Età dell’oro, ma per pochi: cosa si nasconde dietro la crescita Usa

I numeri sono imponenti: l’economia Usa supera quelle degli altri Paesi del G7 messe insieme, ha un Pil di quasi 30 trilioni di dollari e un tasso di crescita, nel terzo trimestre del 2025, del 4,3 per cento. Forte di queste cifre, presentando i dati del periodo luglio-settembre, Donald Trump ha gongolato parecchio parlando di «nuova età dell’oro». Eppure sotto il cofano di questa macchina che macina numeri impressionanti qualcosa si è inceppato. È per questo che gli americani sono preoccupati: ai loro occhi The Donald non è l’artefice del nuovo rinascimento, ma una minaccia.  

Età dell’oro, ma per pochi: cosa si nasconde dietro la crescita Usa
Donald Trump (Ansa).

Il balletto dei dazi ha distorto il mercato

La poderosa crescita del terzo trimestre 2025 nasconde infatti profondi squilibri. Per prima cosa, buona parte del boom è da imputare alla spesa militare. Gli utili complessivi delle imprese del settore sono aumentati di 166 miliardi di dollari, ma in generale gli investimenti in altri comparti sono diminuiti. Va poi considerato l’impatto dei dazi. Poco dopo l’insediamento di Trump alla Casa Bianca, le imprese hanno anticipato gli acquisti per evitare le nuove tariffe, creando da un lato un’impennata delle importazioni, dall’altro un aumento delle scorte. Entrati in vigore i dazi, le importazioni sono crollate mentre l’export è cresciuto. Questo tira e molla ha distorto i dati rendendo lo scenario più opaco. E così servono altri indicatori per capire davvero dove va l’economia americana targata Trump.

Le fasce medio-basse sono state schiacciate dall’inflazione

Partiamo dai consumi. Secondo i dati del dipartimento del Commercio, la crescita nel volume degli acquisti si concentra nella classe medio-alta che ha continuato a spendere in viaggi, attività ricreative, ristorazione e acquisti di beni non essenziali. In sostanza, ha scritto il New York Times, a sostenere i consumi è stato il 20 per cento più ricco della popolazione, che corrisponde a circa 60 milioni di abitanti. Non pochi, ma comunque una minoranza rispetto a coloro che hanno stretto la cinghia. In sostanza, hanno sottolineato gli analisti, la domanda dei consumatori mostra una tendenza a K con la barra in alto che rappresenta i consumi dei ricchi e quella in basso dei redditi più bassi. Come ha notato Axios è un divario che aumenta se si considera che le fasce più ricche beneficiano di un mercato azionario in crescita, mentre quelle medio-basse combattono con il carovita, schiacciate dall’inflazione e da una crescita dei salari al lumicino. Nonostante il picco del periodo post-pandemico, quando nel 2022 l’inflazione arrivò al 9 per cento, l’indice dei prezzi è rimasto stabile al +2,7 per cento. Se la corsa dell’inflazione è diminuita è perché i cittadini a basso reddito hanno ridotto i consumi, mentre i margini di profitto di produttori e importatori sono calati perché colpiti dai dazi. La promessa fatta da Trump in campagna elettorale (davanti a una tavola imbandita con uova e pancetta) di ridurre l’inflazione e i prezzi è stata così totalmente disattesa. Così si spiegano le sconfitte dei repubblicani dell’ultimo anno, soprattutto in Virginia e New Jersey dove si è votato per eleggere il governatore e dove buona parte della campagna democratica si è focalizzata sulla lotta al carovita.

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La Borsa di New York (Ansa).

Il boom è legato quasi esclusivamente al settore dell’Ia

Ma i portafogli vuoti da soli non sono sufficienti a spiegare le nubi che si addensano sulla favola dorata di Trump. Un altro dato da osservare con attenzione è quello degli investimenti. Nell’ultimo anno c’è stata una massiccia iniezione di liquidità nel comparto dell’Intelligenza artificiale. Secondo una valutazione dell’Università di Harvard, nella prima metà del 2025 il 92 per cento della crescita del Pil è derivato dagli investimenti miliardari nelle infrastrutture per l’Ia. Escludendo queste voci, spiega il professore di economia Jason Furman, il Pil si sarebbe fermato a una crescita dello 0,1 per cento.

Non tutti sono concordi con le valutazioni di Harvard. Ad esempio, un più prudente rapporto di Barclays ha stimato che “solo” la metà della crescita del Pil nel 2025 è dovuta alla spesa per chip, reti elettriche, data center e spese in conto capitale per il mondo Ia. In ogni caso la rivoluzione di Trump e di molti miliardari a lui vicini sta creando un pericoloso e complesso intreccio tra investimenti e mondo del lavoro che ha subito una forte battuta d’arresto.

Il mercato del lavoro è congelato

Nonostante l’impatto delle deportazioni di migranti irregolari condotte dall’Ice, la diminuzione degli ingressi e dei licenziamenti di dipendenti federali, sempre più aziende cercano di ridurre i costi snellendo la propria forza lavoro. Il mercato sostanzialmente si sta congelando, i licenziamenti non sono a valanga ma aumentano. Allo stesso tempo si è fermato il ritmo delle assunzioni. Il risultato è che chi perde il posto fatica a trovarne uno nuovo. Al momento la creazione di posti si concentra soprattutto nel comparto sanitario, mentre altri settori storicamente serbatoi di lavoro, come l’industria dei trasporti, quella manifatturiera o delle costruzioni vedono un progressivo calo. Il Guardian ha messo in fila un po’ di numeri. Tra giugno e agosto molti posti sono andati persi, mentre a ottobre, nel pieno dello shutdown, si stima che ne siano andati in fumo almeno 100 mila. Complessivamente il tasso di disoccupazione si attesta al 4,6 per cento, ottimo se paragonato ad altri Paesi (in Italia è al 6 per cento), ma è al livello più alto da settembre 2021. In totale, nell’ultimo anno sono scomparsi circa 1 milione di posti. In più l’Ia non sembra averne creati di nuovi. Anzi. Solo in California, fulcro del settore, a ottobre ne sono saltati oltre 150 mila nel tech e nell’intrattenimento. Il calo di posti di lavoro si unisce a quello degli investimenti in settori non collegati allo sviluppo dell’Intelligenza artificiale. Alti tassi di interesse, l’incertezza legata a dazi e scenari geopolitici instabili hanno ridotto le spese in altri comparti. Un esempio? Il mondo delle costruzioni è cresciuto spinto dalla creazione di nuovi data center, ma le opere nei settori residenziale, manifatturiero e commerciale sono diminuiti. 

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Il quartier generale di Salesforce a San Francisco (Ansa).

La promessa tradita di Trump

I disequilibri interni da sempre connaturati all’economia statunitense ora stanno diventando preoccupanti. Gli investimenti massicci accompagnati alla deregulation in materia di Ia, da un lato spazzano via posti di lavoro dall’altro portano al deterioramento di altri settori (un po’ quello che sta accadendo in piccolo a Taiwan). L’industria nazionale, ha notato UnHerd, è in una fase pericolosa. I fallimenti aumentano e con essi i licenziamenti. Il paradosso è che un pezzo del Paese vive un boom economico, mentre un’altra fetta enorme è già ampiamente in affanno. Secondo Mark Zandi, capo economista di Moody’s Analytics, agricoltura, costruzioni e manifattura sono già in recessione. A farne le spese è la già martoriata Rust Belt, la cintura arrugginita della vecchia industria pesante americana, e l’America rurale. Per il Brookings Institution, il boom è concentrato nelle città della California, in Texas e nel corridoio che collega Boston a Washington. Una sorta di beffa per quell’America, industriale e rurale, a cui Trump aveva promesso un «rinascimento manifatturiero». 

Le reazioni della politica italiana all’attacco Usa contro il Venezuela

L’attacco sferrato dagli Stati Uniti contro il Venezuela, che ha portato all’arresto del presidente Nicolas Maduro, ha provocato immediate reazioni a livello di politica internazionale. E per quanto riguarda l’Italia? Da parte della maggioranza quanto espresso equivale a un “no comment”. Antonio Tajani, ministro degli Esteri, ha fatto sapere che la Farnesina «segue con attenzione la situazione» e lo stesso sta facendo Giorgia Meloni, che è molto vicina a Donald Trump. Dure condanne sono invece arrivate dall’opposizione, con prese di posizione ufficiali di Partito democratico e Movimento 5 stelle.

Conte: «L’aggressione Usa non ha basi giuridiche»

Giuseppe Conte, presidente del M5s, da buon avvocato ha sottolineato che «l’aggressione americana al Venezuela non ha nessuna base giuridica», esortando il governo Meloni a condannare i raid: «Per noi il diritto internazionale non vale fino a un certo punto».

Pd: «Chiediamo al governo di pronunciare parole chiare»

Chiediamo al governo di pronunciare parole chiare e di lavorare con urgenza in tutte le sedi multilaterali e internazionali per il pieno ripristino e rispetto del diritto internazionale e per il primato della diplomazia», ha dichiarato in una nota Giuseppe Provenzano, responsabile Esteri nella segreteria nazionale del Pd. Pina Picierno, esponente dem e vicepresidente del Parlamento europeo, ha scritto su X: «Il regime sanguinario di Maduro deve cessare di esistere, ma ogni bomba americana che cade sul Venezuela ne prolunga la vita sul piano simbolico, rafforzando la retorica antioccidentale e preparando nuove risposte autoritarie. L’operazione venezuelana porta alla luce una evidenza che tendiamo a dimenticare: Trump, Putin e XI si stanno spartendo il mondo in sfere di influenza».

Le parole di Calenda, Bonelli, Fratoianni e Magi

Carlo Calenda, leader di Azione, applaude alla rimozione di Maduro, ma non alle modalità con cui è avvenuta: «Buona notizia per il popolo venezuelano afflitto da una feroce dittatura. Il modo in cui è stato fatto desta però molta preoccupazione». Sulla stessa lunghezza d’onda Riccardo Magi, segretario di +Europa: «Maduro è un dittatore che tiene ostaggio il Venezuela da oltre un decennio, impoverendo il Paese, arrestando gli oppositori, favorendo la corruzione. Ma l’attacco con le forze armate nel cuore di Caracas rischia di scardinare ulteriormente i già fragili equilibri internazionali». Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, leader di Alleanza Verdi e Sinistra, hanno invocato la condanna da parte del governo italiano dell’attacco Usa, definito «inaccettabile», chiedendo anche la convocazione immediata delle commissioni Esteri.

La provocazione del senatore leghista Borghi

il senatore leghista Claudio Borghi ha rilanciato sui social un suo post in cui affermava: «Ma se per caso gli Usa attaccassero il Venezuela che facciamo? Mandiamo 12 pacchetti di armi a Maduro?», spiegando: «Questo post era ovviamente una provocazione. Il mio intento era smascherare le ipocrisie della morale con cui molti dei sostenitori dell’invio di armi in Ucraina ammantavano il sostegno militare (che è una scelta politica legittima, non è IL BENE)».

Stati Uniti-Venezuela, le tappe dell’escalation

L’attacco degli Stati Uniti contro Caracas e la cattura del presidente venezuelano Nicolas Maduro sono arrivati al termine di mesi di tensioni tra i due Paesi, durante i quali gli Usa hanno fatto la guerra ai narcos, lavorando in realtà al regime change con in mente il petrolio del Venezuela, che vanta le maggiori riserve al mondo. Nell’ambito dell’operazione “Southern Spear” avviata a settembre, gli Usa hanno hanno colpito 25 imbarcazioni nel Pacifico e nei Caraibi, uccidendo almeno 95 presunti narcos nelle varie operazioni. Tutti presunti membri del fantomatico Cartel de los Soles, organizzazione diretta secondo Trump da membri dell’Alto Comando militare delle Forze armate del Venezuela (i “soli” si riferiscono alle spalline sulle uniformi) e implicata nel traffico internazionale di droga. Ecco le tappe dell’escalation.

LEGGI ANCHE: Trump, Maduro e il regime change in Venezuela tra petrolio e ipocrisia

2 settembre

Gli Usa avevano lanciato un primo attacco il 2 settembre, contro una nave che stava presumibilmente trasportando droga. Il raid, condotto in due parti per eliminare alcuni sopravvissuti, aveva causato l’uccisione di 11 presunti narcos.

10 dicembre

Il 10 dicembre gli Usa avevano sequestrato la petroliera The Skipper al largo delle coste del Venezuela, eseguendo «un mandato di sequestro» della nave perché era «utilizzata per trasportare petrolio sanzionato da Venezuela e Iran», come aveva spiegato la procuratrice Generale Pam Bondi.

16 dicembre

Il 16 dicembre l’esercito degli Stati Uniti «ha condotto attacchi cinetici letali su tre imbarcazioni gestite da organizzazioni terroristiche in acque internazionali», coinvolte in attività di narcotraffico nell’Oceano Pacifico orientale, uccidendo otto presunti narcos.

20 dicembre

Il 20 dicembre gli Stati Uniti avevano sequestrato una seconda petroliera al largo del Venezuela. Nello stesso giorno era stata tentata un’analoga operazione con una terza imbarcazione, che però riuscita a sottrarsi all’abbordaggio.

29 dicembre

Il 29 dicembre Trump aveva dichiarato che gli Stati Uniti tramite un attacco con droni avevano distrutto una «grande struttura» in Venezuela, legata al narcotraffico, ubicata in «una zona portuale dove caricano le navi di droga», senza fornire ulteriori dettagli.

Crans-Montana, Tajani: «Nessun italiano tra i sei corpi identificati»

Non ci sono nuove notizie sui sei italiani che risultano dispersi in Svizzera. Lo ha dichiarato Antonio Tajani, nel corso di un collegamento con Tg2. «La polizia svizzera ha già identificato sei cadaveri, ma non sono di cittadini italiani. Nel caso di vittime siamo pronti a organizzare un volo di Stato con un C130».

Bertolaso: «Italiani due ragazzi ustionati gravi ricoverati a Zurigo»

L’assessore al Welfare della Regione Lombardia, Guido Bertolaso ha riferito intanto che i sette feriti nell’incendio di Crans-Montana ricoverati all’ospedale Niguarda di Milano sono tutti «in condizioni molto critiche, in rianimazione». Bertolaso ha poi parlato di due ragazzi molto gravi, che si trovano al centro ustionati di Zurigo: «Abbiamo la ragionevole certezza che si tratti di italiani, ma dobbiamo ancora fare le prove del dna. Non riusciamo a identificarli perché hanno il volto completamente coperto dalle medicazioni».

Ucraina, Zelensky sostituisce anche il ministro della Difesa

Dopo l’avvicendamento tra Andriy Yermak e Kyrylo Budanov a capo dell’Ufficio del presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky ha annunciato la sostituzione del ministro della Difesa, Denys Shmyhal, con il 34enne Mykhailo Fedorov, attualmente alla guida del dicastero per la Trasformazione Digitale che, «molto coinvolto nelle questioni relative ai droni, sta lavorando in modo molto efficace alla digitalizzazione dei servizi e dei processi pubblici». Shmygal, rimosso dalla Difesa, è stato proposto come nuovo ministro dell’Energia e primo vicepremier.

Le reazioni della politica internazionale all’attacco Usa contro il Venezuela

Non si sono fatte attendere le prime reazioni della politica internazionale all’attacco condotto dagli Stati Uniti contro il Venezuela, che ha portato alla cattura di Nicolas Maduro e al suo trasferimento fuori dal Paese sudamericano, almeno stando a quanto riferito da Donald Trump.

Petro, presidente della Colombia: «Aggressione alla sovranità del Venezuela»

«La Colombia ribadisce il suo incrollabile impegno nei confronti dei principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, in particolare il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale degli Stati, il divieto dell’uso o della minaccia della forza e la risoluzione pacifica delle controversie internazionali. A tale riguardo, il governo colombiano respinge qualsiasi azione militare unilaterale che possa peggiorare la situazione o mettere in pericolo la popolazione civile». Così il presidente colombiano Gustavo Petro: «Respingiamo l’aggressione alla sovranità del Venezuela e dell’America Latina. I conflitti interni tra i popoli vengono risolti pacificamente dai popoli stessi. Questo è il principio di autodeterminazione, fondamento del sistema delle Nazioni Unite».

Milei: «La libertà avanza, viva la libertà»

Il presidente argentino Javier Milei ha commentato a modo suo l’aggressione Usa in Venezuela: «La libertà avanza, viva la libertà, cazzo».

Cuba sollecita un risposta internazionale all’azione Usa

Ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez ha condannato fermamente l’aggressione contro il Venezuela, definendola «un attacco criminale». L’Avana ha ribadito pieno sostegno a Maduro, sollecitando una risposta internazionale urgente per fermare l’azione di Washington.

Pechino: «Choc per l’atto egemonico da parte degli Stati Uniti»

La Cina «è profondamente scioccata e condanna con forza il palese uso della forza da parte degli Stati Uniti contro uno Stato sovrano e l’attacco al suo presidente». È quanto afferma un portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, puntando il dito contro «l’atto egemonico da parte degli Usa».

Lula: «Oltrepassato un limite inaccettabile»

«I bombardamenti sul territorio venezuelano e la cattura del suo presidente hanno oltrepassato un limite inaccettabile. Questi atti rappresentano un grave affronto alla sovranità del Venezuela e un ulteriore precedente estremamente pericoloso per l’intera comunità internazionale». Così Lula, presidente del Brasile.

Mosca: «L’ostilità ideologica ha prevalso sul pragmatismo pratico»

«Il Venezuela non ha rappresentato alcuna minaccia per gli Stati Uniti, né militare, né umanitaria, né criminale, né legata alla droga. Pertanto, l’attuale operazione militare, così come le azioni contro il Venezuela degli ultimi giorni e settimane, non hanno alcuna base sostanziale». Lo ha scritto su Telegram il vicepresidente del Consiglio federale russo (la Camera alta della Duma), Konstantin Kosachev: «Il diritto internazionale è stato chiaramente violato e l’ordine stabilito in questo modo non dovrebbe prevalere». Successivamente il ministero degli Esteri ha diffuso una nota: «Questa mattina gli Stati Uniti hanno commesso un atto di aggressione armata contro il Venezuela. Ciò è profondamente preoccupante e condannabile. I pretesti utilizzati per giustificare tali azioni sono infondati. L’ostilità ideologica ha prevalso sul pragmatismo pratico e sulla volontà di costruire relazioni basate sulla fiducia e sulla prevedibilità».

Ue: «Maduro illegittimo, ma serve una transizione pacifica»

Così Kaja Kallas, Alta rappresentante dell’Unione europea: «L’Ue sta monitorando attentamente la situazione in Venezuela. L’Ue ha ripetutamente affermato che Maduro non ha legittimità e ha difeso una transizione pacifica. In ogni circostanza, i principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite devono essere rispettati».

Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha scritto su X: «Siamo al fianco del popolo venezuelano e sosteniamo una transizione pacifica e democratica. Qualsiasi soluzione deve rispettare il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite».

Perché il mercato dell’usato piace tanto ai cinesi

Vestiti, prodotti di elettronica, oggetti per la casa e persino borse di lusso. In Cina il mercato dell’usato ha spiccato il volo. Nel 2024 il valore delle transazioni di beni di seconda mano ha raggiunto i 240 miliardi di dollari con un aumento del 28 per cento su base annua. E negli ultimi sei anni il settore ha mantenuto un tasso di crescita del 12 per cento. Oltre la Muraglia il cosiddetto thrifting – la caccia al capo griffato di seconda mano – è dovuto alla rapida espansione di piattaforme di rivendita online e negozi second hand, unita a un generalizzato rallentamento dei consumi. La stagnazione dei salari (che in numerose aree sono addirittura diminuiti del 5 per cento tra il 2022 e il 2024) e la conseguente incertezza economica hanno infatti spinto un numero crescente di persone a risparmiare. E optare per l’usato. Una tendenza che riguarda soprattutto i più giovani. Stando al database QuestMobile quasi la metà dei 178 milioni di utenti delle piattaforme cinesi di e-commerce di seconda mano ha infatti meno di 30 anni. Una generazione che si muove a suo agio in Rete e sui social. Non a caso l’app Xiaohongshu, una sorta di Instagram, ha lanciato una funzione di acquisto e vendita. Il colosso del settore resta però Xianyu, app da 180 milioni di utenti attivi al mese lanciata nel 2014 da Alibaba.

Perché il mercato dell’usato piace tanto ai cinesi
App di e-commerce vintage.

La campagna di Pechino per i consumi sostenibili

Nell’ultimo decennio, le politiche di Pechino hanno promosso consumi sostenibili e incentivato la rivendita di beni inutilizzati. Il ministero del Commercio, per esempio, ha scelto 10 città pilota per sviluppare centri di riciclo dell’usato standardizzati, tra cui Hefei, nell’Anhui, e Hangzhou, nello Zhejiang, con l’obiettivo di creare modelli replicabili nel resto del Paese e un quadro normativo chiaro. Le app, intanto, hanno aperto numerosi negozi fisici. Xianyu conta oltre 20 Xianyu Recycle Shops in tutta la Cina. ZZER, una piattaforma di lusso di seconda mano con sede a Shanghai, ha fatto altrettanto, così come la sua rivale Hongbulin: entrambe vendono prodotti di lusso second-hand con sconti fino all’80 per cento sul prezzo al dettaglio. Secondo Daxue Consulting, nel 2025 il mercato cinese del lusso vintage ha raggiunto i 30 miliardi, rispetto agli 8 miliardi del 2020. Si tratta di un balzo del 275 per cento che certifica la portata trasversale del thrifting.  

Perché il mercato dell’usato piace tanto ai cinesi
Mercato delle pulci a Pechino (Ansa).

Infortuni, malattie professionali, morti sul lavoro: un altro anno di occasioni mancate

Tra gennaio e ottobre 2025 le denunce di infortunio sul lavoro sono arrivate a 497.341: 5.902 casi in più rispetto allo stesso periodo del 2024, pari a un aumento dell’1,2 per cento. Le morti accertate sono cresciute da 890 a 896. Le denunce di malattia professionale hanno fatto un salto più netto: da 73.922 a 81.494, con un incremento del 10,2 per cento. La media è rimasta invariata: tre lavoratori morti al giorno. Il 2025 si è chiuso così, senza scarti, senza inversioni, senza alibi. Il manifesto della distanza tra i buoni propositi e i fatti.

La retorica della fatalità perde consistenza

L’Associazione nazionale fra lavoratori mutilati e invalidi del lavoro (Anmil) ha parlato di «anno delle stragi» e di occasione mancata. I numeri non raccontano un’emergenza improvvisa, ma una continuità. Quando crescono insieme infortuni, morti e malattie professionali, la retorica della fatalità perde consistenza. Qui il tema è l’organizzazione del lavoro, il modo in cui si produce, si appalta, si risparmia.

Infortuni, malattie professionali, morti sul lavoro: un altro anno di occasioni mancate
Una manifestazione contro le morti sul lavoro davanti al ministero del Lavoro (foto Ansa).

La misura simbolo del 2025 doveva essere la patente a crediti. Il bilancio reale è minimo: tre ritiri effettivi in un anno. Tre. Un deterrente che resta sulla carta, mentre la sua applicazione si trasforma in burocrazia. Le risorse utilizzate arrivano dall’Inail, quindi dai contributi dei lavoratori. La sicurezza viene finanziata da chi subisce il rischio, non da chi lo genera.

Corsi sulla sicurezza in video: un paradosso operativo

Nel frattempo la formazione sulla sicurezza viene spinta verso modalità a distanza, anche per attività ad alto rischio. Un paradosso operativo: corsi seguiti in video mentre si lavora. La tutela diventa un adempimento, perde fisicità, perde efficacia. Nello stesso pacchetto restano esclusioni che segnano un arretramento dei diritti, come quella delle coppie di fatto dalle tutele previste in caso di morte sul lavoro.

Infortuni, malattie professionali, morti sul lavoro: un altro anno di occasioni mancate
Un vecchio flash mob “Basta morti sul lavoro” organizzato dai sindacati in piazza Montecitorio (foto Ansa).

Il decreto sicurezza e la legge di bilancio non intervengono sul nodo centrale. Il modello produttivo resta quello che ha già mostrato i suoi effetti: precarietà strutturale, subappalti a cascata, compressione dei costi, contratti collettivi aggirati. Lo stop ai subappalti multipli nei cantieri resta fuori dall’agenda. La procura nazionale del lavoro resta una proposta. Il reato di omicidio sul lavoro continua a non esistere. Le famiglie delle vittime restano senza patrocinio automatico. Tutto rimane com’era.

Gli irregolari che non entrano nelle statistiche

Il numero ufficiale delle 896 vittime racconta solo una parte della storia. L’aggettivo “accertate” segnala un confine. Oltre ci sono i morti che non entrano nelle statistiche: lavoratori irregolari, sfruttati, spesso vittime di caporalato, che muoiono nel silenzio o vengono cancellati. È una strage che procede senza nemmeno il riconoscimento pubblico, senza nome, senza conteggio. Qui il problema diventa anche linguaggio: ciò che non viene contato tende a non esistere.

Infortuni, malattie professionali, morti sul lavoro: un altro anno di occasioni mancate
Corteo contro le morti sul lavoro (foto Ansa).

La distribuzione delle vittime ha un profilo netto. Si muore nei cantieri, nei capannoni, nei magazzini, nei campi agricoli, sulle strade percorse per lavorare. Dentro questa mappa rientrano anche i lavoratori (come i rider) gestiti dalle piattaforme digitali, formalmente autonomi, sostanzialmente esposti agli stessi rischi. Chi muore appartiene sempre allo stesso perimetro sociale: chi non può permettersi di rifiutare una mansione pericolosa, chi non può dire no.

L’allungamento della vita lavorativa e le mansioni pensate per corpi giovani

Nel 2025 pesa anche l’età. Un morto su tre ha più di 60 anni. Nel 2024 erano 315 su 1.090. Nel 2025 il rapporto resta simile: 323 vittime over 60 su 962 (sono le vittime totali, fino a dicembre), con una presenza significativa di lavoratori oltre i 70 anni. L’allungamento della vita lavorativa incontra mansioni pensate per corpi giovani. Il rischio cresce, l’organizzazione del lavoro resta ferma.

Infortuni, malattie professionali, morti sul lavoro: un altro anno di occasioni mancate
Circa 200 bare, di cartone, posizionate in piazza della Signoria a Firenze, di fronte a Palazzo Vecchio, per commemorare le vittime sul lavoro in Toscana (foto Ansa).

Si muore in agricoltura, edilizia, autotrasporto, industria, taglio della legna. Si muore anche nei servizi, nel commercio, nel giardinaggio, fino agli infortuni domestici legati ad attività lavorative. Il rischio aumenta con l’età, ma non viene compensato da tutele aggiuntive. Si continua a lavorare come prima, più a lungo.

A morire sono sempre gli stessi, non certo gli amministratori delegati

Il bilancio del 2025 è tutto qui. Più infortuni, più malattie, più morti. In mezzo, decreti che non toccano il cuore del problema e un sistema produttivo che resta identico. A morire sono sempre gli stessi. Gli amministratori delegati restano fuori dalla conta. I nomi dei luoghi si accumulano: Calenzano, Brandizzo, Firenze, Suviana, Casteldaccia, Bologna. Cambiano le città, resta la stessa responsabilità rimossa.

Esplosioni a Caracas, Maduro: «Grave aggressione Usa»

Forti esplosioni si sono verificate nella notte a Caracas, dopo quella che con ogni probabilità è stata un’operazione militare condotta dagli Stati Uniti. Donald Trump, dopo aver dispiegato una flottiglia navale nei Caraibi, aveva sollevato la possibilità di attacchi terrestri contro il Paese sudamericano con il pretesto della lotta ai narcos. Adesso l’escalation: il presidente Nicolas Maduro parla di «gravissima aggressione statunitense», mentre in tal senso manca ancora la conferma del Pentagono.

Colpita anche la casa del ministro della Difesa

Oltre che esplosioni, sono stati registrati anche sorvoli a bassa quota su Caracas. Alcuni video postati sui social media sembrano mostrare elicotteri americani CH-47 Chinook. Incidenti anche all’Accademia Militare di Mamo, a La Guaira, a 40 chilometri dalla capitale. Altre zone colpite includono la base aerea La Carlota e l’aeroporto di Higuerote. La casa del ministro della Difesa, Vladimir Padrino López, è stata colpita e lui risulta irreperibile.

Esplosioni a Caracas, Maduro: «Grave aggressione Usa»
Esplosioni a Caracas, Maduro: «Grave aggressione Usa»
Esplosioni a Caracas, Maduro: «Grave aggressione Usa»
Esplosioni a Caracas, Maduro: «Grave aggressione Usa»

Maduro: «Gli Usa vogliono le nostre risorse strategiche»

«L’obiettivo di questo attacco non è altro che quello di impossessarsi delle risorse strategiche del Venezuela, in particolare del suo petrolio e dei suoi minerali, cercando di spezzare con la forza l’indipendenza politica della Nazione. Non ci riusciranno». Lo ha scritto il governo di Maduro in una nota ufficiale. E poi: «Dopo oltre 200 anni di indipendenza, il popolo e il suo governo legittimo rimangono saldi nella difesa della sovranità e del diritto inalienabile di decidere il proprio destino. Il tentativo di imporre una guerra coloniale per distruggere la forma repubblicana di governo e forzare un ‘cambio di regime’, in alleanza con l’oligarchia fascista, fallirà come tutti i tentativi precedenti».

Guardian: l’AI Overview di Google ha dato informazioni mediche sbagliate

Un’indagine del Guardian mette in discussione l’affidabilità delle Al Overview di Google, i riassunti generati con l’intelligenza artificiale che compaiono in cima ai risultati di ricerca. Secondo il quotidiano britannico, alcune sintesi contengono informazioni sanitarie errate o fuorvianti, con potenziali rischi concreti per la salute. La ricostruzione, sottolinea la testata, è stata fatta dopo che un numero rilevante di associazioni e professionisti sanitari hanno sollevato preoccupazioni sull’affidabilità delle informazioni contenute in AI Overview.

Guardian: l’AI Overview di Google ha dato informazioni mediche sbagliate
La finestra AI Overview nel motore di ricerca di Google.

Le informazioni sbagliate su tumore al pancreas e test oncologici femminili

Tra i casi citati c’è quello sul tumore al pancreas: l’IA ha suggerito di evitare cibi ad alto contenuto di grassi, un’indicazione che gli esperti definiscono «completamente sbagliata» e potenzialmente pericolosa, perché in realtà andrebbe fatto l’esatto contrario: mantenere un buon apporto calorico per sostenere cure come la chemioterapia o un intervento chirurgico. Tra gli altri esempi citati dal Guardian ci sono i test oncologici femminili. In una ricerca su «sintomi e test del cancro vaginale», l’Al Overview indicava il Pap test come esame diagnostico per questo tipo di tumore, quando invece serve per lo screening del tumore cervicale. Secondo le associazioni, un errore del genere potrebbe spingere alcune donne a ignorare sintomi reali, rassicurate da un recente esito negativo dello screening. L’azienda di Mountain View sostiene che la maggior parte delle Al Overview è accurata e che eventuali errori vengono corretti, ma l’indagine del Guardian evidenzia il rischio di affidarsi alle sintesi automatiche o ai chatbot AI su temi sensibili come la salute.

Byd raggiunge risultati record a dicembre 2025 ed entra nella Top 10 in Italia

Nel mese di dicembre 2025, in Italia, Byd ha compiuto un significativo passo avanti superando alcuni dei più noti marchi storici nel mercato nazionale, contraddistinti da una lunga legacy e una forte presenza sul territorio. L’azienda cinese ha saputo affermarsi mettendo in evidenza come la sua visione, la sua strategia e i suoi prodotti sempre più europei portino benefici tangibili ai clienti, al mercato e all’ambiente. Tutto questo anche grazie alla rapidissima espansione della rete di vendita e assistenza che oggi conta ben 101 punti su tutto il territorio nazionale, guidati da 30 importanti concessionari italiani.

Oltre 25 mila auto immatricolate nel 2025

Byd ha concluso il mese di dicembre con una quota di mercato del 3,1 per cento (3.347 immatricolazioni), posizionandosi nella Top 10 tra i costruttori di veicoli in Italia, esclusivamente grazie alla vendita di veicoli elettrici e ibridi plug-in. Si tratta di un risultato che non solo evidenzia la forza e la solidità della crescita del brand, ma lo rende anche l’unico marchio cinese in Italia a raggiungere tale traguardo, senza fare affidamento su veicoli a motore termico. Questo elemento lo contraddistingue non solo da tutti i marchi europei, ma anche da tutti gli altri brand cinesi che operano sul mercato e che hanno nella loro gamma anche vetture termiche. Il dato porta Byd a un totale annuo di 25.226 immatricolazioni, circa 10 volte in più rispetto alle 2.881 del 2024, raggiungendo una quota di ben l’1,5 per cento e confermandosi dunque come il primo brand in Italia nel mercato dei veicoli a nuova energia (elettrico e plug-in hybrid) con una quota del 15,4 per cento a dicembre e una quota annuale del 12,3 per cento. Il brand ha consolidato la sua crescita anche in Regno Unito, Germania, Spagna e Francia.

Il marchio continua a espandersi oltre la Cina

Decisivo è stato il rafforzamento del mercato dell’export. Solo a dicembre 2025, il volume delle esportazioni di veicoli a nuova energia ha raggiunto le 133.172 unità, pari a oltre il 31 per cento della produzione globale mensile del brand, rispetto a una media degli 11 mesi del 22 per cento. Questo dato sottolinea quanto le operazioni internazionali al di fuori della Cina stiano sempre più rilevanti per il marchio, che continua a espandere la propria presenza nei principali mercati. Nel 2025 ha venduto 2,26 milioni di veicoli elettrici puri, confermandosi come leader mondiale nel settore.

La nuova Atto 2 DM-i pronta a rivoluzionare il concetto di suv compatto

In termini di prodotto, la Seal U DM-i, il suv di taglia media del brand, si afferma come la prima vettura venduta in Italia con tecnologia super hybrid (plug-in hybrid) con 14.486 unità, quasi il doppio rispetto alla seconda in classifica. La Dolphin Surf, la city car elettrica del brand, in soli sei mesi dal lancio scala la quinta posizione con 4.563 unità, a poca distanza dalla top 3. Ed è da registrare il grande interesse per la nuova Atto 2 DM-i, con una raccolta ordini elevata. L’auto offre un’autonomia totale fino a 1.000 km, un abitacolo spazioso e soluzioni tecnologiche avanzate, e si prepara a ridefinire il concetto di suv compatto offrendo la flessibilità della mobilità elettrica senza sacrificare le necessità di autonomia e comfort per i viaggi più lunghi. Concludendo un 2025 segnato da una continua crescita e consolidamento, Byd guarda al 2026 con l’intento di proseguire il suo percorso di espansione, grazie a una notevole offensiva di prodotto che mira a rafforzare ulteriormente la sua presenza in Italia e nei principali mercati europei, puntando su innovazione, qualità e un’offerta sempre più diversificata.

Nel 2025 Byd ha superato Tesla nelle vendite per la prima volta

I dati sulle vendite globali certificano un passaggio di testimone nel mercato dell’auto elettrica: nel 2025 il gruppo cinese Byd ha venduto più veicoli a batteria della statunitense Tesla, cosa che non era mai accaduta su base annuale. Byd ha consegnato 2,26 milioni di auto elettriche, contro 1,64 milioni di Tesla. Un sorpasso che arriva dopo il 2024, anno in cui il gruppo cinese aveva già superato il competitor americano sul fatturato. Le vendite di Byd nel 2025 sono cresciute del 28 per cento rispetto all’anno precedente, mentre quelle di Tesla si sono ridotte dell’8 per cento, con cali diffusi nella maggioranza dei Paesi europei. In risposta al calo, l’azienda di Elon Musk sta cercando di compensare il rallentamento puntando su guida autonoma e intelligenza artificiale.

Nel 2025 Byd ha superato Tesla nelle vendite per la prima volta
Auto Byd in produzione (Ansa).

I risultati di Byd in Italia

In Italia, Byd ha chiuso dicembre 2025 con risultati record: 3.347 vetture immatricolate e una quota di mercato del 3,1 per cento, entrando nella Top 10 dei costruttori in appena quindici mesi, esclusivamente con modelli elettrici e ibridi plug-in. Nell’intero 2025 le immatricolazioni sono state 25.226, contro le 2.881 del 2024, con una quota dell’1,5 per cento. Nel segmento dei veicoli a nuova energia (elettrici e plug-in hybrid), la quota ha raggiunto il 15,4 per cento a dicembre e il 12,3 per cento sull’anno. A sostenere la crescita ha contribuito l’espansione della rete commerciale sul territorio italiano, con 101 punti vendita guidati da 30 concessionari.

Il mercato auto in Italia nel 2025

Il mercato automobilistico italiano ha chiuso il 2025 a 1.525.722 immatricolazioni, in calo del 2,1 per cento rispetto al 2024, secondo il ministero delle Infrastrutture e dei trasporti. A dicembre, però, si è registrata una crescita del 2,2 per cento, con 108.075 auto vendute. Segno positivo per le elettriche: nell’anno sono state immatricolate 94.230 vetture full electric, in aumento del 46,1 per cento, con una quota di mercato del 6,2 per cento. Nel solo mese di dicembre le registrazioni sono salite a 12.015 unità, più 107,2 per cento su base annua, grazie anche agli incentivi lanciati a ottobre.

Il ministro della Cultura israeliano: «Gaza è nostra, i palestinesi sono ospiti»

Il ministro della Cultura israeliano Miki Zohar, esponente del Likud, il partito del premier Netanyahu, ha affermato che la Striscia di Gaza appartiene a Israele e che i palestinesi che vi risiedono sono «ospiti» a cui Israele permette di vivere lì per ora. Le dichiarazioni sono state rilasciate in un’intervista all’emittente pubblica Kan: «Gaza è anche nostra. Li lasciamo lì come ospiti fino a un certo punto, ma Gaza è nostra», ha detto Zohar.

Il ministro della Cultura israeliano: «Gaza è nostra, i palestinesi sono ospiti»
Il quartiere di Sheikh Radwan a Gaza City (Ansa).

Il ministro stava spiegando perché sta valutando la possibilità di negare fondi statali all’industria cinematografica israeliana, dopo che il premio Ophir – il più importante riconoscimento del cinema israeliano – è stato assegnato a The Sea (HaYam in ebraico) di Shai Carmeli-Pollak, un film che racconta la storia di un ragazzo palestinese della Cisgiordania a cui viene negato il permesso di entrare in Israele per visitare una spiaggia. Zohar ha dichiarato di non aver visto il film, ma sostiene che presenti l’Idf e Israele in modo negativo. Nel corso dell’intervista, il ministro ha affermato: «La Giudea e la Samaria sono nostre», utilizzando il termine biblico per la Cisgiordania, che Israele occupa illegalmente. Le dichiarazioni del ministro sono potenzialmente rilevanti nel procedimento in corso davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, che sta esaminando il caso presentato dal Sudafrica per presunte violazioni della Convenzione sul genocidio nella Striscia di Gaza. Il procedimento si trova in una fase documentale avanzata: la Corte ha concesso a Israele una proroga per il deposito della memoria difensiva, fissando la scadenza al 12 marzo 2026.

Proteste in Iran, il regime replica a Trump: «Qualsiasi ingerenza avrà conseguenze»

Dopo le parole di Donald Trump sulla repressione delle proteste in Iran, esponenti di primo piano del regime di Teheran hanno avvertito che qualsiasi interferenza americana violerebbe una «linea rossa». In un messaggio pubblicato su Truth, Trump ha avvertito che «se l’Iran spara e uccide violentemente manifestanti pacifici, com’è sua abitudine, gli Stati Uniti d’America accorreranno in loro soccorso. Siamo carichi e pronti a partire». Il post di Trump è arrivato dopo che almeno sette persone sono state uccise durante le proteste, tra cui, secondo l’agenzia statale Irna, un volontario delle Basij, le forza civili inquadrate nei Guardiani della Rivoluzione. Si teme che proprio la sua morte possa spingere il regime ad aumentare la repressione violenta delle manifestazioni. A innescarle è stato il crollo senza precedenti del rial iraniano, sceso a circa 1,4 milioni per dollaro, in un contesto di inflazione oltre il 42 per cento e di crescente crisi economica.

La replica dell’Iran a Trump

Alla minaccia di Trump ha risposto Ali Shamkhani, consigliere della guida suprema Ali Khamenei, affermando su X che la sicurezza nazionale iraniana è «una linea rossa, non materiale per tweet avventuristi». «Qualsiasi mano che si avvicini alla sicurezza dell’Iran con dei pretesti sarà tagliata con una risposta che provocherà rimpianto», ha scritto. Sulla stessa linea Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, che ha accusato Stati Uniti e Israele di interferenze: «Trump deve rendersi conto che l’intervento degli Stati Uniti in questa questione interna porterà alla destabilizzazione dell’intera regione e alla distruzione degli interessi americani». Anche i Guardiani della Rivoluzione hanno avvertito che reagiranno duramente contro ogni interferenza straniera. 

Carceri: un disastro senza risposte tra numeri impietosi e immobilismo

Il 2025 si è chiuso con 80 suicidi nelle carceri italiane. Non è per fortuna un record; quello appartiene al 2024, quando si tolsero la vita 91 persone. In complesso i morti in prigione, secondo i dati di Ristretti Orizzonti, sono 241, appena cinque in meno dell’anno scorso. Il bilancio di fine anno è dunque tragico e niente fa sperare per un 2026 migliore. «Alla fine di novembre 2025 nelle carceri italiane erano detenute 63.868 persone, quasi 2 mila in più rispetto a un anno fa, a fronte di una capienza effettiva di soli 46.124 posti (700 in meno di quelli che vi erano all’inizio dell’anno)», scrive Antigone nel suo ultimo rapporto. Sono oltre 180 persone in più ogni mese. «Il tasso di sovraffollamento nazionale ha raggiunto il 138,5 per cento, con 72 istituti oltre il 150 per cento e punte superiori al 200 per cento». Nel 42,9 per cento delle 120 carceri visitate – e delle 71 schede di cui sono già stati elaborati i dati – non sono garantiti i tre metri quadrati di spazio vitale per persona (nel 2024 questa percentuale si fermava al 32,3 per cento); oltre la metà delle carceri ha celle senza doccia e nel 45,1 per cento mancano acqua calda o si registrano scarse condizioni igieniche.

Carceri: un disastro senza risposte tra numeri impietosi e immobilismo
Detenuti e guardie carcerarie a San Vittore (foto Ansa).

Amnistia: la parola che il governo non vuole sentire pronunciare

Tutti reclamano soluzioni adeguate. Anche Papa Leone XIV. «Sono molti a non comprendere ancora che da ogni caduta ci si deve poter rialzare», ha detto il pontefice domenica 14 dicembre nella messa del Giubileo dei detenuti, rilanciando alle «istituzioni» l’appello fatto da Francesco nella Bolla di indizione per «forme di amnistia o di condono della pena»: «Confido che in molti Paesi si dia seguito al suo desiderio». Il Papa si riferiva soprattutto a problemi come «il sovraffollamento, l’impegno ancora insufficiente di garantire programmi educativi stabili di recupero e opportunità di lavoro». Il governo però non vuole sentire pronunciare quel termine, amnistia. Nonostante le parole del presidente del Senato Ignazio La Russa. «Occorre incarnarla la speranza affinché non sia foriera di illusioni», ha detto la presidente di Nessuno Tocchi Caino, Rita Bernardini, all’Unità. «Amnistia e indulto sono provvedimenti costituzionali di ‘buon governo’ per affrontare il sovraffollamento dei detenuti e quello dei procedimenti penali pendenti che a milioni ingolfano la nostra giustizia i cui tempi sono irragionevolmente lunghi come certificato da almeno 30 anni dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa». Una giustizia che arriva troppo tardi è una giustizia negata sia per le vittime del reato sia per il reo: «Provvedimenti di clemenza dovrebbero essere obbligatori per uno Stato che non riesca ad assicurare un’esecuzione penale e un’amministrazione della giustizia ‘legali’. Pannella e il Presidente Napolitano (con il suo messaggio alle Camere del 2013) parlavano di ‘obbligo’ di intervento immediato per uno Stato che voglia definirsi ‘di diritto’. Se si transige su questo, si è pronti a fare qualsiasi scempio della democrazia nella sua accezione più alta».

Carceri: un disastro senza risposte tra numeri impietosi e immobilismo
Papa Leone XIV (Imagoeconomica).

Il carcere italiano è ridotto a un «contenitore di corpi»

Gravissime, dice Antigone, sono le carenze di spazi per lavoro, scuola e socialità. «Il carcere italiano è ormai ridotto a un contenitore di corpi», dice il presidente Patrizio Gonnella, «e ha abdicato alla funzione di reinserimento sociale prevista dalla Costituzione». «È sempre doloroso tirare le somme di un altro anno di carcere in Italia ma il bilancio di fine 2025 è forse il più cupo degli ultimi anni. Perché restituisce l’immagine di un sistema penitenziario che è sempre più in crisi, con tensioni in costante crescita e un silenzio assordante da parte delle istituzioni che rifiutano qualsiasi ipotesi di riforma e qualsiasi intervento che permetterebbe di alleggerire il peso delle carceri, a beneficio delle persone detenute, che vivono ammassate l’una sull’altra e degli operatori che, già sotto organico, denunciano un pesante e crescente stress lavorativo». 

Carceri: un disastro senza risposte tra numeri impietosi e immobilismo
Patrizio Gonnella, presidente di Antigone (Imagoeconomica).

Il piano carceri si è rivelato un nulla di fatto

Il 2025 è stato l’anno del lancio del piano carceri da parte del governo Meloni. Secondo quanto riportato dallo stesso governo già nel 2025, i nuovi posti sarebbero dovuti essere 864. «Ciò a cui si è assistito è stata invece una perdita di 700 posti effettivi, con un dato registrato ai primi giorni di dicembre che non conteggia i circa 250 posti persi nel solo incendio di San Vittore di alcuni giorni fa», fa notare sempre Antigone. «Restano altissimi anche gli eventi critici: negli istituti visitati si registrano in media 16,7 atti di autolesionismo ogni 100 detenuti, 2,6 tentati suicidi e 16,4 isolamenti disciplinari ogni 100 persone detenute. La sofferenza psichica è una delle grandi emergenze del carcere italiano». Dalle oltre 100 visite effettuate nel 2025 da Antigone è emerso come l’8,9 per cento delle persone detenute presentava una diagnosi psichiatrica grave al momento delle visite. A fronte di ciò, il 20 per cento assumeva regolarmente stabilizzanti dell’umore, antipsicotici o antidepressivi, mentre il 44,4 per cento faceva uso di sedativi o ipnotici. «Gli psicofarmaci continuano a rappresentare uno degli strumenti principali di gestione dell’ordine interno e del disagio sociale, spesso in assenza di reali necessità e percorsi terapeutici e di supporto. E mentre il carcere si riduce a spazio di mera custodia, lavoro, formazione e istruzione restano largamente marginali», ribadisce l’associazione presieduta da Gonnella. «Lavora per l’amministrazione penitenziaria circa il 30 per cento delle persone detenute, mentre solo il 3,7 per cento ha un impiego con datori di lavoro esterni. Frequenta la scuola il 30,4 per cento dei presenti, ma solo il 10,4 per cento è coinvolto in percorsi di formazione professionale. Strumenti che dovrebbero essere centrali nel reinserimento sociale diventano invece eccezioni. Tutto questo avviene nonostante il 38 per cento delle persone detenute abbia una pena residua inferiore ai tre anni e potrebbe accedere a misure alternative alla detenzione, che non rappresentano una rinuncia alla pena ma una modalità più efficace e costituzionalmente orientata di esecuzione, capace di ridurre drasticamente la recidiva e aumentare la sicurezza collettiva». Fin qui però niente è servito per far cambiare idea al governo. Nemmeno i diari dal carcere dell’“amico” Gianni Alemanno. 

Da Cime tempestose a Odissea, i film tratti dai libri in arrivo nel 2026

Indimenticabili storie d’amore, ma anche tanto fantasy e fantascienza, passando per thriller, epica e commedie. Da sempre, la letteratura di ogni genere ha ispirato il cinema spingendo sceneggiatori e registi a scrivere la propria versione di un grande capolavoro del passato o un fenomeno della nostra generazione. Il 2026 non sarà da meno e porterà nelle sale italiane gli adattamenti di cult come Cime tempestose, capolavoro di Emily Brontë, e Odissea tratto dall’omonimo poema omerico della Grecia classica e diretto da Christopher Nolan. Senza dimenticare il terzo e ultimo capitolo della trilogia di Dune, alla cui regia ci sarà ancora una volta Denis Villeneuve. Ecco i film più attesi.

I film tratti dai libri in arrivo nel corso del 2026

Una di famiglia di Freida McFadden con Sydney Sweeney

È già in sala dal primo gennaio Una di famigliaThe Housemaid, trasposizione dell’acclamato libro di Freida McFadden (Newton Compton) diretta da Paul Feig. La storia si concentra su Millie, giovane donna in libertà vigilata che deve dimostrare di meritare un posto nel mondo per evitare di tornare in cella, dove ha trascorso un terzo della sua vita. Nel cast Sydney Sweeney e Amanda Seyfried.

Hamnet di Maggie O’Farrell con Paul Mescal nei panni di Shakespeare

Candidato come miglior film drammatico ai Golden Globes, Hamnet – Nel nome del figlio (Guanda) è tratto dal romanzo di ambientazione storica di Maggie O’Farrell che racconta il dramma vissuto dalla famiglia Shakespeare durante la peste bubbonica. Ambientato nell’Inghilterra rurale, il lungometraggio porta lo spettatore nella quotidianità della coppia, tra la crescita dei figli e le difficoltà del mondo esterno. Diretto da Chloe Zhao, vede Paul Mescal nei panni del Bardo e Jessie Buckley in quelli della moglie Agnes. Uscirà al cinema il 5 febbraio.

Cime tempestose, Jacob Elordi e Margot Robbie nel cult di Emily Brontë

Il 12 febbraio sarà il turno di Cime tempestose, tratto dal capolavoro omonimo di Emily Brontë, edito in Italia da Garzanti. Nei panni dei protagonisti Catherine e Heathcliff, giovani e poi adulti segnati da impedimenti e sofferenze che alimentano un atteggiamento passionale e distruttivo verso la vita e le relazioni, recitano Margot Robbie e Jacob Elordi. Alla regia Emerald Fennel, salita alla ribalta per aver diretto Saltburn. La colonna sonora sarà curata dalla star Charli XCX, che ha già rilasciato online il singolo Chains of Love.

Cold Storage di David Koepp con Joe Keery di Stranger Things

A poche settimane dal finale di Stranger Things, Joe Keery – che nella serie Netflix ha interpretato l’amato personaggio di Steve Harrington – sarà al cinema con Cold Storage, tratto dal romanzo Sotto zero (HarperCollins) di David Koepp, tra l’altro autore della sceneggiatura. Al centro della trama, che si dividerà fra la commedia e l’horror, due giovani impiegati in un magazzino costruito su una vecchia base militare che si trovano ad assistere alla diffusione di un misterioso fungo parassita. Nel cast vi sono anche Georgina Campbell e Liam Neeson. Sarà in sala il 18 febbraio.

The Bride, Maggie Gyllenhaal dirige una storia ispirata a Frankenstein

Dopo l’adattamento di Guillermo del Toro, Frankenstein torna nuovamente al cinema con The Bride – La sposa, film scritto, diretto e prodotto da Maggie Gyllenhaal. Ispirato al romanzo horror di Mary Shelley e al film del 1935 La moglie di Frankenstein, si svolge nella Chicago degli Anni 30, dove vive la solitaria creatura, interpretata da Christian Bale. Con l’aiuto della dottoressa Euphronious (Annette Bening) riesce a riportare in vita una giovane donna assassinata, interpretata da Jessie Buckley. Ciò che segue andrà ben oltre ogni previsione. Il film uscirà al cinema il 5 marzo.

L’ultima missione (Project Hail Mary) con Ryan Gosling

Il 20 marzo sbarcherà in sala L’ultima missione, in originale Project Hail Mary, tratto dall’omonimo libro di Andy Weir (Mondadori), autore del romanzo che ha ispirato The Martian con Matt Damon. Il film racconta la storia dell’insegnante di scienze Ryland Grace, interpretato da Ryan Gosling, che un giorno si sveglia improvvisamente su un’astronave distante anni luce dalla Terra e senza ricordare nulla del suo passato né del perché si trovi lì. Scoprirà presto di essere stato inviato in missione nello spazio in quanto è l’unico uomo in grado di salvare il mondo dal collasso del Sole. Nel cast anche Sandra Hüller.

Il diavolo veste Prada 2, tornano Meryl Streep e Anne Hathaway

Aprile in compagnia di Miranda Priestly e Andrea Sachs. In primavera uscirà infatti al cinema l’atteso Il diavolo veste Prada 2, sequel di uno degli adattamenti più iconici degli Anni 2000. Tratto dal libro di Lauren Weisberger La vendetta veste Prada (Pickwick), vedrà nuovamente Meryl Streep e Anne Hathaway nei panni delle due protagoniste. Nel cast torneranno Stanley Tucci, Emily Blunt e Tracie Thoms: alla regia David Frankel. Ora socia di una rivista fondata con l’ex rivale Emily, Andrea si scontra ancora con Miranda per via delle crisi cui è soggetta la carta stampata.

Odissea, Christopher Nolan adatta il poema epico di Omero

Grande attesa per il ritorno in sala di Christopher Nolan. L’acclamato regista di Oppenheimer e della trilogia del Cavaliere oscuro presenterà il 16 luglio Odissea, suo personale adattamento del poema epico di Omero. Nei panni del protagonista Ulisse ci sarà Matt Damon, affiancato da un cast stellare che comprende Tom Holland nei panni di Telemaco, figlio di Ulisse e Penelope, Zendaya in quelli della dea Atena e Charlize Theron, interprete della maga Circe. Robert Pattinson sarà infine Antinoo, uno dei Proci che insediano il trono di Ulisse sull’isola di Itaca e aspirano alla mano di Penelope, che avrà il volto di Anne Hathaway.

Ebenezer – A Christmas Carol, Johnny Depp nei panni di Scrooge

Nel 2026 tornerà in sala anche A Christmas Carol, classico natalizio di Charles Dickens. Il 13 novembre è atteso in sala Ebenezer – A Christmas Carol, diretto da Ti West su una sceneggiatura adattata da Nathaniel Halpern. Il film segnerà anche il ritorno a Hollywood di Johnny Depp, che presterà la sua arte al personaggio protagonista, il misantropo e avaro uomo d’affari che, nella Londra del XIX secolo, riceve la visita dei fantasmi del Natale passato, presente e futuro nel tentativo di salvarsi da un aldilà di tormenti. Nel cast anche Andrea Riseborough.

Narnia, Greta Gerwig dirige il film tratto dalla saga di CS Lewis

Pochi giorni dopo, il 26 novembre, è atteso nei cinema di tutto il mondo Narnia, nuovo film ispirato alla celebre saga fantasy di CS Lewis Le cronache di Narnia, già vista al cinema nella trilogia iniziata nel 2005. Il lungometraggio tuttavia non racconterà la storia dei fratelli Pevensie, bensì quella narrata ne Il nipote del mago (Mondadori), sesto volume della saga letteraria in ordine di pubblicazione, ma suo prequel. Protagonista sarà Digory che, per salvare l’amica Polly, intraprende un’avventura in un magico regno incantato. Alla regia Greta Gerwig, (Barbie), mentre nel cast ci saranno Daniel Craig, Meryl Streep, Emma Mackey e Carey Mullighan.

Hunger Games – L’alba sulla mietitura, il prequel della saga di Suzanne Collins

A novembre torneranno in sala gli Hunger Games. Francis Lawrence dirigerà infatti il nuovo capitolo della saga distopica di Suzanne Collins, L’alba sulla mietitura (Mondadori), ambientato diversi anni prima dei libri con protagonista Katniss Everdeen. Protagonista della narrazione è qui infatti Haymitch Abernaty (Joseph Zada), scelto per partecipare alla 50esima edizione dei giochi di Capitol City. Nel cast recitano Ralph Fiennes, volto del presidente Snow, ed Elle Fanning nei panni di Effie. Jesse Plemons sarà invece Plutarch, Kevin Harrison Jr sarà Beetee e Kieran Culkin il presentatore Flickermann. Accanto a loro anche Maya Hawke, Glenn Close e McKenna Grace.

Dune: Parte 3, l’ultimo capitolo diretto da Denis Villeneuve

Il 18 dicembre 2026 uscirà invece Dune: Parte 3, epica conclusione della trilogia di fantascienza di Frank Herbert (Fanucci) diretta da Denis Villeneuve. Il lungometraggio adatterà Messia di Dune, che riporterà al centro il Duca Paul Atreides interpretato da Timothée Chalamet. Nel cast torneranno anche Zendaya, Florence Pugh, Jason Momoa, Josh Brolin, Rebecca Ferguson e Anya Taylor-Joy. Per la chiusura della trilogia si aggiungerà al cast anche il nome di Robert Pattinson.

Non è un paese per single, il primo film tratto dai libri di Felicia Kingsley

Il talento di Felicia Kingsley si appresta a sbarcare anche sullo schermo. Prime Video ha annunciato per l’inizio del 2026 l’uscita di Non è un paese per single, adattamento dell’omonimo romanzo della scrittrice più letta in Italia. Ambientato a Belvedere in Chianti, idilliaca cittadina della Toscana, segue la storia di Elisa, mamma single che si deve dividere fra la gestione della famiglia e quella della sua tenuta, Le Giuggiole. Un compito arduo che finisce irrimediabilmente per complicarsi ancor di più quando in paese torna un vecchio amico d’infanzia, Michele, che dovrà subentrare alla gestione della tenuta. A interpretare i due saranno Cristiano Caccamo e Matilde Gioli. Alla regia Laura Chiossone.

Crans-Montana, avviate indagini per incendio e omicidio colposi

Le ipotesi di reato nell’inchiesta aperta dalle autorità svizzere sulla strage di Crans-Montana sono incendio colposo, omicidio colposo e lesioni colpose. Lo ha detto a Sion in conferenza stampa Beatrice Pilloud, procuratrice generale del Canton Vallese, precisando che «tutte le piste sono aperte». Sotto la lente d’ingrandimento i lavori svolti nel locale Constellation e i materiali impiegati, le misure di sicurezza e antincendio, il numero di persone presenti e di persone autorizzate, le vie di evacuazione e di accesso.

LEGGI ANCHE: I ragazzi di Crans-Montana e l’emergenza che non spezza la narrazione social

Università Cattolica, rinnovato il Cda per il prossimo quadriennio

L’Università Cattolica del Sacro Cuore ha definito la nuova composizione del Consiglio di amministrazione, che resterà in carica per il prossimo quadriennio. Tra gli elementi di maggiore novità figura, per la prima volta, la presenza di un componente scelto direttamente dagli studenti: si tratta di Andrea Rovati. Alla guida del CdA è confermata la rettrice Elena Beccalli. L’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori, ente fondatore dell’Ateneo, ha nominato dieci membri: Francesca Bazoli, Matteo Giuseppe Cabassi, Carlo Cimbri, Carlo Maria Gallucci Calabrese, Sergio Gatti, Giacomo Renato Ghisani, Giorgio Gobbi, Victor Massiah, Salvatore Nastasi e Nando Pagnoncelli.

Università Cattolica, rinnovato il Cda per il prossimo quadriennio
Elena Beccalli (Ansa).

Fanno inoltre parte del nuovo Consiglio, in qualità di rappresentanti eletti dal corpo docente di prima e seconda fascia delle diverse sedi dell’Ateneo, Monica Amadini, Ivana Pais e Ketty Peris. La governance rinnovata include anche Monsignor Angelo Vincenzo Zani come rappresentante della Santa Sede, Giuseppe Notarstefano e Massimo Rubechi in rappresentanza del Governo. Il Consiglio di amministrazione sarà completato con la successiva designazione del componente indicato dalla Conferenza Episcopale Italiana.

Ruba un milione di file al consulente di Report: 42enne a processo

La procura di Milano ha deciso di rinviare a giudizio con citazione diretta Valentina Varisco. Si tratta di una 42enne, ex collaboratrice del commercialista Gian Gaetano Bellavia. È accusata di aver rubato un milione di file «ad altissima sensibilità» dall’ufficio dell’uomo, consulente di pm e della trasmissione Report, in onda sui Rai3. L’ipotesi di reato, secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, è di accesso abusivo a sistema informatico. Così avrebbe copiato file tra il 18 giugno e il 25 settembre del 2024.

L’avvocato della donna: «Versione incompleta»

A farne le spese circa un centinaio di personaggi famosi. Tra questi anche Silvio Berlusconi, Matteo Renzi, John Elkann, Manfredi Catella, Bettino Craxi, Massimo D’Alema, Luigi Di Maio, Alberto Di Rubba, Lamberto Dini, Roberto Formigoni, Ennio Doris, Geronimo La Russa, Flavio Briatore, Luca Barbareschi, Giuseppe Graviano, Irene Pivetti, Gianni Letta, Claudio Lotito, Cesare Previti e Giulio Tremonti. Il legale della donna, invece, parla di una denuncia che riporta «una versione non aderente ai fatti e comunque incompleta se non si conoscono ulteriori eventi, di estremo rilievo, in una collaborazione quasi ventennale tra i due».