Gli italiani Alberto Trentini e Mario Burlò sono stati liberati nell’ambito del rilascio di diversi prigionieri politici annunciato dal Venezuela la settimana scorsa. Lo ha annunciato lunedì mattina il ministro degli Esteri Antonio Tajani: «Sono liberi e sono nella sede dell’Ambasciata d’Italia a Caracas», scrive su X. «L’ho appena comunicato al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha sempre seguito la vicenda in prima persona», continua Tajani. «Ho parlato con i nostri due connazionali, che sono in buone condizioni. Presto rientreranno in Italia. La loro liberazione è un forte segnale da parte della presidente» ad interim Delcy Rodriguez «che il governo italiano apprezza molto», conclude il ministro degli Esteri. Alberto Trentini, cooperante della ong Humanity & Inclusion, era stato imprigionato a novembre del 2024 senza accuse formali. Burlò invece è un imprenditore di Torino, al centro di alcuni processi in Italia per reati fiscali e finanziari. È stato arrestato anche lui nel 2024 ma non è chiaro per quali motivi: nel novembre del 2025, durante una visita consolare in carcere, ha detto di essere stato rinviato a giudizio per accuse di terrorismo.
Alberto Trentini e Mario Burlò sono liberi e sono nella sede dell’ambasciata d’Italia a Caracas.Lo ho appena comunicato al Presidente del Consiglio @GiorgiaMeloni che ha sempre seguito la vicenda in prima persona. .Ho parlato con i nostri due connazionali che sono in buone…
La famiglia Trentini: «È la notizia che aspettavamo da 423 giorni»
«Alberto finalmente è libero! Questa è la notizia che aspettavamo da 423 giorni! Ringraziamo tutti quelli che hanno reso possibile, anche lavorando nell’invisibilità, la sua liberazione». Lo afferma la famiglia Trentini, con l’avvocata Alessandra Ballerini. «Tutti questi mesi di prigionia hanno lasciato in Alberto e in noi che lo amiamo ferite difficilmente guaribili, adesso avremo bisogno di tempo da trascorrere in intimità per riprenderci. Ringraziamo tutti per esserci stati vicini, ma vi chiediamo di rispettare il nostro silenzio e la nostra riservatezza. Ci sarà tempo per trovare le parole giuste per raccontare fatti e accertare responsabilità. Oggi vogliamo solo pace. Grazie!», aggiungono i Trentini.
Meloni: «Un aereo è già partito da Roma per riportarli a casa»
«Accolgo con gioia e soddisfazione la liberazione dei connazionali Alberto Trentini e Mario Burlò», scrive la premier Giorgia Meloni in una nota di Palazzo Chigi. «Ho parlato con loro, eun aereo è già partito da Roma per riportarli a casa», aggiunge. «Desidero esprimere, a nome del governo italiano, un sentito ringraziamento alle autorità di Caracas, a partire dal presidente Rodriguez, per la costruttiva collaborazione dimostrata in questi ultimi giorni e a tutte le istituzioni e alle persone che, in Italia, hanno operato con impegno e discrezione per il raggiungimento di questo importante risultato», conclude la Meloni.
Primo giorno della settimana per i mercati globali, quelli europei, la Borsa italiana e lo spread Btp-Bund. Cresce l’attesa per le aperture. Milano è reduce da una settimana chiusa in crescita. Venerdì 9 gennaio l’indice Ftse Mib ha terminato a + 0,10%.
Un’umiliazione. Per i tifosi dello Strasburgo non è una novità sentirsi trattati come una seconda scelta. Il loro club si è ritrovato dentro un portafoglio di multiproprietà calcistica, quello della BlueCo controllato dal magnate statunitense Todd Boehly. Per il momento quel portafoglio comprende soltanto un’altra società, che però vale per 10: il Chelsea. Inevitabile che lo Strasburgo venga messo in subordine nella gestione fatta dalla cabina di comando. Ma proprio questo è il punto sul quale i tifosi della squadra alsaziana prendono cappello: chi ha stabilito che questa cosa qui è “inevitabile”?
Il proprietario del Chelsea e magnate americano Todd Boehly (foto Ansa).
Lo Strasburgo considerato dalla proprietà solo una seconda scelta
Di sicuro non lo è il fatto di essere trattati come la formazione B degli inglesi, un bacino cui attingere alla bisogna. Per questo la scelta di spostare da Strasburgo a Londra il tecnico Liam Rosenior, a campionati in corso, ha riportato sul livello massimo il termometro del malcontento. Dovendo sostituire l’esonerato Enzo Maresca sulla panchina del Chelsea, la multiproprietà ha optato per quella che dal suo punto di vista è una soluzione interna. E che invece, dalla parte della tifoseria dello Strasburgo, è l’ennesima dimostrazione dello statuto da seconda scelta. Per loro questa situazione non sarebbe mai dovuta esistere. Allo stadio della Meinau sono regolarmente presenti striscioni contro BlueCo e il principio della multiproprietà. Una contestazione che non ha mai smesso di animarsi: cambiano solo i toni e l’intensità.
Liam Rosenior, nuovo allenatore del Chelsea (foto Ansa).
Il caso del club alsaziano è emblematico. Ma non isolato. Gli esperimenti di multiproprietà di club attecchiscono a ogni latitudine e le istituzioni calcistiche internazionali hanno ormai rinunciato ad andare oltre un contrasto di pura maniera. Ma il definitivo via libera non coincide con la rimozione di tutte le criticità. Ne sanno qualcosa i signori del City Football Group (Cfg), che hanno realizzato il modello fin qui più celebrato e imitato.
La contestazione dei tifosi del Troyes al City Football Group
Testa ad Abu Dhabi e cuore a Manchester (sponda City), il gruppo ha collezionato proprietà calcistiche in giro per il globo, acquisendo anche il Palermo. Ma la narrazione della formula vincente ha cominciato a trovare le sue confutazioni. E ancora una volta le contestazioni sono giunte dalla Francia. A maggio 2024 i tifosi del Troyes, club annesso alla multiproprietà emiratina, hanno fortemente contestato il Cfg in occasione della gara casalinga contro il Valenciennes, che ne decretava la quasi retrocessione. In quella circostanza, dalla curva, è partita una sequenza di fumogeni che ha costretto l’arbitro a sospendere la partita.
L’allenatore del Manchester City Pep Guardiola (foto Ansa).
Un’altra battuta d’arresto è giunta dalla filiale indiana, il Mumbai City. Il mancato sviluppo della Indian Super League ha costretto il Cfg a ritirare l’investimento. Nessuno è infallibile. Se poi evitasse di provarci, sarebbe anche meglio.
Il progetto di 777 Partners e il crollo un pezzo dopo l’altro
Anche in Italia abbiamo sperimentato le multiproprietà internazionali. Con risultati anche poco commendevoli, come nel caso del 777 Partners, ex proprietario del Genoa. Il fondo d’investimento con sede a Miami aveva creato un portafoglio di club che comprendeva Hertha Berlino, Standard Liegi, Botafogo e Red Star Paris, oltre a fare un tentativo di scalata al Siviglia. I signori di 777 avevano provato il colpaccio puntando l’Everton in Premier League. Ma già il progetto si sfaldava un pezzo dopo l’altro, man mano che dagli Usa si sommavano le notizie sulle disavventure finanziarie del gruppo.
L’ex proprietà del Genoa 777 partners con Alberto Zangrillo, che era presidente del club, nel 2021 (foto Ansa).
Ancora una volta, sul versante francese non è stato necessario attendere i mala tempora per prendere posizione contro la multiproprietà. I tifosi del Red Star, squadra di fortissima cultura operaia, hanno contestato immediatamente il passaggio del loro club sotto il controllo di un soggetto che vedevano interessato a fare nient’altro che speculazione. Avevano visto lunghissimo. Pensa te, questi francesi.
Multiproprietà all’italiana, gli esempi caserecci di Lotito e De Laurentiis
Sono numerosi altri i casi di multiproprietà in giro per il mondo del calcio. In Italia abbiamo avuto delle versioni caserecce, abbastanza tristi. C’è stato il caso di Claudio Lotito, patron sia della Lazio sia della Salernitana. E ricordiamo tutti l’imbarazzo di quella stagione in cui entrambe si ritrovarono in Serie A, prima che il club granata venisse venduto. La storia si è ripetuta con Napoli e Bari, entrambe sotto il controllo della famiglia De Laurentiis. Risultato: il Napoli è decollato, il Bari è inchiodato in B e cara grazia che non sprofondi di sotto. I tifosi di Salernitana e Bari lo sanno bene cosa significhi essere “l’altra squadra” in un sistema di multiproprietà…
Aurelio De Laurentiis e Claudio Lotito in una foto del 2014 (Imagoeconomica).
Sta per tornare in Italia di Leonardo Bove, il 16enne rimasto gravemente ferito nell’incendio di Crans-Montana. Dopo giorni di attesa, l’assessore regionale al Welfare Guido Bertolaso ha annunciato che «abbiamo avuto l’ok dai medici svizzeri al trasferimento del ragazzo milanese ferito e le condizioni meteo ci offrono una finestra utile per il viaggio». Il giovane era ricoverato all’ospedale di Zurigo e non era stato finora possibile procedere al trasferimento né per le sue condizioni cliniche né per il maltempo che aveva impedito l’uso dell’elicottero. Con il miglioramento della situazione, il ponte aereo tra Italia e Svizzera è stato riattivato e «in questo momento l’elicottero di Areu della base di Bergamo, con l’equipe sanitaria a bordo, è partito per Zurigo», ha aggiunto Bertolaso, precisando che si attende «l’arrivo all’Ospedale Niguarda entro la serata».
La Nato sta rafforzando in modo significativo la cooperazione militare nell’Artico. Alla conferenza sulla sicurezza di Salen, in Svezia, il comandante supremo alleato Alexus Grynkewich ha dichiarato che «gli alleati stanno collaborando strettamente sulle questioni artiche» e che è stato deciso di «approfondire la nostra comprensione delle attività nell’Artico e incrementare le nostre attività ed esercitazioni nell’estremo nord», sottolineando che «la cooperazione militare in questa regione non è mai stata così forte». Il generale ha avvertito che «nell’estremo nord, navi russe e cinesi stanno conducendo sempre più pattugliamenti congiunti» e che la minaccia diventerà «sempre maggiore».
Grynkewich: «Navi cinesi non hanno scopi pacifici»
Grynkewich ha spiegato che l’Alleanza intende potenziare «le nostre capacità di intelligence, sorveglianza e ricognizione» e rafforzare infrastrutture, logistica e presenza militare nell’area, definita di «importanza strategica» e ormai «una prima linea nel quadro delle operazioni del Comando Alleato Nato». Ha inoltre denunciato che «rompighiaccio e navi da ricerca cinesi si trovano nelle acque artiche e la loro ricerca non ha scopi pacifici: serve per ottenere un vantaggio militare», mentre «la Russia continua a testare capacità avanzate nel Mare di Barents». Il generale ha anche ricordato che il Joint Force Command Norfolk ora coordina tutte le attività Nato nell’Artico.
Il ministro degli Esteri tedesco: «Sicurezza dell’Artico di grande importanza»
Sul tema è intervenuto anche il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul, che prima di un viaggio in Islanda e negli Stati Uniti ha scritto che «la sicurezza nell’Artico sta diventando sempre più importante» e che occorre discutere «di come possiamo assumerci al meglio questa responsabilità all’interno della Nato». Wadephul ha aggiunto che le valutazioni devono includere «gli interessi legittimi di tutti gli alleati della Nato, ma anche quelli degli abitanti della regione», compresa «la Groenlandia e la sua popolazione», ribadendo che «l’affidabilità è alla base della sicurezza, del commercio e degli investimenti» e confermando un incontro a New York con il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres.
Donald Trump torna a rivolgere minacce dirette a Cuba con un messaggio diffuso su Truth, a pochi giorni dalla cattura di Nicolás Maduro. Nel post, il presidente degli Stati Uniti sostiene che per anni l’isola avrebbe beneficiato di forniture di petrolio e risorse economiche provenienti dal Venezuela, offrendo in cambio «servizi di sicurezza» ai vertici di Caracas. Trump afferma però che questo schema sarebbe giunto al termine, scrivendo che «la maggior parte di quei cubani è morta nell’attacco degli Stati Uniti della scorsa settimana» e che «il Venezuela non ha più bisogno di protezione da parte di delinquenti ed estorsori che lo hanno tenuto in ostaggio per così tanti anni». Nel messaggio aggiunge anche che «Il Venezuela ora ha gli Stati Uniti d’America, il più potente esercito del mondo a proteggerlo, e lo proteggeremo», avvertendo che «non ci sarà né petrolio né denaro destinato a Cuba» e invitando l’Avana a trattare: «Suggerisco vivamente che facciano un accordo, prima che sia troppo tardi».
Il ministro degli Esteri cubano: «Mai ricevuti compensi per servizi di sicurezza forniti ad altri Paesi»
Alla presa di posizione di Trump ha risposto il governo cubano attraverso il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez. In una dichiarazione pubblica, il capo della diplomazia dell’Avana ha affermato che Cuba «non riceve, né ha mai ricevuto, compensi monetari o materiali per i servizi di sicurezza forniti ad alcun Paese» e che, «a differenza degli Usa», non ha «un governo che si dedica ad attività mercenarie, ricatti o coercizioni militari contro altri Stati». Rodríguez ha concluso sostenendo che «la legge e la giustizia sono dalla parte di Cuba» e accusando Washington di comportarsi come «un egemone criminale e incontrollato che minaccia la pace e la sicurezza, non solo a Cuba e in questo emisfero, ma in tutto il mondo».
All’apertura della riunione di gabinetto, Benyamin Netanyahu ha parlato di un possibile scenario futuro di cooperazione tra Israele e Iran. Intervenendo davanti ai ministri, ha affermato che «stiamo trasmettendo forza agli eroici e coraggiosi cittadini dell’Iran e, una volta caduto il regime, faremo del bene insieme a beneficio di entrambi i popoli», come riportato dal Times of Israel. Netanyahu ha aggiunto che «tutti speriamo che la nazione persiana venga presto liberata dal giogo della tirannia» e ha concluso sostenendo che «quando quel giorno arriverà, Israele e Iran torneranno a essere partner fedeli nella costruzione di un futuro di prosperità e pace».
Arrestato un collaboratore dell’ufficio di Netanyahu
Nelle stesse ore, la polizia israeliana ha reso noto l’arresto di un alto collaboratore dell’ufficio del primo ministro, sospettato di aver interferito con un’indagine in corso. Il nome non è stato ufficializzato, ma i media locali indicano in Tzachi Braverman, capo dello staff di Netanyahu e designato come prossimo ambasciatore nel Regno Unito, la persona fermata. L’arresto sarebbe collegato all’inchiesta sulla fuga di notizie durante la guerra a Gaza: l’ex collaboratore Eli Feldstein ha infatti sostenuto che Braverman avrebbe tentato di intralciare le indagini dopo la diffusione, nel settembre 2024, di un documento classificato dell’esercito israeliano al quotidiano tedesco Bild, episodio che portò all’arresto e all’incriminazione dello stesso Feldstein.
Il governo britannico sta avviando un confronto con diversi partner europei sull’ipotesi di una presenza militare congiunta in Groenlandia, con l’obiettivo di rafforzare la sicurezza nell’Artico e rispondere alle preoccupazioni espresse da Donald Trump. Secondo quanto riferisce il Telegraph, negli ultimi giorni rappresentanti di Downing Street hanno avuto colloqui con funzionari di altri Paesi, tra cui Francia e Germania. Le ipotesi allo studio, ancora preliminari, includono il possibile dispiegamento di militari, unità navali e velivoli del Regno Unito per contribuire alla difesa dell’isola.
Donald Trump (Ansa).
Una fonte citata dal Telegraph ha spiegato che «Condividiamo il punto di vista del presidente Trump: la crescente aggressività della Russia nell’estremo nord deve essere scoraggiata e la sicurezza euro-atlantica rafforzata». La stessa fonte ha aggiunto che «le discussioni della Nato sul rafforzamento della sicurezza nella regione continuano e non vorremmo mai anticiparle, ma il Regno Unito sta collaborando con gli alleati per promuovere gli sforzi volti a rafforzare la deterrenza e la difesa nell’Artico. Il Regno Unito continuerà a collaborare, come ha sempre fatto, alle operazioni di interesse nazionale, proteggendo i cittadini nel proprio Paese».
A poche ore dalla strage di Crans-Montana, i titolari del Constellation, Jacques e Jessica Moretti, sono stati ascoltati dagli investigatori. Durante l’interrogatorio sono emersi diversi aspetti critici: la porta di servizio «era bloccata dall’interno», il soffitto era rivestito con schiuma isolante e infiammabile, il personale «non era formato» per affrontare emergenze e sull’uso di candele nel seminterrato hanno ammesso che «non era la prima volta». A seguito dell’incendio che è costato la vita a 40 persone, lui è finito in carcere, lei ai domiciliari.
Jacques Moretti (Ansa).
La ricostruzione dei momenti immediatamente precedenti al rogo è stata riferita da BfmTv. Dopo la mezzanotte del 31 dicembre il locale era affollato, tra musica, brindisi e camerieri che, sollevati dai colleghi, portavano bottiglie di champagne tra i clienti. Jessica racconta di aver notato improvvisamente «una luce arancione verso l’angolo del bar»: le candele accese sulle bottiglie avrebbero raggiunto il soffitto, innescando le fiamme. «Ho urlato: tutti fuori! Sono uscita dall’ingresso principale, salendo le scale, per dire alla guardia giurata di far uscire tutti. Ho chiamato il 118. Era l’1.28». Subito dopo contatta il marito, che si trovava in un altro pub: «Gli ho detto: c’è un incendio, venite subito! Ero nel panico, la chiamata è durata 11 secondi».
Il locale ristrutturato «dalla A alla Z» e l’utilizzo delle candele
Jacques arriva poco dopo e tenta di entrare, ma «era impossibile, troppo fumo». Si dirige allora verso l’uscita posteriore, al piano terra, trovandola «chiusa e bloccata dall’interno con un chiavistello», una situazione che sostiene non si verificasse mai. «L’abbiamo forzata e ha ceduto in pochi secondi». All’interno vede persone a terra, «tra loro la mia figliastra. Le abbiamo tirate fuori» per prestare i primi soccorsi. Chiede poi alla moglie, ferita a un braccio, di allontanarsi: «Le ho detto di non restare ad assistere a questa tragedia. Volevo proteggerla». Jessica conferma: «Ero nel panico, stordita, il mio corpo stava cedendo». Sul locale, Jacques afferma che era «ristrutturato dalla A alla Z», compreso il soffitto, e che in dieci anni «i vigili del fuoco hanno effettuato due o tre ispezioni» senza «alcuna richiesta di modifica». Ammette però l’assenza di un sistema antincendio e, alla domanda sulla preparazione dello staff, risponde: «No». Sull’uso delle candele precisa che non erano una consuetudine fissa: «Non era una cosa che facevamo sistematicamente. Non ho mai impedito di farlo, ma non li ho nemmeno mai obbligati».
Si allunga ancora l’attesa di Lorenzo Musetti per tornare a vincere un torneo Atp: la finale di Hong Kong si è chiusa con la settima sconfitta consecutiva in un atto conclusivo, una serie iniziata dopo il successo ottenuto il 23 ottobre 2022 contro Matteo Berrettini a Napoli, che resta l’ultimo titolo in carriera nel circuito maggiore. Nel torneo Atp 250 asiatico l’attuale numero 5 al mondo si è arreso ad Aleksandr Bublik, condizionato anche da un problema al braccio destro che ne ha limitato il rendimento: il kazako ha chiuso la finale 7-6, 6-3 dopo aver avuto tre match point. Per Bublik si tratta del nono titolo della carriera, un successo che gli vale anche l’ingresso per la prima volta tra i primi dieci del ranking mondiale, con il sorpasso sull’infortunato Jack Draper e il nuovo best ranking da numero 10 a partire da lunedì.
Il bilancio delle vittime delle proteste in Iran ha registrato un’impennata nel giro di poche ore. Secondo l’ultimo aggiornamento fornito dalla ong statunitense Human Rights Activists News Agency, rilanciato da Sky News, i morti sono saliti da 65 ad almeno 116. Tra le persone uccise figurano anche sette minorenni. L’organizzazione riferisce che la maggior parte delle vittime sarebbe stata colpita con munizioni vere o con armi che sparano pallini, spesso da distanza ravvicinata. Sempre secondo l’Hrana, 37 dei deceduti apparterrebbero alle forze armate o ai servizi di sicurezza, tra le vittime ci sarebbe anche un pubblico ministero. Il numero degli arresti avrebbe raggiunto quota 2.638.
Il capo della polizia iraniana: «Il livello degli scontri è aumentato»
Intanto da Teheran è arrivato un messaggio diretto a Washington. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, intervenendo davanti ai deputati, ha avvertito che «qualsiasi attacco statunitense porterebbe Teheran a reagire contro Israele e le basi militari statunitensi» nella regione, che ha definito «obiettivi legittimi». Intanto, il comandante in capo della polizia nazionale iraniana, Sardar Radan, ha fatto sapere che «il livello di scontro con i rivoltosi è aumentato», rivendicando quelli che ha descritto come «arresti importanti» e precisando che «i principali elementi dei disordini di ieri sera sono stati arrestati», come riportato da Sky News.
Overkitchen. È un anglicismo sgangherato, ma perfetto per definire “l’oltre cucina” nel quale siamo sempre più immersi. Per mano di un esercito di gastronomi, dietologi, spadellatori di lungo corso, chef stellati e rezdore tiktoker. Oggi la dimensione materiale ed educativa degli atti e delle pratiche alimentari è stata oscurata. Il cibo è infatti assediato da un lato dalla “società del troppo” e dall’altro dalla “società della super individualizzazione” che chiede che tutto sia speciale, unico, eccezionale. Super buono, super gourmet, super ricercato. La solenne semplicità di un uovo fritto alla perfezione (che per La grande cucina del mitico Luigi Carnacina era una delle cose più difficili) è irrimediabilmente persa. Menù e nomi dei piatti ricordano i titoli dei film di Lina Wertmüller, con tocchi di esotismo che risultano spesso così ridicoli da venire presi sul serio. Da questo punto di vista, il trio cuciniere di Masterchef composto da Giorgio Locatelli, Bruno Barbieri e Antonino Cannavacciuolo è la perfetta espressione di quest’ambivalenza.
Gli psicologi lo chiamano food noise, il rumore del cibo
Non ci si rende più conto che il cibo praticato con gusto e giudizio è oggi eccezione piuttosto che la norma. Il volume di chiacchiere gastronomiche ha raggiunto punte di saturazione tali – food noise, il rumore del cibo, secondo gli psicologi americani – da far sviluppare maniacali forme di rifiuto e resistenza maniacali. Bulimia e anoressia (sono 3 milioni gli italiani che ne soffrono), attenzione esasperata alla naturalità degli alimenti consumati, pensiero fisso su cosa si è mangiato e si mangerà sono il lato oscuro dell’attrazione fatale per il cibo. Che da sempre è consolatorio e ideale per placare insicurezze e disagio. Nel contempo che è un perfetto sostitutivo di altri piaceri materiali.
Foodporn e Youporn, un “guardonismo” comune
È per esempio innegabile la relazione tra cibo e sesso e che la gola, soprattutto in società vecchie come l’Italia e l’intero Occidente, sublimi quei piaceri carnali sempre più preclusi a sessualità declinanti per ragioni anagrafiche. Ma c’è anche un tema di prepotente ritorno della pornografia. Foodporn e Youporn sono più prossimi di quanto si pensi, tenuti assieme da un “guardonismo” che ha negli Instagram creator i promotori dello spadellamento di massa e in Onlyfans il luogo eletto degli erotomani casalinghi. Qui segnaleremo che Milano risulta la prima città in Europa e la terza al mondo, dopo Atlanta e Orlando, per spesa pro-capite sulla piattaforma che ha rivoluzionato il mercato dell’hard online.
Ormai siamo sempre più immersi dentro “l’oltre cucina” (foto Unsplash).
Street food e non solo: si mangia e beve a tutte le ore
«La cucina di una società è il linguaggio nel quale essa traduce inconsciamente la sua struttura», ha scritto Claude Lévi-Strauss. Una relazione che attualmente si rivela in tre fenomeni principali. Punto primo: la Gastromania (che è il titolo di un bel saggio di qualche anno fa del semiologo Gianfranco Marrone), è anche gastro-anomia, ossia venire meno delle norme che hanno a lungo governato il sistema alimentare. La scansione tradizionale (colazione, pranzo e cena) è saltata da tempo. Ora si mangia e beve a tutte le ore: sono soprattutto i turisti a farlo per strada e in movimento. Lo chiamano street food, ma in realtà è la civiltà della tavola che prende congedo.
Viene modificata anche la natura dei luoghi conviviali
Pure qui si scorge una relazione fra overtourism e overkitchen. Ibridi come le apericene, i brunch e gli “spuntini” moltiplicano i momenti di assunzione del cibo e modificano la natura dei luoghi conviviali (caffè, bar e ristoranti), anch’essi mutanti a seconda delle ore e del tempo. Locali post-it o transformer sono perfetti per città che non dormono più e devono essere in grado di proporre ogni tipo di food&drink in qualsiasi momento della giornata. È il movimento e il momento di “gola continua”.
Il food&beverage ha conquistato il primato nella comunicazione digitale
La seconda questione patologica dell’overkitchen è che il mangiare con gli occhi incrementa sensibilmente il mangiare materiale. È una fame da società opulenta, sfiziosa, compulsiva e alimentata dal flusso potente della pubblicità (nel 2025 il food&beverage ha conquistato il primato nella comunicazione digitale, più di automotive e moda), che finisce inevitabilmente per far lievitare i consumi. Facendo emergere l’obesità come uno dei principali problemi sanitari dell’Occidente sviluppato.
Ibridi come le apericene, i brunch e gli “spuntini” moltiplicano i momenti di assunzione del cibo (foto Unsplash).
Cresce il fenomeno dell’obesità, persino negli animali
Gli Usa sono il Paese più obeso al mondo (più di un adulto su tre, il 35 per cento nel 2024), con un’aspettativa media di vita più bassa fra gli Stati dell’area Osce. Ma colpisce, fra tante assurdità dietetiche e “scoperte” di cibi miracolosi e salva-vita, che il crescente sovrappeso della popolazione europea e italiana (rispettivamente il 59 per cento e il 46 per cento nel 2022) si accompagni a quella degli animali di casa. In Inghilterra, l’unico Paese che ha elaborato dati specifici, il 43 per cento dei gatti e il 50 per cento dei cani risultano obesi.
I danni del cibo ultraprocessato, soprattutto nelle fasce più povere
La situazione è preoccupante dal punto di vista sanitario, comprendendo anche i danni del cibo ultraprocessato che appartiene alla dieta di molti italiani, soprattutto le fasce più povere, economicamente ma forse più culturalmente. Come però accade spesso in Italia, per riprendere Ennio Flaiano, la situazione è drammatica, ma non è seria. E il troppo parlare di cibo inevitabilmente si trasforma in straparlare. In discorsi farlocchi, un po’ veri e un po’ falsi, in news pubblicitarie che fanno presa su un pubblico che pensa male come mangia.
Ci mancava solo il riconoscimento dell’Unesco
Si pensi per esempio al recente riconoscimento dell’Unesco alla cucina italiana come patrimonio dell’umanità. Si sono sprecati infatti proclami trionfali: siamo i migliori al mondo, hanno postato sui social la premier Giorgia Meloni e il ministro della Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida, con Coldiretti, ristoratori, Porta a porta e giornali specializzati a fare eco e coro. Il problema però è che pochi (fra questi Pagella politica, giornale specializzato in fact-checking) hanno evidenziato che l’Unesco non ha affatto detto che la cucina italiana è la migliore al mondo, bensì che il nostro cibo è un «patrimonio immateriale dell’umanità» e come tale da valorizzare e salvaguardare. Ciò che è unico e distintivo è il nostro sistema culturale (varietà e tipicità, tradizioni, cucine casalinghe, biodiversità e naturalità dell’alimentazione). Chef stellati, sistema agrindustriale ed eccellenza del made in Italy qui c’entrano poco.
Sui social è un’invasione di content creator sul cibo (foto Unsplash).
Parlare di cucina per esorcizzare la cattiva realtà che ci circonda
Dopo di che si deve ricordare che se la cucina italiana è la prima a essere riconosciuta «come sistema culturale», in passato numerosi sono stati i riconoscimenti culinari Unesco: nel 2010 il Pasto alla francese, la cucina messicana e la dieta mediterranea. Evidentemente tutto fa brodo (primati veri e presunti, ristoranti dell’anno e osterie di giornata). Soprattutto in tempi di magra come quelli attuali, dove parlare di cucina e di cibo è il modo migliore, divertente e poco impegnativo, per esorcizzare la cattiva realtà che ci circonda. Mangia che ti passa la paura. Qui e ora però il cibo conviviale c’entra poco.
È stato rilasciato l’attore Can Yaman, che era stato arrestato nella notte tra il 9 e il 10 gennaio durante un’operazione antidroga in alcuni locali di Istanbul, nell’ambito di un’indagine sul traffico e consumo di sostanze stupefacenti. I media locali riportano che l’attore turco, molto popolare in Italia, è stato rilasciato dopo avere fornito la sua testimonianza agli inquirenti.
La Francia ha votato contro la decisione dell’Unione europea, ma l’accordo col Mercosur è passato e verrà siglato il 17 gennaio in Paraguay. L’intesa raggiunta da Bruxelles ha scatenato (ancora) le forti proteste degli agricoltori, che hanno portato i loro trattori fin sotto la Tour Eiffel. Ma anche in parlamento a Parigi, sia dalla sinistra che dalla destra: La France Insoumise e il Rassemblement National hanno infatti depositato due mozioni di censura contro il primo ministro Sebastien Lecornu, che saranno esaminate tra il 13 e il 14 gennaio. A un anno dalle Presidenziali l’ipotesi di una caduta del governo appare improbabile, ma – scrive Le Monde – il premier (in concerto col presidente Emmanuel Macron) ha ufficialmente incaricato Laurent Nuñez, ministro dell’Interno, di valutare la fattibilità di elezioni legislative anticipate, per il 15 e 22 marzo, in contemporanea con le Amministrative.
Jacques Moretti, proprietario del Constellation, avrebbe ammesso di fronte agli inquirenti che la porta di emergenza situata nel seminterrato del locale di Crans-Montana era bloccata dall’interno. Lo riferisce la televisione svizzera Rts. Moretti, che è stato arrestato, avrebbe anche affermato di aver sbloccato lui stesso la porta dall’esterno, una volta giunto sul posto, trovando diversi corpi senza vita ammucchiati. Inoltre avrebbe anche dichiarato di aver sostituito lui stesso la schiuma fonoassorbente che ha preso fuoco, innescando il rogo in cui sono morti 40 ragazzi. Moretti è al momento accusato con la moglie Jessica Maric (ai domiciliari con braccialetto elettronico), di omicidio colposo, incendio colposo e lesioni personali colpose. Ma adesso si potrebbe configurare la contestazione del reato di omicidio per dolo eventuale.
La vicesindaca di Crans-Montana chiede scusa per i mancati controlli
Bonvin Clivaz, vicesindaca di Crans-Montana, in una intervista rilasciata sempre a Rts, ha chiesto scusa alle famiglie delle vittime e dei feriti. Questo dopo le polemiche suscitate dal primo cittadino Nicolas Féraud, che non lo aveva fatto nella conferenza stampa all’indomani della tragedia. «Non ci sono scuse per non aver chiesto scusa. Sui controlli c’è stata una mancanza, non li abbiamo fatti e ammettiamo di non averli fatti e ci prendiamo la responsabilità per questa mancanza ma sarà l’inchiesta a dirlo, adesso non abbiamo ancora le vere risposte». Clivaz ha però allontanato le ipotesi di dimissioni da parte dell’attuale amministrazione di Crans-Montana.
Non si placano le proteste di piazza in Iran, dove è salito ad almeno 65 morti il bilancio delle vittime tra i manifestanti e le persone arrestate sono più di 2.300. La rivolta popolare, giunta al 14esimo giorno, preoccupa a tal punto il regime di Teheran da aver portato l’ayatollah Ali Khamenei a porre il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica in uno stato di allerta più elevato rispetto a quello in cui si trovava a giugno del 2025, durante la guerra con Israele. Lo hanno detto al Telegraph alcuni funzionari di Teheran, spiegando che «Khamenei è in stretto contatto più con le Guardie della Rivoluzione che con l’esercito o la polizia, perché ritiene che il rischio di defezioni tra i pasdaran sia pressoché inesistente, mentre altri lo hanno fatto in passato».
BREAKING: Iranian protesters set fire to the Al-Rasool Mosque in Tehran.
Iranians are completely done with the Islamic regime.
Il Procuratore generale: «Tutti i manifestanti rischiano la pena di morte»
Nell’Iran senza Internet, il regime ormai spara a vista sui manifestanti: secondo la Bbc gli ospedali di Teheran e Shiraz sono al collasso, con centinaia di pazienti feriti alla testa e agli occhi dalle forze dell’ordine. E c’è chi parla di oltre 200 morti, circa il triplo di quanto stimato dalle ong. La televisione di Stato, però, manda in onda solo immagini di palazzi e moschee distrutti da «rivoltosi e criminali». Tutti i manifestanti alle proteste che dilagano in Iran saranno accusati di essere “nemici di Dio” (“mohareb”), reato punibile con la pena di morte: lo ha dichiarato il procuratore generale del Paese, Mohammad Movahedi Azad.
Nonostante il titolo alluda al più celebre Concerto per violino e archi di Antonio Vivaldi, in Primavera, il primo film di fiction della stella internazionale della regia operistica Damiano Michieletto, la musica del “prete rosso” è secondaria. Anzi, minimale. D’altra parte, contrariamente a quanto si è spesso lasciato intendere in una vasta campagna promozionale sui giornali, il musicista veneziano (cui Michele Riondino dà volto e asciutta ma efficace caratterizzazione) non è il personaggio principale di una storia che pure ha un epicentro vivaldiano, il celebre Ospedale della Pietà, una delle quattro istituzioni assistenziali in cui per secoli la Serenissima Repubblica si assumeva la protezione, la cura e per vari aspetti l’educazione, specialmente musicale, delle fanciulle abbandonate, le cosiddette “putte”.
Cecilia, “putta” ribelle che afferma la sua libertà
La protagonista è Cecilia (una magnifica Tecla Insolia): non solo una musicista brillante, una potenziale virtuosa del violino stimolata nelle sue capacità dal discusso maestro – Vivaldi, appunto – che viene assegnato a lei come a tutte le sue consorelle, ma soprattutto uno spirito libero e tormentato. Di notte scrive lunghe e amare lettere alla madre che non ha mai conosciuto e che l’ha abbandonata, di giorno afferma il suo talento musicale. In nome di questo, è disposta a rinunciare a una vita “normale”, come sposa del sordido nobile veneziano che l’ha prescelta. L’unico modo di affermare la sua libertà è rinunciare all’illibatezza, il solo “patrimonio” suo e delle sue compagne di orfanotrofio, condizione necessaria – dietro certificazione del “cerusico” – per poter uscire dall’Ospedale della Pietà ed entrare attraverso nozze combinate nella buona società veneziana. Una rinuncia lucida e freddamente perseguita, della quale il garzone del verduraio è protagonista inconsapevole e subito dopo “cancellato”. Reso impossibile il matrimonio, diventata impossibile la carriera come violinista per la spietata vendetta del possibile sposo respinto (uno Stefano Accorsi di convincente odiosità), che crudelmente le spezza il polso sinistro. Cecilia sceglie comunque di andarsene, padrona della sua vita e libera nelle sue scelte. La spinge una concezione della condizione femminile di condivisibile modernità, ma molto lontana da quella reale nella Venezia del 1716 (è l’anno in cui si svolge la vicenda, liberamente tratta da Stabat Mater, il romanzo di Tiziano Scarpa vincitore del Premio Strega 2009). Allora, una “putta” fuggita dalla Pietà non avrebbe avuto alcuna prospettiva. E una sua “primavera” esistenziale sarebbe rimasta una speranza.
Si riconosce la cifra registica di Michieletto
Emerge in questo taglio interpretativo una delle cifre fondamentali delle regie di Michieletto, noto per le sue controverse attualizzazioni di qualsiasi titolo operistico spesso in effetti di notevole efficacia (c’è già curiosità fra i melomani per il verdiano Otello, che firmerà alla Scala il prossimo 7 dicembre). In questo caso, l’idea che ci parla anche oggi passa – come negli allestimenti operistici di questo regista non accade praticamente mai – attraverso una ricostruzione d’epoca piuttosto accurata negli scenari, nei costumi, in una Venezia monumentale e popolare insieme, brulicante di gente quando serve, spesso miracolosamente e fascinosamente deserta nelle sue vie d’acqua.
Damiano Michieletto (Ansa).
Disinvolture storiche e imprecisioni di lessico musicale
Il tutto si dipana con una certa disinvoltura rispetto al rigore storico per quanto riguarda la cronologia vivaldiana. Non mancano imprecisioni di lessico musicale (Vivaldi parla di una sua nuova Sonata – pochi strumenti – ma l’esecuzione fa capire che ha scritto un Concerto – orchestra d’archi e violino solista), così come emerge qualche soluzione narrativa che certamente giova al cine-racconto ma appartiene interamente alla fiction. Ad esempio, pare che non risulti dai documenti che le “putte” – sia pure mascherate – siano mai andate a suonare fuori dalla chiesa della Pietà, la loro sala da concerto famosa in tutta Europa, un luogo che permetteva loro di esibirsi senza possibilità alcuna di riconoscimento. Nel film ciò avviene in un’occasione di rappresentanza, la visita, peraltro postdatata di circa un decennio rispetto al suo effettivo svolgimento, del re di Danimarca (che letteralmente smaschera Cecilia per scoprire chi suoni così bene il violino) e durante una sorta di gita fuori Venezia, forse in qualche isola della Laguna. Sempre sotto lo sguardo benevolo e non disinteressato dell’imparruccatissimo Governatore dell’Ospedale, uno stereotipato e caricaturale Andrea Pennacchi, altrove – in scena e sul piccolo schermo – ben altrimenti persuasivo. Infine, singolare la totale rinuncia ad almeno qualche parola in veneziano, dentro a un film che a rigore avrebbe potuto essere recitato quasi interamente nella lingua ufficiale della Serenissima, che di lì a poco Carlo Goldoni avrebbe portato ad altezza letteraria. Forse la prestigiosa e potente produzione/distribuzione internazionale (Warner Bros.) ha sconsigliato la soluzione filologica anche se localistica, che peraltro avrebbe richiesto ampio uso di sottotitolazione.
Andrea Pennacchi in Primavera.
La musica di Vivaldi è appena accennata
Quanto alla musica, la frammentaria e assai ridotta presenza di composizioni vivaldiane certifica la sostanziale subalternità del compositore nel film. Solo il luminoso e timbricamente ricchissimo attacco del Sacrum Militare Oratorium Juditha Triumphans (la cui prima esecuzione alla Pietà viene brevemente ma fastosamente ricostruita) ha una funzione nella narrazione, sottolineando la svolta esistenziale di Cecilia; il frammento del primo movimento della Primavera, con il suo tema celeberrimo, sembra quasi un contentino, sia pure simbolico, un attimo prima dei titoli di coda.
Altre briciole stuzzicano l’appetito musicale ma sono ben lontane dal soddisfarlo. Per il resto, predomina la colonna sonora firmata dal 41enne compositore umbro Fabio Massimo Capogrosso, già collaboratore di Marco Bellocchio nella serie Esterno notte sul caso Moro. Le sue composizioni delineano un’allusività di impronta minimalista, nella quale il linguaggio del “prete rosso” è evocato più che citato, sottoposto a metamorfosi motiviche e timbriche in un gioco piuttosto distaccato, spesso algido rispetto all’energia coinvolgente e alla poesia di Vivaldi.
Insomma, inutile illudersi. Difficilmente Primavera, pur accolto favorevolmente durante le feste (fra il quinto e l’ottavo posto in un botteghino dominato da Zalone, un milione e mezzo di euro l’incasso, oltre 200 mila gli spettatori), avrà qualche ruolo nella soluzione del problema che attanaglia la musica classica, la sua progressiva riduzione alla marginalità in quel che resta del discorso culturale.
Grande inizio di anno per Lorenzo Musetti, che a Hong Kong in un colpo solo raggiunge la finale del Bank of China Tennis Open e diventa numero 5 al mondo. L’azzurro si è imposto nella semifinale dell’Atp 250 sul russo Andrey Rublev in rimonta e in tre set con il punteggio di 6-7 (3), 7-5, 6-4, in 2 ore e 45 minuti di gioco: all’ultimo atto del torneo affronterà il vincente tra Marcos Giron e Aleksandr Bublik. La finale è in programma domenica 11 gennaio: nello stesso giorno Musetti giocherà anche la finale in doppio insieme a Lorenzo Sonego.
Musetti batte Rublev in rimonta per 6-7, 7-5, 6-4 raggiungendo la finale a Hong Kong e conquista per la prima volta la top cinque del ranking ATP pic.twitter.com/TRXq5iQDWS
Musetti, certo di scavalcare con 4.105 punti Alex De Minaur (fermo a 4.080) dopo l’eliminazione dell’Australia in United Cup, sarà il terzo azzurro capace di entrare in top 5 nell’era del ranking computerizzato – iniziata nel 1973 – dopo Adriano Panatta e Jannik Sinner. Da lunedì, dunque, l’Italia avrà per la prima volta due giocatori tra i primi cinque del mondo.
L’attore turco Can Yaman, popolarissimo in Italia per aver interpretato il ruolo di protagonista in alcune serie tivù di successo e nuovo volto di Sandokan, è stato arrestato in Turchia nell’ambito di un’inchiesta sul traffico e il consumo di sostanze stupefacenti. Il fermo è avvenuto a Istanbul, nell’ambito di blitz che nella notte tra il 9 e il 10 gennaio hanno colpito nove night club della metropoli affacciata sul Bosforo: assieme a Yaman sono state fermate altre sei persone, tra cui la collega attrice Selen Görgüzel, alcuni pusher e un gestore di un locale. L’operazione di polizia sta andando avanti da diverse settimane e ha già portato all’arresto di oltre 20 personaggi noti in Turchia.
La Nasa, che sta lavorando assieme a SpaceX per consentire ai membri della missione Crew-11 di lasciare la Stazione Spaziale Internazionale e tornare in anticipo sulla Terra a causa di un problema medico riguardante un astronauta, ha reso noto che «l’obiettivo è di sganciare l’equipaggio dalla ISS non prima delle 17 (le 22 italiane, ndr) del 14 gennaio, mentre l’ammaraggio al largo della California è previsto per l’inizio del 15 gennaio, a seconda delle condizioni meteorologiche e di recupero».
.@NASA and @SpaceX target undocking Crew-11 from the International Space Station no earlier than 5pm ET on Jan. 14, with splashdown off California targeted for early Jan. 15 depending on weather and recovery conditions. https://t.co/Y89iIj3jEY
Chi sono i quattro astronauti della missione SpaceX Crew-11
La Nasa ha annunciato la decisione di riportare sulla Terra la missione SpaceX Crew-11 prima del previsto l’8 gennaio, senza rendere noto per motivi di privacy il nome dell’astronauta che ha avuto il problema di salute, né la sua natura, ma limitandosi a spiegare che «le sue condizioni sono stabili». L’equipaggio è composto dagli astronauti della Nasa Zena Cardman e Mike Fincke, da quello della Jaxa (Japan Aerospace Exploration Agency) Kimiya Yui e da quello di Roscosmos (l’agenzia spaziale russa) Oleg Platonov.