Nei mesi che hanno portato ai raid su Caracas e all’arresto di Nicolas Maduro, gli Stati Uniti di Donald Trump avevano assunto un atteggiamento molto aggressivo nei confronti del Venezuela, rispolverando dal cassetto la cosiddetta “dottrina Monroe”. Ecco di cosa si tratta.
I principi di politica estera enunciati da Monroe nel 1823
Con dottrina Monroe ci si riferisce ad alcuni principi di politica estera, enunciati appunti dal presidente Usa James Monroe davanti al Congresso il 2 dicembre 1823, in un contesto in cui molte colonie latinoamericanestavano ottenendo l’indipendenza dalle potenze europee. Monroe dichiarò che qualsiasi interferenza del Vecchio Continente nelle Americhe sarebbe stata considerata un atto ostile, impegnandosi allo stesso tempo, a non interferire nelle questioni politiche e nei conflitti europei. Presentata formalmente come una dottrina difensiva, diventò nel tempo uno strumento ideologico per giustificare l’ingerenza statunitense negli affari interni dell’America Latina.
La dottrina Monroe fu rafforzata da Roosevelt nel 1904
L’accezione della dottrina Monroe come un’affermazione dell’egemonia statunitense nel continente americano fu rafforzata e resa esplicita nel 1904 da Theodore Roosevelt e con l’omonimo corollario. «Stante la dottrina Monroe, comportamenti cronici sbagliati nel continente americano richiedono l’intervento di polizia internazionale da parte di una nazione civilizzata», disse il presidente statunitense: nel 1902 alcune potenze europee (su tutti Regno Unito e Germania) avevano minacciato un intervento armato in Venezuela. Gli Usa, insomma, non solo avevano il diritto di opporsi all’intervento europeo nel continente americano, ma anche il dovere di intervenire direttamente in America Latina nei Paesi ritenuti incapaci di garantire stabilità politica, ordine interno o il rispetto degli interessi economici internazionali. In questo quadro si sviluppò quella che venne definita “diplomazia delle cannoniere“, fondata sull’impiego esplicito della forza militare. Trump ha di fatto seguito la dottrina Monroe, presentato l’attacco a Caracas come un atto di difesa contro il regime di Maduro, che avrebbe tentato di destabilizzare gli Usa attraverso l’esportazione di droga e di criminali.
Nicolas Maduro è stato catturato dagli Stati Uniti nel corso di un’operazione militare in Venezuela e – come ha spiegato la procuratrice generale Usa Pam Bondi – verrà processato a New York assieme alla moglie, in quanto accusato di «associazione a delinquere finalizzata al narcoterrorismo, associazione a delinquere finalizzata all’importazione di cocaina, possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi e associazione a delinquere finalizzata al possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi contro gli Stati Uniti».
Maduro sarà processato negli Usa, come il dittatore panamense Noriega
Bondi ha scritto su X che Maduro e consorte «presto affronteranno la furia della giustizia americana sul suolo americano, nei tribunali americani». C’è chi ha azzardato un paragone con Manuel Noriega, dittatore panamense, rovesciato nel 1989 da un’invasione Usa e poi processato negli Stati Uniti, dove fu condannato a 40 anni di carcere per traffico di droga e violazione dei diritti umani. Noriega era un dittatore militare, mentre Maduro un leader eletto, per quanto ampiamente impopolare. Detto ciò, una condanna inflitta negli States pare inevitabile.
L’operazione in Venezuela potrebbe costare consensi a Trump
Trump presenterà l’operazione in Venezuela e la cattura di Maduro come una necessità nell’ambito della lotta al narcotraffico. Ma l’attacco su Caracas potrebbe rivelarsi un boomerang per il presidente Usa. Se la condanna da parte dei democratici è scontata (ed è già arrivata), quanto successo in Venezuela potrebbe costargli anche il gradimento di una certa parte dell’elettorato Maga, già indignato per il suo coinvolgimento nel caso-Epstein.
Cuba ora trema, ma crescono i timori anche in Colombia
Cuba ha assunto una posizione apertamente schierata al fianco di Maduro. D’altra parte, dal oltre due decenni Caracas e L’Avana hanno costruito un proficuo rapporto di scambio strutturale: petrolio in cambio di servizi, in particolare nei settori della sanità e dell’educazione. Lo stop al greggio venezuelano avrebbe un serio impatto sull’isola caraibica, che secondo molti sarà il prossimo obiettivo di Trump. Secondo diversi analisti saremmo di fronte a un revival della dottrina Monroe, che esprime l’idea della supremazia degli Stati Uniti nel continente americano. Nel frattempo crescono i timori anche in Colombia, che ha attivato un posto di comando unificato lungo il confine con il Venezuela.
Con la rimozione di Maduro il futuro del Venezuela è incerto
Con la rimozione di Maduro, la grave crisi economica che da tempo attanaglia il Venezuela – tra inflazione, carenza di beni e povertà – potrebbe alimentare proteste di massa e disordini, almeno in attesa di nuove elezioni. L’escalation potrebbe portare a una violenta repressione o persino a un tentativo di golpe da parte di settori delle forze armate, così come – si tratta dello scenario più estremo – a una guerra civile. L’obiettivo degli Stati Uniti è un cambio di regime, in modo da poter mettere le mani sulle abbondanti riserve di petrolio del Venezuela.
Nicolas Maduro, arrestato e portato fuori dal Venezuela, era stato accusato dagli Stati Uniti di essere a capo di un’organizzazione terroristica internazionale, dedita al traffico di droga. Dietro all’operazione militare Usa ci sarebbero in realtà le mire di Washington sul petrolio di Caracas, ma tant’è: sebbene con un pretesto, Maduro è stato rimosso. Ecco chi è quello che ormai si può considerare l’ex presidente del Venezuela.
Maduro è un ex autista della metropolitana e sindacalista
Maduro, nato il 23 novembre 1962 a Caracas, ricopriva la carica di presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela dal 19 aprile 2013 e già a interim dal 5 marzo dello stesso anno. Delfino di Hugo Chávez, Maduro è un ex sindacalista: da giovane aveva infatti lavorato come autista per la metropolitana della capitale del Venezuela e, tra i fondatori del Sindacato Metro de Caracas, era arrivato a essere membro del consiglio di amministrazione dell’azienda pubblica di trasporti di Caracas.
Nicolas Maduro (Ansa).
Delfino di Chavez, ha assunto la presidenza del Venezuela nel 2013
Passato al Movimento Quinta Repubblica (poi confluito nel Partito Socialista Unito del Venezuela), Maduro aveva partecipa alla campagna elettorale del 1998 che portò Chavez alla presidenza. Eletto all’Assemblea nazionale nel 2000 e riconfermato poi cinque anni dopo, dal 2006 al 2012 è stato ministro degli Esteri. Già indicato da Chávez – che era malato di cancro – come successore in caso di morte, a ottobre del 2012 Maduro fu nominato vicepresidente dell’esecutivo. Vinta di fatto la concorrenza di Diosdado Cabello, potente funzionario del Partito Socialista con legami con le forze armate, in precedenza considerato il principale candidato alla successione, alla morta di Chávez avvenuta il 5 marzo 2013 Maduro assunse la presidenza ad interim , fino alle nuove elezioni presidenziali tenutesi ad aprile.
Maduro negli anni ha represso nel sangue ogni forma di protesta
Dopo anni di cattiva gestione economica da parte di Chavez, che era carismatico e godeva dell’approvazione popolare, l’economia venezuelana è crollata sotto Maduro. A causa del crollo dei prezzi del petrolio, di cui il Venezuela è ricchissimo, le importazioni di cibo e medicinali sono diventate inaccessibili. La stampa di moneta ha causato iperinflazione, in un contesto di corruzione e sanzioni internazionali. Maduro, accusato di aver truccato le elezioni del 2018 e del 2024, ha risposto al malcontento reprimendo brutalmente ogni protesta di massa.
Nicolas Maduro (Ansa).
Nel 2020 è stato accusato dall’Onu di crimini contro l’umanità
Nel 2020 una commissione dell’Onu ha accusato Maduro di crimini contro l’umanità, chiedendone il processo alla Corte penale internazionale de L’Aia. Sempre nel 2020, il Dipartimento di Stato Usa ha offerto una taglia da 15 milioni di dollari per la sua cattura, cifra alzata a 25 milioni dall’amministrazione Biden nel 2025 e poi ancora a 50 milioni da Trump. Secondo Washington, Maduro è responsabile di narcoterrorismo, traffico di cocaina, uso di armi automatiche e di strumenti atti ad offendere relativo sempre all’attività di narcotraffico.
I numeri sono imponenti: l’economia Usa supera quelle degli altri Paesi del G7 messe insieme, ha un Pil di quasi 30 trilioni di dollari e un tasso di crescita, nel terzo trimestre del 2025, del 4,3 per cento. Forte di queste cifre, presentando i dati del periodo luglio-settembre, Donald Trump ha gongolato parecchio parlando di «nuova età dell’oro». Eppure sotto il cofano di questa macchina che macina numeri impressionanti qualcosa si è inceppato. È per questo che gli americani sono preoccupati: ai loro occhi The Donald non è l’artefice del nuovo rinascimento, ma una minaccia.
Donald Trump (Ansa).
Il balletto dei dazi ha distorto il mercato
La poderosa crescita del terzo trimestre 2025 nasconde infatti profondi squilibri. Per prima cosa, buona parte del boom è da imputare alla spesa militare. Gli utili complessivi delle imprese del settore sono aumentati di 166 miliardi di dollari, ma in generale gli investimenti in altri comparti sono diminuiti. Va poi considerato l’impatto dei dazi. Poco dopo l’insediamento di Trump alla Casa Bianca, le imprese hanno anticipato gli acquisti per evitare le nuove tariffe, creando da un lato un’impennata delle importazioni, dall’altro un aumento delle scorte. Entrati in vigore i dazi, le importazioni sono crollate mentre l’export è cresciuto. Questo tira e molla ha distorto i dati rendendo lo scenario più opaco. E così servono altri indicatori per capire davvero dove va l’economia americana targata Trump.
Le fasce medio-basse sono state schiacciate dall’inflazione
Partiamo dai consumi. Secondo i dati del dipartimento del Commercio, la crescita nel volume degli acquisti si concentra nella classe medio-alta che ha continuato a spendere in viaggi, attività ricreative, ristorazione e acquisti di beni non essenziali. In sostanza, ha scritto il New York Times, a sostenere i consumi è stato il 20 per cento più ricco della popolazione, che corrisponde a circa 60 milioni di abitanti. Non pochi, ma comunque una minoranza rispetto a coloro che hanno stretto la cinghia. In sostanza, hanno sottolineato gli analisti, la domanda dei consumatori mostra una tendenza a K con la barra in alto che rappresenta i consumi dei ricchi e quella in basso dei redditi più bassi. Come ha notato Axios è un divario che aumenta se si considera che le fasce più ricche beneficiano di un mercato azionario in crescita, mentre quelle medio-basse combattono con il carovita, schiacciate dall’inflazione e da una crescita dei salari al lumicino. Nonostante il picco del periodo post-pandemico, quando nel 2022 l’inflazione arrivò al 9 per cento, l’indice dei prezzi è rimasto stabile al +2,7 per cento. Se la corsa dell’inflazione è diminuita è perché i cittadini a basso reddito hanno ridotto i consumi, mentre i margini di profitto di produttori e importatori sono calati perché colpiti dai dazi. La promessa fatta da Trump in campagna elettorale (davanti a una tavola imbandita con uova e pancetta) di ridurre l’inflazione e i prezzi è stata così totalmente disattesa. Così si spiegano le sconfitte dei repubblicani dell’ultimo anno, soprattutto in Virginia e New Jersey dove si è votato per eleggere il governatore e dove buona parte della campagna democratica si è focalizzata sulla lotta al carovita.
La Borsa di New York (Ansa).
Il boom è legato quasi esclusivamente al settore dell’Ia
Ma i portafogli vuoti da soli non sono sufficienti a spiegare le nubi che si addensano sulla favola dorata di Trump. Un altro dato da osservare con attenzione è quello degli investimenti. Nell’ultimo anno c’è stata una massiccia iniezione di liquidità nel comparto dell’Intelligenza artificiale. Secondo una valutazione dell’Università di Harvard, nella prima metà del 2025 il 92 per cento della crescita del Pil è derivato dagli investimenti miliardari nelle infrastrutture per l’Ia. Escludendo queste voci, spiega il professore di economia Jason Furman, il Pil si sarebbe fermato a una crescita dello 0,1 per cento.
Investment in information processing equipment & software is 4% of GDP.
But it was responsible for 92% of GDP growth in the first half of this year.
Non tutti sono concordi con le valutazioni di Harvard. Ad esempio, un più prudente rapporto di Barclays ha stimato che “solo” la metà della crescita del Pil nel 2025 è dovuta alla spesa per chip, reti elettriche, data center e spese in conto capitale per il mondo Ia. In ogni caso la rivoluzione di Trump e di molti miliardari a lui vicini sta creando un pericoloso e complesso intreccio tra investimenti e mondo del lavoro che ha subito una forte battuta d’arresto.
Il mercato del lavoro è congelato
Nonostante l’impatto delle deportazioni di migranti irregolari condotte dall’Ice, la diminuzione degli ingressi e dei licenziamenti di dipendenti federali, sempre più aziende cercano di ridurre i costi snellendo la propria forza lavoro. Il mercato sostanzialmente si sta congelando, i licenziamenti non sono a valanga ma aumentano. Allo stesso tempo si è fermato il ritmo delle assunzioni. Il risultato è che chi perde il posto fatica a trovarne uno nuovo. Al momento la creazione di posti si concentra soprattutto nel comparto sanitario, mentre altri settori storicamente serbatoi di lavoro, come l’industria dei trasporti, quella manifatturiera o delle costruzioni vedono un progressivo calo. Il Guardian ha messo in fila un po’ di numeri. Tra giugno e agosto molti posti sono andati persi, mentre a ottobre, nel pieno dello shutdown, si stima che ne siano andati in fumo almeno 100 mila. Complessivamente il tasso di disoccupazione si attesta al 4,6 per cento, ottimo se paragonato ad altri Paesi (in Italia è al 6 per cento), ma è al livello più alto da settembre 2021. In totale, nell’ultimo anno sono scomparsi circa 1 milione di posti. In più l’Ia non sembra averne creati di nuovi. Anzi. Solo in California, fulcro del settore, a ottobre ne sono saltati oltre 150 mila nel tech e nell’intrattenimento. Il calo di posti di lavoro si unisce a quello degli investimenti in settori non collegati allo sviluppo dell’Intelligenza artificiale. Alti tassi di interesse, l’incertezza legata a dazi e scenari geopolitici instabili hanno ridotto le spese in altri comparti. Un esempio? Il mondo delle costruzioni è cresciuto spinto dalla creazione di nuovi data center, ma le opere nei settori residenziale, manifatturiero e commerciale sono diminuiti.
Il quartier generale di Salesforce a San Francisco (Ansa).
La promessa tradita di Trump
I disequilibri interni da sempre connaturati all’economia statunitense ora stanno diventando preoccupanti. Gli investimenti massicci accompagnati alla deregulation in materia di Ia, da un lato spazzano via posti di lavoro dall’altro portano al deterioramento di altri settori (un po’ quello che sta accadendo in piccolo a Taiwan). L’industria nazionale, ha notato UnHerd, è in una fase pericolosa. I fallimenti aumentano e con essi i licenziamenti. Il paradosso è che un pezzo del Paese vive un boom economico, mentre un’altra fetta enorme è già ampiamente in affanno. Secondo Mark Zandi, capo economista di Moody’s Analytics, agricoltura, costruzioni e manifattura sono già in recessione. A farne le spese è la già martoriata Rust Belt, la cintura arrugginita della vecchia industria pesante americana, e l’America rurale. Per il Brookings Institution, il boom è concentrato nelle città della California, in Texas e nel corridoio che collega Boston a Washington. Una sorta di beffa per quell’America, industriale e rurale, a cui Trump aveva promesso un «rinascimento manifatturiero».
L’attacco sferrato dagli Stati Uniti contro il Venezuela, che ha portato all’arresto del presidente Nicolas Maduro, ha provocato immediate reazioni a livello di politica internazionale. E per quanto riguarda l’Italia? Da parte della maggioranza quanto espresso equivale a un “no comment”. Antonio Tajani, ministro degli Esteri, ha fatto sapere che la Farnesina «segue con attenzione la situazione» e lo stesso sta facendo Giorgia Meloni, che è molto vicina a Donald Trump. Dure condanne sono invece arrivate dall’opposizione, con prese di posizione ufficiali di Partito democratico e Movimento 5 stelle.
Conte: «L’aggressione Usa non ha basi giuridiche»
Giuseppe Conte, presidente del M5s, da buon avvocato ha sottolineato che «l’aggressione americana al Venezuela non ha nessuna base giuridica», esortando il governo Meloni a condannare i raid: «Per noi il diritto internazionale non vale fino a un certo punto».
L’aggressione americana al Venezuela non ha nessuna base giuridica. Siamo di fronte a una palese violazione del diritto internazionale, che certifica il predominio del più forte e meglio equipaggiato militarmente. Il Governo Meloni condanni questi attacchi e tuteli i nostri… pic.twitter.com/JMkFdzkQRq
Pd: «Chiediamo al governo di pronunciare parole chiare»
Chiediamo al governo di pronunciare parole chiare e di lavorare con urgenza in tutte le sedi multilaterali e internazionali per il pieno ripristino e rispetto del diritto internazionale e per il primato della diplomazia», ha dichiarato in una nota Giuseppe Provenzano, responsabile Esteri nella segreteria nazionale del Pd. Pina Picierno, esponente dem e vicepresidente del Parlamento europeo, ha scritto su X: «Il regime sanguinario di Maduro deve cessare di esistere, ma ogni bomba americana che cade sul Venezuela ne prolunga la vita sul piano simbolico, rafforzando la retorica antioccidentale e preparando nuove risposte autoritarie. L’operazione venezuelana porta alla luce una evidenza che tendiamo a dimenticare: Trump, Putin e XI si stanno spartendo il mondo in sfere di influenza».
Il regime sanguinario di Maduro deve cessare di esistere, ma ogni bomba americana che cade sul Venezuela ne prolunga la vita sul piano simbolico, rafforzando la retorica antioccidentale e preparando nuove risposte autoritarie.
Carlo Calenda, leader di Azione, applaude alla rimozione di Maduro, ma non alle modalità con cui è avvenuta: «Buona notizia per il popolo venezuelano afflitto da una feroce dittatura. Il modo in cui è stato fatto desta però molta preoccupazione». Sulla stessa lunghezza d’onda Riccardo Magi, segretario di +Europa: «Maduro è un dittatore che tiene ostaggio il Venezuela da oltre un decennio, impoverendo il Paese, arrestando gli oppositori, favorendo la corruzione. Ma l’attacco con le forze armate nel cuore di Caracas rischia di scardinare ulteriormente i già fragili equilibri internazionali». Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, leader di Alleanza Verdi e Sinistra, hanno invocato la condanna da parte del governo italiano dell’attacco Usa, definito «inaccettabile», chiedendo anche la convocazione immediata delle commissioni Esteri.
Il rovesciamento di Maduro è una buona notizia per il popolo venezuelano afflitto da una feroce dittatura. Il modo in cui è stato fatto desta però molta preoccupazione. Ci auguriamo che la situazione trovi subito una stabilizzazione con il coinvolgimento dell’opposizione… pic.twitter.com/rQ2X4ADDPX
il senatore leghista Claudio Borghi ha rilanciato sui social un suo post in cui affermava: «Ma se per caso gli Usa attaccassero il Venezuela che facciamo? Mandiamo 12 pacchetti di armi a Maduro?», spiegando: «Questo post era ovviamente una provocazione. Il mio intento era smascherare le ipocrisie della morale con cui molti dei sostenitori dell’invio di armi in Ucraina ammantavano il sostegno militare (che è una scelta politica legittima, non è IL BENE)».
Questo post era ovviamente una provocazione. Il mio intento era smascherare le ipocrisie della morale con cui molti dei sostenitori dell'invio di armi in Ucraina ammantavano il sostegno militare (che è una scelta politica legittima, non è IL BENE). Temo che oggi tornerà di moda. https://t.co/gNlXr86x5A
L’attacco degli Stati Uniti contro Caracas e la cattura del presidente venezuelano Nicolas Maduro sono arrivati al termine di mesi di tensioni tra i due Paesi, durante i quali gli Usa hanno fatto la guerra ai narcos, lavorando in realtà al regime change con in mente il petrolio del Venezuela, che vanta le maggiori riserve al mondo. Nell’ambito dell’operazione “Southern Spear” avviata a settembre, gli Usa hanno hanno colpito 25 imbarcazioni nel Pacifico e nei Caraibi, uccidendo almeno 95 presunti narcos nelle varie operazioni. Tutti presunti membri del fantomatico Cartel de los Soles, organizzazione diretta secondo Trump da membri dell’Alto Comando militare delle Forze armate del Venezuela (i “soli” si riferiscono alle spalline sulle uniformi) e implicata nel traffico internazionale di droga. Ecco le tappe dell’escalation.
Gli Usa avevano lanciato un primo attacco il 2 settembre, contro una nave che stava presumibilmente trasportando droga. Il raid, condotto in due parti per eliminare alcuni sopravvissuti, aveva causato l’uccisione di 11 presunti narcos.
10 dicembre
Il 10 dicembre gli Usa avevano sequestrato la petroliera The Skipperal largo delle coste del Venezuela, eseguendo «un mandato di sequestro» della nave perché era «utilizzata per trasportare petrolio sanzionato da Venezuela e Iran», come aveva spiegato la procuratrice Generale Pam Bondi.
16 dicembre
Il 16 dicembre l’esercito degli Stati Uniti «ha condotto attacchi cinetici letali su tre imbarcazioni gestite da organizzazioni terroristiche in acque internazionali», coinvolte in attività di narcotraffico nell’Oceano Pacifico orientale, uccidendo otto presunti narcos.
20 dicembre
Il 20 dicembre gli Stati Uniti avevano sequestrato una seconda petroliera al largo del Venezuela. Nello stesso giorno era stata tentata un’analoga operazione con una terza imbarcazione, che però riuscita a sottrarsi all’abbordaggio.
29 dicembre
Il 29 dicembre Trump aveva dichiarato che gli Stati Uniti tramite un attacco con droni avevano distrutto una «grande struttura» in Venezuela, legata al narcotraffico, ubicata in «una zona portuale dove caricano le navi di droga», senza fornire ulteriori dettagli.
Non ci sono nuove notizie sui sei italiani che risultano dispersiin Svizzera. Lo ha dichiarato Antonio Tajani, nel corso di un collegamento con Tg2. «La polizia svizzera ha già identificato sei cadaveri, ma non sono di cittadini italiani. Nel caso di vittime siamo pronti a organizzare un volo di Stato con un C130».
Bertolaso: «Italiani due ragazzi ustionati gravi ricoverati a Zurigo»
L’assessore al Welfare della Regione Lombardia, Guido Bertolaso ha riferito intanto che i sette feriti nell’incendio di Crans-Montana ricoverati all’ospedale Niguarda di Milano sono tutti «in condizioni molto critiche, in rianimazione». Bertolaso ha poi parlato di due ragazzi molto gravi, che si trovano al centro ustionati di Zurigo: «Abbiamo la ragionevole certezza che si tratti di italiani, ma dobbiamo ancora fare le prove del dna. Non riusciamo a identificarli perché hanno il volto completamente coperto dalle medicazioni».
La 16enne Chiara Costanzo, originaria di Arona (Novara) ma residente a Milano, è la prima vittima accertata italiana della strage di Crans-Montana. Risultava dispersa, ma lo ha comunicato il padre in due diverse interviste al Corriere della Sera e a Repubblica. Per l’ufficialità ci vorranno comunque parecchi giorni, per via degli esami accurati del Dna.
Dopo l’avvicendamento tra Andriy Yermak e Kyrylo Budanova capo dell’Ufficio del presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky ha annunciato la sostituzione del ministro della Difesa, Denys Shmyhal, con il 34enne Mykhailo Fedorov, attualmente alla guida del dicastero per la Trasformazione Digitale che, «molto coinvolto nelle questioni relative ai droni, sta lavorando in modo molto efficace alla digitalizzazione dei servizi e dei processi pubblici». Shmygal, rimosso dalla Difesa, è stato proposto come nuovo ministro dell’Energia e primo vicepremier.
Non si sono fatte attendere le prime reazioni della politica internazionale all’attacco condotto dagli Stati Uniti contro il Venezuela, che ha portato alla cattura di Nicolas Maduro e al suo trasferimento fuori dal Paese sudamericano, almeno stando a quanto riferito da Donald Trump.
Petro, presidente della Colombia: «Aggressione alla sovranità del Venezuela»
«La Colombia ribadisce il suo incrollabile impegno nei confronti dei principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, in particolare il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale degli Stati, il divieto dell’uso o della minaccia della forza e la risoluzione pacifica delle controversie internazionali. A tale riguardo, il governo colombiano respinge qualsiasi azione militare unilaterale che possa peggiorare la situazione o mettere in pericolo la popolazione civile». Così il presidente colombiano Gustavo Petro: «Respingiamo l’aggressione alla sovranità del Venezuela e dell’America Latina. I conflitti interni tra i popoli vengono risolti pacificamente dai popoli stessi. Questo è il principio di autodeterminazione, fondamento del sistema delle Nazioni Unite».
Acabamos de terminar consejo de seguridad nacional desde las 3 am.
Se despliega la fuerza pública en la frontera, se despliega toda la fuerza asistencial que dispongamos en caso de entrada masiva de refugiados.
La embajada de Colombia en Venezuela está activa a llamadas de…
Cuba sollecita un risposta internazionale all’azione Usa
Ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez ha condannato fermamente l’aggressione contro il Venezuela, definendola «un attacco criminale». L’Avana ha ribadito pieno sostegno a Maduro, sollecitando una risposta internazionale urgente per fermare l’azione di Washington.
Pechino: «Choc per l’atto egemonico da parte degli Stati Uniti»
La Cina «è profondamente scioccata e condanna con forza il palese uso della forza da parte degli Stati Uniti contro uno Stato sovrano e l’attacco al suo presidente». È quanto afferma un portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, puntando il dito contro «l’atto egemonico da parte degli Usa».
Lula: «Oltrepassato un limite inaccettabile»
«I bombardamenti sul territorio venezuelano e la cattura del suo presidente hanno oltrepassato un limite inaccettabile. Questi atti rappresentano un grave affronto alla sovranità del Venezuela e un ulteriore precedente estremamente pericoloso per l’intera comunità internazionale». Così Lula, presidente del Brasile.
Mosca: «L’ostilità ideologica ha prevalso sul pragmatismo pratico»
«Il Venezuela non ha rappresentato alcuna minaccia per gli Stati Uniti, né militare, né umanitaria, né criminale, né legata alla droga. Pertanto, l’attuale operazione militare, così come le azioni contro il Venezuela degli ultimi giorni e settimane, non hanno alcuna base sostanziale». Lo ha scritto su Telegram il vicepresidente del Consiglio federale russo (la Camera alta della Duma), Konstantin Kosachev: «Il diritto internazionale è stato chiaramente violato e l’ordine stabilito in questo modo non dovrebbe prevalere». Successivamente il ministero degli Esteri ha diffuso una nota: «Questa mattina gli Stati Uniti hanno commesso un atto di aggressione armata contro il Venezuela. Ciò è profondamente preoccupante e condannabile. I pretesti utilizzati per giustificare tali azioni sono infondati. L’ostilità ideologica ha prevalso sul pragmatismo pratico e sulla volontà di costruire relazioni basate sulla fiducia e sulla prevedibilità».
Ue: «Maduro illegittimo, ma serve una transizione pacifica»
Così Kaja Kallas, Alta rappresentante dell’Unione europea: «L’Ue sta monitorando attentamente la situazione in Venezuela. L’Ue ha ripetutamente affermato che Maduro non ha legittimità e ha difeso una transizione pacifica. In ogni circostanza, i principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite devono essere rispettati».
I have spoken with Secretary of State Marco Rubio and our Ambassador in Caracas. The EU is closely monitoring the situation in Venezuela.
The EU has repeatedly stated that Mr Maduro lacks legitimacy and has defended a peaceful transition. Under all circumstances, the principles…
Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha scritto su X: «Siamo al fianco del popolo venezuelano e sosteniamo una transizione pacifica e democratica. Qualsiasi soluzione deve rispettare il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite».
Following very closely the situation in Venezuela. We stand by the people of Venezuela and support a peaceful and democratic transition. Any solution must respect international law and the UN Charter.
With HRVP @kajakallas and in coordination with EU Member States, we are…
Vestiti, prodotti di elettronica, oggetti per la casa e persino borse di lusso. In Cina il mercato dell’usato ha spiccato il volo. Nel 2024 il valore delle transazioni di beni di seconda mano ha raggiunto i 240 miliardi di dollari con un aumento del 28 per cento su base annua. E negli ultimi sei anni il settore ha mantenuto un tasso di crescita del 12 per cento. Oltre la Muraglia il cosiddetto thrifting – la caccia al capo griffato di seconda mano – è dovuto alla rapida espansione di piattaforme di rivendita online e negozi second hand, unita a un generalizzato rallentamento dei consumi. La stagnazione dei salari (che in numerose aree sono addirittura diminuiti del 5 per cento tra il 2022 e il 2024) e la conseguente incertezza economica hanno infatti spinto un numero crescente di persone a risparmiare. E optare per l’usato. Una tendenza che riguarda soprattutto i più giovani. Stando al database QuestMobile quasi la metà dei 178 milioni di utenti delle piattaforme cinesi di e-commerce di seconda mano ha infatti meno di 30 anni. Una generazione che si muove a suo agio in Rete e sui social. Non a caso l’app Xiaohongshu, una sorta di Instagram, ha lanciato una funzione di acquisto e vendita. Il colosso del settore resta però Xianyu, app da 180 milioni di utenti attivi al mese lanciata nel 2014 da Alibaba.
App di e-commerce vintage.
La campagna di Pechino per i consumi sostenibili
Nell’ultimo decennio, le politiche di Pechino hanno promosso consumi sostenibili e incentivato la rivendita di beni inutilizzati. Il ministero del Commercio, per esempio, ha scelto 10 città pilota per sviluppare centri di riciclo dell’usato standardizzati, tra cui Hefei, nell’Anhui, e Hangzhou, nello Zhejiang, con l’obiettivo di creare modelli replicabili nel resto del Paese e un quadro normativo chiaro. Le app, intanto, hanno aperto numerosi negozi fisici. Xianyu conta oltre 20 Xianyu Recycle Shops in tutta la Cina. ZZER, una piattaforma di lusso di seconda mano con sede a Shanghai, ha fatto altrettanto, così come la sua rivale Hongbulin: entrambe vendono prodotti di lusso second-hand con sconti fino all’80 per cento sul prezzo al dettaglio. Secondo Daxue Consulting, nel 2025 il mercato cinese del lusso vintage ha raggiunto i 30 miliardi, rispetto agli 8 miliardi del 2020. Si tratta di un balzo del 275 per cento che certifica la portata trasversale del thrifting.
Tra gennaio e ottobre 2025 le denunce di infortunio sul lavoro sono arrivate a 497.341: 5.902 casi in più rispetto allo stesso periodo del 2024, pari a un aumento dell’1,2 per cento. Le morti accertate sono cresciute da 890 a 896. Le denunce di malattia professionale hanno fatto un salto più netto: da 73.922 a 81.494, con un incremento del 10,2 per cento. La media è rimasta invariata: tre lavoratori morti al giorno. Il 2025 si è chiuso così, senza scarti, senza inversioni, senza alibi. Il manifesto della distanza tra i buoni propositi e i fatti.
La retorica della fatalità perde consistenza
L’Associazione nazionale fra lavoratori mutilati e invalidi del lavoro (Anmil) ha parlato di «anno delle stragi» e di occasione mancata. I numeri non raccontano un’emergenza improvvisa, ma una continuità. Quando crescono insieme infortuni, morti e malattie professionali, la retorica della fatalità perde consistenza. Qui il tema è l’organizzazione del lavoro, il modo in cui si produce, si appalta, si risparmia.
Una manifestazione contro le morti sul lavoro davanti al ministero del Lavoro (foto Ansa).
La misura simbolo del 2025 doveva essere la patente a crediti. Il bilancio reale è minimo: tre ritiri effettivi in un anno. Tre. Un deterrente che resta sulla carta, mentre la sua applicazione si trasforma in burocrazia. Le risorse utilizzate arrivano dall’Inail, quindi dai contributi dei lavoratori. La sicurezza viene finanziata da chi subisce il rischio, non da chi lo genera.
Corsi sulla sicurezza in video: un paradosso operativo
Nel frattempo la formazione sulla sicurezza viene spinta verso modalità a distanza, anche per attività ad alto rischio. Un paradosso operativo: corsi seguiti in video mentre si lavora. La tutela diventa un adempimento, perde fisicità, perde efficacia. Nello stesso pacchetto restano esclusioni che segnano un arretramento dei diritti, come quella delle coppie di fatto dalle tutele previste in caso di morte sul lavoro.
Un vecchio flash mob “Basta morti sul lavoro” organizzato dai sindacati in piazza Montecitorio (foto Ansa).
Il decreto sicurezza e la legge di bilancio non intervengono sul nodo centrale. Il modello produttivo resta quello che ha già mostrato i suoi effetti: precarietà strutturale, subappalti a cascata, compressione dei costi, contratti collettivi aggirati. Lo stop ai subappalti multipli nei cantieri resta fuori dall’agenda. La procura nazionale del lavoro resta una proposta. Il reato di omicidio sul lavoro continua a non esistere. Le famiglie delle vittime restano senza patrocinio automatico. Tutto rimane com’era.
Gli irregolari che non entrano nelle statistiche
Il numero ufficiale delle 896 vittime racconta solo una parte della storia. L’aggettivo “accertate” segnala un confine. Oltre ci sono i morti che non entrano nelle statistiche: lavoratori irregolari, sfruttati, spesso vittime di caporalato, che muoiono nel silenzio o vengono cancellati. È una strage che procede senza nemmeno il riconoscimento pubblico, senza nome, senza conteggio. Qui il problema diventa anche linguaggio: ciò che non viene contato tende a non esistere.
Corteo contro le morti sul lavoro (foto Ansa).
La distribuzione delle vittime ha un profilo netto. Si muore nei cantieri, nei capannoni, nei magazzini, nei campi agricoli, sulle strade percorse per lavorare. Dentro questa mappa rientrano anche i lavoratori (come i rider) gestiti dalle piattaforme digitali, formalmente autonomi, sostanzialmente esposti agli stessi rischi. Chi muore appartiene sempre allo stesso perimetro sociale: chi non può permettersi di rifiutare una mansione pericolosa, chi non può dire no.
L’allungamento della vita lavorativa e le mansioni pensate per corpi giovani
Nel 2025 pesa anche l’età. Un morto su tre ha più di 60 anni. Nel 2024 erano 315 su 1.090. Nel 2025 il rapporto resta simile: 323 vittime over 60 su 962 (sono le vittime totali, fino a dicembre), con una presenza significativa di lavoratori oltre i 70 anni. L’allungamento della vita lavorativa incontra mansioni pensate per corpi giovani. Il rischio cresce, l’organizzazione del lavoro resta ferma.
Circa 200 bare, di cartone, posizionate in piazza della Signoria a Firenze, di fronte a Palazzo Vecchio, per commemorare le vittime sul lavoro in Toscana (foto Ansa).
Si muore in agricoltura, edilizia, autotrasporto, industria, taglio della legna. Si muore anche nei servizi, nel commercio, nel giardinaggio, fino agli infortuni domestici legati ad attività lavorative. Il rischio aumenta con l’età, ma non viene compensato da tutele aggiuntive. Si continua a lavorare come prima, più a lungo.
A morire sono sempre gli stessi, non certo gli amministratori delegati
Il bilancio del 2025 è tutto qui. Più infortuni, più malattie, più morti. In mezzo, decreti che non toccano il cuore del problema e un sistema produttivo che resta identico. A morire sono sempre gli stessi. Gli amministratori delegati restano fuori dalla conta. I nomi dei luoghi si accumulano: Calenzano, Brandizzo, Firenze, Suviana, Casteldaccia, Bologna. Cambiano le città, resta la stessa responsabilità rimossa.
Forti esplosioni si sono verificate nella notte a Caracas, dopo quella che con ogni probabilità è stata un’operazione militare condotta dagli Stati Uniti. Donald Trump, dopo aver dispiegato una flottiglia navale nei Caraibi, aveva sollevato la possibilità di attacchi terrestri contro il Paese sudamericano con il pretesto della lotta ai narcos. Adesso l’escalation: il presidente Nicolas Maduro parla di «gravissima aggressione statunitense», mentre in tal senso manca ancora la conferma del Pentagono.
DEVELOPING: Multiple explosions light up the night sky of Caracas, Venezuela.
Oltre che esplosioni, sono stati registrati anche sorvoli a bassa quota su Caracas. Alcuni video postati sui social media sembrano mostrare elicotteri americani CH-47 Chinook. Incidenti anche all’Accademia Militare di Mamo, a La Guaira, a 40 chilometri dalla capitale. Altre zone colpite includono la base aerea La Carlota e l’aeroporto di Higuerote. La casa del ministro della Difesa, Vladimir Padrino López, è stata colpita e lui risulta irreperibile.
Significant military operation in capital Caracas – numerous special forces helicopters seen in the video – in combination with air strikes against several targets. Trump has decided to go to war. pic.twitter.com/x2eWBItksT
Maduro: «Gli Usa vogliono le nostre risorse strategiche»
«L’obiettivo di questo attacco non è altro che quello di impossessarsi delle risorse strategiche del Venezuela, in particolare del suo petrolio e dei suoi minerali, cercando di spezzare con la forza l’indipendenza politica della Nazione. Non ci riusciranno». Lo ha scritto il governo di Maduro in una nota ufficiale. E poi: «Dopo oltre 200 anni di indipendenza, il popolo e il suo governo legittimo rimangono saldi nella difesa della sovranità e del diritto inalienabile di decidere il proprio destino. Il tentativo di imporre una guerra coloniale per distruggere la forma repubblicana di governo e forzare un ‘cambio di regime’, in alleanza con l’oligarchia fascista, fallirà come tutti i tentativi precedenti».