Età dell’oro, ma per pochi: cosa si nasconde dietro la crescita Usa
I numeri sono imponenti: l’economia Usa supera quelle degli altri Paesi del G7 messe insieme, ha un Pil di quasi 30 trilioni di dollari e un tasso di crescita, nel terzo trimestre del 2025, del 4,3 per cento. Forte di queste cifre, presentando i dati del periodo luglio-settembre, Donald Trump ha gongolato parecchio parlando di «nuova età dell’oro». Eppure sotto il cofano di questa macchina che macina numeri impressionanti qualcosa si è inceppato. È per questo che gli americani sono preoccupati: ai loro occhi The Donald non è l’artefice del nuovo rinascimento, ma una minaccia.

Il balletto dei dazi ha distorto il mercato
La poderosa crescita del terzo trimestre 2025 nasconde infatti profondi squilibri. Per prima cosa, buona parte del boom è da imputare alla spesa militare. Gli utili complessivi delle imprese del settore sono aumentati di 166 miliardi di dollari, ma in generale gli investimenti in altri comparti sono diminuiti. Va poi considerato l’impatto dei dazi. Poco dopo l’insediamento di Trump alla Casa Bianca, le imprese hanno anticipato gli acquisti per evitare le nuove tariffe, creando da un lato un’impennata delle importazioni, dall’altro un aumento delle scorte. Entrati in vigore i dazi, le importazioni sono crollate mentre l’export è cresciuto. Questo tira e molla ha distorto i dati rendendo lo scenario più opaco. E così servono altri indicatori per capire davvero dove va l’economia americana targata Trump.
Le fasce medio-basse sono state schiacciate dall’inflazione
Partiamo dai consumi. Secondo i dati del dipartimento del Commercio, la crescita nel volume degli acquisti si concentra nella classe medio-alta che ha continuato a spendere in viaggi, attività ricreative, ristorazione e acquisti di beni non essenziali. In sostanza, ha scritto il New York Times, a sostenere i consumi è stato il 20 per cento più ricco della popolazione, che corrisponde a circa 60 milioni di abitanti. Non pochi, ma comunque una minoranza rispetto a coloro che hanno stretto la cinghia. In sostanza, hanno sottolineato gli analisti, la domanda dei consumatori mostra una tendenza a K con la barra in alto che rappresenta i consumi dei ricchi e quella in basso dei redditi più bassi. Come ha notato Axios è un divario che aumenta se si considera che le fasce più ricche beneficiano di un mercato azionario in crescita, mentre quelle medio-basse combattono con il carovita, schiacciate dall’inflazione e da una crescita dei salari al lumicino. Nonostante il picco del periodo post-pandemico, quando nel 2022 l’inflazione arrivò al 9 per cento, l’indice dei prezzi è rimasto stabile al +2,7 per cento. Se la corsa dell’inflazione è diminuita è perché i cittadini a basso reddito hanno ridotto i consumi, mentre i margini di profitto di produttori e importatori sono calati perché colpiti dai dazi. La promessa fatta da Trump in campagna elettorale (davanti a una tavola imbandita con uova e pancetta) di ridurre l’inflazione e i prezzi è stata così totalmente disattesa. Così si spiegano le sconfitte dei repubblicani dell’ultimo anno, soprattutto in Virginia e New Jersey dove si è votato per eleggere il governatore e dove buona parte della campagna democratica si è focalizzata sulla lotta al carovita.

Il boom è legato quasi esclusivamente al settore dell’Ia
Ma i portafogli vuoti da soli non sono sufficienti a spiegare le nubi che si addensano sulla favola dorata di Trump. Un altro dato da osservare con attenzione è quello degli investimenti. Nell’ultimo anno c’è stata una massiccia iniezione di liquidità nel comparto dell’Intelligenza artificiale. Secondo una valutazione dell’Università di Harvard, nella prima metà del 2025 il 92 per cento della crescita del Pil è derivato dagli investimenti miliardari nelle infrastrutture per l’Ia. Escludendo queste voci, spiega il professore di economia Jason Furman, il Pil si sarebbe fermato a una crescita dello 0,1 per cento.
Non tutti sono concordi con le valutazioni di Harvard. Ad esempio, un più prudente rapporto di Barclays ha stimato che “solo” la metà della crescita del Pil nel 2025 è dovuta alla spesa per chip, reti elettriche, data center e spese in conto capitale per il mondo Ia. In ogni caso la rivoluzione di Trump e di molti miliardari a lui vicini sta creando un pericoloso e complesso intreccio tra investimenti e mondo del lavoro che ha subito una forte battuta d’arresto.
Il mercato del lavoro è congelato
Nonostante l’impatto delle deportazioni di migranti irregolari condotte dall’Ice, la diminuzione degli ingressi e dei licenziamenti di dipendenti federali, sempre più aziende cercano di ridurre i costi snellendo la propria forza lavoro. Il mercato sostanzialmente si sta congelando, i licenziamenti non sono a valanga ma aumentano. Allo stesso tempo si è fermato il ritmo delle assunzioni. Il risultato è che chi perde il posto fatica a trovarne uno nuovo. Al momento la creazione di posti si concentra soprattutto nel comparto sanitario, mentre altri settori storicamente serbatoi di lavoro, come l’industria dei trasporti, quella manifatturiera o delle costruzioni vedono un progressivo calo. Il Guardian ha messo in fila un po’ di numeri. Tra giugno e agosto molti posti sono andati persi, mentre a ottobre, nel pieno dello shutdown, si stima che ne siano andati in fumo almeno 100 mila. Complessivamente il tasso di disoccupazione si attesta al 4,6 per cento, ottimo se paragonato ad altri Paesi (in Italia è al 6 per cento), ma è al livello più alto da settembre 2021. In totale, nell’ultimo anno sono scomparsi circa 1 milione di posti. In più l’Ia non sembra averne creati di nuovi. Anzi. Solo in California, fulcro del settore, a ottobre ne sono saltati oltre 150 mila nel tech e nell’intrattenimento. Il calo di posti di lavoro si unisce a quello degli investimenti in settori non collegati allo sviluppo dell’Intelligenza artificiale. Alti tassi di interesse, l’incertezza legata a dazi e scenari geopolitici instabili hanno ridotto le spese in altri comparti. Un esempio? Il mondo delle costruzioni è cresciuto spinto dalla creazione di nuovi data center, ma le opere nei settori residenziale, manifatturiero e commerciale sono diminuiti.

La promessa tradita di Trump
I disequilibri interni da sempre connaturati all’economia statunitense ora stanno diventando preoccupanti. Gli investimenti massicci accompagnati alla deregulation in materia di Ia, da un lato spazzano via posti di lavoro dall’altro portano al deterioramento di altri settori (un po’ quello che sta accadendo in piccolo a Taiwan). L’industria nazionale, ha notato UnHerd, è in una fase pericolosa. I fallimenti aumentano e con essi i licenziamenti. Il paradosso è che un pezzo del Paese vive un boom economico, mentre un’altra fetta enorme è già ampiamente in affanno. Secondo Mark Zandi, capo economista di Moody’s Analytics, agricoltura, costruzioni e manifattura sono già in recessione. A farne le spese è la già martoriata Rust Belt, la cintura arrugginita della vecchia industria pesante americana, e l’America rurale. Per il Brookings Institution, il boom è concentrato nelle città della California, in Texas e nel corridoio che collega Boston a Washington. Una sorta di beffa per quell’America, industriale e rurale, a cui Trump aveva promesso un «rinascimento manifatturiero».












military operation in capital Caracas – numerous special forces helicopters seen in the video – in combination with air strikes against several targets. Trump has decided to go to war.



are getting serious, triggered by collapse of the currency and inflation, but also with political slogans in the traditionally important bazaar of Teheran. 


