Chiara Biasi, bufera dopo lo scherzo delle Iene

L'influencer guardando foto fake di una campagna pubblicitaria ha sbottato: «Io per 80 mila euro non mi alzo nemmeno dal letto al mattino e mi pettino». Poi sempre su Instagram ha chiarito: «Mai sputerei sul denaro anche perché lavoro e mi mantengo da 10 anni».

«Io per 80 mila euro non mi alzo nemmeno dal letto al mattino e mi pettino». La boutade di Chiara Biasi, influencer da 2,4 milioni di follower su Instagram, durante uno scherzo delle Iene ha scatenato un putiferio in Rete.

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me*de @redazioneiene

A post shared by Chiara Biasi (@chiarabiasi) on

«Questo è uno schiaffo a gente che si alza alle 3 di notte per andare a lavorare e portare a casa 1000 euro stentati, in molti casi anche di meno. Vergognoso», ha twittato Daisy.

Biasi nello scherzo organizzato dalla trasmissione Mediaset appariva in alcuni scatti fake in pose decisamente poco glamour. Su tutti, uno mentre surfa su un enorme assorbente. «Questa cosa mi danneggia», ha sbottato Biasi, «è un danno di immagine enorme. Ok, accetto di andare su un assorbente, ma per 80 mila euro? Io per 80 mila euro manco mi alzo la mattina e mi pettino».

LE CAMPAGNE PER DEFOLLOWARE CHIARA BIASI

Molti su Twitter hanno lanciato campagne di boicottaggio o, meglio, di “defolowizzazione” dei profili dell’influencer. E anche chi come don Tonio, parroco di Capurso, nel Barese, ha commentato: «Ho scoperto che esiste @chiarabiasi e la mia vita non è più la stessa. Chiara, facciamo che per 80.000€ mi alzo io al posto tuo? Mi servono per lavori alla Parrocchia. Tanto non ho manco i capelli da pettinarmi. E tu continui a dormire».

LA RISPOSTA: «MAI SPUTEREI SUL DENARO»

Biasi ha risposto alla valanga di critiche con una story su Instagram: «Ragazzi state molto sereni per cortesia che mai sputerei sul denaro anche perché lavoro e mi mantengo da 10 anni», ha detto. «Quello che intendevo io è che per quella cifra non sarei mai voluta diventare famosa per stare seduta su un water appesa al Duomo o per volare su un assorbente».

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Chiara Biasi, bufera dopo lo scherzo delle Iene

L'influencer guardando foto fake di una campagna pubblicitaria ha sbottato: «Io per 80 mila euro non mi alzo nemmeno dal letto al mattino e mi pettino». Poi sempre su Instagram ha chiarito: «Mai sputerei sul denaro anche perché lavoro e mi mantengo da 10 anni».

«Io per 80 mila euro non mi alzo nemmeno dal letto al mattino e mi pettino». La boutade di Chiara Biasi, influencer da 2,4 milioni di follower su Instagram, durante uno scherzo delle Iene ha scatenato un putiferio in Rete.

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«Questo è uno schiaffo a gente che si alza alle 3 di notte per andare a lavorare e portare a casa 1000 euro stentati, in molti casi anche di meno. Vergognoso», ha twittato Daisy.

Biasi nello scherzo organizzato dalla trasmissione Mediaset appariva in alcuni scatti fake in pose decisamente poco glamour. Su tutti, uno mentre surfa su un enorme assorbente. «Questa cosa mi danneggia», ha sbottato Biasi, «è un danno di immagine enorme. Ok, accetto di andare su un assorbente, ma per 80 mila euro? Io per 80 mila euro manco mi alzo la mattina e mi pettino».

LE CAMPAGNE PER DEFOLLOWARE CHIARA BIASI

Molti su Twitter hanno lanciato campagne di boicottaggio o, meglio, di “defolowizzazione” dei profili dell’influencer. E anche chi come don Tonio, parroco di Capurso, nel Barese, ha commentato: «Ho scoperto che esiste @chiarabiasi e la mia vita non è più la stessa. Chiara, facciamo che per 80.000€ mi alzo io al posto tuo? Mi servono per lavori alla Parrocchia. Tanto non ho manco i capelli da pettinarmi. E tu continui a dormire».

LA RISPOSTA: «MAI SPUTEREI SUL DENARO»

Biasi ha risposto alla valanga di critiche con una story su Instagram: «Ragazzi state molto sereni per cortesia che mai sputerei sul denaro anche perché lavoro e mi mantengo da 10 anni», ha detto. «Quello che intendevo io è che per quella cifra non sarei mai voluta diventare famosa per stare seduta su un water appesa al Duomo o per volare su un assorbente».

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Lagarde conferma la linea Draghi: «La politica Bce resta espansiva»

La linea Draghi per ora non si tocca, anche perché le decisioni prese nelle ultime fasi della presidenza italiana all’Eurotower..

La linea Draghi per ora non si tocca, anche perché le decisioni prese nelle ultime fasi della presidenza italiana all’Eurotower hanno blindato le politiche dei prossimi mesi. «La Bce rimane risoluta nel perseguire il proprio mandato» e la posizione di politica monetaria accomodante, un pilastro della domanda interna durante la ripresa, «rimane al suo posto», ha detto la presidente della Bce, Christine Lagarde, durante un’audizione all’Europarlamento. a crescita dell’Eurozona rimane debole, con il Pil in crescita solo dello 0,2% su base trimestrale nel terzo trimestre 2019. Questa debolezza è stata dovuta principalmente a fattori globali», ha detto Lagarde, durante un’audizione all’Europarlamento. «Le prospettive dell’economia mondiale rimangono fiacche e incerte. Questo riduce la domanda di beni prodotti nell’Eurozona e influisce anche sul clima delle imprese e gli investimenti».

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Cosa prevede la stretta di Johnson sui turisti Ue nel Regno Unito

Introduzione di un visto elettronico e obbligo di munirsi di passaporto: il giro di vite del premier conservatore in caso di vittoria alle elezioni del 12 dicembre.

Boris Johnson prepara la stretta sul turismo. Con ricadute pesanti su tutti i viaggiatori stranieri, inclusi quelli provenienti dall’Unione europea. In caso di vittoria alle elezioni anticipate nel Regno Unito del 12 dicembre, il premier conservatore è pronto a complicare la vita ai cittadini Ue in viaggio per Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord, equiparandoli agli extracomunitari.

SERVE IL VIA LIBERA TRE GIORNI PRIMA DEL VIAGGIO

L’intenzione è quella di introdurre – a partire dal primo gennaio 2021 – l’obbligo di compilare preventivamente un modulo elettronico simile allEsta statunitense per varcare il confine. Se il via libera all’ingresso nel Regno Unito non arriverà almeno tre giorni prima dell’arrivo in qualsiasi aeroporto o porto britannico, il cittadino Ue sarà rimandato a casa. Addio viaggi dell’ultimo minuto, dunque.

VADE RETRO PASSAPORTO ITALIANO

Non solo. La carta di identità non sarà più sufficiente, servirà il passaporto. In questo senso, la ministra dell’Interno Priti Patel, esponente euroscettica della destra più radicale in casa Tory, se l’è presa in particolare con le carte d’identità di Italia e Grecia, che ha definito facili da falsificare. Inoltre, sarà vietato l’ingresso nel Regno Unito ai condannati per una serie di reati – ancora non specificati -, e verrà applicato un sistema di conteggio volto a calcolare quanti cittadini Ue sono entrati e quanti sono usciti dal Paese in un certo periodo di tempo ed evitare soggiorni superiori ai tre mesi permessi dal visto turistico.

I SONDAGGI PREOCCUPANO JOHNSON

La condizione necessaria perché questa stretta sull’immigrazione europea annunciata da Johnson diventi realtà è che il premier conservatore vinca le elezioni del 12 dicembre, ottenendo la maggioranza assoluta in parlamento, e metta in atto la Brexit, ovvero l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Gli ultimi sondaggi, realizzati prima dell’attentato sul London Bridge, hanno innescato qualche accenno di preoccupazione in casa Tory sulla certezza di potersi aggiudicare la maggioranza assoluta dei seggi, vitale per la Brexit. Cala infatti il vantaggio (pur largo) attribuito ai conservatori sui laburisti: per Opinum, da 19 a 15 punti; per Bmg, addirittura fino al 6%. Con un massiccio recupero di voti del partito di Jeremy Corbyn ai danni delle terze forze, liberaldemocratici in testa.

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Introduzione di un visto elettronico e obbligo di munirsi di passaporto: il giro di vite del premier conservatore in caso di vittoria alle elezioni del 12 dicembre.

Boris Johnson prepara la stretta sul turismo. Con ricadute pesanti su tutti i viaggiatori stranieri, inclusi quelli provenienti dall’Unione europea. In caso di vittoria alle elezioni anticipate nel Regno Unito del 12 dicembre, il premier conservatore è pronto a complicare la vita ai cittadini Ue in viaggio per Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord, equiparandoli agli extracomunitari.

SERVE IL VIA LIBERA TRE GIORNI PRIMA DEL VIAGGIO

L’intenzione è quella di introdurre – a partire dal primo gennaio 2021 – l’obbligo di compilare preventivamente un modulo elettronico simile allEsta statunitense per varcare il confine. Se il via libera all’ingresso nel Regno Unito non arriverà almeno tre giorni prima dell’arrivo in qualsiasi aeroporto o porto britannico, il cittadino Ue sarà rimandato a casa. Addio viaggi dell’ultimo minuto, dunque.

VADE RETRO PASSAPORTO ITALIANO

Non solo. La carta di identità non sarà più sufficiente, servirà il passaporto. In questo senso, la ministra dell’Interno Priti Patel, esponente euroscettica della destra più radicale in casa Tory, se l’è presa in particolare con le carte d’identità di Italia e Grecia, che ha definito facili da falsificare. Inoltre, sarà vietato l’ingresso nel Regno Unito ai condannati per una serie di reati – ancora non specificati -, e verrà applicato un sistema di conteggio volto a calcolare quanti cittadini Ue sono entrati e quanti sono usciti dal Paese in un certo periodo di tempo ed evitare soggiorni superiori ai tre mesi permessi dal visto turistico.

I SONDAGGI PREOCCUPANO JOHNSON

La condizione necessaria perché questa stretta sull’immigrazione europea annunciata da Johnson diventi realtà è che il premier conservatore vinca le elezioni del 12 dicembre, ottenendo la maggioranza assoluta in parlamento, e metta in atto la Brexit, ovvero l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Gli ultimi sondaggi, realizzati prima dell’attentato sul London Bridge, hanno innescato qualche accenno di preoccupazione in casa Tory sulla certezza di potersi aggiudicare la maggioranza assoluta dei seggi, vitale per la Brexit. Cala infatti il vantaggio (pur largo) attribuito ai conservatori sui laburisti: per Opinum, da 19 a 15 punti; per Bmg, addirittura fino al 6%. Con un massiccio recupero di voti del partito di Jeremy Corbyn ai danni delle terze forze, liberaldemocratici in testa.

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Gianluca Comin spiega le nuove sfide della Comunicazione Corporate

Nel libro Comunicazione integrata e reputation management, il docente della Luiss analizza l'evoluzione del settore. Un manuale dedicato agli addetti ai lavori e ai manager per realizzare progetti di successo.

Rispondere alle evoluzioni della società, dei consumatori e delle imprese attraverso l’utilizzo di nuove strategie e strumenti di comunicazione. Sono questi gli obiettivi del nuovo libro a cura di Gianluca Comin Comunicazione integrata e reputation management. Il volume, edito da Luiss University Press, analizza l’evoluzione che è avvenuta nell’ambito della Comunicazione Corporate e che ha portato a un lento ma inarrestabile processo di innovazione dei canali. Innescando la necessità per le imprese di adottare un approccio orientato al cosiddetto e-business.

«Nello scenario attuale, sono profondamente cambiate le leve per la gestione della comunicazione, della reputazione, e più in generale per il successo dell’impresa. È pertanto fondamentale continuare a formarsi, per interpretare le evoluzioni e mettere in atto strategie di successo», ha spiegato Comin, docente di Strategie di Comunicazione e Tecniche pubblicitarie presso la facoltà di Economia e Management della Luiss e direttore dell’Executive Program in Corporate Communication della Luiss Business School. «Questo manuale intende fornire un insieme strutturato di conoscenze e competenze chiave, che possano favorire la gestione della comunicazione in maniera strategica non solo ai professionisti della comunicazione, ma anche ai manager e leader d’azienda per realizzare progetti di successo». (Il libro è già acquistabile sul sito della Luiss University Press, sul sito di Ibs e quello di Amazon). 

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Nel libro Comunicazione integrata e reputation management, il docente della Luiss analizza l'evoluzione del settore. Un manuale dedicato agli addetti ai lavori e ai manager per realizzare progetti di successo.

Rispondere alle evoluzioni della società, dei consumatori e delle imprese attraverso l’utilizzo di nuove strategie e strumenti di comunicazione. Sono questi gli obiettivi del nuovo libro a cura di Gianluca Comin Comunicazione integrata e reputation management. Il volume, edito da Luiss University Press, analizza l’evoluzione che è avvenuta nell’ambito della Comunicazione Corporate e che ha portato a un lento ma inarrestabile processo di innovazione dei canali. Innescando la necessità per le imprese di adottare un approccio orientato al cosiddetto e-business.

«Nello scenario attuale, sono profondamente cambiate le leve per la gestione della comunicazione, della reputazione, e più in generale per il successo dell’impresa. È pertanto fondamentale continuare a formarsi, per interpretare le evoluzioni e mettere in atto strategie di successo», ha spiegato Comin, docente di Strategie di Comunicazione e Tecniche pubblicitarie presso la facoltà di Economia e Management della Luiss e direttore dell’Executive Program in Corporate Communication della Luiss Business School. «Questo manuale intende fornire un insieme strutturato di conoscenze e competenze chiave, che possano favorire la gestione della comunicazione in maniera strategica non solo ai professionisti della comunicazione, ma anche ai manager e leader d’azienda per realizzare progetti di successo». (Il libro è già acquistabile sul sito della Luiss University Press, sul sito di Ibs e quello di Amazon). 

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Pugno duro di Ancelotti: un altro ritiro per il Napoli

Dopo il ko con il Bologna, l'allenatore aveva accusato i giocatori di non impegnarsi abbastanza. I partenopei sono settimi in classifica, sempre più lontani dalla zona Champions.

Il Napoli in ritiro. Questa volta la decisione non è della società, ma dell’allenatore Carlo Ancelotti. La squadra sarà in ritiro da mercoledì 4 dicembre fino al match con l’Udinese, in programma sabato 7. Ancelotti lo ha comunicato nel corso dell’allenamento del lunedì, dopo la sconfitta per 2-1 al San Paolo contro il Bologna. Il mister azzurro, che in occasione del ritiro di inizio novembre – poi non rispettato dalla squadra – s’era detto in disaccordo con la società, questa volta ha scelto di usare il pugno duro contro i giocatori che, nell’immediato post partita col Bologna, aveva accusato di non impegnarsi al massimo.

IL J’ACCUSE DI ANCELOTTI DOPO IL KO COL BOLOGNA

«Io mi prendo la maggior parte delle responsabilità», le parole a caldo di Ancelotti, «ma anche i giocatori si devono sentire responsabili: in campo ci vanno loro e devono provare a mettere sempre la stessa intensità come collettivo. Non ce la stanno mettendo tutta o lo fanno solo in parte». La squadra, secondo l’allenatore, «non riesce a mantenere un livello di attenzione e applicazione con continuità in campionato, cosa che invece riesce a fare in coppa. Per questo se venerdì si è parlato e si sono chiarite alcune cose, ora si apre un discorso nuovo tra me e la squadra. Sentirsi in discussione è il minimo, ma ne siamo tutti coinvolti al 100%: questo momento è durato troppo, ora deve finire velocemente, perché obiettivamente stiamo facendo troppo male. Se penso alla passata stagione siamo meno fluidi e efficaci, la costruzione sempre un po’ arruffata. Vedo che, quando incide l’aspetto caratteriale e di sacrificio, si pareggia con il Liverpool; ecco, il problema è stare lì al 100% con la testa, so che non è facile, ma bisogna esserci. Chi va in campo deve fare qualcosa di più».

LA ZONA CHAMPIONS È LONTANA OTTO PUNTI

La classifica vede il Napoli settimo, con soli 20 punti in 14 partite (frutto di cinque vittorie, cinque pareggi e quattro sconfitte) e la zona Champions che si allontana sempre più: la Lazio, terza, è a +10, e la Roma, quarta, a +8.

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Pugno duro di Ancelotti: un altro ritiro per il Napoli

Dopo il ko con il Bologna, l'allenatore aveva accusato i giocatori di non impegnarsi abbastanza. I partenopei sono settimi in classifica, sempre più lontani dalla zona Champions.

Il Napoli in ritiro. Questa volta la decisione non è della società, ma dell’allenatore Carlo Ancelotti. La squadra sarà in ritiro da mercoledì 4 dicembre fino al match con l’Udinese, in programma sabato 7. Ancelotti lo ha comunicato nel corso dell’allenamento del lunedì, dopo la sconfitta per 2-1 al San Paolo contro il Bologna. Il mister azzurro, che in occasione del ritiro di inizio novembre – poi non rispettato dalla squadra – s’era detto in disaccordo con la società, questa volta ha scelto di usare il pugno duro contro i giocatori che, nell’immediato post partita col Bologna, aveva accusato di non impegnarsi al massimo.

IL J’ACCUSE DI ANCELOTTI DOPO IL KO COL BOLOGNA

«Io mi prendo la maggior parte delle responsabilità», le parole a caldo di Ancelotti, «ma anche i giocatori si devono sentire responsabili: in campo ci vanno loro e devono provare a mettere sempre la stessa intensità come collettivo. Non ce la stanno mettendo tutta o lo fanno solo in parte». La squadra, secondo l’allenatore, «non riesce a mantenere un livello di attenzione e applicazione con continuità in campionato, cosa che invece riesce a fare in coppa. Per questo se venerdì si è parlato e si sono chiarite alcune cose, ora si apre un discorso nuovo tra me e la squadra. Sentirsi in discussione è il minimo, ma ne siamo tutti coinvolti al 100%: questo momento è durato troppo, ora deve finire velocemente, perché obiettivamente stiamo facendo troppo male. Se penso alla passata stagione siamo meno fluidi e efficaci, la costruzione sempre un po’ arruffata. Vedo che, quando incide l’aspetto caratteriale e di sacrificio, si pareggia con il Liverpool; ecco, il problema è stare lì al 100% con la testa, so che non è facile, ma bisogna esserci. Chi va in campo deve fare qualcosa di più».

LA ZONA CHAMPIONS È LONTANA OTTO PUNTI

La classifica vede il Napoli settimo, con soli 20 punti in 14 partite (frutto di cinque vittorie, cinque pareggi e quattro sconfitte) e la zona Champions che si allontana sempre più: la Lazio, terza, è a +10, e la Roma, quarta, a +8.

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Cosa ha detto Conte alla Camera sul Mes

Attacco frontale a Salvini e Meloni: «Le opposizioni hanno diffuso notizie allarmistiche, palesemente false». E in questo modo hanno «inquinato il dibattito pubblico e disorientato i cittadini».

È iniziata con un attacco frontale a Matteo Salvini e Giorgia Meloni l’informativa urgente del premier Giuseppe Conte sul Mes andata in scena alla Camera. Nel pomeriggio toccherà al Senato. «Le opposizioni hanno lanciato accuse infamanti contro di me. Sono state diffuse notizie allarmistiche, palesemente false. Del senatore Salvini non mi stupisco, sono note la sua disinvoltura a restituire la verità e la sua difficoltà a studiare i dossier. Mi meraviglio invece della deputata Meloni», ha esordito infatti il capo del governo, rivolgendosi direttamente alla leader di Fratelli d’Italia, presente in Aula.

LEGGI ANCHE: Cos’è il Mes e perché Salvini e Meloni attaccano il governo

Meloni ha reagito urlando e scatenando una breve bagarre, prontamente sedata dal presidente di Montecitorio, Roberto Fico. Conte ha proseguito così: «Sono qui per l’informativa sulle modifiche al Mes non solo perché doverosa dopo la richiesta, ma anche perché ho sempre cercato di assicurare un’interlocuzione chiara e trasparente con il parlamento».

LEGGI ANCHE: Compromesso sul fondo salva-Stati al vertice notturno di Palazzo Chigi

NESSUNA FIRMA SUL TRATTATO DI RIFORMA

Il premier ha messo in fila tutte le accuse che gli sono state rivolte negli ultimi giorni, smontandole pezzo dopo pezzo: «È stato detto che il Mes sarebbe stato già firmato, e per giunta di notte. Mi sembra quasi superfluo confermare a quest’Aula un fatto di tutta evidenza. Ossia che né da parte mia, né da parte di alcun membro del mio governo si è proceduto alla firma di un trattato ancora incompleto».

CONTE: «COSÌ SI MINA LA CREDIBILITÀ DELLE ISTITUZIONI»

Quanto all’accusa di alto tradimento, Conte ha scandito: «Questa è una questione diversa dal dire che si sono fatti degli errori politici o cattive riforme. È un’accusa che inquina il dibattito pubblico e disorienta i cittadini, ed è indice della forma più grave di spregiudicatezza. Perché pur di lucrare un qualche effimero vantaggio, finisce per minare alle basi la credibilità delle istituzioni democratiche». Se però le accuse rivolte contro il premier «non avessero fondamento, e anzi fosse dimostrato che chi le ha mosse era ben consapevole della loro falsità, avremmo la prova che chi ora è all’opposizione e si è candidato a governare il Paese con pieni poteri sta dando prova, e purtroppo non sarebbe la prima volta, di scarsa cultura delle regole e della più assoluta mancanza di rispetto delle istituzioni».

LA LEGA SAPEVA TUTTO

Il premier ha quindi ricordato alla Lega che «nel Consiglio dei ministri del 27 febbraio 2019 è stata presentata e illustrata nel dettaglio la Relazione consuntiva sulla partecipazione dell’Italia all’Unione europea, in cui si parlava anche delle trattative condotte sul Mes. Nessuno dei ministri presenti, compresi quelli della Lega, ha mosso obiezioni sul punto». E dunque «nessuno può oggi permettersi non dico di sostenere apertamente, ma anche solo di insinuare velatamente l’idea che il processo di riforma sia stato condotto nel segreto. O peggio, firmato nottetempo. Non solo c’è stata piena condivisione nel governo, ma su questa materia vi è stato, con il parlamento italiano, un dialogo costante, un aggiornamento approfondito».

L’AFFONDO CONTRO IL DEPUTATO BORGHI

Il premier ha rammentato anche come pochi giorni dopo quel Consiglio dei ministri la commissione Bilancio della Camera, presieduta dall’onorevole Claudio Borghi, nella seduta del 6 marzo 2019 «espresse parere favorevole» con la seguente condizione: «”Siano adottate in tutte le sedi istituzionali dell’Unione europea iniziative volte a sospendere, ove possibile, ogni determinazione conclusiva in merito agli atti di cui in premessa, nell’attesa degli esiti delle prossime consultazioni elettorali per l’elezione del parlamento europeo”. Il parere favorevole venne condiviso dall’onorevole Borghi. E, in rappresentanza del governo, il sottosegretario Massimo Garavaglia ritenne equilibrata la proposta di parere favorevole poi approvata». Sia Borghi, sia Garavaglia fanno parte della Lega.

DISCREZIONALITÀ SULLA VALUTAZIONE DEL DEBITO

Entrando nei dettagli della riforma del fondo salva-Stati, Conte ha spiegato che il nuovo trattato «lascia a una valutazione tutt’altro che automatica la verifica della sostenibilità del debito e delle condizioni macroeconomiche dei Paesi beneficiari dell’intervento del Mes, coerentemente con quanto preteso dall’Italia che si è opposta ad altri Paesi che avrebbero invece voluto maggiori automatismi. Infatti, l’articolo 13 del nuovo trattato recita che al recepimento della domanda di aiuto finanziario da parte di un Paese membro, “il presidente del Consiglio dei governatori incarica il direttore generale e la Commissione europea di concerto con la Bce di assolvere insieme i seguenti compiti”. E al punto B indica tra questi compiti quello di “valutare la sostenibilità del debito e la capacità di rimborso del sostegno alla stabilità. La valutazione è effettuata all’insegna della trasparenza e della prevedibilità, al contempo consentendo una sufficiente discrezionalità“. Quest’ultima previsione attenua fortemente qualsiasi forma di automatismo che era nelle precedenti versioni».

MELONI: «NOI GLI UNICI SEMPRE CONTRARI»

Al termine dell’informativa del premier, ci sono state le repliche dei deputati. Particolarmente accesi i toni usati da Giorgia Meloni: «Noi di Fratelli d’Italia ci siamo sempre opposti alla riforma del Mes. Lei, presidente Conte, ha letto 40 minuti di resoconti parlamentari per contraddire quello che ha fatto il suo governo. O il trattato è emendabile, e vedremo se ci saranno modifiche; o come dice il ministro Gualtieri è stato già chiuso. Voglio la verità, ma il governo non la può dire. Temo che il presidente Conte abbia dato l’ok di fatto su una riforma da cui l’Italia ha tutto da perdere, in cambio di una benedizione delle consorterie europee. Era l’oscuro prestanome del governo M5s-Lega, adesso come mai è diventato uno statista? Si è presentato come avvocato del popolo, non la faremo diventare il curatore fallimentare dell’Italia, la fermeremo prima. E vedremo cosa farà l’11 dicembre (quando la maggioranza sarà chiamata a votare una mozione sul Mes, ndr) Luigi Di Maio. Al M5s dico: basta con i proclami, abbaiate alla luna sui giornali e poi scodinzolate in parlamento. Per una volta alzate la testa, provate a dimostrare che la vostra poltrona vale meno dei risparmi degli italiani!».

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Cosa ha detto Conte alla Camera sul Mes

Attacco frontale a Salvini e Meloni: «Le opposizioni hanno diffuso notizie allarmistiche, palesemente false». E in questo modo hanno «inquinato il dibattito pubblico e disorientato i cittadini».

È iniziata con un attacco frontale a Matteo Salvini e Giorgia Meloni l’informativa urgente del premier Giuseppe Conte sul Mes andata in scena alla Camera. Nel pomeriggio toccherà al Senato. «Le opposizioni hanno lanciato accuse infamanti contro di me. Sono state diffuse notizie allarmistiche, palesemente false. Del senatore Salvini non mi stupisco, sono note la sua disinvoltura a restituire la verità e la sua difficoltà a studiare i dossier. Mi meraviglio invece della deputata Meloni», ha esordito infatti il capo del governo, rivolgendosi direttamente alla leader di Fratelli d’Italia, presente in Aula.

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Meloni ha reagito urlando e scatenando una breve bagarre, prontamente sedata dal presidente di Montecitorio, Roberto Fico. Conte ha proseguito così: «Sono qui per l’informativa sulle modifiche al Mes non solo perché doverosa dopo la richiesta, ma anche perché ho sempre cercato di assicurare un’interlocuzione chiara e trasparente con il parlamento».

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NESSUNA FIRMA SUL TRATTATO DI RIFORMA

Il premier ha messo in fila tutte le accuse che gli sono state rivolte negli ultimi giorni, smontandole pezzo dopo pezzo: «È stato detto che il Mes sarebbe stato già firmato, e per giunta di notte. Mi sembra quasi superfluo confermare a quest’Aula un fatto di tutta evidenza. Ossia che né da parte mia, né da parte di alcun membro del mio governo si è proceduto alla firma di un trattato ancora incompleto».

CONTE: «COSÌ SI MINA LA CREDIBILITÀ DELLE ISTITUZIONI»

Quanto all’accusa di alto tradimento, Conte ha scandito: «Questa è una questione diversa dal dire che si sono fatti degli errori politici o cattive riforme. È un’accusa che inquina il dibattito pubblico e disorienta i cittadini, ed è indice della forma più grave di spregiudicatezza. Perché pur di lucrare un qualche effimero vantaggio, finisce per minare alle basi la credibilità delle istituzioni democratiche». Se però le accuse rivolte contro il premier «non avessero fondamento, e anzi fosse dimostrato che chi le ha mosse era ben consapevole della loro falsità, avremmo la prova che chi ora è all’opposizione e si è candidato a governare il Paese con pieni poteri sta dando prova, e purtroppo non sarebbe la prima volta, di scarsa cultura delle regole e della più assoluta mancanza di rispetto delle istituzioni».

LA LEGA SAPEVA TUTTO

Il premier ha quindi ricordato alla Lega che «nel Consiglio dei ministri del 27 febbraio 2019 è stata presentata e illustrata nel dettaglio la Relazione consuntiva sulla partecipazione dell’Italia all’Unione europea, in cui si parlava anche delle trattative condotte sul Mes. Nessuno dei ministri presenti, compresi quelli della Lega, ha mosso obiezioni sul punto». E dunque «nessuno può oggi permettersi non dico di sostenere apertamente, ma anche solo di insinuare velatamente l’idea che il processo di riforma sia stato condotto nel segreto. O peggio, firmato nottetempo. Non solo c’è stata piena condivisione nel governo, ma su questa materia vi è stato, con il parlamento italiano, un dialogo costante, un aggiornamento approfondito».

L’AFFONDO CONTRO IL DEPUTATO BORGHI

Il premier ha rammentato anche come pochi giorni dopo quel Consiglio dei ministri la commissione Bilancio della Camera, presieduta dall’onorevole Claudio Borghi, nella seduta del 6 marzo 2019 «espresse parere favorevole» con la seguente condizione: «”Siano adottate in tutte le sedi istituzionali dell’Unione europea iniziative volte a sospendere, ove possibile, ogni determinazione conclusiva in merito agli atti di cui in premessa, nell’attesa degli esiti delle prossime consultazioni elettorali per l’elezione del parlamento europeo”. Il parere favorevole venne condiviso dall’onorevole Borghi. E, in rappresentanza del governo, il sottosegretario Massimo Garavaglia ritenne equilibrata la proposta di parere favorevole poi approvata». Sia Borghi, sia Garavaglia fanno parte della Lega.

DISCREZIONALITÀ SULLA VALUTAZIONE DEL DEBITO

Entrando nei dettagli della riforma del fondo salva-Stati, Conte ha spiegato che il nuovo trattato «lascia a una valutazione tutt’altro che automatica la verifica della sostenibilità del debito e delle condizioni macroeconomiche dei Paesi beneficiari dell’intervento del Mes, coerentemente con quanto preteso dall’Italia che si è opposta ad altri Paesi che avrebbero invece voluto maggiori automatismi. Infatti, l’articolo 13 del nuovo trattato recita che al recepimento della domanda di aiuto finanziario da parte di un Paese membro, “il presidente del Consiglio dei governatori incarica il direttore generale e la Commissione europea di concerto con la Bce di assolvere insieme i seguenti compiti”. E al punto B indica tra questi compiti quello di “valutare la sostenibilità del debito e la capacità di rimborso del sostegno alla stabilità. La valutazione è effettuata all’insegna della trasparenza e della prevedibilità, al contempo consentendo una sufficiente discrezionalità“. Quest’ultima previsione attenua fortemente qualsiasi forma di automatismo che era nelle precedenti versioni».

MELONI: «NOI GLI UNICI SEMPRE CONTRARI»

Al termine dell’informativa del premier, ci sono state le repliche dei deputati. Particolarmente accesi i toni usati da Giorgia Meloni: «Noi di Fratelli d’Italia ci siamo sempre opposti alla riforma del Mes. Lei, presidente Conte, ha letto 40 minuti di resoconti parlamentari per contraddire quello che ha fatto il suo governo. O il trattato è emendabile, e vedremo se ci saranno modifiche; o come dice il ministro Gualtieri è stato già chiuso. Voglio la verità, ma il governo non la può dire. Temo che il presidente Conte abbia dato l’ok di fatto su una riforma da cui l’Italia ha tutto da perdere, in cambio di una benedizione delle consorterie europee. Era l’oscuro prestanome del governo M5s-Lega, adesso come mai è diventato uno statista? Si è presentato come avvocato del popolo, non la faremo diventare il curatore fallimentare dell’Italia, la fermeremo prima. E vedremo cosa farà l’11 dicembre (quando la maggioranza sarà chiamata a votare una mozione sul Mes, ndr) Luigi Di Maio. Al M5s dico: basta con i proclami, abbaiate alla luna sui giornali e poi scodinzolate in parlamento. Per una volta alzate la testa, provate a dimostrare che la vostra poltrona vale meno dei risparmi degli italiani!».

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Caos M5s, Di Maio isolato anche dai fedelissimi

Il partito naviga a vista. Anche gli uomini più vicini al capo politico sono preoccupati per la tenuta del governo. Il riavvicinamento alla linea barricadera di Di Battista basterà per restare a galla?

Un uomo solo al comando. Ma in questo caso non è Fausto Coppi e c’è veramente poco di epico. Si tratta infatti di Luigi Di Maio.

Il capo politico M5s è in una condizione di crescente isolamento: addirittura i fedelissimi cominciano a manifestare un certo scetticismo sulle fughe in avanti del ministro degli Esteri. Soprattutto quando filtra l’ipotetica rottura con il Partito democratico.

I MESSAGGI DI BONAFEDE

«Non mi piace questo continuo riferimento a far saltare il governo. Noi siamo al governo per lavorare per i cittadini. Ciascuno si prende le responsabilità politiche delle proposte che porta avanti», ha scandito il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, lanciando un messaggio al Pd (contro le ipotesi di rotture definitive sulla prescrizione), affinché Di Maio intendesse.

Luigi Di Maio con il Guardasigilli Alfonso Bonafede (Getty).

In alcune situazioni, come sullo scudo penale per l’ex Ilva, il capo politico ha pubblicamente evocato la crisi. Altre volte è stata una voce del sen fuggita, e raccolta come indiscrezione, salvo poi essere smentita. Comunque un modo per inviare segnali di fumo ai suoi e agli alleati. E alimentare sospetti.

LEGGI ANCHE: Ilva, manovra, riforma del Mes: gli ostacoli del governo per arrivare a fine 2019

I MALESSERI DI SPADAFORA

La presa di posizione di Bonafede non è passata inosservata. Il Guardasigilli è un fedelissimo del leader che ha voluto confermarlo in via Arenula durante la formazione del Conte II, sfidando le resistenze del Pd. Se uno come lui dissente dalla linea della “minaccia al governo” è una spia che si accende. Le sue affermazioni fanno da sponda alle parole del presidente della Camera, Roberto Fico, che qualche giorno fa ha invitato a far lavorare il parlamento fino al 2023. Dando una prospettiva di legislatura, l’opzione che preferisce. Un malessere simile è vissuto dal ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, grande sponsor del Conte II e considerato consigliere molto ascoltato da Di Maio.

Luigi Di Maio con Vincenzo Spadafora.

«Ho ascoltato con attenzione e sono rimasto molto affascinato dal racconto dell’astronauta Maurizio Cheli e ci ho trovato molte analogie con la politica di oggi», ha detto Spadafora il 28 novembre, come riportato dalla Dire. «Per esempio è vero che non puoi scegliere sempre con chi lavorare, che devi saper sopportare delle situazioni difficili e, come sullo Shuttle, è vero che basta premere il pulsante sbagliato per far esplodere tutto. Mi sembra un po’ la situazione in cui ci troviamo anche oggi col governo».

ALLA CAMERA IL M5S ANCORA SENZA GUIDA

Per molti ministri sembra il remake del film visto con il Conte I, quello con Matteo Salvini che minacciava un giorno sì e l’altro pure la fine dell’esecutivo. In un clima del genere anche il sottosegretario alla presidenza, Riccardo Fraccaro, appare in difficoltà. Da sempre è considerato un punto fermo del Movimento a trazione dimaiana, alfiere del taglio del numero dei parlamentari: il capo politico ha fatto di tutto pur di averlo a Palazzo Chigi, compresa la minaccia di far saltare la trattativa (già allora) per la nascita del governo. Così il sottosegretario resta prudente, fedele alla linea, annotando però il malcontento generale. A cominciare dall’insofferenza dei parlamentari: l’elezione del capogruppo alla Camera è diventata una telenovela che va avanti da ottobre, quando Francesco D’Uva ha lasciato l’incarico. L’unica certezza è che il prossimo presidente dei deputati avrà posizioni divergenti dalla leadership. Nell’ultima votazione si sono sfidati Davide Crippa e Riccardo Ricciardi, entrambi non proprio etichettabili come fedelissimi di Di Maio. Intanto c’è il concreto rischio di affrontare passaggi delicati a Montecitorio, dal dibattito sul Mes alla Legge di Bilancio, senza una guida riconosciuta.

Beppe Grillo con Luigi Di Maio in un fermo immagine tratto dal Blog delle Stelle.

DI MAIO E LA RITROVATA (E FORZATA) INTESA CON DI BATTISTA

La situazione non è tornata serena nemmeno dopo l’incontro tra Di Maio e il garante Beppe Grillo. Il faccia a faccia non ha prodotto i risultati auspicati. Appena sono finiti il video e le foto di rito, tutto è tornato in un magma indistinto. Così il ministro degli Esteri, avvertito l’isolamento politico, è stato tentato dal ritorno al passato, alla linea barricadera delle origini. In questa ottica viene letta la ritrovata intesa con Alessandro Di Battista, per cui l’alleanza con il Pd resta il male assoluto. Ed ecco che è stata sposata la strategia di attacco sulle concessioni ad Autostrade, sull’Europa matrigna, che mette sul tavolo il Mes, sulla sfida a Matteo Renzi per il caso Open e la questione delle fondazioni

I RIPOSIZIONAMENTI ALL’INTERNO DEL MOVIMENTO

Continui sommovimenti che preoccupano. «Da noi non esistono correnti», giurano nel M5s. Ed è una realtà: le correnti vere hanno comunque una struttura, dei punti di riferimento. In questo caso è tutto insondabile. Un esempio è il caso del senatore Gianluigi Paragone: sembrava diventato arcinemico di Di Maio, per la sua ostilità all’intesa con i dem. La rinnovata comunanza di vedute con Di Battista modifica però il posizionamento rispetto alla leadership pentastellata. Certo, esiste un’ala riconducibile a Fico, capitanata dal deputato Luigi Gallo, ma non si può definire una rete organizzata. Talvolta, specie sulla riorganizzazione del M5s, le posizioni incrociano quelle dei frondisti, gli ex ministri ed ex sottosegretari che masticano amaro per aver perso il posto al governo. Ma che a differenza di Fico non sono proprio entusiasti del governo con Pd, LeU e Italia Viva. Così diventa difficile avere una mappa chiara degli interlocutori anche per i dem. 

Il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli (Ansa).

SUGGESTIONE PATUANELLI

Di Maio, nel suo essere uomo solo al comando, è inevitabilmente sotto pressione. Tanto che circolano ipotesi di una sostituzione con il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, l’uomo delle emergenze. Da capogruppo al Senato ha risposto colpo su colpo alla Lega, quando l’alleanza era agli sgoccioli, tenendo unito il gruppo. Adesso ha sul tavolo questioni scottanti, come l’ex Ilva e Alitalia, senza subire ricadute di immagine. È pur vero che Patuanelli ha bollato come «gossip» l’ipotesi della sua ascesa alla leadership. Ma non è un mistero che molti, soprattutto i parlamentari, vorrebbero affidargli una nuova emergenza. Il destino del Movimento 5 stelle.

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Caos M5s, Di Maio isolato anche dai fedelissimi

Il partito naviga a vista. Anche gli uomini più vicini al capo politico sono preoccupati per la tenuta del governo. Il riavvicinamento alla linea barricadera di Di Battista basterà per restare a galla?

Un uomo solo al comando. Ma in questo caso non è Fausto Coppi e c’è veramente poco di epico. Si tratta infatti di Luigi Di Maio.

Il capo politico M5s è in una condizione di crescente isolamento: addirittura i fedelissimi cominciano a manifestare un certo scetticismo sulle fughe in avanti del ministro degli Esteri. Soprattutto quando filtra l’ipotetica rottura con il Partito democratico.

I MESSAGGI DI BONAFEDE

«Non mi piace questo continuo riferimento a far saltare il governo. Noi siamo al governo per lavorare per i cittadini. Ciascuno si prende le responsabilità politiche delle proposte che porta avanti», ha scandito il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, lanciando un messaggio al Pd (contro le ipotesi di rotture definitive sulla prescrizione), affinché Di Maio intendesse.

Luigi Di Maio con il Guardasigilli Alfonso Bonafede (Getty).

In alcune situazioni, come sullo scudo penale per l’ex Ilva, il capo politico ha pubblicamente evocato la crisi. Altre volte è stata una voce del sen fuggita, e raccolta come indiscrezione, salvo poi essere smentita. Comunque un modo per inviare segnali di fumo ai suoi e agli alleati. E alimentare sospetti.

LEGGI ANCHE: Ilva, manovra, riforma del Mes: gli ostacoli del governo per arrivare a fine 2019

I MALESSERI DI SPADAFORA

La presa di posizione di Bonafede non è passata inosservata. Il Guardasigilli è un fedelissimo del leader che ha voluto confermarlo in via Arenula durante la formazione del Conte II, sfidando le resistenze del Pd. Se uno come lui dissente dalla linea della “minaccia al governo” è una spia che si accende. Le sue affermazioni fanno da sponda alle parole del presidente della Camera, Roberto Fico, che qualche giorno fa ha invitato a far lavorare il parlamento fino al 2023. Dando una prospettiva di legislatura, l’opzione che preferisce. Un malessere simile è vissuto dal ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, grande sponsor del Conte II e considerato consigliere molto ascoltato da Di Maio.

Luigi Di Maio con Vincenzo Spadafora.

«Ho ascoltato con attenzione e sono rimasto molto affascinato dal racconto dell’astronauta Maurizio Cheli e ci ho trovato molte analogie con la politica di oggi», ha detto Spadafora il 28 novembre, come riportato dalla Dire. «Per esempio è vero che non puoi scegliere sempre con chi lavorare, che devi saper sopportare delle situazioni difficili e, come sullo Shuttle, è vero che basta premere il pulsante sbagliato per far esplodere tutto. Mi sembra un po’ la situazione in cui ci troviamo anche oggi col governo».

ALLA CAMERA IL M5S ANCORA SENZA GUIDA

Per molti ministri sembra il remake del film visto con il Conte I, quello con Matteo Salvini che minacciava un giorno sì e l’altro pure la fine dell’esecutivo. In un clima del genere anche il sottosegretario alla presidenza, Riccardo Fraccaro, appare in difficoltà. Da sempre è considerato un punto fermo del Movimento a trazione dimaiana, alfiere del taglio del numero dei parlamentari: il capo politico ha fatto di tutto pur di averlo a Palazzo Chigi, compresa la minaccia di far saltare la trattativa (già allora) per la nascita del governo. Così il sottosegretario resta prudente, fedele alla linea, annotando però il malcontento generale. A cominciare dall’insofferenza dei parlamentari: l’elezione del capogruppo alla Camera è diventata una telenovela che va avanti da ottobre, quando Francesco D’Uva ha lasciato l’incarico. L’unica certezza è che il prossimo presidente dei deputati avrà posizioni divergenti dalla leadership. Nell’ultima votazione si sono sfidati Davide Crippa e Riccardo Ricciardi, entrambi non proprio etichettabili come fedelissimi di Di Maio. Intanto c’è il concreto rischio di affrontare passaggi delicati a Montecitorio, dal dibattito sul Mes alla Legge di Bilancio, senza una guida riconosciuta.

Beppe Grillo con Luigi Di Maio in un fermo immagine tratto dal Blog delle Stelle.

DI MAIO E LA RITROVATA (E FORZATA) INTESA CON DI BATTISTA

La situazione non è tornata serena nemmeno dopo l’incontro tra Di Maio e il garante Beppe Grillo. Il faccia a faccia non ha prodotto i risultati auspicati. Appena sono finiti il video e le foto di rito, tutto è tornato in un magma indistinto. Così il ministro degli Esteri, avvertito l’isolamento politico, è stato tentato dal ritorno al passato, alla linea barricadera delle origini. In questa ottica viene letta la ritrovata intesa con Alessandro Di Battista, per cui l’alleanza con il Pd resta il male assoluto. Ed ecco che è stata sposata la strategia di attacco sulle concessioni ad Autostrade, sull’Europa matrigna, che mette sul tavolo il Mes, sulla sfida a Matteo Renzi per il caso Open e la questione delle fondazioni

I RIPOSIZIONAMENTI ALL’INTERNO DEL MOVIMENTO

Continui sommovimenti che preoccupano. «Da noi non esistono correnti», giurano nel M5s. Ed è una realtà: le correnti vere hanno comunque una struttura, dei punti di riferimento. In questo caso è tutto insondabile. Un esempio è il caso del senatore Gianluigi Paragone: sembrava diventato arcinemico di Di Maio, per la sua ostilità all’intesa con i dem. La rinnovata comunanza di vedute con Di Battista modifica però il posizionamento rispetto alla leadership pentastellata. Certo, esiste un’ala riconducibile a Fico, capitanata dal deputato Luigi Gallo, ma non si può definire una rete organizzata. Talvolta, specie sulla riorganizzazione del M5s, le posizioni incrociano quelle dei frondisti, gli ex ministri ed ex sottosegretari che masticano amaro per aver perso il posto al governo. Ma che a differenza di Fico non sono proprio entusiasti del governo con Pd, LeU e Italia Viva. Così diventa difficile avere una mappa chiara degli interlocutori anche per i dem. 

Il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli (Ansa).

SUGGESTIONE PATUANELLI

Di Maio, nel suo essere uomo solo al comando, è inevitabilmente sotto pressione. Tanto che circolano ipotesi di una sostituzione con il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, l’uomo delle emergenze. Da capogruppo al Senato ha risposto colpo su colpo alla Lega, quando l’alleanza era agli sgoccioli, tenendo unito il gruppo. Adesso ha sul tavolo questioni scottanti, come l’ex Ilva e Alitalia, senza subire ricadute di immagine. È pur vero che Patuanelli ha bollato come «gossip» l’ipotesi della sua ascesa alla leadership. Ma non è un mistero che molti, soprattutto i parlamentari, vorrebbero affidargli una nuova emergenza. Il destino del Movimento 5 stelle.

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Per il Vaticano la diplomazia mondiale è in crisi a causa dell’ego nazionalista

La diplomazia della Santa Sede sostiene l’approccio multilaterale alle crisi internazionali. E appoggia l’azione di organismi intergovernativi come le Nazioni Unite. Ora in crisi a causa del sovranismo dilagante.

La diplomazia della Santa Sede sostiene l’approccio multilaterale alle crisi internazionali e appoggia di conseguenza l’azione degli organismi intergovernativi come le Nazioni Unite.

L’IMPASSE DEGLI ORGANISMI INTERGOVERNATIVI

Se questi ultimi vivono da tempo una stagione di impasse è dovuto a vari fattori fra i quali ha un peso significativo l’idea, oggi diffusa, che gli interessi particolari, nazionali, debbano e possano prevalere anche al di fuori del principio di collaborazione fra nazioni e governi. Si tratta, tuttavia, di una prospettiva illusoria, fondata su una sorta di “ego del nazionalismo” che non contribuisce né alla tutela degli interessi specifici né, tanto meno, alla soluzione dei problemi di carattere globale che riguardano il Pianeta a cominciare dalla ricerca di soluzioni pacifiche ai conflitti.

LA DIPLOMAZIA VATICANA CONTRO I NAZIONALISMI

Il Segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, ha chiarito in una lectio magistralis tenuta nei giorni scorsi in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Cattolica a Roma, in quale prospettiva operi la diplomazia vaticana. Parolin, ha quindi riaffermato come l’azione della Santa Sede, anche sul piano degli strumenti della politica internazionale, delle sue finalità, della sua ispirazione cristiana, sia profondamente in contrasto con le opzioni nazionalistiche oggi spesso prevalenti che divergono profondamente, per metodo e per scala di valori, da quanto propone la Chiesa sul piano diplomatico a livello globale.  

LEGGI ANCHE: Ruini apre a Salvini: l’ultima carta dei conservatori contro Francesco

I DISSIDI TRA SANTA SEDE E LEADER SOVRANISTI

D’altro canto, basta ricordare, a conferma delle affermazioni del Segretario di Stato, che non sono stati pochi i motivi di dissidio fra la Santa Sede e alcuni degli slogan e dei protagonisti della scena mondiale. A cominciare dall’America first di Donald Trump il quale entrava in contrasto sia con i partner europei che con la nuova superpotenza economica cinese, mentre cercava di ampliare il proprio consenso interno attaccando le minoranze etniche e i migranti; non vanno poi dimenticate le accuse di ingerenza rivolte dal presidente brasiliano Jair Bolsonaro a quanti  – compreso il papa – chiedono la salvaguardia della foresta amazzonica quale bene comune dell’umanità la cui distruzione ha ricadute ambientali che vanno ben oltre i confini del Brasile.

bolsonaro democrazia brasile
Il presidente del Brasile Jair Bolsonaro. (Getty)

Ma di fatto in questa problematica rientra – e forse si colloca al primo posto per importanza e gravità – il lungo e distruttivo conflitto siriano in cui la Santa Sede ha più volte denunciato il prevalere degli interessi di superpotenze regionali o globali su quelli di una popolazione civile straziata dal conflitto (si parla nel caso specifico di guerra combattuta da gruppi e milizie “per procura”).

LEGGI ANCHE: Dagli Usa al Vaticano, nomine pesanti che rafforzano il papa

Anche i movimenti nazionalisti che percorrono l’Europa in questi anni sono osservati con allarme dalla Santa Sede per la carica di odio che tendono a scatenare contro le minoranze, come ha ricordato il papa lo scorso 15 novembre quando ha pure affermato: «Vi confesso che quando sento qualche discorso, qualche responsabile dell’ordine o del governo, mi vengono in mente i discorsi di Hiltler nel ’34 e nel ’36». Per questo il primo obiettivo della diplomazia vaticana è quello di lavorare per la pace, la concordia e il dialogo fra le nazioni.

LE SFIDE DELL’ERA POST-GLOBALIZZAZIONE

Tanto più che il mondo nel quale oggi si muovono i diplomatici della Santa Sede non è più quello di una «comunità di genti cristiane» in cui al papa spettava il compito di costruire la pace «fra i principi cristiani», ma una realtà plurale e assai diversificata al suo interno per culture, tradizioni, religioni. Il compito dei nunzi e dei diplomatici del papa, allora, è quello di lavorare per il bene comune di ogni Paese nel quale ci si trova ad agire, mentre sul piano generale deve prevalere il principio di far progredire l’intera famiglia umana. Concetto che oggi non gode di grande popolarità

Il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin
Il segretario di Stato Vaticano, Pietro Parolin (Ansa).

Se infatti nella globalizzazione, ha spiegato il cardinale Parolin, l’importante per i singoli Stati era di non restare esclusi, «nella realtà post-globale in cui siamo immersi, il primo pensiero è proteggersi, chiudersi rispetto a quanto ci circonda poiché ritenuto fonte di pericolo o di contaminazione per idee, culture, visioni religiose, processi economici». D’altro canto, nell’attuale deriva in cui prevalgono gli isolazionismi o le visioni particolaristiche, i muri e i confini chiusi, secondo il Segretario di Stato vaticano, i protagonisti della politica internazionale appaiono spesso rassegnati rispetto al susseguirsi di crisi, violenze contro innocenti, violazioni di diritti fondamentali.

LEGGI ANCHE: L’America Latina ha aiutato il papa a battere la Curia

La diplomazia, a sua volta, ha le armi spuntate, è diventata impotente di fronte ai numerosi conflitti in atto, alla circolazione indiscriminata delle armi, al ricorso alla violenza terroristica o a impossibili condizioni di sopravvivenza di popoli e Paesi. Da qui la necessità e l’urgenza di tornare al multilateralismo quale strada maestra per scongiurare e guerre e contrapposizioni fratricide, aprire strade negoziali ovunque sia possibile, favorire la cooperazione e la riconciliazione fra le nazioni.   

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Per il Vaticano la diplomazia mondiale è in crisi a causa dell’ego nazionalista

La diplomazia della Santa Sede sostiene l’approccio multilaterale alle crisi internazionali. E appoggia l’azione di organismi intergovernativi come le Nazioni Unite. Ora in crisi a causa del sovranismo dilagante.

La diplomazia della Santa Sede sostiene l’approccio multilaterale alle crisi internazionali e appoggia di conseguenza l’azione degli organismi intergovernativi come le Nazioni Unite.

L’IMPASSE DEGLI ORGANISMI INTERGOVERNATIVI

Se questi ultimi vivono da tempo una stagione di impasse è dovuto a vari fattori fra i quali ha un peso significativo l’idea, oggi diffusa, che gli interessi particolari, nazionali, debbano e possano prevalere anche al di fuori del principio di collaborazione fra nazioni e governi. Si tratta, tuttavia, di una prospettiva illusoria, fondata su una sorta di “ego del nazionalismo” che non contribuisce né alla tutela degli interessi specifici né, tanto meno, alla soluzione dei problemi di carattere globale che riguardano il Pianeta a cominciare dalla ricerca di soluzioni pacifiche ai conflitti.

LA DIPLOMAZIA VATICANA CONTRO I NAZIONALISMI

Il Segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, ha chiarito in una lectio magistralis tenuta nei giorni scorsi in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Cattolica a Roma, in quale prospettiva operi la diplomazia vaticana. Parolin, ha quindi riaffermato come l’azione della Santa Sede, anche sul piano degli strumenti della politica internazionale, delle sue finalità, della sua ispirazione cristiana, sia profondamente in contrasto con le opzioni nazionalistiche oggi spesso prevalenti che divergono profondamente, per metodo e per scala di valori, da quanto propone la Chiesa sul piano diplomatico a livello globale.  

LEGGI ANCHE: Ruini apre a Salvini: l’ultima carta dei conservatori contro Francesco

I DISSIDI TRA SANTA SEDE E LEADER SOVRANISTI

D’altro canto, basta ricordare, a conferma delle affermazioni del Segretario di Stato, che non sono stati pochi i motivi di dissidio fra la Santa Sede e alcuni degli slogan e dei protagonisti della scena mondiale. A cominciare dall’America first di Donald Trump il quale entrava in contrasto sia con i partner europei che con la nuova superpotenza economica cinese, mentre cercava di ampliare il proprio consenso interno attaccando le minoranze etniche e i migranti; non vanno poi dimenticate le accuse di ingerenza rivolte dal presidente brasiliano Jair Bolsonaro a quanti  – compreso il papa – chiedono la salvaguardia della foresta amazzonica quale bene comune dell’umanità la cui distruzione ha ricadute ambientali che vanno ben oltre i confini del Brasile.

bolsonaro democrazia brasile
Il presidente del Brasile Jair Bolsonaro. (Getty)

Ma di fatto in questa problematica rientra – e forse si colloca al primo posto per importanza e gravità – il lungo e distruttivo conflitto siriano in cui la Santa Sede ha più volte denunciato il prevalere degli interessi di superpotenze regionali o globali su quelli di una popolazione civile straziata dal conflitto (si parla nel caso specifico di guerra combattuta da gruppi e milizie “per procura”).

LEGGI ANCHE: Dagli Usa al Vaticano, nomine pesanti che rafforzano il papa

Anche i movimenti nazionalisti che percorrono l’Europa in questi anni sono osservati con allarme dalla Santa Sede per la carica di odio che tendono a scatenare contro le minoranze, come ha ricordato il papa lo scorso 15 novembre quando ha pure affermato: «Vi confesso che quando sento qualche discorso, qualche responsabile dell’ordine o del governo, mi vengono in mente i discorsi di Hiltler nel ’34 e nel ’36». Per questo il primo obiettivo della diplomazia vaticana è quello di lavorare per la pace, la concordia e il dialogo fra le nazioni.

LE SFIDE DELL’ERA POST-GLOBALIZZAZIONE

Tanto più che il mondo nel quale oggi si muovono i diplomatici della Santa Sede non è più quello di una «comunità di genti cristiane» in cui al papa spettava il compito di costruire la pace «fra i principi cristiani», ma una realtà plurale e assai diversificata al suo interno per culture, tradizioni, religioni. Il compito dei nunzi e dei diplomatici del papa, allora, è quello di lavorare per il bene comune di ogni Paese nel quale ci si trova ad agire, mentre sul piano generale deve prevalere il principio di far progredire l’intera famiglia umana. Concetto che oggi non gode di grande popolarità

Il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin
Il segretario di Stato Vaticano, Pietro Parolin (Ansa).

Se infatti nella globalizzazione, ha spiegato il cardinale Parolin, l’importante per i singoli Stati era di non restare esclusi, «nella realtà post-globale in cui siamo immersi, il primo pensiero è proteggersi, chiudersi rispetto a quanto ci circonda poiché ritenuto fonte di pericolo o di contaminazione per idee, culture, visioni religiose, processi economici». D’altro canto, nell’attuale deriva in cui prevalgono gli isolazionismi o le visioni particolaristiche, i muri e i confini chiusi, secondo il Segretario di Stato vaticano, i protagonisti della politica internazionale appaiono spesso rassegnati rispetto al susseguirsi di crisi, violenze contro innocenti, violazioni di diritti fondamentali.

LEGGI ANCHE: L’America Latina ha aiutato il papa a battere la Curia

La diplomazia, a sua volta, ha le armi spuntate, è diventata impotente di fronte ai numerosi conflitti in atto, alla circolazione indiscriminata delle armi, al ricorso alla violenza terroristica o a impossibili condizioni di sopravvivenza di popoli e Paesi. Da qui la necessità e l’urgenza di tornare al multilateralismo quale strada maestra per scongiurare e guerre e contrapposizioni fratricide, aprire strade negoziali ovunque sia possibile, favorire la cooperazione e la riconciliazione fra le nazioni.   

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La Cop25 sul clima di Madrid mette l’umanità davanti a un bivio

Il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres: «Agire nella speranza di un mondo migliore oppure capitolare».

«Agire nella speranza di un mondo migliore oppure capitolare». Si è aperta così, con il discorso del segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, la Cop25 di Madrid, la conferenza sul clima cui partecipano le delegazioni dei Paesi firmatari degli Accordi di Parigi del 2015.

L’umanità si trova davanti a un bivio e Guterres ha chiesto ai rappresentanti dei vari governi se vogliono davvero essere ricordati come «la generazione che ha messo la testa sotto la sabbia, che si gingillava mentre il pianeta bruciava».

Il segretario generale delle Nazioni unite ha continuato affermando che i nuovi dati mostrano che i gas serra hanno raggiunto livelli record e che non c’è altro tempo da perdere, aggiungendo che se non si agisce subito contro il carbone «tutti i nostri sforzi per combattere i cambiamenti climatici sono destinati al fallimento».

Guterres ha quindi esortato in particolare i grandi Paesi inquinatori a intensificare i loro sforzi. Altrimenti «l’impatto su tutte le forme di vita del pianeta, compresa la nostra, sarà catastrofico».

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Il gasdotto che avvicina Putin e Jinping

I due leader tengono a battesimo la pipeline. Costruita da Gazprom, fornirà alla Cina 38 miliardi di metri cubi di gas all'anno. Il progetto.

Il presidente russo Vladimir Putin e l’omologo cinese Xi Jinping, in video collegamento rispettivamente da Sochi e da Pechino, hanno tenuto a battesimo il lancio del gasdotto ‘Forza della Siberia’, costruito da Gazprom, che fornirà alla Cina, a regime, 38 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Il contratto fu firmato nel 2014 sull’onda della crisi ucraina e del grande gelo fra Russia e Occidente. «Il rapporto energetico fra Russia e Cina raggiunge un altro livello», ha detto Putin dando il via alle forniture.

BOCCHE CUCITE SUL PREZZO DI FORNITURA DEL GAS

Il gasdotto, lungo 3 mila chilometri, trasporterà il gas dai centri di produzione di Irkutsk e Yakutia ai consumatori dell’Estremo Oriente russo e quindi in Cina, attraverso la rotta orientale. Il prezzo di fornitura del gas è uno dei segreti di Stato più inaccessibili della Russia di Putin ma, stando a indiscrezioni pubblicate da alcuni media, varrà circa 400 miliardi di dollari nell’arco dei prossimi 30 anni. Alla cerimonia di lancio del gasdotto ha partecipato anche l’amministratore delegato di Gazprom Alexei Miller, che si trovava presso la città di confine fra Russia e Cina Blagoveshchensk, dove è dislocata una stazione di pompaggio del gasdotto.

XI JINPING: «UNA NUOVA FASE DELLA NOSTRA COOPERAZIONE»

«Quest’anno celebriamo i 70 anni da quando sono stati stabiliti i legami diplomatici tra Russia e Cina e iniziamo le forniture alla Cina», ha affermato Putin. «Questo passaggio porta il partenariato strategico russo-cinese nel settore energetico a un livello completamente nuovo e ci avvicina all’obiettivo di un interscambio commerciale di 200 miliardi di dollari entro il 2024», ha rimarcato Putin. «Lo sviluppo delle relazioni russo-cinesi è e rimarrà una traiettoria prioritaria nella politica estera di ciascuno dei nostri Paesi», ha detto Xi Jinping, sottolineando come l’entrata in servizio del gasdotto sia «un importante risultato intermedio e l’inizio di una nuova fase della nostra cooperazione».

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Germania, la crisi dell’acciaio che ferma anche l’Italia

Al siderurgico legata anche la crisi dell’auto. Per i dazi di Trump, la concorrenza dalla Cina e la conversione green dell’Ue. Il cuore della Ruhr è malato: migliaia di cassintegrati agli altiforni.

Anche i grandi soffrono. La crisi dell’acciaio mette a rischio migliaia di posti di lavoro, anche in Germania, soprattutto nei bacini siderurgici della Saarland e della Ruhr contesi nella Prima guerra mondiale per le risorse minerarie e per le industrie pesanti. Ma il cuore europeo delle acciaierie soffre di una «pressione immensa» allertano i vertici dei metalmeccanici (Ig Metall) del Nord Reno-Vestfalia. Le condizioni di mercato, per diversi fattori concomitanti, sono reputate «molto difficili» anche dai vertici del gruppo Nirosta che entro la fine del 2021 programma di abbattere 373 posti di lavoro, in primo luogo negli stabilimenti della Saarland. Nel 2012 Thyssenkrupp cedette il ramo Nirosta ai finlandesi di Outokumpu, che evidentemente non ritengono più redditizio produrre in Germania. Ma non è una questione di stranieri: anche Dillinger e il gruppo Saarstahl, aziende con secoli di storia nel Land, hanno annunciato 1500 esuberi in tre anni.

MENO 4% DI PRODUZIONE DI ACCIAIO

Monta aria di smantellamento tra gli altiforni tedeschi: un comparto di 80 mila addetti siderurgici, 22 mila dei quali nella Saarland, 45 mila in Nord Reno-Vestfalia, diverse altre migliaia in Land come l’Assia. Le acciaierie più grandi reggeranno, ma cambiando radicalmente impianti e lavorazioni. Al costo di miliardi di euro di riconversione e di migliaia di posti di lavoro persi. Nel 2019 in Germania si è prodotto il 4% dell’acciaio in meno dello stesso del 2018. E da settembre parte dei lavoratori della Saarstahl sono in cassa integrazione, come da marzo in Assia alla Buderus Edelstahl che ha cancellato 150 posti di lavoro. Il comparto non migliorerà nel 2020: per l’anno fiscale da settembre 2019 a settembre 2020, l’ammiraglia Thyssenkrupp ha preannunciato una perdita netta «significativamente più elevata», considerato che il bilancio di quest’anno si è chiuso con 304 milioni di euro di perdita netta, rispetto ai 62 milioni del 2018.

Germania crisi acciaio auto Italia
Il monumento alle miniere della Saarland. GETTY.

DALLA SIDERURGIA IL 6% DI EMISSIONI CO2

Così per il 3 dicembre è annunciata in Nord Reno-Westfalia una mobilitazione dei lavoratori di Thyssenkrupp. Contro il «circolo vizioso», dicono, che si trascina dietro anche la grave crisi dell’auto. La tagliola dei dazi di Donald Trump sull’acciaio dall’Ue (con la minaccia di dazi ancora più pesanti sulle auto, e ogni auto ha circa un quintale di acciaio) ha aggravato la contrazione. Già in atto a causa dell’import di acciaio a basso costo – soprattutto dalla Cina -, e del processo di automazione anche nell’industria pesante. Non ultimo, grava l’adeguamento agli obiettivi dell’Ue di emissioni zero e di decarbonizzazione entro il 2050 dell’Ue: alla lunga, l’onere più grande per la siderurgia che da sola in Germania causa il 6% delle emissioni Co2 (il 2,5% gli altiforni di Duisburg, nella Ruhr). Angela Merkel ci punta molto: ha appena approvato un piano per il clima di 100 miliardi entro il 2030, che se da un lato dà incentivi anche alle acciaierie per pulirsi, dall’altro ne uccide il comparto e gli indotti.

Per diventare a emissioni zero Thyssenkrupp stima una spesa di 10 miliardi di euro, anche nella ricerca

PRODURRE ACCIAIO GREEN COSTA MOLTO

Thyssenkrupp è il primo della branca a cavalcare la rivoluzione green lanciata dall’ultimo governo della cancelliera: entro il 2050 il gruppo intende dichiararsi clima neutrale. Ma per ridurre a zero l’impatto delle emissioni nocive per l’ambiente, nel siderurgico bisogna sostituire tutti gli altiforni a carbone con altiforni a idrogeno, facendoli lavorare con fonti di energia rinnovabili. Il colosso di Essen stima una spesa di 10 miliardi di euro, anche nella ricerca, per la trasformazione: senza aiuti statali impossibile anche per multinazionali del suo calibro. Tanto più che per Paesi come la Germania attingere dal solare per smantellare le centrali a carbone è più difficile e costoso. Produrre acciaio internamente resterà poi sempre oneroso anche per il costo del lavoro, più alto che negli stabilimenti in Cina sempre più grandi e numerosi. E come se non bastasse nel 2019 si è arrivati a un surplus di acciaio nel mondo, anche per il calo di produzione delle auto a causa delle minori richieste.

Germania crisi acciaio auto Italia
Le scorie durante la produzione dell’acciaio Thyssen negli altiforni di Duisburg. GETTY.

ANCHE LE TUTE BLU DELL’AUTO IN SCIOPERO

La Saarland è pronta a diventare una «regione modello per la produzione di acciaio a emissioni zero». Ma il governo locale guidato dalla Cdu di Merkel chiede che una «protezione del settore a livello nazionale», anche attraverso un pressing nell’Ue per una riesame delle clausole di salvaguardia a freno delle importazioni di acciaio a basso costo. L’agitazione cresce anche nel settore dell’auto: a novembre a Stoccarda, nella capitale tedesca dell’auto, hanno dimostrato in 15 mila dai colossi Daimler, Audi, Bosch e dagli altri gruppi dell’indotto. Ig Metall stima piani di ristrutturazione per 160 aziende del ramo, solo nel Baden-Württemberg: il governo (Verdi e Cdu) del Land – ricco ma legato all’export di auto – ha convocato a settembre i rappresentanti di categoria e il governo. Anche per ridiscutere i parametri della cassa integrazione e per chiedere aiuto al ministero del Lavoro. E se si ferma l’indotto tedesco dell’auto e dell’acciaio, si blocca anche l’indotto italiano.

PIÙ TASSE  E MENO AUTO E ACCIAIO. ANCHE IN ITALIA

Tutte le case automobilistiche investono massicciamente in auto elettriche e a guida autonoma. Il contraltare, come nel siderurgico, è tagliare il costo del lavoro in stabilimenti dove gli operai sono sostituiti da robot. D’altronde i 100 miliardi della Grande coalizione vanno in premi all’acquisto di veicoli elettrici, in riduzioni nei biglietti dei mezzi pubblici meno inquinanti come i treni, e in investimenti per spingere l’energia da fonti rinnovabili, che in Germania sono soprattutto parchi eolici. Tutte spese finanziate dai rincari alle tariffe per le emissioni Co2 nei trasporti e nell’edilizia (per i quali saranno introdotte certificazioni) e dagli aumenti sul consumo di benzina e diesel. Mentre ai costruttori si impongono quote obbligatorie di auto elettriche e sul territorio si piantano stazioni di ricarica. Tempi più verdi, ma molto più grigi per l’industria pesante tedesca che produrrà magari dell’acciaio più pulito. Ma che di sicuro produrrà meno acciaio.

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L’ARTISTA ASSADOUR NELLA CASA DELLE MUSE DI SINISGALLI

"Quando a fine agosto venne inaugurata nella Casa delle Muse la mostra a lui dedicata nell’ambito delle iniziative promosso dal circuito Acamm, l’artista libanese Assadour, di origini armene e trapiantato a Parigi, non riuscì a raggiungere Montemurro, ma promise di farlo.
A questo paese - spiega una nota della Fondazione Sinisgalli -  lo legava l’amicizia con Leonardo Sinisgalli, conosciuto insieme a Libero de Libero nel 1968 a Roma e frequentato fino al 1980. In omaggio a questa amicizia, si scelse di portare nella Casa delle Muse una retrospettiva con 51 pezzi fra suoi dipinti, acquerelli, disegni, opere grafiche, libri d’artista, documenti del periodo 1967-2013, curata da Federico De Melis.
La promessa di Assadour è stata mantenuta e così, martedì 3 dicembre alle ore 18:00, per la Fondazione Leonardo Sinisgalli sarà un onore accogliere uno di maggiori artisti contemporanei nella Casa delle Muse, fra le sue opere e quelle dell’amico Sinisgalli.
A dare il benvenuto all’artista saranno il Presidente della Fondazione Sinisgalli, Mario Di Sanzo, il Sindaco di Montemurro, Senatro Di Leo, il giornalista e poeta Mario Trufelli, e il Direttore, Biagio Russo.
Nel corso dell’incontro verrà proiettata un’intervista che Mario Trufelli fece ad Assadour a Matera nel 1995".

Bas 05

Il professore filo-Hitler dell’università di Siena

Si chiama Emanuele Castrucci, insegna Filosofia del diritto e sostiene che il Führer abbia «difeso l'intera civiltà europea». L'ateneo prima bolla le sue parole come opinioni personali, poi annuncia provvedimenti.

Un tweet pro Hitler pubblicato sul proprio profilo social. Il protagonista è un docente dell’università di Siena, il professor Emanuele Castrucci, che nell’ateneo toscano insegna Filosofia del diritto. «Vi hanno detto che sono stato un mostro per non farvi sapere che ho combattuto contro i veri mostri che oggi vi governano dominando il mondo», si legge in un tweet accompagnato da una foto di Adolf Hitler. Sempre sul suo profilo il docente aggiunge: «Hitler, anche se non era certamente un santo, in quel momento difendeva l’intera civiltà europea».

Le parole di Castrucci sono state segnalate da alcuni utenti, tra cui il giornalista del Foglio Luciano Capone. Commenti critici si sono levati anche per la iniziale presa di posizione, ritenuta troppo lieve, del rettore di Siena Francesco Frati. «Il professor Castrucci scrive a titolo personale e se ne assume la responsabilità», è stata la replica del rettore a un tweet del giornalista di Sky Marco Congiu. «L’università di Siena, come dimostrato in molteplici occasioni, è dichiaratamente anti-fascista e rifugge qualsiasi forma di revisionismo storico nei confronti del nazismo».

I toni dell’università e del suo rettore si sono fatti più duri in un comunicato arrivato a stretto giro, in cui Frati ha condannato «con fermezza» le parole del docente: « Le vergognose esternazioni del prof. Castrucci offendono la sensibilità dell’intero Ateneo; ho già dato mandato agli uffici di attivare provvedimenti adeguati alla gravità del caso».

Sulla questione è intervenuta anche la vice ministra dell’Istruzione Anna Ascani in un post su Facebook: «Davvero inquietante che un professore si abbandoni ad espressioni di esaltazione del nazismo e dell’antisemitismo. Nella scuola e nell’università italiana non può esserci spazio per simili inaccettabili espressioni. La scuola e l’università sono infatti da sempre fortemente legati ai valori della Costituzione che, lo ricordiamo, è anti-fascista».

Il professore si vergogni e chieda scusa

Anna Ascani, vice ministra dell’Istruzione

E ancora: «Simili aberranti esternazioni, non solo sono lesive dei valori educativi che ispirano la scuola e l’università, ma non possono e non devono ricevere legittimazione nel nostro Paese da parte di nessuno, tanto meno di un professore. La scuola e l’università condannano da sempre il nazismo e l’antisemitismo in tutte le sue forme. Il professore si vergogni e chieda scusa».

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