Vladimir Putin è stato invitato da Donald Trump a far parte del ‘Board of Peace‘ per Gaza, ovvero il comitato che supervisionerà la ricostruzione della Striscia. Lo ha dichiarato Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, aggiungendo che l’invito è «in fase di valutazione» da parte del presidente russo e che Mosca «spera di ottenere maggiori dettagli» da Washington. L’istituzione del consiglio, presieduto da Trump, è un passo fondamentale nel piano americano sostenuto dalle Nazioni Unite per smilitarizzare e ricostruire Gaza, devastata da due anni di attacchi da parte di Israele. Anche l’Italia, come annunciato da Giorgia Meloni, è stata invitata a far parte del Consiglio per la pace. «Penso che l’Italia possa giocare un ruolo di primo piano nel processo di pace», ha affermato la premier. Anche il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, quello argentino Javier Milei e quello egiziano Abdel Fattah al-Sisi hanno ricevuto inviti a partecipare.
Federica Brignone è tornata. L’azzurra, detentrice della coppa di cristallo, si appresta a rimettere gli sci per il Gigante di Kronplatz, in programma domani 20 gennaio sul Plan de Corones. La fuoriclasse 35enne rientrerà in Coppa del Mondo a 292 giorni dal terribile infortunio in Val di Fassa durante i campionati italiani di marzo 2025. «Già essere qui è un grande risultato. È fantastico esserci e non c’è posto migliore per tornare in gara: la pista di Kronplatz mi è sempre piaciuta. Sono qui per testare mente, corpo e gamba. Non gareggio per un grande risultato, ma per me stessa. Sono qui solo per gareggiare e non ho paura di non ottenere molto». Per lei sarà un test importante soprattutto in vista dei Giochi olimpici di Milano-Cortina 2026, al via tra poco più di tre settimane.
Federica Brignone: «Non c’è giorno in cui non abbia provato dolore»
Nel corso della conferenza stampa a Plan de Corones, Federica Brignone ha raccontato le difficoltà durante il recupero. «A dicembre ho rimesso gli sci da turismo, poi quando è toccato a quelli da gigante è stato un disastro», ha spiegato la fuoriclasse. «Nella seconda metà del mese ho iniziato a vedere un po’ di luce, è stata veramente tosta. Dolore? Non c’è giorno dal momento dell’infortunio in cui finora non ne abbia provato. Non solo sugli sci, ma anche nella vita di tutti i giorni. A volte è maggiore, in altre situazioni è inferiore. Se è troppo, non salgo sugli sci». Impossibile, allo stato delle cose, definire il programma per le prossime settimane. «Dipende molto da come andrà domani a livello di dolore e sensazioni. Mi sposterò poi a Cortina per allenarmi un po’ di più sulla velocità. Non ho mai fatto finora salti e dossi».
La sciatrice Federica Brignone (Ansa).
«Mi sono allenata a Cortina e poi a Dobbiaco», ha proseguito Brignone. «Ho solo 10 giorni all’attivo tra i pali, pochi. Il Gigante è la prova in cui sento più dolore anche se è la gara che mi viene meglio, sulla velocità sento meno dolore. Finora ogni giorno è come se fosse un test, non ho svolto una vera preparazione. L’obiettivo poi è andare a Cortina e in base alle sensazioni decidere se fare altre gare prima, durante e dopo le Olimpiadi. Se sono qui è per gareggiare».
Ferrarelle Società Benefit, quarto gruppo italiano a valore e a volume nel settore delle acque minerali, ha annunciato la nomina di Francesco Rosati come nuovo Head of Sales Horeca: avrà la responsabilità di consolidare le partnership con i principali clienti, sviluppare i clienti organizzati e rafforzare il presidio dei gruppi consortili Ho.Re.Ca (Hotellerie-Restaurant-Café). Subentra ad Antonio Marzocchella e riporterà direttamente a Mario Iaccarino, a capo della Direzione Commerciale. Rosati è entrato in Ferrarelle nel 2024 come Area Manager Lazio, ricoprendo poi il ruolo di Region Manager Centro Italia. In precedenza aveva lavorato 18 anni in Birra Peroni, con incarichi di crescente responsabilità fino a diventare On Premise Franchisee & Consortia Channel Manager.
L’Italia del tennis ha trovato un nuovo beniamino. Agli Australian Open 2026, primo Slam che apre la stagione 2026 del circuito, brilla la stella di Francesco Maestrelli, alla sua prima apparizione in un torneo major in carriera. L’azzurro, nato a Pisa nel 2002 e approdato nel main draw grazie al successo nelle qualificazioni contro Dusan Lajovic, ha eliminato al primo turno il francese Terence Atmane, 64esimo del mondo, in cinque set dopo una battaglia di quasi tre ore e mezza con il punteggio di 6-4, 3-6, 6-7, 6-1, 6-1. Ora potrebbe affrontare sulla Rod Laver Arena Novak Djokovic, che ha sollevato il trofeo per 10 volte in carriera, l’ultima nel 2023.
Chi è Francesco Maestrelli, il piccolo Medvedev del tennis italiano
Classe 2002 di Pisa, Francesco Maestrelli è un ragazzone di un metro e 93 centimetri. Dotato di una battuta fulminea che il più delle volte supera i 220 chilometri orari, per il suo stile di gioco e per le movenze è soprannominato il “piccolo Medvedev” in quanto ricorda molto da vicino il tennista russo ex numero uno del mondo. Figlio di un commercialista, ha impugnato la prima racchetta a quattro anni assieme alla sorella Valentina. Eppure, fino ai 12 anni, ha affiancato al tennis anche la passione per il calcio, giocando nelle giovanili del Pisa di cui oggi è sfegatato tifoso. Alla fine, tuttavia, non ha resistito al richiamo della racchetta. Dopo aver iniziato sotto la guida di Claudio Galoppini, ex storico coach di Paolo Lorenzi, nel 2022 ha vinto il Challenger di Verona issandosi al 149esimo posto della classifica Atp. Salvo scivolare dopo due anni al numero 240.
Primo match in uno Slam. Prima vittoria in uno Slam.
Grazie al lavoro duro e con l’aiuto del coach Giovanni Galuppo, ex di Andrea Pellegrino, ha risalito la china e nel 2025 ha conquistato tre titoli Challenger che gli hanno permesso di tornare nuovamente nei primi 150 posti del ranking Atp. Ora il successo contro Atmane alla prima apparizione in uno Slam. «Un sogno che si avvera», aveva già postato sul suo profilo Instagram, che al momento conta poco più di 7.500 follower destinati inevitabilmente ad aumentare, dopo essere entrato nel main draw. «Mi alleno dalle 9 alle 18 per cercare di salire ad alti livelli», ha dichiarato in alcune interviste. «Tutto questo impegno mi ha portato a credere di potercela fare. L’esempio di Sinner e dello stesso Musetti mi hanno dato una carica anche quando le cose non andavano come volevo».
Nelle ultime ore Donald Trump ha inasprito lo scontro politico con i leader europei, in una mossa che sembra preparare il terreno per il controllo della Groenlandia. L’ultima trovata del presidente americano è una lettera scritta al premier norvegese Jonas Gahr Store, che sembra un avvertimento a tutti i leader del continente: «Considerato che il tuo Paese ha deciso di non assegnarmi il premio Nobel per la pace per aver fermato 8 guerre più altre, non mi sento più obbligato a pensare esclusivamente alla pace». Fa nulla se il Nobel non lo assegna il governo ma un board indipendente con base a Oslo, la missiva è un pretesto per inviare un messaggio chiaro: «Anche se il pensiero della pace resterà sempre predominante, ora posso pensare a ciò che è giusto per gli Stati Uniti».
Uno scorcio della Groenlandia (Ansa).
Trump: «Gli europei si adegueranno all’ombrello degli Stati Uniti»
Trump e altri membri senior della Casa Bianca hanno rilanciato le minacce sul controllo della Groenlandia poche ore dopo che i leader europei hanno iniziato a lavorare a controdazi per un valore di 93 miliardi di euro, dopo che gli Stati Uniti hanno annunciato nuove tariffe per i Paesi che ostacolano l’annessione dell’isola. In un post su Truth il presidente americano ha scritto: «Da 20 anni la Nato dice alla Danimarca che deve allontanare la minaccia russa dalla Groenlandia», ma «la Danimarca non può proteggere quella terra, e perché mai dovrebbe avere un “diritto di proprietà”? Non esistono documenti scritti, solo il fatto che una barca vi sia arrivata centinaia di anni fa, ma anche noi avevamo barche che arrivavano lì». Poi una frase che risuona come un avvertimento: «I leader europei si adegueranno e capiranno di dover stare sotto l’ombrello di sicurezza degli Stati Uniti. Cosa accadrebbe in Ucraina se gli Stati Uniti ritirassero il loro sostegno? Tutto crollerebbe». Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha poi rincarato la dose: «Gli europei proiettano debolezza, gli Stati Uniti proiettano forza», ha detto all’Nbc. «Il presidente ritiene che una sicurezza rafforzata non sia possibile senza che la Groenlandia faccia parte degli Stati Uniti».
La prima ministra nipponica Sanae Takaichi, in carica da tre mesi, ha annunciato che scioglierà la Camera dei rappresentanti della Dieta del Giappone venerdì 23 gennaio, in vista di elezioni anticipate che riguarderanno il rinnovo dei suoi 465 membri. La decisione era nell’aria: la leader conservatrice Takaichi, diventata premier dopo le dimissioni di Shigeru Ishiba, conta di ottenere un mandato più forte per poter mettere in atto il suo programma politico. La coalizione di governo Partito Liberal Democratico- Nippon Ishin al momento detiene infatti una maggioranza risicata alla Camera dei rappresentanti (la camera bassa), ottenuta solo grazie all’appoggio di tre parlamentari indipendenti. Alla Camera dei consiglieri (la camera alta) resta in minoranza e perciò deve negoziare con le opposizioni per l’approvazione di qualsiasi provvedimento. «Takaichi è adatta alla carica di primo ministro? Volevo lasciare che fosse il popolo sovrano a decidere», ha dichiarato in conferenza stampa. Il voto si terrà l’8 febbraio.
Walmart Inc. ha annunciato una serie di cambiamenti ai vertici della propria organizzazione in vista del passaggio di consegne al nuovo Ceo e presidente John Furner. Deliberate dal cda entreranno in vigore a partire dal primo febbraio, puntando a rafforzare la struttura per affrontare le sfide future e sfruttare le potenzialità offerte dall’intelligenza artificiale. In primo luogo, David Guggina diventerà Ceo della divisione Walmart US, dove prenderà proprio il posto di Furner. Attuale Chief eCommerce Officer e vice presidente esecutivo, gestirà le piattaforme globali dell’azienda tra cui Walmart Data Ventures, Walmart Connect, Walmart+, Vizio, Sam’s Club MAP e il marketplace globale.
Una sede di Walmart (Imagoeconomica).
Non solo David Guggina, le altre nomine di Walmart
Parallelamente, Walmart ha anche nominato Chris Nicholas Ceo della divisione International da 100 miliardi di dollari: subentrerà a Kathryn McLay, che ha deciso di lasciare l’azienda. Con una carriera costruita in più di 10 nazioni che l’ha visto anche ricoprire le cariche di Coo e Cfo di Walmart US e Cfo di Walmart International, attualmente era alla guida della catena Sam’s Club, dove sarà sostituito dalla responsabile del merchandising di Walmart US, Latriece Watkins. Inoltre, Seth Dallaire, attualmente Chief Growth Officer di Walmart US, amplierà le sue responsabilità a livello globale in qualità di Chief Growth Officer di Walmart Inc. «Questi cambiamenti nella leadership segnano un passo fondamentale nel modo in cui ci organizziamo per il futuro», ha spiegato Furner in una nota. «Anche le squadre migliori hanno bisogno della giusta struttura per vincere».
Fedele Usai ha lasciato il ruolo di Managing Director Group di Dolce&Gabbana, posizione che ricopriva dal 2021. Adesso lo attende una nuova avventura professionale in Kering, dove ritroverà l’amicoLuca De Meo, ex ceo di Renault nominato a giugno 2025 amministratore delegato del colosso francese del lusso. I dettagli sulla nuova posizione di Usai all’interno di Kering non sono ancora stati resi noti.
Chi è Fedele Usai
De Meo e Usai avevano lavorato insieme già in Fiat durante l’era Marchionne, quando il secondo era a capo della comunicazione globale. Usai dal 2013 al 2017 è stato poi deputy managing director del gruppo Condé Nast. All’inizio del 2021 aveva assunto la guida di Tenderstories, azienda specializzata nella creazione di contenuti originali e nella produzione audiovisiva, per poi passare poco dopo a Dolce&Gabbana. All’inizio della carriera Usai ha lavorato in agenzie di pubblicità come Bgs poi in Bates, Leo Burnett e Tbwa, di cui nel 2009 è stato amministratore delegato assieme a Marco Fanfani.
La verità la sa solamente lui e chissà se deciderà mai di raccontarla al mondo. Sta di fatto che Brahim Diaz, per il momento, si è chiuso in silenzio anche sui social. L’ex numero 10 del Milan, oggi al Real Madrid e pilastro del Marocco, ha fallito all’ultimo secondo della Coppa d’Africa un calcio di rigore che avrebbe consegnato il trofeo alla sua Nazionale, permettendo di spezzare una maledizione lunga 50 anni. Invece il suo cucchiaio, comodamente parato dal portiere del Senegal Edouard Mendy, ha dato ai Leoni della Teranga la possibilità di giocarsela, e poi vincerla, ai supplementari. Fin qui tutto normale, come è accaduto e forse accadrà altre volte nella storia del calcio, se non fosse che prima di quel penalty a Rabat si è assistito a una serata di straordinaria follia: 20 minuti in cui a perdere è stato solamente il calcio. Facciamo un passo indietro.
Sadio Mane festeggia con la Coppa d’Africa 2025 (Ansa).
Senegal-Marocco: i 20 minuti di follia nella finale di Coppa d’Africa
Minuti di recupero della finale di Coppa d’Africa, Senegal e Marocco sono inchiodate sullo 0-0. Tutto lascia pensare ai tempi supplementari, quando il fischietto congolese Jean Jaques Ngambo Ndala, negli otto minuti di recupero, scatena il caos per un arbitraggio molto rivedibile. Al 91’ annulla un gol regolare ai Leoni della Teranga per una spinta – molto leggera – di Ismaila Sarr. Passano soltanto pochi secondi e viene richiamato al Var per assegnare un rigore inesistente ai padroni di casa per una trattenuta – ancora una volta, molto leggera – su Brahim Diaz. Da qui, scoppia l’inferno. Risse tra giocatori, tafferugli sugli spalti e invasione di campo da parte di alcuni tifosi del Senegal. Poi accade qualcosa di imprevedibile: il tecnico dei senegalesi Pape Thiaw invita i suoi a lasciare il campo in segno di protesta.
Senegal makes history as they walkout before the final whistle in the afcon final pic.twitter.com/T6zyLUPvlY
Escono tutti, tranne Sadio Mané, bandiera della squadra, che ha più testa degli altri. Sa benissimo che in caso di abbandono della finale, il Senegal avrebbe rischiato una squalifica di due anni, tanto da perdere anche il Mondiale 2026. L’ex Liverpool chiama i suoi a raccolta, li fa ragionare e tornare in campo per giocarsela fino alla fine. Sul dischetto, al 24’ minuto di recupero, va Brahim Diaz, fin lì protagonista di una serata molto distante dalle sfavillanti prove dei match precedenti. Il madridista, ex Milan, sceglie di calciare con un telefonato cucchiaio: il portiere Mendy resta fermo, ringrazia e tiene in vita i suoi. Che nei supplementari andranno a vincerla con una fucilata sotto l’incrocio dei pali di Pape Gueye, centrocampista del Villareal. Per Brahim, sostituito quattro minuti dopo la rete, una serata da incubo su cui subito dopo si alza una bufera: ha sbagliato di proposito?
Brahim Diaz with the worst panenka miss of all time
Il presunto accordo con Mané per salvare la Coppa d’Africa
Sono in tanti a pensare che l’ex rossonero – che ha scelto il Marocco e non la Spagna per onorare le origini di suo padre – lo abbia fatto apposta. «Ha sacrificato sé stesso per salvare la Coppa d’Africa», scrivono in tanti sui social. Le telecamere lo hanno inquadrato mentre parlava al centro del campo con i compagni, coprendosi la bocca con la mano. Un’immagine che ha alimentato le indiscrezioni di un possibile accordo fra l’ex rossonero e il senegalese Mané: far rientrare il Senegal, salvando così la reputazione del torneo, e sbagliare il rigore di proposito. Ad appoggiare questa tesi, si racconta, una riunione del Marocco a centrocampo prima del tiro e la non esultanza dei giocatori del Senegal sulla parata di Mendy. Diaz tuttavia chiude con gli occhi lucidi tra lacrime e pioggia, secondo alcuni anche insultato dai suoi stessi compagni, inconsolabile anche mentre ritira il premio di capocannoniere del torneo
L’Unione europea sta lavorando a controdazi per un valore di 93 miliardi di euro in risposta a Donald Trump, che ha maggiorato le tariffe doganalial 10 per cento da febbraio e al 25 per cento da giugno per i Paesi che stanno ostacolando l’annessione della Groenlandiada parte degli Stati Uniti. L’ipotesi alternativa è quella di limitazioni all’accesso delle aziende americane al mercato europeo. Lo riporta il Financial Times, citando alcune fonti: tra i Ventisette per ora prevale la linea diplomatica e durante la riunione d’urgenza che si è tenuta nella serata del 18 gennaio è stato deciso di rinviare fino a febbraio l’eventuale introduzione delle controtariffe. Ma si fa strada l’interventismo: Bruxelles intende attrezzarsi in vista degli incontri tra i leader Ue con il presidente Usa che si terranno al World Economic Forum di Davos.
In Portogallo il ballottaggio delle elezioni presidenziali sarà tra un candidato socialista e uno di estrema destra. Il candidato del Partito Socialista António José Seguro ha ottenuto il 31,1 per cento dei voti, mentre il leader di Chega!, André Ventura, ha raccolto il 23,5 per cento. Il secondo turno si terrà l’8 febbraio. Al terzo posto si è classificato João Cotrim de Figueiredo, leader del partito liberale e pro-mercato Iniciativa Liberal, con circa il 16 per cento. Seguono l’indipendente conservatore Henrique Gouveia e Melo, già noto per aver guidato la campagna vaccinale anti-Covid, con il 12,3 per cento, e Luís Marques Mendes, candidato dei socialdemocratici di centrodestra, con l’11,3 per cento.
Andre Ventura (Ansa).
Nel 2025 Chega! è diventato il principale partito di opposizione in Portogallo
Alle presidenziali nessun candidato ha superato la soglia del 50 per cento necessaria per l’elezione diretta: una situazione che non si verificava dal 1986, segnalando una forte frammentazione del quadro politico e il peso crescente dell’estrema destra. A maggio del 2025 Chega!, che è stato fondato solo sette anni fa, è diventato il principale partito di opposizione alle elezioni legislative, superando i Socialisti con il 22,8 per cento dei voti. Come avvenuto in altri Paesi europei, l’ascesa dell’estrema destra ha influenzato verso una posizione più restrittiva le politiche migratorie del governo di centrodestra, guidato da Luís Montenegro. Tuttavia, i sondaggi più recenti mostrano che Ventura, un ex telecronista sportivo, potrebbe perdere il ballottaggio a causa della sua impopolarità nel 60 per cento degli elettori.
Una volta lo spirito era collaborativo, tra Francesco Gaetano Caltagirone e Pietro Salini. Sempre nello stile della casa dell’Ingegnere: ossia il primo comanda e il secondo esegue. Punto. Ora tutto è cambiato, e Il Messaggero venerdì ha inserito il patron di Webuild tra gli «ometti». Definendolo un personaggio che entra «in una situazione senza che quella situazione l’avesse creata o gli appartenesse e poi, aggiuntasi, quella persona si è volutamente piazzata al centro, si è sistemata e ha preteso di essere riconosciuta molto più di quanto il suo ruolo le consentisse».
Francesco Gaetano Caltagirone (Imagoeconomica).
Salini «il complementare»
Tutta colpa della Metro C di Roma, ma non solo. Il testo della fatwa pubblicata dal quotidiano di via del Tritone recita: «Salini il complementare rilevò con la sua Webuild la società Astaldi, che era nel progetto della metro, ed entrò così, per combinazione, in seconda battuta, non per caso ma come subentrante della società acquisita, nella realizzazione di questa infrastruttura cruciale per la modernizzazione della Capitale. Ma si sa come sono fatti gli ultimi arrivati. C’è un detto popolare che spiritosamente li descrive: “Si trasut ‘e spighetto e ti si mis ‘e chiatto”. Significa che una persona è entrata in una situazione senza che quella situazione l’avesse creata o gli appartenesse e poi, aggiuntasi, quella persona si è volutamente piazzata al centro, si è sistemata e ha preteso di essere riconosciuta molto più di quanto il suo ruolo le consentisse».
Pietro Salini (Imagoeconomica).
Quei «mammozzoni» di piazza Venezia…
Tutti hanno subito pensato all’archeostazione del Colosseo, presentata in pompa magna con tanto di ministri, ma c’è altro. «Ci mancavano pure i mammozzoni a piazza Venezia», si è sentito dire dalle parti di Calta. Il riferimento è ai silos piazzati a pochi passi dal balcone mussoliniano che, ciclicamente, vengono adornati con opere d’arte realizzate su grandi tele. Iniziative pure costose, che Salini ama presentare presso la Coffee House di Palazzo Colonna, con ingresso dal Museo delle Cere, con tanto di lunch. Che poi, per i casi della vita, nel comitato che sceglie gli artisti c’è pure Renata Cristina Mazzantini, ora a capo della Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea, quella di Valle Giulia, che fu pure testimone di nozze di Azzurra Caltagirone e Pier Ferdinando Casini. Questi «mammozzoni», visibilissimi anche a causa del traffico micidiale che ingorga tutta la zona di piazza Venezia e che obbliga a guardarli anche per un quarto d’ora, fanno il paio con la mostra Evolution che Salini ha proposto nel mese di ottobre all’Ara Pacis, con il suo comunicatore Gigi Vianello ancora dolorante e con il tutore. Dal palazzo delle Assicurazioni Generali di piazza Venezia i silos si vedono benissimo, e guardando come sta andando l’avventura con il Leone di Trieste è chiaro che l’animosità nei confronti di Salini cresca sempre di più.
La nuova opera a rivestimento dei silos del cantiere della Metro C di piazza Venezia (Ansa).
I lavori sotto l’edificio di Generali
A proposito: dato che Vianini, società di Caltagirone, e Salini sono costretti a lavorare insieme nel cantiere della Metro C, qualcuno si chiede cosa succederebbe se, per un malaugurato caso, la talpa danneggiasse l’edificio delle Generali, che è stato costruito seguendo l’esempio dei palazzi veneziani. Come si legge nei volumi del gruppo triestino, «la Compagnia riesce a inserirsi nelle vicende di demolizione del palazzo Torlonia a piazza Venezia e di ricostruzione di un immobile nell’area, progetto non portato avanti dai precedenti proponenti per motivi finanziari. Il palazzo è posto come quinta scenografica e pendant del quattrocentesco palazzo Venezia di Paolo II Barbo, ai piedi dell’Altare della Patria, rappresentando entrambi i due propilei che introducono la celebrazione del nuovo stato e richiamano le glorie antiche e moderne della cultura veneziana». L’immobile ha un valore stratosferico, e danneggiarlo avrebbe conseguenze inenarrabili per chi guida il cantiere. «Per un curioso paradosso, se riuscisse a terminare la scalata che vede come bersaglio le Generali, Caltagirone subirebbe da una parte un danno e dall’altra si troverebbe insieme agli autori, vestendo contemporaneamente i panni della vittima e del colpevole, un classico ‘caso di scuola’ per gli appassionati del diritto», sussurra un vecchio avvocato. Intanto, Luigi Lovaglio, l’ad di Montepaschi che voleva fondere Mediobanca con l’istituto senese, sarebbe stato giubilato da Caltagirone. E Piazzetta Cuccia ha il 13 per cento della compagnia triestina.
Al Bano torna nuovamente ad attaccare il Festival di Sanremo e il direttore artistico Carlo Conti dopo l’esclusione dall’edizione 2025. Il cantautore pugliese ne ha parlato in un’intervista al Corriere della Sera, in cui ha spiegato di non voler più tornare sul palco dell’Ariston. «Nel 2017 avevo una canzone meravigliosa, ma mi cacciarono la prima sera. Ora basta, non propongo più niente. Carlo Conti? Da lui ho ricevuto solo scorrettezze, pazienza: la rabbia non fa bene. Non abbiamo un buon rapporto. Io sono un re della musica italiana, non mi mischio con dei semplici Conti». Giorni prima, parlando in diretta al programma Un giorno da Pecora, aveva già affrontato la questione: «Ero abituato a Pippo Baudo, un signore e un fratello. Amadeus e Conti mi hanno dimostrato che il mondo è cambiato. Sul Festival ho messo una croce».
Al Bano Carrisi (Imagoeconomica).
Al Bano e le critiche a Romina: «Le stroncature a Felicità? Meglio se sto zitto»
Parlando con il Corriere, Al Bano ha anche avuto modo di parlare della sua carriera, concentrandosi sui brani emblematici. «Felicità? Appena l’ho ascoltata ho chiamato il discografico dicendogli che avrebbe venduto almeno un milione di copie. Siamo arrivati a 20, è un inno». Eppure Romina Power, che con l’artista di Cellino ha inciso il brano, l’ha stroncata definendola «banale» tanto da non volerla nemmeno cantare. «Meglio se sto zitto», ha puntualizzato Al Bano. «È come sputare nel piatto in cui mangi. Ci ha guadagnato bei soldi, grazie a me. Avercene canzoni così, è tutto meno che banale».
Al Bano e Romina ospiti a Sanremo nel 2020 (Ansa)
L’aneddoto con Claudio Villa a Sanremo 1982
Al brano Felicità, cantato sul palco dell’Ariston nel 1982, si lega anche un aneddoto di Al Bano riguardante Claudio Villa, quell’anno alla sua prima partecipazione al Festival di Sanremo dal 1970. «Portò una canzone bruttissima, pur di esserci: un peccato», ha raccontato l’artista. «Lo dissi a un giornale e lui si infuriò. Io però ero un suo fan, mi dispiaceva per lui». I due hanno infatti condiviso diversi momenti di amicizia. «Nel 1974 giravamo sul treno con il Cantaeuropa. Lui ogni mattina correva su e giù per il corridoio del vagone in mutande e maglietta. Durante una sosta alla stazione di Ginevra, mi sfidò: “Vediamo chi arriva primo. Sei pronto a perdere?”. Solo che io ero velocissimo. Claudio inciampò e cadde. “T acci tua, proprio adesso che nun ce sta manco un fotografo!».
Domenica sera in Spagna un treno ad alta velocità è deragliato ad Adamuz, in Andalusia, invadendo il binario opposto e scontrandosi con un altro convoglio che viaggiava in direzione contraria. L’incidente ha provocato almeno 39 morti e 75 feriti, di cui 15 in condizioni gravi, secondo l’ultimo bilancio diffuso dal ministero dell’Interno spagnolo. Il treno Iryo, una compagnia privata partecipata da Ferrovie Italiane, era partito da Málaga alle 18.40 ed era diretto a Madrid con circa 300 passeggeri a bordo. A dieci minuti dalla partenza, diversi vagoni sono usciti dai binari e hanno colpito un treno Renfe che procedeva verso Huelva con 184 persone. Dopo l’impatto, alcune carrozze del secondo convoglio sono precipitate da un terrapieno di circa quattro metri, rendendo più complessi i soccorsi. Le squadre di emergenza hanno lavorato per tutta la notte tra lamiere contorte e vagoni rovesciati. Il capo dei vigili del fuoco di Cordoba, Paco Carmona, ha spiegato che i soccorritori stanno operando in spazi molto stretti e che «ci sono ancora persone intrappolate».
Spain: At least five dead and 25 seriously injured after two high-speed trains derailed in Adamuz pic.twitter.com/0Dcx9xDTeY
Il ministro dei Traporti Puente: «Incidente estremamente strano»
Il ministro dei Trasporti, Óscar Puente, ha dichiarato che «l’incidente è stato estremamente strano», perché avvenuto «su un tratto retto, su una linea rinnovata di recente» e ha coinvolto un treno Iryo «praticamente nuovo», aggiungendo che «lo stato della via ferroviaria era buono». Le cause dello schianto restano al momento sconosciute. Secondo la stampa spagnola, si tratta del primo incidente ferroviario con vittime dalla liberalizzazione del settore nel 2020. Adif ha sospeso tutti i collegamenti ferroviari tra Madrid e l’Andalusia. Il premier Pedro Sánchez ha parlato di «una notte di profondo dolore» e ha cancellato tutti gli impegni ufficiali. Anche i reali Felipe VI e Letizia hanno sporto «le più sentite condoglianze ai familiari e ai cari delle vittime», hanno scritto dal profilo della Casa Reale su X.
Hoy es una noche de profundo dolor para nuestro país por el trágico accidente ferroviario en Adamuz.
Quiero expresar mis más sinceras condolencias a las familias y seres queridos de las víctimas.
Ninguna palabra puede aliviar un sufrimiento tan grande, pero quiero que sepan que…
Nuova giornata e nuova settimana per la Borsa italiana, i mercati europei e lo spread tra Btp e Bund decennali tedeschi. Venerdì scorso, 16 gennaio, Milano ha terminato in lieve calo. L’indice Ftse Mib, infatti, ha concluso a -0,11% fermandosi a 45.799,69 punti.
Il corpo di Federica Torzulloè stato ritrovato all’interno dell’azienda del marito Claudio Carlomagno. Il rinvenimento, avvenuto nella mattinata del 18 gennaio, mette fine alle ricerche avviate dopo la scomparsa della donna, funzionaria delle Poste di 41 anni, di cui si erano perse le tracce dall’8 gennaio ad Anguillara Sabazia. L’identificazione ufficiale sarà completata solo dopo il riconoscimento formale da parte dei familiari, ma nelle ore successive al ritrovamento parenti e conoscenti hanno indicato come riconducibili a Federica alcuni indumenti e accessori trovati sul corpo. Nel frattempo Claudio Carlomagno si trova presso la caserma dei carabinieri di Anguillara Sabazia, dove sono in corso gli accertamenti investigativi: al momento l’uomo non risulta sottoposto a fermo.
Scontri in autostrada tra ultrà della Fiorentina e della Roma. I gruppi si stavano spostando verso due diverse destinazioni: i tifosi viola erano diretti a Bologna, dove alle 15 era in programma il derby dell’Appennino, disputato a poche ore dalla scomparsa del presidente Rocco Commisso, mentre i romanisti viaggiavano verso Torino, dove alle 18 la squadra di Gasperini avrebbe affrontato i granata. L’episodio si è verificato poco dopo l’ora di pranzo, lungo l’A14, all’altezza del chilometro 195, sulla corsia di emergenza in direzione Ancona.
Secondo le prime ricostruzioni, numerose auto si sono fermate improvvisamente e da diversi veicoli sono scesi tifosi con il volto coperto, alcuni incappucciati e altri mascherati, in parte armati di mazze e bastoni. La maggioranza sarebbe appartenuta agli ultras della Fiorentina, che avrebbero preso di mira un mezzo sul quale viaggiava un piccolo gruppo di sostenitori romanisti. In breve tempo sarebbero arrivati rinforzi anche dall’altra tifoseria e lo scontro è degenerato in una rissa, durante la quale si è tentato di sottrarre striscioni e bandiere agli avversari. Nel caos sono state danneggiate anche diverse automobili di utenti estranei ai fatti. Al momento non risultano feriti; sul posto sono intervenuti la Polizia stradale e la Digos.
Le forze armate tedesche avrebbero lasciato la Groenlandia in modo improvviso e senza alcuna comunicazione ufficiale. A riferirlo è la Bild, che spiega come l’ordine di rientro sarebbe stato trasmesso da Berlino «solo questa mattina molto presto» e «nessuna spiegazione è stata data alle truppe sul campo», costringendo alla cancellazione immediata di tutti gli impegni in programma. La partenza, precisa ancora il quotidiano, sarebbe avvenuta intorno a mezzogiorno del 18 gennaio.
La nota degli otto Paesi: «Siamo impegnati a difendere la nostra sovranità»
Intanto cresce la tensione tra Europa e Stati Uniti dopo la decisione di Trump di imporre nuovi dazi ai Paesi che hanno inviato truppe in Groenlandia. In una nota congiunta, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia e Regno Unito avvertono che «le minacce tariffarie minano le relazioni transatlantiche e rischiano di innescare una pericolosa spirale discendente. Continueremo a rispondere in modo unito e coordinato. Siamo impegnati a difendere la nostra sovranità». Da Parigi, fonti vicine all’Eliseo riferiscono che il presidente Emmanuel Macron sarebbe pronto a chiedere l’attivazione dello strumento anti-coercitivo dell’Unione europea in caso di nuovi dazi statunitensi.
Schlein: «Ci aspettavamo una presa di posizione netta dal governo»
In Italia invece la segretaria del Partito democratico Elly Schlein critica la linea del governo, affermando che «la politica estera di un grande paese come l’Italia non può ridursi all’attesa e all’interpretazione di quello che dirà o farà Donald Trump» e aggiungendo: «Ci saremmo aspettati una presa di posizione netta da Meloni: la Groenlandia non si tocca, non si vende e non si compra, difendiamo l’integrità territoriale di uno Stato membro dell’Unione europea». Secondo Schlein «per la prima volta l’Italia appare politicamente incapace di esprimere una vera solidarietà europea» e «se la tua unica ambizione è essere il governo più trumpiano d’Europa è inevitabile scivolare nella marginalità ed entrare in contraddizione con il resto dell’Ue».
Il nuovo anno, in Sardegna, è iniziato con il timore di una nuova crisi industriale. Secondo alcune fonti, lo storico impianto Saras di Sarroch, comune a una ventina di km a sud-ovest di Cagliari, potrebbe mettere fine alle attività di raffinazione del petrolio per diventare un semplice magazzino di stoccaggio. A un anno e mezzo dal passaggio di proprietà dalla famiglia Moratti alla multinazionale olandese con passaporto svizzero Vitol, il destino del polo pare segnato: deindustrializzazione. Il colosso energetico, che ha rilevato la Saras a giugno 2024, potrebbe così mettere mano alla strategia industriale dell’impianto, uno dei più importanti del Mediterraneo, da cui arriva un quinto dei carburanti usati in Italia.
Gli impianti della SARAS a Sarroch (Ansa).
Il passaggio dai Moratti alla Vitol
Fondata nel 1962 da Angelo Moratti, la Saras – Società Anonima Raffinerie Sarde – con l’inaugurazione dello stabilimento di Sarroch segnò l’industrializzazione della Sardegna diventando uno dei simboli dell’Italia del boom economico.
Il lancio della Saras in una foto d’archivio degli Anni 60 (Ansa).
La società è rimasta nelle mani della famiglia milanese per 62 anni, scanditi nel 2006 da una a dir poco sfortunata quotazione in Borsa e poi da un mesto addio a Piazza Affari nel settembre 2024, con la scalata di Vitol a un prezzo da saldo di 1,75 euro per azione. Gli svizzeri-olandesi hanno pagato meno di 2 miliardi di euro, mentre Saras era sbarcata in Borsa a un valore di 6 miliardi.
Massimo Moratti nel 2013 (Imagoeconomica).
Posti di lavoro a rischio
Finanza a parte, se davvero Vitol decidesse di chiudere le attività di raffinazione o ridimensionarle, per la Sardegna e per l’Italia l’impatto sarebbe pesantissimo. A Sarroch lavorano 1.500 dipendenti, la maggior parte dei quali si trasformerebbero automaticamente in esuberi, perché l’impianto fa perlopiù raffinazione (15 milioni di tonnellate di petrolio lavorato all’anno) oltre a produrre energia elettrica(più di 3,5 miliardi di kWh/anno nel 2023, pari a circa il 42 per cento dei consumi della Sardegna). Un deposito, anche avanzato, richiederebbe una forza lavoro ridotta (circa 3/400 unità). In più c’è tutto l’indotto attorno alla raffineria: si stima che la Saras dia indirettamente lavoro a circa 8 mila persone. Per Cagliari e la Sardegna sarebbe drammatico e per il governo Meloni un nuovo fronte aperto.
Il Comitato Nobel era già intervenuto per chiarire che «una medaglia può cambiare proprietario, ma il titolo di Nobel per la Pace non può essere condiviso né trasferito». Nella giornata del 18 gennaio l’ente ha nuovamente criticato la decisione di Machado di donare la sua medaglia a Donald Trump, specificando attraverso una nota come «una delle missioni principali della Fondazione Nobel è tutelare la dignità dei Premi Nobel e la loro amministrazione. La Fondazione rispetta il testamento di Alfred Nobel e le sue disposizioni. Essa stabilisce che i premi saranno assegnati a coloro che “hanno apportato il massimo beneficio all’umanità” e specifica chi ha il diritto di assegnare ciascun premio. Un premio non può pertanto essere ceduto o ulteriormente distribuito, nemmeno simbolicamente».
Statement from the Nobel Foundation
One of the core missions of the Nobel Foundation is to safeguard the dignity of the Nobel Prizes and their administration. The Foundation upholds Alfred Nobel’s will and its stipulations. It states that the prizes shall be awarded to those who… pic.twitter.com/WIadOBLtpD