Il botta e risposta tra Salvini e Suso sui social network

Il leader della Lega: «Speriamo che Babbo Natale ti porti un po' di grinta». La replica dell'attaccante del Milan: «A te la voglia di amministrare meglio».

Gli auguri di compleanno (polemici) di Matteo Salvini non li ha proprio digeriti. Suso, attaccante spagnolo del Milan che il 19 novembre ha compiuto 26 anni, ha risposto senza peli sulla lingua al leader della Lega, che sull’account Instagram del club rossonero gli aveva scritto: «Auguri! Nella speranza che Babbo Natale ti porti un po’ di velocità, di grinta e di voglia di giocare».

Ecco la replica del giocatore: «Grazie. Nella speranza che Babbo Natale ti porti un po’ di velocità, di grinta e di voglia di amministrare meglio, molto meglio, un Paese che amo».

IL LEGHISTA SI SCONTRÒ ANCHE CON GATTUSO

Non è la prima volta che Salvini, tifoso del Milan, mette becco pubblicamente nelle vicende della sua squadra del cuore, ricavandone ulteriore visibilità. Tutti ricordano il duro scambio di battute con Gennaro Gattuso nel 2018.

VECCHIE FRECCIATINE SUI CAMBI

Il leghista, in tribuna all’Olimpico per assistere a Lazio-Milan, aveva lanciato una frecciatina all’allora tecnico rossonero: «Fossi stato in lui avrei fatto qualche cambio, i giocatori erano stanchi, non capisco per quale motivo non abbia cambiato qualcosa nel secondo tempo. Comunque va bene così».

L’ALLENATORE: «PENSI ALLA POLITICA»

E Gattuso di rimando: «Salvini si lamenta perché non ho fatto cambi? Sentite, io non parlo di politica perché non capisco nulla. A lui dico di pensare alla politica perché con tutti i problemi che abbiamo nel nostro Paese, se il vicepremier parla di calcio significa che siamo messi male».

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Lo zampino di Malagò dietro le dimissioni di Micciché

Il presidente della Lega di Serie A ha lasciato per le voci sull'irregolarità della sua elezione del 2018. Sulla quale aveva messo il timbro il n.1 del Coni. Un modo per evitargli conseguenze? Tutte le ombre su una vicenda politica che mina la credibilità dello sport italiano.

Dimissionario causa voci. È una bizzarra motivazione quella accampata da Gaetano Micciché per mollare a razzo la poltrona di presidente della Lega di Serie A, occupata da marzo 2018. Nella tambureggiante dichiarazione con cui ha reso noto l’addio alla presidenza, Micciché ha gridato la sua indignazione per le “indiscrezioni” giornalistiche sul suo conto. Relative alla chiusura delle indagini condotte dalla procura della Figc, capitanata dal dottor Giuseppe Pecoraro, riguardo all’elezione di un anno e mezzo fa.

NON ANCORA ARRIVATO IL DEFERIMENTO

Di fatto, l’ormai ex presidente si è dimesso non perché la sua elezione sia già stata considerata irregolare al termine di un procedimento della giustizia sportiva, e nemmeno perché egli abbia già ricevuto una notizia di deferimento. Nossignori, si è dimesso ancora prima di tutto ciò. Cioè quando “pare che” il documento conclusivo dell’istruttoria, come riferito da un articolo pubblicato nell’edizione del 16 novembre da Il Messaggero e firmato da Emiliano Bernardini, sia prossimo a planare sulla scrivania del presidente federale Gabriele Gravina. E sembra proprio di rivedere Massimo Troisi, nella scena in cui diceva che avrebbe confessato di tutto e di più se soltanto “forse” avessero minacciato di torturarlo.

QUEL PASTICCIACCIO BRUTTO DELL’ELEZIONE

Meglio bruciare le tappe e farsi da parte prima che la macchia arrivi. È questo il senso più rilevante di un comunicato altrimenti stilato secondo il mood che potremmo definire “Micciché fa cose”: le misure prese, i dossier portati avanti nel corso di un anno e mezzo, persino il numero delle riunioni tenute dall’Assemblea dei soci e dal Consiglio. Una lista di “realizzazioni” che ognuno potrà valutare come gli pare, ma che comunque in nessun modo scalfisce il problema da cui derivano l’inchiesta della procura federale e le conseguenti dimissioni: il pasticciaccio brutto di un’elezione che, a quel modo, non s’aveva da fare.

Il presidente del Coni, Giovanni Malagò.

UN PROBLEMA DI CONFLITTO DI INTERESSI

Micciché vi arrivava infatti in condizioni di conflitto d’interessi a causa della sua posizione di componente del consiglio d’amministrazione di Rcs. E dunque del suo rapporto col presidente del Torino, Urbano Cairo, che è anche componente dell’assemblea da cui Micciché è stato eletto presidente di Lega. Per consentirne l’ascesa alla presidenza si è approntata una modifica ad personam dello statuto Figc che comanda l’elezione all’unanimità. Ciò che ufficialmente è avvenuto, durante un’assemblea presieduta dal commissario straordinario Giovanni Malagò (presidente del Coni nonché grande sponsor di Micciché), nel corso della quale il presidente della Juventus, Andrea Agnelli, si sarebbe spinto a chiedere l’elezione per acclamazione.

Urbano Cairo, presidente del Torino.

QUALCUNO HA MESSO SCHEDE BIANCHE NELL’URNA?

Ma nei fatti vi è davvero stata unanimità? O un paio di manine hanno depositato delle schede bianche nell’urna? Da questo interrogativo è partita l’indagine della procura federale. La cui conclusione (per il momento ancora ufficiosa, va ribadito) ha suggerito a Micciché di sposare il principio secondo cui la miglior difesa è la fuga. Ma come mai una decisione repentina al punto da sembrare improvvida?

Come sia andata l’elezione di Micciché è sotto gli occhi di tutti


Giovanni Malagò

Giovanni Malagò, a poche ore dalle dimissioni dell’ex presidente di Lega, ha detto: «Come sia andata l’elezione di Micciché è sotto gli occhi di tutti». Una frase da interpretarsi attraverso l’uso di diversi registri, cominciando con quello letterale. E giusto il registro letterale spinge a chiedersi: quali sarebbero questi “occhi di tutti”? Il presidente del Coni, nonché commissario di Lega sotto la cui reggenza si è consumato il pasticciaccio, farebbe bene a sciogliere l’interrogativo. I suoi, di occhi, hanno visto di sicuro. E resta da capire se al momento topico non si siano anche chiusi, o abbiano virato altrove.

gaetano micciché dimissioni presidente lega seriea
Gaetano Micciché.

STOPPATO IL RISCHIO DI “EFFETTI COLLATERALI”

Di certo il sempre più malconcio capo dello sport italiano sa di trovarsi sulla linea del fuoco. L’elezione di Micciché nel marzo 2018 porta il suo timbro, e costituisce motivo di pubblico vanto quando si tratta di ricapitolare il senso della sua missione da commissario della “Confindustria calcistica”. Del resto anche lui ha il personalissimo mood “Malagò fa cose”. Peccato che in questo caso la cosa fatta rischi di tornargli addosso tipo boomerang. Perché il presidente del Coni ha messo il marchio su un’elezione che dall’inchiesta della procura federale potrebbe essere etichettata come irregolare. E da lì in poi cosa succederebbe? Soprattutto, ciò che sta al centro del più dirimente fra gli interrogativi che si rincorrono in queste ore: le dimissioni di Gaetano Micciché hanno forse lo scopo di arrestare i possibili effetti collaterali, leggi alla voce “conseguenze per Malagò”?

VOCI SU UN PRANZO PRE-DIMISSIONI A MILANO

Se lo è chiesto Antonello Valentini, che essendo stato segretario generale della Figc è capace di leggere certe dinamiche. In un post scritto su Facebook nell’immediato dell’annuncio fatto da Micciché, Valentini ha dato una sua lettura dei fatti certamente degna di attenzione. A suo giudizio, dietro quelle dimissioni vi sarebbe proprio lo zampino di Malagò. Di più: la decisione sarebbe maturata nel corso del pranzo che i due hanno condiviso a Milano, poco prima che Micciché offrisse sul piatto la testa di se medesimo perché ossessionato dalle “voci”.

MISTERO BUFFO CHE MACCHIA LO SPORT ITALIANO

Un tentativo più o meno disperato, da parte del presidente dello sport italiano, per salvarsi? Non sappiamo, poiché si parla di cose che sotto gli occhi di tutti non sono. E ci auguriamo anche che il mistero buffo intorno alla vicenda non rimanga tale, e che le dimissioni di Micciché non abbiano l’effetto “saldo e stralcio” sull’intera vicenda. Perché le responsabilità di una situazione così grottesca vanno fatte scontare fino in fondo e a chicchessia. Ne va della credibilità dello sport italiano, o di ciò che ne rimane.

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Renzi apre a Salvini ma solo se «si sposta al centro»

L'ex segretario dem ospite a Porta a Porta ha scherzato con Vespa sulla possibile alleanza al centro con il leader della Lega: «Mai dire mai...»

Una boutade, ma forse neanche troppo. È quella che Matteo Renzi ha lanciato rispondendo a Bruno Vespa e Paolo Mieli durante Porta a Porta. «Salvini cercherà di spostarsi al centro», ha spiegato l’ex segretario dem. «Iv è una calamita e porterà a una polarizzazione al centro, scommetto che la prossima sfida dei prossimi due-tre anni non sarà degli estremismi ma al centro», poi il colpo: «Un’alleanza con Salvini al centro? Mai dire mai…credo proprio che vedere Vespa con il popcorn vale il prezzo del biglietto».

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Un sistema a punti per rimborsare chi paga con carte e bancomat

Per i più "virtuosi" il cashback potrebbe arrivare fino a 2 mila euro. Come cambia il decreto fiscale con la conversione in legge.

Un sistema a punti per rimborsare chi effettua pagamenti digitali, che premierà di più chi paga con carte di credito e bancomat il meccanico o l’idraulico rispetto a chi usa questi metodi per fare la spesa al supermercato.

Con la conversione in legge del decreto fiscale, il governo sta predisponendo una delle misure-chiave per promuovere la moneta elettronica, che potrebbe fruttare ai più “virtuosi” fino a 2 mila euro di cashback.

La riforma partirebbe a luglio, dunque entrerebbe in vigore nella seconda parte del 2020.

LEGGI ANCHE: Dalla plastic tax all’Imu, raffica di emendamenti alla manovra

IL PD CHIEDE DI AZZERARE LE COMMISSIONI BANCARIE PER LE PICCOLE TRANSAZIONI

La spinta passerà anche per «tagli drastici» alle commissioni bancarie, come promesso dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. Il Pd, con un apposito emendamento, ha chiesto addirittura di azzerarle entro i 15 euro.

I RITOCCHI SULLE MISURE ANTI-EVASIONE

Tra le modifiche più attese al decreto fiscale ci sono anche quelle che riguardano il carcere per i grandi evasori, ovvero per chi evade più di 100 mila euro. Per il premier Giuseppe Conte si tratta di una «battaglia di giustizia sociale», ma Italia viva ne aveva chiesto l’abolizione. Di sicuro sarà rivista la normativa sulle ritenute negli appalti e qualche ritocco potrebbe arrivare anche sulle indebite compensazioni.

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Greggio sì, Segre no: la strana concezione di cittadinanza onoraria di Biella

Premiato il popolare conduttore una settimana dopo il rifiuto di dare il riconoscimento alla senatrice a vita sopravissuta ai lager nazisti. Il Pd: «Ridicola provocazione». Il sindaco è Corradino, della Lega.

Una sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti e sentatrice a vita sotto scorta no. Un popolare conduttore televisivo sì. Strane le scelte del Comune di Biella in tema di cittadinanza onoraria. La proposta di darla a Liliana Segre è stata rifiutata, mentre Ezio Greggio dopo una settimana l’ha ottenuta. La decisione è stata presa con l’approvazione di una delibera della Giunta di centrodestra: il sindaco è il leghista Claudio Corradino, eletto a giugno del 2019.

Segre no, Greggio sì dopo una settimana. La tempistica è da brivido. Una ridicola provocazione


Paolo Furia del Pd piemontese

Greggio si unisce così a una cerchia ristretta di personalità del territorio che si sono particolarmente distinte in diversi ambiti, come lo stilista Nino Cerruti e l’artista Michelangelo Pistoletto. Contro l’iniziativa però si è scagliato Paolo Furia, segretario regionale del Partito democratico in Piemonte: «Non c’è nulla di male di per sé», ha scritto su Facebook, «in un titolo di onorificenza a Ezio Greggio; ma la tempistica è da brivido. Farlo esattamente la settimana dopo aver bocciato la richiesta di dare la cittadinanza onoraria a Liliana Segre (ex deportata a Auschwitz, cui sono state date minacce antisemite nelle ultime settimane), è una ridicola provocazione».

RICONOSCIMENTO PER LA CARRIERA E IL SOCIALE

Le motivazioni che hanno indotto il sindaco Corradino a offrire a Greggio il riconoscimento sono legate alla carriera, all’impegno rivolto al sociale e al forte legame mantenuto con la città natale, Cossato. «Si conferisce a Ezio Greggio», è il testo, «il titolo di cittadino onorario per la popolarità televisiva come conduttore, giornalista, attore e regista; per il suo costante impegno attraverso l’associazione “Ezio Greggio per i bambini prematuri“; per aver contribuito a diffondere in Italia e nel mondo il nome di Biella». Il sindaco, dopo l’elezione nel 2019, fece a piedi un percorso fino al Santuario di Oropa a Biella per ringraziare la Madonna. La Segre percorse a piedi la “marcia della morte”, dopo l’evacuazione del lager, da Auschwitz fino a Ravensbrück: circa 600 chilometri. Distanze diverse, storie diverse, spessore umano diverso.

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Chi sono le Sardine, il movimento dei flash mob contro Salvini

Il gruppo è nato in opposizione all'ex ministro dell'Interno e alla sua candidata alle elezioni regionali dell'Emilia-Romagna, Lucia Borgonzoni. Ma ora il gruppo ha varcato i confini della regione e ha messo in programma decine di manifestazione in altrettante piazze italiane. Tra cui Milano.

Si chiamano Mattia, Andrea, Giulia e Roberto i quattro giovani poco più che trentenni che hanno dato il via al movimento delle sardine, il gruppo di protesta che a Bologna ha portato in piazza Maggiore 14 mila persone e a Modena oltre 6 mila. L’obiettivo iniziale era quello di battere nei numeri l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini, radunando in piazza un numero di persone più alto di quello raggiunto nel suo comizio al PalaDozza. Tuttavia, dopo il risultato raggiunto, altre piazze hanno risposto all’appello contro il segretario leghista. La prima è stata Modena, con la manifestazione di lunedì 18 novembre. E sono pronte Reggio Emilia, il 23, Rimini, il 24. E poi Parma, il 25, Genova, il 28, Firenze, il 30, Torino e Milano che si sta organizzando per domenica primo dicembre.

LA PRIMA ORGANIZZAZIONE

Tutto è nato da un’idea del 32enne bolognese Mattia Santori, laureato in Scienze politiche e istruttore di frisbee. Ad aiutarlo i tre amici ed ex coinquilini conosciuti ai tempi dell’università: Andrea Gareffa, guida turistica, Roberto Morotti, ingegnere e Giulia Trappoloni, fisioterapista. La protesta di Bologna, organizzata nell’arco di appena sei giorni, ha coinvolto 14 mila persone. I ragazzi hanno promosso l’iniziativa sia tramite i social, Facebook in particolare, sia personalmente, grazie al volantinaggio e alla distribuzione di piccoli ritagli di cartone a forma di sardina.

LA REGISTRAZIONE DEL MARCHIO

Il nome “sardine”, che è stato in seguito registrato come marchio, è stato scelto per il suo valore simbolico: la sardina è un pesce piccolo e indifeso, ma che spostandosi in gruppo riesce a “fare massa”.

LE SARDINE DI BOLOGNA

A Bologna le sardine erano 14 mila. La protesta è stata pacifica e rispettosa, ma anche fortemente critica, sia nei confronti del segretario leghista Matteo Salvini sia nei confronti della sua candidata alle regionali dell’Emilia-Romagna, Lucia Borgonzoni. Per scelta dei quattro organizzatori non sono state esposte bandiere di partito né simboli di altro genere, tuttavia molti politici di sinistra hanno fatto i complimenti e mostrato solidarietà nei confronti dei manifestanti.

LE SARDINE DI MODENA

Dopo Bologna, è venuta la protesta di Modena, per la quale lunedì 18 novembre si sono raccolte in piazza Grande tra le 6 e le 7 mila persone. Inizialmente il flash mob era previsto in piazza Mazzini, ma a causa dell’alto numero di adesioni il punto di ritrovo è stato modificato. Ad organizzarlo sono stati gli studenti di ingegneria Jamal Hussein e Samar Zaoui.

LE SARDINE DI PARMA

La terza manifestazione in programma per le sardine è quella di Parma, prevista per lunedì 25 novembre in piazza Duomo. L’appuntamento, che è stato rilanciato da molte personalità politiche e dall’Anpi locale, ha ricevuto il plauso anche del sindaco della città, Federico Pizzarotti, che ha così commentato l’iniziativa: «Quattro semplici ragazzi hanno sconfitto la grande macchina del populismo, la “Bestia“, la paura, i numeri, l’organizzazione e gli staff. Hanno spezzato da soli ogni singolo schema».

LE SARDINE DI GENOVA

Il flash mob delle sardine genovesi è in programma per giovedì 28 novembre in piazza De Ferrari e ha già raccolto, sui social, oltre 4 mila adesioni. L’organizzatore, che si chiama Roberto Revelli ed è un educatore impegnato nel sociale, ha stabilito che le modalità di partecipazione saranno esattamente le stesse di Bologna, ossia: «Nessun insulto, nessun simbolo, nessun partito».

LE SARDINE DI FIRENZE

A Firenze le sardine scendono in piazza il 30 novembre, in occasione della visita del leader leghista per l’apertura della campagna elettorale (per le amministrative) in Toscana. A guidare la manifestazione il 21enne Bernard Dika, di origini albanesi con un passato da militante nel Partito democratico.

LE SARDINE DI TORINO

La manifestazione di Torino non ha ancora una data, ma ha già raccolto l’adesione di oltre 20 mila persone. Uno degli organizzatori, Paolo Ranzani, sull’argomento ha dichiarato: «Agite di testa e non di pancia, distinguetevi. Non cercate di ragionarci, vi porterebbe nel campo dell’ignoranza. A tutti gli altri: grazie, siete delle sardine bellissime».

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La marcia delle Sardine

Il movimento su Facebook: «Circa 40 piazze pronte a reagire spontaneamente alla retorica del populismo». Poi la denuncia: «Veniamo diffamati ogni giorno da alcuni media». I prossimi appuntamenti a Reggio-Emilia, Rimini e Parma. Lavori in corso per Firenze e Milano.

Adesso che anche Matteo Salvini vuole andare in mezzo a loro, magari per provocarle, i prossimi appuntamenti delle Sardine – il movimento nato da Mattia Santori, Andrea Garreffa, Roberto Morotti e Giulia Trappoloni, che ha portato in piazza Maggiore a Bologna 12 mila persone a altre 9 mila in piazza Grande a Modena – si annunciano particolarmente “caldi”.

Le piazze fanno paura.Perché sono piene di gente.Perché sono libere.Perché hanno rovinato il tappeto rosso che la…

Posted by 6000sardine on Tuesday, November 19, 2019

«Oggi ci sono circa 40 piazze pronte a reagire spontaneamente alla retorica del populismo con la creatività e il sorriso sulle labbra», scrivono su Facebook i promotori, avvertendo però che sui social network «si moltiplicano gli account falsi che approfittano dell’immagine delle Sardine per seminare odio e sminuire il potente messaggio che le piazze stanno lanciando».

Sabato 23 novembre toccherà a Reggio-Emilia, dove è in programma un flash mob sebbene non sia prevista una visita elettorale del leader della Lega. Nella città emiliana il leader del Carroccio ha già fatto tappa il 9 novembre. L’appuntamento è alle 18.30 in Piazza Prampolini, davanti al Municipio, cuore del centro storico reggiano.

Mentre domenica 24 novembre le Sardine si sposteranno a Rimini, dove Salvini inaugurerà una nuova sede della Lega. «La Vecchia Pescheria si trasformerà in una fucina di creatività e resistenza. Sarà arte e libertà, anarchia e potenza, sarà follia e bellezza. Nessuna bandiera, nessun insulto, nessuna violenza. Perché fa più rumore un mare in silenzio che un pirata che urla. Salvini e la sua macchina del marketing hanno già dichiarato che il capitan Pesce Palla verrà in piazza a “conoscere” le sardine. Quindi oltre alla vostra sardina preparate un bel pesce palla da ragalargli. E poi giù di selfie così è contento. Tutto rigorosamente in silenzio. Lui non capirà, ma non importa».

Il 25 novembre sarà la volta di Parma, ma il movomento sta lavorando anche a un flash mob il 30 novembre a Firenze. Si punta anche all’Umbria e sempre su Facebook è spuntata una pagina «Le sardine di Milano». Una data ufficiale ancora non c’è, ma gli aderenti crescono rapidamente. Come quelli di Torino, che si avviano a superare quota 20mila.

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Renzi dice che le elezioni consegnerebbero il Paese alla Lega

Il leader di Italia viva torna a parlare in un'intervista al Corsera e manda un messaggio al Pd: «Non credo vogliano andare contro gli interessi dei loro elettori».

«Andare a votare oggi significa regalare a Salvini il Paese, il Quirinale, i pieni poteri. E come se non bastasse significa lasciargli Emilia, Toscana e Lazio». È il messaggio che Matteo Renzi manda ai dem: «Può darsi» – afferma in un’intervista al Corriere della Sera – «che questa sia la decisione autolesionista di parte del gruppo dirigente del Pd. Ma non credo sia l’interesse degli elettori del Pd, oltre che dei cittadini italiani».

«SERVE UN PIANO CHOC PER SBLOCCARE I CANTIERI»

Renzi dice di non temere le elezioni, «ma faremo di tutto per eleggere un presidente della Repubblica non sovranista. Questa è la nostra sfida. E Italia viva la vincerà». Dopo la manovra il governo avrà bisogno di una verifica? «Verifica, tagliando: mi sembrano espressioni vecchie, da prima repubblica e comunque il tema non mi riguarda» – risponde – «noi di Italia viva pensiamo che dopo la manovra serva il piano Italia choc per sbloccare i cantieri, non il rimpasto».

«LE RISORSE CI SONO»

«La situazione italiana è seria» e «noi» – rilancia Renzi – «proponiamo di sbloccare i 120 miliardi di euro che sono fermi nei cassetti attraverso l’utilizzo di procedure straordinarie come abbiamo fatto a Milano con l’Expo». E a chi rileva che queste risorse non ci sono, replica: «Conosco i numeri. Sono pronto a un duello all’americana in tivù o in un centro studi, con chiunque dica che manchino i soldi». Quindi si rivolge a Conte: «Fossi il premier cercherei di valorizzare le idee di Italia viva». L’appello del premier ai gruppi per evitare l’aumento di tasse? «Ben fatto, bravo. Quando lo dicevamo solo noi, in beata solitudine, ci consideravano i pierini della maggioranza».

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Biennale di Venezia, Paolo Baratta spera nella proroga

Il governo non ha ancora trovato un accordo per designare il successore alla presidenza dell'ente. La palla ora è in mano al ministro dei Beni culturali Dario Franceschini che deve fronteggiare pressioni e desiderata. Tra i pretendenti, Evelina Christillin, Stefano Boeri e Roberto Cicutto.

Come per Invitalia, Sace, le autorità per le Tlc e la Privacy, l’Auditorium di Roma e altre numerose società pubbliche, si avvia verso una proroga anche la presidenza della Fondazione Biennale di Venezia, tre le più importanti e internazionali istituzioni culturali del Paese. 

NESSUN ACCORDO PER DESIGNARE UN SUCCESSORE

Il governo, che in questo momento per la verità ha ben altre gatte da pelare, non è stato ancora in grado di trovare all’interno della maggioranza che lo sostiene un accordo per designare il successore di Paolo Baratta, per due mandati presidente dell’ente veneziano e ora per legge non più ricandidabile. Se ne occuperà, come spesso capita, all’ultimo momento? Difficile che ciò accada. Più facile invece ricorrere a una soluzione all’italiana, ovvero quella della prorogatio

PRESSING SU DARIO FRANCESCHINI

Così, salvo sorprese dell’ultima ora, la Biennale resterà almeno per un altro anno sotto la saggia e abile guida di uno dei più stimati commis di Stato, già pluriministro in governi della Prima Repubblica e in terra veneta sostenuto con decisione dal sindaco di Venezia di area forzista Luigi Brugnaro, e dal presidente della Regione Veneto, il leghista Luca Zaia. Tuttavia sono in molti che scalpitano per la prestigiosa presidenza e premono soprattutto sul ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, affinché inizi una procedura complessa che prevede, dopo la designazione del ministro, il via libera del Consiglio dei ministri e il parere delle competenti commissioni di Camera e Senato.

I PRETENDENTI: DA CHRISTILLIN A BOERI E CICUTTO

In fondo, dicono i pretendenti, il rapporto della Biennale con Baratta (che ha appena compiuto 80 anni) è già durato abbastanza. L’economista che fu tra l’altro vicepresidente del Nuovo banco ambrosiano e dell’Abi, è stato infatti per ben due volte e in periodi diversi alla guida dell’istituzione lagunare. La prima dal 1998 al 2001, su indicazione di Walter Veltroni, all’epoca ministro dei Beni culturali del governo Prodi. La seconda dal 2008 a oggi, nonostante il governo Berlusconi avesse dato indicazione per sostituirlo con Giulio Malgara. Ora la palla è in mano a Franceschini, che deve fronteggiare pressioni e desiderata di quanti ambiscono a quella poltrona a Ca’ Giustinian. Che fa gola, per esempio, a Evelina Christillin, regista delle olimpiadi torinesi poi presidente del Teatro Stabile della città e ora dell’Enit, a Stefano Boeri, il fiammeggiante architetto di area piddina padre del milanese Bosco verticale, e a Roberto Cicutto, presidente dell’Istituto Luce e già fondatore della casa di distribuzione cimematografica Mikado. Più altri esperti di arte, musica e  cinema che al ministero occhi indiscreti in vista della scadenza segnalano agitarsi.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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«Eccoci», quel vecchio titolo dell’Unità che serve al Pd

Dopo la svolta a sinistra di Zingaretti, il partito deve seminare senza avere fretta, rimanendo attento al disagio sociale, al lavoro e ai diritti civili. Solo così riconquisterà il suo popolo.

Vedremo presto se la svolta a sinistra del Pd porterà i suoi frutti nei prossimi sondaggi.

L’assemblea di Bologna ha avuto una buona stampa e univocamente è sembrato a tutti gli osservatori che il Pd di Nicola Zingaretti, ma con alla regia Gianni Cuperlo, abbia voluto lanciare un segnale forte all’Italia che ha votato a sinistra e che tuttora vota a sinistra.

Avrei aggiunto ai punti sui diritti civili – cioè l’ abolizione delle leggi Salvini e l’approvazione di quelle favorevoli agli immigrati – un bel pacchetto di misure per il lavoro, a cominciare da emendamenti che rendano più forte l’iniziativa sullo scudo fiscale. Tuttavia penso che questo accadrà.

MATTEO RENZI PUÒ RAGGIUNGERE UN 4-5% CON ITALIA VIVA

Tutto a posto, dunque? Ovviamente no, il passaggio che aspetta il Pd è quello più difficile ora. Si tratta di tradurre in iniziative sul territorio e in organizzazione di eventi politici tutto quel ben di dio di intenzioni e di ragionamenti operosi. Come si diceva una volta, ora tocca alla prassi. Le polemiche di Matteo Renzi e dei renziani contano poco. È lui che se ne è andato, e con lui che sono andati via gli e le esponenti del Pd che più sono state premiate/i dalla sua gestione, tutti loro vorrebbero fare un rassemblement di destra-sinistra.

Se a Renzi riesce di prendere un po’ di voti a destra è grasso che cola. Non accadrà

Vedo un po’ debole il fianco sinistro, ma se gli riesce di prendere un po’ di voti a destra è grasso che cola. Non accadrà. La destra ha già casa sua, ne ha addirittura tre. Il fascino renziano dovrebbe accecare l’ala più moderata della destra e quella più moderata della sinistra. A occhio e croce stiamo parlando di un 4-5% elettorale, da non buttar via, che tuttavia non cambierà la fisionomia politica del Paese.

A DESTRA SOLO ODIO, IL PD DEVE RICOSTRUIRE SENZA FRETTA

Il Pd, invece, deve radicalizzare in modo netto, senza ricorrere al stigma del fascismo, la propria contrapposizione a una destra che le uniche idee le prende dal mercato dell’usato, che è tornata a tuonare contro neri e migranti, che è piena di giornalisti che nei talk show fanno a gara a dire stronzate. È in atto la più straordinaria operazione di brutalizzazione della politica. Se non ci fossero Maurizio Crozza e altri comici a far sorridere ci sarebbe da preoccuparsi ad ascoltare un mare di menzogne e una quantità belluina di incitamenti all’odio. Credo che arriverà un tempo in cui la destra pagherà questa stagione di follia.

L’intervento del segretario nazionale del Partito democratico Nicola Zingaretti alla convention del Pd a Bologna il 17 novembre.

Il Pd deve essere tutt’altra cosa. Fermo, rigorosamente legato alle istituzioni, movimentista di fronte al disagio sociale e nelle lotte per la difesa delle fabbriche (a cominciare dall’Ilva), deve insomma seminare senza avere fretta. Non sappiamo se il raccolto toccherà al Pd che Zingaretti e Cuperlo hanno riportato a sinistra o a un altro soggetto del tutto nuovo. È fondamentale che l’impressione di questi giorni si consolidi. Vi ricordate il bellissimo titolo che fece il capo-redattore del l’Unità Carlo Ricchini nel numero del quotidiano che accolse gli operai per la grande manifestazione e che Enrico Berlinguer aveva tra le mani? Diceva semplicemente: «Eccoci». Non dimenticatelo, diceva solo «eccoci». Era tanta roba allora, lo è di più oggi.

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Salvini è indagato per il caso Open Arms

Secondo Repubblica, le ipotesi di reato sono sequestro di persona e omissione d'atti d'ufficio. L'allora ministro si oppose allo sbarco di 164 migranti. Otto mesi fa il caso Diciotti, quando il leader leghista fu salvato dal parlamento (e dal M5s).

Matteo Salvini è indagato per il caso Open Arms. Secondo quanto riporta Repubblica, la procura di Agrigento ha aperto un fascicolo sul leader leghista, all’epoca dei fatti ministro dell’Interno, con le ipotesi di reato di sequestro di persona e omissione d’atti d’ufficio. I pm hanno passato il fascicolo alla Dda di Palermo, che ha il compito di verificare le ipotesi di reato – può confermarle, riformularle o chiedere l’archiviazione – prima del giudizio del tribunale dei ministri. Parlamento permettendo. La vicenda risale ad agosto, quando 164 migranti salvati in zona Sar libica furono costretti a restare per 20 giorni sulla nave umanitaria in mare, a mezzo miglio da Lampedusa.

A MARZO IL PARLAMENTO NEGÒ L’AUTORIZZAZIONE A PROCEDERE

«L’Autorità pubblica aveva consapevolezza della situazione d’urgenza e il dovere di porvi fine ordinando lo sbarco delle persone», scrisse allora la procura di Agrigento. Che prima del caso Open Arms indagò Salvini per una vicenda simile, quella della Diciotti. In quell’occasione, il leader leghista fu salvato dal parlamento, che negò l’autorizzazione a procedere.

Il M5s voterà convintamente affinché il governo non debba rispondere di un’azione compiuta nell’interesse dello Stato e dei cittadini

Mario Giarrusso (M5s) sul caso Diciotti

Era marzo 2019 e il Carroccio governava col Movimento 5 stelle, che prese le parti del ministro: «Annuncio con orgoglio», disse il Aula il senatore Mario Giarrusso, «che il Movimento 5 stelle, dopo aver condiviso con i cittadini e i propri iscritti questa decisione, voterà convintamente affinché il governo non debba rispondere di un’azione compiuta nell’interesse dello Stato e dei cittadini». Otto mesi più tardi, gli equilibri a Palazzo Chigi sono cambiati. E non è detto che, se il caso Open Arms dovesse arrivare in parlamento, l’epilogo sarà lo stesso.

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Salvini è indagato per il caso Open Arms

Secondo Repubblica, le ipotesi di reato sono sequestro di persona e omissione d'atti d'ufficio. L'allora ministro si oppose allo sbarco di 164 migranti. Otto mesi fa il caso Diciotti, quando il leader leghista fu salvato dal parlamento (e dal M5s).

Matteo Salvini è indagato per il caso Open Arms. Secondo quanto riporta Repubblica, la procura di Agrigento ha aperto un fascicolo sul leader leghista, all’epoca dei fatti ministro dell’Interno, con le ipotesi di reato di sequestro di persona e omissione d’atti d’ufficio. I pm hanno passato il fascicolo alla Dda di Palermo, che ha il compito di verificare le ipotesi di reato – può confermarle, riformularle o chiedere l’archiviazione – prima del giudizio del tribunale dei ministri. Parlamento permettendo. La vicenda risale ad agosto, quando 164 migranti salvati in zona Sar libica furono costretti a restare per 20 giorni sulla nave umanitaria in mare, a mezzo miglio da Lampedusa.

A MARZO IL PARLAMENTO NEGÒ L’AUTORIZZAZIONE A PROCEDERE

«L’Autorità pubblica aveva consapevolezza della situazione d’urgenza e il dovere di porvi fine ordinando lo sbarco delle persone», scrisse allora la procura di Agrigento. Che prima del caso Open Arms indagò Salvini per una vicenda simile, quella della Diciotti. In quell’occasione, il leader leghista fu salvato dal parlamento, che negò l’autorizzazione a procedere.

Il M5s voterà convintamente affinché il governo non debba rispondere di un’azione compiuta nell’interesse dello Stato e dei cittadini

Mario Giarrusso (M5s) sul caso Diciotti

Era marzo 2019 e il Carroccio governava col Movimento 5 stelle, che prese le parti del ministro: «Annuncio con orgoglio», disse il Aula il senatore Mario Giarrusso, «che il Movimento 5 stelle, dopo aver condiviso con i cittadini e i propri iscritti questa decisione, voterà convintamente affinché il governo non debba rispondere di un’azione compiuta nell’interesse dello Stato e dei cittadini». Otto mesi più tardi, gli equilibri a Palazzo Chigi sono cambiati. E non è detto che, se il caso Open Arms dovesse arrivare in parlamento, l’epilogo sarà lo stesso.

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Da Scajola a Fini, fino a Trenta: i guai immobiliari dei politici

Lo scandalo che ha coinvolto l'ex ministra della Difesa è l'ultimo di una lunga serie. Una carrellata.

C’è un filo rosso che lega legislature ed esecutivi dalla Prima alla Seconda Repubblica. E che non è stato spezzato nemmeno dal governo del cambiamento: il filo rosso degli scandali – o presunti tali – nati sulle case dei ministri e di politici. La vicenda portata alla luce dal Corsera che coinvolge l’ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta è infatti soltanto l’ultima di una lunghissima serie di casi – e di case – imbarazzanti.

LEGGI ANCHE: La procura militare indaga sulla casa di Roma dell’ex ministra Trenta

IN PRINCIPIO FU DE MITA

Questo filo rosso comincia a dipanarsi proprio dalla Prima Repubblica: nella centralissima via in Arcione, a Roma, nel settecentesco Palazzo Gentili del Drago. Agli ultimi piani dell’immobile di proprietà dell’Inpdai, l’istituto di previdenza dei dirigenti d’azienda, abitò in affitto dal 1988 (subito dopo essere divenuto presidente del Consiglio) Ciriaco De Mita. L’appartamento causò al leader democristiano una serie infinita di grane: fu accusato di godere di un canone agevolato, poi nel 1993 scoppiò lo scandalo di lavori miliardari per la messa in sicurezza dell’appartamento che, si disse, furono effettuati con i fondi del Sisde. Nel 2011 la famiglia De Mita acquistò l’immobile e anche in quell’occasione ci fu chi contestò aspramente il prezzo pagato, ben al di sotto – era l’accusa – del valore di mercato.

DA D’ALEMA A VELTRONI FINO A CALDEROLI

Quella di De Mita fu solo l’anticipazione dell’Affittopoli romana scoppiata negli Anni 90 che coinvolse anche Massimo D’Alema. L’allora segretario Pds occupava un immobile dell’Inpdap a Porta Portese, pagando un affitto calmierato di 633 mila lire al mese (in seguito si parlò di canoni più elevati, circa 1 milione di lire). D’Alema, benché sostenne sempre di aver occupato la casa in modo legittimo e senza favoritismi, dovette lasciarla. Durante il Maurizio Costanzo Show dichiarò: «Il segretario di un grande partito popolare non può esporsi al sospetto». D’Alema non fu l’unico politico coinvolto. Walter Veltroni finì nel mirino per un appartamento che suo padre Vittorio aveva affittato nel 1946 dall’Inpdai. Walter Veltroni ci tornò nel 1994 e, quando scoppiò Affittopoli, chiese un adeguamento del canone: 1 milione di lire al mese. Ma i giornali non mollarono l’osso. Nel 2012 Libero scrisse infatti che Veltroni era riuscito ad acquistare l’appartamento a meno di 2 mila euro al metro quadrato, «contro i 5.700 che chiedono oggi nella stessa via».

L’AFFITTO POPOLARE DI RENATA POLVERINI

Partito che vai, affitto agevolato che trovi. Nel 2011 era stata la volta di Renata Polverini, allora governatrice della Regione Lazio. Per 15 anni (dal 1989 al 2004) aveva abitato con l’allora marito Massimo Cavicchioli in una casa popolare dell’Ater a San Saba, poco lontana dal Circo Massimo. Zona di lusso, ma canone irrisorio: 380 euro al mese, poi maggiorato per effetto delle sanzioni elevate agli abusivi. Cavicchioli risultava infatti «occupante abusivo non sanabile» dalla morte nel 1989 della reale titolare del contratto, la nonna, e le sue entrate non gli consentirono di vivere nell’alloggio popolare. Fu sfrattato nel 2013.

CALDEROLI E LA VISTA SUL GIANICOLO

Sollevò un caso nel 2012 anche l’appartamento affittato da Roberto Calderoli al Gianicolo, che risultò pagato con i rimborsi elettorali della Lega Nord.

LA BAT-CASA DI MORATTI JR

Nel 2013 si concluse invece con un patteggiamento (condanna a sei mesi e 4 mila euro di ammenda, convertita in 49 mila euro di multa) la vicenda che i giornali ribattezzarono «casa di Batman». Al centro dello scandalo condotte riconducibili a Gabriele Moratti, figlio della ex sindaca di Milano Letizia. Come accertarono i giudici aveva trasformato un capannone industriale alla periferia di Milano in una lussuosa abitazione ispirata appunto al quartiere generale dell’uomo pipistrello.

FINI E I GUAI DI MONTECARLO

Come non ricordare poi Gianfranco Fini e lo scandalo scoppiato nel 2010 intorno all’appartamento di Montecarlo lasciato in eredità ad Alleanza nazionale dalla contessa Anna Maria Colleoni, morta nel 1999. L’appartamento era stato venduto nel 2008 per 300 mila euro a una offshore, Printemps, che lo rivendette per 330 mila euro a una società anonima dei Caraibi, la Timara Limited. In seguito, venne affittato a Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta, compagna di Fini. Indagini su paradisi fiscali in cui risultò coinvolto anche il re delle slot Francesco Corallo contribuirono a fermare la carriera politica di Fini.

CON SCAJOLA COMINCIA LA SAGA DELL’«A MIA INSAPUTA»

Poi ci fu la casa «a sua insaputa» di Claudio Scajola. Un appartamento di 210 metri quadri con vista sul Colosseo nel pieno centro di Roma, che era costato all’allora ministro dello Sviluppo economico l’accusa di finanziamento illecito. Secondo i pm, l’imprenditore romano, Diego Anemone  – coinvolto in alcune inchieste sui lavori per il G8 della Maddalena – pagò, attraverso l’architetto Angelo Zampolini, parte della somma versata da Scajola (1,1 milioni di euro su di un totale di 1,7) per l’acquisto dell’immobile, finanziando anche di tasca propria 100 mila euro per la ristrutturazione. Lo scandalo finì per costare al potente rappresentante di Forza Italia (all’epoca tra i papabili per la successione a Silvio Berlusconi) la poltrona da ministro. Scajola venne poi assolto con formula piena per mancanza di dolo: per i giudici era davvero inconsapevole delle donazioni effettuate a suo favore dal costruttore.

NEI GUAI ANCHE I PROFESSORI DEL GOVERNO MONTI

Nemmeno il governo dei tecnici di Mario Monti si è salvato. L’agenzia Bloomberg svelò che nel 2004 l’allora ministro dell’Economia Vittorio Grilli comprò un appartamento ai Parioli a un prezzo che, secondo l’agenzia di stampa, era inferiore al suo valore di mercato: 1.065.000 euro. Dal divorzio di Grilli dalla moglie vennero fuori imbarazzanti notizie su presunti conti offshore. «Tutti conti in chiaro. Dichiarati. Su cui ho pagato tutte le tasse», replicò l’ex ministro al Sole 24 Ore. Anche Filippo Patroni Griffi, titolare del dicastero della Funzione pubblica nell’esecutivo dei tecnici finì nell’occhio del ciclone per un appartamento di proprietà dell’Inps pagato a prezzi ben al di sotto di quelli di mercato: 177 mila euro per una casa di 100 metri quadrati vicina al Colosseo. «Ma era cadente, con l’eternit sui tetti. Ho trovato il mio appartamento col cesso posto sul balconcino. Questo era il grande palazzo», si difese.

COSÌ JOSEFA IDEM PERSE IL MINISTERO

Un’altra casa fu all’origine delle dimissioni di Josefa Idem ministro delle Pari opportunità, Sport e Politiche giovanili del governo Letta. Il 19 giugno 2013 Il Fatto quotidiano pubblicò documenti dai quali si evinceva che sulla Idem pendessero quattro anni di Ici non pagata e presunte ristrutturazioni abusive. Dopo sei giorni di passione, sotto l’attacco soprattutto del Movimento 5 stelle (Beppe Grillo sul proprio blog scrisse: «Portare una canoista al governo, un po’ tedesca, è da scemi più che di sinistra»), la ministra capitolò, rassegnando le dimissioni. Mentre, sul versante erariale, la sportiva si mise in regola versando allo Stato i circa 3 mila euro dovuti.

DI PIETRO E L’INCHIESTA DI REPORT

Un presunto scandalo immobiliare, che si sciolse poi come neve al sole, costò caro ad Antonio Di Pietro, leader di Italia dei Valori. Nel novembre 2012 Report presentò un elenco di 45 proprietà sostenendo che fossero state acquistate con i soldi dei rimborsi elettorali. L’ex magistrato smontò tutte le accuse, alcune a dir poco pretestuose (45 proprietà non erano da intendersi unitarie, ma come beni accatastati facenti parte dello stesso complesso, spesso dal valore irrisorio, che andavano da porcilaie a terreni agricoli).

TAVERNA E DESSÌ: I CASI NEL M5S PRIMA DI TRENTA

Nemmeno i 5 stelle sono stati immuni da casi simili. La prima a inciampare è stata Paola Taverna. Dal 1994 la madre della senatrice pentastellata viveva in un alloggio popolare dell’Ater, a Roma est. Repubblica scoprì che la signora di fatto era abusiva, non essendo in possesso dei requisiti per l’assegnazione. Alla fine il Tar ha rigettato il ricorso presentato dalla famiglia e la donna ha dovuto lasciare la casa. Poi stato il turno di Emanuele Dessì, oggi senatore del Movimento 5 stelle che, in piena campagna elettorale fu travolto non solo dallo scandalo legato a un video in cui lo si vedeva assieme a un membro del clan di Ostia degli Spada, e dall’imbarazzo per un suo post su Facebook in cui si vantava di aver «menato un ragazzo rumeno», ma anche da una vicenda riguardante la casa popolare che occupava dietro locazione mensile di appena 8 euro, come documentò la trasmissione Piazza Pulita. «Ho una casa popolare perché sono una persona povera, perché il mio lavoro non mi porta reddito, non ho conto in banca, non ho auto», spiegò. E proprio Dessì è stato tra i primi grillini a scagliarsi contro Trenta: «Anche io conduco una vita di relazioni ma vivo in 50 metri quadri». Poi ad Adnkronos ha aggiunto: «Mi dispiace essere come al solito tirato in ballo a sproposito, perché io non credo sia la stessa cosa detenere un appartamento popolare con pieno titolo da anni, come ho ampiamente dimostrato, forte della sentenza di un Tribunale».

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Da Scajola a Fini, fino a Trenta: i guai immobiliari dei politici

Lo scandalo che ha coinvolto l'ex ministra della Difesa è l'ultimo di una lunga serie. Una carrellata.

C’è un filo rosso che lega legislature ed esecutivi dalla Prima alla Seconda Repubblica. E che non è stato spezzato nemmeno dal governo del cambiamento: il filo rosso degli scandali – o presunti tali – nati sulle case dei ministri e di politici. La vicenda portata alla luce dal Corsera che coinvolge l’ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta è infatti soltanto l’ultima di una lunghissima serie di casi – e di case – imbarazzanti.

LEGGI ANCHE: La procura militare indaga sulla casa di Roma dell’ex ministra Trenta

IN PRINCIPIO FU DE MITA

Questo filo rosso comincia a dipanarsi proprio dalla Prima Repubblica: nella centralissima via in Arcione, a Roma, nel settecentesco Palazzo Gentili del Drago. Agli ultimi piani dell’immobile di proprietà dell’Inpdai, l’istituto di previdenza dei dirigenti d’azienda, abitò in affitto dal 1988 (subito dopo essere divenuto presidente del Consiglio) Ciriaco De Mita. L’appartamento causò al leader democristiano una serie infinita di grane: fu accusato di godere di un canone agevolato, poi nel 1993 scoppiò lo scandalo di lavori miliardari per la messa in sicurezza dell’appartamento che, si disse, furono effettuati con i fondi del Sisde. Nel 2011 la famiglia De Mita acquistò l’immobile e anche in quell’occasione ci fu chi contestò aspramente il prezzo pagato, ben al di sotto – era l’accusa – del valore di mercato.

DA D’ALEMA A VELTRONI FINO A CALDEROLI

Quella di De Mita fu solo l’anticipazione dell’Affittopoli romana scoppiata negli Anni 90 che coinvolse anche Massimo D’Alema. L’allora segretario Pds occupava un immobile dell’Inpdap a Porta Portese, pagando un affitto calmierato di 633 mila lire al mese (in seguito si parlò di canoni più elevati, circa 1 milione di lire). D’Alema, benché sostenne sempre di aver occupato la casa in modo legittimo e senza favoritismi, dovette lasciarla. Durante il Maurizio Costanzo Show dichiarò: «Il segretario di un grande partito popolare non può esporsi al sospetto». D’Alema non fu l’unico politico coinvolto. Walter Veltroni finì nel mirino per un appartamento che suo padre Vittorio aveva affittato nel 1946 dall’Inpdai. Walter Veltroni ci tornò nel 1994 e, quando scoppiò Affittopoli, chiese un adeguamento del canone: 1 milione di lire al mese. Ma i giornali non mollarono l’osso. Nel 2012 Libero scrisse infatti che Veltroni era riuscito ad acquistare l’appartamento a meno di 2 mila euro al metro quadrato, «contro i 5.700 che chiedono oggi nella stessa via».

L’AFFITTO POPOLARE DI RENATA POLVERINI

Partito che vai, affitto agevolato che trovi. Nel 2011 era stata la volta di Renata Polverini, allora governatrice della Regione Lazio. Per 15 anni (dal 1989 al 2004) aveva abitato con l’allora marito Massimo Cavicchioli in una casa popolare dell’Ater a San Saba, poco lontana dal Circo Massimo. Zona di lusso, ma canone irrisorio: 380 euro al mese, poi maggiorato per effetto delle sanzioni elevate agli abusivi. Cavicchioli risultava infatti «occupante abusivo non sanabile» dalla morte nel 1989 della reale titolare del contratto, la nonna, e le sue entrate non gli consentirono di vivere nell’alloggio popolare. Fu sfrattato nel 2013.

CALDEROLI E LA VISTA SUL GIANICOLO

Sollevò un caso nel 2012 anche l’appartamento affittato da Roberto Calderoli al Gianicolo, che risultò pagato con i rimborsi elettorali della Lega Nord.

LA BAT-CASA DI MORATTI JR

Nel 2013 si concluse invece con un patteggiamento (condanna a sei mesi e 4 mila euro di ammenda, convertita in 49 mila euro di multa) la vicenda che i giornali ribattezzarono «casa di Batman». Al centro dello scandalo condotte riconducibili a Gabriele Moratti, figlio della ex sindaca di Milano Letizia. Come accertarono i giudici aveva trasformato un capannone industriale alla periferia di Milano in una lussuosa abitazione ispirata appunto al quartiere generale dell’uomo pipistrello.

FINI E I GUAI DI MONTECARLO

Come non ricordare poi Gianfranco Fini e lo scandalo scoppiato nel 2010 intorno all’appartamento di Montecarlo lasciato in eredità ad Alleanza nazionale dalla contessa Anna Maria Colleoni, morta nel 1999. L’appartamento era stato venduto nel 2008 per 300 mila euro a una offshore, Printemps, che lo rivendette per 330 mila euro a una società anonima dei Caraibi, la Timara Limited. In seguito, venne affittato a Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta, compagna di Fini. Indagini su paradisi fiscali in cui risultò coinvolto anche il re delle slot Francesco Corallo contribuirono a fermare la carriera politica di Fini.

CON SCAJOLA COMINCIA LA SAGA DELL’«A MIA INSAPUTA»

Poi ci fu la casa «a sua insaputa» di Claudio Scajola. Un appartamento di 210 metri quadri con vista sul Colosseo nel pieno centro di Roma, che era costato all’allora ministro dello Sviluppo economico l’accusa di finanziamento illecito. Secondo i pm, l’imprenditore romano, Diego Anemone  – coinvolto in alcune inchieste sui lavori per il G8 della Maddalena – pagò, attraverso l’architetto Angelo Zampolini, parte della somma versata da Scajola (1,1 milioni di euro su di un totale di 1,7) per l’acquisto dell’immobile, finanziando anche di tasca propria 100 mila euro per la ristrutturazione. Lo scandalo finì per costare al potente rappresentante di Forza Italia (all’epoca tra i papabili per la successione a Silvio Berlusconi) la poltrona da ministro. Scajola venne poi assolto con formula piena per mancanza di dolo: per i giudici era davvero inconsapevole delle donazioni effettuate a suo favore dal costruttore.

NEI GUAI ANCHE I PROFESSORI DEL GOVERNO MONTI

Nemmeno il governo dei tecnici di Mario Monti si è salvato. L’agenzia Bloomberg svelò che nel 2004 l’allora ministro dell’Economia Vittorio Grilli comprò un appartamento ai Parioli a un prezzo che, secondo l’agenzia di stampa, era inferiore al suo valore di mercato: 1.065.000 euro. Dal divorzio di Grilli dalla moglie vennero fuori imbarazzanti notizie su presunti conti offshore. «Tutti conti in chiaro. Dichiarati. Su cui ho pagato tutte le tasse», replicò l’ex ministro al Sole 24 Ore. Anche Filippo Patroni Griffi, titolare del dicastero della Funzione pubblica nell’esecutivo dei tecnici finì nell’occhio del ciclone per un appartamento di proprietà dell’Inps pagato a prezzi ben al di sotto di quelli di mercato: 177 mila euro per una casa di 100 metri quadrati vicina al Colosseo. «Ma era cadente, con l’eternit sui tetti. Ho trovato il mio appartamento col cesso posto sul balconcino. Questo era il grande palazzo», si difese.

COSÌ JOSEFA IDEM PERSE IL MINISTERO

Un’altra casa fu all’origine delle dimissioni di Josefa Idem ministro delle Pari opportunità, Sport e Politiche giovanili del governo Letta. Il 19 giugno 2013 Il Fatto quotidiano pubblicò documenti dai quali si evinceva che sulla Idem pendessero quattro anni di Ici non pagata e presunte ristrutturazioni abusive. Dopo sei giorni di passione, sotto l’attacco soprattutto del Movimento 5 stelle (Beppe Grillo sul proprio blog scrisse: «Portare una canoista al governo, un po’ tedesca, è da scemi più che di sinistra»), la ministra capitolò, rassegnando le dimissioni. Mentre, sul versante erariale, la sportiva si mise in regola versando allo Stato i circa 3 mila euro dovuti.

DI PIETRO E L’INCHIESTA DI REPORT

Un presunto scandalo immobiliare, che si sciolse poi come neve al sole, costò caro ad Antonio Di Pietro, leader di Italia dei Valori. Nel novembre 2012 Report presentò un elenco di 45 proprietà sostenendo che fossero state acquistate con i soldi dei rimborsi elettorali. L’ex magistrato smontò tutte le accuse, alcune a dir poco pretestuose (45 proprietà non erano da intendersi unitarie, ma come beni accatastati facenti parte dello stesso complesso, spesso dal valore irrisorio, che andavano da porcilaie a terreni agricoli).

TAVERNA E DESSÌ: I CASI NEL M5S PRIMA DI TRENTA

Nemmeno i 5 stelle sono stati immuni da casi simili. La prima a inciampare è stata Paola Taverna. Dal 1994 la madre della senatrice pentastellata viveva in un alloggio popolare dell’Ater, a Roma est. Repubblica scoprì che la signora di fatto era abusiva, non essendo in possesso dei requisiti per l’assegnazione. Alla fine il Tar ha rigettato il ricorso presentato dalla famiglia e la donna ha dovuto lasciare la casa. Poi stato il turno di Emanuele Dessì, oggi senatore del Movimento 5 stelle che, in piena campagna elettorale fu travolto non solo dallo scandalo legato a un video in cui lo si vedeva assieme a un membro del clan di Ostia degli Spada, e dall’imbarazzo per un suo post su Facebook in cui si vantava di aver «menato un ragazzo rumeno», ma anche da una vicenda riguardante la casa popolare che occupava dietro locazione mensile di appena 8 euro, come documentò la trasmissione Piazza Pulita. «Ho una casa popolare perché sono una persona povera, perché il mio lavoro non mi porta reddito, non ho conto in banca, non ho auto», spiegò. E proprio Dessì è stato tra i primi grillini a scagliarsi contro Trenta: «Anche io conduco una vita di relazioni ma vivo in 50 metri quadri». Poi ad Adnkronos ha aggiunto: «Mi dispiace essere come al solito tirato in ballo a sproposito, perché io non credo sia la stessa cosa detenere un appartamento popolare con pieno titolo da anni, come ho ampiamente dimostrato, forte della sentenza di un Tribunale».

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Il commissario ungherese passa il test all’europarlamento

Varhelyi, designato da Budapest all'Allargamento, promosso nel nuovo "esame" a Bruxelles dopo la bocciatura del 14 novembre.

E alla fine il candidato ungherese passò. Il commissario designato all’Allargamento, Oliver Varhelyi, è stato promosso nel suo nuovo “esame” al parlamento europeo dopo essere stato rimandato giovedì 14 novembre. È stato sostenuto dal gruppo dei Socialisti e democratici (S&D) e dai Liberali di Renew Europe, oltre che dal Partito popolare europeo (Ppe).

CHIESTA UNA PRESA DI DISTANZA DAL SOVRANISMO DI ORBAN

Nelle risposte – questa volta evidentemente ritenute convincenti – ai quesiti che gli sono stati posti ha scritto: «Non sarò vincolato né influenzato da alcuna dichiarazione o posizione di alcun primo ministro di qualsivoglia Paese o rappresentante di alcun governo». I membri della commissione per gli Affari esteri del parlamento europeo gli chiedevano in particolare una presa di distanza dalle politiche sovraniste del premier magiaro Viktor Orban.

L’UNGHERESE PROMETTE «SPIRITO EUROPEO»

Varhelyi ha aggiunto che in qualità di commissario il suo «unico obiettivo è attuare le priorità politiche dell’Ue verso tutti i partner dell’allargamento e del vicinato, elaborare e attuare politiche nei Balcani occidentali e nel vicinato orientale e meridionale, sotto la guida dell’Alto rappresentante Ue e in piena collegialità in uno spirito europeo».

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Lo scontro Salvini-Conte sul fondo salva Stati (Mes)

Il leader della Lega accusa il premier di «alto tradimento» per aver dato il via libera al nuovo meccanismo europeo di stabilità. Ma al momento della firma il Carroccio era al governo. E manca ancora l'ok del parlamento.

«Pare che Conte abbia firmato un accordo per cambiare il fondo salva-Stati (Mes), di notte, di nascosto, un fondo ‘ammazza-Stati’. I giornalisti chiedano a Conte e Tria, se, senza l’autorizzazione del parlamento, hanno dato l’ok dell’Italia, perché in quel caso sarebbe alto tradimento» Matteo Salvini, via Facebook, parte all’attacco sul nuovo accordo che il governo Conte avrebbe firmato in Ue «senza chiedere il via libera del parlamento». A dare la notizia della firma è stato per primo LaVerità.

Piovono tasse…….Nonostante tutto, buona settimana Amici.

Posted by Matteo Salvini on Monday, November 18, 2019

«Se qualcuno ci infila in questa gabbia del Mes, i titoli di Stato rischiano di valere sempre meno», aggiunge Salvini: «Se qualcuno ha firmato all’oscuro del popolo e del parlamento lo dica adesso, altrimenti sarà alto tradimento e per i traditori in pace e guerra il posto giusto è la galera».

LA FIRMA DURANTE IL GOVERNO M5S-LEGA

Salta subito all’occhio che l’accusa di Salvini è diretta anche all’ex ministro Tria, titolare dell’Economia quando anche la Lega era al governo. Il “tradimento” sarebbe stato fatto, secondo l’accusa del leader del Carroccio, proprio sotto al naso del partito di Salvini. Il quale, tra l’altro, si indigna lasciando pensare che il via libera del governo sia definitivo, mentre il parlamento deve comunque ratificare l’eventuale decisione presa.

COSA PREVEDE LA RIFORMA DEL FONDO SALVA STATI

«La riforma del Fondo salvastati», spiega Federico Giuliani su InsideOver, «intende trasformare il Mes in una sorta di meccanismo di stabilizzazione dei rischi sui debiti sovrani, facendo in modo che le procedure e le condizioni per ricorrere agli aiuti dello stesso siano automatiche. Tutto questo contribuisce ad acuire le diseguaglianze tra i vari Paesi dell’Eurozona, con paletti molto duri per gli Stati che devono fare i conti con le finanze pubbliche più disastrate, come ad esempio l’Italia. A proposito del nostro Paese, se Roma dovesse perdere l’accesso al mercato e chiedere aiuto, dovrebbe essere sottoposta alla Dsa, cioè a un’analisi di sostenibilità del debito: alcuni tecnici stileranno una pagella sul debito italiano. A seconda del voto, potrebbe scattare la ristrutturazione e un conseguente massacro per banche e sottoscrittori». 

MELONI: «IL MES SARÀ UNA SUPER TROIKA»

A Salvini si sono subito aggiunti gli altri partiti di opposizione, a partire da Fratelli d’Italia. «All’Eurosummit dello scorso giugno il presidente Conte ha dato l’ok alla riforma del Fondo salva-Stati senza coinvolgere il parlamento, che entro il mese di dicembre sarà chiamato a ratificare questa nuova eurofollia», ha dichiarato la presidente Giorgia Meloni, «la riforma del Mes impone in sintesi una maxi patrimoniale per gli Stati che non rispettano i parametri stabiliti, e ovviamente l’Italia è fuori da questi. Il Mes si trasformerà in un super troika onnipotente che avrà come unico scopo quello di agire nell’esclusivo interesse della speculazione finanziaria. Fratelli d’Italia annuncia sin da ora le barricate in parlamento contro l’ennesimo atto di tradimento nei confronti del nostro popolo».

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Anche Di Maio “sfratta” la Trenta

L'ex ministra della Difesa si difende sulla vicenda della casa di Roma assegnata al marito militare: «Ho spiegato a Luigi che è tutto regolare». Ma il leader del M5s insiste: «Inaccettabile, è bene che ora la lasci. Questa storia fa arrabbiare i cittadini».

L’ex ministra della Difesa, Elisabetta Trenta, si difende sulla vicenda della casa a Roma ottenuta quando faceva parte del governo e riassegnata al marito militare, il capitano maggiore dell’esercito Claudio Passarelli.

Secondo il Corriere della Sera, che per primo ha dato la notizia, il grado di Passarelli non giustificherebbe l’assegnazione di un appartamento di primo livello come quello in questione.

E il 18 novembre anche il leader del M5s, Luigi Di Maio, ha attaccato pubblicamente l’ex ministra ai microfoni di Rtl: «Questa cosa dal mio punto di vista non è accettabile. Ha smesso di fare la ministra due mesi fa e ha avuto il tempo per lasciare la casa, è bene che ora la lasci. Se il marito in quanto militare ha diritto a un alloggio, può fare domanda e lo otterrà. Ma questa cosa fa arrabbiare i cittadini e anche noi, perché siamo quelli che si tagliano gli stipendi».

Intervistata sempre dal Corriere della Sera, l’ex ministra non sembra però intenzionata a mollare: «Sono molto arrabbiata. Questa storia mi porterà dei danni. È evidente che ormai sono sotto attacco». A suo giudizio la casa al centro delle polemiche «ormai è stata assegnata a mio marito e in maniera regolare, per quale motivo dovrebbe lasciarla?».

«Non credo proprio che si tratti di un privilegio perché io l’appartamento lo pago, e lo pago pure abbastanza», ha ggiunto Trenta. Quanto alla grandezza della casa, il prestigio sarebbe in qualche modo “giustificato” dal fatto che oggi la famiglia Trenta fa una vita «completamente diversa», una vita «di relazioni, di incontri».

Quanto a Di Maio, «gli ho spiegato che tutto è stato fatto correttamente, quando l’incarico di mio marito sarà terminato lasceremo la casa come dicono le regole». Resterà nel M5s? Anche su questo punto, Trenta è sicura: «Ho chiesto di essere una dei 12 facilitatori. Ci rimarrò di sicuro».

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Gualtieri, come buttare il ministero dell’Economia in Vacca

Il titolare di via XX Settembre è in ambasce a causa del suo staff. Il principale "imputato" è il capo segreteria che la fa da padrone. Seguono il capo di gabinetto Luigi Carbone, rimasto su pressione di Tria e del Nazareno, e il portavoce ombra Roberto Basso che coordina il consiglio di comunicazione.

«A volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprir bocca e togliere ogni dubbio». La formula attribuita a Oscar Wilde sembra una seconda pelle per lo staff di Roberto Gualtieri. Il ministro dell’Economia è un po’ in ambasce. E non soltanto perché – come ama dire – «ho recuperato in 23 giorni i 23 miliardi di aumento dell’Iva». Ma anche perché si sta rendendo conto che alcune scelte di staff stanno mostrando la corda. Il principale indagato è Ignazio Vacca, il suo capo della segreteria, figlio del filosofo comunista Giuseppe Vacca, che in via XX Settembre la fa da padrone, tanto da essere considerato una sorta di ministro ombra. Forse perché abituato all’ufficio del personale delle Poste dove ha lavorato, una delle prime mosse che ha fatto è stata quella di sostituire le segretarie. E pensare che sedevano al loro posto da una ventina d’anni, indifferentemente dal colore politico del ministro. 

LEGGI ANCHE: Luisa Pannone, il sergente di ferro da Tria a Dadone

I NODI DI CARBONE E BASSO

Al secondo posto, pari merito, ci sono il suo capo di gabinetto, Luigi Carbone, e il suo portavoce “ombra” Roberto Basso. Il primo, Gualtieri lo voleva sostituire con il dalemiano Roberto Garofoli, ma non c’è riuscito: un po’ per le pressioni ricevute anche dal Nazareno (Carbone è arrivato pure lì, senza usare il monopattino), un po’ per le pressanti richieste di Giovanni Tria per confermarlo. Più articolata la situazione per il portavoce. Formalmente, il Mef non ha un portavoce. Ha un consigliere per la comunicazione. Si racconta che con questa formula Basso sia riuscito a confermare le consulenze che ha accumulato come professionista, anche nel pianeta del ministero dell’Economia. Per salvare capra e cavoli (incarico istituzionale e contratti privatistici), Vacca si è inventato una specie di consiglio della comunicazione, coordinato da Basso e animato dal capo ufficio stampa, Michele Baccinelli, e da altri due giovani professionisti piovuti dal Nazareno piddino.

I CONSULENTI DEM BLOCCATI DA DAL VERME

In realtà, proprio dal Pd erano attesi una trentina di consulenti di vario genere per supportare il ministro nelle scelte strategiche. In realtà non se n’è visto nessuno. A stopparli, si racconta, sarebbe stato l’atteggiamento disincentivante di Alessandra Dal Verme. La ruvida dirigente della Ragioneria generale dello Stato sembra abbia operato una resistenza passiva all’ingresso di questi esperti dem. Tale da indurre il ministro, da una parte, e i potenziali candidati dall’altra, tutti presi per stanchezza, a soprassedere all’operazione. D’altra parte, Dal Verme è molto ascoltata al Nazareno: è pur sempre la cognata dell’ex premier Paolo Gentiloni, e nessuno ha il coraggio di mandarla a quel paese. Tuttavia, dopo la fallita scalata alla poltrona di Ragioniere generale dello Stato, Dal Verme avrebbe puntato quella di direttore del Demanio. Ma l’uscita dai radar romani di Gentiloni (trasferito a Bruxelles) e la titubanza nelle nomine dello staff di Gualtieri, rischiano di rovinarle l’operazione.  

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere


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Al potere Salvini e i sovranisti dureranno come il Conte 1

Dopo aver abolito temi come “costruire”, “fare” “dialogare”, questa destra arriverà impreparata al governo senza neppure l’alibi dei cinque stelle. Sogna e vuole solo lo scontro frontale.

Non c’è dubbio che la destra abbia intercettato una maggioranza di italiani. È una destra divisa in tre che vede la Lega dominare, nelle singolari sembianze non più secessioniste ma sovraniste.

Al suo inseguimento, che si farà via via più asfissiante, la destra di tradizione di Giorgia Meloni che attrae gli elettori scappati dopo Gianfranco Fini. Poi si sono i resti di Silvio Berlusconi, un personaggio che si è buttato via poco dignitosamente in questo squallido suo finale d’opera.

Questa destra dice di rappresentare il popolo perché la sua campagna anti-immigrati ha sfondato nei sondaggi e nel voto reale e ha conquistato le periferie urbane. Tanti soloni di sinistra sono convinti che tutto ciò sia vero e cioè che la forza della destra, e parallelamente la debolezza della sinistra, sia rappresentata da questa identità popolare fondata su una paura da comprendere.

LA BORGHESIA RICCA E IMPRENDITORIALE HA MOLLATO LA SINISTRA

A me sembra che il dato rilevante della destra italiana sia il fatto che pezzi fondamentali di borghesia imprenditoriale e degli affari abbiano deciso di chiudere con la sinistra e soprattutto con i suoi sogni industrialisti. Antipolitica e sovranismo sono stati la miscela di un movimento, partito dall’alto e sceso verso il basso, cementato dall’idea che bisognasse rassegnarsi a Paese più piccolo (più disinvolto nelle alleanze internazionali) e fuori dal circuito dei grandi Stati industrializzati.

Il segretario del Pd Nicola Zingaretti.

Il popolo, quello che vota nelle periferie, conta poco: bisogna guardare alla sala di comando. Scriveva in modo geniale Alessandro Leogrande, analizzando il popolo infuriato che seguiva Giancarlo Cito a Taranto, che il cuore del malcontento era nella borghesia ricca della città dei due mari, la rivolta era partita da lì. La destra ha un popolo, ma non è il popolo a spiegare il successo della destra. È storia, questa.

QUESTA DESTRA NON HA IDEE PER L’ITALIA

Ho scritto più volte che trovo stupefacente le tesi di quei commentatori annunciano la vigilia di una importante vittoria elettorale della destra (molto probabile), ma soprattutto immaginano che stia per iniziare un’epoca. Stavo per scrivere un ventennio, ma vorrei evitare polemichette.
Personalmente credo che la destra che vincerà le elezioni durerà poco al governo come è accaduto con il Conte 1.

Fino a che si tratta di scassare, vanno bene Meloni, Matteo Salvini e i direttori di Libero e della Verità

C’è più di una malattia nel sangue della destra. La prima è la fragilità umana e culturale della sua leadership. Fino a che si tratta di scassare, vanno bene Meloni, Matteo Salvini e i direttori di Libero e della Verità, quando si tratterà di governare vedremo lo stesso spettacolo che conosciamo dai tempi della nipote di Mubarak.

Il segretario federale della Lega, Matteo Salvini, e la candidata a governatore dell’Emilia Romagna per la Lega Lucia Bergonzoni.

La malattia più grave della destra non è però solo la sua leadership (la sinistra ne è immune perché ha soppresso il problema). La malattia più grave è che la destra (a differenza di tutte le destre di tutti i Paesi del mondo e anche delle esperienze conservatrici italiane), non ha la minima idea di quel che deve fare con l’Italia.

CON I SOVRANISTI AL POTERE SCOPPIERANNO NUOVE PROTESTE

Mi colpiscono queste cose: ogni volta che la sinistra all’opposizione si imbatte nel tema del governo altrui, soprattutto in caso di calamità nazionali, è tutto un discutere di quel che bisogna fare, di come essere sinistra “per” e non sinistra “contro”. Poi spesso le cose restano uguali al passato, ma il dibattuto ferve e investe anche tanti intellettuali e politici di rango. La destra non si pone questo problema, non c’è un solo intellettuale di destra che sa uscire dal “diciannovismo”, parlo anche dei migliori, di quelli i cui testi commentano le vicende politiche spesso con acume.

Questa destra arriverà impreparata al governo senza neppure l’alibi dei cinque stelle

La destra ha abolito il tema “costruire”, “fare” “dialogare”. Ritiene probabilmente che il tempo del dialogo sia finito e che si avvicinino tempi cupi. È una destra che sogna e vuole solo lo scontro frontale. C’è l’illusione dei pieni poteri, frase di Salvini non sfuggitagli dal cuore perché è essa stessa il cuore di un disegno. Del resto è inquietante questo riferimento costante dello stesso Matteo Salvini al fatto di essere pronto a donare la vita per l’Italia: a cosa pensa, alla guerra civile? Credo che la sua cultura sia in quell’orizzonte spaventoso.

Questa destra arriverà impreparata al governo senza neppure l’alibi dei cinque stelle. E quel che è più grave è che quella borghesia degli affari che l’appoggia, al Nord come al Sud, non ha alcuna voglia di elaborare progetti, di fare squadra. Vuole sopravvivere nel declino, questo il filo che unisce destra e poteri forti. In mezzo c’è il popolo che li vota, che ha creduto al sogno berlusconiano, che sarà felice di cacciare un po’ di migranti ma che alla fine scoprirà che da questa Versailles sovranista e populista non verranno neppure brioches. Non so guidato da chi, ma vedremo presto sollevarsi un altro popolo infuriato contro tutto questo. Fra molto meno di vent’anni.

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La polemica meteo su Venezia coccolata e Matera discriminata

Attacchi via social alla Serenissima sotto i riflettori della destra e della stampa. Mentre il Sud colpito dal maltempo viene considerato «una Cenerentola di cui prende le difese la sinistra». E pure Di Maio si schiera: «No a regioni di serie B».

Neanche sotto il “flagello” del maltempo l’Italia riesce a trovare unità. Anzi: ne approfitta per rimarcare le differenze, in questo caso tra Nord e Sud. Venezia è travolta dall’acqua alta? E allora Matera? E allora il Mezzogiorno? Una polemica che il Paese dei campanili ha cavalcato anche e soprattutto sui social.

DISPUTA FRA MALTEMPO “DI DESTRA” E “DI SINISTRA”

Non soltanto una questione puramente geografica: si tratta di una disputa tra una sorta di “maltempo di sinistra“, cioè quello di Matera, contro il meteo avverso a Venezia che, considerando la Regione da anni governata dai leghisti, diventa di “destra” nello scontro sul web.

IN DIFESA DELLA CAPITALE DELLA CULTURA

Tra post e commenti su Twitter e Facebook molti utenti hanno ribadito la convinzione che Venezia sia una città «coccolata dalla destra», ma anche dalla stampa mainstream, con raccolta di fondi e continui appelli «a non abbandonarla», mentre Matera, nonostante sia capitale della cultura, resta la Cenerentola di cui «prende le difese la sinistra».

Tutti si mobilitano per Venezia: soldi alle aziende, soldi ai cittadini, Iban per raccolta fondi. E Matera?


Un utente sui social

Qualche esempio: «Danni ingenti a tutto il Sud, ma pare non importi a nessuno», ha scritto un account. E un tale Mike ha postato: «Non me ne frega un c… di #Venezia, tutti si mobilitano: soldi alle aziende, soldi ai cittadini, Iban per raccolta fondi in tutti i telegiornali. In questa foto non è ritratta Venezia, bensì #Matera! Non se ne è preoccupato nessuno! Il #Maltempo al Sud non fa rumore!».

ATTACCHI CONTRO MATTEO SALVINI E MARA VENIER

Gli strali dei pro Matera se la sono presa con i politici, anche con Matteo Salvini che, secondo Luisa, «preferisce farsi fotografare nell’acqua alta di Piazza San Marco. Perché del Sud non gliene frega nulla, lo ribadisco ai meridionali che lo osannano». Qualcuno ha azzardato persino previsioni nefaste come «tanto Venezia è destinata a essere sommersa, meglio salvare Matera». Altri hanno attaccato Mara Venier che a Domenica In «parla di Venezia perché è veneziana».

ARRIVA PURE DI MAIO A FARE L’INDIGNATO

In mezzo a questa “indignazione” è arrivato anche il post del ministro degli Esteri Luigi Di Maio: «Venezia è nel dramma, ma non solo Venezia. Altre città e Regioni sono state travolte dal maltempo. Penso alla Basilicata con Matera, la capitale europea della cultura, penso alla Puglia, alla Calabria, alla Sicilia. E nessuno ne parla. Nessuno», ha scritto su Facebook puntando il dito contro quello che considera una sorta di black out mediatico a sfavore del maltempo al Sud.

Non esistono regioni di serie B, dobbiamo occuparci di ogni singolo italiano


Luigi Di Maio

Poi il capo politico del Movimento 5 stelle ha concluso così: «Non esistono regioni di serie B, dobbiamo occuparci di ogni singolo italiano, di ogni singola famiglia, di ogni singolo lavoratore, di ogni singolo commerciante. L’Italia sia unita, perché unita trova la sua forza». Anche se sui social è riuscita a dividersi pure per questioni di meteo.

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