Tagli, privatizzazione, business: la lunga agonia della sanità pubblica
Stanno uccidendo il Servizio Sanitario Nazionale (SSN). O forse è già stato ucciso. Delitto quasi perfetto. Ma nessuno è innocente. È la sintesi estrema del pamphlet di Piersergio Serventi, Sanità vendesi. Perché è successo (Silva editrice). L’autore ha titoli e pratica (una vita nella sanità ministeriale, poi della Regione Emilia-Romagna e come direttore generale dell’Asl di Piacenza) per scrivere la storia di un sistema che ha rappresentato al meglio a livello internazionale l’idea universalistica di salute pubblica. Ma che ora se la sta passando molto male. In balia delle contrapposte retoriche sinistra-destra che si palleggiano la responsabilità di avere definanziato il SSN, aumentate le code per accedere ai servizi e favorito la privatizzazione.
L’inizio del processo di aziendalizzazione del SSN
Per stare all’essenziale, i punti fondamentali sono tre. Il SSN è stato istituito nel 1978, principio guida universalità e gratuità dell’assistenza sanitaria e superamento delle mutue private. È stato “corretto” ponendo limiti alla spesa nel 1992, quando con il governo Amato l’Italia rischiò il default. Fu riformato nel 1999, ministro della Sanità Rosy Bindi, e le USL (Unità sanitarie locali) divennero ASL (aziende sanitarie locali). Da quel momento, c’era il governo Prodi, è partito il processo di aziendalizzazione che ha aperto le porte alla privatizzazione della sanità. I 27 anni trascorsi da allora hanno via via consolidato questa tendenza e sancito il passaggio della salute da diritto a bene. Non più garantito dalla Costituzione, ma in quanto bisogno, sia pure importante, dipendente dalle personali possibilità economiche. Se sei ricco ti curi, se sei povero prega e spera di stare bene. Al presente, la realtà ci dice che nel 2024, 5,8 milioni di italiani hanno rinunciato a curarsi; che i tempi medi di attesa per visite specialistiche sono di sei mesi con punte di 12 per esami diagnostici; che solo 13 Regioni rispettano i livelli essenziali di assistenza (LEA), cioè le prestazioni che ogni cittadino italiano ha diritto di ricevere dallo Stato.

Con l’invecchiamento cresce il bisogno di servizi assistenziali
Il secondo punto rilevante è che tutti mentono sapendo di mentire. I dati parlano e le situazioni critiche al pari dei correttivi indispensabili sono più che evidenti. Noti da tempo. Però di fatto si procede col pilota automatico. Si sa, ma si finge di non sapere, si glissa, si sposta il discorso, anziché affrontare argomenti seri la si butta in polemica politica. Cambiano i governi ma la musica è la stessa. Un disco rotto. «Italiani in fuga dal Servizio sanitario… ticket stellari e attese troppo lunghe spingono verso le strutture private»: sembra oggi ma è il Corriere della Sera del 23 luglio 2014. Un anno fa il Cnel ha prodotto un documento redatto da 42 esperti in varie discipline medico-sanitarie nel quale, auspicando una profonda riforma del SSN e un coinvolgimento delle realtà locali, ha evidenziato tutte le criticità, soprattutto il progressivo invecchiamento della popolazione e dunque il bisogno crescente di servizi assistenziali più costosi in un contesto di risorse economiche calanti.

Il cronico deficit di risorse, investimenti e personale
Ovviamente, è il terzo punto, conciliare queste due tendenze non è possibile. Fare finta però che lo sia è pura ipocrisia o disonestà intellettuale. Più o meno come negare che tra spesa sanitaria e spesa per armamenti non ci sia, come invece c’è, una relazione inversamente proporzionale. Quando cresce una, tende a diminuire l’altra e viceversa. Il dato è provato e confermato a livello mondiale, eppure l’attuale governo lo nega risolutamente. Arduo pensare che il SSN recupererà nei prossimi anni l’attuale deficit di risorse, personale e investimenti strutturali in ospedali, residenze protette, case della salute. Ma è anche difficile da immaginare una mitigazione della burocrazia assurda che è stata creata introducendo modifiche non pensate all’interno di un disegno complessivo di riforma.

La sanità è un business che suscita appetiti finanziari e speculativi
Accade così, segnala Serventi, che in Romagna si siano accorpate tre Province e 74 Comuni con 1.125.000 assistiti e 16 mila dipendenti, con un bilancio di 2,5 miliardi. Mentre nella stessa Regione, a Imola, i Comuni sono sette, gli assistiti 133 mila, 1.900 i dipendenti e 316 milioni il valore della produzione. Ma simili situazioni si ripropongono in tanti altri territori nazionali. Certo è che il definanziamento del sistema sanitario va avanti da 30 anni e che il suo carattere universalistico e gratuito può essere mantenuto solo dalla fiscalità generale. Ovvero se tutti pagano le tasse. Cosa questa che raramente figura nei discorsi dei politici che affollano i talk show. Tuttavia questo sistema malato è stato in grado di mobilitare 137 miliardi di spesa pubblica nel 2024 e 48 di privata, mentre le famiglie hanno speso 16 miliardi per assistere anziani non autosufficienti, ai quali si aggiungono 9 miliardi di assegni di accompagnamento erogati dall’Inps. Un business che ovviamente suscita robusti appetiti finanziari e speculativi. Anzitutto perché è costante e in aumento la domanda di un bene primario e indispensabile come la salute, mentre la presenza pubblica cala. In secondo luogo perché la legge consente alle cliniche private di organizzarsi e concentrarsi sulle prestazioni a basso rischio, senza obblighi di avere reparti di urgenza ed emergenza che hanno costi molto alti. In terzo luogo perché la defiscalizzazione delle spese sanitarie e assicurative, per imprese e lavoratori, è un ulteriore fattore accelerante l’ingresso di nuovi investitori (fondi e gruppi assicurativi) sul mercato della salute.

La soluzione? Nazionalizzare le strutture convenzionate
Siamo alle solite: all’atavico vizio di privatizzare i profitti e socializzare le perdite. Ma come ribadisce Serventi le colpe sono tutte della mano pubblica, dei governi che si sono succeduti negli ultimi 30 anni, dei leader politici che si scaldano nei talk show, ma giusto quei 10 minuti che non spostano né risolvono alcun problema. Eppure una cosa giusta, anche solo una, i nostri governanti, potrebbero farla. Ad esempio raccogliere l’invito del microbiologo Andrea Crisanti, che è anche eurodeputato del Pd, a nazionalizzare le strutture private convenzionate. Non è più tollerabile, scrive, che «il 25 per cento del budget sanitario vada a strutture che scelgono di erogare solo le prestazioni più remunerative e che si vedono ogni anno riconfermare il budget di quello precedente». Senza gare d’affidamento, con adeguamenti automatici e quindi senza rischi d’impresa. Anche qui siamo dalle parti dei balneari. Ma la cosa più fantastica è che il futuro prossimo della sanità italiana sembra, incredibilmente, riportarci alla situazione precedente la costituzione del SSN. Quando c’erano le mutue private e come segnalava un’affermazione sarcastica degli Anni 60, quelli del film commedia Il medico della mutua con Alberto Sordi, «dalla mutua la salute non avrai, anche se la mutua pagherai». Siamo tutti avvertiti.
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