Genova, arrestate nove persone: «Finanziavano Hamas»

Nove persone sono finite in carcere al termine di un’operazione congiunta di polizia e guardia di finanza, accusate di aver sostenuto economicamente Hamas per una cifra complessiva stimata in circa sette milioni di euro. I provvedimenti cautelari sono stati disposti dal gip nell’ambito di un’inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia e antiterrorismo di Genova e riguardano anche tre associazioni. Tra gli arrestati figura anche il presidente dell’associazione dei palestinesi in Italia.  Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, un ruolo centrale nell’organizzazione sarebbe stato ricoperto da Mohammad Hannoun, indicato come «membro del comparto estero dell’organizzazione terroristica Hamas» e come «vertice della cellula italiana dell’organizzazione Hamas». L’attività investigativa ha preso avvio dall’esame di flussi finanziari ritenuti sospetti e si è poi ampliata grazie alla collaborazione con altri uffici giudiziari italiani e con le autorità dei Paesi Bassi e di altri Stati dell’Unione europea.

Il meccanismo con cui le organizzazioni avrebbero finanziato Hamas

Per l’accusa, il «finanziamento delle attività terroristiche» sarebbe stato realizzato tramite tre enti formalmente impegnati in iniziative benefiche. Gli indagati avrebbero «rilevantemente contribuito alle attività delittuose dell’organizzazione terroristica, per un ammontare complessivo di circa sette milioni di euro», attraverso «operazioni di triangolazione» effettuate con bonifici bancari o con altri strumenti, utilizzando associazioni con sede all’estero. Le somme sarebbero state destinate a organizzazioni operanti nella Striscia di Gaza «dichiarate illegali dallo Stato di Israele, perché appartenenti, controllate o comunque collegate ad Hamas» oppure «direttamente a favore di esponenti di Hamas, in particolare, ad Osama Alisawi, già Ministro del governo di fatto di Hamas a Gaza, che in varie circostanze sollecitava tale supporto finanziario».

Ucraina, massiccio attacco russo: un terzo di Kyiv senza elettricità

Massiccio attacco russo nella notte tra il 26 e il 27 dicembre a Kyiv, lasciando al freddo circa un terzo della città. A comunicarlo sono state le autorità locali, tra cui il sindaco Vitali Klitschko, citato dai media ucraini: «Non c’è elettricità in alcune zone dei quartieri sulla riva sinistra. I tecnici stanno lavorando per ripristinare l’elettricità», ha spiegato il primo cittadino. Il bilancio dei feriti è nel frattempo aumentato: «Al momento, otto persone sono rimaste ferite nella capitale a seguito dell’attacco nemico. Cinque di loro sono state ricoverate in ospedale», ha dichiarato Klitschko, precisando che tra le persone coinvolte figura anche un ragazzo di 16 anni. In risposta agli attacchi la Polonia ha fatto alzare in volo i suoi jet militari, con la chiusura temporanea degli aeroporti di Rzeszow e Lublino.

Intanto l’agenda ufficiale di Donald Trump, diffusa dalla Casa Bianca, conferma l’incontro con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky nella residenza di Mar-a-Lago, in Florida, fissato per le 15 locali, le 21 in Italia. Alla vigilia di questo appuntamento è prevista anche una conversazione tra diversi leader internazionali: la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen prenderà parte a una call con Zelensky, Trump e altri rappresentanti dell’Unione europea, come riferito da una portavoce dell’esecutivo comunitario.

Cos’ha detto Re Carlo nel tradizionale discorso di Natale

Re Carlo III ha pronunciato il tradizionale discorso di Natale. Dopo aver ricordato la visita in Vaticano, ha parlato dell’importanza di imparare dal passato per guardare al futuro e si è focalizzato sul tema del pellegrinaggio, legato alla spiritualità e alla tradizione religiosa che da sempre caratterizzano il messaggio del monarca inglese. Ecco di seguito il testo integrale.

«Ricordiamo il passato per imparare dalle sue lezioni»

«Alcune settimane fa la regina ed io abbiamo pregato con papa Leone in uno storico momento di unità religiosa, pellegrini di speranza per il Giubileo. Oggi, a Natale, celebriamo il pellegrinaggio della fede. Pellegrinaggio è una parola meno usata oggi, ma ha un significato particolare per il nostro mondo moderno, e soprattutto a Natale. Si tratta di viaggiare in avanti, nel futuro, ma anche di tornare indietro per ricordare il passato e imparare dalle sue lezioni. Lo abbiamo fatto durante l’estate, in occasione della celebrazione dell’ottantesimo anniversario del VE (Victory in Europe day) e del VJ Day (Victory over Japan day). La fine della Seconda Guerra mondiale è ormai ricordata da sempre meno persone, con il passare degli anni. Ma il coraggio e il sacrificio dei nostri uomini e donne in servizio, e il modo in cui le comunità si sono unite di fronte a una sfida così grande, portano un messaggio senza tempo per tutti noi. Questi sono i valori che hanno plasmato il nostro Paese e il Commonwealth. Mentre sentiamo parlare di divisione, sia in patria che all’estero, sono valori che non dobbiamo mai perdere di vista. È impossibile, ad esempio, non commuoversi profondamente guardando l’età dei caduti – come ricordano le lapidi dei nostri cimiteri di guerra. I giovani che hanno combattuto e contribuito a salvarci dalla sconfitta in entrambe le guerre mondiali avevano spesso solo 18, 19 o 20 anni».

«I valori del Natale fonti di speranza e resilienza»

«Il viaggio è un tema costante della storia del Natale. La Sacra Famiglia fece un viaggio verso Betlemme e arrivò senza casa, senza un riparo adeguato. I magi fecero un pellegrinaggio dall’Oriente per adorare la culla di Cristo, e i pastori viaggiarono di campo in città alla ricerca di Gesù, il salvatore del mondo. In ogni caso, viaggiarono con altri e confidarono nella compagnia e nella gentilezza degli altri. Attraverso sfide fisiche e mentali, trovarono una forza interiore. Ancora oggi, in tempi di incertezza, questi modi di vivere sono apprezzati da tutte le grandi fedi e ci forniscono profonde fonti di speranza, di resilienza di fronte alle avversità, di pace attraverso il perdono, semplicemente conoscendo i nostri vicini e mostrando rispetto reciproco, creando nuove amicizie. In effetti, poiché il nostro mondo sembra girare sempre più velocemente, il nostro viaggio può fare una pausa, per calmare le nostre menti – nelle parole di TS Eliot “nel punto fermo del mondo che gira” – e consentire alle nostre anime di rinnovarsi.

«Dobbiamo custodire i valori della compassione e della riconciliazione»

“In questo, nella grande diversità delle nostre comunità, possiamo trovare la forza per garantire che il giusto trionfi sullo sbagliato. Mi sembra che dobbiamo custodire i valori della compassione e della riconciliazione, il modo in cui nostro Signore visse e morì. Quest’anno ho sentito tanti esempi di questo, sia qui che all’estero. Queste storie del trionfo del coraggio sulle avversità mi danno speranza, dai nostri venerabili veterani militari agli altruisti operatori umanitari nelle zone di conflitto più pericolose di questo secolo fino ai modi in cui individui e comunità mostrano coraggio spontaneo, mettendosi istintivamente in pericolo per difendere gli altri. Quando incontro persone di fedi diverse, trovo estremamente incoraggiante sentire quanto abbiamo in comune: un desiderio condiviso di pace e un profondo rispetto per tutta la vita. Se riusciamo a trovare il tempo, nel nostro viaggio attraverso la vita, per pensare a queste virtù, possiamo tutti rendere il futuro più pieno di speranza.

«Quello di Gesù un pellegrinaggio per portare pace sulla Terra»

Naturalmente, il pellegrinaggio più grande di tutti è il viaggio che celebriamo oggi – la storia di Colui che discese sulla terra dal cielo, il cui rifugio era una stalla e che condivise la sua vita con i poveri e gli umili. Era un pellegrinaggio con uno scopo, annunciato dagli angeli, che ci fosse pace sulla Terra. Quella preghiera per la pace e la riconciliazione – per “fare agli altri quello che vorremmo fosse fatto a noi” – che risuonò nei campi vicino a Betlemme più di 2 mila anni fa risuona ancora da lì e in tutto il mondo oggi. È una preghiera per i nostri tempi, e anche per le nostre comunità, mentre camminiamo attraverso le nostre vite. Quindi, con queste parole e con tutto il cuore, auguro a tutti voi un sereno e felicissimo Natale».

Libano, Idf: «Ucciso capo delle forze Quds»

L’Idf ha annunciato di aver ucciso un comandante della Forza Quds, l’unità d’elite dei pasdaran iraniani, in una raid nella zona di Ansariyah, nel Libano meridionale. Si tratta di Hussein Mahmoud Marshad al-Jawhari, «coinvolto negli ultimi anni nella pianificazione e nell’avanzamento di attacchi terroristici contro lo Stato di Israele dalla Siria e dal Libano» secondo quanto riportato dalle forze armate israeliane. Faceva parte dell’Unità 840 «che si occupa della supervisione delle operazioni iraniane contro Israele». Poche ore prima i media libanesi avevano dato notizia di un attacco condotto da un drone israeliano contro un veicolo su una strada in Libano che porta al confine con la Siria e l’Idf aveva confermato un raid «contro un agente terroristico», senza però fornire immediatamente ulteriori dettagli.

Putin scrive a Trump per Natale

Il presidente russo Vladimir Putin ha inviato gli auguri di Natale al suo omologo statunitense Donald Trump. Lo ha reso noto il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, citato dalla Tass. «Il presidente ha già fatto gli auguri a Trump per il Natale e gli ha inviato un telegramma in occasione delle festività», ha detto, precisando che non è prevista alcuna telefonata tra i due. Peskov ha inoltre commentato il video di Zelensky in cui il leader ucraino si è augurato, pur senza nominarlo, la morte di Putin: «Abbiamo visto le notizie dello strano discorso di Natale di Zelensky. Era di cattivo gusto, pieno di rabbia, sembrava una persona poco equilibrata. Ci si chiede se sia in grado di prendere decisioni adeguate per una soluzione politica e diplomatica». Nel suo discorso pubblicato la vigilia di Natale, il presidente ucraino aveva detto: «Oggi condividiamo tutti un sogno. Che muoia. Ma, quando ci rivolgiamo a chiedere qualcosa di più grande, chiediamo la pace per l’Ucraina».

Natale, gli auguri social dei politici: dal maglione di Meloni alle foto di famiglia

Come di consueto, gli auguri di Natale di politici e istituzioni sono arrivati via social. Dal video del Quirinale ai post dei leader di partito, eccone una carrellata.

Gli auguri di Natale della politica

Il video del Quirinale

Sugli account del Colle è comparso un filmato con diverse immagini. La prima ritrae una bambina nei corridoi del Quirinale che saluta un corazziere, il quale le risponde con un tenero sorriso. Poi c’è la stella che illumina il piazzale d’onore, le statuine del Presepe e il maestoso albero alla Vetrata, con tanto di pallina personalizzata con le insegne della presidenza della Repubblica.

Il maglione di Meloni

La premier Giorgia Meloni ha optato per una foto davanti all’albero con uno spiritoso maglione rosso che reca la scritta «anche a te e famiglia».

Salvini e il suo primo Natale da assolto dopo cinque anni

Più loquace il suo vice Matteo Salvini, che non ha mancato di ricordare come questo sia il suo primo Natale da assolto dopo cinque anni di processo Open Arms. Proprio nei giorni scorsi, infatti, la Cassazione ha confermato definitivamente la sua assoluzione. «Tanti, tanti e tanti auguri di serenità, di salute, di successo, di pace per il mondo che ci circonda. Io sono felice perché dopo cinque anni di processi, di viaggi e testimonianze, è il primo Natale che posso festeggiare in famiglia, non più da indagato o da imputato, ma da italiano assolto, libero, perché ho difeso la sicurezza, i confini e la dignità del mio Paese», ha detto in un video.

La foto di Tajani

«Che questo Natale sia un’occasione per riscoprire la sacralità della vita, il rispetto dell’altro, la libertà che costruisce dialogo e la pace che rinnova», ha invece scritto il vicepremier Antonio Tajani postando un’immagine della Natività.

Santanchè in mezzo alla neve

Gli auguri di Daniela Santanché, ministra del Turismo, sono arrivati dalla montagna. Paesaggio innevato, fiocchi che cadono, un cagnolino e un outfit coordinato color nocciola per augurare «buon Natale a tutti, ma soprattutto ai lavoratori del settore del turismo, a tutti coloro che per rendere più grande la nostra nazione in questi giorni di festa lavoreranno». Poi la chiosa: «Gli auguri li faccio a chi mi vuole bene e a chi mi vuole male. Cerchiamo di essere tutti un po’ più buoni, forse sarà difficile ma ci dobbiamo provare».

Conte e la foto con la compagna Olivia

Foto di famiglia invece per il leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte, che ha condiviso un’immagine che lo ritrae accanto alla compagna Olivia Palladino e a un cane nero con l’albero di Natale sullo sfondo.

Papa Leone XIV: «Il mio pensiero va alle tende di Gaza»

Papa Leone XIV ha celebrato la messa di Natale nella Basilica di San Pietro. Dal pontificato di Paolo VI la celebrazione diurna del 25 dicembre era stata generalmente affidata a un cardinale, mentre il Papa presiedeva solo la benedizione Urbi et Orbi di mezzogiorno. L’ultimo pontefice a officiare personalmente la messa del giorno di Natale era stato Giovanni Paolo II nel 1994. Durante l’omelia, il Papa ha richiamato l’urgenza di farsi carico delle sofferenze dell’umanità, citando Papa Francesco: «A volte sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore. Ma Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri. Aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano, affinché accettiamo veramente di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza».

Papa Leone XIV: «Il mio pensiero va alle tende di Gaza»
Papa Leone XIV in piazza San Pietro (Ansa).

Dopo questo passaggio, Leone XIV si è espresso sulla situazione a Gaza: «Il Verbo ha stabilito fra noi la sua fragile tenda. E come non pensare alle tende di Gaza, da settimane esposte alle piogge, al vento e al freddo, e a quelle di tanti altri profughi e rifugiati in ogni continente, o ai ripari di fortuna di migliaia di persone senza dimora, dentro le nostre città? Fragile è la carne delle popolazioni inermi, provate da tante guerre in corso o concluse lasciando macerie e ferite aperte. Fragili sono le menti e le vite dei giovani costretti alle armi, che proprio al fronte avvertono l’insensatezza di ciò che è loro richiesto e la menzogna di cui sono intrisi i roboanti discorsi di chi li manda a morire».

Papa Leone XIV: «Preghiamo per il martoriato popolo ucraino»

Nella benedizione Urbi et Orbi il Pontefice riserva un pensiero anche per l’Ucraina: «Al Principe della Pace affidiamo tutto il continente europeo, chiedendogli di continuare a ispirarvi uno spirito comunitario e collaborativo, fedele alle sue radici cristiane e alla sua storia, solidale e accogliente con chi si trova nel bisogno. Preghiamo in modo particolare per il martoriato popolo ucraino: si arresti il fragore delle armi e le parti coinvolte, sostenute dall’impegno della comunità internazionale, trovino il coraggio di dialogare in modo sincero, diretto e rispettoso».

Allerta meteo in Emilia-Romagna: la situazione

Il centro operativo regionale della Protezione civile dell’Emilia-Romagna continuerà a funzionare senza interruzioni, giorno e notte, dopo l’emissione dell’allerta rossa che interessa un’ampia zona della regione. L’avviso riguarda in particolare la pianura bolognese e porzioni dei territori di Ferrara e Ravenna, dove sono previste piogge estese e durature, soprattutto nella fascia centrale. L’attenzione resta alta sui corsi d’acqua: tra quelli monitorati con maggiore apprensione c’è l’Idice, nei pressi di Bologna, che ha già oltrepassato il livello di attenzione. Nel frattempo, la situazione appare in miglioramento a Venezia, dove l’acqua alta ha raggiunto i 95 centimetri: il sistema Mose non entrerà in funzione e, secondo le previsioni del Centro Maree del Comune, nei prossimi giorni sono attesi livelli di marea nella norma.

Usa, la scritta a Times Square: «Gesù è palestinese»

Un’insegna luminosa con la scritta «Gesù è palestinese», in nero su fondo verde acceso, è apparsa a Times Square, accompagnata sull’altro lato dal messaggio «Buon Natale». L’iniziativa è stata finanziata dall’American-Arab Anti-Discrimination Committee (Adc). Adeb Ayoub, direttore esecutivo nazionale dell’organizzazione arabo-americana, ha spiegato che l’ente no-profit affitta spazi pubblicitari nella celebre piazza di New York dall’inizio dell’anno, cambiando slogan ogni settimana. Secondo Ayoub, il filo conduttore delle campagne è «America First», con l’intento di favorire il riconoscimento di elementi comuni tra le comunità arabe e musulmane e quella cristiana negli Stati Uniti, soprattutto durante il «periodo di maggiore affluenza a New York City».

Il direttore di Adc: «Gesù ebreo? È un tema oggetto di interpretazione»

Intervistato dal New York Times, Ayoub ha dichiarato: «Ci sono molte più somiglianze tra arabi, musulmani e cristiani in questo Paese di quanto altri vogliano farci credere, e c’è una paura della cultura e della religione comune». Ha poi aggiunto: «La maggior parte degli americani in questo Paese è cristiana e la culla del cristianesimo è la Palestina. Se la gente vuole discuterne, allora bene, il cartellone ha scatenato il dibattito». Alla domanda sul fatto che Gesù fosse ebreo, Ayoub ha risposto che «Gesù vive in ognuno di noi» e che si tratta di un tema «oggetto di interpretazione».

Zelensky: «Sogniamo che Putin muoia»

Nel suo discorso di Natale Volodymyr Zelensky si è rivolto al Paese con un messaggio in cui ha sottolineato che, pur tra le sofferenze causate dalla guerra, la Russia non può prendere ciò che per l’Ucraina è essenziale: «la coesione nazionale. Celebriamo il Natale in un momento difficile. Purtroppo, non tutti siamo a casa stasera. Purtroppo, non tutti hanno ancora una casa. E purtroppo, non tutti sono con noi stasera. Ma nonostante tutte le sofferenze portate dalla Russia, non è in grado di occupare o bombardare ciò che più conta. Questo è il nostro cuore ucraino, la nostra fiducia reciproca e la nostra unità». Nel suo intervento, senza nominare direttamente Putin, Zelensky ha anche evocato il desiderio della sua «morte», definendolo un sogno «condiviso dagli ucraini».

Zelensky: «A Dio chiediamo la pace per l’Ucraina»

«Oggi condividiamo tutti un sogno. Ed esprimiamo un desiderio, per tutti noi: che muoia, ognuno di noi potrebbe pensare tra sé e sé. Ma quando ci rivolgiamo a Dio, ovviamente, chiediamo qualcosa di più grande. Chiediamo la pace per l’Ucraina. Lottiamo per essa. E preghiamo per essa. E la meritiamo». Zelensky ha aggiunto che le preghiere vanno a chi «combatte in prima linea affinché torni vivo, ai prigionieri perché rientrino a casa, ai caduti che hanno difeso il Paese». Ha infine ricordato che questo è il terzo Natale celebrato il 25 dicembre secondo il calendario gregoriano, scelta compiuta due anni fa abbandonando il calendario giuliano seguito da altre chiese ortodosse, tra cui quella russa, che festeggiano il Natale il 7 gennaio.

Brasile, Bolsonaro ha lasciato il carcere

L’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro, condannato a 27 anni e 3 mesi per tentato colpo di Stato, è uscito dal carcere per la prima volta da fine novembre. Al momento si trova nella clinica privata Df Star di Brasilia, dove nel giorno di Natale verrà sottoposto a un intervento chirurgico. Bolsonaro era già stato operato in aprile. La Camera dei deputati del Congresso nazionale del Brasile il 10 dicembre ha approvato un disegno di legge che garantirebbe un consistente sconto di pena all’ex presidente: se il testo dovesse passare anche l’esame del Senato, Bolsonaro vedrebbe infatti ridotta la condanna a poco più di 2 anni.

Israele, primo sì della Knesset alla commissione d’inchiesta sul 7 ottobre

La Knesset ha dato il via libera in prima lettura al disegno di legge che istituisce una commissione d’inchiesta sugli eventi del 7 ottobre. Il provvedimento è passato con 53 voti favorevoli e 48 contrari, mentre il primo ministro Benjamin Netanyahu non ha preso parte alla votazione. Il testo ora passa alla Commissione costituzione, diritto e giustizia del Parlamento israeliano, che dovrà prepararlo per le successive letture necessarie all’approvazione definitiva. La proposta stabilisce che la commissione sarà composta da sei membri e da un presidente, nominati con una maggioranza qualificata di 80 deputati su 120. Qualora non si raggiunga un accordo entro due settimane, maggioranza e opposizione potranno designare tre componenti ciascuna, ai quali si aggiungeranno quattro supervisori in rappresentanza delle famiglie in lutto.

Le proteste dei familiari degli ostaggi: «Il governo seppellisce la verità»

La legge prevede inoltre che, in caso di mancata collaborazione o di impossibilità a indicare i nomi, la scelta finale spetti al presidente della Knesset, una clausola che garantirebbe alla coalizione di governo il controllo effettivo dell’organismo qualora l’opposizione decidesse di boicottare il processo. Netanyahu e i suoi alleati hanno a lungo respinto l’ipotesi di una commissione statale d’inchiesta, ritenuta la massima autorità investigativa del Paese, perché la sua composizione sarebbe affidata alla magistratura, istituzione verso cui l’attuale esecutivo manifesta diffidenza e che è al centro della contestata riforma giudiziaria. All’esterno, piccoli gruppi di manifestanti – in gran parte familiari delle vittime e degli ostaggi – hanno protestato davanti alle abitazioni dei ministri, accusando il governo di «seppellire la verità».

Naufragio al largo della Libia, morti più di 100 migranti

Nuova tragedia nel Mar Mediterraneo. Sarebbero 116 i migranti morti nel naufragio di un’imbarcazione che, salpata da Zuwarah in Libia la sera del 18 dicembre, aveva lanciato un SOS poco dopo la partenza, finendo poi alla deriva. L’unico sopravvissuto è stato salvato da un pescatore tunisino. Lunedì 22 dicembre i migranti erano stati cercati in mare con il velivolo Seabird di Sea Watch.

«Contro il silenzio e l’indifferenza delle autorità, esigiamo risposte. Le famiglie che cercano i loro cari scomparsi hanno diritto alla verità», ha scritto sui social l’organizzazione umanitaria Alarm-Phone.

Caso Breton, Ue: «Risponderemo con decisione agli Stati Uniti»

L’Unione europea ha reagito al divieto d’ingresso negli Stati Uniti imposto a Thierry Breton e ad altre quattro personalità europee, deciso dall’amministrazione Trump, con l’accusa a Washington di «attentare alla libertà di espressione». La Commissione ha affermato di condannare «fermamente la decisione degli Stati Uniti di imporre restrizioni di viaggio a cinque cittadini europei. La libertà di espressione è un diritto fondamentale in Europa e un valore fondamentale condiviso con gli Stati Uniti in tutto il mondo democratico». L’esecutivo Ue ha rivendicato inoltre «il diritto sovrano di decidere regole in linea con i nostri valori democratici», fa sapere di aver «chiesto chiarimenti a Washington» e avverte che «Se necessario risponderemo rapidamente e con decisione per difendere la nostra autonomia normativa da misure ingiustificate».

Von der Leyen: «Proteggeremo l’indipendenza dell’Europa»

Lo stesso Breton in un’intervista a Le Figaro ha parlato di un «attentato all’Europa e alle sue istituzioni». Il presidente francese Emmanuel Macron ha denunciato «le intimidazioni» statunitensi e ha assicurato: «Continueremo a difendere la nostra sovranità digitale e la nostra autonomia regolamentare». Da Berlino, il ministro degli Esteri Johann Wadephul ha definito il bando «inaccettabile». A nome dei governi dell’Unione, il presidente del Consiglio europeo António Costa ha dichiarato: «L’Ue condanna le restrizioni di viaggio imposte dagli Stati Uniti ai cittadini e ai funzionari europei. Tali misure sono inaccettabili tra alleati, partner e amici. L’Ue resta ferma nella difesa della libertà di espressione, di norme digitali eque e della propria sovranità normativa». A chiudere, l’intervento di Ursula von der Leyen: «Ho appena parlato con Thierry Breton. L’ho ringraziato per il notevole lavoro svolto al servizio dell’Europa. Non cederemo e proteggeremo l’indipendenza dell’Europa e la libertà degli europei».

Leonardo Del Vecchio fonda Lmdv Media per investire nell’editoria

Leonardo Maria Del Vecchio accelera sull’editoria e formalizza il suo ingresso nel settore con la nascita di Lmdv Media, una nuova società di investimento dedicata ai media. Il progetto arriva dopo una serie di mosse ravvicinate: l’offerta (poi respinta) da 140 milioni di euro per il gruppo Gedi e l’acquisto del 30 per cento de Il Giornale tramite Lmdv Capital, il family office di cui è presidente e che opera separatamente dalla holding di famiglia Delfin. Parallelamente sono in corso trattative avanzate per QN – Quotidiano Nazionale, che riunisce Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno e Il Telegrafo.

La visione di Del Vecchio sull’editoria

In un’intervista al Corriere della Sera, Del Vecchio spiega la logica dell’operazione e la sua visione industriale: «L’editoria ha bisogno di una nuova forza, anche per ristabilire il collegamento con i giovani che cercano informazione ma nei posti sbagliati. Vorrei che questi giovani tornassero a sfogliare i giornali di carta sporcandosi le mani di inchiostro». Al centro del progetto c’è un modello dichiaratamente non schierato: «Non mi interessa un giornalismo “contro” o “per”, bensì un modello che informi i lettori. I fatti prima di tutto poi saranno le persone a farsi la propria opinione». Il piano industriale ruota attorno a tre pilastri: valorizzazione delle firme giornalistiche, tecnologia come infrastruttura e nuove fonti di ricavo meno dipendenti dalla pubblicità tradizionale. «Il nostro è un piano industriale di ricostruzione del motore», spiega Del Vecchio, che parla apertamente di responsabilità civica più che di rendimenti finanziari: «È ovvio che non punto a grandi ritorni. La mia è più una responsabilità civica».

Raid di Israele su siti di lancio di Hezbollah nel sud del Libano

Le Forze di difesa israeliane hanno annunciato di aver colpito «diversi siti di lancio di Hezbollah in varie aree del Libano meridionale». Su X l’Idf ha spiegato che gli attacchi «hanno smantellato le strutture militari e le infrastrutture da cui i terroristi avevano recentemente operato», di fatto «in violazione degli accordi tra Israele e Libano».

Breton: «L’Europa e le sue istituzioni sono sotto attacco»

L’ex commissario europeo Thierry Breton, al quale è stato vietato l’ingresso negli Usa, ha rilasciato un’intervista a Le Figaro, insieme all’ex ministro francese Arnaud Montebourg. Breton ha affermato come «L’Europa e le sue istituzioni sono sotto attacco. La storia ci insegna che quando un Paese dichiara chiaramente cosa si aspetta dai suoi alleati – o vassalli – e cosa intende fare per rafforzare questa dipendenza, va preso sul serio». Secondo l’ex commissario, il contesto globale è dominato da potenze che ragionano «con una logica imperiale. La Russia è un grande impero declinante, lo stesso vale per la Turchia, e anche gli Stati Uniti hanno tentazioni imperialistiche».

Breton: «L’Europa non deve farsi vassallizzare»

Poi sul futuro dell’Unione: «Per quanto ci riguarda, la questione è sapere cosa costituisce il nostro progetto, il progetto di noi europei». Un progetto che, precisa, non può avere come obiettivo la subordinazione: «In ogni caso, la sua finalità non è certamente quella di farci vassallizzare, di farci dare lezioni sul miglior modo di distruggere le nostre istituzioni, ancor meno farci dettare il nostro modo di pensare o di votare». Secondo Breton, l’attuale strategia americana non mira a una rottura formale con l’Unione, ma a un approccio selettivo verso i singoli Paesi: «Favorire relazioni bilaterali amichevoli con alcuni Stati membri». Una linea che, avverte, rischia di minare la coesione europea e si inserisce in una narrativa già sostenuta dal Cremlino: «Non sbagliamoci, il ragionamento Stato per Stato è concepito per indebolire l’Europa. Fa il paio con la narrazione di Vladimir Putin che non vuole un’Europa forte alle sue frontiere ma preferisce un’Europa divisa delle nazioni»

La Corte Suprema blocca il dispiegamento della Guardia Nazionale a Chicago

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso di non autorizzare il dispiegamento della Guardia Nazionale nell’area di Chicago, infliggendo una battuta d’arresto significativa alla strategia di Donald Trump di inviare truppe federali nelle grandi città contro il parere delle autorità locali e statali. La Corte, che attualmente è a maggioranza conservatrice, ha chiarito che il governo non è riuscito a indicare una base giuridica che gli consenta di prendere il controllo della Guardia Nazionale per dispiegarla nella città. La forza di riservisti, infatti, è sotto il controllo dei singoli Stati: il presidente può assumerne il controllo solo in presenza di una ribellione o di un fallimento delle autorità locali nel mantenere l’ordine.

La Corte Suprema blocca il dispiegamento della Guardia Nazionale a Chicago
Donald Trump (Ansa).

Trump vuole dispiegare la Guardia Nazionale a sostegno dell’ICE

La decisione della Corte Suprema nasce dal ricorso presentato dal governo contro il blocco imposto a ottobre dalla giudice federale April Perry, che aveva vietato l’impiego operativo dei soldati in Illinois. Al centro della disputa c’è l’uso delle truppe per proteggere dalle proteste gli agenti dell’ICE impegnati in controverse operazioni anti-immigrazione, avviate a Chicago con l’operazione “Midway Blitz”. Il dipartimento di Giustizia ha descritto le proteste dei cittadini contro l’ICE come una «ribellione contro l’autorità federale», tesi respinta dalle autorità dello Stato dell’Illinois, secondo cui le manifestazioni non hanno mai impedito l’applicazione della legge e sono state gestite dalle forze di polizia locali. Il verdetto è temporaneo, perché la Casa Bianca può ancora dimostrare la necessità di dispiegare la Guardia Nazionale, ma segna la prima presa di posizione della Corte Suprema sui tentativi di Trump di allargare le maglie dei poteri presidenziali, e potrebbe pesare sui contenziosi ancora aperti in altre città, come Portland, Washington e Los Angeles.

Lo spot di Natale della tv russa che prende in giro l’Europa

L’emittente russa RT (ex Russia Today) ha “festeggiato” il Natale mandando in onda uno spot che prende in giro l’Europa, elencando tutti i problemi che affliggono il Vecchio Continente – dall’immigrazione incontrollata al caro bollette – e individuando ironicamente Vladimir Putin come causa per ogni disagio.

Nello spot dell’emittente, finanziata direttamente dal Cremlino tramite l’agenzia statale Ria Novosti, trovano spazio (realizzati con l’intelligenza artificiale) anche Ursula von der Leyen e Volodymyr Zelensky, quest’ultimo in versione Babbo Natale con i colori ucraini: la presidente della Commissione europea spiega che se i burocrati non danno tregua alle famiglie la colpa è, ovviamente, di Putin. Per gli europei, infine arriva il consiglio: «Continuate ad avere fede in Babbo Natale».

Dall’ingresso nella Nato alle elezioni in Ucraina, cosa ha detto Zelensky

Il piano elaborato dagli Stati Uniti per la fine del conflitto tra Russia e Ucraina non impone a Kyiv una «rinuncia formale all’ingresso nella Nato». A chiarirlo è stato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky durante un incontro con la stampa nella capitale ucraina. «Spetta alla Nato decidere se accogliere o meno l’Ucraina tra i suoi membri. La nostra scelta è stata fatta. Abbiamo rinunciato a modificare la Costituzione per includere una clausola che stabilisca che il Paese non aderirà alla Nato», ha dichiarato il capo dello Stato, ricordando che una precedente bozza statunitense prevedeva un impegno giuridico in tal senso, in linea con le richieste avanzate dalla Russia.

Zelensky: «Disaccordo con gli Usa su Zaporizhzhia»

Zelensky ha poi sottolineato che restano forti divergenze con Washington su alcuni nodi centrali del piano, in particolare sui territori e sulla centrale nucleare di Zaporizhzhia: «Non abbiamo raggiunto un consenso con la parte americana riguardo al territorio della regione di Donetsk e alla centrale nucleare di Zaporizhzhia», ha affermato, precisando che Kyiv è disponibile a un confronto diretto: «Siamo pronti per un incontro con gli Stati Uniti a livello di leader per affrontare questioni delicate». Secondo il progetto americano, l’impianto di Zaporizhzhia dovrebbe essere amministrato congiuntamente da Ucraina, Stati Uniti e Russia, un’ipotesi che Zelensky ha giudicato problematica: «Questo ci sembra molto inappropriato e non del tutto realistico».

Zelensky: «Elezioni dopo la firma di un accordo di pace»

Nel quadro dell’ultima versione del piano Usa-Ucraina, Zelensky ha anche spiegato che è prevista l’organizzazione delle elezioni presidenziali subito dopo la firma di un accordo che metta fine all’invasione russa. Un passaggio del documento, già trasmesso a Mosca, stabilisce infatti: «L’Ucraina deve tenere le elezioni il prima possibile dopo la firma dell’accordo». Il presidente ha aggiunto che la proposta americana contempla inoltre il congelamento delle operazioni militari lungo le attuali linee del fronte e l’apertura di un dialogo sulle zone demilitarizzate. «La linea di dispiegamento delle truppe alla data dell’accordo è la linea di contatto de facto riconosciuta», ha spiegato, annunciando la creazione di un tavolo tecnico: «Un gruppo di lavoro si riunirà per determinare il ridispiegamento delle forze necessario per porre fine al conflitto, nonché per definire i parametri di possibili future zone economiche speciali».