Quando si terranno i nuovi colloqui tra Ucraina e Russia

Kirill Budanov, capo di gabinetto di Volodymyr Zelensky, ha annunciato che entro questa settimana potrebbe avere luogo un nuovo ciclo di colloqui volti a porre fine alla guerra in Ucraina, indicando come possibili date giovedì 26 e venerdì 27 febbraio. «Siamo attualmente in fase di preparazione. È una questione di protocollo: quando, chi verrà e così via. Tutte e tre le parti devono essere d’accordo su questo. Anzi quattro parti, incluso chi ospita», ha detto Budanov. Le parti in causa sono l’Ucraina e la Russia, ovviamente, a cui si aggiungono gli Stati Uniti e la Svizzera, che dovrebbe ospitare ancora i colloqui a Ginevra. Budanov, parlando con i giornalisti, ha affermato che non ci sono ancora dettagli su un possibile incontro tra i presidenti di Ucraina e Russia. «Abbiamo sollevato la questione», ha detto, aggiungendo che Mosca non ha ancora fornito una risposta. Dall’inizio dell’anno Russia e Ucraina hanno tenuto diversi round di colloqui con la partecipazione degli Usa: anche l’ultimo (17-18 febbraio) si è svolto a Ginevra.

Referendum sulla giustizia, c’è il sorpasso del “no”

A un mese dal referendum sulla riforma della giustizia, che si terrà il 22 e il 23 marzo, un sondaggio condotto da Ixè sulle intenzioni di voto ha evidenziato il sorpasso del “no”, collocato tra 51,3 e il 54,3 per cento, a fronte del “sì” dato tra il 45,7 e il 48,7 per cento. Il sondaggio precedente, condotto a gennaio, delineava un pareggio. Nell’indagine di novembre, invece, risultava nettamente in vantaggio il “sì”, dato al 53 per cento rispetto al 47 per cento del “no”.

Il 46 per cento degli elettori è intenzionato ad andare a votare

Per quanto riguarda l’affluenza, secondo il sondaggio il 46 per cento degli elettori risulta fortemente intenzionato ad andare a votare per il referendum. E in tal senso si conferma una propensione più marcata nell’elettorato di sinistra e centro sinistra. Massiccia la fetta degli indecisi, che per l’indagine ammontano al 40 per cento degli aventi diritto.

La maggioranza degli italiani è ben informata sul referendum

Tra le persone interpellate, il 55,7 per cento dichiara di conoscere i temi oggetto del referendum. A gennaio, la quota era fermata si fermava al 45 per cento e ancora prima, a novembre, al 39 per cento. Al momento, secondo l’indagine di Ixé, la maggioranza degli italiani è dunque ben informata sul referendum: solo il 13 per cento ha dichiarato di non aver nemmeno sentito parlare della consultazione referendaria.

Rogoredo, il consulente della difesa dell’agente Cinturrino lascia l’incarico

Dopo il fermo dell’agente Carmelo Cinturrino con l’accusa di omicidio volontario in relazione ai fatti di Rogoredo del 26 gennaio, il consulente nominato dalla sua difesa, Dario Redaelli, ha lasciato l’incarico. «Non posso pensare di difendere una persona che ha preso in giro non solo il sottoscritto ma soprattutto l’istituzione di cui ho fatto parte per 40 anni», ha affermato secondo quanto riportato da Tgcom24. Redaelli, in passato esperto della polizia di Stato in materia di investigazioni scientifiche, ha aggiunto: «Mi dispiace molto per tutti i poliziotti che ogni giorno si impegnano per garantire la sicurezza degli italiani e che rappresentano al meglio la divisa che indossano».

Il poliziotto avrebbe organizzato una messinscena per coprire l’omicidio di un pusher

Secondo il pm Giovanni Tarzia e il procuratore Marcello Viola che hanno coordinato le indagini, Cinturrino avrebbe sparato e ucciso il pusher Abderrahim Mansouri quando questi era disarmato. Solo in un secondo momento, e dopo aver ordinato a un collega di andare al commissariato a prendere uno zaino, avrebbe lasciato accanto al corpo la replica giocattolo di una pistola Beretta 92 che teneva in ufficio. Una messinscena organizzata per coprire l’omicidio resa palese nei giorni successivi anche grazie alle dichiarazioni di alcuni testimoni. In più, mentre la vittima era a terra agonizzante, ma ancora viva, Cinturrino non avrebbe chiamato i soccorsi, né avrebbe segnalato alla centrale operativa della questura quanto successo. La chiamata sarebbe avvenuta solo 23 minuti dopo.

Carlo Conti: «Io meloniano? Sono un uomo libero»

Nella prima conferenza stampa della 76esima edizione del Festival di Sanremo, il direttore artistico e conduttore Carlo Conti è tornato (imbeccato dalla stampa) sulle polemiche politiche che hanno fatto seguito all’annunciata presenza – poi saltata – di Andrea Pucci sul palco dell’Ariston. «Quando c’era Renzi sono stato definito renziano, oggi meloniano, domani sarò cinquestelliano. Per fortuna in questi 40 anni sono un uomo libero, ci tengo a essere indipendente nel mio lavoro. In televisione sono un giullare e orgogliosamente faccio il giullare», ha detto Conti.

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Conti: «Meloni può venire a Sanremo se compra il biglietto»

Dopo aver smentito di essere meloniano, Conti ha anche negato di aver invitato la presidente del Consiglio all’Ariston: «Fantascienza pura. Non ho nessun rapporto con lei. Io credo che la mia storia parli per me, parli per gli ospiti che ho portato al festival. Sanremo l’ho fatto con un governo e l’ho fatto con un altro». E poi: «La premier è una cittadina libera, se compra il biglietto e vuole venire, può venire. Come qualsiasi altro cittadino. Non è che decido io chi può venire o non venire a vedere il Festival».

Sul forfait di Pucci: «Dispiace umanamente e professionalmente»

Conti ha inoltre confermato di non aver ricevuto pressioni per far approdare Pucci a Sanremo: «Ripeto e sottolineo: preferisco che si dica che io non so fare il mio mestiere piuttosto che qualcuno dica che mi hanno obbligato a prendere qualcuno o mi hanno tirato per la giacca per favorire questo o quel comico o artista su quel palcoscenico». Il presentatore si è poi detto stupito dalle polemiche attorno alla figura del comico milanese: «È stato ospite di miliardi di trasmissioni, ha fatto programmi di grande successo, a settembre gli abbiamo dato il premio all’Arena di Verona per i suoi incassi. Sono andato a teatro a vederlo e non ci ho trovato niente di sconvolgente. Quando penso di invitare un artista non è che gli chiedo cosa pensa, cosa vota, da che parte è». Quanto alla rinuncia da parte del comico, Conti ha dichiarato: «Mi dispiace umanamente e professionalmente per lui. Da un lato lo posso anche capire, perché voi tutti eravate testimoni di quello che è successo a un grande fuoriclasse con Maurizio Crozza su quel palcoscenico: quindi lui ha avuto paura di reazioni. Ha preferito fare un passo indietro».

L’altro Garibaldi: estratto del libro di Virman Cusenza

Dietro la figura dell’eroe dei due mondi, oltre la camicia rossa e il mito risorgimentale, si cela un uomo sorprendentemente moderno e visionario. Virman Cusenza con L’altro Garibaldi. I Diari di Caprera (Mondadori) ci invita a conoscere il Garibaldi meno noto, accompagnandoci nella sua vita quotidiana, liberando il mito dagli stereotipi. Sull’isola infatti Garibaldi non si limita a guidare un’azienda agricola modello, ma importa macchinari innovativi, realizza un mulino d’avanguardia, impianta 14 mila viti e alleva una sorta di secondo esercito, composto da un migliaio di capi di bestiame. Fondatore della Società Reale di Protezione degli Animali, l’eroe cosmopolita coltiva idee e relazioni, accoglie amici, intellettuali e visitatori, sperimentando forme anticipate di famiglia allargata. In questo senso I Diari agricoli testimoniano una vita scandita da zappa e spada, raccolgono osservazioni meteorologiche e annotazioni puntuali su eventi storici: dalla visita di emissari reali allo sbarco di Bakunin. Caprera si rivela così più di un buen retiro, ma un laboratorio da cui osservare il mondo senza smettere di influenzarlo. Lettera43 vi propone un estratto da L’altro Garibaldi.

L’altro Garibaldi: estratto del libro di Virman Cusenza
La copertina di L’altro Garibaldi di Virman Cusenza.

La guerra delle api

Non si comanda un esercito, se prima non si impara a governare un alveare. È la lezione più importante che il generale trae dopo i primi anni a Caprera, dove ha sperimentato la complessità dell’apicoltura. Organizzare questi piccoli insetti, farli acquartierare proficuamente, garantirne il pascolo con la più grande diversità di fiori possibile, sfamarli in inverno quando corolle e petali scarseggiano non è meno complesso che organizzare le truppe. Perfino raccogliere il frutto della loro laboriosità è operazione non priva di rischi. Ma Garibaldi, forse proprio per questo, si appassiona. Arrivando a confessare nel ’73 a un esperto come Isidoro Guerinoni, direttore della Società apistica di Pistoia e suo «maestro» in quest’arte, che la sua «principale occupazione sono le api. Se avessi cominciato trent’anni prima, ne farei un’estesa coltura». Si emoziona quando esce il primo sciame. Ancora più che con le pianticelle che fanno capolino tra i solchi che ha sarchiato. Con le api l’orgoglio è doppio, perché è come se la sua mano per qualche istante si trasformasse in quella del demiurgo: dirige la vita di creature tra le più organizzate e strutturate militarmente che conosca. Troppo facile accostare la loro perizia e determinazione ai tentennamenti di chi dovrebbe riunire l’Italia e non lo fa. Se in politica potesse fare con Roma e Venezia quel che riesce a realizzare con le api, ecco che avrebbe già completato l’opera.

Ma il demiurgo è re Vittorio Emanuele, e l’Italia non è un apiario. Facile capire quindi perché, con cellette e alveari, si prenda le soddisfazioni che non raggiunge in altri campi. Ma non si accontenta certo. Anzi, qui si allena: alveari, grano, viti, nonché mucche, agnelli e tori, cavalli, pecore e asini, sono il suo reggimento ma pure il motivo di ilarità quotidiana, quello che gli strappa un sorriso, nonostante certe mattine esca di casa carico di tensione come alla vigilia di un temporale. Menotti, Basso e Fruscianti – ciascuno a modo suo – lo prendono in giro perché dicono che il bestiario di Caprera in fin dei conti è il suo battaglione sardo in servizio permanente effettivo. Non sappiamo se a sfidarlo siano state, inconsciamente, le evidenti affinità con il più complesso sistema politico-sociale nascente (fare l’apiario per capire come riunire gli italiani). Di sicuro, l’approccio dello stratega è ancora una volta scientifico, come lo è stato sin dall’inizio per le coltivazioni da impiantare nell’isola. Le pagine dei Diari dedicate all’allevamento delle api sono organizzate come l’altro libro mastro: varie colonne registrano anno, mese e giorno, numero delle arnie, temperatura, pressione barometrica, fioritura, provviste, sciami, operazioni e osservazioni, prodotti. In certe pagine vengono segnate anche uscite ed entrate, perché non bisogna dimenticare che tutto questo il generale non lo fa per la gloria ma per arrotondare i conti di casa, grazie alla vendita del miele e della cera. Il biennio superstite dei quaderni ci racconta come il numero delle arnie con gli anni si sia assottigliato. Tra il ’73 e il ’74 ne restano una quarantina. I nemici sono più insidiosi dei francesi o dei borbonici, e si chiamano formiche e tarme. Infestano le casse in cui sono ospitate le api e, nonostante la periodica mattanza di questi due indesiderati ospiti, la minaccia ritorna ciclicamente. A questa si aggiunge un flagello ancora maggiore: nella stagione più fredda – quindi con una fioritura assai ridotta – bisogna sfamare gli sciami che muoiono letteralmente di fame. La cura migliore è quella del miele rimasto, di scarsa qualità naturalmente, ma pur sempre prezioso. Nel maggio del 1873 apprendiamo che gli alveari vivono una stagione di conflitti più accesa delle guerre di indipendenza. Apparentemente, le trentanove arnie rimaste lavorano bene, essendovi tuttora molti fiori di muschio, cardi, fichi d’India, mirto ed erba medica. Ma si è scatenata «la guerra mortale fra le api, forse perché le arnie sono troppo vicine».

L’altro Garibaldi: estratto del libro di Virman Cusenza
Virman Cusenza (Imagoeconomica).

Un po’ come succede tra garibaldini e mazziniani nelle dispute dentro e fuori del Parlamento. A sedare gli animi e a sfamare la popolazione, Garibaldi invia una vivandiera d’eccezione, la figlia Clelia. Che così racconta l’impresa da piccola ardita nelle pagine di Mio padre: Nella stagione invernale portavo il miele alle api. D’inverno, senza fiori, nelle arnie si fa la fame. Il miele più scadente si teneva appunto per quest’uso. A Fontanaccia, vicino all’aranceto, c’è una minuscola costruzione che molti si chiedono che cosa possa essere. Era la casa delle api. Io entravo con due piattini, uno per mano, ripieni del dolce nettare e li posavo vicino alle arnie, non senza un vago senso di paura per le tante api che mi svolazzavano intorno. Papà notava la mia esitazione e dolcemente mi incoraggiava: «Bambina, non aver paura. Entra pure. Loro sanno benissimo che tu porti da mangiare; non ti faranno nulla». Allora entravo, sicura come se fosse stata la voce di mio padre a scongiurare ogni pericolo. Le api mi si posavano sulle mani e sul viso ma io me ne restavo tranquilla. Papà, fuori, mi aspettava. Posavo i piattini e uscivo, felice di aver terminato il mio coraggioso compito. Soltanto una volta un’ape entrò nei miei capelli e sentendosi prigioniera mi punse. Papà mi levò subito il pungiglione e premendo sulla parte lesa la lama del suo temperino mi disse: «Ora non sentirai più nessun dolore. Tutto è passato, vero?». Il generale nei Diari agricoli è in versione «scienziato», registra ogni minima variazione: alla fine di settembre annota che le api «non trovano più polline». A dicembre che stanno «dentro per il freddo». Comunque, prima di tuffarsi con il solito entusiasmo in questa impresa, ha studiato a dovere. Si è abbonato a riviste specializzate, ha letto manuali e consultato esperti. Si è fatto spedire dall’Inghilterra addirittura un’arnia di vetro che gli consente di assistere a tutte le operazioni senza disturbare le laboriose inquiline. La descrizione di questo ingegnoso oggetto ce l’ha lasciata l’agronomo Eugenio Canevazzi: un cilindro sormontato da una cupola, entrambi coperti di paglia intrecciata. Il congegno all’interno ospitava anche un barometro ed era dotato di porticine, piccole saracinesche e serrande di la- mina da cui si poteva osservare il lavoro delle api. Quando l’alveare era colmo di miele e di cera, chiusi i fori, si sollevava il coperchio e dalle tre campane di vetro sottostanti si estraeva il prodotto.

Più tardi negli anni, di pari passo alla decadenza di tutta l’azienda agricola, anche l’apicoltura va in malora. Garibaldi chiede aiuto all’esperto Guerinoni, lamentando di essere stato abbandonato dal custode che si è impiegato nelle più redditizie ferrovie sarde, per cui è costretto a servirsi di un novizio. Si è ridotto a sole quarantacinque casse e ha urgente bisogno di un modello più moderno «a favo mobile, comodo per il matrimonio delle famiglie». Ogni tanto torna il flagello biblico delle formiche, pari a un esercito invasore contro cui la guerriglia del generale – specialità in cui era esperto – poco può fare. Le tarme, poi, sono peggio dei fucili Chassepot a Mentana. Divorano il legno delle casse, che sono diventate sei. «Credo sia indispensabile avere del legname idoneo, cioè inattaccabile, o per sua natura o mediante iniezione di qualche composto chimico», scrive disperato al direttore della rivista milanese «L’Apicoltore». Solo pochi anni prima, era stato più facile battere i prussiani a Digione.

Le foto del presidente Mattarella in visita a Niscemi

Le foto del presidente Mattarella in visita a Niscemi
Le foto del presidente Mattarella in visita a Niscemi
Le foto del presidente Mattarella in visita a Niscemi
Le foto del presidente Mattarella in visita a Niscemi
Le foto del presidente Mattarella in visita a Niscemi

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è recato in visita a Niscemi, il comune siciliano in provincia di Caltanissetta colpito dal ciclone Harry. Il capo dello Stato ha voluto toccare con mano la situazione che la popolazione sta vivendo dal 25 gennaio, quando una parte dell’abitato è stata inghiottita da una frana e un centinaio di famiglie hanno perso per sempre le loro case. Dopo aver sorvolato l’area in elicottero, Mattarella è stato accolto dal sindaco Massimiliano Valentino Conti e ha fatto un giro nelle strade del centro storico. Si è recato anche alla scuola Mario Gori sgomberata dopo la frana. «È difficile in queste condizioni, lo capisco. Nelle case c’erano gli affetti, c’era la vostra vita. Lo capisco bene. Per questo sono venuto qui per far vedere che il sostegno si mantiene alto. Ci siamo e stiamo lavorando per Niscemi», ha detto. La sua visita segue quella della premier Giorgia Meloni, che aveva annunciato lo stanziamento di 150 milioni di euro per la messa in sicurezza del territorio.

Nuove accuse per l’ex principe Andrea: «Massaggi a spese dei contribuenti»

Nuove accuse contro l’ex principe Andrea, arrestato e poi rilasciato con l’accusa di cattiva condotta in pubblico ufficio. Alcuni ex alti funzionari britannici hanno dichiarato alla Bbc che l’uomo addebitava regolarmente ai contribuenti del Regno Unito spese personali per «massaggi» e costi di viaggio «eccessivi» durante il suo mandato come inviato speciale per il Commercio nel periodo dal 2001 al 2011.

Una fonte: «I vertici del ministero mi scavalcarono e il conto fu saldato con soldi pubblici»

Un ex dipendente del ministero del Commercio, che ha chiesto di rimanere anonimo, ha rivelato all’emittente pubblica di essersi opposto a suo tempo alla richiesta di rimborso per «servizi di massaggio» presentata da Andrea dopo una missione in Medio Oriente, ritenendola inappropriata. «Dissi chiaramente che non dovevamo pagare, ma i vertici del ministero mi scavalcarono e il conto fu saldato comunque con soldi pubblici», ha rivelato la fonte. Il ministero chiamato in causa non ha smentito le accuse, limitandosi a rimandare all’inchiesta di polizia in corso.

La giravolta di Salvini sul caso del pusher ucciso a Rogoredo

Rispondendo a una domanda su Carmelo Conturrino, ovvero il poliziotto arrestato per omicidio volontario dello spacciatore Abderrahim Mansouri ucciso a Rogoredo, pur ribadendo di avere «rispetto e stima e fiducia nelle forze dell’ordine» Matteo Salvini ha affermato che, «se qualcuno invece usa la divisa per fare affari o per regolamenti di conto personali, non è degno di quella divisa».

Salvini aveva difeso Cinturrino «senza se e senza ma»

Eppure, come sottolineato da più parti, la sera dell’uccisione di Mansouri – avvenuta il 26 gennaio – a Salvini erano bastati 37 minuti per affermare sui social: «Sono dalla parte del poliziotto, senza se e senza ma».

Il 29 gennaio, Salvini aveva definito «ingeneroso» indagare per omicidio volontario un agente che ha difeso se stesso la sua vita e i suoi colleghi da un pregiudicato», puntando il dito contro la sinistra che stava «facendo politica sulla pelle di un poliziotto».

Il 30 gennaio, Salvini aveva poi scritto sui social: «Io sto col poliziotto. La Lega lancia una nuova campagna di raccolta firme per sostenere chi ogni giorno difende la nostra sicurezza». E poi: «Solidarietà all’agente di Polizia indagato che, durante un controllo antidroga a Milano, ha fatto il proprio dovere difendendosi. Giù le mani dalle Forze dell’Ordine!».

Lo sparo e la messinscena: perché l’agente è stato arrestato

Secondo quanto emerso dalle indagini – scattate come «atto dovuto» – Cinturrino avrebbe colpito Mansouri e poi, dopo aver ordinato a un collega di andare al commissariato a prendere uno zaino, avrebbe lasciato accanto al corpo dello spacciatore la replica giocattolo di una pistola Beretta 92 che teneva in ufficio, organizzando la messinscena dell’arma puntata contro di lui e, dunque, della legittima difesa. In tutto questo, mentre la vittima era a terra agonizzante, Cinturrino non avrebbe chiamato subito i soccorsi, ritardando la telefonata di oltre 20 minuti.

L’ennesimo zampino di Bettini tra Schlein e Conte e le altre pillole del giorno

Chi ha detto che il cosiddetto campo largo è morto e sepolto? Con la sua infinita pazienza, Goffredo Bettini, la «mente storica della sinistra italiana», quello che viene definito anche come «l’ultimo ideologo del vecchio Pci», mette un’altra volta insieme, a un tavolo, la segretaria del Partito democratico Elly Schlein e il leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte, per parlare di politica. L’occasione è unica: nella serata di lunedì 23 febbraio, a Roma, viene organizzato un aperitivo per la nuova Rinascita, la storica rivista fondata da Palmiro Togliatti e che ha ora per dominus lo stesso Bettini e il sostanziale aiuto di Andrea Orlando, ex ministro del Lavoro. Tutto andrà in scena a Testaccio, in un locale di via Libetta: ci sarà molto lavoro per i vigili urbani, che saranno impegnati fino a tarda sera per evitare l’ingorgo di auto blu. Nel comitato scientifico della rivista ci sono Mario Turco, il tarantino fedelissimo di Conte e che dei pentastellati è vicepresidente, l’ex direttore del quotidiano Avvenire Marco Tarquinio, in compagnia di Enzo Amendola, Miguel Gotor, Pietro Bartolo, Rosa Calipari, Giacomo Marramao, gli ex ambasciatori Giorgio Starace e Michelangelo Pipan, Tosca (sì, la cantante). Nel comitato di direzione della rivista ecco Enrico Rossi, Enrico Gasbarra, Roberto Morassut, Michele Meta, Daniele Marantelli, Livia Turco, Massimiliano Smeriglio e Massimo Zedda. Inevitabilmente si discuterà di Ucraina, con Bettini pronto a parlare di pace immediata e fine delle ostilità, trovando sul tema un alleato di ferro come Conte, con il classico “no alla guerra”: ma non ditelo a Carlo Calenda

L’ennesimo zampino di Bettini tra Schlein e Conte e le altre pillole del giorno
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L’ennesimo zampino di Bettini tra Schlein e Conte e le altre pillole del giorno

Lucio non Presta l’altra guancia

Forse è l’unico che può rompere le uova al Festival di Sanremo: Lucio Presta, uno dei protagonisti del mercato delle star televisive, con il suo libro L’uragano soffia sul fuoco. E il Corriere della Sera offre molto spazio all’agente che se la prende con Paolo Bonolis e Sonia Bruganelli, Amadeus, Maria De Filippi, la Rai. L’unico che viene graziato è Urbano Cairo, che oltre a essere editore del Corsera è proprietario di La7, e guarda caso tutte le stelle del piccolo schermo che vengono citate lavorano con le reti concorrenti. A proposito, dagli uffici romani della televisione di Urbanetto ricordano che è ancora vacante il posto di amministratore delegato, lasciato vuoto con la prematura morte di Marco Ghigliani. E qualcuno vaticina un futuro manageriale per Presta, alla guida di una tivù privata…

L’ennesimo zampino di Bettini tra Schlein e Conte e le altre pillole del giorno
Lucio Presta (Imagoeconomica).

Belloni sulla neve, al Cimone, e una villa…

Ora si parla di appalti, su Domani, ma sì, qualche giorno fa quella signora sugli sci era proprio Elisabetta Belloni, la (ex) candidata grillina alla presidenza della Repubblica, l’ex dirigente dei Servizi segreti, al vertice del Dis, l’ex consigliera personale di Ursula von der Leyen all’Unione europea. È andata sul monte Cimone, «in quanto la mamma Lea era sestolese doc, che sposò l’ingegner Giorgio Belloni e si trasferì nella Capitale», hanno sottolineato le gazzette locali. Una giornata sulla neve, spinta da Luciano Magnani, presidente del Consorzio Cimone. Con Magnani pronto a dire a Il Resto del Carlino che la presenza belloniana è «un onore e un incentivo a proseguire il nostro impegno nel migliorarci continuamente nell’impiantistica e nelle iniziative promozionali», con un “autogossip” della stessa Belloni, con la decisione di restaurare la villa di Sestola lasciata dalla madre a lei e alla sorella, oltre che per un valore affettivo anche per l’aumentata attrattività turistica della zona. E Domani parla proprio di 331 mila euro per i lavori di sicurezza di una villa

L’ennesimo zampino di Bettini tra Schlein e Conte e le altre pillole del giorno
Elisabetta Belloni (Imagoeconomica).

Le case popolari occupate? Ai poliziotti

Per qualcuno è un incentivo, per altri si tratta comunque di una motivazione per impegnare i poliziotti negli sgomberi, fatto sta che l’iniziativa non cadrà nel vuoto: le unità immobiliari dell’Ater di Roma, ossia le case popolari, se liberate dall’occupazione abusiva e ancora in attesa di un’assegnazione saranno destinate alle forze dell’ordine. L’accordo è ufficiale, scritto nero su bianco, tra il ministero dell’Interno e la Regione Lazio. L’intesa tra il ministro Matteo Piantedosi e il governatore regionale Francesco Rocca dovrebbe anche riuscire a risolvere la cronica assenza di appartamenti a Roma per le forze dell’ordine. Però ad alcuni giuristi tutto questo non piace, dato che «è come arrestare gli autori di un furto e poi, se nessuno reclama il denaro o i gioielli ritrovati, autorizzare la divisione del bottino tra coloro che hanno compiuto l’arresto». Per ora nel governo qualcuno si limita a commentare che «sarà grande festa quest’anno per la liberazione. Sì, delle case occupate».

L’ennesimo zampino di Bettini tra Schlein e Conte e le altre pillole del giorno
Matteo Piantedosi e Francesco Rocca (foto Imagoeconomica).

Record di abbonati per il britannico Spectator: una lezione per l’Italia?

Il depresso mondo dell’editoria, tra il fantastiliardario Jeff Bezos che licenzia centinaia di giornalisti al Washington Post, e John Elkann che mette in vendita Repubblica e tutto il gruppo Gedi, non è solo una geremiade di copie in calo e un declino inarrestabile. Dalla Gran Bretagna arriva una notizia: lo Spectator, periodico di riferimento dell’area Tory e dell’alta borghesia intellettuale, ha toccato il numero più alto di sempre di abbonati. E non è un record qualsiasi perché la rivista è il settimanale più antico del mondo: da quasi 200 anni infatti esce puntualmente ogni settimana.

Record di abbonati per il britannico Spectator: una lezione per l’Italia?
John Elkann (Ansa).

In 10 anni gli abbonamenti sono passati da 40 mila a 120 mila

L’autorevole testata, famosa per le sue copertine di vignette, solo pezzi di analisi e commenti senza foto o immagini, veleggia poco sotto i 120 mila abbonati, mentre 10 anni fa languiva attorno alle 40 mila copie. Sono numeri da far invidia a un quotidiano, in un Paese come l’Italia dove il Corriere della Sera è l’unico giornale sopra le 100 mila copie (secondo i dati ADS dello scorso dicembre) e dove peraltro ancora una grossa fetta di abbonati è su carta. Oltremanica la cadenza ogni sette giorni piace perché, in un mondo dove tutto passa per lo schermo del telefonino, il lettore sente il bisogno di sfrondare e capire la realtà. E sfogliare la carta aiuta.

La scommessa dell’editore

Il record, mentre gli altri settimanali inglesi sono fermi o in calo (l’Economist, la cui prima azionista è ancora la Exor di Elkann, è stabile attorno alle 160 mila copie in abbonamento) arriva peraltro dopo una fase di forte incertezza: negli ultimi anni, lo Spectator era stato di proprietà dei gemelli Barclay, tra gli uomini più ricchi d’Inghilterra, che detenevano anche il quotidiano Daily Telegraph, anch’esso voce, ma più popolare, del mondo conservatore. Ma la famiglia Barclay è finita travolta dai debiti e da litigi interni, il gruppo è stato pignorato dalle banche, e i giornali sono stati messi in vendita per fare cassa. Lo Spectator è così finito in mano alla finanziere d’assalto Sir Paul Roderick Clucas Marshall. Sembrava una mossa azzardata, tanto più perché il nuovo editore aveva scelto come direttore un uomo senza esperienza di carta stampata: l’ex deputato Tory Michael Gove (un po’ come quando l’ex premier Matteo Renzi divenne direttore del Riformista). Ma, contro ogni aspettativa, Gove ha dato una sterzata al settimanale, su una posizione di feroce critica all’attuale governo laburista, portandolo a livelli mai visti, cosa che conferma una verità fondamentale del mondo dell’editoria: il giornale d’opposizione premia sempre.

Record di abbonati per il britannico Spectator: una lezione per l’Italia?
Michael Gove (Ansa).

La rivincita del settimanale

Dati per morti, perché dinosauri fuori tempo nel mondo dell’informazione in tempo reale e dei social media, i settimanali hanno invece ancora un futuro e il caso dello Spectator indica la via: giornalismo di qualità, firme, cura estrema degli articoli e della scrittura, argomenti mai banali e senza paura di andare contro-corrente. I giornali italiani dovrebbero prendere nota.

Nasce il nuovo governo in Olanda: chi è Rob Jetten, premier più giovane di sempre

Al via il nuovo governo in Olanda. L’esecutivo di minoranza formato dai progressisti del D66, dai liberali del Vvd e dai cristiano-democratici del Cda ha giurato davanti al re, aprendo una nuova fase politica. A guidarla è Rob Jetten, il più giovane primo ministro nella storia olandese. Il leader del D66, classe 1987, europeista e paladino dei diritti civili, aveva ottenuto una vittoria a sorpresa alle elezioni del 22 ottobre, superando l’ultradestra di Geert Wilders.

È stato ministro del Clima e dell’energia nel quarto governo Rutte

Nasce il nuovo governo in Olanda: chi è Rob Jetten, premier più giovane di sempre
Rob Jetten (Ansa).

Nato il 25 marzo 1987 a Veghel, nel Brabante Settentrionale, Jetten ha studiato presso l’Università Radboud di Nimega, ottenendo un bachelor of arts e poi un master of arts in Pubblica amministrazione. Tra il 2008 e il 2009 è stato presidente nazionale dei Giovani democratici, organizzazione giovanile del D66, mentre nel 2010 è stato eletto come membro del consiglio comunale di Nimega, rimanendo in carica fino al 2017 in qualità anche di capogruppo del partito. Durante le elezioni legislative del 2017 è stato eletto alla Tweede Kamer nelle file del D66 e nel 2018 è stato nominato capogruppo alla seconda camera del parlamento, diventando il più giovane a ricoprire tale carica. Come membro del parlamento è stato tra i principali fautori della legge sul clima tanto da essere stato soprannominato “klimaatdrammer”. Nel 2022 è entrato a far parte del quarto governo Rutte come ministro senza portafoglio del Clima e dell’energia. L’anno successivo è diventato leader dei Democratici 66 succedendo a Sigrid Kaag. Nel 2024 è subentrato a quest’ultimo come ministro delle Finanze (rimanendo in carica per pochi giorni).

L’Italia candida Martina alla guida della Fao

Il governo italiano ha deciso di candidare Maurizio Martina alla guida della Fao, cioè l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, che dal 1951 ha peraltro sede a Roma. Lo hanno annunciato il ministro degli Esteri Antonio Tajani e quello dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, durante un punto stampa congiunto a Bruxelles: «Presenteremo la candidatura oggi al Consiglio Agrifish. Ci saranno probabilmente altre candidature europee, noi chiederemo una posizione unitaria dell’Europa rispetto ad altre posizioni, altrettanto autorevoli di altri esponenti a livello mondiale, ma crediamo che Martina abbia ben rappresentato l’Italia».

L’attuale direttore generale è Qu Dongyu

L’attuale direttore generale della Fao è il cinese Qu Dongyu, in carica dal 2019. Prima di lui hanno ricoperto l’incarico, a ritroso, il brasiliano José Graziano da Silva (2012-2019), il senegalese Jacques Diouf (1994-2011), il libanese Edouard Saouma (1976-1993), l’olandese Addeke Hendrik Boerma (1968-1975), l’indiano Binay Ranjan Sen (1956-1967), il britannico Herbert Broadley (1956), gli statunitensi Philip Cardon (1954-1956) e Norris Dodd (1948-1953) e il britannico John Boyd Orr (1945-1948).

L’Italia candida Martina alla guida della Fao
Maurizio Martina (Imagoeconomica).

Martina è entrato a far parte della Fao nel 2021

Martina è entrato a far parte della Fao nel 2021, inizialmente come consigliere speciale di Qu e vicedirettore generale aggiunto. Nel 2023 è stato scelto come vicedirettore generale in sostituzione di Laurent Thomas. Membro del Partito democratico, di cui nel 2018 è stato anche segretario reggente a seguito delle dimissioni di Matteo Renzi dopo le elezioni politiche, è stato per quattro anni – 2014/2018 – ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali (nei governi Renzi e Gentiloni).

Perché Lagarde può ricevere somme dalla Bri nonostante il divieto per lo staff Bce

Secondo quanto riferisce il Financial times, alcuni dipendenti della Bce si sarebbero lamentati del fatto che la presidente Christine Lagarde riceva circa 140 mila euro all’anno come membro del consiglio di amministrazione della Banca dei regolamenti internazionali, nonostante il divieto della Banca centrale europea sui pagamenti da parte di terzi al proprio personale. Il quotidiano finanziario britannico ha ricordato che generalmente la Bri non divulga i pagamenti individuali ma, in una risposta scritta a due deputati europei, Lagarde ha rivelato di aver ricevuto 130.457 franchi svizzeri nel 2025, pari a circa 140 mila euro.

La presidente non è un membro del personale e non è dunque soggetta alle sue regole

La Banca centrale ha subito risposto che la presidente non è un membro del personale e quindi non è soggetta alle regole del personale, bensì a un codice di condotta dedicato ai funzionari di alto livello. Ha inoltre precisato che l’incarico di Lagarde nel consiglio di amministrazione della Bri comporta «responsabilità di governance e relativi rischi legali», in considerazione dei quali «riceve una remunerazione pagata dalla Bri». Fonti citate dal Financial times hanno dichiarato la presidente avrebbe seguito la prassi dei suoi predecessori Mario Draghi e Jean-Claude Trichet, che avevano anch’essi richiesto l’indennità della Bri. Questi ultimi si sono rifiutati di commentare.

Conte sceglie sei vicepresidenti per il M5s: i nomi

Giuseppe Conte ha individuato i componenti della squadra di vicepresidenti – ben sei – che guiderà il Movimento 5 stelle, comunicandoli poi tramite social. Confermata con funzione vicaria Paola Taverna, insieme con Michele Gubitosa e Mario Turco: tutti e tre ricoprivano già tale incarico da ottobre 2021. A loro, «con deleghe specifiche, si aggiungeranno Vittoria Baldino, Ettore Licheri e Stefano Patuanelli», ha spiegato Conte. Fino a pochi mesi fa facevano parte dell’ufficio di presidenza uscente anche i deputati Chiara Appendino e Riccardo Ricciardi.

«Ora tocca a voi votare e decidere se siete d’accordo su questa squadra di vicepresidenti. Si voterà venerdì 27 febbraio, tutta la giornata», ha scritto poi Conte rivolgendosi agli iscritti pentastellati. Infine le proposte per la squadra dei coordinatori dei Comitati: Gianluca Perilli (Comitato nazionale progetti), Pasquale Tridico (Comitato per la formazione e l’aggiornamento), Laura Ferrara (Comitato per i rapporti europei e internazionali), Mariassunta “Susy” Matrisciano (Comitato per i rapporti territoriali).

Conte sceglie sei vicepresidenti per il M5s: i nomi
Conte sceglie sei vicepresidenti per il M5s: i nomi
Conte sceglie sei vicepresidenti per il M5s: i nomi
Conte sceglie sei vicepresidenti per il M5s: i nomi
Conte sceglie sei vicepresidenti per il M5s: i nomi
Conte sceglie sei vicepresidenti per il M5s: i nomi

Pusher ucciso a Rogoredo, l’agente Cinturrino fermato per omicidio volontario

Carmelo Cinturrino, il poliziotto che il 26 gennaio ha sparato e ucciso il pusher Abderrahim Mansouri a Rogoredo, è stato fermato con l’accusa di omicidio volontario. Già indagato come «atto dovuto» per il medesimo reato, secondo il pm Giovanni Tarzia e il procuratore Marcello Viola che hanno coordinato le indagini avrebbe colpito lo spacciatore marocchino quando era disarmato. Solo in un secondo momento, e dopo aver ordinato a un collega di andare al commissariato a prendere uno zaino, avrebbe lasciato accanto al corpo la replica giocattolo di una pistola Beretta 92 che teneva in ufficio.

La messinscena organizzata per coprire l’omicidio

«Ha messo la mano in tasca, estratto l’arma e me l’ha puntata contro. Ho avuto paura e gli ho sparato», aveva raccontato l’agente agli investigatori. Menzogne sbugiardate nei giorni successivi anche grazie alle dichiarazioni di alcuni testimoni. In più, mentre la vittima era a terra agonizzante, ma ancora viva, Cinturrino non avrebbe chiamato i soccorsi, né avrebbe segnalato alla centrale operativa della questura quanto successo. La chiamata è avvenuta solo 23 minuti dopo, il tempo in cui avrebbe organizzato la messinscena contando sulla «copertura» dei colleghi che erano con lui. Interrogati come indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, costoro hanno ammesso tutto riferendo anche di «arresti fuori dalle regole» e rapporti «sospetti» con alcuni pusher del Corvetto. Forse conosceva anche lo stesso Mansouri, come riferito dai familiari di quest’ultimo secondo i quali «Cinturrino gli estorceva 5 grammi di coca e 200 euro al giorno».

Usa-Iran, corsa contro il tempo per un accordo sul nucleare: gli scenari

In attesa di capire se arriveranno risultati tangibili dal nuovo round di colloqui con Teheran previsti giovedì 26 febbraio a Ginevra, Donald Trump continua a valutare la possibilità di un attacco mirato sull’Iran, per ammorbidire la posizione del regime degli ayatollah sul nucleare. La tensione lungo l’asse Washington-Teheran continua a salire. Il punto.

Fissati nuovi colloqui: l’Iran però tarda a consegnare la bozza di accordo

Il New York Times ha definito quelli di giovedì, annunciati dal mediatore dell’Oman, come «negoziati disperati per evitare un conflitto militare». I colloqui sono stati fissati, ma sono in ogni caso subordinati a una condizione: la consegna da parte dell’Iran, entro 48 ore, di una bozza di accordo agli inviati americani. Venerdì 20 febbraio il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, intervistato da Msnbc, aveva annunciato che «entro due o tre giorni» avrebbe sottoposto alle sue controparti statunitense la proposta di Teheran per un accordo sul nucleare.

Usa-Iran, corsa contro il tempo per un accordo sul nucleare: gli scenari
Abbas Araghchi (Ansa).

Trump sarebbe comunque propenso a un iniziale attacco mirato

Secondo quanto riporta il New York Times citando fonti vicine alla Casa Bianca, Trump ha detto ai suoi consiglieri che, se la diplomazia o un iniziale raid mirato degli Usa non indurranno l’Iran a cedere alle richieste statunitensi di rinunciare al programma nucleare, allora prenderà in considerazione un attacco molto più grande nei prossimi mesi, volto a estromettere i leader della Repubblica Islamica. Un attacco iniziale Usa, scrive il Nyt, potrebbe avere come obiettivo il quartier generale del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, così come alcuni siti nucleari del Paese. Se il raid immediato (verrso cui Trump è comunque propenso) non dovesse convincere Teheran, gli Usa inizierebbero a lavorare a un massiccio attacco militare entro la fine del 2026, con l’obiettivo di rovesciare l’ayatollah Ali Khamenei. Intanto Washington sta rafforzando la potenza di fuoco nella regione.

Usa-Iran, corsa contro il tempo per un accordo sul nucleare: gli scenari
Donald Trump (Ansa).

L’Iran: «Pronti a colpire la basi degli Stati Uniti nella regione»

«Credo che ci sia ancora una buona possibilità di avere una soluzione diplomatica che sia una vittoria per entrambi», ha detto Araghchi in un’intervista a Cbsnews, in vista dei nuovi colloqui. Poi ha aggiunto: «Se gli Stati Uniti ci attaccheranno, allora noi avremo tutto il diritto di difenderci. O nostri missili non possono colpire il suo americano e quindi dovremo colpire qualcos’altro le basi americane nella regione». Nel corso degli ultimi colloqui a Ginevra, Teheran ha aperto alle ispezioni dell’Aiea nei siti nucleari della Repubblica Islamica, compresi quelli sotterranei, ma ha blindato il suo programma missilistico, sul quale non intende fare concessioni. L’Iran inoltre si è detto disposto a discutere di limitazioni al suo programma nucleare solo in cambio di un allentamento delle sanzioni Usa, che stanno mettendo in ginocchio l’economia del paese, escludendo però l’arricchimento zero dell’uranio.

Usa-Iran, corsa contro il tempo per un accordo sul nucleare: gli scenari
Manifesto dell’ayatollah Khamanei a Teheran (Ansa).

Khamenei intanto prepara piani di emergenza in caso di sua uccisione

Intanto, scrive il Nyt, l’ayatollah Khamenei ha impartito istruzioni per designare la linea di successione dell’attuale leadership in caso di sua uccisione durante eventuali attacchi da parte degli Stati Uniti o di Israele La Guida suprema dell’Iran avrebbe previsto «quattro livelli di avvicendamento» per tutte le cariche militari e politiche più importanti. Khamenei avrebbe affidato il compito di «garantire la sopravvivenza della Repubblica Islamica» a un suo uomo di massima fiducia: il responsabile della sicurezza nazionale Ali Larijani, ex comandante delle Guardie Rivoluzionarie, che di recente ha supervisionato la brutale repressione delle proteste popolari nel Paese. Non essendo un alto esponente del clero sciita, Larijani difficilmente sarà il successore di Khamenei a capo della teocrazia iraniana. Tuttavia sarebbe lui a gestire in prima persona la crisi.

El Mencho, chi era il narcos ucciso in Messico

Le forze di sicurezza del Messico hanno annunciato l’uccisione del narcos Nemesio Oseguera Cervantes, noto come «El Mencho». A capo della banda criminale più temuta del paese (il Cartel Jalisco Nueva Generacion), aveva 59 anni ed era il narcotrafficante più ricercato e temuto del Paese. L’operazione ha fatto scoppiare scontri violentissimi tra bande di narcos e forze di polizia che hanno causato almeno 26 morti, tra cui una donna al terzo mese di gravidanza, 17 agenti delle forze dell’ordine e otto criminali. L’amministrazione Trump, che aveva messo una taglia da 15 milioni di dollari sulla cattura di Oseguera Cervantes, si è congratulata per l’operazione. Secondo alcuni media, avrebbe contribuito al blitz fornendo un supporto in termini di aviazione e intelligence – notizia però non confermata da Washington.

El Mencho, chi era il narcos ucciso in Messico
Scontri in Messico dopo l’uccisione di El Mencho (Ansa).

Ha stabilito rotte di narcotraffico in tutto il mondo

Figlio di contadini emigrati in California e con un passato in polizia, «El Mencho» guidava il cartello Jalisco Nueva Generación dedito all’esportazione negli Stati Uniti di metanfetamine, cocaina e fentanyl nonché all’estorsione. Brian McKnight, dirigente della Dea americana (Drug enforcement administration), l’aveva definito il nuovo «nemico pubblico numero uno», in grado di controllare l’80 per cento della droga che arriva in una città come Chicago e di un terzo dell’intero import di stupefacenti negli Usa. Scissosi dal gruppo di Sinaloa di El Chapo, ha stabilito rotte di narcotraffico in sei continenti e ora ha una roccaforte proprio nella capitale dell’Illinois, hanno spiegato gli investigatori della Dea. Secondo i servizi segreti messicani, è stato responsabile dell’escalation terrorista contro i militari e le forze dell’ordine in diverse città messicane a partire dal 2015.

Mps, la battaglia della lista e il ritorno di vecchi fantasmi

C’è una lista sola, ma a scorrere i nomi sembrano due, a dimostrazione che la casa è in subbuglio. Dentro, per dirla in soldoni, c’è chi ambisce a che tutto resti com’è: Nicola Maione presidente, Luigi Lovaglio amministratore delegato, ovvero la continuità dei vertici di Mps, di coloro che hanno vinto la battaglia di Mediobanca e ora vogliono godersi gli allori. Ma ci sono anche i potenziali sostituti, nomi pesanti: Corrado Passera, Fabrizio Palermo, Carlo Vivaldi. Quest’ultimo, dettaglio non trascurabile, è stato il capo di Lovaglio in UniCredit. Chiaro il messaggio. Mettere il tuo ex superiore nella lista che potrebbe defenestrarti è un mirabile esercizio di sottile perfidia la cui regia, inutile girarci intorno, è di Francesco Gaetano Caltagirone, di gran lunga il più scatenato tra i tre azionisti forti del Monte.

Mps, la battaglia della lista e il ritorno di vecchi fantasmi
Francesco Gaetano Caltagirone e Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Per Caltagirone la fusione non s’ha da fare, per Lovaglio è un’ossessione

Il Mef, ovvero il governo, dopo essere stato sfiorato dall’inchiesta della Procura di Milano sulla vendita di azioni Mps (pacchetto finito nelle mani di Caltagirone, Delfin e Anima in circostanze che ai pm milanesi hanno fatto drizzare le antenne), e dopo che un suo dirigente nonché consigliere a Siena si è dimesso con l’accusa di insider trading, ha optato per il basso profilo, postura più consona alla situazione. Delfin, ovvero la cassaforte degli eredi di Leonardo Del Vecchio, è alle prese con beghe ereditarie assai più urgenti da sbrogliare che non infervorarsi in una sanguinosa contesa. Resta lui, il signore dei mattoni capitolini, che sulla questione chiave, ovvero la totale incorporazione di Mediobanca da parte di Mps, ha le idee chiarissime: assolutamente no, neanche a parlarne. Mentre Lovaglio quella fusione la insegue come un’ossessione, convinto che sia il coronamento della sua stagione a Rocca Salimbeni, e che ridurre Piazzetta Cuccia a succursale togliendola dal mercato lo protegga, visto il calibro degli interlocutori milanesi, da future sorprese. 

Mps, la battaglia della lista e il ritorno di vecchi fantasmi
Piazzetta Cuccia, sede di Mediobanca (foto Imagoeconomica).

Pr in trincea: Comin & Partners contro Image Building

La scadenza è il 5 marzo, data entro cui la lista ufficiale va depositata. Dopodiché, sarà l’assemblea a decidere. Nel mezzo, una guerra che non si combatte solo nelle stanze ovattate dei palazzi finanziari ma anche, e forse soprattutto, sulle colonne dei giornali, dove una frase o un aggettivo in più o in meno possono valere quanto una delibera. Le pubbliche relazioni sono sempre state un’arma tattica di prim’ordine. E infatti al fronte le trincee sono già presidiate manu militari. Con Mps c’è Image Building, che arriva ringalluzzita dai recenti successi: nel suo palmares la società di pierre vanta tre presidenti di Confindustria sugli ultimi quattro, e ha appena accompagnato Chiara Ferragni fuori dal pantano del pandoro-gate con un’assoluzione che ha avuto la sua bella copertura mediatica. Con Caltagirone c’è Comin & Partners che, ironia della sorte, è la stessa che fino a poco tempo fa lavorava a fianco di Mediobanca, cioè in difesa di colei che il costruttore voleva annientare. Cambiare casacca è un’operazione scevra da sentimentalismi, una medaglia da appuntarsi al petto perché vuol dire che l’avversario riconosce la bontà del tuo combattere. 

Mps, la battaglia della lista e il ritorno di vecchi fantasmi
Francesco Gaetano Caltagirone (Imagoeconomica).

Il ritorno di Passera nella lista di Mps

L’editore del Messaggero, del resto, si è ispirato a un metodo collaudato, quello berlusconiano: se il tuo avversario è bravo, portalo dalla tua parte. Il Cav ci provò con Passera, che nella trattativa sulla Mondadori rappresentava Carlo De Benedetti. Non ci riuscì, anche perché “comprarsi” una manager si rivelò un filino più complicato che convincere Mike Bongiorno e Pippo Baudo a disertare la Rai per approdare a Mediaset. Oggi, e la cosa ha sorpreso non poco, proprio Passera ricompare nella lista del Monte. Dopo la sfortunata avventura con Illimity, banca digitale che nelle ambizioni del fondatore doveva rivoluzionare il credito alle imprese e che invece ha avuto una parabola ben più modesta delle aspettative, eccolo di nuovo sulla scena, alle prese con un istituto che con la modernità ha sempre avuto un rapporto complicato. Nel gran bazar del potere i nomi hanno la natura dei fiumi carsici: spariscono, sembrano dimenticati, poi riemergono là dove meno te lo aspetti intrecciandosi con altri nomi, portato di differenti stagioni e battaglie. 

Mps, la battaglia della lista e il ritorno di vecchi fantasmi
Corrado Passera (Imagoeconomica).

I fantasmi che agitano Rocca Salimbeni

Caltagirone e Lovaglio, nel frattempo, si detestano sempre di più. Non è una supposizione giornalistica: è la sintesi di un rapporto che era cominciato all’insegna dell’idillio e si è trasformato, con la velocità tipica delle relazioni tra potenti, in qualcosa che rasenta il rancore. In finanza, come in politica, l’amore dura fino al primo conflitto d’interessi. Poi restano i comunicati, le indiscrezioni, i pizzini e le liste con i nomi in codice. Il Monte dei Paschi, l’istituto di credito più antico del mondo per definizione statutaria e  vocazione alla catastrofe ciclica, aspetta di capire la sua sorte. E anche se ha visto di peggio, ora teme il ripetersi di un passato turbolento e drammatico, preso tra l’aspirazione a tornare a essere una banca come le altre o restare, ancora una volta, lo specchio fedele delle sue eterne geometrie variabili, dove le amicizie si trasformano in ostilità, i nemici in alleati, i trionfi apparenti in sconfitte certe. Tutto incorniciato in una governance, contaminazione e spesso maldestra sintesi di pubblico e privato, che assomiglia a una trama già vista e mai davvero conclusa.