Zingaretti promette battaglia per la cittadinanza ai "nuovi italiani". Ma i grillini lo gelano: «Sconcertante, preoccupiamoci di famiglie, imprese e del Paese sott'acqua». Orlando: «Noi pensiamo a più cose insieme».
La questione dei diritti civili ha ridato animo alle fibrillazioni tra i giallorossi. Tutta “colpa” dell’Assemblea nazionale del Partito democratico, dalla quale il segretario dem Nicola Zingaretti ha rilanciato: «Ci battiamo perché al più presto si rivedano i decreti Salvini, dentro questo governo come scelta di campo. Ci batteremo con i gruppi parlamentari per far approvare lo ius culturae e lo ius soli, certo che lo faremo». Poi ha aggiunto: «Faremo una legge per parità salariale tra donne e uomini, ma per raggiungere l’obiettivo e non per mettere bandierine e avere un’intervista sui giornali. Ci vuole serietà, non comizi».
I GRILLINI: «PENSIAMO AL PAESE SOTT’ACQUA»
Dal Movimento 5 stelle – che sul tema ha cambiato idea – non hanno digerito gli annunci zingarettiani. E fonti grilline hanno risposto sfoggiando dosi di benaltrismo: «C’è mezzo Paese sott’acqua e uno pensa allo ius soli? Siamo sconcertati. Preoccupiamoci delle famiglie in difficoltà, del lavoro, delle imprese. Pensiamo all’Italia, già abbiamo avuto uno (Matteo Salvini, ndr) che per un anno e mezzo ha fatto solo campagna elettorale. Noi vogliamo pensare a lavorare».
ANCHE DI MAIO SPOSTA L’ATTENZIONE SU ALTRO
Il capo politico del M5s Luigi Di Maio ha usato più o meno le stesse parole da Salerno, dove si trovava per l’ultima tappa del suo tour in Campania: «Col maltempo che flagella l’Italia, il futuro di 11 mila lavoratori a Taranto in discussione, qui si parla di ius soli: io sono sconcertato. Siamo al governo per governare e non per lanciare slogan o fare campagna elettorale».
A molti dei cinque stelle sembrerà impossibile. Ma noi riusciamo a pensare anche due cose nello stessa giornata
Andrea Orlando del Pd
Dal Pd ha replicato il vicesegretario Andrea Orlando: «A molti esponenti dei cinque stelle sembrerà impossibile. Ma noi riusciamo a pensare anche due cose nello stessa giornata».
Lavoriamo per una nuova agenda di Governo che rispetti gli accordi di programma e vicino ai bisogni delle persone….
Segnali di alleanza di governo che scricchiola? E pensare che Zingaretti, poco prima, aveva comunque confermato il “laboratorio” giallorosso: «Stiamo vivendo una difficile esperienza di governo, ma ribadiamo la scelta di sperimentare le alleanze. Qualcuno dice “Non vogliamo un accordo storico con il M5s”. Ma cosa vuol dire? Non si governa tra avversari politici, ma solo se si condividono almeno i fondamenti di una prospettiva politica e si calano nei territori. Ci vuole tempo, certo». Ora bisogna vedere se si riuscirà anche a condividere una visione in tema di diritti civili.
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Dopo il successo di Piazza Maggiore a Bologna, il flashmob trasloca nelle altre città emiliano-romagnole in vista delle elezioni di gennaio. «Se Salvini prende la nostra Regione», spiega uno degli organizzatori a L43, «vorrà dire che non ci sono più argini. E la gente deve rendersene conto».
Sono riusciti a portare in piazza Maggiore a Bologna 14 mila persone contro Matteo Salvini. E ora Mattia Santori, Andrea Garreffa, Giulia Trappoloni e Roberto Morotti, gli organizzatori di 6 mila Sardine, sono pronti a replicare il flashmob in tutte le città dell’Emilia-Romagna in vista delle Regionali del 26 gennaio. A partire, lunedì 18 novembre, da Modena. Manifestazioni senza bandiere e simboli di partito, ma aperte a tutti. «Per dimostrare», dice Santori a Lettera43.it, «che esiste un’alternativa. E per chiedere alle persone se sono davvero disposte a lasciare che le cose accadano senza fare niente».
Un’immagine tratta dal profilo Facebook di Mattia Santori.
DOMANDA: Intanto siete riusciti a battere Matteo Salvini: al Paladozza c’erano poco più di 5 mila simpatizzanti. RISPOSTA. Matteo Salvini è il primo rappresentante di una politica populista fatta di slogan, che parla alla pancia delle persone. E, per quanto si sforzi di mostrarsi vicino alla gente, la sua è finzione. Costruisce un teatro al quale ci hanno già abituati sia Berlusconi sia Renzi. Riempie il PalaDozza, ma lo fa con trentini, lombardi e veneti. Quella non è politica, è marketing. Noi abbiamo voluto lanciare un modello diverso, fatto di partecipazione e di relazioni umane.
Avete detto che non vi definite anti-politici né criticoni. Cosa significa? La nostra piazza non è contro la politica, ma a favore della politica buona. Crediamo nel ritorno di una politica seria, articolata e complessa. Fatta di testa, non di pancia. Non a caso, l’inno delle sardine è Come è profondo il mare di Lucio Dalla. Una canzone bellissima, quasi poetica, ma che al contempo ha un testo lungo e non immediato.
Crediamo nel ritorno di una politica seria, articolata e complessa. Fatta di testa, non di pancia. Non a caso, l’inno delle Sardine è Come è profondo il mare di Dalla
Molti politici, dal Pd al M5s, hanno messo il cappello sul vostro successo. Vi siete sentiti strumentalizzati? Sinceramente non abbiamo percepito nulla del genere, né da parte dei partiti di centrosinistra né dal Movimento 5 stelle. A parte la Lega, che come al solito ha un modo di comunicare abbastanza bieco, abbiamo avuto l’impressione che il nostro messaggio sia passato in maniera netta.
Il centrodestra e la Lega però alle urne sembrano inarrestabili. Cosa si aspetta in Emilia-Romagna? Non lo so. Ci siamo limitati a lanciare un messaggio. Però vi sembra normale che contro anni di buon governo che parte da un radicamento sul territorio e da proposte concrete ci sia una candidata famosa soltanto per aver indossato in parlamento una maglietta con su scritto “Parlateci di Bibbiano”? Questo messaggio è arrivato così forte e chiaro che anche tanti nostri amici di destra, dopo aver visto ciò che abbiamo fatto, ci hanno detto: «Mai con la Lega».
Qual è il futuro delle Sardine? Questo dipenderà dalle Sardine. Dobbiamo capire che i primi responsabili della deriva populista siamo noi, in quanto cittadini. Se la risposta delle piazze sarà numerosa come quella di Bologna sicuramente andremo lontano. Ma dobbiamo mettere in conto che, essendo un movimento spontaneo, c’è il rischio che chi lo porta avanti commetta degli errori.
Possiamo definire le Sardine un movimento di resistenza? In qualche modo sì. Perché quella che stiamo subendo in Emilia-Romagna è un’invasione. Un’invasione dei messaggi di Salvini e della Lega. E sappiamo benissimo che se la nostra regione, che è una terra fatta di confronto, di volontariato e di associazionismo, capitola allora daremo un messaggio preciso a tutta Italia e anche a tutta Europa. Cioè che non c’è più un argine. E la gente deve rendersene conto.
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La conduttrice di Otto e mezzo, autrice di Basta!, punta il dito contro l'Internazionale del testosterone. E sul leader della Lega dice: «Chi non è in grado di passare dallo stile sbracato a quello istituzionale ha un problema nel gestire certi ruoli». L'intervista.
La «recrudescenza del machismo è la spia di una paura diffusa, quella di perdere il controllo e il potere». Così Lilli Gruber spiega Basta! Il potere delle donne contro la politica del testosterone (Solferino), l’ultimo libro scritto per rispondere a quella che la giornalista definisce «l’Internazionale del testosterone».
Lilli Gruber alla presentazione del suo libro ‘Basta’.
DOMANDA. L’ondata di leader “testosteronici” è una sorta di autodifesa del potere maschile davanti alla richiesta sempre più insistente di politiche femminili? RISPOSTA. Attenzione, il problema non è il potere maschile ma il potere machista che si perpetua per cooptazione. Che trova nell’insulto, nella legge del branco e nella violenza il collante per generare lealtà. E che è pericoloso perché è privo di ideali, persino di ideologie: ha solo lo scopo distruggere le strutture della convivenza democratica, che tutelano la libertà dei cittadini.
L’opinionistafranceseÉric Zemmour sostiene che il vero problema sta nella femminilizzazione eccessiva della società. Cosa ne pensa? Zemmour ha diritto alle sue opinioni, io sono andata a cercare i fatti. Mi sembra difficile definire “femminilizzata” una società in cui parlamenti, governi, palazzi presidenziali, consigli d’amministrazione, redazioni di grandi media sono ancora in larghissima maggioranza gestiti da dirigenti uomini. I numeri parlano, il resto sono appunto opinioni che non ci portano granché lontano.
Se la struttura politica e sociale in cui viviamo è strutturata per promuovere uomini, è chiaro che le poche donne arrivate ai vertici hanno dovuto adattarsi
Non sono esistite e non esistono anche leader donne “testoteroniche”? Il punto non sta nell’opporre femminile e maschile: discussioni come quella sull’essenza della leadershipsaranno interessanti per la filosofia ma sono piuttosto sterili. Più interessante, invece, analizzare la struttura del potere e le regole su cui si basa. Si vede che questa struttura è stata creata da maschi e oggi è gestita da maschi. Lo dicono i dati e lo dicono millenni di storia. A quante condottiere, cape di stato, scienziate e artiste riusciamo a ricordare? Ebbene, se la struttura politica e sociale in cui viviamo è strutturata per promuovere uomini, è chiaro che le poche donne arrivate ai vertici hanno dovuto adattarsi. Non hanno ancora avuto il potere di cambiare le regole. Ma se al potere ci fosse un numero di donne pari a quello degli uomini, questa struttura cambierebbe.
Dai cda alla strada: qualche esempio nella vita quotidiana? I farmaci verrebbero sperimentati anche sul corpo femminile invece che quasi esclusivamente su quello maschile e avremmo un diverso sistema sanitario. Le città verrebbero riprogettate per le esigenze di chi da sempre deve muoversi per commissioni multiple nel corso della giornata – scuole, genitori anziani – e avremmo un diverso sistema di mobilità urbana. Il lavoro domestico e di cura, oggi svolto al 75% dalle donne, verrebbe redistribuito generando un diverso modello di lavoro e di convivenza. E così via. Io desidero vedere questo cambiamento strutturale. Perché sarà un mondo più giusto.
Lei si è occupata del machismo di leader come Donald Trump, Matteo Salvini, Recep Tayyp Erdoğan, Vladimir Putin. Perché non ha approfondito anche casi che coinvolgono personaggi più vicini alla sinistra come Strauss-Kahn, Assange, Chávez? Perché non sono più al potere, e Julian Assange non lo è mai stato. In un pamphlet che si occupa dell’attualità avrebbero avuto un interesse piuttosto limitato. Per ragioni di spazio, se è per quello, non ho parlato nemmeno di Viktor Orbán o del primo ministro indiano Nanendra Modi, che pure sono al potere e piuttosto pericolosi. Ma soprattutto, nulla lega fra loro tutti gli uomini citati: è un semplice elenco. Invece a fare da collante alla lega l’internazionale machista è una rete tessuta con interessi ben precisi e che minaccia la tenuta delle nostre democrazie. È molto evidente se guardiamo in modo sistemico alla loro azione politica e alle forze che li finanziano. È questo che trovo pericoloso e che dovrebbe spaventare tutti noi.
I toni delle paginate di critiche che mi hanno riservato i quotidiani diretti da maschi, tra cui Feltri, sono un perfetto esempio della deriva del linguaggio e del comportamento che trovo pericolosa
Lei ha raccontato che l’idea del libro è nata dopo la polemica con Salvini. Più recentemente ha battibeccato anche con Vittorio Feltri a causa di un articolo che la riguardava… L’articolo polemico è del tutto legittimo. Quella che io notavo, con interesse, era la levata di scudi di tutta la stampa di destra il giorno dopo l’uscita del mio libro. Paginate di critiche su quotidiani diretti da maschi, tra cui Feltri, i cui toni sono un perfetto esempio della deriva del linguaggio e del comportamento che trovo pericolosa. Ma fa piacere vedere che quando assumono una dose della loro medicina sessista il livore di questi opinionisti si trasforma in un singhiozzo politicamente corretto: forse possono essere redenti.
Restando alla comunicazione: come è cambiata in questi decenni quella dei politici? La comunicazione è cambiata per tutti, è diventata più veloce, molti dicono che ormai non ci sono più contenuti ma solo slogan. In realtà non credo che la comunicazione del passato mancasse di slogan: quante parole d’ordine democristiane o comuniste abbiamo sentito ripetere a pappagallo? Però noto che la comunicazione tra politico ed elettore oggi tende a rifugiarsi in un’idea di mimesi: votami perché io sono come te. Ma io non voglio che chi mi rappresenta sia “come me”, voglio che sappia fare cose che io non so fare, per esempio gestire l’economia di un sistema complesso come l’Italia. Voglio la competenza. Ecco, il difetto della comunicazione politica oggi è la pigrizia di sostituire all’idea della competenza l’ideologia dell’identificazione.
La peculiarità di Salvini è l’incapacità di passare dalla forma sbracata a quella istituzionale. Chi non è in grado di fare questo ha un problema nel gestire un ruolo istituzionale
Salvini è “campione” nella comunicazione, sovraesposto sia sui social sia sui media tradizionali. La sovraesposizione è di tutti, i social hanno sdoganato un certo modo di autorappresentarsi, di mettere in piazza la propria vita privata. È evidente che tutti abbiamo spazi di relax, di déshabillé e di relazione, ma oggi questi spazi sono diventati strumento di azione politica. Non si può tornare indietro ed è stupido ripetere: «Si stava meglio quando si stava peggio», ormai è così. Però la forma è sostanza: la peculiarità di Salvini è l’incapacità di passare dalla forma sbracata a quella istituzionale. Chi non è in grado di fare questo ha un problema nel gestire un ruolo istituzionale.
E quali sono i problemi della comunicazione della sinistra, visto che continua a perdere? La sinistra non perde per mancanza di comunicazione, ma per mancanza di coraggio. E perché non ha saputo valorizzare i talenti femminili al proprio interno, lasciandosi incredibilmente superare a destra nella corsa alla parità dato che oggi il partito che guadagna più consensi è guidato da una donna: Giorgia Meloni.
Ma esistono poi ancora destra e sinistra, o sono categorie superate?Come molte altre categorie, nel postmoderno destra e sinistra sono diventate più liquide, per dirla nei termini di Zygmunt Bauman. Ma destra e sinistra esistono ed esisteranno sempre: guardiamo la campagna elettorale negli Stati Uniti dove una delle candidate al top, Elizabeth Warren, è portatrice di una proposta politica che viene definita “socialista”. Se capiamo ancora cosa significa questo aggettivo, è perché la distinzione tra destra e sinistra è ancora chiara e pregnante.
Lei è probabilmente la sudtirolese più famosa d’Italia, e alla sua terra ha dedicato una intensa trilogia. Che pensa dell’ultima polemica sul nomeSüdtirol/Alto Adige? Ho scritto tre libri per cercare di far capire meglio anche a chi non conosce la storia del Sud Tirolo quali ferite storiche si porti addosso quel fazzoletto di terra. Dalle reazioni e dalle lettere dei lettori, credo di esserci in parte riuscita. Le polemiche sulla toponomastica sono un portato di quella storia, la storia di un popolo che ha visto il fascismo cancellare i nomi dei propri padri dalle tombe di famiglia e non è ancora riuscito a dimenticare. Per superare questi traumi è stato fatto molto, ma una parte e dall’altra occorrono ancora buonsenso e generosità.
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La conduttrice di Otto e mezzo, autrice di Basta!, punta il dito contro l'Internazionale del testosterone. E sul leader della Lega dice: «Chi non è in grado di passare dallo stile sbracato a quello istituzionale ha un problema nel gestire certi ruoli». L'intervista.
La «recrudescenza del machismo è la spia di una paura diffusa, quella di perdere il controllo e il potere». Così Lilli Gruber spiega Basta! Il potere delle donne contro la politica del testosterone (Solferino), l’ultimo libro scritto per rispondere a quella che la giornalista definisce «l’Internazionale del testosterone».
Lilli Gruber alla presentazione del suo libro ‘Basta’.
DOMANDA. L’ondata di leader “testosteronici” è una sorta di autodifesa del potere maschile davanti alla richiesta sempre più insistente di politiche femminili? RISPOSTA. Attenzione, il problema non è il potere maschile ma il potere machista che si perpetua per cooptazione. Che trova nell’insulto, nella legge del branco e nella violenza il collante per generare lealtà. E che è pericoloso perché è privo di ideali, persino di ideologie: ha solo lo scopo distruggere le strutture della convivenza democratica, che tutelano la libertà dei cittadini.
L’opinionistafranceseÉric Zemmour sostiene che il vero problema sta nella femminilizzazione eccessiva della società. Cosa ne pensa? Zemmour ha diritto alle sue opinioni, io sono andata a cercare i fatti. Mi sembra difficile definire “femminilizzata” una società in cui parlamenti, governi, palazzi presidenziali, consigli d’amministrazione, redazioni di grandi media sono ancora in larghissima maggioranza gestiti da dirigenti uomini. I numeri parlano, il resto sono appunto opinioni che non ci portano granché lontano.
Se la struttura politica e sociale in cui viviamo è strutturata per promuovere uomini, è chiaro che le poche donne arrivate ai vertici hanno dovuto adattarsi
Non sono esistite e non esistono anche leader donne “testoteroniche”? Il punto non sta nell’opporre femminile e maschile: discussioni come quella sull’essenza della leadershipsaranno interessanti per la filosofia ma sono piuttosto sterili. Più interessante, invece, analizzare la struttura del potere e le regole su cui si basa. Si vede che questa struttura è stata creata da maschi e oggi è gestita da maschi. Lo dicono i dati e lo dicono millenni di storia. A quante condottiere, cape di stato, scienziate e artiste riusciamo a ricordare? Ebbene, se la struttura politica e sociale in cui viviamo è strutturata per promuovere uomini, è chiaro che le poche donne arrivate ai vertici hanno dovuto adattarsi. Non hanno ancora avuto il potere di cambiare le regole. Ma se al potere ci fosse un numero di donne pari a quello degli uomini, questa struttura cambierebbe.
Dai cda alla strada: qualche esempio nella vita quotidiana? I farmaci verrebbero sperimentati anche sul corpo femminile invece che quasi esclusivamente su quello maschile e avremmo un diverso sistema sanitario. Le città verrebbero riprogettate per le esigenze di chi da sempre deve muoversi per commissioni multiple nel corso della giornata – scuole, genitori anziani – e avremmo un diverso sistema di mobilità urbana. Il lavoro domestico e di cura, oggi svolto al 75% dalle donne, verrebbe redistribuito generando un diverso modello di lavoro e di convivenza. E così via. Io desidero vedere questo cambiamento strutturale. Perché sarà un mondo più giusto.
Lei si è occupata del machismo di leader come Donald Trump, Matteo Salvini, Recep Tayyp Erdoğan, Vladimir Putin. Perché non ha approfondito anche casi che coinvolgono personaggi più vicini alla sinistra come Strauss-Kahn, Assange, Chávez? Perché non sono più al potere, e Julian Assange non lo è mai stato. In un pamphlet che si occupa dell’attualità avrebbero avuto un interesse piuttosto limitato. Per ragioni di spazio, se è per quello, non ho parlato nemmeno di Viktor Orbán o del primo ministro indiano Nanendra Modi, che pure sono al potere e piuttosto pericolosi. Ma soprattutto, nulla lega fra loro tutti gli uomini citati: è un semplice elenco. Invece a fare da collante alla lega l’internazionale machista è una rete tessuta con interessi ben precisi e che minaccia la tenuta delle nostre democrazie. È molto evidente se guardiamo in modo sistemico alla loro azione politica e alle forze che li finanziano. È questo che trovo pericoloso e che dovrebbe spaventare tutti noi.
I toni delle paginate di critiche che mi hanno riservato i quotidiani diretti da maschi, tra cui Feltri, sono un perfetto esempio della deriva del linguaggio e del comportamento che trovo pericolosa
Lei ha raccontato che l’idea del libro è nata dopo la polemica con Salvini. Più recentemente ha battibeccato anche con Vittorio Feltri a causa di un articolo che la riguardava… L’articolo polemico è del tutto legittimo. Quella che io notavo, con interesse, era la levata di scudi di tutta la stampa di destra il giorno dopo l’uscita del mio libro. Paginate di critiche su quotidiani diretti da maschi, tra cui Feltri, i cui toni sono un perfetto esempio della deriva del linguaggio e del comportamento che trovo pericolosa. Ma fa piacere vedere che quando assumono una dose della loro medicina sessista il livore di questi opinionisti si trasforma in un singhiozzo politicamente corretto: forse possono essere redenti.
Restando alla comunicazione: come è cambiata in questi decenni quella dei politici? La comunicazione è cambiata per tutti, è diventata più veloce, molti dicono che ormai non ci sono più contenuti ma solo slogan. In realtà non credo che la comunicazione del passato mancasse di slogan: quante parole d’ordine democristiane o comuniste abbiamo sentito ripetere a pappagallo? Però noto che la comunicazione tra politico ed elettore oggi tende a rifugiarsi in un’idea di mimesi: votami perché io sono come te. Ma io non voglio che chi mi rappresenta sia “come me”, voglio che sappia fare cose che io non so fare, per esempio gestire l’economia di un sistema complesso come l’Italia. Voglio la competenza. Ecco, il difetto della comunicazione politica oggi è la pigrizia di sostituire all’idea della competenza l’ideologia dell’identificazione.
La peculiarità di Salvini è l’incapacità di passare dalla forma sbracata a quella istituzionale. Chi non è in grado di fare questo ha un problema nel gestire un ruolo istituzionale
Salvini è “campione” nella comunicazione, sovraesposto sia sui social sia sui media tradizionali. La sovraesposizione è di tutti, i social hanno sdoganato un certo modo di autorappresentarsi, di mettere in piazza la propria vita privata. È evidente che tutti abbiamo spazi di relax, di déshabillé e di relazione, ma oggi questi spazi sono diventati strumento di azione politica. Non si può tornare indietro ed è stupido ripetere: «Si stava meglio quando si stava peggio», ormai è così. Però la forma è sostanza: la peculiarità di Salvini è l’incapacità di passare dalla forma sbracata a quella istituzionale. Chi non è in grado di fare questo ha un problema nel gestire un ruolo istituzionale.
E quali sono i problemi della comunicazione della sinistra, visto che continua a perdere? La sinistra non perde per mancanza di comunicazione, ma per mancanza di coraggio. E perché non ha saputo valorizzare i talenti femminili al proprio interno, lasciandosi incredibilmente superare a destra nella corsa alla parità dato che oggi il partito che guadagna più consensi è guidato da una donna: Giorgia Meloni.
Ma esistono poi ancora destra e sinistra, o sono categorie superate?Come molte altre categorie, nel postmoderno destra e sinistra sono diventate più liquide, per dirla nei termini di Zygmunt Bauman. Ma destra e sinistra esistono ed esisteranno sempre: guardiamo la campagna elettorale negli Stati Uniti dove una delle candidate al top, Elizabeth Warren, è portatrice di una proposta politica che viene definita “socialista”. Se capiamo ancora cosa significa questo aggettivo, è perché la distinzione tra destra e sinistra è ancora chiara e pregnante.
Lei è probabilmente la sudtirolese più famosa d’Italia, e alla sua terra ha dedicato una intensa trilogia. Che pensa dell’ultima polemica sul nomeSüdtirol/Alto Adige? Ho scritto tre libri per cercare di far capire meglio anche a chi non conosce la storia del Sud Tirolo quali ferite storiche si porti addosso quel fazzoletto di terra. Dalle reazioni e dalle lettere dei lettori, credo di esserci in parte riuscita. Le polemiche sulla toponomastica sono un portato di quella storia, la storia di un popolo che ha visto il fascismo cancellare i nomi dei propri padri dalle tombe di famiglia e non è ancora riuscito a dimenticare. Per superare questi traumi è stato fatto molto, ma una parte e dall’altra occorrono ancora buonsenso e generosità.
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Scontro tra azienda e governo. Per l'ad Morselli senza immunità penale «proseguire nel piano di risanamento dell'Ilva è un crimine». Conte: «Pagheranno». I lavoratori pronti all'insubordinazione contro lo spegnimento. E la procura di Milano indaga. Il punto sul futuro di Taranto.
L’Ilva è sempre più un intreccio di questioni giuridiche e politiche. Mentre la soluzione effettiva per il futuro di Taranto resta ancora un rebus. I protagonisti dello scontro sono sempre gli stessi e si sono incontrati a un tavolo al ministero dello Sviluppo economico. In quella sede Lucia Morselli, l’amministratrice delegata di ArcelorMittal Italia, è stata lapidaria, gelando i sindacati: ha sottolineato la «coerenza» del percorso che porta alla rescissione del contratto e alla “restituire” dell’Ilva dal 4 dicembre 2019. L’argomento su cui fare leva è l’ormai “famigerato” stop allo scudo penale che ora impedirebbe di portare avanti il piano di risanamento ambientale per l’acciaieria senza incappare in «un crimine».
PER I COMMISSARI LO SCUDO PENALE NON È NEL CONTRATTO
Il problema è che nel ricorso cautelare presentato al tribunale di Milano dai legali dei commissari del polo siderurgico si sostiene che non c’è alcuna garanzia della continuità dello “scudo penale” nel contratto di affitto ad ArcelorMittal.
I SINDACATI NON ESCLUDONO L’INSUBORDINAZIONE
I sindacati sono arrivati a non escludere «un’insubordinazione dei lavoratori» per non spegnere gli altiforni, come ha detto il leader della Uilm. Intanto il premier Giuseppe Conte ha attaccato: Mittal pagherà i danni. La procura di Milano, in contemporanea, ha acceso un faro aprendo un fascicolo esplorativo e scendendo in campo a difesa degli interessi pubblici anche nel giudizio civile (che dovrà decidere sul ricorso di ArcelorMittal per il recesso e sul controricorso presentato dagli amministratori straordinari dell’ex Ilva).
Violazione degli impegni contrattuali e grave danno all’economia nazionale: ne risponderanno in sede giudiziaria
Il premier Conte contro ArcelorMittal
Conte ha commentato così: «Ben venga anche l’iniziativa della procura, il governo non lascerà che si possa deliberatamente perseguire lo spegnimento degli altiforni». E ancora: «ArcelorMittal si sta assumendo una grandissima responsabilità», perché lasciare l’ex Ilva «prefigura una chiara violazione degli impegni contrattuali e un grave danno all’economia nazionale. Di questo ne risponderà in sede giudiziaria», anche in termini di «risarcimento danni», ha avvertito il presidente del Consiglio.
MORSELLI AGGRAPPATA AL NODO DELL’IMMUNITÀ
ArcelorMittal ovviamente la pensa diversamente. Morselli sostiene che levando l’immunità «non sono stati rispettati i termini del contratto», come è anche per le prescrizioni della magistratura sull’altoforno Afo2: «Non era stato fatto niente» di quanto detto al momento dell’accordo. La sintesi è che se al momento del contratto erano state create le condizioni per una missione impossibile, da «bacchetta magica», oggi per l’azienda quelle condizioni non ci sono più.
ESUBERI E PRODUZIONE RESTANO IN SECONDO PIANO
Lasciando il tavolo il ministro Stefano Patuanelli ha sottolineato come la Morselli abbia puntato tutto sul nodo dell’immunità penale, politicamente il meno gestibile tra le diverse anime del governo, lasciando invece in secondo piano il tema del rallentamento del mercato (e quindi di frenare la produzione e gestire esuberi) su cui «fin da settembre c’era una disponibilità del governo» ad accompagnare un percorso.
SINDACATI NON SODDISFATTI
I toni del dibattito politico restano accesi e i sindacati mantengono la linea. Sostengono che ArcelorMittal non può esercitare un diritto di recesso, che il contratto va rispettato, ma che anche il governo deve rispettare i patti alla base di quell’accordo: «Per nulla soddisfatti» di un confronto «non andato bene» si sono detti i leader della Cgil Maurizio Landini, della Cisl Annamaria Furlan e della Uil Carmelo Barbagallo, che hanno lasciato il ministero chiedendo «l’avvio di un tavolo con la proprietà per trovare soluzioni», ma anche al governo di uscire dall’impasse: deve «ripristinare lo scudo penale per togliere l’alibi ad ArcelorMittal».
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La Casa Bianca ha diffuso il contenuto della conversazione del 21 aprile. Battute sulla bellezza delle ucraine e ironia per l'inglese del presidente di Kiev. Ma nessun riferimento all'indagine contro i Biden. E intanto al Congresso proseguono le audizioni nell'inchiesta sull'impeachment.
Anche l’altra telefonata ora è pubblica. E di politica o intrecci oscuri qui non si parla. La Casa Bianca, come annunciato, ha diffuso la trascrizione della prima chiamata tra Donald Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. La conversazione risale al 21 aprile 2019, subito dopo l’elezione di Zelensky, quattro mesi prima della seconda telefonata tra i due leader al centro dell’indagine per impeachment. Quella cioè in cui The Donald chiese al suo omologo ucraino di lavorare col segretario della Giustizia William Barrper l’apertura di un’indagine a carico di Joe Biden e del figlio.
CHIAMATA DALL’AIR FORCE ONE
Trump chiamò Zelensky dall’Air Force One nel pomeriggio del 21 aprile per congratularsi per la vittoria dell’ucraino alle Politiche. La controversa conversazione del 24 luglio, quella denunciata dalla talpa e che ha innescato l’indagine che potrebbe portare all’impeachment di Trump, avvenne mentre il tycoon era nello Studio Ovale. La trascrizione desecretata e rilasciata dalla Casa Bianca consta di tre pagine.
L’INVITO ALLA CASA BIANCA: «COSÌ PRATICO L’INGLESE»
Trump il 21 aprile chiamò Zelensky mentre era in volo e non fece alcun cenno a possibili indagini di Kiev sui Biden o sui democratici Usa. Ma, rivolgendosi al neo presidente, il tycoon si complimentò con l’Ucraina ricordando quando era proprietario di Miss Universo: «Eravate sempre ben rappresentati…», affermò Trump provocando la risata di Zelensky. Altre battute poi quando quest’ultimo fu invitato alla Casa Bianca e rispose: «Bene, così pratico l’inglese».
Penso che farete un buon lavoro, ho molti amici in Ucraina che la conoscono e a cui lei piace
Trump a Zelensky
Nel corso della conversazione, durata 16 minuti, non si accennò ad alcun contenuto di natura politica. Trump disse: «Penso che farete un buon lavoro, ho molti amici in Ucraina che la conoscono e a cui lei piace. Abbiamo molte cose di cui parlare». Zelensky da parte sua ringraziò The Donald decine di volte. «Cercheremo di fare il nostro meglio e abbiamo lei come un grande esempio», affermò il leader ucraino, invitando a sua volta Trump a Kiev per l’inaugurazione della nuova presidenza: «So quanto è impegnato, ma se per lei è possibile venire alla cerimonia inaugurale sarebbe grande». Per poi aggiungere: «Non ci sono parole per descrivere quanto bello è il nostro Paese, quanto gentile, calorosa, amichevole è la nostra gente, quanto saporito e delizioso è il nostro cibo. Ma il modo migliore per scoprirlo è venire qui».
THE DONALD SEGUE IN TIVÙ L’INCHIESTA
Intanto al Congresso americano ha continuato a occuoparsi dell’indagine che potrebbe portare Trump all’incriminazione. Il presidente ha guardato in tivù le battute iniziali dell’audizione, dicendosi pronto a seguire solo l’intervento di apertura di Devin Nunes, il repubblicano della commissione di intelligence della Camera, dove sono avvenute le audizioni pubbliche. Secondo il portavoce della Casa Bianca, Stephanie Grisham, «il presidente dopo aver visto Nunes trascorrerà il resto della giornata a lavorare duramente per gli americani».
L’ex ambasciatrice Marie Yovanovitch. (Ansa)
L’EX AMBASCIATRICE ALL’ATTACCO
Evidentemente però poi The Donald si è intrattenuto ancora. Ascoltando anche la testimonianza dell’ex ambasciatrice americana a Kiev, Marie Yovanovitch. Che ha detto: «La strategia politica degli Usa sull’Ucraina è stata gettata nel caos». Yovanovitch, che fu silurata nell’aprile del 2019 perché ritenuta un ostacolo alla linea della Casa Bianca, ha spiegato di essersi sentita «minacciata» dalle parole di Trump che, parlando co Zelensky, la descrisse come una «bad news», una cattiva notizia, e assicurò che presto se ne sarebbe andata. «Nel leggere la trascrizione della telefonata ero scioccata e devastata», ha confidato.
Ha fatto male ovunque e il nuovo presidente ucraino mi parlò male di lei. Un presidente ha tutto il diritto di nominare gli ambasciatori che vuole
Trump sull’ex ambasciatrice Yovanovitch
E The Donald, che probabilmente dunque la stava guardando, ha risposto alla sua maniera, su Twitter: «Ha fatto male ovunque e il nuovo presidente ucraino mi parlò male di lei. Un presidente ha tutto il diritto di nominare gli ambasciatori che vuole».
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Partita la corsa a mettere il cappello sul flashmob che ha oscurato la kermesse leghista. Ma il capoluogo da sempre fa storia sé. E, da Ferrara a Imola, i campanelli d'allarme per il Pd e Bonaccini non mancano.
Il giorno dopo il successo del flashmob che ha gremito piazza Maggiorenelle ore in cui andava in scena la kermesse di Matteo Salvini al PalaDozza, l’entusiasmo della “resistenza” bolognese è alle stelle. Ma deve fare i conti col realismo di una Regione dove, fatta eccezione proprio per il capoluogo, il vento del centrodestra soffia sempre pù forte, come testimoniano la presa di Ferrara e la crisi del Movimento 5 stelle a Imola.
UN NUOVO BANCO DI PROVA DAL FLASHMOB MODENESE
E un nuovo banco di prova è atteso già lunedì 17 novembre, quando la contro-manifestazione si ripeterà a Modena e chissà se con gli stessi risultati. Nel frattempo, malgrado il Partito democratico abbia tentato di cavalcare i grandi numeri della serata bolognese, giova ricordare come filo conduttore non fosse tanto riconducibile a un’area politica, quanto piuttosto all’affermazione di principi e diritti quotidianamente messi in discussione dalla Lega e dal suo leader.
IN PIAZZA FINO A 15 MILA PERSONE
«Quindici mila è un numero realistico» per quantificare le “sardine” umane che la sera del 16 novembre hanno riempito la piazza in risposta alla convention della Lega per la candidatura di Lucia Borgonzoni alle regionali in Emilia-Romagna. A dirlo è stato Mattia Santori, uno dei quattro ragazzi che ha lanciato il flashmob su Facebook. «Siamo sommersi di reazioni» – ha detto – «volevamo suonare una sveglia collettiva e la sveglia è suonata. Ora dal basso c’è già una risposta libera, il nostro risultato più bello».
«NON CI ASPETTAVAMO UNA PARTECIPAZIONE DEL GENERE»
«Di sicuro fino a due giorni prima non ci aspettavamo una partecipazione così», ha detto Mattia, che da ha il telefono rovente per le notifiche di interazioni social e per le richieste di commento da tutta Italia. «La nostra era un’iniziativa di quattro amici (insieme a lui Giulia Trappoloni, Andrea Garreffa e Roberto Morotti, ndr). Non avevamo nessuna ambizione se non quella di suonare una sveglia collettiva convinti che Bologna fosse il luogo giusto per farla e così siamo partiti». Una «sveglia», ha chiarito, «per la gente di sinistra, dal basso, che ha dormito per troppo tempo». L’aspetto «più incredibile» di ieri sera, ha confessato, è stato coinvolgere «persone di tutte le fasce d’età, bambini, anziani, famiglie. Gente che non scendeva in piazza da una vita». C’è una reazione della piazza che l’ha colpito di più. «Quando ho detto ‘siamo vicini ai nostri politici». Dopo le ovazioni il silenzio, poi ancora acclamazione. Tantissimi mi hanno detto che questa frase è stata potentissima. Noi non siamo assolutamente anti-politici, ma anti-criticoni».
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L'ex direttore di Civiltà Cattolica contro l'ex numero uno della Cei: «Sbaglia a benedirlo». E poi lancia l'idea di un Sinodo: «Non possiamo più tacere di fronte a odio e razzismo».
Ruini si comporta con Salvini come già fece la Chiesa con Mussolini. Il j’accuse arriva da Padre Bartolomeo Sorge, autorevole rappresentante dei Gesuiti, lo stesso ordine di Papa Francesco, già direttore della rivista Civiltà Cattolica. «Il cardinale Ruini sbaglia a benedire Salvini. Lo stesso fece il Vaticano con Mussolini», ha affermato il teologo e politologo in un’intervista a Marco Damilano per l’Espresso.
«RUINI, L’ULTIMO EPIGONO DELLA STAGIONE DI PAPA WOJTYLA»
«Nella storia della Chiesa italiana, Ruini è l’ultimo epigono autorevole della stagione di papa Wojtyla. Giovanni Paolo II, dedito totalmente alla sua straordinaria missione evangelizzatrice a livello mondiale, di fatto rimise nelle mani di Ruini le redini della nostra Chiesa, nominandolo per 5 anni segretario generale della Cei, per 16 anni presidente dei vescovi e per 17 anni vicario generale della diocesi di Roma», dice Sorge. «Per quanto riguarda il suo atteggiamento benevolo verso Salvini, dobbiamo dire che è del tutto simile a quello che altri prelati, a suo tempo, ebbero nei confronti di Mussolini. Purtroppo la storia insegna che non basta proclamare alcuni valori umani fondamentali, giustamente cari alla Chiesa, se poi si negano le libertà democratiche e i diritti civili e sociali dei cittadini», ha aggiunto.
«SERVE UN SINODO, LA CHIESA NON PUÒ PIÙ TACERE SUL’ ODIO»
«Credo che nella Chiesa italiana si imponga ormai la convocazione di un Sinodo», dice ancora padre Sorge. «I cinque Convegni nazionali ecclesiali, che si sono tenuti a dieci anni di distanza uno dall’altro, non sono riusciti – per così dire – a tradurre il Concilio in italiano. C’è bisogno di un forte scossone, se si vuole attuare la svolta ecclesiale che troppo tarda a venire», spiega. Secondo il gesuita, ex direttore di Civiltà Cattolica e di Aggiornamenti Sociali, «solo l’intervento autorevole di un Sinodo può avere la capacità di illuminare le coscienze sulla inaccettabilità degli attacchi violenti al papa, sulla natura anti-evangelica dell’antropologia politica, oggi dominante, fondata sull’egoismo, sull’odio e sul razzismo, che chiude i porti ai naufraghi e nega solidarietà alla senatrice Segre, testimone vivente della tragedia nazista della Shoah, sull’assurda strumentalizzazione politica dei simboli religiosi, usati per coprire l’immoralità di leggi che giungono addirittura a punire chi fa il bene e salva vite umane». «La Chiesa non può più tacere. Deve parlare chiaramente. È suo preciso dovere non giudicare o condannare le persone, ma illuminare le coscienze», conclude.
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Il governatore del Veneto sotto attacco per la comparsata al PalaDozza al fianco di Salvini per sostenere la candidatura di Borgonzoni. Attacchi da M5s e Pd. Di Maio: «Presenza inopportuna».
La presenza di Luca Zaia sul palco del PalaDozza in occasione dell’evento col quale Matteo Salvini ha lanciato la candidatura di Lucia Borgonzoni alla presidenza della Regione Emilia Romagna ha dato al stura a un mare di polemiche. A molti non è andato giù lo spot inscenato dal governatore del Veneto nel bel mezzo dell’emergenza che ha colpito Venezia, alle prese il 15 novembre con una nuova ondata di acqua alta. E a farsi portavoce delle critiche a Zaia sono stati anche diversi rappresentanti della forze di governo.
PER DI MAIO UNA PRESENZA INOPPORTUNA
Per Luigi Di Maio, «non è stato bello vedere il governatore del Veneto andare ieri a un comizio elettorale a Bologna e dire ‘sarei arrivato anche a nuoto‘». Il capo politico del M5s ha giudicato «inopportuna» la presenza di Zaia, così come diversi esponenti del Partito democratico. «Zaia a Bologna mentre si discute il bilancio e di come dare sicurezza al nostro territorio è un’offesa per tutti i veneti», ha detto il capogruppo in Regione Veneto del Partito democratico Stefano Fracasso. «Zaia che alza il cartello della Borgonzoni mentre il Consiglio è impegnato a discutere il bilancio per dare risorse per la sicurezza del territorio di Venezia è un’offesa per tutti veneti prima ancora che al Consiglio regionale». E ancora: «Altro che ‘prima i veneti!’ Con la comparsata di ieri a Bologna il governatore svela la maschera: prima viene Salvini e, in questo caso, la campagna elettorale dell’Emilia Romagna».
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Sulla scia della grande manifestazione di Bologna, l'ex ministro e attuale europarlamentare ci riprova. E prepara una nuova iniziativa per il 21 novembre assieme a Matteo Richetti.
Carlo Calenda ci riprova. Dopo aver fallito nell’unire i partiti di centrosinistra dietro alla bandiera del suo Siamo Europei alle elezioni di maggio, sulla scia della grande manifestazione contro la Lega di Bologna rilancia una nuova iniziativa politica.
Questa mobilitazione va onorata. Il 21 lanceremo il nuovo movimento politico. Nonostante il poco tempo siamo pronti a lavorare con @sbonaccini e @pdnetwork per combattere insieme. Ovviamente se i 5S non saranno alleati. @MatteoRichetti pic.twitter.com/JHW7Ah1toW
. «Questa mobilitazione va onorata. Il 21 lanceremo il nuovo movimento politico. Nonostante il poco tempo siamo pronti a lavorare con Stefano Bonaccini ed il Pd per combattere insieme. Ovviamente se i 5s non saranno alleati», ha scritto su twitter Carlo Calenda postando una foto della manifestazione di ieri a piazza Maggiore a Bologna. Nel tweet compare il nome di Matteo Richetti, parlamentare emiliano ed ex Pd che ha seguito Calenda nella strada di Siamo Europei e si è schierato contro il governo con il M5s.
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Salvini e Meloni, vecchi rottami di governo, si sconfiggono solo con una vera svolta a sinistra radicale e riformista. Lasciamo loro il sovranismo, noi prendiamoci la Patria.
Il lento e inesorabile declino del Movimento 5 stelle testimonia che la lunga stagione dell’antipolitica e del populismo, né di destra né di sinistra, è finita.
Forse per qualche anno ancora ci sarà una pattuglia di deputati grillini, è probabile che una parte di cittadini incazzatissimi resti con i suoi capi attuali o con quelli che manderanno via Luigi Di Maio, ma la ricreazione è finita.
Arrivati al governo, cioè nel cuore della politica, i pentastellati si sono spenti e le loro idee, trasformate in proposte dell’esecutivo, si sono rivelate inquietanti dalla Tav all’Italsider.
L’ANTIPOLITICA HA CREATO UNA DESTRA ESTREMISTA
La fine dell’antipolitica restituisce la scena allo scontro fra destra e sinistra, come era prevedibile. Sono entrambe cambiate. La destra è quella che è mutata di più perdendo definitivamente ogni traccia di moderatismo e rivelandosi la componente più avventurosa ed estremista della scena italiana. È anche quella componente che ha radunato la classe dirigente più chiassosa, più indifferente di fronte ai dati della realtà, più propensa alla bugia soprattutto se clamorosa.
La stagione di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, oggi alleati domani concorrenti, prepara il Paese per il definitivo salto nel buio
Dimentichiamo tutte le destre italiane che abbiamo combattuto noi di sinistra. La stagione di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, oggi alleati domani concorrenti, prepara il Paese per il definitivo salto nel buio. Meloni, che è più intelligente di Salvini, lo sa e per questo dichiara di avere crisi d’ansia quando pensa a un governo fatto da loro.
MELONI E SALVINI SONO DUE ROTTAMI DELL’ANCIEN RÉGIME
Questa destra rifiuta la sua storia e usa il fascismo come un take away, prende quando e quel che serve. Stiamo parlando di una destra anti-italiana che è diventata sovranista, di una destra antimeridionale che ha i suoi dirigenti al Sud, stiamo parando di una destra che predica moralità ma è fin dal suo vertice impelagata in contese giudiziarie senza precedenti, stiamo parlando di una destra che ha governato male l’Italia per decenni e in particolare ha ucciso Venezia.
Da sinistra, Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi (foto Roberto Monaldo / LaPresse).
Gli stessi leader, Salvini e Meloni, sono vecchi rottami di governo. Eppure una grandissima parte di italiani che fu indifferente al conflitto di interesse e alla questione morale sollevata contro Silvio Berlusconi, oggi si schiera a protezione di Salvini e Meloni dimenticando i danni che la tragica coppia ha già provocato. È, per l’appunto, il prevalere della logica destra-sinistra, che fa scegliere l’avversario del tuo avversario anche se un pò fa schifo anche a te.
QUESTA DESTRA RAPPRESENTA L’AREA RICCA E PANCIUTA DEL PAESE
Molte tesi sociologiche attorno al successo della destra sono culturalmente fragili. Per esempio non è vero che la destra è popolo ed è il popolo sconfitto dalla crisi. La destra è soprattutto quell’area ricca e panciuta della borghesia italiana che vuole lucrare sulla crisi utilizzando la plebe come propria massa di manovra. Tutte le destre sono così. Queste destre hanno bisogno di una vera prova di governo. La sinistra che intende rinviare questo appuntamento attraverso giochetti parlamentari danneggia se stessa e il Paese, soprattutto quando il giochetto fallisce, come il governo Conte 2.
Io sono convinto che Salvini premier dura pochissimo. Non ce la fa, ha la cazzata incorporata
Contrastateli, cercate persino di batterli, conteneteli ma se una maggioranza di italiani li vuole, se li prenda. Io sono convinto che Salvini premier dura pochissimo. Non ce la fa, ha la cazzata incorporata. L’esistenza della destra, e di questa destra, non può spingere la sinistra al richiamo della nostalgia sotto la voce “antifascismo”. È troppo ed è troppo poco. Né, a differenza di quel che si pensava alcuni mesi fa, incoraggia grandi schieramenti con tutti dentro.
LA SINISTRA DEVE CAMBIARE RADICALMENTE
La sinistra ha perso gravemente per ragioni che ormai è inutile indagare perché sono chiare: a) si è ubriacata di blairismo e di clintonismo, b) ha dimenticato che si può convivere col capitalismo ma facendo a cazzotti con esso, c) che occorre una visione, cioè quella roba per cui una sinistra si fa nazionale in quanto incarna una vocazione del Paese, ad esempio un nuovo industrialismo tecnologico e sostenibile, e) che deve tornare fra le persone, costruendo e aiutando l’associazionismo, f) che deve mutare tutta, dicasi tutta, la propria classe dirigente.
La manifestazione pacifica di Piazza Maggiore a Bologna contro la Lega di Salvini.
Credo che anche voi quando vedete i “:” e subito dopo le virgolette aperte prima del nome di un ministro di sinistra, abbiate la certezza che state per leggere la dichiarazione più stupida della giornata. Questa sinistra deve essere radicale e riformista, non ha paura del proprio passato, non lo vuole far tornare in vita ma non saranno Salvini secessionista e Meloni con quei bubboni alle spalle a rimproverare le tragedie della sinistra.
NESSUNA IDEA PER RISOLVERE I DRAMMI DI TARANTO E VENEZIA
Questa sinistra non ha bisogno di Matteo Renzi con cui non deve neppure più litigare. Renzi provi a fare quello che sogna senza più i voti di quelli che prima votavano il Pci. Renzi si faccia un suo bel partito di centro e decida se mettersi accanto alla sinistra che aborrisce o a Savini che non gli sta antipatico. L’unica possibilità che la sinistra ha è di rifondarsi dopo aver buttato giù quello che c’è e poi, armata da un trattino gigantesco, affiancarsi a una forza di centro e così tentare l’impresa.
Tuttora non vedo quartieri popolari affollati di gente di sinistra
Tutto ciò non deve avvenire in laboratorio. Tuttora non vedo quartieri popolari affollati di gente di sinistra, vedo che il dramma di Taranto non commuove perché l’anima ambientalista recalcitra di fronte al sogno della fabbrica sostenibile, non vedo nulla che non sia una raccolta di denari che dica come concretamente aiutare Venezia. Senza questo nuovo spirito fra gli italiani, senza questa italianità vera non si va avanti. Loro si tengono il sovranismo, noi prendiamoci la Patria.
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Oltre 10 mila persone riunite in piazza Maggiore, mentre al Paladozza il leader leghista lanciava la candidatura per le Regionali di Borgonzoni. Davanti a più di un seggiolino vuoto.
A Bologna migliaia di persone sono scese in piazza contro Matteo Salvini nel giorno della convention leghista al Paladozza. Il 14 novembre collettivi e centri sociali hanno sfilato cgià dal tardo pomeriggio. In strada oltre 2 mila persone e attimi di tensione. Per allontanare il corteo che si stava avvicinando ai blindati schierati per proteggere il Paladozza la polizia ha usato gli idranti. Dal corteo, in via Riva Reno, poco distante dal palazzetto, sono partite bottiglie, fumogeni e palloncini pieni di vernice. A protezione della zona circostante il Paladozza, un ingente schieramento di uomini e mezzi. Ma l'”accoglienza” di Bologna a Salvini non è finita qui. In piazza Maggiore alcune migliaia di persone hanno fatto un flash mob pacifico nel segno delle sardine, il simbolo scelto per l’occasione per ingaggiare con la Lega una guerra di numeri su chi avesse più partecipazione, rispetto all’iniziativa del Paladozza. Gli organizzatori avevano annunciato di voler riempire il ‘Crescentone’ della piazza con migliaia persone strette, appunto, come sardine: obiettivo abbondantemente raggiunto, visto che la piazza era gremita. Circa 11 mila i presenti.
SALVINI LANCIA LA CANDIDATURA DI BORGONZONI
Dalla convention leghista, parlando delle proteste, Salvini ha detto: «Se sono pacifiche, sono le benvenute». Il leader del Carroccio ha poi parlato di temi nazionali: «Prima gli italiani potranno liberamente e democraticamente andar a votare, meglio sarà per tutti». E sulla condanna di due carabinieri per l’omicidio di Stefano Cucchi: «Se qualcuno ha usato violenza, ha sbagliato e pagherà. Questo testimonia che la droga fa male sempre e, comunque, io combatto la droga in ogni piazza». Passando al tema Regionali, Salvini ha lanciato la candidatura di Lucia Borgonzoni e l’assalto alla Regione fortino del centrosinistra, dove si vota il 26 gennaio : «È la candidata di tutto il centrodestra ma non solo, anche di tanti emiliani e bolognesi che si candideranno nelle liste civiche a sostegno di Lucia».
NIENTE SOLD-OUT AL PALADOZZA
Ad ascoltare Borgonzoni un palazzo dello sport con qualche seggiola vuota: circa 5 mila i presenti, ma il sold-out annunciato nei giorni scorsi non c’è stato. Nei numeri, la piazza ha più che doppiato la Lega. La fedelissima di Salvini (per lei sono arrivati sotto le Due Torri anche i governatori di Veneto, Lombardia, Sardegna, Umbria e Friuli-Venezia Giulia) ha indicato tra le priorità lo snellimento della burocrazia per aziende e famiglie, oltre alla sanità: «Quando dico che ci sono problemi, la gente mi guarda come una marziana, ma ci sono». Inevitabili i riferimenti ai cavalli di battaglia di Bibbiano («Mi criticano per quella maglietta, ma si dovrebbe vergognare chi non ha controllato») e all’assegnazione delle case popolari: «Dire che devono andare a chi è qui da più tempo, non è razzismo, ma giustizia».
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Si tratta di un "papa straniero": per la prima volta il Consiglio superiore della magistratura non ha optato per una soluzione interna. A Roma da pm si è occupato di Ustica, Nar, Br e non solo. Poi togato di sinistra nel Csm e la nomina a Catania. Da n.2 dell'Anm si scontrò con Berlusconi.
La Cassazione ha un nuovo procuratore generale: è Giovanni Salvi, il “papa straniero” scelto dal Consiglio superiore della magistratura che per la prima volta non ha optato per una soluzione interna.
UNA LUNGA CARRIERA A ROMA
Salvi è in magistratura da 40 anni. Una lunga carriera segnata da due costanti: il legame con Roma, sua città di adozione, e con le funzioni di pubblico ministero, che non ha mai smesso se non per brevissimi periodi. Nato a Lecce, 67 anni fa, Salvi è arrivato alla procura della Capitale nel 1984 e ci è rimasto per 20 anni. Un lunghissimo arco di tempo in cui si è occupato di indagini delicate, come quelle sulla strage di Ustica, gli omicidi di Mino Pecorelli e Roberto Calvi e di inchieste sui Nar e le Brigate rosse.
NEL CSM CON MAGISTRATURA DEMOCRATICA
Esperienza interrotta nel 2002, quando Salvi è stato eletto componente togato del Csm, nella lista di Magistratura democratica, la corrente di sinistra delle toghe confluita negli ultimi anni in Area, senza però sciogliersi.
A CATANIA FRA TRAFFICO DI MIGRANTI E MAFIA
A Roma è poi tornato da procuratore generale nel 2015, nominato all’unanimità dal Csm. Quattro anni prima invece era passata sul filo di lana la sua nomina a procuratore di Catania. E da quell’ufficio, che ha guidato dal 2011 al 2015, ha coordinato numerose inchieste sul traffico dei migranti e sulla mafia. Indagini che con la collaborazione dei capi di Cosa nostra catanese hanno consentito di individuare i responsabili di delitti centrali per la ricostruzione delle vicende nazionali dell’organizzazione mafiosa, come l’omicidio di Luigi Lardo.
GLI SCONTI ALL’ANM CON BERLUSCONI
Salvi in realtà non è del tutto estraneo all’ufficio che dovrà guidare: vi ha lavorato per quattro anni, dal 2007 al 2011, con le funzioni di sostituto pg. È stato anche vicepresidente dell’Associazione nazionale magistrati negli anni dello scontro tra le toghe e il governo Berlusconi. A cercare negli archivi non sono tante le sue esternazioni. L’ultima l’ha fatta per invocare rispetto per il lavoro della procura di Roma, dopo che la Cassazione ha fatto cadere l’accusa di associazione mafiosa per i condannati dell’inchiesta sul Mondo di mezzo.
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Várhelyi, designato per l'Allargamento, non ha superato l'audizione a Bruxelles. Bocciato da socialisti, liberali, Verdi e sinistra. Altro introppo sulla strada dell'insediemento di Von der Leyen.
Rimandato. Il commissario designato dall’Ungheria per l’Allargamento, Olivér Várhelyi, non ha superato l’esame nell’audizione del 14 novembre al parlamento europeo. È mancata la maggioranza a favore dell’esponente del Partito popolare europeo (Ppe) nella riunione dei coordinatori della commissione. Al commissario designato devono essere posti ulteriori quesiti.
SOTTO ESAME ANCHE IL FRANCESE BRETON E LA ROMENA VALEAN
Sono stati socialisti, liberali, Verdi e Gue (Sinistra unitaria europea) ad aver determinato la bocciatura di Várhelyi. Al parlamento europeo sono in programma nella stessa giornata le audizioni di tre commissari designati da Ungheria, Francia e Romania. Oltre a Várhelyi tocca al francese Thierry Breton per il mercato Interno e poi alla romena Adina Valean con il portafoglio ai Trasporti.
IN ATTESA DEL VOTO SULL’INTERA COMMISSIONE
Se i tre commissari fossero stati “promossi” alle audizioni, la plenaria di Strasburgo il 27 novembre si sarebbe espressa con un voto sulla Commissione in toto in modo che Ursula von der Leyen potesse insediarsi a Palazzo Berlaymont a inizio dicembre. Ma sull’ungherese è subito arrivato un intoppo.
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Slitta di un mese il pagamento della Tari nella Laguna: nuova scadenza il 16 dicembre. Subito i primi indennizzi: 5 mila euro ai privati e 20 mila agli esercenti commerciali. Cdm pronto a dichiarare lo stato di emergenza. Così si prova a risollevare la città.
Mentre si contano i danni e si attende un nuovo picco di acqua alta di 145 centimetri, con raffiche di vento a velocità massima tra i 21 e i 43 chilometri all’ora, arrivano i primi (mini) provvedimenti per Venezia.
QUARTA RATA DELLA TARI RINVIATA
Innanzitutto è stata nominata la super commissaria per il Mose, Elisabetta Spitz. Poi la Giunta comunale della città lagunare, in via straordinaria, si riunisce nel pomeriggio del 14 novembre per adottare un provvedimento, su indicazione del sindaco Luigi Brugnaro e predisposto dall’assessore al Bilancio e Tributi Michele Zuin, che dispone il posticipo dell’imminente scadenza della quarta rata della Tari, prevista per il 16 novembre, per tutti i cittadini e le imprese dell’intero Comune. La nuova scadenza – ha informato l’amministrazione lagunare – è fissata per il 16 dicembre.
PRIMI INDENNIZZI ANNUNCIATI DA CONTE
Non solo. Il premier Giuseppe Conte per quanto riguarda il ristoro dei danni ha parlato di due fasi: «La prima ci consentirà di indennizzare i privati e gli esercenti commerciali sino a un limite per i primi di 5 mila euro e per i secondi di 20 mila euro». Conte ha assicurato che i soldi «potranno arrivare subito». Poi un secondo step: «I danni più consistenti ovviamente li quantificheremo con più calma e dietro istruttoria tecnica potranno essere liquidati».
STATO DI EMERGENZA IN CONSIGLIO DEI MINISTRI
Intanto il Consiglio dei ministri convocato alle ore 16.30 a Palazzo Chigi è pronto a dichiarare lo stato di emergenza «nei territori della Regione Veneto colpiti dagli eccezionali eventi meteorologici che si sono verificati a partire dal giorno 12 novembre 2019», si legge in una nota.
ALTRE RISORSE DOPO LA RICOGNIZIONE
Lo stato di emergenza ha una durata massima di 12 mesi, prorogabile di altri 12. La delibera stanzia l’importo per realizzare i primi interventi. Ulteriori risorse possono essere assegnate a seguito della ricognizione dei fabbisogni realizzata dai commissari delegati.
ORDINANZE IN DEROGA
Agli interventi per affrontare l’emergenza si provvede con ordinanze in deroga alle disposizioni di legge, ma nei limiti e secondo i criteri indicati con la dichiarazione dello stato di emergenza e comunque nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento giuridico.
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Architetta e dirigente pubblica, è stata direttrice dell'Agenzia del demanio. La sua nomina comunicata dalla ministra dei Trasporti De Micheli. Ora deve occuparsi del sistema di barriere mobili, ancora incompiuto, che avrebbe dovuto proteggere la Laguna dall'acqua alta.
Dopo l’emergenza acqua alta e «l’Apocalisse» sfiorata, è arrivato il nome della nuova super commissaria per il Mose a Venezia: Elisabetta Spitz. L’annuncio è stato dato dalla ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti, Paola De Micheli, a Radio Capital, dopo che nella serata del 13 novembre direttamente dalla Laguna aveva detto: «C’è una procedura in corso, quando avremo tutte le firme comunicheremo chi sarà».
UNA CARRIERA TRA PRODI E TREMONTI
Spitz, 66enne nata a Roma e sposata con l’ex del Partito democratico (e non solo) Marco Follini, è una architetta e dirigente pubblica. È stata direttrice dell’Agenzia del demanio a partire dal 2001: ha ricoperto quell’incarico inizialmente per tre anni, prima di due rinnovi, nel 2004 e nel 2007. L’ultima volta fu confermata dal governo Prodi II, prima di terminare il suo lavoro nel 2008. Nel 2002 l’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti istituì la Patrimonio S.p.A., di cui Spitz divenne consigliera d’amministrazione.
Al telefono con la sua avvocata, l'ex europarlamentare di Forza Italia arrestata per tangenti diceva: «Dirò che non ho mai preso 17 mila euro». Caianiello, figura chiave del sistema corruttivo, ai pm: «Temeva di non essere rieletta». E spiega la presunta truffa a Buxelles.
Dopo che il suo nome emerse nella maxi indagine per tangenti in Lombardia, l’ex europarlamentare di Forza ItaliaLara Comi, finita agli arresti, parlava così al telefono: «Oggi io dirò che non ho mai preso 17 mila euro, non ho mai avuto consulenze con Afol né a società a me collegate che non esistono… Se mi chiedono “perché dicono questo?” posso dire che eri tu che facevi loro consulenza».
INTERCETTAZIONE CON L’AVVOCATA BERGAMASCHI
La conversazione intercettata, datata 9 maggio, era con l’avvocata Bergamaschi, sua collaboratrice, e fa riferimento al denaro che la Comi avrebbe ottenuto da Afol. Il dialogo si trova nell’ordinanza cautelare.
PER 10 ANNI AL PARLAMENTO EUROPEO
Comi, 36 anni, tra la sua passione per il Milan e le sempre più frequenti apparizioni tivù era riuscita nella sua scalata politica passando da Saronno a Bruxelles grazie agli sponsor “giusti”. È stata in Europa per 10 anni, dal 2009 al 2019 (in mezzo la rielezione del 2014), ma all’ultima tornata elettorale europea non le sono bastati 32.365 voti: finì solo terza nel Nord-Ovest dietro a Silvio Berlusconi e Massimiliano Salini, risultando la prima dei non eletti.
L’IMBARAZZO DI FORZA ITALIA E L’ESCLUSIONE NEL 2019
Il Cav, imbarazzato per i guai giudiziari che l’hanno colpita, ha scelto di mantenere il proprio seggio nel Nord-Ovest, nonostante fosse stato eletto anche nel Sud e nelle isole, escludendo così la Comi dall’europarlamento.
Nonostante la giovane età, Comi ha mostrato una non comune esperienza nel fare ricorso ai diversi, collaudati schemi criminosi
Un passaggio dell’ordinanza
Nell’ordinanza Comi viene descritta con queste parole: «Nonostante la giovane età, ha mostrato nei fatti una non comune esperienza nel fare ricorso ai diversi, collaudati schemi criminosi volti a fornire una parvenza legale al pagamento di tangenti, alla sottrazione fraudolenta di risorse pubbliche e all’incameramento di finanziamento illeciti».
LUNGHE INDAGINI SU CONTRATTI DI CONSULENZA
I pm di Milano da tempo indagano su contratti di consulenzaper un valore di 38 mila euro ottenuti da «una società riconducibile alla Comi». Contratti che sarebbero stati ottenuti attraverso Gioacchino Caianiello, ex coordinatore di Forza Italia nel capoluogo lombardo, ritenuto il “burattinaio”, la figura chiave al centro del presunto sistema corruttivo fatto di mazzette, finanziamenti e nomine pilotate.
Comi temeva fortemente per la sua rielezione al parlamento europeo, ragione per la quale ha iniziato ad andare spasmodicamente alla ricerca di finanziamenti e alleanze politiche
Nino Caianiello
Caianiello il 2 settembre ha messo a verbale che Lara Comi «a seguito della mancata candidatura alle elezioni politiche nazionali cui lei fortemente aspirava», ha «iniziato a spaventarsi fortemente per la sua rielezione al parlamento europeo, ragione per la quale ha iniziato ad andare spasmodicamente alla ricerca di finanziamenti e alleanze politiche». Ha raccontato anche che «la Comi voleva che io intercedessi in suo favore nei confronti di Mariastella Gelmini (di cui da giovane fu assistente, ndr)» e ha parlato di un incontro.
IL NODO DEI SOLDI DA GIRARE A CAIANIELLO
Caianiello da tempo sta collaborando coi pm milanesi. Ai quali ha detto: «Più volte avevo espresso alla Comi la necessità di trovare una modalità attraverso cui retrocedere delle somme in favore della mia persona, in ragione dei costi che la quotidiana attività politica mi comportava».
LO STRATAGEMMA: GONFIARE LO STIPENDIO DELL’ADDETTO STAMPA
Il passaggio riguarda la presunta truffa al parlamento europeo – di cui è accusata, tra le altre cose, la Comi – attraverso uno “stratagemma”: gonfiare fino a 3 mila euro al mese lo stipendio dell’addetto stampa dell’epoca dell’eurodeputata, rimborsato dall’europarlamento, per poi girare 2 mila euro a Caianiello. «Comi», ha spiegato il “burattinaio”, «era recalcitrante a retrocedere una parte del suo stipendio per finanziare le strutture del partito di Forza Italia, anche in vista delle imminenti elezioni europee, escogitammo lo stratagemma di far maggiorare lo stipendio del giornalista Aliverti».
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I nuovi movimenti che si sono affacciati sulla scena politica fino a dominarla hanno creato un "italiano medio" indifferente agli altri e solidale solo con chi ha i suoi stessi nemici.
Comincio a pensare che questo Paese non ce la farà. Ne abbiamo viste e passate tante, ma alla fine l’Italia è stata sempre più forte di ogni sventura. Persino il terrorismo è riuscita a battere con l’energia delle sue forze di sicurezza e la saldezza democratica della sua gente. Anche l’attacco mafioso è stato contenuto e la Cosa nostra ha preso colpi mortali.
L’Italia è diventata una potenza industriale, ha visto una straordinaria e spesso dolorosa immigrazione interna, ha affrontato crisi economiche e soprattutto battagli politiche campali fra democristiani e comunisti. Ma sempre ce l’ha fatta. Sempre c’è stato un momento in cui gli italiani sono stati più forti delle sciagure provocate dalla natura o dall’attività colpevole degli uomini.
Da molti anni non è così. L’Italia si è spezzata, non ha più un suo popolo, le divisioni di classe che prima separavano per poter dare alla politica la possibilità di immaginare combinazioni fantasiose, oggi sono sostituite da clan, appartenenze territoriali e soprattutto da odi comuni. Dimmi chi è il tuo nemico e sarò tuo amico. Destra e sinistra hanno comune responsabilità. I nuovi movimenti che si sono affacciati sulla scena politica fino a dominarla hanno creato questo mostro di “italiano medio” indifferente agli altri e solidale solo con chi ha i suoi stessi nemici. I giornali di oggi, come quelli dei giorni scorsi, sono la prova provata di quel che dico.
UN PAESE INDIFFERENTE AI DRAMMI DI TARANTO E VENEZIA
I casi di Taranto e di Venezia dimostrano che l’Italia non ha più lacrime, è indifferente a ciò che distrugge parti di sé, pensa solo a come un partito politico, con annessi giornalisti, possa lucrarne. Il caso Ilva è stato usato per contrapporre madri a operai, nessuno si è occupato, nel mondo politico, di una grande città che reagisce attonita alla minaccia finale che incombe. Un buon medico si preoccuperebbe se il suo paziente rivelasse reazioni flebili agli stimoli anche negativi della vita. A una parte di noi, invece, frega niente. Taranto? Al diavolo Taranto, è al Sud.
Non c’è partito politico, personalità veneziana di destra o di sinistra che non debba andare a nascondersi per incapacità
Oggi accade con Venezia. Le foto per fortuna spiegano il dramma meglio delle parole perchè le parole sono generalmente infami. Questa volta sono i giornali di destra a prendere la bandiera della vergogna strumentalizzando il dramma che rischia di diventare finale della città più bella del mondo. Eppure non c’è partito politico, personalità veneziana di destra o di sinistra che non debba andare a nascondersi per incapacità o insipienza o per cecità, e non voglio citare i casi di malaffare.
GLI ITALIANI NON ESISTONO PIÙ
Sono sicuramente più commossi fuori d’Italia che qui da noi. Qui da noi si ragiona su quanto può rendere elettoralmente questa disgrazia, se l’autonomia veneta sarà più vicina o lontana, se Matteo Salvini sarà in grado di cavalcare anche l’onda vera delle acque assassine per vincere a Bologna. E allora perché non alzare bandiera bianca? Dove si trova la volontà di reagire di fronte a una classe dirigente che non ha idee e forza morale, di fronte a un sistema della comunicazione che divide i buoni e i cattivi mentre Venezia affoga e Taranto finirà disperata.
Un uomo passeggia con il cane su un salvagente a Venezia, 13 novembre 2019. ANSA
Un’immagine dell’acqua alta a Venezia, 13 novembre 2019. ANSA
I danni provocati dal picco di acqua alta a Venezia, il 13 novembre 2019, in una foto postata sul profilo Twitter del sindaco, Luigi Brugnaro. TWITTER LUIGI BRUGNARO +++ATTENZIONE LA FOTO NON PUO’ ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L’AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++
Il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, con il Patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, all’esterno della Basilica di San Marco.
Il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro all’interno della Basilica di San Marco allagata a causa dell’acqua alta.
Il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, con il Patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, all’interno della Basilica di San Marco allagata a causa dell’acqua alta.
Il Teatro “La Fenice” durante l’acqua alta a Venezia.
The extreme floodwaters at Piazza San Marco (St Mark’s Square) in Venice, Italy, 12 November 2019. The high tide has already reached the level of 1,87 meter above sea level.
ANSA/ANDREA MEROLA
A view of damage caused by bad weather in Venice, northern Italy, 13 November 2019. A wave of bad weather has hit much of Italy on 12 November. Levels of 100-120cm above sea level are fairly common in the lagoon city and Venice is well-equipped to cope with its rafts of pontoon walkways. ANSA/ANDREA MEROLA
Maintenance workers at work in the crypt under the Basilica of San Marco, damaged by bad weather in Venice, northern Italy, 13 November 2019. A wave of bad weather has hit much of Italy on 12 November. Levels of 100-120cm above sea level are fairly common in the lagoon city and Venice is well-equipped to cope with its rafts of pontoon walkways. ANSA/ANDREA MEROLA
Forti mareggiate in tutte le coste adriatiche del Nord.
Remediation within the historical Florian cafè in San Marco square, damaged by bad weather in Venice, northern Italy, 13 November 2019. A wave of bad weather has hit much of Italy on 12 November. Levels of 100-120cm above sea level are fairly common in the lagoon city and Venice is well-equipped to cope with its rafts of pontoon walkways. ANSA/ANDREA MEROLA
Remediation within the historical Florian cafè in San Marco square, damaged by bad weather in Venice, northern Italy, 13 November 2019. A wave of bad weather has hit much of Italy on 12 November. Levels of 100-120cm above sea level are fairly common in the lagoon city and Venice is well-equipped to cope with its rafts of pontoon walkways. ANSA/ANDREA MEROLA
Immagini di Venezia sott’acqua. (Ansa)
Nessuno dei movimenti che fin qui hanno travolto il sistema politico si è rivelato, al pari dei partiti che sono stati abbattuti, in grado di costruire una nuova sensibilità nazionale. Tanto sovranismo, poca italianità. Dovrebbe essere questo il tempo della rivolta, contro tutte queste figurette dei talk show. Dovrebbe essere questo il tempo di ragazze e ragazzi che scendono in campo, cacciano i mercanti dal tempio e ricostruiscono l’Italia. L’Italia degli italiani veri, non dei sovranisti obbedienti a Vladimir Putin.
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L'acqua alta ha provocato danni per centinaia di milioni. Giovedì Consiglio dei ministri per dare l'ok allo stato d'emergenza. Di Maio annuncia una moratoria per famiglie e imprese. Ma è polemica sul Mose. Che per Conte è «al 92-93%». Il punto.
E adesso, sotto un cielo ancora grigio, come fare a ripartire? Venezia l’ha scampata per un soffio, anche se l’acqua alta peggiore degli ultimi 50 anni ha spinto la città sull’orlo del baratro. La Serenissima si è risvegliata dopo la notte del metro e 87 di marea ed è apparsa una città allo stremo, ferita. E con la politica pronta a intervenire, anche senza avere una soluzione pronta in tasca. Mentre si calcolano i danni al turismo, si fanno i conti coi cambiamenti climatici e con chi – nella maggioranza di centrodestra della Regione Veneto – ancora sottovaluta il problema del surriscaldamento globale.
PRONTI I PRIMI FONDI DA STANZIARE
Per verificare la situazione è arrivato in Laguna anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte: «Non siamo in grado di quantificare i danni», ha spiegato il premier al termine della riunione. «Domani c’è un Consiglio dei ministri tecnico, molto limitato, che sicuramente prenderà in carico la richiesta di stato di emergenza del governatore Luca Zaia. Allo stato non ci sono ragioni per negarlo e stanziare i primi fondi».
REALIZZAZIONE DEL MOSE AL 92-93%
Per il Mose, il sistema di paratie che dovrebbe salvare la città dalle maree eccezionali, Conte ha detto che siamo alle battute finali. «L’opera è al 92-93% della realizzazione e guardando all’interesse pubblico non c’è che da prendere una direzione nel completamento di questo percorso».
Il Mose.
PROCEDURA PER IL NOME DEL COMMISSARIO
Il ministro delle Infrastrutture Paola De Micheli ha aggiunto che «per il commissario del Mose c’è una procedura in corso, quando avremo tutte le firme lo comunicheremo».
DANNI NELL’ORDINE DELLE CENTINAIA DI MILIONI
I danni, da stimare con certezza, sono nell’ordine delle centinaia di milioni di euro, ha anticipato il sindaco Luigi Brugnaro, che ha passato la notte a far sopralluoghi in ogni dove e ha chiesto la dichiarazione di stato di emergenza. Conte si fermerà a Venezia anche il 14 novembre. Il capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha telefonato al sindaco Brugnaro per informarsi delle condizioni della città.
Il sopralluogo del sindago di Venezia, Luigi Brugnaro. (Ansa)
PERCHÉ SI È ARRIVATI A UN PELO DAL DISASTRO
Grande amarezza nella reazione del procuratore di San Marco, Pierpaolo Campostrini, che un’altra volta ha dovuto assistere impotente alla violenza dell’acqua sui marmi e i mosaici policromi della Basilica. «Siamo stati a un pelo dal disastro. Superato il metro e 65 cm l’acqua è entrata, ha allagato il pavimento e rompendo le finestre è finita nella cripta, allagandola».
ZAIA PARLA DI «DEVASTAZIONE APOCALITTICA»
Sgomento anche il presidente del Veneto, Luca Zaia, che ha parlato di «una devastazione apocalittica e totale. Non esagero con le parole, l’80% delle città è sott’acqua, danni inimmaginabili, paurosi».
Gli imprenditori e le associazioni che fanno grande questa regione ci chiedono che si blocchino mutui e contributi
Luigi Di Maio
Il ministro degli esteri e leader del Movimento 5 stelle, Luigi Di Maio, ha annunciato una moratoria per famiglie e imprese. «Venezia è sommersa come mai prima d’ora. Qui è a rischio la vita delle persone, i beni culturali dal valore inestimabile. Gli imprenditori e le associazioni che fanno grande questa regione ci chiedono che si blocchino mutui e contributi. A questa richiesta dobbiamo rispondere subito».
VERIFICHE SUL PATRIMONIO CULTURALE
Dal canto suo il ministro della Cultura Dario Franceschini «ha attivato sin dalle prime ore di allerta a Venezia l’unità di crisi per la verifica e la messa in sicurezza del patrimonio culturale».
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Per i grillini è una misura chiave: «Non si gioca su un aspetto così fondamentale». Ma i renziani vogliono togliere l'inasprimento delle pene: «Servono altri strumenti come la fatturazione elettronica». Lo scontro.
Il tintinnio di manette agli evasorista dividendo la maggioranza, ancora una volta. Da una parte c’è Italia viva di Matteo Renzi, che vuole cancellare l’inasprimento delle pene per i grandi evasori. Tanto che l’ex rottamatore è stato dipinto come “San Matteo patrono degli evasori” in prima pagina su il Fatto Quotidiano, giornale vicino ai cinque stelle. Dall’altra parte infatti c’è proprio il Movimento, che tramite le parole del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha ribadito che «non si possono fare passi indietro» e non si possono trovare «soluzioni di compromesso».
ANCHE LIBERI E UGUALI CON I GRILLINI
Il blog del M5s ha poi confermato: «Italia viva è la stessa forza politica che ha partecipato ai vertici di maggioranza che hanno chiuso l’accordo. Noi non crediamo che si possa “giocare” su un aspetto così fondamentale». Anche Liberi e uguali (Leu) ha difeso le manette agli evasori. Nicola Fratoianni ha attaccato: «Iv dice che spaventano chi vuole investire? No, è l’evasione fiscale che spaventa chi fatica per pagare le tasse».
Rosato dice che le manette agli evasori vanno evitate perché spaventano chi vuole investire. Che vuol dire? Piuttosto è vero che l’evasione fiscale spaventa e fa incazzare chi fatica per lavorare e pagare le tasse fino all’ultimo cent. Basta fesserie.#evasionefiscale#manovrahttps://t.co/zA8gOoYu4Y
La tensione è rimasta alta anche fra Partito democratico, che difende la manovra, e Italia viva, che non perde occasione per criticarla. Il capogruppo dem al Senato Andrea Marcucci ha detto: «Il mio obiettivo è battere la destra sovranista. Al contrario di Renzi, io penso e spero che Pd e Iv possano convivere pacificamente».
Non vogliamo che un imprenditore che subisce un accertamento si ritrovi in carcere o veda la propria azienda sequestrata
Luigi Marattin di Italia viva
Luigi Marattin, vicepresidente dei deputati di Iv, ha spiegato che per combattere l’evasione servono nuovi strumenti, come la fatturazione elettronica, la trasmissione telematica dei corrispettivi, l’incrocio di banche dati e non rischiare che «un imprenditore che subisce un accertamento si ritrovi in carcere o veda la propria azienda sequestrata».
GLI ASSORBENTI RESTANO CARI
Intanto fra i 300 emendamenti al decreto legge Fisco finiti sotto la scure della commissione Finanza ce ne sono alcuni che avevano una certa carica simbolica. Come quello presentato da una trentina di deputate di maggioranza e opposizione, prima firmataria Laura Boldrini (Pd), per ridurre l’Iva sugli assorbenti dal 22% al 10%. E quello del M5s che prevedeva agevolazioni per l’acquisto di airbag per motociclisti.
IL NODO DELLA STRETTA SU APPALTI E SUBAPPALTI
Uno dei punti più criticati del dl fisco è l’articolo che introduce una stretta su appalti e subappalti per limitare l’elusione. Il governo starebbe valutando di aggiustare il tiro come proposto da un emendamento del Pd, che prevede una comunicazione alle Entrate con tutti i dati di contratto di appalto e subappalto, controlli mirati e, per alcune violazioni, anche una pena fino a 5 anni.
QUOTA 100 SULLE PENSIONI RIMANE COSÌ
Altro tema di discussione in maggioranza è Quota 100 sulle pensioni, introdotta dal governo gialloverde. Il ministro del Lavoro Nunzia Catalfo ha ribadito: resta così.
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