Si intitola “Coltiviamo Agricoltura Sociale”, è il bando di Confagricoltura, Senior-L’età della Saggezza Onlus, Reale Foundation e Rete delle Fattorie Sociali, con il ministero dell’Agricoltura, giunto all’edizione numero 10, e che premia anche quest’anno, con 40 mila euro ciascuno, tre progetti nel nome della solidarietà. Protagonista è Angelo Santori, presidente Senior-L’Età della Saggezza Onlus. Che è lo zio di Fabrizio Santori, ora della Lega, segretario dell’assemblea capitolina, con un passato (ancora più) a destra…
Ultimo saluto a Corrado Carnevale, l’ammazzasentenze, nella basilica romana di Cristo Re, in viale Mazzini. In una chiesa non affollata c’erano l’avvocato classe 1938 Franco Coppi e il direttore del quotidiano della Santa Sede, L’Osservatore Romano: Andrea Monda ama sempre dire che è “straniero”, dato che lavora in Vaticano. Fatto sta che i “Monda brothers” sono i nipoti di uno storico big democristiano calabrese come Riccardo Misasi, ministro nella Prima Repubblica.
Tempo di nomine “pesanti” per il governo di Giorgia Meloni, e a Palazzo Chigi si dice che nel prossimo consiglio dei ministri l’argomento verrà affrontato. Intanto qualcuno si muove: nel Tg5 di domenica 8 febbraio, nell’edizione delle 13 è andato in onda un articolato servizio dedicato al mondo dell’energia, dove all’inizio è stato elogiato senza riserve Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni protagonista di nuovi successi in Congo nel settore petrolifero. Nella seconda metà dello stesso servizio, cambio di passo con pesanti commenti contro le pale eoliche, ma senza citare possibili “colpevoli”. Se da una parte Descalzi è stato promosso a pienissimi voti, con chi ce l’aveva Mediaset parlando di elettricità? Ah, saperlo…
Tra la difesa pubblica di Andrea Pucci e l’attacco alle «bande di delinquenti» e «nemici dell’Italia» che hanno l’ardire di manifestare contro le Olimpiadi, Giorgia Meloni deve anche trovare il tempo per sistemare qualche casella vacante nell’esecutivo. Non si può parlare di rimpastino, certo, ma la poltrona di sottosegretario al Ministero delle imprese e del made in Italy liberata dal leghista Massimo Bitonci, chiamato dal presidente del Veneto Alberto Stefani in Giunta, deve essere riempita.
Massimo Bitonci (Imagoeconomica).
Favorito il leccese Marti
Essendo bega leghista, l’incastro non sarà una passeggiata. Anche perché labomba Vannacciha scombinato le carte in tavola. Prima che l’ex generale strappasse con Matteo Salvini, sul posto di Bitonci aveva messo gli occhi il vicesegretario Claudio Durigon, intenzionato a promuovere il senatore leccese Roberto Marti. Ex forzista, nel 2017 è passato alla Lega di cui è coordinatore regionale in Puglia. Dopo la mancata elezione alle Europee 2024, Marti potrebbe rifarsi con una poltrona governativa. Senza contare il fatto che lascerebbe il posto di presidente della commissione Cultura al Senato al mantovano Andrea Paganella, ex stretto collaboratore di Salvini (come capo segreteria e poi al Viminale, nonché ex socio di Luca Morisi) che, in questo gioco a incastri, libererebbe a sua volta l’incarico di segretario d’Aula a Palazzo Madama. Per la poltrona di Bitonci, però, sgomita anche la veneta Mara Bizzotto, leghista della prima ora.
Ed è ancora viva, sebbene debole, l’ipotesi di un trasferimento a Roma di Guido Guidesi, assessore lombardo alle Attività produttive. Guidesi, tra gli ex deputati più vicini al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e già sottosegretario ai Rapporti con il parlamento nel Conte I (ministro era il cinque stelle Riccardo Fraccaro), nel 2021 venne “inviato” in Regione Lombardia proprio con l’idea di garantire una successione ad Attilio Fontana. Anche se su questo fronte l’accordo siglato tra Salvini e Meloni, che prevedeva la blindatura leghista del Veneto in cambio della Lombardia, pare aver congelato ogni ambizione degli ex lumbard. Vedremo.
Guido Guidesi (Imagoeconomica).
Salvini potrebbe premiare il Centro-Sud in ottica anti Vannacci
Lo strappo di Vannacci, dicevamo, ha però innescato un terremoto nella Lega e nel centrodestra. Salvini, per evitare nuove fuoriuscite verso Futuro Nazionale (dopo quelle del bareseRoberto Sasso e di Edoardo Ziello, nato a Civitavecchia ma pisano d’adozione), potrebbe promuovere al Mimit un esponente del Centro-Sud, area in cui l’ex generale ha più presa. Un modo per sottolineare l’attenzione di via Bellerio e la vocazione nazional-sovranista del partito. Per questo le quotazioni di Marti, già alte, stanno risalendo.
Edoardo Ziello e Rossano Sasso (Ansa).
Resta aperta la partita per il dopo Savona alla Consob
Ma c’è un’altra partita che Meloni deve gestire. E si tratta della nomina del nuovo presidente della Consob. Riassumendo: il Mef e Palazzo Chigi avevano trovato la quadra su Federico Freni, sottosegretario all’Economia. Un nome che, si mormora, non dispiacerebbe a Francesco Gaetano Caltagirone. L’editore-costruttore dormirebbe sonni più tranquilli con una persona fidata al posto di Paolo Savona, vista la partita in corso per Generali. Antonio Tajani però all’ultimo si è messo di traverso. Forza Italia, che al dossier banche tiene parecchio, è contraria a una nomina politica e punta su un profilo tecnico. Come quello di Federico Cornelli, attuale commissario della Consob stimato anche dalle parti di via della Scrofa. Tra i nomi papabili c’è pure quello di Marina Brogi, professoressa di Economia e tecnica alla Bicocca di Milano. Il governo ha tempo fino all’8 marzo per decidere. E dunque ci sono ancora i margini per una trattativa. Certo è che l’eventuale nomina di Freni libererebbe in un colpo solo un posto al governo e un posto in parlamento. Una merce preziosa per Salvini. Che ora più che mai sta cercando di puntellare la sua leadership.
La Commissione europea ha autorizzato il prestito di salvataggio fino a 390 milioni di euro ad Acciaierie d’Italia. Il finanziamento, che avrà la durata massima di sei mesi, servirà a coprire i costi operativi dell’impresa (tra cui pagamento di fornitori e salari), garantendo la continuità operativa all’ex Ilva, principale produttore siderurgico integrato italiano, fino al trasferimento delle attività al nuovo operatore che sarà selezionato tramite la gara in corso. A fine gennaio il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha dato mandato ai commissari di Ilva e di Acciaierie d’Italia di negoziare in esclusiva con Flacks Group.
Visto che il settore siderurgico è attualmente escluso dagli Orientamenti sugli aiuti per il salvataggio e la ristrutturazione del 2014, la Commissione europea ha valutato la misura alla luce delle norme Ue in materia di aiuti di Stato, che consentono ai Ventisette di sostenere lo sviluppo di determinate attività economiche a determinate condizioni.
Alla fine, la gara in Kuwait per la realizzazione e la manutenzione della rete in fibra nel Paese, a cui aveva partecipato Tim assieme al gruppo dell’imprenditore kuwaitiano Fouad Al-Ghanim, non è andata bene per l’ex monopolista dei telefoni. La vicenda aveva già fatto registrare parecchie discussioni in alcune riunioni del consiglio di amministrazione di Tim, e la notizia ora è che il bando è stato vinto da Etisalat, un’azienda di telecomunicazioni emiratina. Tim è dunque uscita sconfitta nella prima gara internazionale a cui ha partecipato negli ultimi anni. Nonostante la benevolenza della Farnesina e in particolare del suo titolare Antonio Tajani. L’amministratore delegato di Tim Pietro Labriola sembrava aver già individuato in Eugenio Santagata, ex capo dei Public affairs & Security Officer, nonché ceo della chiacchieratissima Telsy, l’uomo giusto per occuparsi dell’impresa. Appena portato il progetto in consiglio di amministrazione, i consiglieri però l’avevano subito bocciato. Santagata poi è finito in Fincantieri. Mentre gli affari in Kuwait sono finiti con un nulla di fatto.
Tim è stata sconfitta dal gruppo emiratino Etisalat (foto Imagoeconomica).
La Procura di Milano ha iscritto nel registro degli indagati Stefano Di Stefano, dirigente del ministero dell’Economia e delle Finanze e membro del cda del Monte dei Paschi di Siena, finito sotto la lente dei pm dopo l’analisi del suo smartphone, sequestrato a novembre dalla Guardia di Finanza nell’inchiesta sul risiko bancario. Ipotizzato il reato di insider trading: a ridosso dell’Ops di Siena su Piazzetta Cuccia, Di Stefano avrebbe comprato azioni di Mediobanca e Mps, per circa 100 mila euro, ottenendo un guadagno di alcune migliaia di euro.
Stefano Di Stefano (Mef).
Gli incarichi di Di Stefano in Mps e al Mef
Componente del consiglio di amministrazione di Banca Monte dei Paschi di Siena da aprile 2022, nel cui ambito ricopre anche l’incarico di componente del Comitato Rischi e Sostenibilità, Di Stefano al Mef è Direttore Generale della Direzione Partecipazioni societarie e tutela degli attivi strategici del Dipartimento dell’Economia.
Roberto Vannacci ha scelto la responsabile nazionale del tesseramento di Futuro Nazionale, che scatterà tra un paio di settimane (quota minima 10 euro). Si tratta di Annamaria Frigo, attualmente consigliera comunale a Bagni di Lucca e vannacciana della prima ora, cioè da quando l’ex generale «presentò il libro Il mondo al contrario», come ha spiegato lei stessa a Querceta, sempre in provincia di Lucca, alla firma dell’atto costitutivo del nuovo partito.
Chi è Annamaria Frigo, “lady tessere” di Futuro Nazionale
Laureata in Economia e commercio, Frigo è un’imprenditrice: fondatrice dell’agenzia formativa Estetica, è proprietaria di alcuni centri benessere e gestisce corsi di qualifica professionale della Regione Toscana. Per quanto riguarda la politica, da sette anni è collaboratrice del consigliere regionale Massimiliano Simoni (altro fedelissimo di Vannacci). «Abbiamo condiviso due campagne politiche per le Regionali, quando mi sono candidata con Fratelli d’Italia nel 2020 e poi 2025», quando aveva già aderito alla Lega, ha spiegato Frigo. Simoni, luogotenente toscano di Vannacci, è stato indicato come il futuro coordinatore nazionale del progetto.
I parlamentari che hanno già aderito al partito di Vannacci
A Querceta, alla firma dell’atto costitutivo di Futuro Nazionale, erano presenti ancheEdoardo Zielloe Rossano Sasso, freschi di addio alla Lega: entrambi, nei giorni scorsi, hanno votato contro la risoluzione di maggioranza sull’invio di armi in Ucraina, sposando di fatto la posizione dell’ex generale. Tra gli aderenti al nuovo partito c’è anche Emanuele Pozzolo, ex Fdi. Tra i possibili “uomini dell’ex generale” figura poi Domenico Furgiuele, il deputato leghista organizzatore della conferenza stampa di CasaPound sulla remigrazione alla Camera, poi saltata.
La Lega Serie A vuole comprare Fantacalcio da Quadronica, srl controllata al 50 per cento dagli imprenditori napoletani Nino Ragosta e Luigi Cutolo. Secondo quanto scrive Calcio e Finanza, confermando l’indiscrezione del Fatto Quotidiano, le società parleranno della possibile acquisizione nell’assemblea di Lega del prossimo 16 febbraio.
Quadronica ha rilevato il marchio da Gedi nel 2017
Quadronica, società fondata nel 2008 e che oggi ha 20 dipendenti, copre il 90 per cento del mercato del fantasport grazie all’app per smartphone dove inserire formazioni e calcolare i risultati, i voti “live” senza aspettare l’uscita dei quotidiani e la piattaforma per le aste. Quanto al nome, “Fantacalcio” è un marchio registrato: Quadronica l’ha comprato nel 2017 da Gedi, effettuando poi due anni dopo l’operazione di rebranding da Fantagazzetta a Fantacalcio.
Luigi De Siervo (Imagoeconomica).
Fantacalcio vanta tre milioni di giocatori abituali
Il Fantacalcio, che vanta circa tre milioni di giocatori abituali (e il doppio di iscritti), è oggi un business da 10 milioni di euro all’anno. Gli utili netti sfiorano i 4 milioni e sono in costante aumento, anche grazie a un’efficace raccolta pubblicitaria, che ha portato grossi sponsor sulle maglie delle fantasquadre, come Eni, McDonald e Bancomat.
De Siervo punta al controllo con il 51 per cento
Come sottolinea Calcio e Finanza, esistono già accordi commerciali tra Lega Serie A e Fantacalcio, che valgono una sorta di 10 per cento. Ma l’amministratore delegato Luigi De Siervo punta al controllo con il 51 per cento della società, valutata circa 40 milioni di euro, quasi il doppio rispetto a un paio d’anni fa.
L’imprenditrice Maria Rosaria Boccia è stata rinviata a giudizio per stalking aggravato, lesioni e interferenze illecite nella vita privata ai danni dell’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano. L’ha deciso il gup di Roma Gabriele Fiorentino. Alla donna vengono contestati anche i reati di diffamazione e false dichiarazioni nel curriculum in relazione all’organizzazione di alcuni eventi. La prima udienza del processo è stata fissata per il 6 ottobre.
Sangiuliano denunciò 33 episodi di stalking
L’inchiesta della procura di Roma è stata aperta dopo la denuncia dell’ex ministro che contestava a Boccia 33 episodi di stalking. Secondo l’accusa, la donna avanzava «continue richieste di essere portata a conoscenza dei colloqui istituzionali o con il proprio staff», si era fatta consegnare la chiave d’oro della città di Pompei e vessava quasi quotidianamente Sangiuliano, arrivando perfino a obbligarlo a tenere la porta del bagno aperta. Gli avvocati dell’imprenditrice controbattono: «Lui aveva potestà di interrompere quando voleva questo rapporto».
Le Olimpiadi invernali sono partite malissimo per Paolo Petrecca, il direttore di RaiSport, e dentro la redazione qualcuno sussurra che nel ciclismo «gli avrebbero dato la maglia nera, quella dell’ultimo classificato», sorvolando sul fatto che «comunque il colore nero gli sarebbe piaciuto», vista la sua vicinanza a Fratelli d’Italia. La conduzione della serata inaugurale finirà negli annali di “come non si deve fare una telecronaca”, roba da instant book per i neoassunti della Rai. Per dirla col critico televisivo Aldo Grasso, che sul Corriere della sera l’ha distrutto, «non ne ha azzeccata una. Vaneggiava senza cognizione di causa, ignorava l’identità degli atleti e, colpa ancor più grave, non ha capito che esistono silenzi carichi di significato che non vanno profanati». I giornalisti di RaiSport sono sul piede di guerra, hanno annunciato un pacchetto di sciopero a fine Olimpiadi e comunicato la decisione di ritirare la loro firma da servizi, collegamenti e telecronache fino alla fine dei Giochi, «in attesa che l’azienda prenda finalmente coscienza del danno che il direttore ha recato nell’ordine: ai telespettatori che pagano il canone, alla Rai come azienda e a tutta la redazione di RaiSport che sta lavorando come sempre con passione in questo grande evento». Se non altro è arrivata una buona notizia: Petrecca non condurrà la cerimonia finale dei Giochi, niente “esame di riparazione” per lui (aridatece il povero Auro Bulbarelli, defenestrato per aver spoilerato lo sketch di Sergio Mattarella sul tram). Ma è difficile che questo basti a salvarlo, e l’ipotesi dimissioni (probabilmente a fine Olimpiadi) sembra sempre più inevitabile. A Roma, tra l’altro, dall’Ordine dei giornalisti si spiffera che Petrecca abbia qualche conto in sospeso anche sulla parità di genere, con una commissione che sarà chiamata a valutare la «mancanza di un’adeguata rappresentanza» delle conduttrici, dato che sono stati scelti, tra i “big”, tantissimi uomini per raccontare le Olimpiadi.
I guai di Petrecca di certo vengono da lontano e non nascono certo con Milano-Cortina. Contro di lui a fine agosto del 2025 la redazione aveva già annunciato tre giorni di sciopero, sfiduciandolo, dopo la mancata approvazione del piano editoriale. Il quasi 62enne Petrecca è passato allo Sport a marzo dell’anno scorso, ma prima le cose non andavano tanto meglio, quando era alla guida di RaiNews. Nell’ordine, breve riassunto: il cdr lo ha accusato di presunti tagli imposti ai pezzi di cronaca sul figlio del presidente del Senato Ignazio La Russa indagato per violenza sessuale; è finito nel mirino per non aver dato risalto nel telegiornale alla sconfitta della destra alle elezioni in Francia, con un particolare grottesco: «Petrecca ritiene opportuno concedere spazio a un evento non scevro da interessi personali», scrisse il cdr, alludendo al “Festival delle città identitarie” di Pomezia, dove si esibiva la cantante Alma Manera, che incidentalmente era la sua fidanzata (ora diventata moglie). Fu anche pesantemente attaccato dalla redazione per aver titolato sull’«assoluzione» del sottosegretario Andrea Delmastro Delle Vedove, anticipando la sentenza: peccato si trattasse solo della richiesta dei pm sul caso Cospito, tant’è che poi Delmastro è stato condannato a otto mesi, altro che assoluzione. L’episodio portò la redazione a sfiduciarlo (c’è chi lo chiama il collezionista di sfiduce). E ora il caos olimpico, che potrebbe costargli la poltrona. Per Petrecca venerdì è arrivata una totale “stecca”, per usare il linguaggio caro ai musicisti: non c’entra nulla la già citata consorte del direttore, Alma Manera, la cantante che, visto il senso della Rai per la meritocrazia, qualcuno ha temuto per un attimo di vedere infilata nello spettacolo dello stadio Olimpico, pardon, San Siro, tra Mariah Carey e Laura Pausini…
Dalle 17 di lunedì 9 febbraio 2026, i giornalisti di RaiSport ritireranno le firme da tutti i servizi e le telecronache delle gare delle Olimpiadi che la Rai trasmette in esclusiva. E, conclusi i Giochi, proclameranno uno sciopero per protestare contro il direttore Paolo Petrecca. L’ha deciso il cdr dell’emittente dopo la figura fatta dallo stesso Petrecca durante la telecronaca della cerimonia di apertura delle Olimpiadi, colma di gaffe ed errori. Di seguito la nota integrale del comitato di redazione.
Il comunicato del cdr di RaiSport
«Care colleghe, cari colleghi, da tre giorni siamo tutti in imbarazzo, nessuno escluso e non per colpa nostra. È tempo di far sentire la nostra voce perché siamo di fronte alla figura peggiore di sempre di RaiSport all’interno di uno degli eventi più attesi di sempre, l’Olimpiade invernale di Milano-Cortina. Da oggi alle ore 17 e fino alla fine dei giochi ritiriamo la nostra firma da servizi, collegamenti e telecronache in attesa che l’azienda prenda finalmente coscienza del danno che il direttore di RaiSport ha recato, nell’ordine, ai telespettatori che pagano il canone, alla Rai come azienda e a tutta la redazione di RaiSport che sta lavorando come sempre con passione in questo grande evento. Questa non è una questione politica, come qualcuno vorrebbe far chiedere, ma è una questione di rispetto e di dignità per il servizio pubblico. Da oggi alle 17 abbiamo chiesto la lettura di un comunicato sindacale in tutti i tg olimpici e nelle trasmissioni Mattina olimpica e Notti olimpiche. Al termine dei Giochi attueremo il mandato di tre giorni di sciopero che la redazione ha votato dopo la doppia bocciatura del piano editoriale del direttore».
Tim Allan, direttore delle comunicazioni del governo britannico, si è dimesso dopo soli cinque mesi dall’assunzione dell’incarico. Un altro duro colpo per il premier Keir Starmer: il passo indietro arriva a stretto giro dalle dimissioni del capo di gabinetto Morgan McSweeney, che ha lasciato assumendosi la «piena responsabilità» della nomina di Peter Mandelson – coinvolto nel caso Epstein – come ambasciatore negli Stati Uniti. Con le dimissioni di Allan, salgono a quattro i direttori delle comunicazioni che hanno lasciato Downing Street sotto Starmer: avevano già abbandonato l’incarico Matthew Doyle, James Lyons e Steph Driver.
Tim Allan (X).
Il passo indietro di Allan: tra i suoi vecchi clienti pure il Cremlino
«Ho deciso di dimettermi per consentire la creazione di una nuova squadra a Downing Street. Auguro al Primo Ministro e al suo team ogni successo», ha dichiarato Allan, considerato uno degli spin doctor più spregiudicati del Regno Unito. Vicedirettore delle comunicazioni di Tony Blair dal 1997 al 1999 durante il suo primo mandato da premier, successivamente è passato a Sky e poi, nel 2001, ha fondato la propria agenzia di pubbliche relazioni, la Portland. Tra i clienti più prestigiosi l’aeroporto di Heathrow, la società di scommesse William Hill e persino il Cremlino. Dopo aver rotto i rapporti con la Russia nel 2014, dopo la prima invasione dell’Ucraina, Allen ha iniziato a lavorare per un altro discusso cliente: l’emirato del Qatar, che anche grazie a lui avrebbe poi ottenuto l’assegnazione dei Mondiali di calcio del 2022. A settembre 2025 il ritorno a Downing Street.
Morgan McSweeney (LinkedIn).
L’addio di McSweeney, che si è assunto la reponsabilità della nomina di Mandelson
Domenica 8 febbraio, dopo giorni di pressioni da parte di molti parlamentari laburisti, si è invece dimesso McSweeney, che aveva fortemente insistito con Starmer affinché Mandelson (suo amico ed ex ministro) ottenesse l’incarico di ambasciatore a Washington, nonostante i conclamati rapporti intrattenuti da quest’ultimo con Jeffrey Epstein anche dopo la prima condanna inflitta al finanziere americano per traffico sessuale.
Peter Mandelson (Ansa).
Mandelson ha lasciato Labour e Parlamento dopo gli ultimi file su caso Epstein
Mandelson, ex ambasciatore britannico negli Stati Uniti licenziato già a settembre 2025 da Starmer dopo la pubblicazione di alcuni documenti che mostravano la sua vicinanza a Epstein, si è dimesso anche dal Partito Laburista (di cui è stato a lungo uno degli esponenti più importanti) e poi dalla Camera dei Lord, a seguito della diffusione di milioni di nuovi file sul caso del finanziere morto suicida in carcere nel 2019. Secondo quanto ricostruito dal Times, a Downing Street prima della nomina di Mandelson ad ambasciatore sarebbe arrivato un rapporto di due pagine del Cabinet Office, contenente elementi considerati rilevanti sui legami con Epstein. Tra essi l’indicazione che l’ex ministro avrebbe soggiornato nell’appartamento di Manhattan del finanziere anche durante il periodo in cui quest’ultimo era detenuto per reati sessuali su minori.
Keir Starmer (Ansa).
Starmer sulla graticola: per la sua successione circola il nome di Rayner
Starmer, che si è giustificato spiegando di aver creduto «sulla parola» alle rassicurazioni di Mandelson sui suoi rapporti con Epstein, appare ora sempre più sulla graticola. Secondo molti, le elezioni amministrative di maggio potrebbero sancire la fine della sua stagione a capo del Labour. Girano già i nomi dei possibili sostituti a Downing Street: in pole ci sarebbe l’ex vicepremier Angela Rayner, esponente della cosiddetta ‘soft left’, segretaria di Stato per l’edilizia abitativa, le comunità e il governo locale da luglio 2024 allo scorso settembre, quando era stata costretta alle dimissioni dopo lo scandalo riguardante il mancato pagamento dell’importo corretto di tasse nell’acquisto di una seconda casa. Dopo l’uscita di scena della vice, Starmer aveva dunque proceduto a un rimpasto del suo governo, nominando come numero due a Downing Street David Lammy (fino a quel momento capo degli Esteri) e Steve Reed alla guida del ministero lasciato da Rayner.
Il pm di Milano Paolo Storari ha disposto in via d’urgenza il controllo giudiziario per caporalato per Foodinho, società di delivery del colosso spagnolo Glovo: secondo gli accertamenti avrebbe corrisposto ai rider (40 mila in tutta Italia) paghe «sotto la soglia di povertà» e ci sarebbe dunque uno sfruttamento del lavoro. In particolare, la retribuzione sarebbe risultata «inferiore fino al 76,95 per cento» rispetto a tale soglia e «fino all’81,62 per cento rispetto ai minimi previsti dalla contrattazione collettiva». L’accusa di caporalato riguarda sia Foodinho che l’amministratore unico della società, Pierre Miquel Oscar. Il controllo giudiziario non comporterà la sospensione dell’attività aziendale. L’indagine su Foodinho si inserisce in un filone di interventi della magistratura sul lavoro nelle piattaforme digitali. Il caso più rilevante è stato in passato quello di Uber, che fu accusata di caporalato e chiamata ad assumere i lavoratori: il contenzioso si era concluso con l’uscita di Uber Eats dal mercato italiano. Nell’estate del 2025 il tribunale di Milano aveva obbligato Foodinho alla trattativa coi rider sui rischi per il caldo.
Tecnicamente, nella struttura del racconto, si chiama messa in abisso. È quel dispositivo della narrazione per cui si parte da una storia che ne contiene un’altra, che a sua volta ne contiene un’altra ancora e poi un’altra, fino a trasformare il tutto in una sorta di specchio infinito. Tutto questo per dire che la vicenda che ha coinvolto Andrea Pucci, Sanremo, Giorgia Meloni e oppositori, Pd in testa, è una messa in abisso perfetta. Non voluta, non progettata, ma i cui esiti ben ne ricalcano il funzionamento. Si dirà che anche il Festival di Sanremo, con il suo spasmodico centellinare da mesi prima personaggi e modalità dell’evento, è una messa in abisso. E infatti questa è un’altra storia nella storia, da sfogliare nei suoi molteplici livelli.
La protesta dell’opposizione trasforma l’invito di Pucci in un caso
Primo livello. Il comico Pucci, campione del politicamente scorretto, viene invitato alla kermesse canora. Un comico sul palco: accade da sempre, spesso con esiti imbarazzanti, raramente memorabili, anche perché quella platea è irta di insidie, lo sa bene Maurizio Crozza quando dileggiò Silvio Berlusconi tra fischi e grida di disapprovazione. E qui scatta la prima reazione: l’opposizione protesta, l’invito diventa un caso e lo showman, che aveva postato sui social una foto col sedere di fuori annunciando il suo arrivo, si ritira. Partita chiusa? Macché, siamo solo all’inizio.
L’intervento di Meloni e il solito vittimismo destrorso
Secondo livello. Giorgia Meloni, invece che lasciar scatenare i suoi, interviene in prima persona. Parla di censura, di clima illiberale, di artisti intimiditi, di satira accettabile solo quando la dileggia. In altre parole, trasforma un invito televisivo saltato in una questione di censura.
Fa riflettere che nel 2026 un artista debba sentirsi costretto a rinunciare a fare il suo lavoro a causa del clima di intimidazione e di odio che si è creato attorno a lui.
Esprimo solidarietà ad Andrea Pucci, che ha deciso di rinunciare a Sanremo a causa delle offese e delle…
Ammettiamo che l’occasione, prendere un episodio ed estrapolarlo dal contesto per farlo diventare simbolico, era troppo ghiotta. La destra, quando fiuta aria di vittimismo, non sbaglia quasi mai il colpo. E la premier, ovvero la sua massima rappresentante, ha voluto (a nostro parere sbagliando) ribadirlo. C’è una schiera di adepti pronta a difendere Pucci e la discriminazione subita, lascia fare a loro: de minimis non curat praetor.
Giorgia Meloni (Ansa).
Il cortocircuito narrativo del Pd
Terzo livello. Il Pd pavlovianamente risponde. Un po’ nel merito, denunciando Pucci e le sue battute sessiste che fanno apparire Pio e Amedeo, altri campioni della satira di destra, delle educande. Ma soprattutto sull’intervento a sua difesa di Meloni che si occupa di Sanremo e non di cose più serie come il ruolo impone. Una considerazione apparentemente spendibile, ma che in realtà è un assist narrativo. Perché sancisce che questa vicenda non è una cosa seria nel momento in cui tutti ne parlano, si indignano e si sfogano sui social. Il Pd insomma denuncia l’irrilevanza della questione di fronte ai grandi problemi che affliggono il Paese e l’universo mondo nel momento in cui la cavalca. Ma così facendo fa diventare l’irrilevanza rilevante.
Elly Schlein (Imagoeconomica).
Per la politica satira e censura diventano il pretesto per parlarsi addosso
A questo punto, per non perdersi, è bene riassumere gli elementi di questo perfetto esempio di messa in abisso: un comico che viene invitato a Sanremo fa scattare una polemica che provoca un intervento della premier che provoca una contro polemica dell’opposizione che genera prese di posizione, post denigratori, editoriali che inducono Pucci a ritirarsi dal Festival, che al mercato mio padre comprò. Una polemica a generazione spontanea. In questo bailamme infatti non si intravvede un burattinaio, una regia che tiri le fila della trama. C’è solo un sistema mediatico che funziona per autoriproduzione. Ogni livello non definisce il precedente, ma lo moltiplica. Ogni intervento sul tema non chiude il discorso ma lo rilancia. È un ipertesto involontario in cui ciascun attore recita una parte che crede autonoma, ma che invece è totalmente asservita alla logica del meccanismo. In tutto questo Sanremo è solo lo sfondo, un luogo virtuale dove il fatto in sé perde di significato rispetto alle sue conseguenze. Satira e censura diventano il pretesto offerto alla politica per commentare se stessa. La messa in abisso trasforma il dibattito nella proiezione di un sistema che alimenta all’infinito la propria rappresentazione.
La Cna, Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa, e Unicredit hanno sottoscritto un importante accordo di collaborazione con l’obiettivo di rafforzare l’accesso al credito, supportare l’innovazione digitale e la crescita dimensionale da parte delle micro, piccole e medie aziende. La Cna associa 620 mila imprenditori che forniscono lavoro a 1,2 milioni di persone. Grazie alla partnership, le imprese associate a Cna potranno beneficiare di una maggiore facilità di accesso a servizi consulenziali, percorsi formativi, iniziative congiunte e soluzioni finanziarie dedicate, sviluppate in coerenza con i principali driver della trasformazione economica contemporanea – sostenibilità, digitalizzazione, internazionalizzazione, innovazione.
A disposizione degli associati di Cna il modello di servizio buddy
Unicredit, nell’intento di supportare gli associati di Cna in ogni esigenza, mette a disposizione anche il modello di servizio buddy, flessibile e di valore, che ben si concilia con l’attività professionale di artigiani, micro e piccole imprese e lavoratori autonomi, nonché di persone fisiche che hanno l’esigenza di essere supportati, sempre, in qualunque momento della giornata, con un servizio di assistenza dedicato e un catalogo prodotti e servizi, in self e non, tra i più completi sul mercato. L’accordo intende anche favorire una maggiore interazione tra le reti territoriali di Cna e Unicredit, promuovendo eventi congiunti, rafforzando i rapporti a livello locale per generare impatti concreti sulla quotidianità delle imprese associate e supportando la conoscenza presso la platea delle Cna territoriali e delle imprese loro associate delle tematiche Esg, con un’offerta di prodotti e servizi bancari orientati alla sostenibilità, con una particolare attenzione alle imprese che intraprendono percorsi di miglioramento in ambito ambientale, sociale e di governance.
Areni: «Così sosteniamo le imprese del settore artigiano»
Queste le dichiarazioni di Annalisa Areni, head of Client strategies di UniCredit Italia: «Vogliamo sostenere e valorizzare le imprese del settore artigiano, protagoniste del progresso economico e sociale del Paese. Questo accordo si inserisce pienamente in questo percorso volto ad accompagnare le pmi nei percorsi di crescita e innovazione digitale. Unicredit conferma così il proprio impegno nel rispondere alle reali esigenze degli imprenditori, mettendo a disposizione un ecosistema completo e integrato di soluzioni pensate per favorire lo sviluppo e la competitività delle loro attività».
Gregorini: «Soluzioni mirate per digitalizzazione e sostenibilità»
Gli ha fatto eco Otello Gregorini, segretario generale della Cna: «La partnership con Unicredit è di rilevanza strategica per gli associati Cna. Accanto a soluzioni finanziarie e prodotti mirati per rafforzare l’accesso al credito da parte della platea di artigiani, micro e piccole imprese, la collaborazione, che coinvolge il sistema dei Confidi, offre un concreto supporto agli imprenditori attraverso prodotti e servizi che rispondono a una ampia gamma di esigenze per superare le sfide della digitalizzazione e la sostenibilità ambientale e sociale».
Il socialista moderato António José Seguro ha ottenuto una larga vittoria al secondo turno delle elezioni presidenziali in Portogallo, trionfando sul suo avversario di estrema destra André Ventura, leader di Chega. Che, però, è comunque riuscito a ottenere una quota record di voti nella storia del partito, fondato nel 2019.
António José Seguro (Ansa).
Al ballottaggio Ventura ha ottenuto il 33,18 per cento
Seguro, che al primo turno aveva ottenuto il 31,11 delle preferenze, al ballottaggio ha vinto con il 66,82 per cento delle preferenze. Ventura, dopo l’exploit del primo turno del 18 gennaio, in cui aveva raggiunto il 23,52 per cento, nel secondo è arrivato al 33,18 per cento: insomma, un portoghese su tre (almeno tra quelli che si sono recati alle urne) ha scelto l’ultradestra. E questo nonostante gli appelli trasversali per scongiurare una vittoria di Chega, anche da parte di personalità della destra che hanno appoggiato il candidato di centro-sinistra per impedire a Ventura di succedere a Marcelo Rebelo de Sousa, giunto al limite di mandati. Il risultato di Chega supera di gran lunga il 22,8 per cento ottenuto alle elezioni generali di maggio 2025 e persino il 31,2 per cento che ha permesso all’Alleanza Democratica di centrodestra di andare al governo e, dunque, di portare Luís Montenegro alla carica di primo ministro.
André Ventura (Ansa).
La campagna elettorale anti-immigrati di Chega
Quello di presidente del Portogallo è un ruolo prevalentemente cerimoniale. Ma il capo di Stato detiene alcuni poteri importanti, tra cui la possibilità di sciogliere il parlamento in determinate circostanze. Ventura aveva affermato che avrebbe interpretato l’incarico in modo «più interventista». In vista del voto, Chega aveva ancora una volta fatto dell’immigrazione un tema chiave della campagna elettorale, installando cartelloni pubblicitari in tutto il Paese con le scritte: «Questo non è il Bangladesh» e «Agli immigrati non dovrebbe essere permesso di vivere di assistenza sociale».
Le sue gaffe durante la telecronaca della cerimonia di apertura delle Olimpiadi 2026 stanno facendo il giro del web e non solo, e gli sono costate lo stop alla conduzione della cerimonia di chiusura oltre a polemiche e critiche. Paolo Petrecca, giornalista, autore televisivo, conduttore e dirigente, dal 2025 dirige RaiSport e in passato ha diretto Rai News 24, Televideo e Rainews.it. Romano classe 1964, lavora nella tv di Stato dal 2001.
Da Rtl alla Rai
Dopo aver iniziato la carriera come insegnante, nel 1990 ha cominciato a lavorare in televisione presso alcune emittenti locali laziali, occupandosi prevalentemente di sport, cronaca e politica. Nel 1999 è entrato nella redazione romana di Rtl 102.5, divenendo conduttore, coordinatore di corrispondenti e speaker dei notiziari. Due anni dopo è approdato in Rai come redattore presso il Tg2. Nel 2007 si è trasferito a Rai News 24, dove nel 2012 ha assunto il ruolo di capo servizio nella redazione Coordinamento delle edizioni. Quasi 10 anni dopo, nel 2021, ne è diventato direttore, dirigendo al contempo Televideo e Rainews.it. Dal 12 ottobre 2024 fino al 15 maggio 2025 ha condotto Filo diretto – Il Sabato di Rainews, per poi diventare direttore di RaiSport e della divisione Sport dell’azienda.
È morto a 96 anni il fisico e divulgatore scientifico Antonino Zichichi. Specializzato nel campo della fisica delle particelle elementari, a cui ha dato preziosi contributi, era stato l’ideatore dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso, costruiti a partire dal 1980. Si deve inoltre a lui la scoperta dell’antideutone, osservato per la prima volta nel 1965.
Antonino Zichichi (Imagoeconomica).
Aveva lavorato presso il Fermilab di Chicago e il CERN di Ginevra
Nato a Trapani nel 1929, Zichichi nel corso della carriera ha lavorato presso il Fermilab di Chicago e il CERN di Ginevra. Ha anche guidato il gruppo dell’Università di Bologna (dove era professore emerito) durante i primi esperimenti sulle collisioni tra materia e antimateria presso i Laboratori Nazionali di Frascati. Dal 1977 al 1982 è stato presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. Nel 1978 era stato eletto presidente della Società Europea di Fisica. Negli stessi anni, come detto, aveva promosso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso, oggi tra i importanti centri di ricerca del mondo. Dal 1986 è stato a capo del World Lab, un’associazione che sostiene i progetti scientifici in paesi del terzo mondo, fondata assieme al collega statunitense Isidor Isaac Rabi. Nel suo curriculum anche una breve esperienza politica: tra novembre 2012 e marzo 2013, con Rosario Crocetta governatore, era stato Assessore ai beni culturali della Regione Sicilia.
Antonino Zichichi (Ansa).
Le critiche all’evoluzionismo e la battaglia contro le superstizioni
Zichichi, va detto, era però una figura controversa all’interno della comunità scientifica: fortemente cattolico, aveva messo in dubbio la teoria darwiniana dell’evoluzionismo, a suo modo di vedere non supportata dalla matematica. E si era anche detto scettico riguardo al riscaldamento globale. Al tempo stesso, Zichichi viene ricordato anche per il suo impegno contro l’astrologia e, più in generale, contro le superstizioni. Diventato volto noto per le sue frequenti apparizioni televisive, il fisico era stato anche imitato con successo sul piccolo schermo: prima da Ezio Greggio, che aveva proposto all’interno di Drive In il personaggio di Zichichirichì, e poi da Maurizio Crozza.
Giorgia Meloni torna a parlare del caso Pucci in un colloquio con il Corriere della sera. Dopo essersi già espressa sui social a poche ore dalla decisione del comico di non partecipare più a Sanremo come co-conduttore di una serata – scelta seguita «agli inaccettabili insulti e minacce» ricevuti da lui e dalla sua famiglia» -, la premier ha ribadito di essersi schierata al fianco dello showman perché «non sopporto il doppiopesismo, un principio insopportabile, la cifra della sinistra». Pucci è stato infatti criticato per le sue battute e uscite (spesso infelici) contro diversi esponenti della sinistra tra cui Elly Schlein. Meloni ha quindi citato alcune vignette di Natangelo comparse sul Fatto Quotidiano che la ritraggono una inginocchiata mentre lecca il didietro di Trump, l’altra piegata in avanti con la frase «Noi saremo vicini all’Ucraina a 360 gradi, ma ne bastano 90». E si è chiesta: «Queste sono cose che disegnano o dicono su di me: questo si può fare? Parlano di sessismo e io che dovrei dire? Mi facciano capire, quando attaccano me è satira, quando attaccano la Schlein è sessismo? Su di noi si può dire tutto e su di loro solo quello che condividono? Ci hanno sempre spiegato che la satira è sacra, ma ovviamente finché era contro di noi. Noi, a differenza loro, non abbiamo mai chiesto la censura di nessun comico».
Eppure proprio la premier, nel 2023, aveva querelato il comico Daniele Fabbri che, durante un monologo satirico del 2021, l’aveva definita «puzzona» e «caccolosa». Per le «gravi offese che le hanno causato profondi strascichi sulla psiche», la leader di Fratelli d’Italia si è costituita parte civile e ha chiesto un risarcimento danni di 20 mila euro. «La vera Giorgia Meloni è stata ferita nei suoi sentimenti da paroline che non offendono più nessuno manco in terza elementare. È uno scandalo che riguarda tutti, perché se “puzzona” diventa querelabile, non le si può più dire nulla, perché qualsiasi critica è più grave di “puzzona”. Un capo di governo che se la prende con un artista indipendente, per una scemenza del genere poi, fa una mossa vigliacca, perché è molto comodo schiacciare un pesce piccolo con la pressione di un processo, che costa parecchi soldi e mette parecchia ansia, sperando di crearsi facilmente un precedente per attaccare il diritto di satira garantito dalla Costituzione», aveva scritto Fabbri su Instagram annunciando la querela.