A pochi mesi dallo sgombero del Leoncavallo, il centro sociale Askatasuna di Torino ha subito la stessa sorte all’alba del 18 dicembre, al termine di un’operazione condotta dalla Digos con il supporto dei reparti mobili. L’intervento ha riguardato lo stabile di corso Regina Margherita 47, occupato dal 1996 e noto come uno degli ultimi simboli dell’area dell’Autonomia. Durante le attività di polizia, scattate nell’ambito di un’inchiesta sugli assalti avvenuti contro la sede della Stampa, le Ogr e l’azienda Leonardo nel corso di manifestazioni pro-Palestina, all’interno dell’edificio sono stati individuati sei attivisti, trovati al terzo piano nelle prime ore del mattino.
Perquisizioni della polizia al centro sociale Askatasuna (Ansa).
Il sindaco Lo Russo: «Cessato il patto di collaborazione»
Il sindaco di Torino Stefano Lo Russo ha spiegato che «l’autorità di pubblica sicurezza sta svolgendo questa mattina attività presso l’immobile di corso Regina Margherita 47» e che la Prefettura ha comunicato alla Città «l’accertamento della violazione delle prescrizioni relative all’interdizione all’accesso ai locali di corso Regina Margherita 47». La presenza di persone in aree dichiarate inagibili ha fatto venir meno le condizioni del patto di collaborazione siglato con un comitato di garanti per un progetto sui beni comuni. «Tale situazione configura un mancato rispetto delle condizioni del patto di collaborazione che pertanto è cessato, come comunicato ai proponenti», ha aggiunto il primo cittadino. L’accordo, rinnovato dalla Giunta il 18 marzo, prevedeva attività limitate al piano terra, mentre gli altri livelli erano interdetti per ragioni di sicurezza.
Sgomberato il centro sociale Askatasuna di Torino. Dallo Stato un segnale chiaro: non ci deve essere spazio per la violenza nel nostro Paese. pic.twitter.com/BbwD2VZY4k
Bignami: «Con Meloni lo Stato torna a fare lo Stato»
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha scritto su X: «Sgomberato il centro sociale Askatasuna di Torino. Dallo Stato un segnale chiaro: non ci deve essere spazio per la violenza nel nostro Paese». Netta presa di posizione da parte del capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, secondo cui «l’intervento di questa mattina da parte delle forze dell’ordine nello stabile abusivamente occupato da Askatasuna, non per un mero controllo ma per liberare la struttura da una violenta e inaccettabile occupazione, è la conferma che con il governo Meloni e Fratelli d’Italia la sicurezza è una priorità». Bignami ha poi aggiunto: «É finita la stagione dell’accondiscendenza e degli ammiccamenti ai violenti, con noi lo Stato è tornato a fare lo Stato. La legalità è di nuovo un valore da rispettare».
La scena si ripete ormai con una regolarità che delinea un fenomeno: ogni volta che un fatto scivola fuori dal perimetro del dicibile, ossia ciò che è consentito raccontare senza pagare pegno, a parlare sono i social, mentre i media tradizionali tacciono. Non per pudore, né per improvvisi scrupoli deontologici. Ma perché intervenire significherebbe disturbare un equilibrio di relazioni, conoscenze e convenienze che rischierebbe di ritorcersi contro. È accaduto con la violenta campagna condotta da Fabrizio Corona contro Alfonso Signorini: accuse pesanti di abuso di potere, chat esibite come prova, un sottotesto che richiama il baratto più antico dello show business, sesso in cambio di lavoro e notorietà.
Un’immagine di Fabrizio Corona – Io Sono Notizia, la docuserie in cinque episodi, in arrivo su Netflix.
Toccherà alla magistratura, e alle immancabili querele, il compito di stabilire se Corona dica il vero o se stia semplicemente recitando l’ennesimo numero da fustigatore morale a gettone. Il punto è un altro. Ed è più scomodo perché mette in crisi un intero ecosistema: la frattura ormai strutturale tra l’informazione tradizionale e quella che viene generata e prospera sulle piattaforme. Una divaricazione che non è più solo tecnologica, ma culturale, etica, persino antropologica.
Per i giornali il costo potenziale supera qualsiasi beneficio
Le clip di Corona nascono su YouTube, migrano su Instagram e TikTok, vengono sezionate, criticate, difese, rilanciate. Vivono di commenti, reazioni, polarizzazioni. I giornali invece, salvo rarissime eccezioni, scelgono di ignorare: non riportare, non citare, non approfondire. Nemmeno rifugiarsi nella formula pigra del caso diventato virale sul web. E non perché manchino gli elementi narrativi che al contrario abbondano, ma perché il costo potenziale supera qualsiasi beneficio.
Alfonso Signorini fuori dalla casa del Grande Fratello Vip (foto Ansa).
L’autocensura, la forma più elegante e ipocrita del silenzio
Querele, inserzionisti, rapporti di filiera, incroci di interessi: l’editoria è diventata un esercizio quotidiano di sopravvivenza dentro un settore i cui numeri sono in drammatica contrazione. Da qui nasce l’autocensura, la forma più elegante e ipocrita del silenzio. Non servono telefonate intimidatorie: basta attenersi alle tacite regole che sovrintendono al mercato editoriale. Chi scrive le conosce, e chi dirige un giornale ancora meglio.
L’informazione ha rinunciato al conflitto per preservare se stessa
Ed è proprio in questo spazio lasciato vuoto che si infilano figure come Corona, che non sono giornalisti ma nemmeno semplici provocatori. Sono sintomi della metamorfosi in atto. Occupano il territorio abbandonato da un’informazione che ha rinunciato al conflitto per preservare se stessa. Quando Corona rivendica di fare vera informazione mente. Ma non quando dice che oggi i giornali certe cose non se le possono più permettere. Non perché siano false, ma perché incompatibili con il sistema di relazioni che ne garantisce la sopravvivenza.
Fabrizio Corona in tribunale a Milano (foto Ansa).
Corona gioca apertamente su questa frattura. Si nutre del silenzio dei media tradizionali per accreditarsi come l’unico che osa parlare, l’unico non condizionato da editori, pubblicità, equilibri di palazzo, amichettismi. È una narrazione interessata, ma efficace. E soprattutto resa credibile dall’esiguità di voci alternative.
Non è libertà contro responsabilità, è esposizione contro protezione
Il risultato è paradossale. Le piattaforme, nate come luoghi del rumore, diventano sedi di discussione pubblica. I giornali, nati per illuminare, scelgono l’ombra. Non è libertà contro responsabilità, come piace raccontarsi nelle redazioni. È esposizione contro protezione. I social non hanno capitale relazionale da difendere. I giornali sì. E lo fanno restringendo il campo d’intervento.
Se nessuno è del tutto innocente, nel silenzio tutti sono complici?
Il caso Corona pone una domanda che comprensibilmente crea più di un imbarazzo: se le accuse toccano il nervo scoperto del potere opaco, trasversale, che governa carriere e ambizioni, perché per l’informazione tradizionale è diventato quasi impossibile anche solo nominarlo? Forse perché quel nervo attraversa anche le redazioni, gli uffici stampa, i salotti televisivi dove tutti si conoscono e dove, proprio perché nessuno è del tutto innocente, nel silenzio tutti sono complici?
Alfonso Signorini (foto Imagoeconomica).
Luoghi meno presentabili ma meno permeabili ai condizionamenti
Difficile dire se siamo all’inizio di un #MeToo all’italiana. Intanto però siamo davanti a qualcosa di più rivelatore: la certificazione che il racconto del potere si è spostato altrove, in luoghi meno presentabili ma meno permeabili ai condizionamenti. Non è una buona notizia. Ma è una notizia. E il fatto che a darla siano gli algoritmi, mentre i giornali abbassano lo sguardo, dice molto sullo stato dell’informazione. E forse ancora di più sul sistema che dovrebbe raccontare.
Peter Arnett, icona del giornalismo americano nonché uno dei più noti reporter di guerra della storia, è morto all’età di 91 anni. Lo riporta Associated Press, agenzia di stampa cui è stato a lungo legato, spiegando che il decesso è dovuto per un tumore alla prostata. Figura centrale nel raccontare tutti i maggiori conflitti della seconda metà del XX secolo, vinse il premio Pulitzer nel 1966 per il suo lavoro al fronte in Vietnam, dove rimase fino alla caduta di Saigon nelle mani dei ribelli nel 1975. Con stile diretto, è poi divenuto volto noto della Cnn per cui ha seguito la Guerra del Golfo e diverse guerre in Asia e in America Latina.
Peter Arnett, dallo scoop in Laos alla guerra del Vietnam
Originario di Riverton, in Nuova Zelanda, dove era nato il 13 novembre 1934, Peter Arnett lasciò la scuola a soli 17 anni per lavorare presso un quotidiano locale. Il primo scoop a circa 25 anni, quando nel 1960 raccontò un colpo di Stato in Laos. Quando i carri armati bloccarono l’ufficio del telegrafo a Vientiane, nuotò nel fiume Mekong fino alla Thailandia per trovare una linea aperta con cui dare la notizia all’Associated Press. «Avevo la storia battuta a macchina, il passaporto e 20 banconote da 10 dollari stretti tra i denti», avrebbe raccontato più tardi. «Mi credevano pazzo, ma per me aveva senso: dovevo far uscire la notizia il più in fretta possibile». Fu tuttavia durante la guerra del Vietnam che dimostrò ancor di più il suo valore.
Peter Arnett, the Pulitzer Prize-winning reporter who covered wars from Vietnam to Iraq, has died at 91. Arnett, who won the 1966 Pulitzer Prize for international reporting for his Vietnam War coverage for The Associated Press. https://t.co/PMYqRB3Isg
Nel 1968, a Ben Tre, riportò la celebre frase di un maggiore americano poi divenuta simbolo del conflitto e delle sue contraddizioni: «Si è reso necessario distruggere la città per salvarla». Mentre a Washington si parlava di trionfi, dal fronte lui raccontava una realtà ben diversa, fatta di sconfitte e rovesciamenti, anticipando il fallimento della strategia statunitense. Nel 1975, mentre Saigon cadeva in mano ai ribelli nordvietnamiti, rimase per raccontare il panico nelle strade. Nei giorni che portarono a quella fine, ricevette l’ordine dalla sede di New York dell’AP di distruggere i documenti dell’ufficio, poiché la copertura della guerra stava per finire. Preferì spedirli al suo appartamento di New York, convinto che un giorno avrebbero avuto un valore storico: ora sono custoditi negli archivi dell’agenzia.
Il passaggio alla Cnn e l’intervista a Osama bin Laden
Peter Arnett rimase in Associated Press fino al 1981, quando si unì alla neonata Cnn, allora giovane emittente all news, per cui seguì conflitti in Medio Oriente, America Latina e Africa. Fino alla Guerra del Golfo, che lo rese una figura globale. Bloccato a Baghdad nel 1991, divenne voce e occhi non solo degli Usa, ma del mondo occidentale sotto i bombardamenti con aggiornamenti quotidiani in diretta dall’hotel Al Rashid. Celebrato e premiato, fu anche criticato da molti politici americani che diverse volte lo accusarono di essere il megafono di Saddam Hussein, che riuscì a intervistare.
Nel 1997 filmò anche un’intervista aOsama bin Laden, che già quattro anni prima dell’11 settembre minacciò apertamente una jihad contro gli Stati Uniti. Nel 2003, la carriera subì un colpo definitivo: accettò di parlare alla tv irachena durante l’invasione americana, lodando la resistenza di Baghdad, venendo licenziato. Dal punto di vista personale, Peter Arnett sposò Nina Nguyen, da cui ha avuto due figli. Ritiratosi nel 2007, ha insegnato giornalismo in Cina e pubblicato due libri di memorie.
La nuova ITA a trazione tedesca ridisegna il vertice di comando a Londra. Lo scorso settembre, ma la notizia era passata sotto traccia, ha lasciato l’ex compagnia di bandiera Andrew Bunn, che era il Responsabile per il Regno Unito. Bunn era arrivato subito dopo la nascita di ITA dalle ceneri di Alitalia ed è approdato nella più ricca Qatar Airways, sempre con lo stesso ruolo. A sua volta ITA non ha, al momento, un country manager in Gran Bretagna, che poi in realtà è solo Londra (dove peraltro la compagnia si appresta a tornare all’aeroporto di Heathrow a partire dal 29 marzo 2026, con due voli giornalieri da e per Roma Fiumicino). Il facente funzioni è il più alto in grado: Alfredo Frassoni, direttore vendite nel Paese, e dirigente di lunghissimo corso in Alitalia-ITA con una lunga esperienza all’estero anche con AirFrance. Frassoni da sette anni è attivo nella Capitale britannica dove dal 2021 è Senior Global Account Manager nel Regno Unito.
La compagnia petrolifera e del gas BP ha nominato Meg O’Neill, responsabile della Woodside Energy australiana, come nuova Chief Executive Officer. Entrerà in carica a partire dal primo aprile 2026 al posto di Murray Auchincloss, che si dimetterà appena due anni dopo aver sostituito Bernard Looney. Diventerà così la prima donna a guidare una delle cinque principali compagnie petrolifere al mondo. È inoltre la prima volta nella sua storia ultracentenaria che il colosso energetico con sede a Londra sceglie come amministratore delegato una figura esterna. La nomina è arrivata a tre mesi di distanza da quella di Albert Manifold per la carica di presidente. Come riporta Reuters, il secondo cambio di Ceo in poco più di 24 mesi è un chiaro segnale di come BP sia alla ricerca di un nuovo impulso per le proprie attività, dato che gli utili sono stati inferiori rispetto alla concorrenza.
Meg O’Neill has been appointed as bp’s next CEO, effective April next year.
Murray Auchincloss has decided to step down as CEO and will serve in an advisory role until December 2026 to ensure a smooth transition.
Manager americana di 55 anni, originaria del Colorado, Meg O’Neill è a capo di Woodside Energy dal 2021 e precedentemente aveva trascorso 23 anni in Exxon Mobil, fra i principali competitor di BP. «Si tratta chiaramente di un’assunzione di alto profilo», ha affermato a Reuters Dan Pickering, capo degli investimenti presso Pickering Energy Partners. «Rappresenta uno dei cambiamenti che tutti gli azionisti di BP si attendevano». Sotto la guida di O’Neill, Woodside ha completato la fusione con BHP Group dando vita a un ramo petrolifero che creerà uno dei primi 10 produttori indipendenti di gas e petrolio al mondo dal valore di 40 miliardi di dollari. Fino al primo aprile 2026, Ceo ad interim di BP sarà l’attuale vicepresidente esecutiva Carol Howle. Auchincloss ricoprirà un ruolo consultivo fino a dicembre dello stesso anno al fine di garantire una transizione graduale.
Campari Group ha raggiunto un accordo per la cessione di amaro Averna e del mirto Zedda Piras a Illva Saronno Holding, gruppo che controlla marchi storici come Disaronno e le etichette siciliane Florio e Duca di Salaparuta. Il valore complessivo dell’operazione ammonta a 100 milioni di euro, mentre il perfezionamento è atteso entro la prima metà del 2026. L’operazione si inserisce nel percorso di revisione del portafoglio avviato dal gruppo di Davide Campari-Milano, con l’obiettivo di focalizzarsi su un numero più limitato di marchi considerati strategici e, allo stesso tempo, proseguire nella riduzione dell’indebitamento.
Campari (Imagoeconomica).
Dal punto di vista operativo, la transazione prevede la costituzione di una nuova società nella quale confluiranno le attività legate ad Averna e Zedda Piras. Il perimetro comprende, tra l’altro, i diritti di proprietà intellettuale, le scorte di prodotto finito, una parte del personale, gli impianti produttivi di Caltanissetta per Averna e di Alghero per Zedda Piras, oltre all’avviamento, a specifici contratti e ad altre attività connesse. Nell’operazione, Campari Group è stata assistita da Mediobanca come advisor finanziario.
Simon Hunt (ceo Campari): «Operazione fondamentale nella nostra strategia di razionalizzazione del portafoglio»
Commentando l’intesa, l’amministratore delegato di Campari Group, Simon Hunt, ha dichiarato: «La cessione di Averna e Zedda Piras segna un ulteriore passo fondamentale nella nostra strategia di razionalizzazione del portafoglio, con l’obiettivo di concentrarci su un minor numero di iniziative, ma di maggiore impatto strategico, mentre continuiamo a favorire la riduzione della leva finanziaria, come evidenziato nel Capital Markets Day. Siamo entusiasti di firmare questo accordo con Illva Saronno Holding, realtà di riferimento nel settore delle bevande alcoliche e partner ideale per sostenere lo sviluppo futuro di questi brand, grazie alla consolidata esperienza e profondo legame con brand e prodotti siciliani».
A poche settimane dalla conferenza annuale sul cloud computing di Las Vegas, Amazon rivoluziona il proprio team di intelligenza artificiale. Con un messaggio sul blog aziendale, il Ceo Andy Jassy ha annunciato la nomina di Peter DeSantis, dirigente di lunga data di Aws, come responsabile di una nuova organizzazione che si occuperà dei modelli IA come Nova e dello sviluppo dei chip e del calcolo quantistico. Prenderà il posto di Rohit Prasad, di recente impegnato per l’assistente vocale Alexa, che si dimetterà alla fine del 2025. «Valutiamo come massimizzare il potenziale per i clienti e per Amazon a lungo termine», ha scritto l’amministratore delegato. «Ci troviamo a un punto di svolta, con molte delle nostre tecnologie che alimenteranno una parte significativa delle esperienze future».
Peter DeSantis (da LinkedIn).
Chi è Peter DeSantis, nuovo responsabile dell’IA per Amazon
Formatosi in Economia e Computer Science al Dartmouth College, nel New Hampshire, DeSantis è in Amazon da 27 anni, essendo entrato come sviluppatore software nel 1998. «Non riesco a pensare a un leader migliore di lui», ha precisato Jassy nell’annunciare la sua promozione. Nel corso della sua carriera in azienda, ha contribuito in maniera fondamentale al lancio nel 2006 di EC2, servizio web che fornisce capacità di elaborazione informatica e pensato per consentire alle imprese di gestire e lanciare applicazioni e servizi senza l’onere di dover gestire direttamente server fisici. Nel 2015, Peter DeSantis ha poi guidato l’acquisizione di Annapurna Labs, che progetta i chip personalizzati e che è ancora oggi affidato alla sua gestione. Dall’anno successivo è responsabile di Aws Infrastructure e di tutti i data center, il networking, l’hardware e la supply chain a essa collegati.
Il Ceo di Amazon Andy Jassy (Imagoeconomica).
Dal 2021, Peter DeSantis è Senior Vice President di Aws Utility Computing, divisione che si occupa di archiviazione, elaborazione, database, analisi e servizi di messaggistica e intelligenza artificiale. «La sua capacità di inventare, pensare in grande ma essere immerso nei dettagli, insistere sugli standard più elevati, imparare ed essere curioso, concentrarsi su ciò che conta per i clienti e avere sempre ragione sono tra le numerose caratteristiche che lo rendono così efficace», ha concluso Andy Jassy. «Incarna i nostri principi di leadership». Come spiegato nel comunicato, DeSantis riferirà al Ceo. In parallelo, Pieter Abbeel è stato nominato alla guida del team di ricerca sui modelli di frontiera in AGI mentre continuerà il suo lavoro nella robotica.
Tornare a Palazzo Grazioli per alcuni di loro è stato un colpo al cuore. Perché entrare qui, se ti chiamava Silvio Berlusconi, era un privilegio assoluto. Voleva dire che “lui” aveva qualcosa da dirti, che per “lui” eri importante. Per questo Andrea Ruggieri, anfitrione del convegno In Libertà, ha voluto organizzarlo a tutti costi entro queste mura, anche se la sala della stampa estera, al secondo piano, è troppo piccola, si sta stretti e alcuni sono rimasti fuori. «Vi ringrazio per il coraggio di essere qui…». Così Roberto Occhiuto, pluri-governatore calabrese e vicesegretario di Forza Italia, si rivolge ai parlamentari azzurri accorsi all’appuntamento. Sì, perché esserci significa entrare plasticamente nella non-corrente di Occhiuto, che ha deciso di sfidare la leadership di Antonio Tajani. Dal quale, terrorizzato dall’iniziativa, per tutto il giorno erano partite telefonate all’indirizzo degli azzurri: «Dai, che fai? Tu ci vai? Ma no, non andare…».
Roberto Occhiuto tra gli ospiti del convegno In libertà (Ansa).
Da Cattaneo a Mulè e Ronzulli: la pattuglia dei presenti
Alla fine, a Palazzo si ritrovano in tutto 22 parlamentari, 17 deputati e cinque senatori, tra cui Alessandro Cattaneo, il fedelissimo calabrese Ciccio Cannizzaro, Francesco Paolo Sisto, Matilde Siracusano (compagna di Occhiuto), Paolo Emilio Russo, Licia Ronzulli, Giorgio Mulè, Claudio Lotito, Andrea Orsini, Catia Polidori e Rita Dalla Chiesa. Naturalmente c’è anche Mario Occhiuto, fratello maggiore del governatore. Mentre «Deborah Bergamini è a Londra», si fa sapere. C’è pure Matilde Bruzzone, nuora di Paolo Berlusconi, in rappresentanza della famiglia. E qualche ex parlamentare illustre come Massimo Mallegni e Luca d’Alessandro. Più una pattuglia di consiglieri e assessori regionali del Sud. «A mancare del tutto è il Nord. E senza il Nord non vanno da nessuna parte», fa notare un parlamentare critico nei confronti dell’iniziativa.
Licia Ronzulli e Alessandro Cattaneo (Imagoeconomica).
Occhiuto si presenta come «faccia nuova»alternativa a Tajani
A fare gli onori di casa è, appunto, l’ex deputato Andrea Ruggieri nonché nipote di Bruno Vespa, che per l’occasione ha costruito un bel parterre con Nicola Porro, Roberto Arditti, il ceo di Tim Pietro Labriola in qualità di delegato alla transizione digitale di Confindustria quello di A2A Renato Mazzoncini, l’ad di Ryanair Eddie Wilson. Il tutto per raccogliere il testimone della mancata rivoluzione liberale. «Al partito serve una scossa. C’è uno spazio enorme per arrivare al 20 per cento e invece galleggiamo tra l’8 e il 9», afferma Occhiuto. Una critica impietosa alla gestione di Tajani, che non viene mai nominato. «Non sta nascendo una corrente, cose polverose che sanno di vecchio, ma occorre un aggiornamento della lezione liberale in economia e sui diritti civili», mette subito in chiaro. «Dobbiamo alzare l’asticella con coraggio e ambizione. Se non ora quando, visto che all’opposizione abbiamo Schlein e Albanese…?», si chiede retoricamente il governatore calabro. Parla da possibile candidato alternativo a Tajani, Occhiuto, incarnando quella voglia di «facce nuove» evocata recentemente da Pier Silvio Berlusconi. Uscita che, dicono, abbia provocato grande irritazione in Tajani, che non sa più come reagire alle intemerate del secondogenito del Cavaliere.
I malumori di Arcore nei confronti del vicepremier
Occhiuto qualche giorno prima dell’uscita del numero uno Mediaset, era stato a pranzo dalla primogenita, Marina Berlusconi, nella sua bella casa in corso Venezia a Milano. Con cui ha avuto grande sintonia. Lei non appoggia ufficialmente l’iniziativa, ma lascia fare, convinta che un certo movimentismo sia salutare al partito. Che ormai, con la guida di Tajani, viene considerato “vecchio”. Ma soprattutto ad Arcore si pensa il ministro degli Esteri abbia raggiunto il massimo dei consensi: con lui al timone oltre Forza Italia non può andare. Per questo si è deciso di colpirlo, per interposta persona, prendendo di mira i due capigruppo alla Camera e al Senato, Paolo Barelli e Maurizio Gasparri. Che però al momento resteranno ai loro posti. In una informale conta interna, qualche giorno fa, Bergamini aveva raggiunto solo otto voti su 53 deputati.
AMaurizio Gasparri e Paolo Barelli (Imagoeconomica).
Il prossimo appuntamento a Milano: Pier Silvio e Marina ci saranno?
Ma i giochi veri si faranno in vista dei congressi regionali, che inizieranno a fine marzo, per andare al congresso nazionale a gennaio 2027. «Chi vuole candidarsi è libero di farlo…», aveva avvisato Tajani. Che sta già manovrando per garantirsi un appoggio blindato, per non dire bulgaro. «Ma come, per anni si è aspirato ad avere un partito vero, aperto, scalabile, e adesso si vede male un possibile candidato alternativo…?», è il ragionamento nello staff di Occhiuto.
Roberto Occhiuto durante la conferenza stampa di In Libertà (Ansa).
Che intanto pensa già ad altre iniziative future: il prossimo appuntamento sarà a inizio febbraio a Milano. E chissà che in prima fila ad ascoltare non si palesino Pier Silvio o Marina. «Qua bisogna spalancare le finestre per fare entrare aria fresca e questo non può farlo di sicuro Tajani. A me non dispiacerebbe che il prossimo leader fosse deciso con le primarie…», butta lì Ruggieri. Mentre Nicola Porro, prima di andar via, commenta così: «Questo convegno sarebbe piaciuto tantissimo a Berlusconi ma pure ad Antonio Martino…». Tornerà la rivoluzione liberale?
Donald Trump ha utilizzato il suo primo discorso televisivo di questo mandato per rilanciare la propria agenda economica e contrastare i sondaggi in calo, parlando da un set natalizio allestito alla Diplomatic Reception Room. «Undici mesi fa, ho ereditato un disastro e lo sto risolvendo», ha detto aprendo l’intervento. «Un anno fa, il nostro Paese era morto. Eravamo assolutamente morti. Ora siamo il Paese di maggior richiamo al mondo».
Trump rivendica progressi economici, ma i dati su lavoro e costo della vita lo smentiscono
Gran parte del discorso è stata dedicata all’economia. Trump ha elogiato la politica dei dazi: «Sono la mia parola preferita», sostenendo che abbiano già prodotto effetti «che nessuno poteva credere». Rispondendo alle preoccupazioni sul costo della vita, con l’inflazione che resta al 3 per cento, ha detto: «Non è ancora finita. Ma stiamo facendo progressi incredibili». Ha affermato che il tacchino del Ringraziamento è diminuito del 33 per cento e le uova dell’82 per cento da marzo, ma in realtà il tacchino è aumentato del 40 per cento e le uova sono scese del 43 per cento. In aumento sono anche il caffè e la carne. Guardando ai dati sul lavoro, la disoccupazione è al 4,6 per cento: il tasso più alto dal 2021, quando Biden entrò in carica e le economie si stavano riprendendo dal Covid. Sul rincaro delle assicurazioni sanitarie, che scatterà dal 1 gennaio a causa dello stallo al Congresso tra democratici e repubblicani sull’Obamacare, ha detto: «Gli unici a perderci saranno le compagnie di assicurazione che si sono arricchite e il partito democratico». Il presidente ha poi annunciato TrumpRX, una piattaforma del governo federale che dovrebbe consentire la vendita diretta di farmaci dalle aziende ai cittadini, con l’obiettivo dichiarato di abbassare i prezzi.
Donald Trump (Ansa).
Trump promette «deportazioni di massa» e «re-migrazioni»
Sul tema dell’immigrazione, Trump ha attaccato di nuovo Joe Biden, sostenendo che la precedente amministrazione abbia «causato guerra e caos» permettendo un aumento dell’immigrazione illegale. Trump ha detto di aver riportato «sicurezza al confine» e ha promesso di nuovo delle «deportazioni di massa». Ha assicurato che il costo degli alloggi e la disponibilità di lavoro miglioreranno grazie alle «re-migrazioni». Per quanto riguarda la politica estera, Trump ha rivendicato di aver «sistemato otto guerre in dieci mesi» e di aver portato la pace «per la prima volta in 3.000 anni» in Medio Oriente.
Nuova giornata per i mercati europei. Cresce l’attesa per l’apertura della Borsa italiana e dello spread tra Btp e Bund tedeschi. Ieri, mercoledì 17 dicembre, Milano ha concluso in crescita dello 0,29% superando quota 44 mila punti.
Il governo fa marcia indietro sulle pensioni dopo una giornata segnata da tensioni. È stata la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, intervenendo in Aula, a annunciare lo stop alla stretta prevista dalla manovra e l’impegno a correggere le norme contestate. Verranno eliminati i tagli retroattivi sul riscatto della laurea, mentre resta da chiarire se l’intervento riguarderà anche le cosiddette finestre pensionistiche. La Lega ha chiesto di cancellare entrambe le misure con un emendamento che prevede, come clausola di salvaguardia dal 2033, un possibile aumento dell’Irap. Fin dalle prime ore erano emerse prese di distanza nella coalizione, con il leghista Claudio Borghi che ha parlato di un «tecnico troppo zelante» e Armando Siri che ha puntato il dito contro un 0171burocrate del Mef0187. Lo stesso Siri ha ribadito: «Finché c’è la Lega al governo non esiste né oggi né mai nessun provvedimento che alzi i parametri dell’età pensionabile».
Le opposizioni: «La maggioranza ha tradito gli elettori»
Dubbi sono arrivati anche da Forza Italia: «E’ una stretta che parte dal 2030 – dice il portavoce azzurro Raffaele Nevi – ci ragioneremo con il governo con calma, ci confronteremo». Sul fronte opposto, attacco delle opposizioni: «La loro stangata sulle pensioni è un furto sia ai giovani che agli anziani. Vergognatevi», ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein, mentre il capogruppo M5s al Senato Stefano Patuanelli ha osservato: «La Lega ha il ministro dell’Economia e accusa i burocrati del Mef? È surreale». Per Nicola Fratoianni di Avs «Hanno tradito gli elettori, dovrebbero chiedere scusa», e Matteo Renzi ha commentato che la premier «vi ha dato una bottarella dicendo che il testo cambiato». L’arrivo della manovra in Aula alla Camera per la discussione generale con la fiducia è fissato per domenica 28 alle 16.30, con l’approvazione definitiva attesa martedì 30.
Una serie di pressioni e minacce avrebbe preso di mira esponenti politici e figure di vertice del settore finanziario in Belgio, con l’obiettivo di condizionare le scelte del Paese sull’eventuale utilizzo degli asset russicongelati a sostegno dell’Ucraina. È quanto riferisce il Guardian, che cita fonti riconducibili ad agenzie di intelligence europee, e parla di una vera e propria «campagna di intimidazione» attribuita a Mosca. Tra i bersagli figurerebbero anche dirigenti di Euroclear, l’istituto finanziario che custodisce una parte consistente di quei fondi. Secondo funzionari della sicurezza interpellati dal quotidiano britannico, dietro l’operazione ci sarebbe l’intelligence militare russa Gru.
Tra le persone contattate ci sarebbe anche il ceo di Euroclear
La Russia ha più volte sostenuto che l’impiego di quei beni configurerebbe un furto e la banca centrale russa ha annunciato l’intenzione di chiedere a Euroclear un risarcimento pari a 230 miliardi di dollari. L’azione descritta dal Guardian, si sarebbe concentrata su singole personalità considerate strategiche: tra queste Valérie Urbain, amministratore delegato di Euroclear, e altri dirigenti di alto livello. La società ha scelto di non entrare nel merito, limitandosi a dichiarare che «Qualsiasi potenziale minaccia viene trattata con la massima priorità e indagata a fondo, spesso con il supporto delle autorità, ove opportuno».
A partire dal 2029 la notte degli Oscarsarà visibile in esclusiva mondiale su YouTube, grazie a un’intesa siglata con l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, l’ente che assegna ogni anno gli Academy Awards, permettendo la visione in tutti i Paesi in cui la piattaforma è disponibile, con un accordo valido fino al 2033. Fino al 2028, però, negli Stati Uniti la diretta resterà appannaggio di ABC, che arriverà a trasmettere la centesima edizione. I dettagli economici dell’accordo con YouTube non sono stati resi noti: finora Disney, proprietaria di ABC, versava circa 100 milioni di dollari l’anno per i diritti, e l’ultima cerimonia aveva raggiunto un’audience di quasi 20 milioni di spettatori.
La Cassazione ha messo la parola fine al procedimento a carico di Matteo Salvini per la vicenda Open Arms. I giudici della quinta sezione hanno respinto il ricorso per avanzato dalla procura di Palermo contro l’assoluzione di primo grado, rendendo così definitiva la sentenza che esclude le accuse di sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio. La decisione è arrivata al termine di un’udienza in cui sia la procura generale della Suprema Corte sia la difesa dell’ex ministro dell’Interno avevano chiesto la conferma dell’assoluzione.
Di segno opposto la posizione delle parti civili, che avevano sollecitato l’annullamento della sentenza sostenendo che «la prova dell’esistenza del dolo c’è nei fatti e nelle testimonianze. A 140 naufraghi che si trovavano di fronte alle coste italiane non è stato permesso di sbarcare per giorni violando le norme internazionali e costituzionali e la loro dignità». Poco dopo la decisione, Salvini ha commentato l’esito del giudizio con un messaggio pubblicato sui social, accompagnato da una foto con la scritta “Assolto”: «Difendere i confini non è reato».
Dal palco del convegno “In libertà”, ospitato a palazzo Grazioli, Roberto Occhiuto ha lanciato un messaggio sul futuro di Forza Italia, sostenendo che «non si può navigare galleggiando all’8 per cento» e indicando la necessità di una svolta politica. Parole che arrivano a poca distanza dalle dichiarazioni di Pier Silvio Berlusconi, che parlava di «facce nuove».
Tajani: «Non ho frizioni con nessuno, tantomeno con Occhiuto»
Senza mai citare il segretario Antonio Tajani, il presidente della Regione Calabria ha respinto tuttavia le ricostruzioni su presunte manovre interne: «Nessuno aveva intenzione di svolgere un evento per costruire una corrente, cose polverose che appartengono al passato, e a un partito masochista come il Pd, se mai vorremmo dare una scossa liberale al centrodestra che ha bisogno di rafforzare la sua ala liberale». Lo stesso Antonio Tajani, interpellato a margine, ha gettato acqua sul fuoco: «Io non ho frizioni con nessuno, Occhiuto è un vicesegretario del partito. Io ho ottimi rapporti con tutti».
Ci sono personaggi che, per anni, hanno vissuto fuori dal rischio. Hanno attraversato scandali, processi, tempeste mediatiche come se fossero stati protetti da una campana di vetro. Alfonso Signorini, lo storico direttore di Chi, è stato uno di questi. Sempre presente. Sempre centrale. Eppure raramente è finito nell’occhio del ciclone. Era (è) la cassaforte dei segreti della famiglia Berlusconi, come di tanti altri vip e potenti nell’Italia degli ultimi due decenni. Oggi, per la prima volta, quella campana però sembra essersi incrinata.
Alfonso Signorini (foto Imagoeconomica).
Le accuse di Fabrizio Corona non sono certo una sentenza. E non hanno nemmeno dato il via (per il momento) a un atto giudiziario. Sono un racconto. Confuso. Iperbolico. Spesso eccessivo. Arrivano in un momento in cui il network attorno a Signorini è meno compatto, di sicuro più fragile di una volta. E questo fa la differenza.
Un frame del trailer di Fabrizio Corona – Io Sono Notizia, la docuserie in cinque episodi in arrivo su Netflix dal 9 gennaio (foto Ansa).
Signorini, il centro di un sistema che gestiva relazioni, accessi, possibilità
Per la prima volta, infatti, Signorini non appare solo come il narratore del potere mediatico. Ma come uno dei suoi ingranaggi più visibili. È questo il salto che rende la vicenda diversa dalle molte polemiche che lo hanno riguardato negli anni, senza scalfirlo. Corona non lo attacca per una copertina, per una frase, per una scelta editoriale. Lo accusa di essere parte nevralgica di un sistema. Di gestire relazioni, accessi, possibilità. Di avere esercitato un potere non solo narrativo, ma selettivo. Un potere che passa dal decidere chi entra in televisione, chi ottiene visibilità, chi resta fuori. È un’accusa che non ha ancora riscontri giudiziari, ma che colpisce il cuore di quell’immagine di personaggio pubblico che Signorini si è costruito negli ultimi anni.
Le accuse non riguardano ciò che Alfonso racconta. Ma cosa rappresenta
La risposta, da parte di “Alfonsina la pazza” (copyright Dagospia), è stata al momento misurata. Nessuna sceneggiata. Nessuna contro-narrazione social. Nessun tentativo di ribaltare il racconto sul piano emotivo. Solo una frase asciutta: «Ho dato mandato ai miei legali». È una frase che chiude. Ma non spegne. Perché intorno, questa volta, il rumore non è solo gossip. È il suono di una domanda che, come mai accaduto prima, non riguarda ciò che Signorini racconta. Ma cosa rappresenta.
La rottura con Parpiglia e una perdita di copertura e protezione reciproca
Il tempismo è stato tutto in questa vicenda. Le accuse di Corona sono arrivate dopo la rottura con Gabriele Parpiglia con Signorini. Collaboratore storico di Alfonso. Firma riconoscibile. Uomo di fiducia. Un sodalizio durato anni, cresciuto tra redazioni e retroscena, e finito in modo pubblico, ruvido, non pacificato. Quando una coppia professionale di questo tipo si separa così, nel mondo del gossip non è mai solo una questione di caratteri. È una perdita di copertura. Di protezione reciproca. Di silenzi condivisi. È in questo spazio che Corona entra in scena.
Gabriele Parpiglia nel 2017 (foto Imagoeconomica).
Non colpisce Signorini come conduttore. Né come personaggio televisivo. Colpisce il ruolo. L’autorità che si occupa della selezione. L’idea che esista una soglia. E che Signorini sia stato, per anni, uno dei custodi di quella soglia. Non è un caso che Parpiglia stia cavalcando la questione sui social, raccontando come lui per anni abbia denunciato il sistema Signorini, senza ricordarsi di essere stato un suo prodotto e di aver alimentato quel meccanismo per decenni.
Negli anni di Vallettopoli Signorini era già una figura centrale
Per capire perché questa accusa pesa più di altre bisogna tornare indietro. Molto indietro. A quando il potere di Signorini non era televisivo, ma editoriale. E passava dalle fotografie. Negli anni di Vallettopoli, quando il gossip italiano venne messo sotto processo e il mondo dei paparazzi finì nei fascicoli giudiziari, Signorini era già una figura centrale. Non però l’uomo simbolo dell’inchiesta. Quello era Fabrizio Corona. Ma il settimanale Chi era il luogo dove le immagini arrivavano. Dove venivano valutate. Dove si decideva se una storia sarebbe diventata pubblica o meno. Dove si sceglieva anche se scavalcare i paparazzi che avevano inviato gli scatti, usando i propri fotografi per scovare in autonomia la notizia, evitando così di pagare.
Inchiesta del 2009 sui vip, Signorini in aula con alcune foto di Barbara Berlusconi, che gli vennero proposte da Fabrizio Corona (foto Ansa).
Nei processi il nome di Signorini compariva solo come testimone. Un interlocutore. E punto di snodo. Le cronache raccontavano di foto visionate in redazione. Di telefonate per avvertire i protagonisti. Di interviste organizzate. Di rapporti professionali con Corona che, riletti oggi, restituiscono il clima di un’epoca in cui il confine tra informazione, mediazione e pressione era labile.
Uomo di fiducia dei Berlusconi, non solo direttore di rotocalco
Ma è nel rapporto con la famiglia Berlusconi che la forza di Signorini ha assunto una forma più profonda. Per anni, Alfonso è stato considerato un uomo di fiducia. Non solo un direttore di rotocalco. Ma un interprete affidabile dell’universo berlusconiano. Un giornalista capace di maneggiare storie delicate senza farle esplodere. Abile a difendere. Schermare. Scegliere il tono giusto. Del resto, negli anni sulla sua scrivania è passato di tutto, anche le foto dei figli più piccoli del Cavaliere, che all’inizio degli Anni 2000 frequentavano discoteche come tanti altri calciatori beccati in flagranza di baldoria dai paparazzi.
Silvio Berlusconi su una copertina di Chi nel 2009 (foto Ansa).
Durante gli anni delle “cene eleganti” ad Arcore, Signorini è stato tra i pochi che pubblicamente ha difeso Silvio Berlusconi con convinzione. In tivù, sui giornali, spiegando che si trattava, secondo lui, di attacchi politici. Che la vita privata non poteva essere messa sotto processo. Una linea chiara. E coerente.
Un consigliere informale di Silvio, capace di leggere l’opinione pubblica
In ambienti giornalistici si racconta — da sempre — che Signorini fosse ascoltato. Che fosse considerato un consigliere informale. Non un stratega politico, ma un uomo capace di leggere l’opinione pubblica. Di capire cosa far uscire e cosa no. Di suggerire prudenza o reazione. Non è mai stato un ruolo ufficiale. Ma in quel mondo i ruoli più importanti non sono mai quelli negli organigrammi.
L’universo Mondadori e il rapporto sempre solido con Marina
Con Marina Berlusconi il rapporto è sempre stato solido. Di fiducia reciproca. Signorini ha diretto Chi, il cuore editoriale del gruppo Mondadori, per 17 anni, dal 2006 fino a marzo 2023. Poi ha lasciato la direzione operativa a Massimo Borgnis per assumere il ruolo di direttore editoriale e dedicarsi a nuovi progetti. Di certo è sempre stato affidabile. Uno che non sgarrava mai. Non tradiva. E soprattutto sapeva maneggiare un materiale che, per la famiglia, non è mai stato solo gossip. Era reputazione. Politica. Potere.
Alfonso Signorini durante la registrazione di una puntata di “Kalispera” nel 2011 (foto Ansa).
Perché per i Berlusconi il confine tra privato e pubblico è sempre stato politico. E lo è ancora di più oggi. Negli ultimi anni, l’ipotesi di una discesa in politica di Pier Silvio Berlusconi — evocata, smentita, lasciata fluttuare — o di Marina (ipotizzata da Corona) ha riacceso l’attenzione sull’immagine degli eredi del Cavaliere. In questo scenario, ogni scossa mediatica può trasformarsi potenzialmente in un problema politico. E ogni figura simbolo del potere mediatico del gruppo diventa sensibile.
Tacere non è segno di indifferenza, ma controllo del danno
Le accuse di Corona, in questo senso, sono una polpetta avvelenata difficile da gestire. Non colpiscono direttamente i Berlusconi. Ma se la prendono con uno degli uomini che meglio ha incarnato, per anni, il loro universo mediatico. Un direttore Mondadori. Un volto Mediaset. Un garante del racconto. Finora la reazione è stata principalmente il silenzio. Nessuna presa di distanza. Nessuna smentita pubblica. Nessun segnale di nervosismo. Ma tacere, in certi ambienti, non è segno di indifferenza. È controllo del danno.
Il Grande Fratello Vip assegna ruoli e distribuisce notorietà
Il ruolo di Signorini negli anni ha cambiato forma. Dalla carta è passato alla televisione. Dalle copertine al prime time. Dal racconto alla selezione. Il Grande Fratello Vip è diventato il nuovo ombelico di quel mondo. Non solo un reality. Ma una macchina di visibilità. Un dispositivo che crea personaggi. Assegna ruoli. E distribuisce notorietà.
Alfonso Signorini (foto Imagoeconomica).
In questo contesto, il conduttore non è solo un presentatore. È il custode morale del format e garante delle regole. Proprio lì Corona ha affondato il colpo. Non sul passato. Ma sul presente. Non sulle foto. Ma sulle opportunità. Non sulla carta. Ma sull’accesso.
L’apparenza è sostanza e la crepa conta quanto il crollo
Per questo oggi la storia pesa di più. Non perché Corona sia improvvisamente diventato affidabile. Ma perché il contesto è cambiato. Perché Signorini è più potente che mai. E perché ha appena perso una parte della sua rete di protezione. Nel mondo che lui conosce meglio di chiunque altro – quello dello spettacolo e del potere mediatico – l’apparenza è sostanza. E la crepa conta quanto il crollo. Per la prima volta, l’idea che Alfonso Signorini sia intoccabile non appare più granitica. E quando l’uomo che per anni ha gestito il racconto finisce dentro la storia, nulla è più davvero sotto controllo.
Nel dibattito alla Camera dopo le comunicazioni della presidente del Consiglio Giorgia Meloniin vista del Consiglio europeo, la segretaria del Pd Elly Schlein ha attaccato la linea del governo sulla politica estera, accusando l’Italia di non esercitare un ruolo incisivo nello scenario internazionale. «Il consiglio europeo affronterà un bivio cruciale, l’Italia deve avere una voce autorevole, la sua è un sussurro. Avete tre posizioni diverse, è vero che avete una risoluzione unica ma non ci avete scritto niente dentro», ha affermato, contestando anche l’atteggiamento attendista dell’esecutivo «in attesa di capire che aria tira a Washington». Schlein ha poi criticato l’ipotesi di un accordo legato a Donald Trump, sostenendo che «il piano di Trump concede a Putin ciò che non è riuscito ancora a conquistare sul campo» e aggiungendo: «Matteo Salvini è ancora il vicepresidente o ambisce a fare il portavoce di Mosca?».
Schlein: «Manovra furto ai giovani e agli anziani»
La leader dem è intervenuta anche sul fronte economico e sociale, puntando il dito contro le scelte del governo nella manovra: «Avete riscritto la manovra e con una sola mossa fate un stangata sulle pensioni che è un furto sia ai giovani che agli anziani», ha detto, parlando di «promesse tradite» e accusando l’esecutivo di aver allungato l’età pensionabile nonostante gli impegni presi sulla riforma Fornero.
Sulla sanità: «Gli italiani che rinunciano a curarsi sono sei milioni»
Nel suo intervento ha affrontato anche il tema della sanità e del potere d’acquisto, citando le segnalazioni sui tempi di attesa: «Cara presidente secondo le segnalazioni arrivate a Cittadinanzattiva per una tac al torace le liste di attesa sono di un anno, per una colonscopia aspetti due anni». Secondo Schlein, «il governo pare aver dimenticato le persone», mentre «gli italiani che rinunciano a curarsi sono saliti a sei milioni» e, con l’aumento dei prezzi, «con lo stesso stipendio in tasca quando vai a fare la spesa non riesci a comprare le stesse cose». Accuse che si sono chiuse con un attacco al mancato intervento sugli stipendi e al «bloccare il salario minimo».
Meglio avere un sufficiente numero di medici domani, o togliersi oggi la soddisfazione di vessare dei 19enni, facendogli perdere tempo, denaro e speranze, e per di più insultandoli pubblicamente? L’establishment di destra, rappresentato da Anna Maria Bernini, ministra dell’Università e della Ricerca, non ha dubbi: meglio la seconda opzione. Lo si è visto qualche giorno fa ad Atreju, con l’imbarazzante scenata di Bernini contro gli studenti di Medicina della Sapienza venuti a contestarla per quella specie di Hunger Games che sono stati i test del cosiddetto semestre filtro. A quanto pare, la stessa ministra, a pochi giorni dalla sclerata, ha praticamente dato ragione ai «poveri comunisti», e ha annunciato che rimetterà mano alla procedura d’accesso alla facoltà di Medicina, che si è rivelata ancora più impraticabile dei famigerati test d’ingresso introdotti a inizio secolo.
É inaccettabile che a degli studenti in evidenti difficoltà la Ministra Bernini risponda che “sono dei poveri comunisti”. Ministra chieda scusa e ammetta il fallimento del semestre filtro per l’accesso alla facoltà di medicina pic.twitter.com/sxirikTvLe
Il guilty pleasure del governo è prendere a ceffoni i giovani
Addio, quindi, al semestre filtro, dove la prima parola è ingannevole (i sei mesi per preparare fisica, biologia e chimica erano in realtà solo due), la seconda rivelatrice: per definizione, un filtro serve a trattenere impurità solide in un fluido. Nella mente di chi ha introdotto il “semestre”, gli aspiranti medici erano dunque un fluido da purificare, e il “semestre” il sistema per renderlo puro catturando i corpi estranei per poi espellerli. Forse da questo atteggiamento deriva l’acido disprezzo mostrato da Bernini dall’alto del palco di Atreju: i giovani che non avevano superato i test-filtro erano scarti che non meritavano alcuna comprensione, e potevano essere impunemente bollati con gli epiteti con cui Silvio Berlusconi schiacciava quelli che non la pensavano come lui: «poveri» e «comunisti». Vabbè, non si poteva pretendere che una donna che ha speso gran parte della sua vita a difendere un anziano riccone, dall’oggi al domani si mettesse a difendere gli interessi di ragazzini senza tanti soldi in tasca. Tanto più se la donna oggi fa parte di un governo il cui guilty pleasure è prendere a ceffoni i giovani, prima i dissenzienti (pro-Pal, militanti ambientalisti, liceali che occupano, attivisti Lgbtq+), e ora anche quelli la cui unica colpa è voler studiare Medicina pur non essendo genietti delle Stem con una memoria di ferro.
Anna Maria Bernini (Imagoeconomica).
Il ritorno dei virologi-star sul semestre filtro
Va detto che, almeno, Bernini si è ricreduta, anche se non ha spettacolarizzato la sua retromarcia tanto quanto il cazziatone contro i contestatori ad Atreju. Ma si sarà ricreduto anche il professor Roberto Burioni, che in un post all’indomani dei test-massacro ha puntato il dito contro gli studenti «impreparati»? «Io (i test, ndr) li avrei superati insieme a tutti i miei compagni di classe. Bisogna lamentarsi di meno e studiare molto di più», ha rincarato la dose sui social. «Se il liceo vi ha illuso (e ha illuso anche i vostri genitori che vi ritengono geni incompresi) promuovendo alla maturità il 99,98 per cento di voi e dando in alcune regioni al 20 per cento degli studenti il massimo dei voti è un’ottima occasione per riprendere contatto con la (dura) realtà». Siccome Burioni non è di destra, in una successiva intervista ha parzialmente scagionato i ragazzi e incolpato la scarsa qualità dell’insegnamento delle materie scientifiche alle superiori.
Roberto Burioni (Imagoeconomica).
Al coro si è aggiunto anche il direttore di Malattie infettive al San Martino di Genova, Matteo Bassetti. «Questo è un semestre aperto, se i ragazzi sono andati a fare l’esame del primo semestre e non l’hanno passato, evidentemente vuol dire che non erano preparati adeguatamente, che non avevano studiato abbastanza, che non avevano fatto un percorso adeguato come scuole», ha commentato il professore. «Non è che si può decidere di fare il medico perché si guardano le serie tv o perché si vuole andare a fare il chirurgo estetico o perché si vogliono guadagnare dei soldi».
Matteo Bassetti (Ansa).
Scivolando ancora un po’ verso la sinistra infettivologica che abbiamo imparato a conoscere ai tempi del Covid, troviamo un altro esperto, il presidente della fondazione Gimbe Nino Cartabellotta, che concede ai ragazzi l’ulteriore beneficio del dubbio, e se la prende con chi ha elaborato i test, macchinosi e basati su aspettative irreali.
Nino Cartabellotta (Imagoeconomica).
Ancora più magnanima Antonella Viola, docente di Patologia generale a Padova, che su Instagram ha addirittura chiesto scusa a studenti e famiglie per «una farsa lesiva sul piano emotivo ed economico» e ha spiegato che «oggi la memoria è esternalizzata, questo non rende le persone più stupide, ma diverse».
Chi oggi si iscrive a Medicina dovrebbe essere accolto dalla banda musicale
Per inciso: Bernini, Burioni, Cartabellotta e Viola appartengono a una generazione che è entrata all’università senza bisogno di test d’ingresso, e così pure praticamente tutti i medici cui tutti i giorni affidiamo la nostra salute. Fra 20 o 30 anni forse potremo fare a meno della figura dell’infettivologo-star, ma non dei medici. Anzi, ce ne sarà sempre più bisogno, visto che incombe la terza età di boomer e generazione X, milioni di anzianolescenti che assommeranno le patologie del benessere goduto da giovani a quelle dell’impoverimento vissuto dalla mezza età in poi. Ma i dottori cominciano già a scarseggiare ora, perché i più anziani vanno in pensione, e i pochi neo-medici temprati da una formazione lunga, faticosa e costosa non ci stanno a farsi sfruttare nella sanità pubblica, e si impiegano nel privato o vanno all’estero. Altro che semestre filtro, le facoltà di Medicina dovrebbero accogliere con banda musicale e pioggia di fiori tutti i ragazzi e le ragazze che desiderano ancora imparare a curare i mali dei loro simili, anziché fare i content creator su OnlyFans. Dove per ora non sono previsti test d’ingresso, ma visto l’affollamento, presto potrebbero introdurli anche lì.
I passeggeri del volo Cracovia-Bergamo dell’8 dicembre scorso hanno vissuto momenti di puro panico. Subito dopo il decollo, infatti, il velivolo di Malta Air ha superato gli 8 mila piedi quando uno dei due motori si è improvvisamente spento. I piloti hanno lanciato un messaggio d’allarme segnalando l’anomalia, ma sono riusciti a riavviare in tempi rapidi i motori. L’aereo ha ritardato di oltre un’ora, ma è riuscito ad arrivare a destinazione. Ma cosa ha causato il blocco del motore? Secondo una prima ricostruzione, una visiera parasole si sarebbe staccata per poi cadere sui comandi dell’aereo. Da lì lo stop ai motori.
La Commissione statale polacca indaga
La Commissione statale polacca, però, non è del tutto convinta sull’origine dell’emergenza. Il velivolo è stato tenuto a terra per 50 ore dopo l’arrivo a Bergamo. La compagnia l’ha utilizzato soltanto due giorni dopo, per una tratta ben più breve, la Bergamo-Bologna. Dalle indagini, inoltre, è emerso che la leva del carburante, con cui si avvia il motore, ha un sistema grazie a cui non è così semplice il blocco. Come spiegato da Repubblica, lo stop si verifica soltanto se questa viene sollevata verso l’alto e poi spinta indietro. Un urto accidentale può far verificare questa eventualità? Le autorità stanno indagando su quanto accaduto.
Il Consiglio Superiore della Magistratura ha archiviato la pratica di trasferimento d’ufficio del procuratore della Repubblica di Roma, Francesco Lo Voi, che era stata aperta in relazione al caso Almasri su richiesta dei consiglieri laici del centrodestra, secondo cui il magistrato era incompatibile con la procura capitolina dopo la denuncia del Dis a Perugia. L’archiviazione è stata approvata con sei astensioni (Isabella Bertolini, Claudia Eccher, Daniela Bianchini, Enrico Aimi e Felice Giuffrè e Daniele Porena).