Il caso Assad in Rai travolge Salini e Maggioni

L'intervista non ancora trasmessa fatta dalla giornalista al presidente siriano e il successivo ultimatum di Damasco sulla messa in onda imbarazzano Viale Mazzini. Per l'ad non c'era alcuna data concordata. La sua posizione traballa dopo la figuraccia. L'Usigrai: «In gioco la credibilità dell'azienda». Irritato il presidente Foa.

Il caso Bashar al Assad è scoppiato in casa Rai, suscitando imbarazzi, tensioni e irritazione ai vertici. La vicenda ha aperto una tale crisi all’interno dell’azienda che in Viale Mazzini si aspettano persino che voli qualche testa, anche molto in alto. Ma cosa è accaduto?

CONTEMPORANEITÀ PREVISTA DAGLI ACCORDI?

Monica Maggioni, amministratrice delegata di Rai Com, ha realizzato un’intervista al presidente siriano. Il colloquio però non è ancora stato trasmesso dalla Rai. Nella tarda serata di sabato 7 dicembre è arrivato via Facebook l’ultimatum del governo di Damasco: se Viale Mazzini non dovesse mandare in onda entro lunedì 9 dicembre l’intervista, che avrebbe dovuto essere «trasmessa il 2 dicembre su Rainews 24», allora i siriani sarebbero pronti a programmarla sui media del Paese, senza la contemporaneità prevista dagli accordi.

assad-intervista-rai-maggioni-salini
Monica Maggioni. (Ansa)

MESSA IN ONDA RINVIATA: PERCHÉ?

Secondo la versione di Damasco, RaiNews 24 ha chiesto di posticipare la messa in onda «senza ulteriori spiegazioni». Poi sono seguiti, sempre stando all’ufficio stampa della presidenza Assad, altri due rinvii. Per i siriani insomma «questo è un ulteriore esempio dei tentativi occidentali di nascondere la verità sulla situazione in Siria e sulle sue conseguenze sull’Europa e nell’arena internazionale».

Statement from Political and Media Office of the Syrian Presidency:On 26 November 2019, President al-Assad granted an…

Posted by Syriana Analysis on Saturday, December 7, 2019

L’amministratore delegato della Rai, Fabrizio Salini, si è ritrovato al centro della delicata questione senza sapere come comportarsi: prendere provvedimenti o concordare con la Maggioni una linea che tutelasse la Rai dalla figuraccia? La sua è una delle posizioni che traballano, e alla fine in una nota ha provato a rimediare così: «L’intervista non è stata effettuata su commissione di alcuna testata Rai. Pertanto non poteva venire concordata a priori una data di messa in onda».

nomine-rai-salini-m5s-pd
L’amministratore delegato della Rai Fabrizio Salini.

IMPASSE CON ALCUNE TESTATE RAI

A quanto è trapelato, Salini sarebbe stato informato che la Maggioni, già inviata di punta del Tg1, ex direttore di Rainew24 ed ex presidente Rai, aveva la possibilità di effettuare l’intervista ad Assad e che sarebbe andata a realizzarla in qualità di ad di Rai Com. Il colloquio sarebbe stato poi proposto ad alcune testate della Rai, che tuttavia non lo avrebbero trasmesso rivendicando la professionalità dei propri giornalisti. E quindi l’impasse ha provocato la reazione del governo siriano. Che ora ha fissato la messa in onda per la serata di lunedì.

L’esecutivo Usigrai, il sindacato dei giornalisti di Viale Mazzini, ha commentato così: «Chiarito che né Rainews24 né alcuna altra testata della Rai ha commissionato l’intervista al presidente della Siria Assad, né quindi ha preso impegni a trasmetterla, chi ha assunto accordi con la presidenza della Siria per conto della Rai? E perché? Fermo restando che non si può cedere ad alcun ultimatum da parte di nessuno, men che meno da parte del capo dello Stato di un Paese straniero, siamo di fronte a una vicenda imbarazzante».

Questa volta è in gioco l’autorevolezza della Rai, la credibilità internazionale sua e dell’Italia


L’Usigrai

Per l’Usigrai «la Rai deve fare chiarezza con urgenza e individuare le responsabilità. Senza alcun tentennamento. Questa volta è in gioco l’autorevolezza della Rai, la credibilità internazionale sua e dell’Italia».

Il presidente della Rai Marcello Foa.

IL PRESIDENTE FOA VUOLE SPIEGAZIONI

Il presidente della Rai, Marcello Foa, non ha preso bene l’accaduto, manifestando forte irritazione per non essere stato informato dell’intenzione di intervistare Assad e tanto meno dei successivi sviluppi e delle decisioni via via assunte in azienda sulla gestione dell’intervista. Secondo quanto è trapelato, è ferma la volontà del presidente di ottenere spiegazioni e fare quindi chiarezza sull’intera vicenda.

Il presidente siriano Bashar al Assad.

LA LEGA: «È UNO SCOOP, VENGA TRASMESSO»

Anche la politica si è intromessa. Alessandro Morelli, deputato e responsabile Editoria della Lega, ha parlato di «pressapochismo in Rai rispetto a rapporti internazionali delicatissimi. Lo scoop sarebbe stato stoppato e non si capisce il motivo: se questa intervista è stata fatta, è una testimonianza e deve andare in onda». E ancora: «La Rai faccia una volta tanto servizio pubblico e non politica. La dirigenza dimostra ancora di essere incapace di gestire un’azienda tanto importante per gli interessi nazionali. Dilettanti allo sbaraglio che rischiano di far saltare difficili equilibri, il cui responsabile, l’ad Salini, deve perdere più tempo a evitare polemiche che potrebbero riguardarlo piuttosto che lavorare per lo sviluppo dell’azienda».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Così Ciro è diventato l’Immortale

Marco D'Amore racconta il passato del protagonista di Gomorra. Un progetto cross-mediale che vuole essere un ponte cinematografico tra la quarta e la quinta stagione della serie.

Ciro di Marzio, il personaggio amato dai fan della serie Gomorra, ritorna sugli schermi, questa volta cinematografici, con L’immortale diretto e interpretato da Marco D’Amore.

La trama comincia con un colpo esploso a bordo di una barca: Genny Savastano spara a Ciro il cui corpo sprofonda nelle acque buie del Golfo di Napoli. In quel momento riaffiorano i ricordi: un bambino piange tra le macerie di un palazzo distrutto nel terremoto dell’Irpinia. È il 1980 e quel neonato, rimasto solo al mondo, è destinato a diventare l’Immortale.

UN EPISODIO INDIPENDENTE DI GOMORRA

D’Amore si mette alla prova nella triplice veste di attore, sceneggiatore (in collaborazione con Leonardo Fasoli, Maddalena Ravagli, Giulia Forgione e Francesco Ghiaccio) e regista, confezionando un prodotto cross-mediale dedicato ai fan di Gomorra con l’obiettivo, ha spiegato lo stesso D’Amore, «di portare in sala tutti quelli che per varie ragioni non hanno mai visto la serie». A fare da scenario una Napoli bellissima e tragica, mentre i flashback propongono una versione di Ciro dickensoniana.

Con l’Immortale Marco D’Amore debutta alla regia cinematografica dopo aver diretto due episodi della quarta stagione di Gomorra.

L’Immortale è un film di ottimo livello e atipico nel panorama italiano, ma ha il limite di essere pienamente comprensibile solo dal pubblico televisivo che scoprirà anche personaggi nuovi tra cui Bruno (Salvatore D’Onofrio e Giovanni Vastrella), Vera (Marianna Robustelli) e Stella (Martina Attanasio), una ragazza che aveva affascinato Ciro e che è ora compagna del suo amico di infanzia.

Regia: Marco D’Amore; genere: drammatico (Italia, 2019); attori: Marco D’Amore, Giuseppe Aiello, Salvatore D’Onofrio, Gianni Vastarella, Marianna Robustelli, Martina Attanasio, Nello Mascia

L’IMMORTALE IN PILLOLE

TI PIACERÀ SE: Non hai mai perso un episodio di Gomorra e non hai ancora digerito la morte di Ciro Di Marzio alla fine della terza stagione.

DEVI EVITARLO SE: Non ami la saga e non sai nulla dell’Immortale. O non ami particolarmente i thriller.

CON CHI VEDERLO: con i fan della serie e chi è curioso di conoscere Ciro prima dell’Immortale.

PERCHÉ VEDERLO: per apprezzare Marco D’Amore anche dietro la macchina da presa.

LA SCENA MEMORABILE: quella che non si può dire. Mica vorrete degli spoiler?

LA FRASE CULT: «Io sono morto già».

L’Immortale è un progetto cross-mediale tra serie tivù e cinema.

1. UN PROGETTO TRA SALOTTO E SALA

L’Immortale è un esperimento cross-mediale tra tivù e grande schermo. Una sorta di cerniera tra la quarta e la quinta stagione di Gomorra.

2. L’UMANITÀ DELL’IMMORTALE

Il personaggio di Ciro è particolarmente amato da Marco D’Amore che lo considera un «antieroe romantico». «Lo ritengo uno di quegli uomini per metà polvere e per l’altra metà dei», ha detto il regista. «Crea conflitto nello spettatore: la faccia feroce dell’uomo che lotta per imporsi, e accanto la fragilità di un essere umano alla ricerca di qualcosa di vero a cui aggrapparsi».

3. LA DIFFICOLTÀ DI FARSI IN TRE

Il triplice impegno non è stato sempre facile da gestire, in particolare sul set: D’Amore ha ammesso di essersi inizialmente «maledetto» per aver deciso di dover lavorare dietro e davanti la macchina da presa. Poi con il procedere delle riprese tutto ha trovato un suo equilibrio. L’Immortale segna il debutto alla regia cinematografica per D’Amore che aveva già diretto il quinto e il sesto episodio della quarta stagione di Gomorra.

Marco D’Amore è Ciro Di Marzio ne L’Immortale.

4. LA RICERCA PER RICOSTRUIRE LA NAPOLI ANNI 80

Per ricostruire la Napoli degli Anni 80 e Secondigliano gli sceneggiatori hanno compiuto un accurato lavoro di ricerca su documenti d’archivio e immagini di repertorio.

5. IL PRIMO FILM ITALIANO IN LARGE FORMAT

L’Immortale è il primo film italiano realizzato in large format, ovvero un formato intermedio tra i 35 e i 65 mm. Guido Michelotti, direttore della fotografia ha spiegato: «Fino a qualche anno fa le fiction televisive si giravano in 16 mm e il cinema in 35mm, questo rendeva l’immagine dei film più spettacolare. Oggigiorno le serie televisive si girano con le stesse camere che si usano per i film, per questo motivo il cinema si sta muovendo verso formati sempre più ampi, per differenziare l’immagine da quella che lo spettatore è abituato a vedere in tivù».


Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il ministro Gualtieri contro il terrorismo di Salvini sul Mes

Il titolare del Mef ha attaccato il leader del carroccio e Borghi per la polemica sul Meccanismo europeo di stabilità.

«Quella sul Mes è una discussione che ci sarebbe stata comunque, a prescindere da questo dibattito sopra le righe, ma è avvenuta in un contesto in cui la Lega, Salvini e Borghi con cinismo hanno iniziato a fare una campagna terroristica per spaventare le persone». È stato l’affondo del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ospite a Mezz’ora in più. «Certo», ha continuato, «se non ci si riesce a esprimersi con competenza e serietà sulla Nutella è evidente che la credibilità su ciò che si dice sul Mes sia piuttosto scarsa».

«Il rinvio», ha aggiunto il capo del Tesoro, «è un fatto, ci sono anche dei miglioramenti che vanno valutati, c’è un orizzonte più largo sul pacchetto. Auspico che ci sia una risoluzione positiva che guardi in avanti e che raccolga il sostegno delle forze responsabili, anche non della maggioranza. Certo, chi vuole l’incidente, chi spaventa le persone in modo molto cinico dicendo che ci tolgono i soldi dai conto correnti, dubito possa convergere».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Sei insoliti mercatini di Natale da non perdere

Dalle bancarelle tra monti e resti romani al giardino di un convento fino a un lago ghiacciato. Le proposte di Lettera43 per respirare l'aria di festa.

Certo, i mercatini di Natale hanno già un loro perché, grazie all’atmosfera dell’avvento, amplificata da luci, colori, canti e profumo di dolci. Ma sono ancora più allettanti se contano uno scenario insolito, che può andare da un anfiteatro antico al giardino di un convento a un’antica via del sale, passando per un angolo dedicato ai gattari, un allestimento per i più piccoli e la sponda di un laghetto alpino. E se volete pregustare le feste o cercare i regali dell’ultimo minuto, ecco una selezione delle mete più suggestive. 

AOSTA, AVVENTO SULLO SFONDO DEL TEATRO ROMANO 

È una quinta scenica d’eccezione, quella dei resti archeologici di Aosta, che incorniciano bancarelle e casette in legno, in cui trovare prodotti tipici della tradizione montana, come oggetti in legno intagliato, capi d’abbigliamento e accessori sia in feltro che in lana cotta.

Mercatino ad Aosta (foto Enrico Romanzi).

Per il Marché Vert Noël, all’ombra del teatro romano si snoda un borgo alpino su scala ridotta, che propone anche enogastronomia, vini d’alta quota, dolciumi, o ancora candele di ispirazione nordica e idee regalo per tutte le tasche. E non lontano, in piazza Chanoux, è allestito un albero di Natale tecnologico, con una scala a chiocciola interna che regala un punto di vista inedito sulla città. Fino al 6 gennaio 2020 (www.lovevda.it).

IL PARADISO DEI GATTI A CARAVAGGIO

Il sogno natalizio dei gattari? Il Centro Verde di Caravaggio (Bg), che propone in un solo indirizzo diversi tipi di artigianato. Dopo l’ingresso in cui troneggia un camion d’epoca, ricolmo di regali, si spalanca un mondo fiabesco, fatto di luci, cieli stellati, folletti, presepi, decorazioni, alberi, che trasformano il vivaio bergamasco in un villaggio, con tanto di artigiani al lavoro, stanze a tema, ambientazioni eleganti, suggerimenti per decorare la casa.

Il Christmas Garden di Caravaggio.

Ma c’è un angolo riservato a chi ama i gatti, la Cat House Christmas, con cuscini, ciotole, tiragraffi di design pensati per gli amici pelosi, ma anche con sculture, stampe e decorazioni che si ispirano al micio. Fino al 6 gennaio 2020 (www.centroverde.com).

A TRENTO, UNA PIAZZA PER I BAMBINI

Con un occhio di riguardo per i più piccoli, a Trento gli organizzatori dell’avvento hanno riservato tutta piazza Santa Maria Maggiore proprio ai piccini, allestendo la casa di Babbo Natale, con la slitta magica e i folletti che intrattengono gli ospiti.

Piazza Fiera a Trento (archivio APT Trento L. Franceschi).

A pochi passi si trova il laboratorio creativo, rigorosamente al caldo, per far accostare i bambini al mondo della manualità, attraverso lavoretti che richiamano la natura o ruotano attorno ai valori del volontariato. In centro città ci sono anche una fattoria degli animali con diversi pony e un trenino di Natale che attraversa ogni giorno le vie storiche del capoluogo. Nelle altre piazze sono invece collocati i banchi con prodotti del territorio ed eccellenze della tavola che vanno dai canederli ai Brezel farciti, passando per lo strudel e il brulè di mela. Fino al 6 gennaio 2020 (www.mercatinodinatale.tn.it).

LA MAGIA DEL LAGO DI CAREZZA

Se l’avvento è sinonimo di cime imbiancate, cristalli, melodie natalizie e aroma di biscotti appena sfornati, il mercatino giusto è quello che si dipana lungo le sponde del lago di Carezza, fra lucerne magiche, figure scolpite nel ghiaccio, presepi a grandezza naturale.

Attorno allo specchio d’acqua, che la leggenda vuole abbia catturato l’arcobaleno, sono disposte le casette in legno, riscaldate per una pausa ristoratrice dalle stufe della tradizione altoatesina. E per chi vuole gustare in notturna l’atmosfera che anticipa il Natale fra le vette del Latemar e del Catinaccio, sono in programma escursioni serali alla luce delle lanterne, accompagnate da vin brulè o succo di mela e da una tazza di Magie natalizie di Carezza. Fino al 22 dicembre (www.valdega.com).

A LANA, NEL GIARDINO DEI CAPPUCCINI

C’è un fazzoletto di Alto Adige in cui castagni, larici e faggi convivono con meli, orchidee e ciliegi, grazie a un ambiente singolarmente mite, protetto dalla barriera naturale del Gruppo di Tessa. Proprio in questa zona si adagia Lana (Bz), dove il mercatino Polvere di stelle è allestito in un contesto unico, il giardino del convento fondato dai Cappuccini nel XVII secolo. Fra i pezzi forti delle bancarelle figurano gioielli, legno intagliato, pantofole, oli essenziali, cuscini ripieni di erbe e cirmolo, lavori all’uncinetto. E ancora composizioni floreali, pantaloni alla zuava, distillati, liquori, frutta essiccata. Fra gli alberi addobbati e gli stand con artigianato e gastronomia, sono in calendario canti, cori gospel, attività creative, spettacoli di luci, con proiezioni sulla facciata dell’edificio annesso al giardino dei Cappuccini. Fino al 31 dicembre (www.visitlana.com).

Il mercatino in Austria (studioeidos).

I CRISTALLI SWAROVSKI FRA LE VETTE AUSTRIACHE 

Nel cuore delle Alpi tirolesi, Hall in Tirol, è un borgo medievale, all’ombra dell’antica via del sale che durante l’Avvento si trasforma in un calendario a cielo aperto: sugli edifici attorno alla piazzetta centrale, la Oberer Stadtplatz, vengono proiettati i giorni che mancano al Natale, in un trionfo di luci e colori. Se fra le bancarelle gli adulti trovano le chicche del “fatto a mano” e prodotti venduti dagli agricoltori del luogo, i piccoli possono coccolare caprette, pecore e pony o seguire le fiabe di un cantastorie (fino al 24 dicembre).

Il museo delle luci Svarowski.

E a pochi minuti di macchina i Mondi di Cristallo Swarovski, splendido museo tematico, propongono il Festival delle luci, con installazioni luminose, sonore, interattive (fino al 6 gennaio 2020). (www.hall-wattens.at).

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Risarcimento chiesto a due orfane per femminicidio: l’Inps fa marcia indietro

Pasquale Tridico, presidente dell'istituto di previdenza, ha fatto sapere che non ci sarà alcun atto esecutivo per riscuotere i 124 mila euro chiesti alle giovani di 12 e 14 anni.

Dopo le violente polemiche sembra che l’Inps abbia deciso di fare marcia indietro sulla richiesta di risarcimento da 124mila euro avanzata dall’istituto nei confronti delle due giovani, divenute orfane nel 2013 per l’assassinio della madre, Cristina Biagi, a opera del padre, poi suicidatosi. Il presidente dell’Inps Pasquale Tridico intervenendo a Radio Capital, ha spiegato che «la lettera con la richiesta di risarcimento è un atto dovuto, ma l’Inps ha già contattato i familiari avvisandoli che non ci sarà alcun atto esecutivo».

INTERVENUTO ANCHE SERGIO MATTARELLA

Sulla vicenda era intervenuto anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il capo dello stato aveva, infatti chiamato la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo per parlare della richiesta di risarcimento nei confronti di due ragazzine. Lo stesso governo, in una nota il ministero del Lavoro, aveva fatto sapere stava seguendo da vicino il caso di Massa Carrara. Già il 7 dicembre le ministre Elena Bonetti e Nunzia Catalfo, avevano avuto un colloquio dal quale era nata l’intenzione di convocare un tavolo tecnico.

UNA VICENDA INIZIATA CON UN OMICIDIO-SUICIDIO NEL 2013

La vicenda è iniziata nel luglio del 2013 quando Marco Loiola, 40 anni, operaio, uccise la sua ex moglie, Cristina Biagi, 38 anni, sparandole all’interno del ristorante dove la donna lavorava suicidandosi subito dopo. Poche ore prima Loiola aveva tentato di uccidere un amico della coppia: raggiunto da sei colpi di pistola l’uomo riuscì a sopravvivere, con conseguenze per le quali l’Inps ha chiesto il conto alle due figlie di Loiola, un conto valutato in 124 mila euro, la cifra sostenuta dall’Istituto come indennità di malattia e per l’assegno di invalidità erogato all’uomo sopravvissuto.

UNA RICHIESTA PREVISTA PER LEGGE

Una «richiesta legittima, anche se immorale», aveva spiegato Francesca Galloni, avvocato della famiglia Biagi. «Se Loiola fosse stato ancora in vita, ovviamente l’Inps avrebbe chiesto a lui la somma. La legge prevede che si rifaccia sulle eredi». Le due ragazzine, dopo la morte dei genitori, hanno ereditato un immobile, la cui vendita tra l’altro non copre la cifra dovuta all’Inps e «una pensione che il nonno, loro tutore, mette da parte per il loro futuro». «Purtroppo», aveva chiarito la legale, «è previsto anche il recupero coattivo, se la somma non verrà erogata nei tempi. Per questo ho chiesto un incontro con Inps, sperando che, valutando la situazione, receda dalla richiesta o che si arrivi a transare una cifra inferiore, che possa essere pagata nel tempo dalle figlie di Cristina Biagi, che ricordo essere una vittima di femminicidio».

L’APPELLO DELLO ZIO AL CAPO DELLO STATO

«Il fatto che il presidente della Repubblica si sia interessato alle mie nipoti mi rassicura, finalmente, su una vicenda che non ci ha fatto dormire» a lungo, ha spiegato Alessio Biagi, lo zio delle minori. «Per noi Mattarella è un faro e ci commuove apprendere che una figura del suo spessore abbia deciso di aiutarci. Grazie». In precedenza Biagi si era appellato direttamente al Capo dello Stato per chiedere una soluzione con un post su Facebook. Spesso, aveva scritto, ci si dimentica «ciò che queste tragedie lasciano indietro: figli, in molti casi minorenni, affidati alle cure dei nonni, degli zii, che hanno il difficile compito di crescere, educare, arginare con tutto l’amore possibile un vuoto ed un dolore comunque impossibile da colmare. Nel nostro caso» si «è aggiunta una richiesta di risarcimento. Questa è la vicenda della famiglia Biagi, invitata a pagare una cifra mostruosa per evitare un procedimento giudiziario, che rendiamo pubblica per sensibilizzare l’Italia».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Sanità, governo pronto ad autorizzare lo scorrimento delle graduatorie

Il ministro Speranza ha annunciato un emendamento alla manovra per facilitare l'immissione di medici e infermieri nel Ssn. Decisivo lo sblocco di due miliardi.

«Abbiamo depositato l’emendamento alla manovra che autorizza lo scorrimento delle graduatorie per gli idonei del comparto sanità», l’annuncio è arrivato via Facebook dal ministro della Salute, Roberto Speranza. «Ora è più facile immettere medici, infermieri, professionisti nel Servizio Sanitario Nazionale perché: i sono finalmente più risorse (2 miliardi in più di fondo); Abbiamo cambiato le regole del tetto di spesa sul personale (non più 5% ma fino al 15% sulla quota aggiuntiva di fondo): più rapidamente si combatte la carenza di personale».

SPERANZA: «ALLARGARE MAGLIE DELLA LEGGE MADIA SUI PRECARI»

Speranza, in un’intervista al Messaggero, aveva spiegato che l’idea dell’esecutivo era di fare in modo che per le assunzioni si possa attingere alle graduatorie esistenti, «così i tempi saranno molto più rapidi. E allarghiamo le maglie della legge Madia per la stabilizzazione dei precari. Sui medici, dobbiamo aumentare le borse per le specializzazioni. Faremo un cospicuo investimento in questa direzione».

UN PACCHETTO PER SFRUTTARE STUDI MEDICI E FARMACIE

L’esponente di Leu ha poi spiegato che il governo sta lavorando a nuovi pacchetti per usare la rete di di 50mila studi medici di famiglia e 19mila farmacie: «In Italia abbiamo due punti di forza: 50mila studi di medici di famiglia e 19mila farmacie, presenti anche nel paese di collina dove non c’è l’ospedale. Nella legge di bilancio abbiamo previsto 235 milioni di euro per l’acquisto della strumentazione diagnostica negli studi medici» e «allo stesso modo proseguiamo con la sperimentazione delle farmacie di servizio, in modo che non siano solo distributori di farmaci ma offrano anche altre possibilità, come già in parte avviene, come alcuni test di prima istanza o la prenotazione di visite specialistiche».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La Prima della Scala ci insegna l’uso metalinguistico di Instagram

In platea, Durante l'esecuzione della Tosca, fiorivano gli spettatori col cellulare in mano. Una rappresentazione di come i social abbiano vinto sulla nostra percezione del reale.

Assistito al Terzo Atto della Tosca dall’ingresso della platea con il cappotto sul braccio, fra i cani sciolti, quelli che si erano attardati a fumare in piazza e le poverette che non avrebbero potuto fare altrimenti perché indossavano un vestito da fatina con le lucine di Natale incorporate accese e che dunque non avrebbero potuto sedersi in platea (ci siamo informate, si chiama Dvora, a Milano fa l’estetista-con-punturine, ogni anno si presenta con qualche obbrobrio addosso scatenando l’eccitazione dei fotografi e confermando così l’idea che la Prima della Scala sia un posto di sciroccate a cui nulla interessa della musica), ci siamo accorte che nessuno spegneva il cellulare.

Gli applausi per l’arrivo del presidente Sergio Mattarella.

LA CORSA AI SOCIAL DURANTE LA PRIMA

Tutti, invece, controllavano non solo i messaggi, ma anche i social. I social. Ma che cosa c’era di così impellente da controllare su Instagram, Twitter e Facebook mentre ci si trovava all’evento culturale-mondano più atteso dell’anno e sarebbe stato lecito goderselo senza pensieri? Visto che siamo curiose per natura e per mestiere, e in più eravamo seccatissime perché invece a noi quel terzo atto piace molto, volevamo godercelo anche da quella posizione precaria e aspettavamo con trepidazione “e lucevan le stelle” (purtroppo svanì anche il sogno nostro di ascoltarla cantata come si deve, Francesco Meli è un Mario Cavaradossi troppo tiepido), dopo aver segnalato ai vicini che le lucette dell’estetista, ora arrivata proprio lì accanto a noi a ridacchiare, fornivano un’illuminazione più che sufficiente per disturbare lo spettacolo, abbiamo buttato un occhio sulle schermate dei vicini più prossimi.

COME INSTAGRAM VINCE SULLA PERCEZIONE DEL REALE

Controllavano chi fosse stato ritratto, fotografato, segnalato alla Scala, cioè il luogo dove si trovavano in quel preciso momento. Ci siamo messe a sorridere anche noi, soddisfatte. Non dovevamo irritarci, ma rallegrarci, perché finalmente, dopo anni di teorie, stavamo assistendo alla perfetta mise en abyme delle potenzialità non social ma sociologiche di Instagram, alla sua vittoria sulla nostra percezione del reale. Instagram come volontà e rappresentazione, l’abisso della differipetizione, come certe fotografie di Man Ray in cui l’immagine si ripete ossessivamente, sempre più in piccolo, all’interno della prima. Lo scopo di quell’affannosa ricerca collettiva era il controllo ansioso di chi si trovasse lì con noi dei ricchi-e-famosi, se si fosse perso qualche volto e qualche immagine importante fra i tanti presenti (ci spiace per il ministro Provenzano che ha innescato l’inutile polemica contro Milano-asso-piglia-tutto-d’Italia: il 7 dicembre non mancava nessuno dei potenti di oggi e anche di ieri, vedi il povero Angelino Alfano al cui passaggio non scattano più i flash), e se ci si potesse vantare di qualcosa con gli amici, suscitare qualche commento desioso e invidioso, trarne vantaggio, schermirsi.

LA SFILATA DEI POTENTI TRA GAFFE ED ELEGANZA

Quanto a lungo hanno parlato il candidato alla presidenza di Confindustria Carlo Bonomi e Diana Bracco? Quanto era divertente vedere i cronisti incerti fra Alexander Pereira, sovrintendente uscente, e Dominique Meyer, entrante e già sostanzialmente insediato? Quanto erano davvero gentili gli scambi di cortesie fra Lella Curiel e il costumista di Tosca, Gianluca Falaschi («signora, lei ci ha insegnato l’eleganza», «ma no, bravo davvero lei, complimenti»)? E poi. Il viceministro agli Esteri Ivan Scalfarotto era davvero l’unico accompagnatore di Maria Elena Boschi, star della serata in abito-smoking di velluto nero, sottile, elegante e understated come una milanese (quanta strada ha percorso, da quel provincialissimo tailleur bluette del primo giuramento nel governo Renzi)? E com’era possibile che sessant’anni di comunismo non avessero insegnato ai ricchi ospiti cinesi dei Dolce&Gabbana che è semplicemente atroce vedere una donna farsi reggere lo strascico da una cameriera come la Liù di Turandot (e non vogliamo nemmeno commentare la cafoneria di un abito da ballo a teatro).

Ivan Scalfarotto e Maria Elena Boschi alla Prima (Foto LaPresse)

IL FILTRO DI INSTAGRAM CHE ESALTA L’INDIVIDUALISMO DI MASSA

Insomma, a tutto questo Instagram e i social servivano alla Prima, a dimostrazione che il nuovo saggio di Paolo Landi, Instagram al tramonto, a cui accennavamo la scorsa settimana, è davvero il libro del momento: la rappresentazione del nuovo mondo dell’individualismo di massa, il mondo in cui ci crediamo unici spettatori di uno spettacolo condiviso, il mondo a cui riconosciamo importanza solo attraverso il piccolo schermo del nostro smartphone. Un piccolo schermo che ci valorizza e al tempo stesso ci difende: nulla di male può davvero accaderci attraverso la distanza dell’obiettivo, a nulla possiamo credere davvero e fino in fondo, nulla ci tocca. Ed ecco, dunque, ripresa la Prima della Scala, ma anche e purtroppo tante atrocità. Il mondo reale e filtrato al tempo stesso, in cui ci pare di vivere il doppio, e che invece ci allontana sempre di più dalla realtà.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Storia dei cocaleros, dalla lotta all’elezione di Morales

Il movimento dei coltivatori di coca boliviani dopo decenni di repressione e battaglie è riuscito nel 2006 a portare al potere il leader del Mas. Ma ora, dopo i disordini post elettorali, si è diviso. Lo scenario.

Le sommosse popolari che ormai da settimane interessano la Bolivia e che hanno determinato l’uscita di scena di Evo Morales segnano senz’altro la chiusura di un ciclo politico che ha avuto tra i suoi principali protagonisti i cocaleros, i coltivatori delle foglie di coca. Dopo la Colombia e il Perù, la Bolivia, con i suoi oltre 50 mila cocaleros, è il terzo produttore di coca a livello globale. Stando alle stime delle Nazioni Unite, la coca venduta sul mercato legale genera un giro d’affari tra i 375 e 461 milioni di dollari, con incidenza di circa l’1% sul Pil del Paese, pari a circa il 10% di quello del settore agricolo.

L’AUMENTO DELLA DOMANDA DI COCA E LA MIGRAZIONE INTERNA

La storia del movimento dei cocaleros, che nel corso degli anni si è ritagliato un ruolo rilevante nella vita politica Paese, è legato al notevole incremento negli Anni 70 della domanda di coca il cui effetto immediato è stato l’aumento di produzione che in soli dieci anni è passata da circa 4 a ben 39 tonnellate annue. La nuova opportunità di lavoro ha incoraggiato una forte migrazione interna di intere famiglie campesine che andavano in cerca di fortuna nella provincia del Chaparè (situata a nord del dipartimento di Cochabamba) e dello Yungas (nel dipartimento de La Paz), due grandi aree in cui si produce, rispettivamente, il 34% e il 65% dell’intero raccolto nazionale, equivalente a 55 mila tonnellate annue. L’area del Chaparè, che già ospitava gli operai delle miniere, è stata un vero e proprio laboratorio politico sociale. Partendo di qui il movimento cocaleros nel corso degli anni è riuscito a imporsi prima come forza di opposizione, poi a crescere fino al punto di eleggere presidente uno dei suoi leader, Evo Morales.

LEGGI ANCHE: Perché dalla Colombia al Cile l’America Latina si sta infiammando

LA REPRESSIONE DEGLI ANNI 80

Gli Anni 80 hanno costituito il vero banco di prova per il movimento: l’organizzazione ha dovuto fare i conti con la dura repressione dei governi di centrodestra che godevano del supporto degli Stati Uniti. La risposta dei cocaleros non si fece attendere. Attraverso una serie di azioni di protesta, riuscirono ad attirare l’attenzione mediatica sulle loro rivendicazioni al punto da imporre il tema della coca nel dibattito nazionale. Sempre nello stesso decennio fu varata la legge 1008 che delimitava tre distinte zone di produzione: la prima, destinata alla produzione a uso medicinale e rituale; la seconda (nella zona del Chaparè) definita di transizione, utile ad assicurarsi un’eccedenza rispetto alla prima, ma che in realtà era destinata a soddisfare le esigenze del mercato degli stupefacenti in grande espansione; e la terza, zona illecita all’interno della quale la produzione era proibita. 

Bolivia Morales proteste Añez
Gli indios di Bolivia dalla parte di Morales. GETTY.

LE RIVENDICAZIONI DEL SINDACATO

Il sindacato ha sempre rivendicato la libertà di coltivazione ricordando la sacralità della coca, non solo un mezzo di sostentamento per migliaia di campesino ma anche un simbolo di dignità nazionale e di memoria collettiva. Non solo. Le organizzazioni hanno rinfacciato allo Stato di agire in modo repressivo sotto la pressione di Washington senza alcuna volontà di cercare una soluzione alternativa che tenesse conto del loro patrimonio culturale e indentitario nonché delle ricadute sociali ed economiche. Le lotte di quegli anni, caratterizzate anche da massacri come quello di Villa Tunari del giugno 1988, (12 morti e oltre 100 feriti) diedero ai cocaleros ulteriore forza permettendo loro di strutturare al meglio l’organizzazione che ormai, tanto per i campesino quanto per gli altri lavoratori, rappresentava l’unica alternativa allo Stato nei territori. Un primato che ha permesso ai suoi rappresentanti di porre la questione della coca al centro del dibattito politico, di stringere alleanze con altri sindacati e di supportare efficacemente la sinistra in crisi a causa delle lotte intestine, consentendo così al movimento di guadagnarsi i primi margini di manovra anche in ambito politico.

IL DIALOGO CON LE ISTITUZIONI

Gli Anni 90 hanno rappresentato la svolta. Il sindacato ampliò il raggio di azione delle proprie battaglie accreditandosi presso le istituzioni. Del 1997 è El Dialogo Nacional, la prima esperienza di costruzione partecipativa di un’agenda vertente su quattro principi imprescindibili: opportunità, equità, giustizia e dignità. Culmine di questo processo è stata l’adozione della Ley del Dialogo Nacional che, istituzionalizzando la partecipazione politica, ha creato le premesse del controllo sociale sullo Stato.

bolivia morales dimissioni
Evo Morales.

LA GUERRA DELL’ACQUA E DEL GAS

Il Paese cominciava a cambiare e i cocaleros diventavano protagonisti di questa “rivoluzione”. Prima con la mobilitazione nel 2000 contro la privatizzazione dell’acqua nella regione di Cochabamba. Disposta dal governo Bzner, la lotta si concluse con la cancellazione della contestata legge. Tre anni dopo, si opposero alla decisione del governo Sánchez de Lozada di esportare gas boliviano attraverso il porto cileno del Mejillones, scartando la via alternativa peruviana. Una decisione bollata come una concessione al governo di Santiago senza contropartita. La protesta costrinse alla fuga il presidente, sostituito dal suo vice Carlos Diego Mesa che cercò di placare gli animi con un apparente programma di nazionalizzazione. In realtà era il primo passo verso l’ascesa al potere di Evo Morales. La guerra dell’acqua e la guerra del gas hanno segnato la fine del potere neoliberista e l’inizio di una nuova pagina della storia boliviana con l’elezione del 2006 di Evo Morales, indio di etnia aymara, a capo del Mas il Movimento al Socialismo, un partito indio che chiedeva la fine delle privatizzazioni, la legalizzazione della coca e una più equa distribuzione della ricchezza nel paese

L’ASCESA DI MORALES

Morales ha impresso una svolta al Paese, dentro e fuori dai confini nazionali. Tuttavia, nel corso degli anni non sono mancate tensioni nella sua base. Nel 2011 è stato contestato per il progetto dell’autostrada che avrebbe dovuto attraversare il parco e l’area indigena del Tipnis, enorme riserva di acqua e ricca di giacimenti petroliferi, per collegare Villa Tunari, nella provincia di Chaparè, a San Ignacio de Moxos. Un’opera che si inseriva in un più ambizioso e strategico progetto sovranazionale di sviluppo, destinato a connettere il Pacifico all’Atlantico. Nell’ottobre 2012 Morales ha sottoscritto il contratto per la costruzione del primo tratto della strada, presupponendo che 45 delle 69 comunità locali consultate avessero dato il loro benestare; un dato, questo, contestato dagli indigeni dello Yungas. L’opera ha diviso le anime del movimento con una parte degli indigeni guidati da Felipe Quispe che si sono convertiti in duri oppositori del governo, andando incontro anche a una dura repressione. A rimanere fedeli ancora a Morales sono i cocaleros del Chaparè ormai diventato l’epicentro del conflitto dove i contadini marciano e muoiono per protestare contro il nuovo governo.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

È morto Piero Terracina, uno degli ultimi sopravvissuti di Auschwitz

Residente a Roma Terracina si è spento all'età di 91 anni. Venne deportato in Polonia nella primavera del '44.

È morto a Roma a 91 anni Piero Terracina, uno degli ultimi sopravvissuti al campo di sterminio di Auschwitz.

Quando aveva solo 15 anni Terracina fu prima portato a Regina Coeli con la famiglia, nel giorno della Pasqua ebraica del 1944, poi nel campo di Fossoli, vicino a Modena, e infine in quello di Auschwitz.

Solo lo scorso dicembre il Consiglio comunale di Campobasso aveva stabilito all’unanimità di conferire la cittadinanza onoraria a Terracina e ad altri sopravvissuti della Shoah, tra cui anche la senatrice Liliana Segre.

IL RICORDO DELLA COMUNITÀ EBRAICA DI ROMA

Ruth Dureghello, presidente della Comunità Ebraica di Roma, ha espresso il cordoglio di tutta la comunità con una nota: «La Comunità Ebraica di Roma piange la scomparsa di un baluardo della Memoria. Piero Terracina ha rappresentato il coraggio di voler ricordare, superando il dolore della sua famiglia sterminata e di quanto visto e subito nell’inferno di Auschwitz, affinché tutti conoscessero l’orrore dei campi di sterminio nazisti. Oggi piangiamo un grande uomo e il nostro dolore dovrà trasformarsi in forza di volontà per non permettere ai negazionisti di far risorgere l’odio antisemita».

RAGGI: «ROMA TRASMETTERÀ LA MEMORIA»

La sindaca di Roma Virginia Raggi ha dato il suo addio a Terracina via Twitter: «Profondo dolore per la scomparsa di Piero Terracina, uno degli ultimi sopravvissuti al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. @Roma si stringe ai suoi familiari e conferma l’impegno di trasmettere ai giovani la memoria dell’orrore nazifascista. Non dimenticheremo mai».

CONTE: «È UN PATRIMONIO PER I GIOVANI»

Cordoglio social anche per il premier Giuseppe Conte: «Primo Levi ammoniva di non togliere il segnalibro della memoria dalla pagina dell’Olocausto. Addio a #PieroTerracina, la sua testimonianza su Auschwitz è memoria collettiva: un patrimonio che ora tocca a noi alimentare perché possa trasmettersi anche alle future generazioni».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Record in tv per la Tosca: oltre 2,85 milioni di spettatori

Boom di spettatori per la Prima della Scala. Battuto il record di Madama Butterfly di tre anni fa. Share oltre il 15%.

Tosca è la Prima della Scala in assoluto più vista in tv: il 7 dicembre la diretta su Rai1, curata da Rai cultura, è stata infatti vista da una media di 2 milioni 850 mila spettatori con uno share del 15%. Circa ottocentomila in più dell’Attila di Verdi dello scorso anno e anche della Madama Butterfly (finora record) di tre anni fa che fu vista da 2 milioni 644 mila persone. Anche la presentazione dell’opera prima dell’inizio ha fatto un risultato di tutto rispetto con 1 milione 947 mila spettatori e uno share del 14,2%, ben più del programma precedente.

L’ORGOGLIO DI RAI CULTURA

Il risultato di Tosca, ha spiegato la Rai in una nota, è stato «il record assoluto di ascolti per un’opera lirica in tv da quando esiste l’Auditel». L’azienda di Viale Mazzini ha parlato di «un motivo di grande orgoglio» tanto che il direttore di Rai Cultura Silvia Calandrelli, ha parlato di orgoglio «per tutti coloro i quali hanno contribuito, nello spirito del vero servizio pubblico, a portare nelle case degli italiani il capolavoro di Puccini». «Nel corso della stagione Rai Cultura riprenderà e trasmetterà altre tre opere e un balletto della Scala, così come saremo accanto a molte altre realtà musicali per continuare a diffondere la bellezza della grande musica», ha aggiunto Calandrelli.

FOA: «GRANDE SUCCESSO PER IL NOSTRO PAESE»

Impettito anche il presidente della Rai, Marcello Foa: «Sono felice per lo straordinario risultato di ascolto: con quasi 3 milioni di spettatori è il record per una Prima della Scala. Mi congratulo con Rai Cultura, con Rai1 e con il centro di produzione Rai di Milano. La Prima della Scala viene vista in queste ore in tutto il mondo. Si tratta di un grande successo per il nostro Paese». «La Rai», ha concluso Foa, «è orgogliosa di contribuire a promuovere in Italia e nel mondo l’eccellenza della cultura, della creatività e della tecnologia italiane».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’Iran prepara una finanziaria contro le sanzioni Usa

Il presidente Rohani ha presentato al parlamento la prossima manovra. Un progetto di resistenza spinto anche grazie a un prestito della Russia.

Il presidente iraniano Hassan Rohani ha presentato in parlamento quella che ha definito la «finanziaria della resistenza» contro le sanzioni imposte dagli Stati Uniti. «Il prossimo anno, come quello in corso, la nostra manovra sarà una manovra di resistenza e perseveranza contro le sanzioni», ha dichiarato Rohani ai parlamentari secondo quanto riportato dalla radio statale.

Il presidente iraniano ha spiegato che il prossimo anno il Paese «dipenderà meno dalle entrate del petrolio». La finanziaria, ha aggiunto, ha potuto anche beneficiare di un prestito della Russia da 5 miliardi di dollari. Alla fine sarà una manovra da 40 miliardi di dollari, il 20% in più del 2019. Il prossimo anno fiscale in Iran inizia il 20 marzo, insieme con l’inizio del nuovo anno persiano.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Anche se vincerà Johnson non ci sarà Brexit prima del 2023

Al voto del 12 dicembre la vittoria dei Tory appare scontata. La promessa di BoJo è «uscita comunque con accordo o no a fine 2020». Ma non sarà così

Il voto britannico del prossimo 12 dicembre rappresenta comunque una svolta. Assai più importante di quando, con una lunga marcia di avvicinamento durata 12 anni e bloccata due volte dal veto francese, Londrà aderì alla Cee nel 1973.

Se giovedì 12 vince alle politiche il partito Tory, diventato ormai il Conservative Brexit Party (e le probabilità maggiori sono che vinca) è l’uscita (più lenta del previsto probabilmente, ma comunque un’uscita) da qualcosa di assai più integrato e anche politicamente significativo di quanto non fosse l’Europa comunitaria del 1973. Se, miracolosamente per i pro-Ue, i Tory non arrivano alla maggioranza restando tuttavia sicuramente il maggior partito, sarebbe comunque un fatto di grande importanza e la quasi certa fine della Brexit perché, privi di alleati, non riuscirebbero a formare il governo. E gli altri sono impegnati a tenere un nuovo referendum.

Alle 23 ora italiana di giovedì 12 dicembre gli exit poll daranno le prime indicazioni e due ore dopo ci saranno i primi risultati parziali di alcuni collegi ritenuti particolarmente significativi. Si tratta di una ventina di circoscrizioni, nella zona suburbana londinese e nel Sud Ovest dell’Inghilterra dove i conservatori potrebbero perdere alcuni seggi a favore del voto filo-Ue. Ugualmente molta attenzione ci sarà sui seggi tradizionalmente laburisti delle Midlands e dell’Inghilterra settentrionale dove il partito Tory potrebbe, anzi, dovrebbe in nome della Brexit strappare vari seggi tradizionalmente laburisti ma a maggioranza contrari “da sinistra” all’Unione europea. Vincere qui è per il premier Boris Johnson indispensabile per assicurarsi una sufficiente maggioranza nel rinnovato del parlamento di Westminster.

ESISTE IL FRONTE PRO BREXIT, NON ESISTE QUELLO ANTI BREXIT

La linea ufficiale laburista è stata di “equidistanza” fra pro Europa e anti Europa, puntando invece su altri nodi, tipo il servizio sanitario nazionale la casa e l’impoverimento diffuso; è una “equidistanza” comprensibile, per alcuni aspetti, visto che un quarto circa degli elettori laburisti non ama Bruxelles e nelle circoscrizioni indicate sfiora la maggioranza, ma certamente poco utile in una competizione dove il tema Brexit è stato dominante ed è stato difficile far finta che così non fosse.

Laburisti, liberaldemocratici e nazionalisti scozzesi non sono mai stato così disuniti come in questa campagna elettorale

La forza dei Tory e di Boris Johnson è che hanno monopolizzato con un partito unito e “normalizzato” tutto il fronte pro Brexit, fatto fuori praticamente l’inventore della formula Nigel Farage, che farà fatica secondo i sondaggi a prendere una manciata di deputati e forse nessuno, e lanciato un chiaro e pressoché unico messaggio, con un contorno di promesse fantasmagoriche di spesa pubblica. Il messaggio è «facciamo la Brexit, rispettiamo la democrazia», cioè il referendum del 2016.

Boris Johnson.

Il fronte opposto, laburisti e liberaldemocratici essenzialmente, più i nazionalisti scozzesi, non è mai stato così disunito come nella campagna elettorale; non offre nessuna garanzia di aver saputo concentrate bene collegio per collegio i voti sul candidato remain più vicino alla vittoria; e tantomeno offrire una visione e parole d’ordine comuni. Insomma, c’è un fronte pro Brexit ma non uno anti Brexit.

CORBYN HA POCHISSIME CHANCE DI DIVENTARE PRIMO MINISTRO

Jeremy Corbyn ha fatto campagna molto più su programmi e slogan economico-sociali. L’unica cosa chiara sul tema centrale, la Brexit, la dice quando assicura che, se vincerà, negozierà in pochi mesi un nuovo trattato, per vari aspetti sulla falsariga, si pensa, di quello che da tempo regola i rapporti fra Oslo e Bruxelles e per altri più stretto, e lo sottoporrà subito a un nuovo referendum con un quesito semplice: o il nuovo trattato di collaborazione dall’esterno con la Ue o il remain, cioè cancellare tutto e avanti come membro a pieno titolo dell’Unione. Ma l’unica cosa certa è che Corbyn non vincerà.

Corbyn rimane ancorato a idee più da Quarta internazionale (Trotzky) che da moderno Paese industriale dell’Occidente

Corbyn è il meno popolare dei leader che il Labour abbia mai avuto. Ritenuto una brava persona, assai più affidabile a livello personale di Boris Johnson «autore di una carriera fatta di bugie», come scrive il più autorevole commentatore politico del Financial Times, ma ancorato a idee più da Quarta internazionale (Trotzky) che da moderno Paese industriale dell’Occidente. Al suo fianco ha poi portato al vertice del partito esponenti della sinistra radicale come Seumas Milne, che ex colleghi giornalisti del Guardian definiscono un public school leftist, cioè un radical chic (la public school in Gran Bretagna è la scuola privata di rango), o come Andrew Murray, anch’egli di alti natali ma senza public school, fortemente anti occidentale e anti Israele e con molta nostalgia del ruolo ahimé finito di un’Unione sovietica guardiana della pace.

Jeremy Corbyn.

Corbyn ha in teoria qualche chance di diventare primo ministro di un governo di coalizione con liberaldemocratici e nazionalisti scozzesi cementato da poca amicizia e molta convenienza, che potrebbe rinegoziare la Brexit sottoporla a nuovo referendum e poi andare a nuove elezioni visto che solo su questo saranno d’accordo. Sarebbe una possibilità teorica se il responso di giovedì sarà un altro hung parliament, un parlamento impiccato, bloccato senza nessuno dei due partiti con almeno 326 seggi, e con una somma fra laburisti liberaldemocratici e scozzesi che arrivi almeno attorno a 330. Ma i sondaggi danno oggi a Johnson attorno a 350 deputati, per quanto sia molto aleatorio nel sistema uninominale secco britannico trasformare una intenzione di voto in seggi, e su queste cifre, se confermate, la partita è chiusa. Andrew Hawkins di ComRes, fra i più seguiti centri di sondaggio commerciale e politico, parla di 30 deputati in più rispetto al’insieme dell’opposizione.

TUTTI I SONDAGGI DANNO LA VITTORIA SICURA DEI TORY

I mercati finanziari scommettono già su una vittoria dei Tory, il mondo delle scommesse politiche, come noto in Gran Bretagna floridissimo e più che mai nel 2019, un po’ meno. La forbice è tra un 65% di scommesse a favore di Johnson e un 35% circa per Corbyn, ma attenzione, non conta solo il numero, contano molto le cifre impegnate, molto molto più alte sul lato Johnson. Quanto ai seggi a Westminster, gli scommettitori viaggiano su 338-344 per i conservatori mentre al massimo scommettono su 221+46+22 fra laburisti, liberaldemocratici e nazionalisti scozzesi, quindi 289 che, anche con l’aggiunta di una dozzina di indipendenti, non arriverebbero al minimo matematico di 326.

Le trattative per arrivare da quello che è ora solo un contratto di divorzio a un’intesa commerciale complicatissima richiederà anni, tutti i tre anni

Sembra quindi, secondo l’arte delle previsioni e anche in parte secondo l’aria che si respira, una partita chiusa, che sarà chiusa solo però nella notte del 12-13 dicembre. Una volta vinto, Johnson prenderà il suo tempo. La promessa di oggi, per scaldare i seguaci, è «uscita comunque con accordo o no a fine 2020», ma non sarà così. Le trattative per arrivare da quello che è ora solo un contratto di divorzio a un’intesa commerciale complicatissima richiederà anni, tutti i tre anni, fino al 2022, ipotizzati dal divorzio. E fino ad allora il Regno Unito sarà commercialmente parte della Ue. E poi si voterà nel 2024 e Johnson vuole restare a Downing Street almeno due mandati come Margaret Thatcher e Tony Blair e vorrà una Brexit che faccia meno danni possibili alla sua rielezione. L’uscita subito? Già prometteva di uscire il 31 ottobre vivo o morto e poi di non chiedere una proroga fino al 31 gennaio, vivo o morto, e ha fatto entrambe le cose, vivo o morto. La sua è appunto «una carriera fatta di bugie»

QUELLE FALSE CITAZIONI DI CHURCHILL FATTE DA JOHNSON

Nella campagna referendaria del 2016, dove Johnson era portabandiera del leave, fu molto utilizzata una citazione da Winston Churchill, estratta si diceva da un dibattito parlamentare dell’11 maggio 1953, con Churchill premier che parlava della Ced , la Comunità europea di difesa fra alcuni Paesi del continente che il parlamento francese avrebbe silurato nell’agosto 1954. Non ne faremo parte, diceva effettivamente Churchill, come da resoconti parlamentari, «perché siamo con l’Europa ma non dell’Europa». La citazione ampliava nel 2016, attribuendolo sempre a Churchill, questo concetto. E lo completava con un sonoro e churchilliano «se la Gran Bretagna deve scegliere fra l’Europa e i mari aperti, sceglierà sempre i mari aperti».

Winston Churchill.

Si trattava di un falso. Le elaborate distinzioni su che cos’è il Regno Unito e che cos’è l’Europa e quale sia il giusto rapporto erano sì di Churchill, ma in un articolo scritto nel 1930 per l’americano Saturday Evenening Post. E la frase sugli oceani fu detta non nel ’53 in parlamento ma in uno scatto di rabbia nel maggio 1944 a un Charles De Gaulle chiamato da Algeri a Londra per illustrargli il piano Overlord (Normandia) e che poneva troppe condizioni. È arcinoto che Churchill a più riprese e con forza, dal 1947 al 1961, spinse per la piena e convinta adesione di Londra al progetto europeo. Ma Johnson, che ha scritto un libro su Churchill per crescere all’ombra del mito (ottobre 2015) ha avuto bisogno della sua versione. Falsa.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Cappato spiega CitBot, il robot che risponde su eutanasia e testamento biologico

Il software dissipa i dubbi più comuni sui temi bioetici. Una «intelligenza artificiale civica», dice il tesoriere dell'associazione Luca Coscioni, «per difendere i diritti e le libertà fondamentali».

Quando si parla di temi delicati come eutanasia, biotestamento, cure palliative la confusione è tanta.

Non sempre, infatti, la comunicazione istituzionale è efficace. Il rischio è che i diritti, seppur garantiti, rimangano così sulla carta.

Partendo da questa considerazione, l’Associazione Luca Coscioni ha lanciato CitBot, un software di intelligenza artificiale facilissimo da consultare, pensato per rispondere ai dubbi che possono sorgere quando ci si interroga su temi particolarmente delicati, e regolati quasi sempre da norme e procedimenti burocratici fumosi.

CAPPATO: «AVERE ACCESSO A INFORMAZIONI CHIARE È UN DIRITTO»

«Da anni ascoltiamo e accogliamo le urgenze di libertà delle persone e lavoriamo per dare loro gli strumenti con i quali difendersi e far valere i propri diritti», spiega a Lettera43.it Marco Cappato, tesoriere dell’associazione. «Il primo di questi è l’accesso a informazioni chiare, minato con regolarità visto che nonostante legalmente previste, le campagne divulgative in questo ambito siano praticamente inesistenti».

Marco Cappato, volto dell’Associazione Coscioni.

Al di là di slogan e proclami, nella quotidianità quando una persona si trova in difficoltà necessita di risposte immediate e precise e si rivolge alle associazioni che però non sempre riescono a far fronte a tutte le richieste. «In concomitanza con l’entrata in vigore, il 31 gennaio 2018, della legge sulla Disposizione anticipata di trattamento o Biotestamento», continua Cappato, «il numero di mail giunto al nostro indirizzo si è impennato e siamo stati subissati di quesiti do ogni tipo. Di fronte a un’ondata simile ci siamo resi conto dell’impossibilità di riuscire a rispondere a tutti in modo soddisfacente e nei tempi brevissimi che molti casi richiedano, quindi abbiamo cercato un modo per ovviare al problema».

UN ROBOT PER RISPONDERE AI DUBBI PIÙ COMUNI

La scelta è alla fine caduta su questa tecnologia ancora poco sfruttata, se non per scopi commerciali, ma preziosa perché dall’utilizzo estremamente intuitivo.

LEGGI ANCHE: La Consulta colma il vuoto legislativo sul suicidio assistito

CitBot, che Marco Cappato definisce «l’intelligenza artificiale civica per difendere i diritti e le libertà fondamentali», sembra molto simile alle chat che siamo soliti trovare nei siti dei servizi clienti delle compagnie telefoniche e funziona esattamente allo stesso modo.

La schermata di dialogo di CitBot.

Realizzata tecnicamente da Revevol Italia, di proprietà del fratello di Marco Cappato, Luca, per interrogarla basta digitare la propria domanda nell’apposito spazio e attendere l’arrivo della risposta generata non da un interlocutore in carne e ossa ma da un robot, sufficiente per far fronte ai dubbi più comuni. «Dei casi più delicati e che richiedono un supporto specifico, ovviamente, continueranno a occuparsi gli operatori dell’associazione», precisa Marco Cappato.

UN’INTELLIGENZA CHE MIGLIORA CON L’USO

Secondo i quesiti giunti in fase di test, il tema più gettonato è quello del Testamento Biologico, del quale CitBot è pronto a dipanare ogni dubbio, rispondendo a oltre un migliaio di perplessità tra le quali «A chi devo rivolgermi?». «Che moduli devo scaricare per scriverlo e dove posso trovarli?». «Si paga?». Un consulente virtuale preparato che se pur un po’ acerbo crescerà con il passare del tempo anche grazie alla fruizione degli utenti, visto che come ogni software di questo tipo migliora e aumenta il proprio database attraverso le interazioni ricevute. 

UN AIUTO CONTRO L’ANALFABETISMO FUNZIONALE

Oltre a eutanasia e testamento biologico, la chat può essere interrogata anche su aborto e cure palliative e conta presto di ampliare il proprio ventaglio di temi. Al momento è possibile interrogare CitBot attraverso il sito o su Telegram, ma si sta già lavorando per estendere l’utilizzo ad altre associazioni attraverso Messenger, WhatsApp e dispositivi con riconoscimento vocale come Alexa.

Alcune domande tipo a cui CitBot può rispondere.

«Quest’ultimo passaggio è molto importante e credo possa rappresentare la vera opportunità di CitBot di divenire alla portata di tutti», continua Cappato. «Nel nostro Paese esiste un analfabetismo funzionale elevatissimo con il quale è necessario fare i conti. Molti italiani hanno difficoltà nell’analisi di un testo articolato quindi pensare di poter risolvere ogni dubbio dicendo loro “vai su internet, trovi tutto lì” è sbagliato perché chi ha gli strumenti per farlo è la minoranza della popolazione. Non tutti sono in grado di compiere una ricerca specifica e di destreggiarsi autonomamente tra leggi e normative, porre una domanda parlando a un device è decisamente più semplice e soprattutto utile».

L’AI HA POTENZIALITÀ ANCORA DA SFRUTTARE

Nonostanti le grandi potenzialità, anche nel campo dei diritti, l’Intelligenza artificiale è ancora poco sfruttata in Italia. «L’Europa per quanto riguarda temi sociali, partecipazione, qualità della vita e interazione tra le persone è a un livello superiore rispetto agli altri continenti, per questo credo dovrebbe sfruttare al meglio tale vantaggio competitivo per sviluppare quell’intelligenza artificiale civica tutt’ora inesistente», conclude Cappato. «Noi, seguendo il motto dell’associazione, Dal corpo del malato al cuore della politica, qualcosa facciamo ma spetterebbe agli Stati dell’Ue realizzare investimenti importanti affinché tutte le leggi e l’amministrazione pubblica a livello nazionale, regionale o europeo siano messe a servizio del cittadino nel miglior modo possibile».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’Aquila, due scosse di terremoto di magnitudo 3.7 e 3.4

La terra ha tremato intorno alle 23. Epicentro nel comune di Barete, a 17 km dal capoluogo abruzzese. All momento non si registrano danni.

La terra trema ancora nel centro Italia e in Abruzzo. Sabato sera, poco prima delle 23, un terremoto di magnitudo 3.7 è stato registrato in provincia dell’Aquila, seguito pochi minuti dopo da una seconda scossa di magnitudo 3.4. L’istituto nazionale di Geofisica e vulcanologia ha individuato l’epicentro nel comune di Barete, centro a 17 km a nord-ovest del capoluogo abruzzese e a circa 14 km di profondità. Al momento non si registrano danni.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Tosca, un kolossal dal retrogusto kitsch

Il maestro Chailly si conferma pucciniano di alto livello. I cantanti non deludono e il regista Livermore regala meraviglie sul palcoscenico. Scivolando talvolta ai confini del kitsch e dell'eccesso. In tivù buone scelte narrative, e qualche occasione (ancora) persa.

Nel luglio del 1992 RaiUno mandò in onda un progetto mai prima tentato: un live film diretto da Giuseppe Patroni Griffi intitolato Tosca nei luoghi e nelle ore di Tosca. In pratica, un film-opera (Placido Domingo, Ruggero Raimondi e Catherine Malfitano diretti da Zubin Mehta) che si svolgeva in presa diretta a Sant’Andrea della Valle, a Palazzo Farnese e sulla sommità di Castel Sant’Angelo (in complessa sincronia con l’orchestra posizionata in studio), rispettando la tempistica di Puccini: primo atto a mezzogiorno, secondo in serata, terzo all’alba del giorno dopo. 

LEGGI ANCHE:Tosca, una porta sull’oscurità umana

IL RACCONTO DAI LUOGHI REALI DELLA TOSCA

Evidentemente qualcuno in Rai nelle settimane scorse si è ricordato di quel suggestivo esperimento e ne ha tratto lo spunto per il modo in cui è stata raccontata la trama di Tosca nel corso della diretta dalla Scala. Le incursioni dell’attore Francesco Montanari sui luoghi reali del melodramma hanno costituito un buon esempio di tivù: si è offerta una chiave di lettura efficace, sulle suggestioni delle immagini e della parole, per quanto di lì a poco si sarebbe visto sul palcoscenico della Scala.

Una scena di Tosca (Ansa).

ALCUNE OCCASIONI PERSE

Naturalmente la soluzione è stata permessa dal particolare congegno drammatico e “topografico” e monumentale del libretto ed è sostanzialmente irripetibile in qualsiasi altra opera, o quasi. Ma è giusto sottolineare che almeno quest’occasione è stata colta. Molte altre come da tradizione sono state perse, nei lunghi intervalli da riempire di parole e volti. Così capita quando la televisione si avvicina a quell’oggetto considerato misterioso che si chiama melodramma: per semplificare a tutti i costi si finisce per fare un pessimo servizio alla musica e una mediocre tivù.

Bruno Vespa e signora alla Prima della Scala (Ansa).

Si tratta della possibilità di parlare di opera in maniera divulgativa e chiara, di evitare l’aneddotica stantia e di dubbia precisione, di portare davanti alle telecamere gli addetti ai lavori, visto che dei giudizi invariabilmente esaltanti di “appassionati” come l’onnipresente Bruno Vespa si poteva fare tranquillamente a meno e che una vecchia gloria come Raina Kabaivanska andava ben altrimenti valorizzata. Per non parlare dello psichiatra Vittorino Andreoli, che si è lanciato in citazioni “a orecchio” dell’epistolario pucciniano. Tant’è, la critica musicale in Italia è ormai rinchiusa in una riserva e gli eventi mediatici e culturali come l’inaugurazione della Scala la vedono ancor più ai margini, sconfitta dall’elogio acritico e dall’entusiasmo che profuma di marketing. 

LA TRANSIZIONE DELLA SCALA SENZA UN SOVRINTENDENTE

Nella sfilata dei personaggi, molto evidente l’assenza di Alexander Pereira, il sovrintendente giubilato la scorsa estate dal sindaco Beppe Sala fra molte polemiche e ancora formalmente in carica per una settimana, visto che si insedierà al Maggio Fiorentino il prossimo 15 dicembre.  Questo spettacolo è anche farina del suo sacco, ma naturalmente si è preferito sorvolare. Così come, per una sorta di par condicio, non si è ritenuto di dare il minimo spazio al suo successore, Dominique Meyer, che da metà dicembre sarà interpellabile per i “casi di emergenza” ma entrerà in carica solo il primo marzo dell’anno prossimo.

Attilio Fontana, Chiara Bazoli, Beppe Sala e e Alexander Pereira (Ansa).

La Scala si trova in una situazione di transizione non semplice, e magari si poteva illustrarla brevemente al grande pubblico di RaiUno. Semplicemente a titolo di cronaca: per far capire che l’inaugurazione di stagione di uno dei maggiori teatri lirici del mondo senza un sovrintendente alla guida non è esattamente la norma. 

LA COMPAGNIA DI CANTO HA MANTENUTO LE PROMESSE

Quanto al merito di quel che si è visto e sentito, la compagnia di canto era di indiscutibile livello e ha mantenuto tutte le promesse. Anna Netrebko è stata una Tosca imperiosa e capace di passare dal dramma all’elegia con la duttilità della fuoriclasse; Francesco Meli ha dato a Cavaradossi una sofferta intensità che si è mantenuta impeccabilmente al di qua delle esagerazioni veristiche; Luca Salsi ha fatto valere la sontuosa qualità di una voce magnificamente timbrata, eguale e scorrevole, capace di tutte le accentuazioni e le sottolineature che il monumentale ruolo del malvagio Scarpia esige.

Il soprano Anna Netrebko (Ansa).

Sul piano scenico e attoriale, però, l’alterigia sprezzante, l’arroganza del potere e la perversione del sadismo fatto musica e canto si sono colte solo a intermittenza. D’altra parte, se per gran parte del cruciale secondo atto il regista mette il cattivissimo in maniche di camicia e bretelle, non è facile.

CHAILLY, PUCCINIANO DI LIVELLO

Dal podio, Chailly ha per così dire “siglato” l’inaugurazione riesumando meno di un minuto di musica nel finale ultimo, che lo stesso autore aveva in seguito tagliato. Una scelta interessante, che giunge alla fine di un’interpretazione densa e profonda, con la quale il direttore ha confermato la sua fama di “pucciniano” di altissimo livello, misurando la sostanza sinfonica della partitura senza inutile enfasi ma con viva forza emotiva, rispettando e anzi sottolineando la multiforme natura del canto in quest’opera. 

UN KOLOSSAL CON QUALCHE SCIVOLONE AI CONFINI DEL KITSCH

Quanto allo spettacolo firmato dal brillante e talentuoso Davide Livermore, dato atto alla regia televisiva di una “neutralità” altre volte molto meno chiara, che ha permesso di apprezzare in naturalezza le soluzioni sceniche, si è visto un vero e proprio kolossal, autentico trionfo delle meraviglie tecniche del palcoscenico della Scala. Piattaforme rotanti, piani di azione sfalsati che si alzano e si abbassano, un continuo apparire e scomparire di elementi scenici, che così determinano il mutare delle ambientazioni: Livermore l’aveva promesso è ha mantenuto la parola, la sua Tosca è una vera e propria motion picture, che strizza l’occhio al coevo cinema degli albori non solo nella natura delle immagini in movimento ma anche nella recitazione un po’ sopra le righe, accentuata.

Il cast della Tosca (Ansa).

Poi, in qualche occasione il gioco prende la mano al regista: animare un dipinto facendo esprimere commozione ai personaggi che vi sono rappresentati, mentre Tosca sta cantando Vissi d’arte, è una soluzione buona per Harry Potter. Mentre al grand-guignol appartiene la scena dell’uccisione di Scarpia: non una ma tre pugnalate più strangolamento, schizzi di sangue sulla veste della protagonista. Invece, è un piccolo colpo di genio la trasformazione della tradizionale lugubre scena in cui Tosca apparecchia il catafalco di Scarpia in una sorta di sdoppiamento psichico: la protagonista si vede accanto al cadavere dell’uomo che ha tentato di violentarla fisicamente e lo ha fatto psicologicamente. L’ultimo colpo di scena è nel finale tragico: Tosca vola sì da Castel Sant’Angelo, ma la sua è una specie di assunzione in cielo, tra fasci di luce. Una scelta ai confini del kitsch

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Ultimatum di Damasco alla Rai per la messa in onda di un’intervista ad Assad

Viale Mazzini ne avrebbe rinviato più volte la trasmissione senza spiegazione. L'ufficio stampa della presidenza siriana dà fino al 9 dicembre. Poi la diffonderà sui media locali.

Meno di 48 ore. Se la Rai non manderà in onda entro lunedì 9 dicembre l’intervista realizzata da Monica Maggioni al presidente siriano Bashar al Assad, che doveva essere trasmessa il 2 dicembre scorso, Damasco programmerà sui media del Paese il colloquio senza la contemporaneità prevista dagli accordi. Lo rende noto l’Agi.

L’ACCORDO CON DAMASCO

«Il 26 novembre 2019, il presidente al-Assad ha rilasciato un’intervista alla Ceo di RaiCom, Monica Maggioni», ha scritto l’ufficio stampa della presidenza siriana in una nota pubblicata su Facebook in cui spiega i termini dell’accordo. «Si è convenuto che l’intervista sarebbe andata in onda il 2 dicembre su Rai News 24 e sui media nazionali siriani». Così però non è andata. Il 2 dicembre RaiNews24 ha chiesto di posticipare la messa in onda senza, stando alla versione di Damasco, ulteriori spiegazioni. A questo sono seguiti, sempre secondo l’ufficio stampa della presidenza siriana, altri due rinvii. «Questo», conclude la nota, «è un ulteriore esempio dei tentativi occidentali di nascondere la verità sulla situazione in Siria e sulle sue conseguenze sull’Europa e nell’arena internazionale». Così è scattato l’ultimatum: o l’intervista va in onda oppure la presidenza siriana la trasmetterà alle 21 di lunedì.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il Mes spacca il M5s, Di Maio a un bivio

Il capo politico vuole evitare di appiattirsi sul Pd presentando una risoluzione solitaria sul Salva Stati. Dall'altro sa che non può tirare troppo la corda. Lo scenario.

Archiviato il braccio di ferro sulla manovra su cui la maggioranza pare essere arrivata a un accordo, Luigi Di Maio deve vedersela con il dossier Mes. Permanenza al governo, tenuta di una leadership sempre più in discussione e sopravvivenza dello stesso Movimento 5 stelle.

Lunedì mattina comincia il conto alla rovescia. I pentastellati hanno 48 ore per cercare di assottigliare il fronte contrario a una risoluzione di maggioranza con il Pd sul fondo Salva Stati. Portare in Aula una risoluzione in solitaria per il M5s equivarrebbe infatti accendere la miccia della crisi di governo.

DI MAIO ABBASSA I TONI

I dissidenti, in Senato e alla Camera, ci sono e ci saranno. E Di Maio lo sa. Tutto dipende dal loro numero. Difficile convincere parlamentari come Paragone, Grassi, Giarrusso, Maniero o Raduzzi, i duri e puri contro il Mes. Giuseppe Conte dal canto suo ostenta sicurezza e tranquillità. Mentre il capo politico M5s, dopo aver teso la mano ad Alessandro Di Battista, abbassando i toni. Né Beppe Grillo, né la maggior parte degli eletti vuole la crisi. Lo confermano le parole di Roberta Lombardi che sabato a SkyTg24 ha difeso il governo chiedendo di fatto a Di Maio «meno tweet e più mediazione». Il capo politico M5s è di fronte a un bivio. Da un lato vuole difendere l’identità del Movimento senza appiattirsi sul Pd, dall’altro sa che è necessario non tirare troppo la corda con gli alleati visto che in caso di una vittoria in Emilia-Romagna Nicola Zingaretti potrebbe rompere facendo di fatto cadere l’esecutivo.

MESSAGGI DI PACE NEL M5S

Un primo risultato Di Maio lo ha raggiunto. In una nota congiunta del vice capogruppo M5s alla Camera Francesco Silvestri e dei 14 capicommissioni viene negata con forza la stesura di un documento politico contro di lui. Resta però «la necessità di un confronto periodico perché ognuno deve essere un pezzo di un ingranaggio collegiale», è la linea dei capicommissione. Una linea che un parlamentare sintetizza così: «Non vogliamo più sapere cosa farà il M5s dai giornali».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il Mes spacca il M5s, Di Maio a un bivio

Il capo politico vuole evitare di appiattirsi sul Pd presentando una risoluzione solitaria sul Salva Stati. Dall'altro sa che non può tirare troppo la corda. Lo scenario.

Archiviato il braccio di ferro sulla manovra su cui la maggioranza pare essere arrivata a un accordo, Luigi Di Maio deve vedersela con il dossier Mes. Permanenza al governo, tenuta di una leadership sempre più in discussione e sopravvivenza dello stesso Movimento 5 stelle.

Lunedì mattina comincia il conto alla rovescia. I pentastellati hanno 48 ore per cercare di assottigliare il fronte contrario a una risoluzione di maggioranza con il Pd sul fondo Salva Stati. Portare in Aula una risoluzione in solitaria per il M5s equivarrebbe infatti accendere la miccia della crisi di governo.

DI MAIO ABBASSA I TONI

I dissidenti, in Senato e alla Camera, ci sono e ci saranno. E Di Maio lo sa. Tutto dipende dal loro numero. Difficile convincere parlamentari come Paragone, Grassi, Giarrusso, Maniero o Raduzzi, i duri e puri contro il Mes. Giuseppe Conte dal canto suo ostenta sicurezza e tranquillità. Mentre il capo politico M5s, dopo aver teso la mano ad Alessandro Di Battista, abbassando i toni. Né Beppe Grillo, né la maggior parte degli eletti vuole la crisi. Lo confermano le parole di Roberta Lombardi che sabato a SkyTg24 ha difeso il governo chiedendo di fatto a Di Maio «meno tweet e più mediazione». Il capo politico M5s è di fronte a un bivio. Da un lato vuole difendere l’identità del Movimento senza appiattirsi sul Pd, dall’altro sa che è necessario non tirare troppo la corda con gli alleati visto che in caso di una vittoria in Emilia-Romagna Nicola Zingaretti potrebbe rompere facendo di fatto cadere l’esecutivo.

MESSAGGI DI PACE NEL M5S

Un primo risultato Di Maio lo ha raggiunto. In una nota congiunta del vice capogruppo M5s alla Camera Francesco Silvestri e dei 14 capicommissioni viene negata con forza la stesura di un documento politico contro di lui. Resta però «la necessità di un confronto periodico perché ognuno deve essere un pezzo di un ingranaggio collegiale», è la linea dei capicommissione. Una linea che un parlamentare sintetizza così: «Non vogliamo più sapere cosa farà il M5s dai giornali».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Sardine protagoniste: dalla Scala a Bologna e Napoli

Patti Smith dalla Scala strizza l'occhio al movimento: «Hanno il potere». Francesca Pascale tifa per loro e imbarazza Forza Italia. Bonaccini le ringrazia. E a Napoli nasce la loro versione nera. Il banco saprà gestire il successo?

La Prima della Scala e delle Sardine. Già perché il movimento di piazza nato a Bologna in chiave anti-sovranista ha vissuto sabato 7 dicembre il suo giorno di gloria. Incassando endorsement di peso – da Patti Smith a Francesca Pascale – e il riconoscimento da parte del presidente dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini.

IL TIFO DI FRANCESCA PASCALE

Sicuramente l’apertura di Francesca Pascale ha spiazzato tutti. Forza Italia compresa. La compagna di Silvio Berlusconi ha detto in una intervista all’Huffington Post di tifare per le Sardine. «Ritrovo elementi e quella libertà che furono propri della rivoluzione liberale di Berlusconi. Mi auguro non facciano come i grillini».

Francesca Pascale e Silvio Berlusconi.

Ma Pascale si è spinta oltre visto che «sta valutando il piacere di ri-scendere in piazza il 14 dicembre» a Roma. Le Sardine dal canto loro, per bocca di Mattia Santori, le hanno dato il benvenuto. Le parole di Pascale sono state accolte con meno entusiasmo da Forza Italia, anche perché, è stato fatto notare, sostenere chi in Emilia-Romagna si batte in piazza contro la candidata del centrodestra Lucia Borgonzoni, in una fase di aperta campagna elettorale, assume un pesante rilievo politico.

L’EFFETTO SARDINE AIUTA BONACCINI

E proprio da Bologna le Sardine sono state ringraziate dal presidente dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini che ha inaugurato la sua campagna elettorale proprio da Piazza Maggiore. Diecimila i partecipanti.

Stefano Bonaccini in piazza a Bologna (Foto Massimo Paolone/LaPresse).

«So che c’è Mattia qui, lo saluto e lo ringrazio», ha detto dal palco Bonaccini. «Ci avete mostrato quanta gente non aspettava altro che riempire piazze con un discorso opposto a quello di questa destra». Dunque, è la promessa, «il nostro compito è quello di provare a dare una risposta a quella domanda e ci proveremo».

IL DEBUTTO DELLE SARDINE NERE

Da Bologna si passa a Napoli, dove oltre 200 Sardine nere del Movimento Migranti e Rifugiati hanno fatto il loro esordio manifestando in corteo per chiedere l’accelerazione dei tempi della procedura per il riconoscimento della protezione internazionale e il rapido rilascio dei permessi di soggiorno. Puntando il dito sì contro Salvini, ma anche contro l’attuale titolare del Viminale Luciana Lamorgese.

sardine-nere-napoli
Il corteo delle Sardine nere di Napoli.

«Cambiano i governi e ministri dell’Interno, ma non cambiano le politiche contro i migranti, i rifugiati e le fasce più deboli della popolazione», hanno spiegato il Movimento Migranti e Rifugiati Napoli e l’Ex-Opg Je so’ Pazzo.

IL MURALES SALVINI SARDINA E L’ENDORSEMENT DI PATTI SMITH

E il giro del banco si chiude di nuovo a Milano dove un pesce con la testa di Salvini è apparso sui muri dei Navigli: Salvini Sardina opera dello street artist TvBoy.

Patty Smith (La presse).

Mentre dal foyer della Scala apprezzamento per le Sardine è arrivato da Patti Smith. People have the power, e non poteva essere altrimenti. «Le persone», ha detto, «hanno il potere specialmente in Italia. Le Sardine hanno il potere».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Serie A: Udinese-Napoli finisce 1 a 1

I gol di Lasagna e Zielinsky. Mentre Atalanta Verona termina 3 a 2 con un gol di Djimsit al 93esimo.

Dopo il 3 a 2 dell’Atalanta sul Verona, grazie alla rete al 93esimo di Djimsiti, che permette alla Dea di restare in zona Champions, Udinese-Napoli finisce 1 a 1 al Friuli Dacia Arena. Gli uomini di Luca Gotti si portano in vantaggio al 32′ con un diagonale di Lasagna servito da un assist in profondità di Fofana. Il Napoli evita la sconfitta solo nella ripresa con il gol di Zielinski: sinistro dal limite che coglie di sorpresa Musso, immobile tra i pali.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it