I No in Forza Italia: berluscones tra accuse incrociate e resa dei conti
C’è un dramma nel dramma nel centrodestra per la sconfitta al referendum sulla giustizia. Ed è la tragicommedia all’interno di Forza Italia. Lo scossone arriva verso la fine del pomeriggio quando la Rai trasmette un sondaggio Opinio con le stime di voto partito per partito. Ebbene, da quei dati si nota che il partito di centrodestra i cui elettori hanno espresso più voti per il No sarebbe proprio FI: addirittura il 17,9 per cento (quasi il 18) dei voti azzurri sono andati al No, seguiti dal 14,1 per cento dei leghisti e dall’11,2 per cento dei meloniani.

La delusione di Marina e Pier Silvio
Chi l’avrebbe mai detto che il No avrebbe fatto proseliti proprio nel partito azzurro? Che, per inciso, è quello che ha marciato più deciso nella campagna per il Sì sulla separazione delle carriere, cavallo di battaglia di un’intera vita di Silvio Berlusconi. Il quale amava ripetere che «quando un pm arriva nell’ufficio di un giudice deve entrarci con il cappello in mano così come fa l’avvocato della difesa». Forza Italia, inoltre, è il partito che più ha speso nella campagna referendaria: 1,2 milioni di euro provenienti dai gruppi parlamentari, quindi soldi pubblici. Senza contare l’endorsement degli eredi. Quello di Marina Berlusconi con una lettera inviata a Repubblica l’8 marzo scorso, e quello di Pier Silvio: «Voterò un Sì convinto».

Le accuse della maggioranza azzurra a Mulè
La campagna è stata affidata a Giorgio Mulè che ora alcuni nel partito vorrebbero mettere sulla graticola. Perché se l’ex direttore di Panorama si è visto molto in tv, dove a Piazzapulita è stato abilissimo a zittire Henry John Woodcock, ed è stato un campione sui social, sul territorio non ha dato grandi prove di sé.
MULE' DEMOLISCE IL PM WOODCOCK. Visione non adatta a un pubblico impressionabile!
— Ermes Antonucci (@ErmesAntonucci) March 6, 2026
Ieri a Piazza pulita è andato in scena il massacro del magistrato napoletano Henry John Woodcock, fresco volto del No al referendum, da parte del vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, su riforma… pic.twitter.com/TsrZaiSxv5
E soprattutto, sussurrano i critici, non è stato in grado di organizzare significative manifestazioni di piazza. «Aveva annunciato dei manifesti 6×3 in perfetto Silvio style. Ebbene, voi li avete visti per caso…?», si chiede qualche esponente della maggioranza azzurra. Che nei talk ha visto sfilare quasi sempre i big della minoranza: Alessandro Cattaneo, Licia Ronzulli, e appunto Mulè. Neppure quando in serata un altro sondaggio ha abbassato la quota azzurra del No all’11 per cento (per la Lega è rimasta al 14), gli animi si sono placati. «Com’è possibile che proprio noi, il partito di Silvio Berlusconi, che da 30 anni ci opponiamo alla politicizzazione della magistratura, abbiamo tra i nostri elettori così tanti aficionados del No…?», si chiedono alcuni deputati giunti alla Camera per assistere allo spoglio in Sala Colletti insieme ad Antonio Tajani.

Dito puntato contro gli scivoloni di Via Arenula
Insomma, tra i berluscones l’umore è nero, anche perché – al di là delle recriminazioni interne – attribuiscono agli alleati i veri motivi della sconfitta. Al disimpegno della Lega, che i forzisti hanno apertamente criticato anche in campagna elettorale, e agli scivoloni di Carlo Nordio, della sua capo di gabinetto Giusi Bartolozzi e del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro. «In Via Arenula c’è il bar di guerre stellari: solo quei tre ci hanno fatto perdere almeno 5 punti percentuali…», sussurrano i forzisti.

La leadership di Tajani è di nuovo a rischio?
Resta però l’amarezza di fondo di aver fatto evaporare forse per sempre il sogno berlusconiano sulla separazione delle carriere. E sottotraccia si ricomincia a mettere in discussione la leadership di Tajani. Anche se al momento nomi alternativi al ministro degli Esteri non se ne vedono, a meno che Roberto Occhiuto ci ripensi e decida di candidarsi al congresso, eventualità al momento piuttosto improbabile. Una cosa però è certa: ad Arcore c’è molta delusione e questo non aiuterà il già difficile rapporto della famiglia con l’attuale segretario forzista e il suo cerchio magico laziocentrico. Per la cronaca, proprio nel fortino dei Berlusconi, nella Brianza che ha votato in favore della riforma, il No ha avuto la meglio con il 50,25 per cento delle preferenze. Quarantasette voti di scarto che però fanno parecchio male.

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