I No in Forza Italia: berluscones tra accuse incrociate e resa dei conti

C’è un dramma nel dramma nel centrodestra per la sconfitta al referendum sulla giustizia. Ed è la tragicommedia all’interno di Forza Italia. Lo scossone arriva verso la fine del pomeriggio quando la Rai trasmette un sondaggio Opinio con le stime di voto partito per partito. Ebbene, da quei dati si nota che il partito di centrodestra i cui elettori hanno espresso più voti per il No sarebbe proprio FI: addirittura il 17,9 per cento (quasi il 18) dei voti azzurri sono andati al No, seguiti dal 14,1 per cento dei leghisti e dall’11,2 per cento dei meloniani.

I No in Forza Italia: berluscones tra accuse incrociate e resa dei conti
Antonio Tajani (Imagoeconomica).

La delusione di Marina e Pier Silvio

Chi l’avrebbe mai detto che il No avrebbe fatto proseliti proprio nel partito azzurro? Che, per inciso, è quello che ha marciato più deciso nella campagna per il Sì sulla separazione delle carriere, cavallo di battaglia di un’intera vita di Silvio Berlusconi. Il quale amava ripetere che «quando un pm arriva nell’ufficio di un giudice deve entrarci con il cappello in mano così come fa l’avvocato della difesa». Forza Italia, inoltre, è il partito che più ha speso nella campagna referendaria: 1,2 milioni di euro provenienti dai gruppi parlamentari, quindi soldi pubblici. Senza contare l’endorsement degli eredi. Quello di Marina Berlusconi con una lettera inviata a Repubblica l’8 marzo scorso, e quello di Pier Silvio: «Voterò un Sì convinto».

I No in Forza Italia: berluscones tra accuse incrociate e resa dei conti
Marina Berlusconi (Ansa).

Le accuse della maggioranza azzurra a Mulè

La campagna è stata affidata a Giorgio Mulè che ora alcuni nel partito vorrebbero mettere sulla graticola. Perché se l’ex direttore di Panorama si è visto molto in tv, dove a Piazzapulita è stato abilissimo a zittire Henry John Woodcock, ed è stato un campione sui social, sul territorio non ha dato grandi prove di sé.

E soprattutto, sussurrano i critici, non è stato in grado di organizzare significative manifestazioni di piazza. «Aveva annunciato dei manifesti 6×3 in perfetto Silvio style. Ebbene, voi li avete visti per caso…?», si chiede qualche esponente della maggioranza azzurra. Che nei talk ha visto sfilare quasi sempre i big della minoranza: Alessandro Cattaneo, Licia Ronzulli, e appunto Mulè. Neppure quando in serata un altro sondaggio ha abbassato la quota azzurra del No all’11 per cento (per la Lega è rimasta al 14), gli animi si sono placati. «Com’è possibile che proprio noi, il partito di Silvio Berlusconi, che da 30 anni ci opponiamo alla politicizzazione della magistratura, abbiamo tra i nostri elettori così tanti aficionados del No…?», si chiedono alcuni deputati giunti alla Camera per assistere allo spoglio in Sala Colletti insieme ad Antonio Tajani.

I No in Forza Italia: berluscones tra accuse incrociate e resa dei conti
Giorgio Mulè (Imagoeconomica).

Dito puntato contro gli scivoloni di Via Arenula

Insomma, tra i berluscones l’umore è nero, anche perché – al di là delle recriminazioni interne – attribuiscono agli alleati i veri motivi della sconfitta. Al disimpegno della Lega, che i forzisti hanno apertamente criticato anche in campagna elettorale, e agli scivoloni di Carlo Nordio, della sua capo di gabinetto Giusi Bartolozzi e del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro. «In Via Arenula c’è il bar di guerre stellari: solo quei tre ci hanno fatto perdere almeno 5 punti percentuali…», sussurrano i forzisti.

I No in Forza Italia: berluscones tra accuse incrociate e resa dei conti
Carlo Nordio con Andrea Delmastro (Imagoeconomica).

La leadership di Tajani è di nuovo a rischio?

Resta però l’amarezza di fondo di aver fatto evaporare forse per sempre il sogno berlusconiano sulla separazione delle carriere. E sottotraccia si ricomincia a mettere in discussione la leadership di Tajani. Anche se al momento nomi alternativi al ministro degli Esteri non se ne vedono, a meno che Roberto Occhiuto ci ripensi e decida di candidarsi al congresso, eventualità al momento piuttosto improbabile. Una cosa però è certa: ad Arcore c’è molta delusione e questo non aiuterà il già difficile rapporto della famiglia con l’attuale segretario forzista e il suo cerchio magico laziocentrico. Per la cronaca, proprio nel fortino dei Berlusconi, nella Brianza che ha votato in favore della riforma, il No ha avuto la meglio con il 50,25 per cento delle preferenze. Quarantasette voti di scarto che però fanno parecchio male.

I No in Forza Italia: berluscones tra accuse incrociate e resa dei conti
Paolo barelli con Antonio Tajani (Imagoeconomica).

LEGGI ANCHE: Referendum, il Sì vince solo nelle regioni leghiste e il No sbanca nelle grandi città

 

Referendum, il Sì vince solo nelle regioni leghiste e il No sbanca nelle grandi città

Con un’affluenza che sfiora il 60 per cento (per l’esattezza 58,93), il voto sul referendum per la giustizia sancisce la vittoria del No con il 53,74 per cento secondo i dati del Viminale (con 61.523 sezioni scrutinate su 61.533). Il Sì si è fermato al 46,26 per cento.

Il sì avanti nelle Regioni a guida Lega

Le uniche tre regioni in cui il Sì ha ottenuto la maggioranza sono quelle guidate dalla Lega. In Lombardia il Sì ha ottenuto il 53,57 per cento dei voti, mentre in Veneto ha superato il 58 per cento (58,41). In Friuli Venezia-Giulia, infine, l’appoggio al testo del governo è arrivato al 54,47 per cento. Tra le regioni del Nord, Valle d’Aosta, Piemonte e Trentino Alto-Adige sono le uniche tre in cui ha vinto il No (in Trentino con pochissimo scarto (50,59 per cento contro il 49,41 del Sì).

Referendum, il Sì vince solo nelle regioni leghiste e il No sbanca nelle grandi città
Operazioni di voto (Ansa).

Nelle grandi città vince il No

Nelle grandi città è stato il No a vincere. Il boom è avvenuto a Torino, dove è volato al 64,76 per cento contro il 35,24 per cento del Sì. Anche a Milano ci sono molti punti di scarto, con il No al 58,33 per cento e il Sì al 41,67. Il capoluogo lombardo resta tuttavia la città che, tra le metropoli, registra il voto per il No più basso. A Roma, invece, il Sì si ferma sotto il 40 per cento mentre il No volta oltre il 60. Ancor più ampia la forbice a Genova (64,02 per cento No e 35,98 per cento sì), Firenze (66,57 per cento No e 33,43 per cento Sì) e Bologna (68,19 per cento No e 31,81 per cento Sì).

Referendum, il Sì vince solo nelle regioni leghiste e il No sbanca nelle grandi città
Festeggiamenti per la vittoria del No a Torino (Ansa).

Boom di No a Napoli

Il dato più alto in una grande città, però, il No l’ha registrato a Napoli. A scrutinio completato, il Sì non arriva neanche al 25 per cento (per l’esattezza 24,51) mentre il No sfonda la soglia del 75 per cento (75,49). A Palermo Sì al 31,06 per cento contro il 68,94 del No. A Bari il Sì si ferma al 37,2 mentre il No vola al 62,8 per cento.

Nordio bocciato nella sua Treviso

La città natale del ministro della Giustizia Carlo Nordio “boccia” la sua riforma sull’ordinamento giudiziario. A Treviso, infatti, il No ha vinto con il 50,39 per cento, pari a oltre 21 mila voti. Il risultato del capoluogo della Marca è in controtendenza rispetto al dato provinciale, dove il Sì è al 60,40 per cento, e a quello regionale veneto.

A trainare l’affluenza le rosse Emilia Romagna e Toscana

Le regioni dove si è votato di più sono Emilia Romagna e Toscana, con percentuali di affluenza superiori al 66 per cento.

Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni

Da quando è al governo è la prima vera sconfitta di Giorgia Meloni, oltretutto netta, sull’unica vera riforma che il centrodestra ha messo fin qui in campo, quella della giustizia. Terreno bollente, naturalmente, perché i rapporti tra politica e magistratura sono ai minimi termini da più di 30 anni. E forse, col senno di poi, la questione è stata sottovalutata dalla stessa maggioranza, che poteva focalizzarsi su altro invece che affrontare subito l’Armageddon con le toghe. Partita oltretutto lasciata nelle mani di big che non si sono rivelati all’altezza del compito: il Guardasigilli Carlo Nordio, con le sue uscite improvvide, la sua capo di gabinetto Giusi Bartolozzi, il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro. E proprio l’ultima vicenda di Delmastro – ex socio in affari con la figlia di un prestanome dei Senese – può aver contato non poco nella disfatta referendaria. Consultazione che, giusto per smentire i sondaggisti, ha avuto un’affluenza alta, molto più di tutte le ultime elezioni.

Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Carlo Nordio con Andrea Delmastro (Imagoeconomica).

La vittoria del No affossa anche Forza Italia

Il centrodestra, dunque, incassa una sconfitta pesante in quelle che rappresentano una sorta di elezioni di midterm. Sconfitta che peserà sulla lunga campagna elettorale per le Politiche che si aprirà già da domani. Ha perso innanzitutto Giorgia Meloni, che per tirar su i consensi e bloccare la rimonta del No (perché di rimonta si è trattato), nelle ultime tre settimane è stata costretta a metterci la faccia con interviste, una manifestazione pubblica, interventi sui social e pure andando ospite nel podcast di Fedez.

Ha perso tutta FdI, che ha sposato in blocco la riforma, dando pieno appoggio a Nordio. E ha perso Forza Italia, che ha voluto fortemente questa riforma nel solco della battaglia ventennale di Silvio Berlusconi contro la magistratura: e infatti Antonio Tajani ha tirato parecchio la carretta del Sì, oltre alle dichiarazioni di voto per il Sì di Pier Silvio e Marina Berlusconi.

Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Antonio Tajani (Imagoeconomica).

La débâcle risulta un filo meno pesante per Matteo Salvini che, forse, capita l’antifona, non ha impegnato la Lega pancia a terra nella campagna elettorale, beccandosi le accuse di scarso impegno anche da parte degli alleati.

Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Aria di dimissioni nella maggioranza?

Di sicuro ora Giorgia Meloni dovrà aprire una riflessione della maggioranza, perché la sconfitta al referendum rischia di essere un macigno che può trasformarsi in valanga tra un anno quando si tornerà al voto. E forse dovrebbe capire che alla fine certi atteggiamenti non sono più tollerati nemmeno tra i suoi elettori: il caso Delmastro, per l’appunto, ma anche i guai giudiziari di Daniela Santanché. Insomma, forse qualche dimissione sul tavolo la premier a questo punto dovrebbe pretenderla, invece di continuare a difendere a spada tratta, e non senza qualche imbarazzo, i suoi.

Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni

Freno alla riforma del premierato e accelerata sulla legge elettorale

Detto questo, alla luce del risultato e delle percentuali finali, potrebbero esserci due conseguenze: l’abbandono della riforma del premierato, su cui potrebbe servire un referendum confermativo con tutti i rischi del caso (una sconfitta passi, ma due no) e il metter mano a una legge elettorale che favorisca il più possibile l’attuale maggioranza. Sulla sconfitta può aver pesato anche la politica estera: l’atteggiamento su Gaza, le distrazioni volute su Donald Trump e soprattutto la guerra in Iran, che ha fatto schizzare il costo della vita per gli italiani, a cominciare dal pieno di benzina. Insomma, se non ci sarà una sterzata anche in politica estera e su quella economica, il governo rischia di logorarsi per più di un anno arrivando alle urne spompato.

Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Giorgia Meloni e sullo schermo Donald Trump (Imagoeconomica).

Il centrosinistra esulta: Schlein vince su tutti i fronti

Il centrosinistra, invece, in questo momento può godere di qualche giorno di giubilo: la vittoria del No è soprattutto un successo per Elly Schlein e della sua idea di campo largo tanto fortemente inseguita, con il suo essere «testardamente unitaria». La segretaria dem esce rafforzata dalle urne anche all’interno del partito, mettendo a tacere (per ora) gli oppositori interni e i riformisti duri e puri capeggiati da Pina Picierno. Brindano naturalmente anche Giuseppe Conte e Avs (Fratoianni&Bonelli). Soddisfatto Matteo Renzi, che alla fine ha scelto di restare nel perimetro del centrosinistra (anche se in Italia Viva c’era libertà di voto).

Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Elly Schlein, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Ora si infiamma la sfida per la leadership del campo largo

Intanto però fa pensare il fatto che proprio a ridosso della vittoria, Conte abbia annunciato la sua apertura alle primarie del centrosinistra. Primarie aperte a tutti i cittadini, ha sottolineato il leader cinquestelle, e «non di apparato». Un modo per distogliere l’attenzione da Schlein? Probabile. Anche perché la scelta dei tempi in politica non è mai casuale e sicuramente la mossa è stata studiata a tavolino. Conte avrebbe proposto le primarie anche se avesse vinto il Sì? Probabilmente no. Insomma, da domani non si apre ufficialmente solo la lunga campagna elettorale che porterà il Paese alle urne, ma anche la battaglia per la leadership nel centrosinistra. Insomma, neanche qualche ora di relax per festeggiare che subito si ricomincia.  

Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Giuseppe Conte ed Elly Schlein (Ansa).

La Repubblica, accordo raggiunto per la cessione di Gedi al Gruppo Antenna

Accordo raggiunto fra Exor e il Gruppo Antenna per la cessione del 100 per cento del capitale di Gedi. Lo si legge in una comunicazione interna a firma di Paolo Ceretti, presidente di Gedi, intercettata dal Sole 24 Ore. «Cari Colleghi, care Colleghe oggi è stata perfezionata la cessione del 100 per cento del capitale di Gedi al gruppo greco Antenna. Il cambio di proprietà, che è già efficace, segue un processo di lunga negoziazione», si legge nella nota che precede la riunione in assemblea dei cdr del gruppo.

Iran, Trump: «Con Teheran raggiunto un accordo su 15 punti»

Un «cambio di regime» è in corso in Iran. Lo ha annunciato Donald Trump parlando con la stampa a Mar-a-Lago. Il presidente Usa ha aggiunto che sono in corso colloqui con Teheran che non coinvolgono la nuova Guida suprema, Mojtaba Khamenei – che Trump ha detto di non riconoscere – ma con persone definite «molto ragionevoli». «Sono molto rispettate», ha continuato, «forse una di loro sarà esattamente ciò che stiamo cercando». Se però i colloqui falliranno, ha avvertito il tycoon, «continueremo a bombardare». Trump ha anche accennato a «importanti punti di accordo», dopo aver posticipato di cinque giorni la minaccia di distruggere le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane se Teheran non consentirà il transito dallo Stretto di Hormuz. Il presidente Usa ha spiegato che il passaggio potrebbe essere controllato «in modo congiunto». Il presidente Usa ha precisato che l’accordo si articola in 15 punti. «Vogliamo l’uranio arricchito» della Repubblica islamica, ha aggiunto, che Teheran non riprenda il processo di arricchimento e non si doti di armi nucleari.

È morto Leonid Radvinsky, proprietario di OnlyFans

È morto a soli 43 anni a causa di un tumore Leonid Radvinsky, proprietario del sito OnlyFans, piattaforma che negli ultimi anni ha rivoluzionato il mondo dell’intrattenimento per adulti. Imprenditore ucraino-americano, nel 2018 aveva acquisito Fenix International Limited, società madre di OnlyFans (fondato nel 2016 da Tim Stokely), ricoprendo da allora il ruolo di amministratore e azionista di maggioranza. Gestiva inoltre Leo, fondo di venture capital che aveva fondato nel 2009 e concentrato principalmente su investimenti in aziende tecnologiche. A gennaio Reuters ha riportato che OnlyFans stava valutando la vendita di una quota di maggioranza alla società di investimento Architect Capital, in un’operazione che valutava l’azienda circa 5,5 miliardi di dollari, inclusi i debiti.

Da Roma capoccia a Roma… Caroccia, Delmastro imbarazza ancora il governo

«Roma mi fa pensare a un uomo che si mantiene mostrando ai viaggiatori il cadavere di sua nonna», diceva James Joyce. Ma lo scrittore irlandese aveva torto, perché quelli che arrivano da lontano, dal profondo Nord Italia, come per esempio da Biella, giunti nella Città eterna annullano tutti i freni inibitori e si mettono a compiere, dal nulla, scivoloni inimmaginabili, errori madornali, sesquipedali (e qui il latino ci sta bene, dato che voleva dire “un piede e mezzo”). Un re delle assurdità è, a tutto tondo, il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, giunto proprio da Biella, che nella Capitale “ne ha combinate di ogni”. Tutti si ricordano il caso di Capodanno del 2024 col “pistolero” compagno di partito Emanuele Pozzolo (nel frattempo passato con Roberto Vannacci), ma ora si parla soprattutto della volontà di Delmastro di trasformare la Polizia penitenziaria in un suo “braccio armato”, tanto da portare i sindacalisti, e pure la capa di gabinetto di Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi, a tavola nell’ormai famigerato (e noto alle cronache giudiziarie) ristorante situato nell’estrema periferia capitolina, quella “Bisteccheria d’Italia” che pure nel logo faceva il verso al partito di Giorgia Meloni (e della sorella Arianna), Fratelli d’Italia (e dove andava a mangiare anche il nuovo capo di Rai Sport Marco Lollobrigida, come testimoniano le foto sui social). “Roma Caroccia”, dice ora qualcuno che ama le canzoni di Antonello Venditti e ha trovato perfetto il cognome dei soci di Delmastro nel locale dedicato alla carne, quei Mauro e Miriam Caroccia indagati per intestazione fittizia di beni e riciclaggio, per coniare una nuova definizione per la Capitale. Insomma, da “Roma capoccia” a Roma Caroccia. Per la “macelleria messicana” c’è ancora tempo, ma restando in tema di carne qualcuno nel partito meloniano, dove sta montando imbarazzo e malcontento per l’ennesimo guaio di Delmastro, afferma che la classica “figura del pollo” adesso ha un nome e cognome…

Da Roma capoccia a Roma… Caroccia, Delmastro imbarazza ancora il governo
Da Roma capoccia a Roma… Caroccia, Delmastro imbarazza ancora il governo
Da Roma capoccia a Roma… Caroccia, Delmastro imbarazza ancora il governo
Da Roma capoccia a Roma… Caroccia, Delmastro imbarazza ancora il governo
Da Roma capoccia a Roma… Caroccia, Delmastro imbarazza ancora il governo
Da Roma capoccia a Roma… Caroccia, Delmastro imbarazza ancora il governo
Da Roma capoccia a Roma… Caroccia, Delmastro imbarazza ancora il governo
Da Roma capoccia a Roma… Caroccia, Delmastro imbarazza ancora il governo
Da Roma capoccia a Roma… Caroccia, Delmastro imbarazza ancora il governo
Da Roma capoccia a Roma… Caroccia, Delmastro imbarazza ancora il governo
Da Roma capoccia a Roma… Caroccia, Delmastro imbarazza ancora il governo
Da Roma capoccia a Roma… Caroccia, Delmastro imbarazza ancora il governo
Da Roma capoccia a Roma… Caroccia, Delmastro imbarazza ancora il governo

Mamma li turchi, ad Ankara c’è Urso

Già c’è stata l’esperienza tragicomica del ministro della Difesa Guido Crosetto, uno che mentre stava iniziando la guerra si trovava a Dubai e che per tornare in Italia ha pagato per tre il viaggio in aereo. Ora, con il procedere delle operazioni militari, ecco sbarcare in Turchia, ad Ankara, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso: una missione ufficiale, «una visita di due giorni nel Paese», dove «incontrerà il proprio omologo, il ministro dell’Industria e della Tecnologia della Repubblica di Turchia, Mehmet Fatih Kacır». Urso interverrà alla sessione ministeriale del comitato “Science, Technology, Innovation, Industry, Investments”, e incontrerà anche «la comunità imprenditoriale italiana presente nel Paese, per approfondire le prospettive di investimento e le opportunità di collaborazione industriale». A pochi chilometri di distanza, i bombardamenti continueranno.

Da Roma capoccia a Roma… Caroccia, Delmastro imbarazza ancora il governo
Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso (foto Imagoeconomica).

Quello scherzo a Costanza Calabrese

Ormai è una vip: Costanza Calabrese, colonna di Mediaset, giornalista del Tg5, conduttrice di trasmissioni su Rete 4, figlia di “Pietruzzo“, indimenticato direttore del quotidiano Il Messaggero, nella serata di lunedì 23 marzo sarà protagonista, anzi vittima, di Scherzi a parte. È l’ultima trasmissione della serie, in onda su Canale 5, nello show condotto da Max Giusti. E Costanza Calabrese si trova in ottima compagnia, visto che sarà insieme a Sal Da Vinci, Simona Ventura, Elisa Di Francisca, Rosa Chemical, Alessia Marcuzzi e Gianluigi Nuzzi. Folle di amici e fan attendono con ansia la messa in onda della puntata…

Da Roma capoccia a Roma… Caroccia, Delmastro imbarazza ancora il governo
Costanza Calabrese (foto Imagoeconomica).

Ema Stokholma e Gualtieri per il co-housing

La strana coppia. Ema Stokholma e Roberto Gualtieri lottano insieme per il co-housing. A Roma il 30 marzo nell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone va in scena il “Festival del Co-Housing”, definito come il «primo grande evento pubblico italiano dedicato alle nuove forme di abitare condiviso per anziani: una giornata intera per lanciare ufficialmente un progetto di animazione civica e culturale. Tutto ruoterà intorno a una domanda: come si può continuare a vivere in modo autonomo, dignitoso e pieno di relazioni quando l’età avanza? Ecco così il sindaco di Roma Gualtieri, che apparirà anche nel cast di un cortometraggio sul tema della convivenza nelle città contemporanee, un video che dal 7 aprile sarà online e di pubblico dominio. I lavori saranno condotti per l’intera giornata da Michele La Ginestra e Arianna Ciampoli. Monsignor Vincenzo Paglia, arcivescovo e già presidente della Pontificia Accademia per la Vita, porterà una riflessione sulla longevità come sfida spirituale e antropologica prima ancora che sociale. E poi Erri De Luca, Donatella Di Cesare, Barbara Ronchi, Luca Ward, Nicola Piovani, Luca Barbarossa, Ema Stokholma…

Da Roma capoccia a Roma… Caroccia, Delmastro imbarazza ancora il governo
Ema Stokholma (foto Imagoeconomica).

Referendum sulla giustizia: risultati e affluenza

Termina alle 15 la due giorni di voto per il referendum sulla riforma costituzionale della giustizia, che com’è noto non prevede il quorum: vince l’opzione che raccoglie più preferenze. Il primo giorno di voto, quello di domenica 22 marzo, si è chiuso con un’affluenza al 46,07 per cento, oltre ogni aspettativa, con le Regioni del Nord a fare da traino e la Sicilia maglia nera (attorno al 35 per cento).

La morte di Bossi ricorda alla sinistra l’irrisolta questione settentrionale

«Esiste una questione settentrionale e prima o poi la dovremo affrontare». Era l’aprile del 1996, L’Ulivo di Romano Prodi aveva appena vinto le elezioni e Massimo D’Alema, segretario del Pds, il Partito democratico della sinistra, non si lasciò abbagliare dal successo. A D’Alema, romano di nascita e pugliese d’adozione, non sfuggì che al Nord il centrodestra l’aveva fatta da padrona.

La morte di Bossi ricorda alla sinistra l’irrisolta questione settentrionale
Massimo D’Alema con Romano Prodi nel 1996 (foto Ansa).

Lombardia e Veneto da 30 anni saldamente in mano alla destra

Dopo 30 anni, la morte di Umberto Bossi ha riaperto una riflessione sul valore dell’intuizione politica del leader leghista, sul dare voce alle istanze del Nord Italia, sul federalismo, mentre il centrosinistra tutto sommato su quella riflessione è ancora al palo. Perché nonostante tutti i convegni e i tentativi politici, Lombardia e Veneto sono saldamente in mano a esponenti del centrodestra. Solo il Piemonte e la Liguria a tratti si sono lasciati guidare da politici di centrosinistra.

Le Regioni più produttive appannaggio dell’avversario

Diverso è il discorso delle grandi città: Milano, Torino e Genova hanno avuto spesso sindaci di sinistra, ma guardando i dati delle elezioni politiche, Lega e Forza Italia hanno sempre dominato nelle circoscrizioni del Nord. E l’analisi di mille politologi e di decine di politici del centrosinistra, per tre decenni, è stata questa: non è saggio lasciare che le Regioni più produttive e spesso più al passo con il resto d’Europa siano appannaggio dell’avversario.

La morte di Bossi ricorda alla sinistra l’irrisolta questione settentrionale
Uno striscione al funerale di Umberto Bossi (foto Ansa).

Anche alle ultime elezioni politiche, quelle del 2022, le cartine geografiche raccontano una storia di monopolio del Settentrione: Fratelli d’Italia ha fatto il pieno, al Partito democratico è rimasto il Centro ex rosso, al Movimento 5 stelle il Sud.

La sinistra si limita a misurare la sua vicinanza al Senatùr

E così, mentre la Lega si è riunita per l’ultimo saluto al Senatùr e tutti si interrogano sul suo valore, sempre fedeli al motto de mortuis nihil nisi bonum, il centrosinistra si limita a misurare la sua vicinanza a Bossi, a testimoniare la sua simpatia, ad assicurare il suo rispetto. Ma per le prossime elezioni politiche, nel 2027 o magari prima, se il campo largo, o quel che sarà, vorrà sperare di essere in partita dovrà tornare a riflettere sul popolo del Nord. Magari tirando anche fuori qualche idea e qualche buon candidato.

Trump rinvia gli attacchi ai siti energetici iraniani

Donald Trump ha annunciato il rinvio di cinque giorni degli attacchi contro impianti e infrastrutture energetiche dell’Iran, minacciati in caso di mancata riapertura dello Stretto di Hormuz allo scadere delle 48 ore “concesse” a Teheran per agire in tal senso. Il presidente Usa su Truth ha spiegato che negli ultimi due giorni ci sono state «discussioni produttive» con l’Iran.

Il messaggio di Trump su Truth

«Basandomi sul tenore e il tono di queste conversazioni approfondite, dettagliate e costruttive, che continueranno per tutta la settimana, ho dato istruzioni al dipartimento per la Guerra di rinviare ogni attacco militare contro le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane per un periodo di cinque giorni, subordinatamente al successo degli incontri e delle discussioni in corso». Il messaggio di Trump arriva a stretto giro da un altro annuncio: quello del Consiglio di Difesa iraniano, che ha minacciato di minare l’intero Golfo Persico in risposta a eventuali attacchi contro le coste o le isole della Repubblica Islamica.

L’Iran minaccia di minare tutto il Golfo Persico

Il Consiglio di Difesa iraniano ha minacciato di dispiegare mine navali in tutto il Golfo Persico in caso di attacchi contro le coste o le isole della Repubblica Islamica, spiegando che verrebbero colpite tutte le vie di accesso e le linee di comunicazione marittime con diversi tipi di ordigni. Secondo la dichiarazione del Consiglio di Difesa, che è stato creato dopo la guerra dei 12 giorni tra Iran e Israele nel giugno 2025 e opera sotto l’autorità del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, «l’area potrebbe diventare simile allo Stretto di Hormuz, con gravi conseguenze per il traffico energetico globale». Quella di Teheran è una risposta all’ultimatum lanciato da Donald Trump, che ha “concesso” 48 ore per la riapertura di Hormuz, minacciando altrimenti di colpire le centrali nucleari iraniane. «Qualsiasi tentativo da parte del nemico di attaccare le coste o le isole iraniane comporterà naturalmente, in conformità con le consolidate prassi militari, il minamento di tutte le vie di accesso e le linee di comunicazione nel Golfo Persico e nelle aree costiere con vari tipi di mine navali, comprese le mine galleggianti dispiegabili dalla costa», si legge nella dichiarazione di Teheran.

Morto l’ex premier francese Lionel Jospin

È morto a 88 anni Lionel Jospin: leader del Partito socialista francese dal 1981 al 1988 e poi dal 1995 al 1997, fu primo ministro dal 1997 al 2002 sotto il presidente di centrodestra Jacques Chirac, in quella che è stata la terza – e più lunga – cohabitation della Quinta Repubblica. Il suo governo di coalizione, ad oggi il più longevo della Cinquième République, istituì la settimana lavorativa di 35 ore.

Morto l’ex premier francese Lionel Jospin
Morto l’ex premier francese Lionel Jospin
Morto l’ex premier francese Lionel Jospin
Morto l’ex premier francese Lionel Jospin
Morto l’ex premier francese Lionel Jospin
Morto l’ex premier francese Lionel Jospin
Morto l’ex premier francese Lionel Jospin
Morto l’ex premier francese Lionel Jospin
Morto l’ex premier francese Lionel Jospin
Morto l’ex premier francese Lionel Jospin
Morto l’ex premier francese Lionel Jospin
Morto l’ex premier francese Lionel Jospin
Morto l’ex premier francese Lionel Jospin
Morto l’ex premier francese Lionel Jospin

Si era candidato due volte all’Eliseo

Jospin si era candidato senza successo anche alle elezioni presidenziali del 1995 e del 2002, che videro la vittoria di Chirac. Nel primo caso Jospin fu superato al ballottaggio dal candidato gollista, mentre nel secondo fu addirittura eliminato al primo turno da Jean-Marie Le Pen, leader del Front National. Mai, nella storia della Quinta Repubblica, i socialisti erano stati estromessi dal ballottaggio a favore di un candidato di estrema destra. Possibile candidato del PS in vista delle Presidenziali del 2007, Jospin si tirò poi fuori vista la popolarità di cui godeva Ségolène Royal, che sarebbe poi stata sconfitta da Nicolas Sarkozy.

Chi è Emmanuel Gregoire, nuovo sindaco di Parigi

Nelle elezioni municipali che sono appena svolte in Francia la sinistra ha tenuto il controllo di Parigi, Marsiglia e Lione. Nella Capitale transalpina è stato eletto sindaco Emmanuel Gregoire, candidato della gauche che ha rifiutato l’alleanza con La France Insoumise: superata l’ex ministra Rachida Dati. Il nuovo primo cittadino ha ottenuto il 50,52 per cento dei voti. L’ex ministra, un tempo protetta di Nicolas Sarkozy e oggi vicina al presidente Emmanuel Macron, si è fermata al 41,52 per cento delle preferenze, mentre Sophia Chikirou di LFI si è classificata terza con il 7,96 per cento dei voti. Ecco chi è Gregorie, che succede alla collega Anne Hidalgo.

Chi è Emmanuel Gregoire, nuovo sindaco di Parigi
Emmanuel Gregoire, nuovo sindaco di Parigi (Ansa).

La carriera politica di Gregoire, nuovo sindaco di Parigi

Esponente del Partito socialista, Gregoire è nato nel 1977 a Les Lilas, nella regione dell’Île-de-France. Figlio di un militante del Partito comunista, dopo aver frequentato l’Institut d’études politiques de Bordeaux si è avvicinato ai socialdemocratici, aderendo al partito nel 2002, in occasione della corsa all’Eliseo di Lionel Jospin. Dal 2010 al 2012 è stato capo di gabinetto del sindaco di Parigi Bertrand Delanoë. Poi, dopo la vittoria di François Hollande alle elezioni presidenziali del 2012, è entrato a fare parte del suo staff, lavorando anche per il primo ministro Jean-Marc Ayrault. A seguito delle dimissioni di quest’ultimo, Gregoire è tornato al Comune di Parigi nella squadra della neoeletta sindaca Hidalgo, come assessore, inizialmente con delega alle risorse umane, ai servizi pubblici e alla modernizzazione amministrativa e successivamente al bilancio e alla trasformazione delle politiche pubbliche. Nel 2018 ha preso il posto di Bruno Julliard come primo vicesindaco. Nel 2024 l’addio all’Hôtel de Ville e l’approdo all’Assemblea Nazionale come deputato del settimo collegio elettorale di Parigi. Che, ha precisato dopo l’elezione a sindaco, «non è e non sarà mai una città di estrema destra», promettendo di fare della capitale transalpina un «laboratorio di resistenza» in vista delle Presidenziali del 2027.

La Lega dopo Bossi: i fischi a Salvini e l’ombra di Giorgetti (e Zaia)

Tre segretari e due funerali. Da domenica 22 marzo 2026, la tribolata storia della Lega, il partito più vecchio dell’attuale arco parlamentare, si può riassumere in un titolo. I tre segretari, come è noto, sono due varesotti, Umberto Bossi da Cassano Magnago e Roberto Maroni da Lozza; e un milanese, Matteo Salvini dal Giambellino. I funerali sono quelli dei primi due, e potrebbero portare al funerale politico del terzo. In mezzo ai tre capi leghisti, per la verità, galleggia da decenni l’altro importante dirigente lumbard della provincia di Varese, Giancarlo Giorgetti da Cazzago Brabbia.

La Lega dopo Bossi: i fischi a Salvini e l’ombra di Giorgetti (e Zaia)
Renzo Bossi e Giancarlo Giorgetti ai funerali di Bossi (Imagoeconomica).

Giorgetti, il gran ciambellano delle esequie del Senatùr

Il ‘don Abbondio’ della Lega si è vestito da Richelieu al funerale di Bossi, domenica a Pontida. Gran ciambellano delle esequie “senza cerimoniale”, ha accolto la famiglia di Bossi e le più alte cariche, e gestito l’addio al fondatore proprio come un erede, mentre Salvini veniva umiliato pubblicamente da alcuni, con fischi e insulti («Traditore», «Giuda»). Ma sono lontani i tempi in cui il Senatùr nutriva nel “Gianca” grandi speranze. «Il futuro è dei giovani come Giorgetti, ma non diciamolo troppo forte, perché sennò si monta la testa», diceva Bossi prima dell’ictus che lo colpì nel 2004.

La Lega dopo Bossi: i fischi a Salvini e l’ombra di Giorgetti (e Zaia)
La Lega dopo Bossi: i fischi a Salvini e l’ombra di Giorgetti (e Zaia)
La Lega dopo Bossi: i fischi a Salvini e l’ombra di Giorgetti (e Zaia)
La Lega dopo Bossi: i fischi a Salvini e l’ombra di Giorgetti (e Zaia)
La Lega dopo Bossi: i fischi a Salvini e l’ombra di Giorgetti (e Zaia)
La Lega dopo Bossi: i fischi a Salvini e l’ombra di Giorgetti (e Zaia)
La Lega dopo Bossi: i fischi a Salvini e l’ombra di Giorgetti (e Zaia)
La Lega dopo Bossi: i fischi a Salvini e l’ombra di Giorgetti (e Zaia)
La Lega dopo Bossi: i fischi a Salvini e l’ombra di Giorgetti (e Zaia)
La Lega dopo Bossi: i fischi a Salvini e l’ombra di Giorgetti (e Zaia)
La Lega dopo Bossi: i fischi a Salvini e l’ombra di Giorgetti (e Zaia)
La Lega dopo Bossi: i fischi a Salvini e l’ombra di Giorgetti (e Zaia)

L’assordante silenzio di Bossi al funerale di Maroni

Per la verità, di recente, aveva riprovato a ‘spingere’ Giorgetti verso la segreteria, subito stoppato dalla sua famiglia che temeva rappresaglie di Salvini sulla candidatura del vecchio capo in Parlamento e il conseguente blocco di tutte le entrate. Ed è qui che bisogna tornare con la mente all’altro funerale, anch’esso centrale nella storia del partito. Il 25 novembre del 2022, nella chiesa San Vittore di Varese, si celebravano le esequie di Stato di Roberto Maroni.

La Lega dopo Bossi: i fischi a Salvini e l’ombra di Giorgetti (e Zaia)
Luca Zaia con Massimiliano Fedriga al funerale di Stato di Roberto Maroni a Varese, il 25 novembre 2022 (Ansa).

Anche lì Salvini arrivò con il volto scuro, mentre Giorgetti era visibilmente commosso. Ma – la cosa passò sotto traccia – il Senatùr non si fece vedere. Non una parola pronunciata, nemmeno una dichiarazione scritta da inviare alla stampa tramite la fidata Nicoletta Maggi. Il motivo è molto semplice: la famiglia di Bossi, che lo ha controllato negli ultimi anni, non ha mai perdonato Maroni e Salvini di aver organizzato la famosa serata delle scope in cui il fondatore, in lacrime, chiedeva pubblicamente scusa per la vicenda delle irregolarità nei rimborsi elettorali in cui vennero coinvolti anche il figlio Renzo e componenti del cerchio magico bossiano.

La Lega dopo Bossi: i fischi a Salvini e l’ombra di Giorgetti (e Zaia)
Roberto Maroni alla Fiera di Bergamo nel 2012 (Ansa).

I fischi a Salvini in camicia verde e quel “tradimento” mai perdonato

La parola «traditore» associata a Salvini, pronunciata al funerale di Bossi a Pontida, cela anche questo. Nelle spiegazioni dei ‘nordisti’ più ortodossi, poi, il segretario attuale ha “tradito” tutti gli ideali del fondatore con la trasformazione della Lega in un partito nazionale, i progetti per il Sud, il ponte sullo Stretto di Messina. Ma il “bacio di Giuda” a Manuela Marrone, la moglie di Bossi, è un’accusa che porta con sé ancora l’acredine di quella serata alla Fiera di Bergamo in cui Bossi fu costretto alle lacrime sul palco mentre in platea Salvini distribuiva le scope per «fare pulizia». Insomma, come nelle migliori famiglie, anche nella Lega, certe cose non si cancellano. Certo che se colui che ha rottamato la Padania si presenta a Pontida con la camicia verde – per molti un affronto e una provocazione – il coro parte spontaneo: «Mollala quella camicia».

Il progetto di Bossi: riunificare le associazioni nordiste nel partito

Cosa porterà tutto ciò è ancora presto per dirlo. Sicuramente i fischi sono stati limitati a una parte, alcuni fuoriusciti del Patto per il Nord di Paolo Grimoldi, o del partito di Roberto Castelli. Ma la delusione verso Salvini è generalizzata. Il desiderio di Bossi – ha rivelato l’amico Giuseppe Leoni – era di riunificare tutte le associazioni nordiste sotto la bandiera della Lega, anche se guidata da Salvini. Non si sa se l’apertura potrà essere accolta dal segretario leghista che ha dimostrato nervosismo per i fischi a Pontida, tanto che la fidanzata Francesca Verdini ha risposto accusando un contestatore di essere un «cafone».

Il futuro della Lega e le spinte per un nuovo leader

Certo, in vista delle Politiche del prossimo anno, ogni punticino o mezzo punticino in più fa sempre comodo. Ma bisogna arrivarci in forze alle urne. E mentre Salvini sembra arrancare, la famiglia del Senatùr appare molto determinata a far valere la propria influenza sulla Lega. In primo luogo, vorrebbe che un altro Bossi portasse avanti la storia del padre e non si sono rassegnati dopo il disastro della candidatura di Renzo al Pirellone. Nelle scorse ore avrebbero avanzato ai vertici leghisti richieste di questo tipo. E poi sentono talmente la Lega come cosa loro che vorrebbero spingere per un nuovo segretario. Giorgetti, appunto. Che non si sogna neanche di farlo. Allora, Luca Zaia, che al funerale è stato tra i più applauditi, oltre a – sorpresa – Giorgia Meloni. Ma anche Zaia vorrebbe tenersi lontano da tanto attivismo, che potrebbe essere letto come prepotenza. In attesa, forse, di tempi più maturi.

Scontro tra un aereo e un mezzo di soccorso: chiuso l’aeroporto LaGuardia di New York

L’aeroporto Fiorello LaGuardia, il più piccolo ma anche il più centrale degli scali di New York, è stato chiuso in seguito a uno scontro in pista tra un aereo che stava atterrando e un veicolo, avvenuto alle 23:40 del 22 marzo. Nell’incidente sono morti il comandante e il secondo pilota dell’aereo. Ci sono anche 13 feriti, tra cui due vigili del fuoco.

Coinvolti un velivolo Jazz Aviation operante per conto di Air Canada, che era partito dall’aeroporto internazionale di Montreal, che si è scontrato sulla pista 4 con un mezzo di soccorso e antincendio dell’Autorità Portuale, che stava intervenendo per un altro incidente.

Scontro tra un aereo e un mezzo di soccorso: chiuso l’aeroporto LaGuardia di New York
Scontro tra un aereo e un mezzo di soccorso: chiuso l’aeroporto LaGuardia di New York
Scontro tra un aereo e un mezzo di soccorso: chiuso l’aeroporto LaGuardia di New York
Scontro tra un aereo e un mezzo di soccorso: chiuso l’aeroporto LaGuardia di New York

Referendum, boom di votanti: alle 23 di domenica affluenza al 46 per cento

Riaperti dalle 7 i seggi per il referendum confermativo della legge costituzionale recante: “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”. Le urne saranno aperte fino alle 15, poi inizierà lo spoglio. Il primo giorno di voto sulla riforma della giustizia si è chiuso alle 23 di domenica 22 marzo con un’affluenza al 46,07 per cento, oltre ogni aspettativa. Le percentuali parziali superano infatti già i precedenti referendum costituzionali per i quali le urne erano rimaste aperte due giorni: in occasione della consultazione del 2020 sul taglio dei parlamentari, alla stessa ora, sei anni fa, aveva votato il 39,4 per cento degli aventi diritto (il giorno dopo si sarebbe arrivati al 51,12 per cento). A Bologna e Firenze l’affluenza alle 23 era già arrivata al 57 per cento. A Milano ha superato il 53 per cento. Attorno al 50 per cento Roma, Genova, Verona, Brescia, Treviso, Cremona e Vicenza. Maglia nera la Sicilia, con un’affluenza attorno al 35 per cento. Non c’è quorum, vince dunque chi prende un voto in più.

Referendum, boom di votanti: alle 23 di domenica affluenza al 46 per cento
Un seggio elettorale (Ansa).

Poste lancia l’Opas su Tim: così è finita la madre di tutte le privatizzazioni

Una telefonata allunga la vita. Il fortunato spot dell’allora Telecom, rinfrescato in una new edition per il Festival di Sanremo, ha avuto vita breve. La telefonata, arrivata come fulmine a ciel sereno nella serata di domenica mentre l’attenzione si spartiva tutta tra referendum e guerra, l’ha fatta Poste Italiane, annunciando per il colosso delle tlc il fine vita. Stop, si torna alle origini e al secolo scorso: l’ex gigante pubblico torna nelle mani dello Stato che con una discussa privatizzazione, Prodi regnante, se n’era privato. È finita insomma come succede in tante storie, con un ritorno a casa

Poste lancia l’Opas su Tim: così è finita la madre di tutte le privatizzazioni
La Torre Telecom Italia di Rozzano (Imagoeconomica).

Trent’anni di disastri privati inaugurati da Prodi

I liberisti duri e puri alzeranno il sopracciglio. Ma vista la lunga odissea dell’azienda, meglio così. Questi 30 anni sono stati un lungo, costoso e a tratti umiliante esperimento mal riuscito, conclusosi con un’inappellabile sentenza: nelle telecomunicazioni, settore sempre più strategico, i privati non ci hanno mai saputo fare granché. Anzi, hanno combinato disastri inenarrabili. A partire da subito, da quel lontano 1997 in cui Prodi, in uno slancio di entusiasmo liberista che in fondo non gli apparteneva, varò la privatizzazione di Telecom Italia, incassando 26 mila miliardi di vecchie lire. Una cifra che oggi fa ridere, ma allora destava il sospetto di voler favorire i soliti noti. Per ammorbidire i più scettici, il Professore si era infatti inventato il cosiddetto nocciolino duro: un nucleo stabile di azionisti, famiglia Agnelli in testa, banche e assicurazioni, che avrebbero dovuto fare da presidio. Guardiani del fortino, sentinelle dell’italianità. Si addormentarono in fretta. 

Poste lancia l’Opas su Tim: così è finita la madre di tutte le privatizzazioni
Massimo D’Alema e Romano Prodi (Ansa).

La scalata della «razza padana» guidata da Colaninno

Due anni dopo, con Massimo D’Alema a Palazzo Chigi (l’unica merchant bank dove non si parla inglese, ebbe a dire allora la buonanima di Guido Rossi) a fare da decisivo sponsor arrivò Roberto Colaninno. Lui e la cordata che la stampa dell’epoca ribattezzò con una certa irriverenza la «razza padana», sconosciuti imprenditori del Nord, capitani coraggiosi, gente che nel suo ci sapeva fin troppo fare, si presero prima l’Olivetti e poi Telecom con una scalata che fece epoca. Il topolino che ingoiava l’elefante. Debito su debito, leva su leva, una pletora di professionisti e banche d’affari pronti a gonfiarsi le tasche, centinaia di miliardi caricati sulle spalle di un gruppo che da quel fardello non si sarebbe più ripreso. 

Poste lancia l’Opas su Tim: così è finita la madre di tutte le privatizzazioni
Roberto Colaninno nel 2001 (Imagoeconomica).

Da Pirelli ai “barbari”: Telefónica e poi Vivendi

Durò poco. Nel 2001 entrò Marco Tronchetti Provera. Altro giro, altra corsa, altri debiti che ingolfavano la già precaria situazione dei conti. E una storiaccia di dossieraggi, intercettazioni, polemiche sulla Security interna che sembrava una centrale di spionaggio. Nel 2006 Pirelli tolse il disturbo lasciando intatte tutte le macerie che Tronchetti si era illuso di sgomberare.

Poste lancia l’Opas su Tim: così è finita la madre di tutte le privatizzazioni
Marco Tronchetti Provera e Giuliano Tavaroli (Imagoeconomica).

Poi fu l’era dei barbari. Prima gli spagnoli di Telefónica, diventati padroni per una strana carambola del destino senza che nessuno si stracciasse più di tanto le vesti sull’italianità perduta. Quindi i francesi: il destro e nell’occasione maldestro Vincent Bolloré. Vivendi, primo azionista, mise i suoi uomini nel consiglio d’amministrazione pensando di domare la bestia. Invece l’affamò. Finale inglorioso: i transalpini che si tirano indietro, relegati al ruolo paradossale di padroni che non comandano. 

Poste lancia l’Opas su Tim: così è finita la madre di tutte le privatizzazioni
Vincent Bolloré (Imagoeconomica).

La separazione della rete e la zampata di KKR

Nel frattempo Tim perdeva quote di mercato, bruciava piani industriali, vedeva la capitalizzazione di Borsa precipitare ai minimi. Fino alla svolta della separazione della rete. KKR, fondo americano, se la portò a casa a una cifra ben al di sotto delle aspettative. Con la velleitaria nazionalizzazione dell’infrastruttura fisica, i cavi, i doppini, la dorsale delle comunicazioni del Paese diventò nei fatti una cessione allo straniero. Una vicenda che in altri tempi avrebbe scatenato polemiche parlamentari di settimane passò invece per sfinimento, senza troppi sussulti. Debiti ridotti, ma prospettive ancora incerte e margini in perenne contrazione.

Poste lancia l’Opas su Tim: così è finita la madre di tutte le privatizzazioni
Il logo Tim (Imagoeconomica).

L’ultimo atto targato Poste e il ritorno di Tim allo Stato

Fino all’ultimo atto: Poste prima compra la quota di Vivendi lasciando in apparenza il vecchio management, l’ad Pietro Labriola in testa, al suo posto. Poi cala la zampata finale: l’Ops per incorporare Tim e toglierla dal listino. Il cerchio si chiude. Ma dalla privatizzazione di fine secolo è passata tanta acqua sotto i ponti, e Tim ha cambiato fisionomia. Quella del 2026 è un’azienda più piccola, senza la rete, con lo Stato che torna sulla tolda di comando. Una saga industriale fatta di passaggi di mano, debiti mai del tutto smaltiti, strategie rimaste sulla carta. Fino alla conclusione: c’è Poste per te. Così, alla lunga, la madre di tutte le privatizzazioni ha partorito la figlia di tutte le rinazionalizzazioni.  

Poste lancia l’Opas su Tim: così è finita la madre di tutte le privatizzazioni
Pietro Labriola (Imagoeconomica).

Mediaset fa pace con YouTube: così Pier Silvio vuole conquistare i mercati altrui

Mediaset, Mfe, MediaForEurope o come vogliamo chiamarla è sempre stata molto attiva nella guerra agli over the top, cioè quelle piattaforme che distribuiscono contenuti video e audio direttamente via internet, bypassando i tradizionali distributori via cavo, satellite o tivù terrestre. Nel mirino c’è sempre stata soprattutto YouTube, che ha spesso saccheggiato gli archivi di Cologno Monzese senza averne le autorizzazioni.

Mancato rispetto della proprietà intellettuale e dei diritti di copyright

E proprio Mediaset, quasi 20 anni fa, nel luglio del 2008, fu la prima grande organizzazione italiana a intentare una causa cruenta contro YouTube (e quindi Google Italia) per il mancato rispetto della proprietà intellettuale e dei diritti di copyright. Erano i tempi in cui il Grande Fratello mobilitava ancora le masse, e YouTube, spezzone dopo spezzone, usava le pillole del programma televisivo del Biscione per aumentare traffico e raccolta pubblicitaria.

Mediaset fa pace con YouTube: così Pier Silvio vuole conquistare i mercati altrui
YouTube (foto Ansa).

La causa da quasi un miliardo e la fine del contenzioso legale

Prima richiesta danni da parte di Mediaset: 500 milioni di euro. Poi lievitata, anno dopo anno e grado di giudizio dopo grado di giudizio, a quasi un miliardo. Materia complessa, sentenze non sempre coerenti, e alla fin fine, come spesso accade in Italia, sia Mediaset sia YouTube, nell’ottobre 2015, decisero di fare pace privatamente, mettendo fine al contenzioso legale e promettendo una «strategia congiunta per la protezione dei contenuti e la tutela del copyright dell’editore».

Le accuse di ottenere pubblicità facendo concorrenza sleale

Se, quindi, sulla carta la pax con YouTube dura da più di 10 anni, in ogni uscita pubblica di Fedele Confalonieri, di Pier Silvio Berlusconi, di Gina Nieri e di qualunque altro manager di vertice di Mfe non sono mai mancate, nel corso delle più recenti stagioni, numerose stoccate agli over the top americani o cinesi, alle piattaforme che vivono del lavoro di altri, che incassano miliardi di euro in pubblicità facendo concorrenza sleale, distruggendo il prodotto audiovisivo europeo. Per di più con pochi dipendenti, al contrario delle migliaia di posti di lavoro creati dal Biscione, e senza seguire regole in tema di tetti pubblicitari, misurazione certificata delle audience, tassazione, responsabilità sui contenuti diffusi. Regole alle quali, invece, sono assoggettati i broadcaster come Mediaset.

Mediaset fa pace con YouTube: così Pier Silvio vuole conquistare i mercati altrui
Pier Silvio Berlusconi, amministratore delegato e presidente di Mfe, parla durante un incontro con la stampa nella sede di Mediaset di Cologno Monzese (foto Ansa).

Dopo anni di battaglia contro la deregulation, il colpo di scena

Insomma, il mercato regolato dove è abituata a operare Mfe in contrasto con la deregulation che piace tanto agli ott. Ed è proprio per questi motivi che in molti hanno strabuzzato gli occhi quando Pier Silvio Berlusconi, presidente e ceo di Mfe-MediaForEurope, nell’illustrare alla stampa i piani di sviluppo di Mfe, il 18 marzo, ha pronunciato queste parole: «In Germania abbiamo trovato un management “sul pezzo” (si parla di ProSiebenSat.1, gruppo televisivo ora controllato da Mfe, ndr), giovane, preparato, che ci ha accolto con un respiro di sollievo. Ho visto dei ragazzi che hanno sposato il nostro progetto: finalmente c’è un azionista di controllo, c’è una traiettoria chiara, senza cambi di management ogni sei mesi o ogni due anni. E, a proposito di capacità dei colleghi tedeschi, ecco, hanno trovato un modo per distribuire i nostri prodotti sui mercati esteri. Fino adesso i contenuti di Mediaset realizzati in Italia, Spagna o Germania non andavano in onda su molti altri mercati esteri perché non ci conveniva: c’erano da sostenere i costi per il doppiaggio, e poi quelli per la distribuzione. E invece», ha detto Pier Silvio Berlusconi, «l’area tedesca ha trovato il modo per portare negli Stati Uniti un prodotto tedesco: verrà doppiato con l’intelligenza artificiale, riducendo molto i costi, e sarà distribuito su YouTube».

«C’è del potenziale enorme nei mercati di tutto il mondo»

Come, su YouTube? «Niente paura», ha aggiunto il numero uno di Mfe, «perché con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale non faremo perdere il lavoro a nessuno: oggi quel lavoro di doppiaggio non lo faceva nessuno, e nessuno lo avrebbe mai fatto. In secondo luogo distribuire su YouTube ci va bene negli Stati Uniti, perché lì noi non ci siamo. Dopo questo esperimento, quindi, potremmo allargare il progetto ai contenuti di Mediaset realizzati in Italia o in Spagna, ed esportarli, con lo stesso sistema, in altri mercati un po’ in tutto il mondo. C’è del potenziale enorme».

Mediaset fa pace con YouTube: così Pier Silvio vuole conquistare i mercati altrui
Fabrizio Corona in un frame di una puntata di Falsissimo, e nei riquadri Pier Silvio e Marina Berlusconi (foto Ansa).

Basta vedere quello che è successo sul caso di Falsissimo

Insomma, appena respirata un po’ di aria oltreconfine, ecco che Mediaset si è convinta che la giusta dose di deregulation va bene quando si tratta di conquistare i mercati altrui. Non quando c’è di mezzo il mercato italiano, dove Mediaset, invece, regna incontrastata da 45 anni. E quei diavoli di YouTube? Ma sì, alla fin fine sono diventati dei vecchi amici. Basta vedere come hanno eliminato immediatamente tutti i contenuti di Fabrizio Corona con il suo Falsissimo appena gli avvocati di Cologno Monzese hanno alzato un sopracciglio.

Le restrizioni di Trump decidono pure la formazione: è ancora calcio o politica?

Pareva una normale partita di una competizione internazionale per club. Invece il match fra la squadra giamaicana dei Mount Pleasant e i Los Angeles Galaxy, giocato nella notte italiana fra giovedì 19 e venerdì 20 marzo, è stata un segno potente di quanto la follia isolazionista trumpiana stia già colpendo il calcio globale.

Risultato condizionato da fattori extra sportivi

Valevole come ritorno degli ottavi di finale della Concacaf Champions Cup, il match partiva già ampiamente condizionato dal risultato dell’andata: 3-0 per i Galaxy, un punteggio che si è dilatato nel finale dato che ancora all’88’ era fermo sull’1-0. L’esito del primo match era già dunque una seria ipoteca sulla qualificazione, che ha preso definitivamente la strada di Los Angeles con un altro 3-0 nella gara di ritorno. Ma al di là dei meriti sul campo, se si guarda a ciò che è successo una settimana fa non si può ignorare quanto il risultato sia stato condizionato da fattori extra sportivi: e cioè le restrizioni volute dal presidente statunitense Donald Trump in materia di visti d’ingresso negli Usa.

Una serie di misure altamente selettive ha infatti colpito alcuni Paesi più di altri. Fin qui il mondo dello sport ne era stato abbastanza al riparo. Ma la gara del 12 marzo ci dice che l’impatto di queste misure potrebbe essere pesante e falsare le competizioni. E tutto ciò, con lo scenario di un’edizione del Mondiale 2026 che inizia fra meno di tre mesi sul suolo Usa, deve dare parecchio da riflettere.

Le restrizioni all’ingresso hanno bloccato 10 calciatori

Gli stenti che i dirigenti del Mount Pleasant hanno dovuto affrontare, nella preparazione della partita d’andata, sono passati pressoché sotto silenzio in Europa. La stampa internazionale ne ha dato notizia a partire dal 10 marzo, due giorni prima della gara. La squadra giamaicana era alla sua prima partecipazione in Concacaf Champions Cup, conquistata dopo avere vinto la scorsa edizione della Concacaf Caribbean Cup. Per un club giovane, fondato soltanto nel 2016, si tratta di uno straordinario traguardo. Che però è stato compromesso dalle restrizioni all’ingresso negli Usa che 10 suoi calciatori si sono visti opporre.

Le restrizioni di Trump decidono pure la formazione: è ancora calcio o politica?
Jakob Glesnes, giocatore dei Los Angeles Galaxy, impegnato in Concacaf Champions Cup (foto Ansa).

In particolare, il divieto si è abbattuto su sette calciatori di nazionalità haitiana, cioè una fra quelle maggiormente prese di mira dall’amministrazione Trump. Una condizione estrema, che ha costretto il management del club ad attingere pienamente alle squadre giovanili per riuscire a viaggiare verso gli Usa con una pattuglia minima di 18 calciatori.

Una pericolosa condizione di fragilità per un torneo internazionale

Resta il vulnus arrecato al club stesso, ma anche alla competizione e alla sua credibilità. Perché un conto è avere una squadra decimata da squalifiche o infortuni, altra storia è vederla sabotare dalle scelte politiche di un governo nazionale che distribuisce patenti da buoni o cattivi ai cittadini di altra nazionalità. Per una competizione sportiva internazionale si tratta di una pericolosa condizione di fragilità. Tanto più che tutto ciò è accaduto nei giorni della rinuncia al Mondiale da parte dell’Iran, con lo stesso Trump pronto a ribadire che i calciatori iraniani facevano bene a evitare di presentarsi.

Le restrizioni di Trump decidono pure la formazione: è ancora calcio o politica?
Donald Trump con la Coppa del mondo (Ansa).

Ma se il caso iraniano ha richiamato l’attenzione dei media internazionali, quello giamaicano è stato pressoché snobbato. Ciò che non può non aver rafforzato il senso di frustrazione di Paul Christie, direttore sportivo del Mount Pleasant. Alla vigilia della partita d’andata, Christie aveva dichiarato: «Non vogliamo limitarci a scendere in campo. Noi vogliamo competere in modo adeguato. Ma non ci è stata data la possibilità di andare in campo al nostro meglio».

La Conmebol ha persino incolpato il club giamaicano

E qui sta il punto: stiamo ancora parlando di sport come un campo capace di esercitare autonomia dalla politica, o come di una sua appendice? L’interrogativo rimane saldo se si guarda alla posizione assunta sulla vicenda dalla confederazione di Nord America, Centro America e Caraibi (Concacaf): che sostanzialmente ha incolpato il club giamaicano, accusandolo di non essersi mosso per tempo nella gestione delle procedure per ottenere i visti. Dunque, dopo il danno pure la beffa.

Le restrizioni di Trump decidono pure la formazione: è ancora calcio o politica?
Il presidente della Fifa Gianni Infantino (foto Ansa).

Sullo sfondo rimane il rapporto privilegiato (e iper-servile) del presidente della Fifa, Gianni Infantino, con Donald Trump. Un legame che sta ammazzando la credibilità del calcio mondiale. Ma lui la vede come alta politica. Rispetto a ciò, cosa volete che siano i problemi di un piccolo club giamaicano?