buttano via soldi, accumulano negatività, hanno una immagine sportivamente devastata, da imprenditori fanno una pessima figura, e in più non riescono a liberarsi di queste zavorre. Ci sarebbero anche Claudio Lotito (Lazio) o la famiglia Commisso (Fiorentina, al di là della tragica vicenda della morte del patron Rocco) da iscrivere d’ufficio a questo circolo di proprietari contestati dai tifosi e con poche soddisfazioni sul campo. Ma, almeno finora, non sembra esserci una decisa volontà di vendere, e anzi si intravede un qualche senso economico-finanziario per le operazioni di Lotito (Lazio utile per i suoi business con la pubblica amministrazione, anche se la richiesta di vendere è arrivata persino da… Palazzo Chigi!) e Commisso (l’ipotesi per la Fiorentina è di avere in concessione il nuovo stadio Artemio Franchi, pronto nel 2029). Mentre per i primi quattro citati è davvero buio pesto.

Da Cairo a De Laurentiis, gli intrappolati nel business mangia soldi del calcio
Claudio Lotito, presidente della Lazio (Ansa).

Danilo Iervolino e la Salernitana che gli è costata già 140 milioni

Danilo Iervolino, per esempio, ha salvato la Salernitana il 31 dicembre 2021, facendo un grande favore proprio a Lotito, che ne era precedente proprietario. Ha rilevato il club in Serie A, versando 10 milioni di euro, ha mantenuto la squadra nella massima categoria fino alla stagione 2023-24, quando è retrocessa in B. Nel 2024-25 l’immediata e sanguinosa retrocessione in C. Ora, nel campionato 2025-26, il club naviga in terza posizione nel girone C della serie C. Ma questo scherzetto, in poco più di quattro anni, è costato a Iervolino già 140 milioni di euro in versamenti nella società. Una somma che difficilmente verrà recuperata, anche con la vendita del club in Serie C o in Serie B. Nel frattempo la Salernitana ha chiuso l’esercizio 2022 con 16,8 milioni di euro di rosso, salito a 29,6 milioni nel 2023, per poi lievitare a 41,4 milioni nel 2024. Nel 2025 un leggero miglioramento, con perdite scese a 31,1 milioni di euro. Insomma, un business con prospettive poco rosee, e che non offre a Iervolino neppure un ritorno positivo di immagine. Un cerino acceso che l’imprenditore campano non sa a chi passare.

Da Cairo a De Laurentiis, gli intrappolati nel business mangia soldi del calcio
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Il Bari della famiglia De Laurentiis, un club dal valore prossimo allo zero

La famiglia De Laurentiis, memore dell’affare fatto nel 2004 quando avevano comprato a zero il Napoli ripartendo dalla Serie C, aveva provato a fare il bis nell’estate 2018, rilevando a zero il Bari che ripartiva addirittura dalla D. Nella stagione 2018-19 il club è stato promosso in serie C, dove è rimasto per tre stagioni, e nel 2022-23 è salito in serie B. Nonostante ambizioni di A, la squadra si è ritrovata spesso vicina alla retrocessione in C. E nel campionato in corso, 2025-26, il Bari è penultimo in classifica dopo 25 giornate. La famiglia De Laurentiis è odiatissima a Bari e il presidente Luigi De Laurentiis (figlio di Aurelio) viene contestato da mesi. Gli esercizi del Bari (o, se preferite, della Bari) nella gestione De Laurentiis si sono sempre chiusi con perdite: 120 mila euro nel 2019, e poi quattro milioni nel 2020, 7,7 milioni nel 2021, sette milioni nel 2022, 2,1 milioni nel 2023, 3,4 milioni nel 2024, 5,9 milioni nel 2025. Una trentina di milioni di rosso in tutto, con patrimonio netto negativo per 6,7 milioni e debiti per 21,5 milioni. A oggi il Bari è una scatola vuota, quindi, e ha un valore prossimo allo zero.

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Urbano Cairo, vent’anni di mediocrità per la disperazione dei tifosi del Toro

Nel settembre 2005 Urbano Cairo acquisì sostanzialmente a zero euro il controllo del Torino Football Club e ne divenne presidente. In questo ventennio il Toro ha chiuso in perdita 14 dei 20 bilanci di esercizio della gestione Cairo. Dopo sei anni consecutivi di bilancio in rosso dal 2018, con -38,2 milioni di euro nel 2021, -6,8 milioni di euro nel 2022, e -9,8 milioni nel 2023, nel 2024 si è tornati finalmente all’utile per 10,4 milioni (grazie alle cessioni dei calciatori Alessandro Buongiorno e Raoul Bellanova), con 130 milioni di euro di debiti e una posizione finanziaria netta negativa per 43,5 milioni. Nel frattempo Cairo ha immesso nel Torino circa 80 milioni di euro, e le prospettive per i bilanci 2025 e 2026 puntano ancora verso il rosso, con un’ulteriore erosione del patrimonio personale dell’imprenditore. L’operazione Torino, per Cairo, ha ormai ampiamente esaurito il suo senso: il fatto di essere presidente del club ha puntato infatti i riflettori sull’imprenditore quando non era così conosciuto nei salotti che contano, e ha consentito a Cairo di sedere in consessi importanti che poi gli sono serviti, come una sorta di soft power, sia nella scalata a La7 sia in quella a Rcs Media Group. Ora, però, non ci sono più vantaggi: dopo 20 anni di risultati sportivi pessimi, Cairo è, a torto o a ragione, l’uomo più odiato e contestato dai tifosi granata e da anni riceve intollerabili minacce di morte. Il problema è che nessuno vuole comprarsi il Torino, e Cairo non sa come uscirne, anche se, a 69 anni a maggio, avrebbe probabilmente voglia di godersi di più la vita.

Da Cairo a De Laurentiis, gli intrappolati nel business mangia soldi del calcio
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Matteo Manfredi alla ricerca di compratori seri per la Samp

Il 47enne finanziere Matteo Manfredi, fondatore di Gestio capital, ha comprato la Sampdoria nel maggio 2023, versando 30 milioni di euro. Dal 2024 è presidente del club. Nel 2023-24 i blucerchiati hanno disputato il campionato di Serie B, e nel 2024-25 sono retrocessi in Serie C. Venendo però ripescati e riammessi in B. Nell’attuale campionato 2025-2026 navigano a metà classifica della B, più vicini alla zona retrocessione che a quella promozione. Il bilancio 2023 della Sampdoria si è chiuso con perdite per 29,8 milioni di euro, e poi 40,6 milioni di rosso nel 2024 e di sicuro altro rosso nel 2025. Nella società, finora, sono stati immessi oltre 100 milioni di euro, con risultati sportivi molto negativi e un valore del patrimonio che è tanto calato. Ma, pure in questo caso, di compratori seri all’orizzonte neppure l’ombra.

Da Cairo a De Laurentiis, gli intrappolati nel business mangia soldi del calcio
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L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi

Il mercato è libero e concorrenziale soltanto se a vincere la competizione è il più forte. Non servirebbero test dimostrativi per verificare questa verità di fatto. Ma giusto a beneficio dei più recalcitranti, di coloro che insistono nel credere nel mito della libera concorrenza, bisogna raccontare il pasticciaccio brutto sorto intorno all’attribuzione, per il mercato francese, dei diritti audiovisivi sul Mondiale di calcio in Canada-Messico-Usa, programmati per l’estate del 2026. Una vicenda che si risolve in un mero atto di forza, grazie all’esercizio di un potere fuori scala sia sul piano finanziario sia sul piano politico. Davanti a un tale sfoggio muscolare, le regole del mercato possono tranquillamente essere messe fra parentesi. Sempre che parlare di regole abbia ancora un senso.

Mercato dei diritti audiovisivi sul calcio, che sofferenza

Per inquadrare la vicenda bisogna partire da una premessa: lo stato di sofferenza denotato dal mercato dei diritti audiovisivi sul calcio. Una condizione che comincia a manifestarsi in modo diseguale, ma che comunque fa da monito anche per i mercati più ricchi, che da questa crisi crisi potrebbero essere investiti in un secondo tempo. Come a più riprese evidenziato in passato da Lettera43, il caso francese fa da avanguardia di uno stato di sofferenza che per contagio potrebbe toccare altre leghe nazionali europee. Leghe accomunate da una struttura dei ricavi in cui le entrate dai diritti audiovisivi assorbono una quota nettamente maggioritaria.

La sfida ambiziosa e rischiosa del canale tivù della Lega francese

E tuttavia, proprio in Francia è stata cercata una soluzione: la creazione di un canale televisivo della Ligue de Football Professionnel (Lfp), la lega che raduna i club di Ligue 1 e Ligue 2. È nata così Lfp Media. Una sfida tanto ambiziosa quanto rischiosa, quella di autoprodurre e distribuire il prodotto televisivo. Soprattutto, una sfida che dalla dirigenza della Lfp è stata etichettata come riuscita. Si parla di 1,2 milioni di abbonati, cifra che negli auspici potrebbe crescere man mano che il progetto si consolida.

L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
Il Psg festeggia il titolo del 2024/2025 (Ansa).

Forte di questo progetto industriale che ha margini di crescita, la Lfp ha azzardato la mossa del cavallo: acquisire i diritti televisivi del Mondiale in calendario per i prossimi mesi di giugno e luglio. Una scommessa che, oltre a garantire a Lfp Media un incremento di abbonati stimato in 200 mila nuovi utenti, permetterebbe di dare al progetto un posizionamento strategico nell’ecosistema mediatico francese. Rispetto a questa offerta, tutto quanto sembrava andare per il meglio. Le fonti della Lfp hanno riferito che dalla Fifa sono giunti segnali positivi e pareva che la forma dell’accordo fosse a un passo. Ma a quel punto è entrata in gioco la variabile che cambia completamente le carte in tavola: quella del Qatar.

La forza dell’emiro che azzera la competizione

La storia del massimo campionato francese andrebbe divisa in due epoche: avanti-Qsi e dopo-Qsi. Perché l’irruzione del fondo sovrano Qatar sports investments come proprietario del Paris Saint-Germain, a partire dal 2011, ha completamente cambiato il panorama e creato una condizione di massima anomalia. La potenza finanziaria dell’emirato ha di fatto azzerato la competizione nel campionato francese, monopolizzato dal Psg. Che dal 2013 in poi ha lasciato alle avversarie soltanto due titoli su 13.

Il Qatar e il canale specializzato beIN Sports

Ormai in Ligue 1 si corre soltanto per il secondo posto, con grande disappunto dei tifosi degli altri club che sul web hanno riformulato la sigla Psg in Qsg (Qatar Saint-Germain). Le polemiche sul fatto che un club sportivo sia controllato da uno Stato-nazione, con lo squilibrio di forza finanziaria che tocca patire alle concorrenti, sono già passate di moda. Sostanzialmente silenziate. Inoltre, tramite il plenipotenziario dell’emirato per le questioni sportive Nasser Al-Khelaïfi, Qsi è entrato pesantemente nel mercato dei diritti audiovisivi tramite il canale specializzato beIN Sports, emanazione del colosso globale Al Jazeera. E proprio qui sta il punto attorno al quale è scoppiato il caso dei diritti televisivi per il Mondiale 2026.

L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
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L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi

Il canale tematico del Qatar è già titolare per il mercato francese dei diritti televisivi sulla successiva edizione del Mondiale, quella che nel 2030 si svolgerà in MaroccoPortogalloSpagna. Il suo management ha temporeggiato nel trattare i diritti dell’edizione 2026, ma con l’ingresso in scena del canale televisivo della Lfp si è svegliato e ha organizzato la reazione.

Quei 60 milioni sul piatto che hanno fatto cambiare idea a Infantino

È stata effettuata una manovra di inserimento nella trattativa quando l’accordo tra Fifa e Lfp era quasi chiuso. Sul tavolo è stata piazzata un’offerta più alta: 27 milioni di euro, che aggiunti ai circa 34 milioni di euro per l’edizione 2030 permettono di sfondare il tetto dei 60 milioni di euro iniettati nelle casse Fifa. A quel punto i gentiluomini della confederazione calcistica mondiale hanno scelto di rimangiarsi l’accordo quasi raggiunto con la lega francese. Fine della storia.

Qatar Airways guarda caso è pure nella rosa dei main sponsor Fifa

Ovvio che quelli della Lfp non l’abbiano presa bene. A partire da Nicolas de Tavernost, direttore generale di Lfp Media. Che per la rabbia ha rassegnato le dimissioni dall’incarico. Lui può farlo. Un po’ meno possono mostrare rimostranze gli altri dirigenti della Lfp, perché c’è una situazione di promiscuità irrisolvibile: il Psg è membro della Lfp, dunque il nemico è in casa. E ha alle spalle un soggetto economico-finanziario che, se gli gira, si compra l’intera lega. Soprattutto, c’è la questione del rapporto diretto fra Al-Khelaïfi e il presidente della Fifa, Gianni Infantino. Con tanto di presenza di Qatar Airways nella rosa dei main sponsor Fifa.

L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
Gianni Infantino (Ansa).

Ci prendono anche per i fondelli…

Facile pensare che all’uomo forte di Qsi sia bastato alzare il telefono e chiamare l’amico Gianni per cambiare l’esito delle trattative sui diritti per il Mondiale 2026. Al cospetto di questa ipotesi, fonti vicine ad Al-Khelaïfi hanno smentito: il boss di Qsi non si sarebbe interessato al dossier, che invece è stato gestito direttamente dal presidente di BeIN, Yousef Al-Obaidly. Cioè il braccio destro di Nasser Al-Khelaïfi. Che almeno ci evitino la presa per i fondelli, su.

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario

Sicuramente è una storia di successo. Parliamo del Como Calcio 1907, tornato in Serie A nella stagione 2024-2025 e subito proiettato verso l’élite del calcio italiano con la prospettiva di affermarsi anche nello scenario internazionale. Altrettanto indiscutibile è che la squadra allenata dal tecnico catalano Cesc Fabregas stia giocando un calcio di alta qualità, che ne legittima lo statuto emergente. Ma il Como può essere anche proposto come un modello? Be’, qui il discorso cambia.

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
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Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario

Lo strapotere del denaro e il rischio di veder falsare l’equità competitiva

Il Como è un esperimento che si sottrae a qualsiasi tipizzazione. Lo è sotto diversi punti di vista, a partire da una peculiare pretesa di essere il principale agente di un progetto di sviluppo territoriale al cui tavolo la società politica e quella economica si stanno “attovagliando” in modo parecchio succube. Ma questo è un piano della questione che andrebbe affrontato a parte. Ciò che qui interessa è la dimensione economico-finanziaria del club lariano. Che rispetto al suo bacino d’utenza è un Ogm, un organismo geneticamente modificato: un soggetto che una volta di più certifica nel calcio lo strapotere del denaro e il rischio di veder falsare qualsiasi traccia di equità competitiva. Basta illustrare le cifre dell’ultimo esercizio di bilancio per comprendere l’abnormità del caso.

Un’inesauribile iniezione di soldi da parte della proprietà

Già i dati del precedente esercizio, quello chiuso il 30 giugno 2024, fornivano un’istantanea efficace. Quei numeri facevano riferimento alla stagione della promozione dalla Serie B alla Serie A. Passando in rassegna l’analitico delle voci sul valore della produzione, è sufficiente lasciare parlare le cifre.

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario

Ricapitolando: nella stagione 2023-24 i ricavi da botteghino (abbonamenti più biglietti) ammontavano a 1,546 milioni di euro e contribuivano al fatturato per il 15,75 per cento. La somma delle voci da sponsorizzazioni, pubblicità e proventi commerciali offriva numeri poverissimi: 652 mila euro, il 6,64 per cento del fatturato. C’era quindi una voce residua e generica etichettata come “altri ricavi e proventi diversi”, che fruttava la marginale cifra di 261 mila euro, incidendo per il 2,66 per cento.

I fratelli indonesiani Hartono e il loro manager di fiducia Mirwan Suwarso

I proventi da movimento calciatori (plusvalenze, prestiti, premi di valorizzazione et similia) si attestavano a zero. Insomma, un valore della produzione che non toccherebbe i 2,5 milioni di euro: livello da bassa Serie B/alta Lega Pro. Ma poi, a completare il quadro, ecco la voce “contributi in conto esercizio”. Che sono i versamenti dell’azionista di riferimento, la Sent Entertainment, emanazione dei ricchissimi fratelli indonesiani Hartono che controllano il Como attraverso il loro manager di fiducia Mirwan Suwarso.

LEGGI ANCHE: I ricchissimi padroni indonesiani del Como, gli affari con le sigarette e il progetto nel calcio

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Il presidente del Bologna Joey Saputo con Mirwan Suwarso (foto Ansa).

Pompato nelle casse del club tre quarti del valore della produzione

E già il fatto che questa iniezione di denaro sia stata inserita sotto la rubrica del valore della produzione è indicativo. A ogni modo, durante l’esercizio 2023-24 la proprietà ha pompato nelle casse del club lariano 7,356 milioni di euro, corrispondente al 74,95 per cento del valore della produzione. Proprio così: stiamo parlando dei tre quarti del totale.

Copertura delle perdite e aumento dei diritti televisivi

Inoltre è stata predisposta una riserva per copertura perdite da 49 milioni 698 mila 453 euro che di fatto ha permesso di assorbire le perdite di esercizio, che toccavano quota 47 milioni 756 mila 634 euro. Le cifre relative al penultimo esercizio fanno da premessa, anche perché il salto dalla Serie B alla Serie A comporta una serie di cambiamenti nella struttura dei ricavi che deve tenere conto innanzitutto dei diritti televisivi. Proprio questa voce ha contribuito a fare impennare il valore della produzione, che è passata dagli 8,27 milioni dell’ultima stagione di Serie B ai 49,476 milioni della prima stagione di A.

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Nico Paz, trascinatore del Como (foto Ansa).

Il totale del valore della produzione nel 2024-25 ha toccato quota 55,397 milioni di euro, coi “proventi da cessione dei diritti televisivi” che hanno contribuito per 31,782 milioni, il 57,3 per cento. Il valore della cessione delle prestazioni, pur balzando da 1,546 milioni di euro a 5,921 milioni di euro, è rimasto un decimo nella struttura dei ricavi. Si segnala la conferma della voce “contributo in conto esercizio”: 4,671 milioni, in chiara diminuzione rispetto all’anno precedente.

Il Como spende il triplo di ciò che produce

Tuttavia, c’è un’altra voce che richiama l’attenzione. Si trova nella rubrica del passivo e riguarda i “versamenti a copertura perdite”. Nel bilancio al 30 giugno 2024, come si è visto, ammontavano a oltre 49 milioni. Nel bilancio al 30 giugno 2025 sono balzati a 135 milioni 491 mila 818 euro. Una cifra sensazionale, così come è eclatante lo scarto tra valore della produzione e costo della produzione: 55 milioni 396 mila 617 euro contro 156 milioni 610 mila 937 euro, con una differenza in negativo di 103 milioni 214 mila 320 euro. Il Como spende il triplo di ciò che produce.

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario

Di fatto, il Como si mantiene in equilibrio e costruisce una crescente competitività sportiva grazie alla continua provvista di denaro dell’azionista di riferimento. Quanto continua? Lasciamocelo dire dal testo della nota integrativa al bilancio, paragrafo dedicato alla continuità aziendale.

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario

Come si evince dalla lettura, tutti i santi mesi (e spesso due volte al mese) c’è stata iniezione di denaro nelle casse della società. In particolare, vanno segnalati i due versamenti del mese di giugno, quello della chiusura di esercizio: 3,6 milioni di euro il giorno 6 e poi 8,5 milioni di euro il giorno 23, per un totale di 12,1 milioni di euro. C’è da aggiungere che, come è prassi nelle note integrative, è stato dato conto anche di alcuni fatti rilevanti avvenuti nel periodo compreso fra la data di chiusura dell’esercizio annuale e quella dell’approvazione del bilancio da parte dell’assemblea dei soci (fine ottobre 2025).

I principi del fair play finanziario ormai ridotti a simulacro

Anche durante questo lasso di tempo c’è stato un continuo apporto di liquidità. Impressionante quello del mese di ottobre, con tre versamenti rispettivamente da 2 milioni di euro (il giorno 2), da 15,5 milioni di euro (il giorno 10) e da 10,5 milioni di euro (il giorno 24). Il totale fa 28 milioni di euro. In un solo mese. Un indice di costi crescenti che nemmeno le società metropolitane da Champions League riuscirebbero ad affrontare in questa misura. Il Como può. Tanto più che i sacrosanti principi del fair play finanziario sono ormai ridotti a simulacro.

Si ritira anche il Real Madrid: addio definitivo alla Superlega

«Dopo mesi di discussioni condotte nel migliore interesse del calcio europeo», la Uefa, i club calcistici europei (Efc, ex Eca) e il Real Madrid hanno annunciato di «aver raggiunto un accordo sui principi per il benessere del calcio europeo, nel rispetto del principio del merito sportivo, con particolare attenzione alla sostenibilità a lungo termine del club e al miglioramento dell’esperienza dei tifosi attraverso l’uso della tecnologia». Questo accordo, si legge in un comunicato congiunto, «servirà anche a risolvere le controversie legali relative alla Superlega europea, una volta che tali principi saranno eseguiti e implementati».

La nota è piuttosto nebulosa, ma fa intendere il ritiro del Real Madrid dal progetto Superlega e anche la rinuncia alla causa intentata dal presidente Florentino Perez contro l’Uefa, per i danni che l’organo di governo del calcio europeo avrebbe provocato al club spagnolo facendo muro sulla nuova competizione. Che, a questo punto, davvero non dovrebbe vedere la luce. Il Barcellona aveva formalizzato l’uscita dalla Superlega solo pochi giorni fa. Aveva lasciato in precedenza anche la Juventus, tra i principali promotori del progetto.

Il calciomercato, l’invasione dei guru e il confine tra giornalismo e intrattenimento

Negli Anni 70 David Messina, giornalista della Gazzetta dello sport, fu l’inventore del calciomercato per come lo conosciamo ora, quello del rapporto confidenziale con operatori, agenti, direttori sportivi, calciatori e intermediari vari, e della narrazione romanzata di cessioni e acquisti più o meno realistici. Girava, Messina, come un re nelle stanze dell’hotel Gallia di Milano, durante le finestre dedicate ai trasferimenti, stagione dopo stagione. Ma il genere “calciomercato”, giornalisticamente, rimaneva comunque una nicchia riservata che si illuminava solo poche settimane all’anno, con quel celebre tabellone acquisti-cessioni pubblicato in estate sulle pagine della Gazzetta.

Il calciomercato, l’invasione dei guru e il confine tra giornalismo e intrattenimento
David Messina, morto nel 2024 (Imagoeconomica).

Lo sbarco in tivù con Mosca e il boom grazie a Jacobelli

Fu poi Maurizio Mosca a portare quel filone giornalistico in televisione, tra processi del lunedì, appelli del martedì e pendolini vari, trasformandolo in uno show, intrattenimento con infiniti elenchi di giocatori che avrebbero potuto andare di qui e di là, liste lunghissime costruite apposta per stuzzicare la fantasia dei tifosi e con anticipazioni e indiscrezioni che poi, alla fin fine, non si concretizzavano quasi mai. Per avere il calciomercato 365 giorni in pagina, invece, si dovrà aspettare Xavier Jacobelli con le sue direzioni a Tuttosport e al Corriere dello sport tra la fine degli Anni 90 e i primi Duemila: trattative, futuri acquisti e cessioni diventarono lo spunto per riempire i giornali 12 mesi l’anno, e non solo durante le finestre di mercato. C’era perfino Ligabue che si interrogava su «Chi prende l’Inter?» in Hai un momento, Dio?.

Il calciomercato, l’invasione dei guru e il confine tra giornalismo e intrattenimento
Il calciomercato, l’invasione dei guru e il confine tra giornalismo e intrattenimento

L’esplosione di internet con Di Marzio e Romano

Intanto cominciavano a impazzare esperti più o meno affidabili sulle tivù locali, fino all’esplosione di internet, dei siti e soprattutto dei social. Il primo a imporsi in questo nuovo mondo digitale è stato certamente il giornalista di Sky Sport Gianluca Di Marzio, grazie alla ricca agenda telefonica ereditata dal papà Gianni (allenatore e direttore sportivo di lungo corso), poi all’immagine certamente fresca e moderna conferitagli da Sky, e infine alla ricchissima rete di contatti che Di Marzio stesso è stato capace di costruirsi autonomamente nel tempo, diventando uno dei giornalisti più affidabili in materia di calciomercato.

Il calciomercato, l’invasione dei guru e il confine tra giornalismo e intrattenimento
Gianluca Di Marzio (Imagoeconomica).

Concentrato sull’Italia (dove comunque è una delle firme con più follower in assoluto), Di Marzio ha però visto un suo allievo, passato da Sky per qualche anno ma poi messosi in proprio, diventare il vero re mondiale delle news di acquisti e cessioni nel football, con il suo celebre slogan «Here we go». Fabrizio Romano, un uomo che oggi vale oltre 5 milioni di euro di ricavi annui solo dai social, ha oltre 122 milioni di follower sparsi sul Pianeta (giusto per dare un riferimento, l’uomo che ne ha di più di tutti è Cristiano Ronaldo, poco sopra il miliardo). Ebbene, Romano sta seduto sopra i suoi 42,4 milioni di follower su Instagram, 29 milioni su Facebook, 27 milioni su X, 21 milioni su TikTok, 3 milioni su YouTube. E non c’è trattativa, in via di definizione o conclusa, che non passi da lui.

La squadra di emuli tra milioni di follower e views

L’Italia, per una volta, ha esportato un genere che era poco battuto dal giornalismo europeo: nel Regno Unito o in Germania il calciomercato non era molto praticato, e con il digitale, che abbatte tutte le barriere geografiche, Romano ha trovato un terreno fertile e incontaminato dove imporre il suo brand. Gli emuli di Di Marzio e Romano non mancano, in Italia: da Alfredo Pedullà (e il suo pacchetto di 631 mila follower su Facebook, 387 mila su X, 128 mila su Instagram, 123 mila su YouTube), fino a Nicolò Schira (395 mila su X, 138 mila su Instagram, 40 mila su YouTube, 11 mila su Facebook), e Matteo Moretto (attivo in Spagna, emulo e allievo di Romano) con 440 mila follower su X e 72 mila su Instagram. Sempre ricordando che il reuccio del mercato italiano, girando per saloni e corridoi dell’Hotel Sheraton San Siro di Milano (dove il 2 febbraio si è chiusa la sessione di calciomercato invernale) rimane Di Marzio con 1,9 milioni di follower su X, un milione su Facebook, un milione su Instagram, 109 mila su TikTok e 16 mila su YouTube.

Il calciomercato, l’invasione dei guru e il confine tra giornalismo e intrattenimento
Il calciomercato, l’invasione dei guru e il confine tra giornalismo e intrattenimento
Il calciomercato, l’invasione dei guru e il confine tra giornalismo e intrattenimento

Le fonti si moltiplicano insieme con le trappole

«Di sicuro è cambiato tutto rispetto a qualche anno fa. Prima le nostre fonti giornalistiche erano solo gli addetti ai lavori, i direttori sportivi, i procuratori, in base ai rapporti di fiducia che riuscivi a costruire nel tempo. Oggi», spiega Di Marzio, «la fonte può essere un ragazzo che ti scrive sui social mentre è in treno e sta ascoltando la telefonata di un dirigente o di un calciatore. Tante volte le notizie nascono così. E mai come ora è dunque necessario verificare. Di sicuro, nessuno di noi ha più la sua privacy, c’è sempre qualcuno che ascolta. Il terreno, quindi, è pieno di trappole, di bucce di banane, servono verifiche molto più dettagliate rispetto a un tempo». Soprattutto perché nell’universo digitale gli influencer e gli pseudo-guru del mercato si moltiplicano. «Di Marzio è l’esempio vivente di giornalista affidabile che da lustro a sé e alla sua testata, Sky Sport», commenta Niccolò Ceccarini, direttore di Tuttomercatoweb, «perché in questo lavoro la credibilità è tutto».

Il calciomercato, l’invasione dei guru e il confine tra giornalismo e intrattenimento
Niccolò Ceccarini.

La difficoltà di scindere tra giornalismo e intrattenimento

E infatti, come sottolinea Giacomo Brunetti, caporedattore di Cronache di spogliatoio, «noi abbiamo creato la nostra community di fan partendo anche dal calciomercato, e portando sul web il giornalismo, in un universo dove invece prevalevano i meme e gli account di satira». Oggi, prosegue, «il senso di community è importante sia verso i nostri fan, sia verso i club calcistici, con i quali realizziamo progetti. Quando abbiamo iniziato, ci dicevano che il giornalismo stava morendo. Ma non eravamo d’accordo. E, cosa cui spesso non si pensa, ci siamo ritrovati a lavorare con una generazione di direttori sportivi, procuratori, calciatori giovani che stavano cercano nuove piattaforme che raccontassero il calcio, il calciomercato, il loro mondo, con linguaggi diversi e più moderni». Il punto è: «Facciamo giornalismo o intrattenimento? Scindere è complicato: YouTube è la nostra televisione, Instagram il nostro giornale. La notizia, poi, si trasforma in contenuto attraverso gli approfondimenti che facciamo: intrattenimento e credibilità, show e rigore».

Il calciomercato, l’invasione dei guru e il confine tra giornalismo e intrattenimento
Giacomo Brunetti intervista Sandro Tonali.

Europa League, l’avversaria del Bologna nei playoff

Prende forma anche il tabellone di Europa League. Dopo la Champions, a Nyon sono stati sorteggiati anche gli accoppiamenti dei playoff della seconda competizione internazionale che si concluderà il 20 maggio a Istanbul nello stadio del Besiktas. Roma già qualificata agli ottavi grazie al pareggio per 1-1 in casa del Panathinaikos agguantato nei minuti finali, che ha permesso agli uomini di Gian Piero Gasperini di chiudere la fase campionato all’ottavo posto. Ai playoff invece il Bologna di Vincenzo Italiano, che ha chiuso il maxi girone battendo il Maccabi Tel-Aviv: troverà i norvegesi del Brann. In caso di passaggio del turno, agli ottavi potrebbe esserci il derby italiano: per i rossoblù ci saranno i giallorossi oppure i tedeschi del Friburgo. Ecco i playoff.

Europa League, tutti gli accoppiamenti dei playoff

Paok Salonicco – Celta Vigo

Lille – Stella Rossa

Panathinaikos – Viktoria Plzen

Fenerbahce – Nottingham Forest

Ludogorets – Ferencvaros

Celtic – Stoccarda

Brann – Bologna

Dinamo Zagabria – Genk

Europa League, l’avversaria del Bologna nei playoff
L’allenatore del Bologna Vincenzo Italiano (Ansa).

Champions League, i playoff: le avversarie di Inter, Juventus e Atalanta

La Champions League 2025/2026 entra nel vivo. Sorteggiati a Nyon gli accoppiamenti dei playoff, primi match a eliminazione diretta verso la finale di Budapest del 30 maggio. Tre le italiane impegnate con Atalanta, Inter e Juventus che giocheranno il ritorno in casa in quanto teste di serie. Non c’è il Napoli, 30esimo nella fase campionato dopo la sconfitta interna all’ultimo turno contro il Chelsea. Le gare di andata si giocheranno il 17 e il 18 febbraio, mentre i ritorni sono in programma una settimana dopo. Il 27 febbraio l’urna regalerà invece gli accoppiamenti dell’intero tabellone, con il possibile cammino dagli ottavi di finale fino all’ultimo atto. Ecco tutti i match delle italiane.

Champions League, tutti gli accoppiamenti dei playoff

Benfica – Real Madrid

Bodo/Glimt – Inter

Monaco – Paris Saint-Germain

Qarabag – Newcastle

Galatasaray – Juventus

Club Brugge – Atletico Madrid

Borussia Dortmund – Atalanta

Olympiacos – Bayer Leverkusen

I possibili ottavi di finale delle tre italiane

Bisognerà attendere il 27 febbraio per conoscere invece gli accoppiamenti degli ottavi di finale. Per le italiane tuttavia si prospetta un cammino piuttosto difficile che rischia di mettere sulla strada verso Budapest alcune delle favorite per la vittoria della coppa. Per l’Inter di Cristian Chivu ci potrebbero essere lo Sporting Lisbona, vera sorpresa di questa edizione della Champions, oppure il Manchester City di Pep Guardiola in quella che sarebbe la rivincita della finale 2023. Per quanto riguarda invece la Juventus di Luciano Spalletti, spauracchio inglese agli ottavi: i bianconeri rischiano di trovare una fra il Liverpool e il Tottenham, protagonista di una stagione a due facce tra Premier ed Europa. Ben più ostico il cammino dell’Atalanta: qualora dovesse superare i playoff, si troverebbe di fronte una tra Arsenal, dominatore della League Phase, e il Bayern Monaco, primo in Bundesliga.

Fiorentina, Giuseppe Commisso è il nuovo presidente

Giuseppe Commisso è stato nominato nuovo presidente della Fiorentina, subentrando al padre Rocco, il magnate italo-americano morto il 16 gennaio scorso a New York all’età di 76 anni. La decisione è stata assunta dal Consiglio di Amministrazione del club, riunitosi il 27 gennaio a Firenze, che ha ufficializzato il passaggio di consegne alla guida della società viola. Commisso jr., già coinvolto in precedenza nella governance del club, assume così la massima carica dopo anni di presenza nei vertici dirigenziali.

Giuseppe Commisso: «Seguirò le orme di mio padre»

Nel corso della stessa riunione il Cda ha confermato Mark Stephan nel ruolo di Chief Executive Officer e Alessandro Ferrari come direttore generale. Attraverso i canali ufficiali della società, il nuovo presidente ha dichiarato: «È un grande onore. Desidero esprimere il mio pieno sostegno a Stephan e a Ferrari, la cui leadership e continuità manageriale rappresentano un elemento fondamentale per il presente e il futuro della società. Colgo inoltre l’occasione per ringraziare mia madre Catherine: la sua nomina nel Cda come membro riflette la continuità dell’impegno della nostra famiglia, seguendo le orme di quanto fatto da mio padre. Sono profondamente determinato a portare avanti la sua eredità e la sua visione nel costruire la Fiorentina».

Adriano, così è stata truffata con l’IA la madre dell’ex Inter

Adriano, ex attaccante e stella dell’Inter fra il 2004 e il 2007, ha denunciato sui social che la madre è stata truffata telefonicamente con l’ausilio dell’intelligenza artificiale. Secondo la ricostruzione fatta dall’Imperatore su Instagram, i criminali si sarebbero spacciati per lui inizialmente su WhatsApp e clonando la sua voce con un software IA, facendo leva sul rapporto di fiducia familiare e spingendola a depositare circa 15 mila reais (circa 2.400 euro) su un conto corrente fraudolento. «Sono qui per avvisarvi di una cosa molto seria», ha tuonato l’ex Inter, quasi 44enne, dando un ultimatum ai malviventi. «Meglio che restituiate i soldi, perché verrò a cercarvi. Con la mamma, la nonna e la famiglia non si scherza. Avete 24 ore per restituire il denaro».

La mamma di Adriano vittima della Cloned Voice Scam

L’episodio denunciato da Adriano sui propri canali social mette nuovamente in luce una diffusione sempre più ampia e allarmante delle tecniche dei deepfake, spesso utilizzati per manipolare la gente facendo leva su legami affettivi e familiari. La madre dell’ex attaccante dell’Inter sembra essere stata raggirata con una nuova tecnica fraudolenta, la Cloned Voice Scam, che si sta spargendo in tutto il mondo. Sfruttando i software di intelligenza artificiale, ai malintenzionati è sufficiente registrare una volta la voce della vittima per sovrapporla alla propria e poterla riutilizzare per fini loschi. Per farlo, possono ricorrere a diverse fonti quali video online, chiamate mute oppure finti call center. Facendo processare poi all’IA il suono, è facile ricreare digitalmente qualunque frase con quella voce. Come in ogni addestramento IA, più dati si hanno sotto mano, più precisa sarà la resa del software in merito a tono, accento e persino pause ritmiche.

Adriano, così è stata truffata con l’IA la madre dell’ex Inter
Adriano in uno scatto sui social (da Instagram).

La Cloned Voice Scam, nuova frontiera tecnologica delle truffe online, può avvenire anche mediante le telefonate del cosiddetto “finto figlio”, in cui il malintenzionato si finge parente della vittima per mettere in scena un’emergenza per cui si rende necessario un trasferimento urgente di denaro. È il caso poi anche delle Romance Scam o truffe romantiche, di cui era rimasto vittima in passato anche un altro sportivo, il pallavolista Roberto Cazzaniga. È per questo necessario fare attenzione, anche in Italia, dove di recente si stanno diffondendo telefonate con prefissi esteri tra cui Danimarca e Francia. Nel suo video su Instagram, Adriano ha denunciato un’ampia diffusione di truffe con deepfake nel suo Brasile, sperando con la sua testimonianza di porre l’accento su un fenomeno per cui occorre un intervento immediato.

La grottesca Coppa d’Africa e i dubbi sul Marocco: saprà organizzare il Mondiale?

Cose mai viste. La finale della 35esima edizione della Coppa d’Africa, giocata tra i padroni di casa del Marocco e il Senegal a Rabat, ha messo in scena una serie di circostanze grottesche, scatenate dopo il novantesimo minuto. Quando, anziché veder scattare il tempo di recupero, è stata inaugurata una fase di tempo isterico. Breve sintesi: gol annullato alla squadra ospite per un fallo in attacco, fischiato con adozione di parametri sul contatto fisico che potrebbero valere per il tennis o la pallavolo; rigore concesso alla squadra di casa per una scorrettezza (?) captata dal Var con la bacchetta del rabdomante; l’uscita dal campo della squadra ospite per proteste e il successivo lungo mercanteggiamento per convincerla a rientrare in campo; l’errore dal dischetto di Brahim Diaz, commesso in un modo che ha scatenato sul web le peggiori dietrologie; e infine, l’imbarazzante momento della premiazione, coi potenti del calcio e della politica che facevano a gara a chi non consegnava il trofeo al Senegal. Il giorno dopo, l’appendice polemica con strascichi legali: il Marocco ha annunciato l’intenzione di fare ricorso dopo il ritiro del Senegal, che avrebbe «avuto un impatto sulla partita».

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Un’organizzazione scadente, a tratti disastrosa

È stato il degno epilogo di una manifestazione organizzata in modo scadente, con passaggi persino disastrosi. E mentre in queste ore si vive lo scambio di accuse, possono già essere indicati i colpevoli di una débâcle assurda: gli organizzatori, a tutti i livelli. Partendo dal Marocco, Paese ospitante che fra quattro anni ospiterà il Mondiale, fino alla Fifa dell’impresentabile Gianni Infantino.

Rovinato un buon livello tecnico della competizione

La cosa peggiore di tutto ciò è che è stato rovinato un torneo dal livello tecnico molto elevato. Sui campi da gioco è stata una bellissima Coppa d’Africa, da cui giunge conferma che il calcio continentale ha raggiunto finalmente una soglia di maturità vera. E la finale fra Marocco e Senegal, fino a che non è scattata la follia post-90’, è stata equilibrata e ben giocata.

Spalti vuoti e tifosi rimasti fuori a caccia del biglietto

Purtroppo le note positive finiscono qui. Perché fuori dal campo la Coppa d’Africa è stata un disastro. A partire dallo sconcertante spettacolo degli spalti vuoti. Un panorama indegno di un campionato continentale per squadre nazionali. Si sono verificate scene incomprensibili, come quelle che hanno visto migliaia di tifosi algerini fuori dagli impianti a caccia di biglietti, mentre all’interno i settori erano vuoti nonostante risultassero esauriti. Il caso si è ripetuto con altre tifoserie e chiama in causa il sistema di vendita dei tagliandi. Che evidentemente è andato in tilt.

Pessimo messaggio, come al Mondiale Fifa per club dell’estate 2025

Su questo aspetto si è innescato uno scaricabarile fra gli organizzatori locali e la confederazione africana (Caf). Secondo i marocchini, l’organizzazione della manifestazione è della Caf e per questo loro declinano ogni responsabilità. Rimane il pessimo messaggio, in linea con quanto è già successo e continua a succedere a margine di altre grandi manifestazioni internazionali sotto egida Fifa. Se n’è avuta una prima dimostrazione in occasione del Mondiale Fifa per club dell’estate 2025, quando fu quasi necessario chiamare i buttadentro per evitare scenari di spalti deserti.

La grottesca Coppa d’Africa e i dubbi sul Marocco: saprà organizzare il Mondiale?
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Infantino già rivendica successi surreali per il Mondiale 2026

Il seguito si avrà col Mondiale di Canada-Messico-Usa dell’estate 2026, già segnati dalle polemiche sul costo esorbitante dei biglietti. È una tendenza pericolosa che si sta strutturando, senza che si riesca ad approntare una contromisura. Anzi, il presidente della Fifa Infantino rivendica successi surreali. Come le 150 milioni di richieste di prenotazioni per i biglietti delle gare, presentate come un record assoluto. Bella forza: il Mondiale 2026 è il primo segnato dal passaggio da 32 a 48 squadre. Il record era nei fatti, non c’è nulla di cui vantarsi.

Fra quattro anni la prima edizione intercontinentale della Coppa del mondo

Per questa edizione della Coppa d’Africa il Marocco ha potuto giocarsi l’alibi dell’organizzazione da imputare alla confederazione africana. Non una grande dimostrazione di coraggio e responsabilità, per un Paese che fra quattro anni ospiterà la prima edizione intercontinentale del Mondiale. Nel 2030 la manifestazione si terrà infatti in Marocco, Portogallo e Spagna, con singole partite giocate in Argentina, Paraguay e Uruguay (altra megalomania di Infantino).

Giudizio pesantemente negativo sulle capacità del Marocco

Ne consegue che, se questa edizione della Coppa d’Africa doveva essere un test per le capacità organizzative del Marocco, il giudizio è pesantemente negativo. Certo, mancano quattro anni all’appuntamento. Ma bisognerà fare parecchi passi avanti per essere all’altezza di una sfida così gravosa. Soprattutto bisognerà evitare che si ripetano scene come quelle di cui si è lamentata la federazione senegalese.

Sicurezza, alberghi, campi d’allenamento: tante polemiche

Il trattamento riservato all’avversaria del Marocco in finale è stato pessimo. I calciatori del Senegal sono arrivati a Rabat in treno e non hanno trovato nessuna misura di sicurezza ad accoglierli: sul web girano filmati che li ritraggono mentre si mescolano coi viaggiatori in stazione, con ovvi rischi per la loro incolumità. Inoltre anche la sistemazione alberghiera e la messa a disposizione della struttura di allenamento sono state oggetto di polemica.

Re Mohammed VI del Marocco è uno dei potenti emergenti del calcio globale

Tutto quanto è avvenuto sotto l’occhio inerte di Fifa e Caf. Per ovvi motivi: re Mohammed VI del Marocco è visto come uno dei potenti emergenti del calcio globale. Trattato in modo estremamente riverente da Infantino, che per gli autocrati ha una passione speciale. I toni duri che, nelle scorse ore, il presidente Fifa ha riservato al Senegal non verrebbero replicati nei confronti del Marocco. Potete starne certi.

La grottesca Coppa d’Africa e i dubbi sul Marocco: saprà organizzare il Mondiale?
Re Mohammed VI del Marocco (foto Ansa).

Motsepe, il controverso miliardario a capo della Caf

Non meno meschina la figura rimediata da Patrice Motsepe, presidente della Caf. Sudafricano, imprenditore minerario, passato alla storia per essere stato il primo africano di pelle nera a entrare nella lista mondiale dei miliardari stilata da Forbes, Motsepe è una creatura di Infantino. Nel 2021 accettò quasi obtorto collo di essere eletto come presidente della confederazione africana (Infantino aveva fatto in modo che tutti i concorrenti lasciassero la competizione), annunciando che avrebbe svolto soltanto un mandato. Ovviamente, quando nel 2025 quel mandato è scaduto, Motsepe si è ripresentato e adesso è sempre lì. Ha capito anche lui la forza del calcio come strumento politico.

Il suo agire presidenziale consiste principalmente nell’applicare gli indirizzi dettati da Infantino. Fra questi, la decisione di allungare da due a quattro anni il lasso di tempo fra un’edizione e l’altra della Coppa d’Africa. Una mossa fatta in applicazione della volontà di Infantino di dare sempre meno spazio alle competizioni continentali. Dal 2028 (ultima edizione segnata dalla cadenza biennale) si cambia scadenze. Una mossa che ha fatto infuriare molte federazioni nazionali africane. Motsepe tira dritto, convinto di agire per il bene del calcio. Ma dopo la figuraccia di domenica, qualche dubbio sul suo modo di gestire (per altri) il potere dovrà pur sorgergli.

Brahim Diaz dopo l’errore dal dischetto in Coppa d’Africa: «Mi fa male l’anima»

Brahim Diaz rompe il silenzio dopo il clamoroso errore dal dischetto, costato al suo Marocco la Coppa d’Africa nella caotica finale contro il Senegal. Il numero 10 dei Leoni dell’Atlante, accusato addirittura di aver sbagliato di proposito, ha sfogato la sua frustrazione con un breve e commosso post sui social. «Mi fa male l’anima», ha esordito l’ex Milan. «Ho sognato questo titolo per tutto l’amore che mi avete dato, per ogni messaggio, ogni dimostrazione di sostegno che mi ha fatto sentire come se non fossi solo. Ieri ho fallito, me ne assumo la piena responsabilità e chiedo scusa dal profondo del mio cuore». Il 26enne nato a Malaga, che ha scelto di giocare con il Marocco per onorare le origini del padre, ha poi descritto il momento difficile: «Sarà difficile per me rialzarmi, questa ferita non guarisce facilmente, ma ci proverò. Non per me, ma per il bene di tutti quelli che hanno creduto in me, e per tutti quelli che hanno sofferto con me. Continuerò ad andare avanti finché un giorno potrò ricambiare questo amore ed essere orgoglioso del popolo marocchino».

Cristiano Ronaldo vince in tribunale contro la Juventus

Il giudice del lavoro di Torino Gian Luca Robaldo ha respinto il ricorso della Juventus contro il lodo arbitrale emesso nel 2024 che aveva obbligato il club bianconero a pagare 9,8 milioni di euro (più gli interessi per un totale di 11) di arretrati a Cristiano Ronaldo, stipendi risalenti al periodo del Covid.

I milioni contesi: cosa era successo

Durante l’emergenza-pandemia, la Juventus aveva raggiunto un accordo con i suoi tesserati per la rinuncia di alcune mensilità sullo stipendio: con CR7 era stato pattuito un pagamento posticipato di 19,5 milioni di euro sull’ingaggio lordo. La somma non era né stata iscritta a bilancio, né versata al calciatore dopo la cessione al Manchester United, avvenuta nell’estate del 2021. A settembre del 2023, Cristiano Ronaldo aveva perciò citato in giudizio il club: il Collegio arbitrale, stabilendo che non ci sarebbe stata la volontà di ingannare il giocatore, stabilì come cifra dovuta 9,8 milioni, ovvero la metà. A quel punto la Juventus aveva fatto ricorso, che è stato adesso respinto.

Coppa d’Africa, Brahim Diaz e i dubbi sul rigore sbagliato di proposito in Marocco-Senegal

La verità la sa solamente lui e chissà se deciderà mai di raccontarla al mondo. Sta di fatto che Brahim Diaz, per il momento, si è chiuso in silenzio anche sui social. L’ex numero 10 del Milan, oggi al Real Madrid e pilastro del Marocco, ha fallito all’ultimo secondo della Coppa d’Africa un calcio di rigore che avrebbe consegnato il trofeo alla sua Nazionale, permettendo di spezzare una maledizione lunga 50 anni. Invece il suo cucchiaio, comodamente parato dal portiere del Senegal Edouard Mendy, ha dato ai Leoni della Teranga la possibilità di giocarsela, e poi vincerla, ai supplementari. Fin qui tutto normale, come è accaduto e forse accadrà altre volte nella storia del calcio, se non fosse che prima di quel penalty a Rabat si è assistito a una serata di straordinaria follia: 20 minuti in cui a perdere è stato solamente il calcio. Facciamo un passo indietro.

Coppa d’Africa, Brahim Diaz e i dubbi sul rigore sbagliato di proposito in Marocco-Senegal
Sadio Mane festeggia con la Coppa d’Africa 2025 (Ansa).

Senegal-Marocco: i 20 minuti di follia nella finale di Coppa d’Africa

Minuti di recupero della finale di Coppa d’Africa, Senegal e Marocco sono inchiodate sullo 0-0. Tutto lascia pensare ai tempi supplementari, quando il fischietto congolese Jean Jaques Ngambo Ndala, negli otto minuti di recupero, scatena il caos per un arbitraggio molto rivedibile. Al 91’ annulla un gol regolare ai Leoni della Teranga per una spinta – molto leggera – di Ismaila Sarr. Passano soltanto pochi secondi e viene richiamato al Var per assegnare un rigore inesistente ai padroni di casa per una trattenuta – ancora una volta, molto leggera – su Brahim Diaz. Da qui, scoppia l’inferno. Risse tra giocatori, tafferugli sugli spalti e invasione di campo da parte di alcuni tifosi del Senegal. Poi accade qualcosa di imprevedibile: il tecnico dei senegalesi Pape Thiaw invita i suoi a lasciare il campo in segno di protesta.

Escono tutti, tranne Sadio Mané, bandiera della squadra, che ha più testa degli altri. Sa benissimo che in caso di abbandono della finale, il Senegal avrebbe rischiato una squalifica di due anni, tanto da perdere anche il Mondiale 2026. L’ex Liverpool chiama i suoi a raccolta, li fa ragionare e tornare in campo per giocarsela fino alla fine. Sul dischetto, al 24’ minuto di recupero, va Brahim Diaz, fin lì protagonista di una serata molto distante dalle sfavillanti prove dei match precedenti. Il madridista, ex Milan, sceglie di calciare con un telefonato cucchiaio: il portiere Mendy resta fermo, ringrazia e tiene in vita i suoi. Che nei supplementari andranno a vincerla con una fucilata sotto l’incrocio dei pali di Pape Gueye, centrocampista del Villareal. Per Brahim, sostituito quattro minuti dopo la rete, una serata da incubo su cui subito dopo si alza una bufera: ha sbagliato di proposito?

Il presunto accordo con Mané per salvare la Coppa d’Africa

Sono in tanti a pensare che l’ex rossonero – che ha scelto il Marocco e non la Spagna per onorare le origini di suo padre – lo abbia fatto apposta. «Ha sacrificato sé stesso per salvare la Coppa d’Africa», scrivono in tanti sui social. Le telecamere lo hanno inquadrato mentre parlava al centro del campo con i compagni, coprendosi la bocca con la mano. Un’immagine che ha alimentato le indiscrezioni di un possibile accordo fra l’ex rossonero e il senegalese Mané: far rientrare il Senegal, salvando così la reputazione del torneo, e sbagliare il rigore di proposito. Ad appoggiare questa tesi, si racconta, una riunione del Marocco a centrocampo prima del tiro e la non esultanza dei giocatori del Senegal sulla parata di Mendy. Diaz tuttavia chiude con gli occhi lucidi tra lacrime e pioggia, secondo alcuni anche insultato dai suoi stessi compagni, inconsolabile anche mentre ritira il premio di capocannoniere del torneo

Playoff Conference League, il sorteggio: l’avversaria della Fiorentina

Sorteggiati a Nyon, in Svizzera, gli accoppiamenti per i playoff di Conference League. In campo anche la Fiorentina di Paolo Vanoli, che ha pagato una fase campionato molto negativa soprattutto nella seconda parte con tre sconfitte nelle ultime quattro partite. Giunta al 15esimo posto in classifica, la Viola affronterà i polacchi dello Jagiellonia, che hanno chiuso a pari punti (nove) ma con una differenza reti peggiore. L’andata si giocherà il 19 febbraio allo stadio municipale di Bialystok, mentre il ritorno sarà al Franchi di Firenze dopo una settimana esatta, giovedì 26 febbraio. In caso di passaggio del turno, per Moise Kean e compagni ci sarà il difficile confronto con una fra Strasburgo e Rakow, qualificatesi rispettivamente al primo e al secondo posto della fase campionato.

Playoff Conference League, il sorteggio: l’avversaria della Fiorentina
L’allenatore della Fiorentina Paolo Vanoli (Ansa).

Conference League, i playoff: tutti gli accoppiamenti

Sigma Olomuc – Losanna

Zrinjski – Crystal Palace

Kups – Lech Poznan

Shkhendija – Samsunspor

Noah – AZ Alkmaar

Drita – Celje

Jagiellonia – Fiorentina

Omonia – Rijeka

Pirateria, scontro Cloudfare-Serie A dopo la multa di Agcom

Lo scontro tra la Lega Serie A e Cloudfare si è acceso. Il colosso del web è stato multato dall’Agcom per 14 milioni di euro a causa di ordini non rispettati nel contrasto alla diffusione di contenuti pirata online. Una vicenda che ha portato il ceo di Cloudfare, Matthew Prince, a ipotizzare lo stop a possibili investimenti sul mercato italiano, con un occhio alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Ma la risposta non si è fatta attendere ed arrivata dall’amministratore delegato della Lega Serie A Luigi De Siervo.

De Siervo: «Nessuno è sopra le leggi»

De Siervo ai microfoni del Sole 24 ore ha spiegato: «Ho visto solo molta aggressività e un senso di superiorità rispetto a un sistema di regole europee. Nessuna azienda può pensare di essere al di sopra delle leggi. Quando si parla di infrastrutture digitali si tende a confondere il ruolo neutrale della tecnologia con l’uso che se ne fa. Qui non si chiede a nessuno di censurare contenuti, ma semplicemente di impedire che determinate infrastrutture tecniche siano utilizzate per consentire o facilitare attività illegali. Evocare ritorsioni o vendette non aiuta il confronto, anzi dà la misura di un approccio arrogante».

La pirateria «vale miliardi di dollari»

E ancora: «La pirateria online è un’industria che vale miliardi di dollari. Contrastarla non ha nulla a che vedere con la libertà di parola o con questioni geopolitiche: riguarda solo profitti enormi costruiti sull’illegalità. Come prova la piena collaborazione di molti altri fornitori di infrastrutture, bloccare i flussi illegali in modo rapido e mirato è possibile. Serve però collaborazione». Infine ha parlato di chi ha utilizzato le piattaforme illegali, il cosiddetto pezzotto: «Stiamo inviando oltre duemila lettere in cui chiediamo mille euro a chi è stato identificato dalla Guardia di Finanza come utilizzatore di piattaforme illegali. Lo riteniamo un passaggio necessario per far capire che non esistono più zone grigie. C’è ancora l’illusione di essere invisibili, ma ogni violazione digitale lascia tracce precise e indelebili».

Fabio Paratici nuovo DS della Fiorentina

Fabio Paratici è ufficialmente il nuovo DS della Fiorentina. Lo ha comunicato il club in una nota, annunciandone la nomina. Nel comunicato si legge: «ACF Fiorentina è lieta di comunicare che Fabio Paratici, a partire dal 4 febbraio 2026, assumerà l’incarico di Direttore Sportivo della Fiorentina». L’ex direttore sportivo della Juventus, quindi, concluderà la finestra di mercato invernale al Tottenham prima di tornare in Italia. La società ha anche riportato una dichiarazioni del Ceo Vinai Venkatesham: «Abbiamo concordato che Fabio farà ritorno in Italia al termine della finestra di mercato di gennaio, in linea con il suo desiderio di tornare a casa. Ringraziamo Fabio per il contributo dato al Club e gli auguriamo il meglio per il futuro».

Paratici tornato al Tottenham dopo la squalifica

Il dirigente era tornato al Tottenham, squadra per cui aveva già lavorato in passato, nel luglio scorso. Paratici è stato fermo dal gennaio 2023 quando la Figc lo ha squalificato per 30 mesi per la vicenda delle plusvalenze relativa al club bianconero. Per due anni e mezzo, quindi, non ha potuto ricoprire alcun ruolo ufficiale nel mondo del calcio poiché la squalifica è stata estesa a livello mondiale dalla FIFA.

Xabi Alonso non è più l’allenatore del Real Madrid

Gedda fatale per Xabi Alonso. Dopo il ko del Real Madrid nella finale di Supercoppa spagnola contro il Barcellona, l’ex centrocampista non è più l’allenatore delle merengues. Il club ha ufficializzato la fine del rapporto con il tecnico spagnolo attraverso un comunicato, precisando che la separazione avviene «di comune accordo». Nella nota del club si sottolinea che «Xabi Alonso avrà sempre l’affetto e l’ammirazione di tutto il madridismo, perché è una leggenda del Real Madrid e ha rappresentato in ogni momento i valori del nostro club». Il tecnico rinuncia al contratto triennale stipulato con la squadra. A guidare la squadra, almeno momentaneamente, sarà Álvaro Arbeloa, fino a oggi alla guida del Castilla e con una carriera da allenatore interamente dedicata al settore giovanile del club dal 2020.