Il M5s ruba al Pd l’imbarazzante idea della sitcom politica

I senatori Taverna e Castaldi protagonisti di una grottesca messinscena in cui elogiano la manovra fingendosi a Camera Café. Un format mutuato dal Partito democratico. Con gli stessi risultati tragicomici.

Il M5s ha preso in prestito dal suo nuovo alleato di governo, il Pd, un formato di dubbio gusto estetico: la sitcom politico-elettorale. Trattasi di una vera e propria messinscena in cui i politici di turno si improvvisano attori in un siparietto che vorrebbe dare l’illusione dell’autenticità (generando nello spettatore il risultato opposto, oltre che un certo imbarazzo). La clip regalata dal Movimento 5 Stelle agli italiani per Natale vede la vice presidente del Senato Paola Taverna e il sottosegretario per i Rapporti con il parlamento Gianluca Castaldi discutere animatamente delle novità per le famiglie passate con la manovra.

Nel botta e risposta, cui fa da sottofondo un’allegra canzone natalizia, il sottosegretario assume il ruolo dell’ingenuo che si chiede candidamente come mai una legge di Bilancio così perfetta non sia stata votata dall’opposizione. E in particolare dalla «madre del popolo», un chiaro riferimento a Giorgia Meloni. «Quella i soldi ce l’ha, ma che vuoi che ne sappia delle famiglie che non arrivano a fine mese. Altrimenti questa manovra, vedevi come la votava», la risposta della pasionaria pentastellata (che sottintende, tra l’altro, l’idea per cui chi «c’ha i soldi» se ne dovrebbe fregare della famiglie). Il tutto si chiude con risate di dubbia spontaneità e un bicchierino di caffè con la scritta “Parlamento Cafè” e il simbolo del M5s.

L’IDEA MUTUATA DAL PD

L’idea della sitcom come mezzo politico per attaccare un avversario non è però marchio originale Movimento 5 Stelle. I primi ad adottarla nel formato della messinscena erano stati i rappresentanti del Partito democratico nel settembre 2018, quando ancora erano all’opposizione del governo Conte I.

I tre deputati Alessia Rotta, Alessia Morani e Franco Vazio, seduti su un divanetto, si mostrano indignati per una festa del Carroccio a base di porchetta nella sede del Ministero dell’Interno. Anche qui il meccanismo è quello di uno degli attori che finge di chiedere agli altri spiegazioni per un fatto increscioso. Anche qui il risultato era grottesco, ma evidentemente è piaciuto al M5s tanto da replicarlo.

LA CRITICA DI LUCA BIZZARRI

Il tentativo pentastellato di rifarsi a Camera Café è stato subito criticato proprio da uno dei protagonisti della fortunata sitcom, Luca Bizzarri. L’attore ha stroncato su Twitter il video mettendone in luce i difetti. D’altronde ben visibili anche ai non addetti ai lavori.

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Il Gratterismo è la malattia senile del giustizialismo

Il magistrato calabrese Gratteri si lamenta di come i giornali hanno trattato la retata contro la 'ndrangheta. Ma chi non si inchina e attende l'esito del processo non va demonizzato. Siamo l'unico Paese che affronta il rapporto giudici-politici in modo non sobrio.

Nicola Gratteri è un magistrato calabrese in prima fila contro la ‘ndrangheta. Clamorose sono le sue inchieste e nell’ultima ha portato in galera alcune centinaia di persone offrendo alla pubblica opinione nomi di politici eccellenti che sarebbero collusi. Un minuto dopo ha dedicato il suo tempo a lamentarsi per come i grandi giornali hanno trattato la mega-retata. Nel frattempo è tornata circolare la notizia, in verità una indiscrezione mai accertata, che a suo tempo il presidente Giorgio Napolitano non lo avrebbe voluto come ministro della Giustizia, dove, dice ora Gratteri, avrebbe smontato e rimontato tutto.

FALCONE ERA UN UOMO DI DIRITTO, UNO SCIENZIATO

Io sono rimasto a Giovanni Falcone. Ho letto i suoi libri e le sue interviste e mi restano ancora in mente la qualità di uomo di diritto, un vero scienziato, e la sobrietà del suo modo di intendere il ruolo. Paolo Borsellino diventò più loquace nelle settimane successive all’assassinio del suo amico e compagno (si può dire “compagno” a uno che era di destra?) che ritenne vittima anche di una sottovalutazione dello Stato. Dopo loro due, la magistratura ha avuto moti magistrati bravi, molti “tragediatori” con le mani fra i capelli, molti dalle manette facilissime, alcuni che volevano rovesciare l’Italia come un guanto.

TANTI MAGISTRATI FINITI IN POLITICA

Tanti di loro sono finiti in politica, diventati ministri, presidenti di Regione e sindaci o hanno avuto incarichi apicali in parlamento. Non c’è categoria che non sia sta più premiata dei magistrati, anche se sono numerosi ormai i casi di inchieste fallite che non hanno retto la prova dei processi e persino, prima, del controllo del giudice istruttore.

DI MATTEO E GRATTERI VOGLIONO CHE L’ITALIA SI INCHINI

Eppure il siciliano Nino Di Matteo e il calabrese Gratteri vogliono che l’Italia gli si inchini, qualunque cosa loro dicano e qualunque bizzarra teoria espongano nelle loro indagini. Si crea, dopo le loro parole, una immediata corrente di sostenitori che li elegge a eroi moderni contro i politici, fra i quali vi sono tanti colleghi di Gratteri e di Di Matteo.

MA SI PUÒ NON PARTECIPARE AL CORO CONFORMISTA

La speranza è che lo Stato protegga loro due e tanti altri più di quanto abbia fatto con Falcone, Borsellino e i magistrati eroi silenziosi. Tuttavia chi non sente di partecipare al coro conformista pro Gratteri, attendendo l’esito delle indagini e dello stesso processo, non va demonizzato. Né la deputata calabrese del Partito democratico che critica Gratteri e difende il consorte invischiato nell’inchiesta deve perdere il diritto di parola per lesa “gratterità”. Il dilagare dei magistrati ha portato allo sfascio del sistema politico e all’avanzare di questa orribile destra che oggi è diventata garantista per paura.

SIAMO L’UNICO PAESE SENZA SPIRITO ISTITUZIONALE

Siamo l’unico Paese che non ha sobrietà e spirito istituzionale nell’affrontare il rapporto fra magistratura e politica. In Israele, per fare un solo esempio, sono caduti pezzi grossi e l’opinione pubblica non ha sospettato di protagonismo i magistrati che ne hanno falciato la carriera. In Brasile, invece, un magistrato legato a doppio filo alla presidenza ha mandato in galera ingiustamente Lula, ora scarcerato.

SI DIA UNA CALMATA: PIÙ CARTE E MENO INTERVISTE

Gratteri si dia una calmata. Se ha ragione, l’opinione pubblica se ne convincerà. Prosegua nel suo lavoro, produca carte invece che parole per interviste. Di queste ultime è affollato il sistema mediatico e ormai non le legge più alcuno. Buon Natale a tutti, arrivederci al 27 dicembre.

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Cappato assolto per aver accompagnato a morire dj Fabo

L'esponente radicale: «Ho agito per la libertà di scelta». Per la procura c'è l'esigenza di una legge. Ma il parlamento è fermo dal 2013.

Ora il parlamento deve agire: «L’esigenza di una legge sussiste». Così ha dichiarato la procura di Milano nel pronunciare la richiesta di assoluzione per Marco Cappato, imputato per aiuto al suicidio nel caso di dj Fabo. Richiesta accolta dalla corte d’Assise di Milano che ha assolto l’esponente radicale con formula piena «perché il fatto non sussiste».

«HO AGITO PER LA LIBERTÀ
DI SCELTA»

L’esponente dei radicali era imputato per aiuto al suicidio per la vicenda di dj Fabo, accompagnato a morire in Svizzera nel febbraio 2017. Nel chiedere l’assoluzione, l’accusa aveva ricordato la recente sentenza della Corte costituzionale, spiegando che nella vicenda ricorrono tutti e 4 i requisiti indicati dalla Consulta, che ha tracciato la via sulla non punibilità dell’aiuto al suicidio. «Ho agito per libertà di scelta e per il diritto di autodeterminazione individuale», ha detto Cappato, che durante il processo ha ricevuto la notizia della morte della madre, malata da tempo.

IL PARLAMENTO FERMO DAL 2013

«L’assoluzione di oggi di Marco Cappato dà libertà alla libertà», ha commentato Filomena Gallo, segretario dell’associazione Luca Coscioni, commentando la sentenza di oggi aggiungendo che «la strada che abbiamo intrapreso era giusta fin dall’inizio» e sottolineando che «la politica è ferma su questi temi» in quanto su fine vita ed eutanasia il Parlamento dal 2013 non fa alcuna legge». L’avvocato Massimo Rossi ha precisato che “c’è stato un passo in più verso la civiltà, non soltanto giuridica»

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L’ex ministro Bray e la cultura come mezzo di rilancio per l’Italia

Un patrimonio da valorizzare. Nonostante i pochi fondi. Mentre la spinta digitale e il crollo della lettura dei libri sono un freno al sapere. «Ma il nostro Paese può ricostruirsi un ruolo importante valorizzando le nostre capacità». L'intervista.

Massimo Bray, direttore generale della Treccani e già ministro per i Beni, le Attività culturali e il Turismo del governo presieduto da Enrico Letta, ha scritto un libro importante per questo nostro presente, un testo per molti aspetti intimo e utile a riflettere sull’importanza cruciale del patrimonio culturale italiano – inteso nella sua accezione più ampia possibile. Il titolo del volume rimanda al gesto della consultazione, della ricerca: Alla voce cultura. Diario sospeso della mia esperienza di ministro, in libreria per i tipi Manni editori.

CULTURA E CAPACITÀ DI FARE POLITICA

Spiega Bray: «Valorizzare la cultura significa sviluppare la nostra capacità di fare politica. Per decenni siamo stati capaci di ascoltare le esigenze di un quadrante fondamentale quale è l’area del Mediterraneo, facendo di tutto questo un’esperienza costruttiva per il nostro Paese. Oggi l’Italia ha smarrito questo ruolo che invece va ricostruito, sia come Paese ma anche come Unione europea».

DOMANDA. Direttore, se oggi in Italia andassimo a leggere alla voce “cultura” cosa troveremmo?
RISPOSTA. Sicuramente la presenza di un grandissimo fermento, di energie giovani che vogliono non solo difendere il nostro patrimonio artistico ma intuiscono come la cultura possa fare da collante, creare comunità, avere la forza del cambiamento. Di fronte a una crisi economica – che indubbiamente è anche una crisi di valori, come ripeto più volte nel libro – c’è una parte dell’Italia che crede di poter affidare alla cultura la capacità di una svolta antropologica che bisogna mettere in campo e mira a valorizzare non solo i monumenti ma anche le biblioteche, gli archivi, tutti quei luoghi di cui si parla troppo poco e che invece dovrebbero recuperare la storia e il ruolo importante che nel tempo hanno avuto nel nostro Paese.

Nel libro vengono citate le parole di Aldo Moro sulla «capacità creativa» degli italiani.
Leggevo qualche giorno fa gli scritti del periodo in cui Moro predispose l’insegnamento dell’Educazione civica nelle scuole – Aldo Moro insieme con Concetto Marchesi fu l’estensore dell’articolo 9 della Costituzione: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione» – e in cui riconosceva quella grande capacità della cultura di fare politica estera, andando incontro alle grandi sfide globali della sua epoca, che poi sono per altri aspetti le stesse che affrontiamo in questi anni. L’Italia quindi deve essere anche oggi capace di giocare un ruolo importante nel mondo proponendo e sviluppando un modello che sappia partire dalle fondamenta di una forte valorizzazione culturale.

Eppure assistiamo spesso a una dinamica per cui i fondi per la conservazione dei Beni culturali nel nostro Paese si fermano al Nord Italia: a malapena arrivano a Roma, raramente scendono oltre il Centro Italia, nel Meridione.
L’Italia ha pochi fondi per la cultura dappertutto. Nel libro affronto il problema di Taranto, oggi purtroppo di grande attualità. Ricordo gli sforzi per far partire il museo nazionale di Taranto, con un tessuto civico di associazioni che avevano grandi attese proprio nei confronti delle istituzioni, una tensione che sento tutt’oggi. Taranto è una città che ha bisogno di un progetto a lungo termine sia sul fronte culturale ma soprattutto relativo alla politica industriale, problema che riguarda in realtà tutto il Mezzogiorno. Un territorio in cui la popolazione da un lato invecchia e dall’altro assiste a una continua partenza dei giovani dai paesi e ha sempre meno quella energia necessaria a rilanciare il Paese. Sul Mezzogiorno è necessario un discorso corale su più aspetti.

La lettura e tanti settori della cultura oggi passano anche e soprattutto attraverso le piattaforme digitali, con la carta che sta perdendo posizioni a favore di altri supporti. Qual è il ruolo dei social e del digitale nella diffusione delle tematiche culturali in Italia?
Questo è un aspetto importante e bisogna porsi il problema di come utilizzare il mondo digitale in relazione ai contenuti. Quello che sottolineo è che non ci dobbiamo meravigliare dello strumento ma utilizzarlo al meglio, con una attenzione alla certificazione delle fonti. Ed è una capacità questa che stiamo smarrendo in molti settori della comunicazione: il rischio per il prossimo futuro è che i nostri figli studino e si informino su piattaforme digitali – web e social – i cui contenuti non sono certificati. Bisogna fare in modo di certificare ciò che si legge online. Il portale Treccani, per esempio, ha una rubrica chiamata “Una poesia al giorno” ed è visitata da moltissimi utenti. Una delle grandi scommesse del futuro sia a livello di Paese sia di Unione europea, è proprio lavorare per rendere affidabili i contenuti veicolati sul web.

Restando sui temi della lettura, oggi le statistiche dicono che sei italiani su 10 non leggono nemmeno un libro all’anno. Cosa manca? Perché questa disaffezione?
Quello della lettura è un tema importante. Ma mi domando e domando: facciamo abbastanza per far leggere? Stiamo davvero investendo nella scuola? Sento da anni ripetere in continuazione che «bisogna ripartire dalla scuola», ma nella pratica quali reali risorse stiamo dando al corpo dei docenti? Come recita la Costituzione, ai docenti è affidata la formazione dei cittadini del futuro: ma stiamo davvero dando agli insegnanti la dignità e le risorse per fare al meglio il loro mestiere? Queste sono le vere domande e non mi meraviglio se poi gli italiani leggono poco. Bisognerebbe quindi discutere di tutto questo una volta fatti questi investimenti. C’è poi un altro dato: probabilmente sta cambiando anche il modo di leggere. Adesso abbiamo i tablet e gli smartphone che sono supporti utili anche alla lettura. Ma torniamo al problema precedente sulla qualità dei contenuti online.

Nel suo libro riporta una bellissima poesia di Natalia Ginzburg scritta dopo la morte del marito, Leone. Cosa ci insegna quella generazione?
A me colpiscono le parole di Natalia Ginzburg e immagino lo strazio nell’andare a Regina Coeli e trovare Leone massacrato dalla violenza nazifascista. Quella era una generazione che affidava ai libri, alla lettura e alla cultura una nuova forma di opposizione a qualunque privazione di libertà. Era una generazione che aveva coraggio, che difendeva una grande esperienza editoriale come quella dell’Einaudi nella situazione più difficile come la privazione della libertà. Non desistevano, avevano energia, coraggio. Ed è quello di cui oggi ha bisogno questo nostro Paese per affrontare l’attuale momento di difficoltà. L’Italia ha bisogno di quegli esempi. Ovviamente si tratta di due periodi storici molto diversi ma il mio invito alle nuove generazioni è ad avere coraggio – il coraggio delle idee – a difendere le idee e portarle avanti. In fondo ho un approccio molto ottimistico nei confronti del nostro Paese.

Il momento più bello nella sua esperienza da Ministro?
La festa a Carditello, un luogo pieno di simboli e di emozioni. Fu davvero per me una emozione fortissima. Ricordo una signora che mi venne incontro dicendomi «grazie, non solo per aver recuperato la Reggia prima in completo abbandono, ma anche perché finalmente ieri al telegiornale hanno parlato bene della Terra dei Fuochi».

E il più difficile?
Il momento più complicato da affrontare: i giorni delle nomine a Pompei, perché volevo assolutamente premiare il merito, tutelare il valore dello straordinario patrimonio di Pompei; sapevo che avevamo fatto un grande progetto su quel sito archeologico ma bisognava affidarlo a mani esperte. Furono giorni tesi in cui non mi è mai mancato il sostegno di Enrico Letta che conoscevo poco e con cui approfondii il rapporto proprio durante quella esperienza. Fu una fase davvero non facile.

Un’ultima domanda: a chi è rivolto il suo libro?
Il libro mi auguro lo leggano i ragazzi e le ragazze che sono convinto sapranno ridare un ruolo a questo nostro Paese, sperando che possano capire quanto abbiamo creduto in alcuni valori forti che sono scritti nella Costituzione. Ma mi piacerebbe anche che a leggerlo fosse una classe dirigente che deve ritrovare la fiducia in se stessa e capire che non deve stare in un angolo ma venire incontro alle attese del Paese, facilitandone la capacità di fare impresa, di creare forme di solidarietà. Siamo un’Italia per tanti aspetti ricchissima di esperienza ma purtroppo spesso ripiegata su se stessa. Siamo un Paese che deve saper guardare avanti, ripartendo da quello spirito che aveva Leone Ginzburg.

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Salvini col presepe è un po’ Divino Otelma e un po’ Milingo

Il leghista usa i simboli religiosi come arma di distrazione di massa. Fa già pena così, ma la cosa più ridicola è che la stampa di destra lo considera il nuovo predicatore in chiave anti-papa. Di persone del genere ne ha solo l'Italia nel mondo.

L’uso della religione in politica è una storia antica. Altrettanto antica è la denigrazione della Chiesa e dei suoi rappresentanti. Spesso tutto ciò si è tradotto anche in formidabili battute satiriche. C’era quel manifesto Dc, rivolto ai comunisti pronti a votare, in cui si diceva: «Dio ti vede, Stalin no». Barzellette, anche pesanti, su preti e papi non si contano e la tradizione socialista e anarchica, ben più che quella comunista, offrono migliaia di esempi. Oggi siamo di fronte a un fenomeno nuovo che non fa ridere ma che sarà seppellito, come dicevamo alcuni decenni fa, da una risata.

SEMBRA LA MACCHIETTA DI TROISI E ARENA

C’è un’area politica guidata da uno che si fa chiamare “il Capitano” (e Francesco Totti ritarda nel querelarlo!!!) che fa dei simboli religiosi la sua arma di distrazione di massa. Matteo Salvini si presenta con i rosari in mano, invoca la Madonna e altri santi, sembra la macchietta di Massimo Troisi e Lello Arena che si contendevano l’intercessione di San Gennaro.

SCENEGGIATA NAPOLETANA CON GESÙ BAMBINO

L’ultima trovata è stata presentarsi con un piccolo presepe, con evidente allusione al fatto che Gesù bambino è lui. Le vecchie volpi del giornalismo di destra, invece di farsi una risata, enfatizzano questo nuovo predicatore, questo Milingo del Nord. Alcuni analisti pensano che questa sceneggiata, in questo caso di può dire «napoletana», sia in grado di rendere più vicino e simile ai suoi potenziali elettori un ragazzo attempato altrimenti noto per le sue gran bevute. Anche se pochi dei suoi elettori hanno in mano il rosario, invocano la Madonna ogni due minuti, e tanto meno girano con un presepe in mano, Salvini lo fa per dire: «Sono uno di voi». Fin qui sono fatti suoi.

LA DESTRA INONDA FRANCESCO DI INFAMIE

Il dato più drammatico, e per tanti aspetti più clamorosamente ridicolo, è che attorno a Salvini è cresciuta una genìa di commentatori-commentatrici che ormai ha come attività quotidiana quello di spiegare al papa come si fa il papa. Fra Libero e La Verità gli anti-papa sono ormai decine, ai quali si è aggiunta a dar man forte la papessa Maria Giovanna Maglie. Per tutti loro il papa non fa il papa, anzi – sostiene un commentatore sudaticcio – non è un papa. Un giorno, quando tutta questa storia sarà finita, bisognerà scrivere un libro raccogliendo le “coglionerie” di questi anti-papa che inondano di infamie Francesco suggestionati da cardinaloni a cui Francesco sta togliendo potere.

Papa Francesco. (Ansa)

GIORNALISTI CHE SPERANO IN UN PAPA IN STILE SANTANCHÈ

Solo nei regimi dittatoriali o che aspirano al potere dittatoriale esiste e si sviluppa questa sostituzione dei laici anti-papa al papa vero. Per fare un esempio che piacerà agli anti-comunisti, ricordo di aver vistato, con un certo orrore, in Urss una ex chiesa trasformata in museo dell’ateismo. L’uso bellico dei preti, anche se molti si ribellarono, fu una caratteristica del fascismo. Salvini e i suoi giornalisti stanno cercando di spodestare il papa, di partecipare anzitempo al conclave, immaginando un papa che pensi come Daniela Santanchè.

NEL PRESEPE DEL CAPITANO CI SARÀ MIRRA O BIRRA?

Poi vi chiedete per quale ragione io pensi che questa gente è arrivata all’ultimo giro. Forse vinceranno una campagna elettorale, ma poco dopo, birra più birra meno, si cappotteranno in parcheggio. Immagino che nel presepe di Salvini ci siano solo personaggetti rigorosamente bianchi, che mirra stia per birra, che il piccolo bambino sia nato cristiano e non ebreo. Immagino i giorni in cui vestito come il Divino Otelma, abito che indossa quotidianamente anche a Maria Giovanna Maglie, Salvini girerà per quei pesi della Calabria abituati a portare le statue di fronte alle case di gente di rispetto.

SIAMO UNA RIDICOLA ATTRAZIONE TURISTICA

Sento però che un inizio di risata inizia a percepirsi. Questa religiosità delle destra italiana non ha somiglianze al mondo. Di cretini così, che si credono il papa, ne abbiamo solo noi. Potrebbe diventare una attrazione turistica mostrare politici che sono un po’ Otelma un po’ Milingo.

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Il Terzo settore e quella riforma rimasta congelata

Il riordino degli enti che operano nel sociale e senza scopi di lucro è stato approvato da due anni. Ma mancano ancora il registro unico e i decreti attuativi su controlli e 5 per mille. Colpa di governi disattenti che hanno accumulato ritardo anche rispetto alle normative europee. Il punto.

I volontari possono attendere. E con loro tutte le realtà che operano nel sociale. La riforma del Terzo settore, tanto sbandierata nella precedente legislatura, c’è ma non si vede. A due anni dall’approvazione non può dispiegare i suoi effetti. Il motivo? Il ministero del Lavoro non ha emanato molti dei decreti attuativi necessari per dare sostegno agli attori che operano con finalità solidaristiche senza scopo di lucro.

TUTTO FERMO SUL FRONTE TRASPARENZA

Così gli enti del Terzo settore (Ets) non possono beneficiare degli incentivi fiscali presenti nel provvedimento, né tantomeno far ricorso agli altri strumenti messi, potenzialmente, a disposizione. Manca addirittura l’istituzione del registro unico del Terzo settore, indispensabile per mappare gli enti. A complicare il quadro c’è un altro elemento: non risultano attivi i decreti relativi alla disciplina dei controlli e delle funzioni di vigilanza. Quindi anche sul fronte della trasparenza è tutto fermo.

L’OBIETTIVO: UN RIORDINO NORMATIVO

La scopo della riforma è il riordino del sistema normativo sugli enti privati «costituiti con finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale che, senza scopo di lucro, promuovono e realizzano attività d’interesse generale, mediante forme di azione volontaria e gratuita o di mutualità o di produzione e scambio di beni e servizi, in coerenza con le finalità stabilite nei rispettivi statuti o atti costitutivi», ha sintetizzato il Centro studi della Camera. Insomma, un impulso al volontariato e alle organizzazioni attente al sociale.

PROMOZIONE DELL’AUTONOMIA STATUTARIA

Tra gli obiettivi pratici ci sono quelli di favorire e garantire il più ampio esercizio del diritto di associazione, il riconoscimento dell’iniziativa economica privata per il miglioramento dei livelli di tutela dei diritti sociali e la promozione dell’autonomia statutaria degli enti per accrescere il livello di trasparenza. Proprio per questo motivo è stato pensato il registro unico nazionale del Terzo settore la cui iscrizione è obbligatoria per chi chiede il riconoscimento di Ets. Ma il registro, appunto, non c’è ancora.

MANCANO ANCORA 30 DECRETI ATTUATIVI

In totale mancano all’appello circa 30 decreti, alcuni dei quali considerati pilastri della riforma. Oltre all’istituzione del registro, infatti, non è stato emanato il testo che regolamenta la possibilità di destinare il 5 per mille ai soggetti aventi diritto. In questo caso l’intrigo riguarda più dicasteri: il Tesoro ha presentato uno schema di provvedimento su cui il ministero del Lavoro si è già espresso; ora si resta in attesa della conclusione della procedura. Ma non è questo l’unico nodo da sciogliere. Per il codice del Terzo settore occorrono 24 decreti attuativi, ma solo nove risultano effettivamente adottati, mentre altri quattro sono in fase di preparazione.

IL PD RICHIAMA IL GOVERNO

Non va meglio per la parte della legge che riguarda l’impresa sociale: sono previsti 12 decreti, ma solo tre sono stati adottati, mentre uno è in elaborazione. Una serie di caselle mancanti che rendono la norma zoppa. Il deputato del Partito democratico, Stefano Lepri, illustrando un’interrogazione presentata alla ministra Nunzia Catalfo ha spiegato: «Lo stato dell’applicazione da parte del ministero è ancora piuttosto in ritardo. Troppe volte il governo è più attento all’azione legislativa piuttosto che a quella esecutiva, che è invece il primario compito di chi è chiamato a governare», ha aggiunto l’esponente dem.

LA MINISTRA CATALFO PROMETTE IMPEGNO

La Catalfo ha trovato sul tavolo questa pesante eredità. In pochi mesi ha dovuto valutare la situazione, lasciata in sospeso dal suo predecessore Luigi Di Maio, e ha tenuto un incontro al ministero, venerdì 13 dicembre, con lo scopo di tracciare una road map. «Il mio impegno, nella prima metà del 2020, sarà concentrato sulla finalizzazione di alcuni importanti provvedimenti che, allo stato attuale, sono in fase di avanzata elaborazione, quali la definizione della modulistica dei bilanci degli enti del Terzo settore, le linee guida sulla raccolta fondi, la disciplina dell’attività di vigilanza sulle imprese sociali, il decreto concernente il funzionamento del registro unico nazionale del Terzo settore», ha spiegato Catalfo rispondendo alla Camera all’interrogazione del Pd.

CONFRONTO TECNICO CON LE REGIONI

Dal ministero hanno anche riferito che «è in corso il confronto tecnico con le Regioni e conto di poter giungere all’adozione del registro unico nei primi mesi del 2020». Ci sono stati, in questa direzione, anche gli incontri con l’Agenzia delle entrate e con il Forum del Terzo settore.

RITARDO ANCHE RISPETTO ALL’EUROPA

In questo quadro c’è un altro ritardo: quello sulla procedura nei confronti dell’Unione europea, necessaria per attestare la compatibilità delle previsioni fiscali con le normative comunitarie. Al momento dal ministero del Lavoro è arrivata la garanzia di aver istituito «un tavolo tecnico con il ministero dell’Economia e delle finanze e l’Agenzia delle entrate, attualmente impegnato nella definizione di un documento da sottoporre all’attenzione della Commissione Ue». Con la promessa generale di dialogare con i soggetti interessati. Che intanto attendono la reale attuazione della riforma.

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La polemica sulle parole di Bossi al congresso della Lega

Diventa virale la dichiarazione del fondatore del partito: «I meridionali aiutiamoli a casa loro perché se no straripano al Nord». Salvini alla fine si dissocia dal Senatur.

Il fondatore della Lega Umberto Bossi sembra non aver cambiato alcune sue convinzioni sul tema Nord-Sud. E anche se il partito ha dovuto cambiare pelle per esigenze elettorali, al Congresso di sabato è venuto fuori tutto l’animo della vecchia Lega Nord.

«Mi sembra giusto aiutare il Sud, mi sembra giusto, sennò se non li aiutiamo a casa loro straripano e vengono qui. È un po’ come l’Africa, non è stata aiutata e ci arrivano tutti addosso», ha detto il Senatùr alla platea di fianco a Matteo Salvini, che indaffarato con il telefono non ha voluto rettificare le parole del vecchio leader. Il video del discorso ha iniziato a circolare sui social, con sempre più voci che chiedevano al nuovo “Capitano” di dissociarsi dall’”Umberto”. 

Dopo aver fatto indigestione di gol (il Milan di oggi inguardabile, peggio del governo PD-5Stelle) si riparte!Incontri con la gente previsti stasera a Chieti, domani a Pescara, Ancona, Cesena, Crevalcore e Sant’Agata Bolognese.Una preghiera per Gaia e Camilla, non si può morire così a 16 anni🙏.

Posted by Matteo Salvini on Sunday, December 22, 2019

Alla fine Salvini è stato costretto a prendere le distanze. «Se qualcuno pensa che ci sia una parte del Paese che merita meno dell’altra ha sbagliato. Qualcuno è fermo al passato. Solo uniti si vince», ha detto domenica pomeriggio in diretta Facebook. Così come il congresso ha sancito l’esistenza di due partiti, Lega Nord e Lega con Salvini, così lo scontro sul meridione ha rimesso in luce quelle che sembrano ancora essere le due anime del Carroccio: quella a vocazione nazionale e quella ancora legata alla battaglia per il secessionismo.

IL M5S: «LA LEGA NORD È TRAVESTITA DA LEGA SALVINI»

«Aiutiamoli a casa loro altrimenti straripano al Nord? Che Bossi avesse certe idee in testa non è una novità. Ma Salvini prenderà le distanze? O pensa anche lui che i cittadini del Sud debbano essere tenuti in gabbia? Diffidate dalla Lega Nord travestita da Lega Salvini: evidentemente sono la stessa cosa», aveva detto la deputata M5s Anna Macina.

FORZA ITALIA: «DISSENSO TOTALE»

«Dissento totalmente dalle inaccettabili parole in libertà del Senatore Bossi ricordandogli che quando la gente del Sud è andata a lavorare al Nord d’Italia ha realizzato strade, ponti, infrastrutture, ha creato diritto e ha tirato su intere generazioni di italiani ‘del Nord’», ha scritto su Twitter il senatore di Forza Italia Renato Schifani.

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La finanza indaga sui soldi di Onorato a Grillo e Casaleggio

Non solo i soldi a Open, ora anche quelli versati al Movimento 5 Stelle e al blog di Beppe Grillo..

Non solo i soldi a Open, ora anche quelli versati al Movimento 5 Stelle e al blog di Beppe Grillo riportano l’armatore Vincenzo Onorato sotto la lente d’ingrandimento della Guardia di finanza. Una segnalazione dell’Unità antiriciclaggio di Bankitalia ha infatti indicato come oltre ai 150 mila euro elargiti alla fondazione che ha contribuito a portare Matteo Renzi fino a Palazzo Chigi (50 mila a titolo personale, 100 mila versati dalla sua società), il patron di Moby e Tirrenia ne abbia pagati circa 800 mila alla società che gestisce il blog di Beppe Grillo e alla Casaleggio associati.

10 MILA EURO AL MESE PER UNO SPOT

Secondo Corriere della Sera, la Stampa e il Messaggero, che hanno ricostruito la vicenda, si tratterebbe di due accordi diversi. Il primo è una partnership di due anni (2018 e 2019) con la Beppe Grillo srl, l’azienda che gestisce il blog del fondatore del Movimento 5 stelle da 120 mila euro l’anno in cambio di uno spot al mese da pubblicare anche su Facebook, Twitter e Instagram. Gli investigatori stanno conducendo verifiche sui prezzi offerti ad altri inserzionisti per capire se si tratti di una tariffa esagerata che dunque potrebbe nascondere un finanziamento politico volto a ottenere vantaggi normativi. Il secondo accordo è quello siglato con la Casaleggio Associati il 7 giugno 2018 e prevede la «stesura di un piano strategico e la gestione di iniziative volte a sensibilizzare l’opinione pubblica e gli stakeholder del settore marittimo sulla limitazione dei benefici fiscali del Registro Internazionale alle sole navi che imbarcano equipaggi italiani o comunitari». Prezzo: 600 mila euro con alcune clausole legate al raggiungimento di determinati risultati.

LA BATTAGLIA PER I MARITTIMI ITALIANI

Ed è proprio sul fronte dei benefici fiscali del Registro internazionale alle navi che imbarcano equipaggi italiani o comunitari che gira la questione. È una vecchia battaglia di Onorato, che in più occasioni della scelta di ingaggiare solo marittimi italiani ha fatto un vanto per la sua azienda. E che per questo richiede vantaggi fiscali. È per questo motivo che secondo la procura di Firenze avrebbe finanziato Open: per ottenere benefici dai governi di centrosinistra. E i fondi elargiti a Grillo e Casaleggio potrebbero suggerire una ripetizione dello schema per cercare di garantirsi una sponda da diverse forze politiche. Un appoggio che sicuramente ottenne, anche in forma pubblica, da parte di Grillo, che nel settembre 2018 pubblicò un tweet rilanciando un articolo sul suo blog a sostegno della battaglia di Onorato per i marittimi italiani.

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SOTTO LA LENTE DELL’UE

Le somme elargite da Onorato al M5s sono ritenute sospette «sia per gli importi, sia per la descrizione generica della prestazione ricevuta, che per la circostanza di essere disposti a beneficio di persone politicamente esposte», scrive l’Uif nel documento inviato alla guardia di finanza. La compagnia di Onorato ha il monopolio su alcune rotte marittime ed è titolare di una convenzione con lo Stato da 72 milioni di euro l’anno finita in un’istruttoria dell’Unione europea nel sospetto che possa trattarsi di «aiuti di Stato».

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Il caso dei 2 miliardi bloccati per cultura e turismo

C'è un tesoretto che potrebbe salvare il patrimonio storico di molte piccole comunità d'Italia. Soldi stanziati ma non ancora spesi o neppure programmati. Ritardi burocratici, territori in attesa e poche spiegazioni dal ministro Franceschini: radiografia di un pantano.

Almeno 2 miliardi di euro per cultura e turismo bloccati. Un tesoretto che potrebbe aiutare la conservazione e la valorizzazione del patrimonio storico, spesso di piccole comunità. Ma che è finito alla voce “soldi stanziati e non ancora spesi”.

ASSEGNAZIONE CON RENZI E GENTILONI

Si tratta infatti di fondi già assegnati nella precedente legislatura, prima dal governo Renzi e poi da quello presieduto da Paolo Gentiloni, per lavori mai partiti in molti casi. O che, in alcune situazioni, si trovano nella fase iniziale dopo aver superato le procedure burocratiche.

ESEMPI: CAPITALI DELLA CULTURA E INTERVENTI ANTICENDI

Secondo la tabella che Lettera43.it ha visionato, addirittura lo stanziamento di 8 milioni per l’iniziativa Capitali italiane della Cultura risulta assegnato, ossia a disposizione, ma non ancora elaborato per la sua attuazione pratica. Situazione simile si è verificata per il decreto di programmazione straordinaria di fondi risalenti al 2007/2013 per interventi antincendio: si parla di oltre 12 milioni e mezzo assegnati e nemmeno ancora messi in programma.

DIVERSI MILIONI IN ATTESA DI DESTINAZIONE

Del Piano operativo stralcio cultura e turismo 2014-2020, invece, ci sono 231 milioni ancora in attesa di destinazione: dei 740 assegnati infatti ne sono stati programmati solo 509. In altri contesti, per esempio per Matera, lo scenario è lievemente migliore: il totale (per il progetto Capitale della Cultura e per l’intervento su rione Sassi) è di 48 milioni di euro stanziati e in gran parte pianificati.

UN PROBLEMA GENERALE DI PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

Insomma, un quadro complesso per un settore molto delicato. Il ministro dei Beni culturali e del Turismo, Dario Franceschini, ha spiegato: «C’è un problema generale della Pubblica amministrazione italiana che è avere risorse e non avere capacità di spesa adeguate, mentre avremmo un grande bisogno di fare investimenti, di attuarli, sia per le opere sia per i parametri da rispettare che ci richiede l’Unione europea».

MA NELLO SPECIFICO PERCHÉ QUEL PANTANO?

Il titolare del Mibact ha quindi generalizzato la questione. Nel caso specifico, però, ci sono in ballo circa due miliardi di euro per vari interventi e progetti legati al suo ministero. Un insieme di risorse nazionali e comunitarie e per politica di coesione che, stando a quanto riferito in Aula da Italia viva, risulta in gran parte impantanato.

IL CASO È SBARCATO ALLA CAMERA

Il caso è finito così all’attenzione del parlamento. Il deputato di Iv Marco Di Maio ha presentato un’interrogazione alla Camera per avere un chiarimento. Franceschini si è difeso, sostenendo di non aver «trovato riscontro di questa cifra dei 2 miliardi» ed elencando una serie di interventi: «Per il programma operativo “Cultura e sviluppo”, 490 milioni sono stati interamente programmati e in corso d’attuazione, tant’è vero che questo ha consentito, raggiungendo gli obiettivi di target e performance, di riprogrammare 29 milioni. I fondi Fesr e FdR sono 161 progetti, 426 milioni, 22 in fase di gara, 80 cantieri in corso, 28 cantieri conclusi». Tutto bene, quindi? Non proprio. «Ci sono 15 operazioni, per un importo di 314 milioni, che presentano dei ritardi attuativi», ha detto Franceschini nell’Aula di Montecitorio.

MENTRE I TERRITORI RESTANO IN ATTESA

Fatto sta che su quei due miliardi non è arrivata la delucidazione richiesta dall’interrogazione. Il deputato renziano Di Maio ha spiegato a Lettera43.it: «Questi non sono solo numeri, dietro ai fondi fermi ci sono progetti di grande impatto per piccole comunità, per territori che attendono da tempo la riqualificazione del proprio patrimonio, per pezzi di Italia che insieme formano una parte fondamentale della nostra identità nazionale». Insomma «l’investimento in cultura e turismo sarà uno dei vettori che potrà trainare la crescita nei prossimi anni e generare nuove opportunità di occupazione».

FRANCESCHINI HA PROMESSO IL SUO IMPEGNO

Franceschini ha comunque garantito il suo impegno per velocizzare le procedure di svolgimento dei lavori: «Prevedremo un servizio apposito che si occupi di contratti, quindi gare, relativi ai beni culturali, un ufficio apposito che si occupi di monitoraggio costante sullo stato di attuazione delle gare e, contemporaneamente, insisteremo nell’utilizzo, come sono le indicazioni di carattere generale, di Invitalia come stazione appaltante».

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Via libera al Milleproroghe con una mina per i concessionari autostradali

In caso di revoca subentra Anas. Un modo del governo per nazionalizzare? Benetton, Gavio e gli altri sul piede di guerra. Nel decreto, licenziato dal Cdm "salvo intese", salta la norma sui vertici di Anac.

Aria di nazionalizzazione? I concessionari autostradali sono in fermento per una norma infilata nella bozza del Milleproroghe che ha ottenuto il via libera del Consiglio dei ministri.

GESTIONE AFFIDATA IN ATTESA DI NUOVA GARA

L’articolo 33 prevede infatti che in caso di revoca, decadenza o risoluzione di concessioni di strade o autostrade, in attesa di individuare un nuovo concessionario, la gestione può passare all’Anas, l’ente nazionale per le strade.

AD ANAS ANCHE LE ATTIVITÀ DI MANUTENZIONE

Al concessionario è dovuto il valore delle opere realizzate, le penali e gli altri costi da sostenere in conseguenza dell’estinzione del rapporto, a meno che lo stop alla concessione sia per suo inadempimento. Anas potrà inoltre svolgere le attività di manutenzione ordinaria e straordinaria e quelle di investimento finalizzate alla loro riqualificazione o adeguamento. Una mina vagante per i concessionari, che dai Benetton al gruppo Gavio sono tutti in agitazione.

testo decreto milleproroghe articolo 33

L’AISCAT: «UNA GRAVISSIMA LESIONE»

Sul tema Italia viva ha votato contro in Cdm, spiegando di aver messo a verbale il dissenso. Ovviamente anche l’associazione dei concessionari autostradali Aiscat non l’ha presa bene. E ha espresso «sconcerto e incredulità» per quell’articolo 33 che «sembra inficiato da forti dubbi di incostituzionalità», e «genera una gravissima lesione dello Stato di diritto, in quanto modifica per legge e in modo unilaterale i contratti in essere tra lo Stato e i concessionari autostradali». Insomma il provvedimento «rischia di provocare conseguenze estremamente gravi nei confronti di diverse società concessionarie, in particolare di quelle quotate in Borsa».

TESTO LICENZIATO SALVO INTESE: SALTA LA QUESTIONE ANAC

Il decreto è stato licenziato con la formula “salvo intese“: nel testo è saltata la norma «per assicurare la continuità» delle funzioni dell’Autorità nazionale anticorruzione. Un passaggio attribuiva al componente del consiglio con maggiore anzianità l’esercizio delle funzioni di presidente, ruolo ricoperto da Raffaele Cantone fino al 23 ottobre 2019. Il tema era affrontato anche in un emendamento alla manovra poi non ammesso.

SPORT E SALUTE, NIENTE MODIFICA ALLA GOVERNANCE

Altra questione saltata è quella della modifica alla governance di Sport e Salute Spa, la società che ha sostituito Coni Servizi. La nuova bozza del Milleproroghe infatti non contiene l’articolo che introduceva nuove “distribuzioni” delle funzioni, cambiamenti nella composizione del consiglio di amministrazione e nelle modalità di nomina.


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Il congresso della Lega di Salvini sancisce l’esistenza di due partiti

Bossi dal palco: : «Ora c'è la possibilità di avere il doppio tesseramento». Quella al movimento storico e quello fondato dal Capitano. Ma per il vecchio leader c'è la stading ovation.

Non è la fine della Lega Nordista di Bossi, ma è l’inizio di una doppia vita, con due partiti paralleli, con la Lega Nazionale di Matteo Salvini che si affianca a quella del fondatore. Il Congresso del 21 dicembre pensato per celebrare definitivamente il nuovo corso del nuovo capo e per modificare lo statuto del partito si basa su un compromesso. E lo ha spiegato proprio il patriarca Bossi quando dopo essere stato accolto da applausi e standing ovation, ha dichiarato: «Sono contento di dirvi che oggi non si chiude nessuna Lega, questo congresso nella sostanza dà la possibilità di avere il doppio tesseramento, sarà possibile essere iscritti alla Lega e alla Lega per Salvini».

Il fondatore della Lega Nord Umberto Bossi (D) e il segretario della Lega Matteo Salvini (S) al congresso Federale del partito. Milano 21 Dicembre 2019. ANSA / MATTEO BAZZI

«SIAMO NOI CHE CONCEDIAMO, SALVINI NON PUÒ IMPORCI UN C….»

«Questo», ha aggiunto il Senatùr, «glielo possiamo concedere, siamo noi che concediamo non è Salvini che ci impone. Salvini non può imporci un cazzo lo diciamo con franchezza. Le cose imposte non funzionano». E ancora: «Se Salvini vuole avere la possibilità di avere il simbolo della Lega nel partito chre sta facendo, deve raccogliere le firme», ha detto Bossi.

“Il nostro obiettivo è tornare al governo del Paese”, ha dichiarato Matteo Salvini dal palco del Congresso della Lega. Milano, 21 dicembre 2019. ANSA / MATTEO BAZZI

SALVINI:«BISOGNA APRIRE CON INTELLIGENZA LA LEGA»

Dal canto suo il segretario Salvini ha spiegato la sua linea. Bisogna «aprire con intelligenza», ma bisogna aprire la Lega. Secondo Salvini, infatti, con il 30% non si può «ragionare come se avessimo ancora il 3%». «Chi lascia fuori chi è più bravo» ha aggiunto il segretario, chi «tiene le porte chiuse fa il male del movimento», ovviamente «non subappaltando il movimento a portatori di voti dell’ultim’ora».

SALVINI SUL CASO GREGORETTI: «AUTODENUNCIAMOCI TUTTI»

«Propongo al congresso di autodenunciarci in massa se dovessero procedere», ha dichiarato poi il segretario della Lega sulla richiesta di autorizzazione a procedere per sequestro di persona riguardo al blocco della nave Gregoretti. «Non penso che questi giudici attacchino me, attaccano un popolo. Non c’è in ballo la libertà personale di Salvini è un attacco alla sovranità nazionale, alla sovranità popolare, al diritto alla sicurezza e alla difesa dei confini», aveva detto rispondendo ai giornalisti all’arrivo al Congresso del partito. «Io rispetto la stragrande maggioranza dei giudici che fanno bene il loro lavoro, qualcuno ha un pregiudizio», ha aggiunto Salvini.

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I giallorossi alla prova del decreto intercettazioni

Via libera del Consiglio dei ministri. Il Guardasigilli Bonafede: «Strumento irrinunciabile per le indagini». Dalle conversazioni rilevanti a cosa rischiano i giornalisti: le novità.

Un decreto ad hoc per le intercettazioni approvato dal Consiglio dei ministri. Il governo ha deciso di non inserire le norme così delicate dal punto di vista politico giudiziairio nel Milleproroghe, anch’esso licenziato dal Cdm.

BONAFEDE: «STRUMENTO IRRINUNCIABILE»

Su Facebook il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha scritto: «Il dl è uno strumento irrinunciabile per le indagini. Adesso elaboriamo un sistema moderno e digitale: ci saranno maggiori garanzie per trovare un punto di equilibrio tra l’esigenza delle indagini, la tutela della riservatezza e il diritto di difesa».

IL PM DECIDE SE LE INTERCETTAZIONI SONO RILEVANTI O MENO

Cosa cambia nel dettaglio? La scelta delle intercettazioni rilevanti o meno non sarà più solo della polizia giudiziaria, ma rientrerà nella sfera decisionale del pubblico ministero e gli avvocati potranno estrarre copia delle intercettazioni rilevanti.

IL GIORNALISTA NON RISCHIA L’INCRIMINAZIONE

Inoltre il giornalista che pubblica l’intercettazione non rischia più di essere incriminato per violazione di segreto d’ufficio e restano sostanzialmente le regole in vigore oggi. Il provvedimento detta anche indicazioni chiare rispetto alle indagini tuttora in corso, per cui valgono le regole attualmente in vigore: le nuove si applicano a tutte le iscrizioni di notizia di reato successive al 29 febbraio 2020, quando la nuova normativa è destinata a entrare in vigore.

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La lotta non è più di classe, ma tra generazioni

I sintomi si sono visti nelle elezioni britanniche. Ma presto contageranno (acuendosi) gli altri Paesi occidentali. L'analisi.

«Dato che esistono oratori balbuzienti, umoristi tristi, parrucchieri calvi, potrebbero anche esistere politici onesti» (Dario Fo). «Ogni cuoca dovrebbe imparare a reggere lo Stato» (Vladimir Lenin). Due citazioni estreme, ma che ben riassumono spirito e stato dell’arte della politica attuale. Un po’ ovunque agitata da leader divisivi, arroganti, presuntuosi. Talmente eccessivi nei loro comportamenti pubblici da riuscire, per colmo di paradosso, ad apparire normali. Scorrono le immagini di Donald Trump che twitta insulti e rabbia da impeachment, di Boris Johnson che fa jumping in un luna park, di Silvio Berlusconi che alla presentazione dell’ultimo libro di Bruno Vespa sembra Maurizio Crozza. Ma in assoluto l’immagine più desolante, per me almeno, è del ministro degli Esteri Luigi Di Maio alle prese con l’aggravarsi della crisi libica e l’intervento di Russia e Turchia nel conflitto. Qui anche la classica casalinga di Voghera capisce che il cuoco non è assolutamente all’altezza. Riuscite a immaginare il capo politico dei grillini che fronteggia Tayyip Erdogan e Vladimir Putin? Non vi viene da rimpiangere l’astuzia levantina di Giulio Andreotti?

NELLA MENTE DELL’OPINIONE PUBBLICA

Sono però sociologiche e non politiche le questioni che voglio affrontare e che scaturiscono dall’evidente contraddizione, manifestata dalla nostra classe politica, fra principi e azioni, fra richiami teorici alla coerenza e alla fedeltà (di partito) puntualmente smentiti dalla realtà. Una contraddizione questa che fa malauguratamente parte del patrimonio politico nazionale, ma che deve fare i conti, si spera fortunatamente, come dirò in seguito,con avvenimenti nuovi, veloci e imprevedibili. Ma facciamo alcuni esempi di giornata. Matteo Salvini che twitta il benvenuto ai tre senatori transfughi dal M5s, dimentico, come gli viene subito ritwittato e ricordato, che due anni fa auspicava l’inserimento nella costituzione del vincolo di mandato.

Il senatore Gian Luigi Paragone che vota no alla finanziaria, ma invocando la fedeltà al programma elettorale dei 5 Stelle. I deputati di Forza Italia che chiedono invece il referendum, dopo avere nei giorni scorsi votato la riduzione del numero dei parlamentari. Però il meglio del peggio, ossia il pessimo, lo offrono i due ex alleati Salvini-Di Maio che ora si insultano. Anche se è il leghista la dissociazione fatta persona, visto che lo si dà in avvicinamento all’altro Matteo (Renzi) e favorevole a un governo di grande coalizione guidato dal sino a ieri odiato banchiere europeista Mario Draghi. L’interrogativo più pertinente non riguarda la pena e il danno che l’attuale classe politica italiana procura al Paese, perché ormai sono conclamati, bensì l’atteggiamento delle opinioni pubbliche, dei gruppi sociali e anche dei rispettivi sostenitori ed elettori. Visto che su di esso sembra non avere effetto alcuno questa deplorevole e generalizzata abitudine a dire una cosa, pensarne un’altra e farne una diversa.

LA STANCHEZZA DIETRO UN’INDIFFERENZA MANIFESTA

A promettere fedeltà al partito o agli alleati e poi tradirli alla prima occasione utile, così come rinfacciare alla parte avversa, quando si è all’opposizione, un comportamento istituzionale scorretto, salvo poi praticarlo, una volta passati al governo. Come è puntualmente accaduto con la soppressione del dibattito parlamentare in occasione della recente legge finanziaria. Credo che sull’indifferenza dei cittadini-elettori a cambiare giudizio di fronte a scelte politiche incoerenti o infedeli giochi la stanchezza e il fastidio. Ma anche l’imporsi di un’adessitudine o presentismo famelico che cancella sia il futuro sia il passato. Internet e il web sono stati e sono un potente azzeratore di memoria. Ma della memoria a breve, perché quella remota, anche per reazione a un presente che comunque non piace, si attiva con i colori e la forza della nostalgia.

L’apparente dejà vu è preso all’interno di una struttura sociale nuova e di un contesto tecnologico totalmente diverso

Quasi nessuno credo ricordi il ministro Franco Frattini o di cosa sia stata ministra Maria Elena Boschi. Tutti però ci troviamo a rimpiangere i leader di un tempo quasi remoto: Enrico Berlinguer, Giorgio Almirante, Aldo Moro. Perfino Winston Churchill viene scomodato per confronti fuori tempo e fuori luogo. Ma comunque denotativi di una generalizzata tendenza a correre velocissimi in ogni ambito, non solo in politica. Però con la testa girata all’indietro. «A tutta velocità guardando lo specchietto retrovisore», ha scritto il sociologo Th. Eriksen in Tempo tiranno. Velocità e lentezza nell’era informatica. È la nostalgia del buon tempo che fu e della “buona politica “, rivendicata dal movimento delle Sardine, che alimenta questa ambivalenza? Certamente sì. Ma c’è anche molto di nuovo in questo riproporsi, peraltro ciclico, di corsi e ricorsi. Il fatto fondamentale che l’apparente dejà vu è preso all’interno di una struttura sociale nuova e di un contesto tecnologico totalmente diverso.

IL WEB RIDISEGNA RAPPORTI E RELAZIONI

Il fascismo non tornerà, perlomeno nelle forme che abbiano conosciuto, non tanto perché lo scrive Vespa, ma perché i media di riferimento non sono più la radio e il cinematografo bensì il web. Che ridisegna rapporti e relazioni. Per molti aspetti inediti, anche quando sembrano riproporre vecchi schemi. Un mix di edito e inedito, di confermativo e sorprendente, di passato che ritorna e futuro che ricomincia, che emerge nitidamente dalle recenti elezioni nel Regno Unito. Gli inglesi che con il loro voto hanno espresso nostalgia per l’Inghilterra imperiale, che però non c’è più, hanno nello stesso tempo indicato, sia pure inconsapevolmente, che il trionfo delle piazze virtuali, ovvero la trasformazione esclusiva della politica in tweet e streaming su Facebook, è di là da venire. Nel contempo che il trionfo di Johnson segnala un inedito assoluto: non è più la lotta di classe il motore del confronto e scontro politico, bensì il conflitto fra generazioni.

IL CASO DELLE ELEZIONI NEL REGNO UNITO

Jeremy Corbyn ha infatti strabattuto il rivale sul web, ma ha rimediato la peggiore sconfitta elettorale dal 1935. Il Labour ha vinto su Internet, facendo uso di meme, post virali su Facebook e video che hanno attirato l’attenzione degli elettori. I fan di Corbyn sono stati molto più coinvolti sui social media rispetto a quelli di Johnson, e i video dei laburisti contro i conservatori hanno ottenuto milioni di visualizzazioni. Ma ciò non si è tradotto in voti, e i Tory hanno conquistato 364 seggi contro i 203 di Labour. Questo risultato costringe tutti a rifare i conti digitali con la politica. E a riconsiderare il ruolo e il potere delle piazze reali, che date per morte, si riscoprono improvvisamente, come l’ascesa del movimento delle Sardine, vitali, attuali. Capaci di indicare nuove traiettorie e dinamiche alla dialettica sociale e alla lotta politica. Che, come mostra l’analisi del recente voto britannico di Yougov, sembra spostarsi dal piano degli interessi di classe a quelli di età.

Il labour di Corbyn ha infatti stravinto nella fascia 18-24 anni e prevalso in quella 25-49, ma straperso in quelle 50-64 e oltre i 65. È molto probabile che questo scontro fra generazioni sia destinato, a breve, a generalizzarsi e acuirsi in tutti i Paesi dell’Occidente sviluppato. Quelli del welfare generoso con i pensionati. Ma non più sostenibile e ancor meno accettabile per un numero crescente di giovani. Che sono scesi in piazza e intendono continuare a farlo. Perchè, come hanno scritto a Repubblica i quattro promotori delle Sardine, «siamo stati per troppo tempo sdraiati».

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Caso Salvini-Gregoretti: Italia viva vuole fare da ago della bilancia

Renzi tiene il governo in stand-by sull'autorizzazione a procedere in Giunta a Palazzo Madama. Entro il 20 gennaio il voto.

«Leggeremo le carte e decideremo, senza isterismi e senza sventolare cappi e manette, come si fa nei Paesi civili», ha scritto in un post su Facebook il capogruppo di Italia Viva in Senato Davide Faraone, tornando sulla vicenda del voto sulla vicenda della nave Gregoretti. «E adesso la domanda è: quindi salvate Salvini dal processo?», scrive Faraone: «Noi non usiamo le questioni giudiziarie a fini politici, non lo abbiamo mai fatto e mai lo faremo. Oppure il garantismo vale per gli amici, mentre per gli avversari politici si diventa giustizialisti?».

I NUMERI ALLA GIUNTA PER LE AUTORIZZAZIONI

«In teoria contro Salvini dovrebbero votare l’unica esponente del Pd (Anna Rossomando), 6 grillini, l’ex presidente del Senato Pietro Grasso e l’ex M5s Gregorio De Falco più i tre di Italia Viva. Totale 12 voti», spiega il Corriere della Sera, «sul fronte opposto sono schierati Lega (5), Forza Italia (4), Fratelli d’Italia (1, il presidente della giunta Maurizio Gasparri) ai quali potrebbe aggiungersi l’esoponente sudtirolese Durnwalder. E farebbero 11. A questo punto se i renziani dovessero farsi da parte, il verdetto verrebbe ribaltato e la giunta non potrebbe dare il via libera al processo contro Salvini».

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La vera rivoluzione delle Sardine è ispirare fiducia

Sui social la prima regola è diffidare di tutto e sempre, dalle notizie che possono essere false a chi ti sembra amico. Il movimento anti-Salvini ha rotto questa Rete. Spingendo le persone a scendere in piazza e a tornare a credere nei fondamenti della convivenza umana.

La lettera dei quattro organizzatori delle Sardine, pubblicata da la Repubblica, è fresca e simpatica proprio come le facce e la parlata degli autori. «Eravamo quattro trentenni come ce ne sono tanti», quattro trentenni al bar, insomma, come nella canzone di Gino Paoli, e grazie ad alcune iniziative spontanee nate su Facebook prende corpo l’idea di una manifestazione importante, che si contrapponga al comizio di Matteo Salvini a Bologna. Successo oceanico, e da lì tutto il resto.

CAPTATA UN’ESIGENZA: LA VOGLIA DI PARTECIPAZIONE

I quattro delle Sardine, in sostanza, raccontano che hanno semplicemente ascoltato quello che già stava accadendo, hanno captato un’esigenza, un’inquietudine che era voglia di partecipazione e l’hanno soltanto comunicata, condivisa, organizzata.

QUASI MEZZO MILIONE DI PERSONE USCITE DI CASA

La parte più interessante del loro resoconto di come sono andate le cose non è tanto quella politica – anche se tutto, ovviamente, è politica. La parte interessante è il loro stesso stupore, misto a entusiasmo, per il quasi mezzo milione di persone (sommando tutte le varie manifestazioni) che «sono uscite di casa, al freddo e sotto la pioggia».

PRESENZA FISICA OLTRE LA RETE

L’hanno fatto, dicono, «per dire che la loro idea di società non rispecchia affatto quella presentata dalla destra». Può darsi. Forse alcuni sì e alcuni no. Ma è probabile che la maggior parte sia andata lì soprattutto per uscire dalla Rete, per ritrovare e dare valore alla presenza fisica, benché la Rete sia stata essenziale ai fini organizzativi. Tutte quelle persone, sottolinea la lettera, «si sono fidate, e hanno continuato a fidarsi».

Flash mob delle Sardine nel piazzale della stazione ferroviaria di Venezia. (Ansa)

CONTRO IL WEB CHE TI SPINGE SOLO A DIFFIDARE DI TUTTO

Ecco. La fiducia. Cioè una delle cose più preziose che la pervasività dei social network ha messo in crisi. “Non fidarsi di nessuno” è la prima regola che si impara stando sui social o comunque sul web. Diffidare di tutti e sempre, anche di coloro che ti sembrano simili e amici. Facebook ha disintegrato il concetto stesso di amicizia, trasformandola in collezionismo di facce.

ONLINE SIAMO SEMPRE OSSERVATI E MONITORATI

Ormai tutti abbiamo imparato che ogni nostra attività online è osservata e monitorata per conoscere i nostri desideri, i nostri pensieri, la nostra disponibilità all’acquisto di qualunque cosa. Che puntualmente ci viene proposta, imposta, sbattuta davanti agli occhi con il cartellino del prezzo.

Un momento della manifestazione in Piazza Vittoria a Brescia. (Ansa)

LA FIDUCIA È ALLA BASE DELLA CONVIVENZA UMANA

La fiducia, si sa, è la base stessa della società, dell’economia, della cultura. Se nessuno si fida più di nessuno, si sgretolano i fondamenti della convivenza umana, della civiltà. Se ogni notizia può essere falsa, se ogni account, ogni persona può essere falsa, non è più possibile nessuna interazione virtuosa.

SUI SOCIAL INVECE RESTIAMO SPETTRI DESOLATI

Per questo il movimento delle Sardine, ancorché esprimere una posizione politica, sembra trasmettere in primo luogo una rivolta contro le maglie di una Rete che rendendoci tutti virtuali ci ha reso spettri diffidenti e desolati. Più volte, nella lettera, i quattro esultano al fatto di «essere finalmente liberi». Proprio come pesci che erano finiti nella rete del pescatore e sono riusciti a tornare nel mare aperto delle piazze. Contro i piazzisti della paura e dell’odio.

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Perché la schietta Meloni ha futuro e il soggettone Salvini no

La leader di Fratelli d'Italia, premiata dai sondaggi, va di moda. A destra appare come il ritorno alla normalità, la realizzazione del sogno di Fini. E si giova dei difetti del "ragazzo della birreria" che se non parla di immigrati è muto.

Giorgia Meloni comincia a essere di moda da quando i sondaggi la premiano. Massimo Gramellini sul Corriere della Sera la elogia per le cose dette sulla madre nigeriana di Sondrio, Fausto Bertinotti la giudica molto bene, e si potrebbero citare altri entusiasti ammiratori. Il suo successo è parallelo all’insuccesso crescente di Matteo Salvini, uomo di molti voti virtuali che sta diventando antipatico come Matteo Renzi. In Meloni, nel suo avanzare nelle simpatie popolari, confluiscono più elementi.

UNA DESTRA TOSTA, FRANCA E BRUTALE

In primo luogo non dobbiamo mai dimenticare che questo Paese ha una forte componente di destra popolare, o forse, come diceva il mio amico Massimo D’Alema per richiamare alla realtà i sognatori di sinistra, «è un Paese di destra». Una destra tostissima, nostalgica al punto giusto ma non di quelle che si fanno incastrare nelle celebrazioni del passato, che parla con una franchezza che sfiora la brutalità.

TROPPI DIFETTI EVIDENTI DI SALVINI

In verità oggi Meloni si giova degli evidenti difetti di Salvini e del fatto che quel “soggettone” leghista se non parla di immigrati è praticamente muto. Tuttavia c’è dell’altro nel successo di Meloni, oltre il riemergere di una destra di tradizione e la sua migliore immagine rispetto a quella di Salvini. La Meloni appare, a destra, come il ritorno alla normalità.

GLI ITALIANI SONO STANCHI DELLE BIZZARRIE

Cerco di spiegarmi meglio. Gli italiani sono stanchi di tutto questo ambaradan culminato nelle bizzarrie del Movimento 5 stelle e nel furore xenofobo leghista. Anche chi detesta la sinistra con tutte le proprie forze, e in Italia sono milioni di persone, cerca strade maestre e non scorciatoie inconcludenti. Dal lato opposto questo vociare razzista e con toni da guerra civile ha risvegliato le coscienze. Mi dispiace per i detrattori delle sardine che speravano di battere la destra con la vecchia lotta di classe, ma, come è sempre avvenuto nella storia, la prima fase della rivoluzione è “democratica”.

INTANTO I BUONI STANNO PROVANDO A RIBELLARSI

Le sardine, come si può leggere bene nella lettera che hanno inviato a la Repubblica, sono uno straordinario movimento civico che incrocia e contrasta lo spirito bellico di questi anni. I “buoni” si sono ribellati e hanno scoperto che la piazza non è naturaliter di destra. È probabile che in un tempo medio tutto ciò porterà a una formazione politica originale in grado di competere elettoralmente con la destra. Per ora non è così.

GIORGIA CORONA IL SOGNO DI FINI

Giorgia Meloni rappresenta l’inveramento del sogno di Gianfranco Fini. L’uomo lo abbiamo tutti dimenticato, ma ebbe un momento di celebrità che minacciò la popolarità di Silvio Berlusconi e questo segnò il suo destino. L’Italia di destra si fidava di più di questo ragazzo attempato in doppio petto, che parlava come un liberal ma che aveva solidi radici di destra. Fini era forse un po’ troppo un punto di compromesso fra passato e futuro della destra. Meloni, invece, ha talmente segnato su se stessa la sua natura di destra che non corre il rischio di apparire una che sta facendo mutare pelle al suo popolo.

PIÙ SOLIDA DEL LINGUAGGIO IMBROGLIONE SALVINIANO

La caratteristica che sembrava nuocerle, la sua romanità, anzi il suo essere donna di un quartiere bellissimo come la Garbatella, le ha dato il carattere di schiettezza che è cosa più solida del linguaggio imbroglione di Salvini.

ANCHE SE I GIORNALI NORDISTI STANNO ANCORA CON MATTEO

I giornali di destra non si sono accorti ancora di lei. Sono ancora tutti presi dal ragazzo della birreria anche perché i direttori di quei giornali sono nordisti nel profondo dell’anima. E poi Salvini sembra uno che i direttori di questi giornali possono manipolare mentre la “destra” Meloni non è gestibile.

ALLA LEGA RESTANO LE BUFFONATE DI MARIO GIORDANO

Sta di fatto che l’avanzare della Meloni è uno dei tanti segnali che la ricreazione sta finendo. Per i cinque stelle è finita tant’è che Beppe Grillo predica la buona educazione e un asse comune con la sinistra. La Lega di Salvini, che ha capito anzitempo gli umori neri del suo popolo, ora crede alle buffonate (intese come esibizioni clownesche) di Mario Giordano. Dura minga.

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Perché la schietta Meloni ha futuro e il soggettone Salvini no

La leader di Fratelli d'Italia, premiata dai sondaggi, va di moda. A destra appare come il ritorno alla normalità, la realizzazione del sogno di Fini. E si giova dei difetti del "ragazzo della birreria" che se non parla di immigrati è muto.

Giorgia Meloni comincia a essere di moda da quando i sondaggi la premiano. Massimo Gramellini sul Corriere della Sera la elogia per le cose dette sulla madre nigeriana di Sondrio, Fausto Bertinotti la giudica molto bene, e si potrebbero citare altri entusiasti ammiratori. Il suo successo è parallelo all’insuccesso crescente di Matteo Salvini, uomo di molti voti virtuali che sta diventando antipatico come Matteo Renzi. In Meloni, nel suo avanzare nelle simpatie popolari, confluiscono più elementi.

UNA DESTRA TOSTA, FRANCA E BRUTALE

In primo luogo non dobbiamo mai dimenticare che questo Paese ha una forte componente di destra popolare, o forse, come diceva il mio amico Massimo D’Alema per richiamare alla realtà i sognatori di sinistra, «è un Paese di destra». Una destra tostissima, nostalgica al punto giusto ma non di quelle che si fanno incastrare nelle celebrazioni del passato, che parla con una franchezza che sfiora la brutalità.

TROPPI DIFETTI EVIDENTI DI SALVINI

In verità oggi Meloni si giova degli evidenti difetti di Salvini e del fatto che quel “soggettone” leghista se non parla di immigrati è praticamente muto. Tuttavia c’è dell’altro nel successo di Meloni, oltre il riemergere di una destra di tradizione e la sua migliore immagine rispetto a quella di Salvini. La Meloni appare, a destra, come il ritorno alla normalità.

GLI ITALIANI SONO STANCHI DELLE BIZZARRIE

Cerco di spiegarmi meglio. Gli italiani sono stanchi di tutto questo ambaradan culminato nelle bizzarrie del Movimento 5 stelle e nel furore xenofobo leghista. Anche chi detesta la sinistra con tutte le proprie forze, e in Italia sono milioni di persone, cerca strade maestre e non scorciatoie inconcludenti. Dal lato opposto questo vociare razzista e con toni da guerra civile ha risvegliato le coscienze. Mi dispiace per i detrattori delle sardine che speravano di battere la destra con la vecchia lotta di classe, ma, come è sempre avvenuto nella storia, la prima fase della rivoluzione è “democratica”.

INTANTO I BUONI STANNO PROVANDO A RIBELLARSI

Le sardine, come si può leggere bene nella lettera che hanno inviato a la Repubblica, sono uno straordinario movimento civico che incrocia e contrasta lo spirito bellico di questi anni. I “buoni” si sono ribellati e hanno scoperto che la piazza non è naturaliter di destra. È probabile che in un tempo medio tutto ciò porterà a una formazione politica originale in grado di competere elettoralmente con la destra. Per ora non è così.

GIORGIA CORONA IL SOGNO DI FINI

Giorgia Meloni rappresenta l’inveramento del sogno di Gianfranco Fini. L’uomo lo abbiamo tutti dimenticato, ma ebbe un momento di celebrità che minacciò la popolarità di Silvio Berlusconi e questo segnò il suo destino. L’Italia di destra si fidava di più di questo ragazzo attempato in doppio petto, che parlava come un liberal ma che aveva solidi radici di destra. Fini era forse un po’ troppo un punto di compromesso fra passato e futuro della destra. Meloni, invece, ha talmente segnato su se stessa la sua natura di destra che non corre il rischio di apparire una che sta facendo mutare pelle al suo popolo.

PIÙ SOLIDA DEL LINGUAGGIO IMBROGLIONE SALVINIANO

La caratteristica che sembrava nuocerle, la sua romanità, anzi il suo essere donna di un quartiere bellissimo come la Garbatella, le ha dato il carattere di schiettezza che è cosa più solida del linguaggio imbroglione di Salvini.

ANCHE SE I GIORNALI NORDISTI STANNO ANCORA CON MATTEO

I giornali di destra non si sono accorti ancora di lei. Sono ancora tutti presi dal ragazzo della birreria anche perché i direttori di quei giornali sono nordisti nel profondo dell’anima. E poi Salvini sembra uno che i direttori di questi giornali possono manipolare mentre la “destra” Meloni non è gestibile.

ALLA LEGA RESTANO LE BUFFONATE DI MARIO GIORDANO

Sta di fatto che l’avanzare della Meloni è uno dei tanti segnali che la ricreazione sta finendo. Per i cinque stelle è finita tant’è che Beppe Grillo predica la buona educazione e un asse comune con la sinistra. La Lega di Salvini, che ha capito anzitempo gli umori neri del suo popolo, ora crede alle buffonate (intese come esibizioni clownesche) di Mario Giordano. Dura minga.

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La lettera in cui le Sardine spiegano di non voler diventare un partito

I quattro fondatori pubblicano un lungo messaggio su Repubblica. E spiegano: «Siamo un movimento pacifico, incorniciarlo sarebbe come mettere confini al mare».

«La pentola era pronta per scoppiare, le Sardine le hanno permesso semplicemente di fischiare. L’ Italia è nel mezzo di una rivolta popolare pacifica che non ha precedenti negli ultimi decenni. Chi cercherà di osteggiarla sentirà solo più acuto il fischio, chi tenterà di cavalcarla rimarrà deluso». Scrivono così i quattro fondatori delle Sardine – Andrea Garreffa, Roberto Morotti, Mattia Santori e Giulia Trappoloni – in una lettera a Repubblica in apertura di prima pagina. E aggiungono: «La forma stessa di un partito sarebbe un oltraggio a ciò che è stato e che potrebbe essere. E non perché i partiti siano sbagliati, ma perché veniamo da una pentola e non è lì che vogliamo tornare».

«CI SENTIAMO IMPREPARATI, MA LIBERI»

«Chiedere che cornice dare a una rivolta è come mettere confini al mare. Noi ci chiediamo ogni giorno come fare e ci sentiamo ridicoli, inadatti e impreparati… ma finalmente liberi», scrivono i quattro ragazzi. «L’unica certezza che abbiamo è che siamo stati sdraiati per troppo tempo. E che ora abbiamo bisogno di nuotare». I quattro trentenni raccontano il percorso che li ha portati dalla manifestazione del 14 novembre a Bologna a quella del 14 dicembre in piazza San Giovanni a Roma, fino alla riunione del giorno seguente. Oggi «siamo quattro trentenni come ce ne sono tanti in Italia. Il processo che abbiamo contribuito a creare sarà lungo, ma intanto è iniziato. E per quanto possiamo essere qualcuno all’interno delle piazze, dei nostri collettivi e dei nostri circoli, non siamo nessuno all’interno di questo processo», osservano.

«LE SARDINE SONO SOLO UN PRETESTO»

«Le Sardine non esistono, non sono mai esistite. Sono state solo un pretesto. Potevano essere storioni, salmoni o stambecchi. La verità è che la pentola era pronta per scoppiare. Poteva farlo e lasciare tutti scottati. Per fortuna le sardine le hanno permesso semplicemente di fischiare», sottolineano. «Non è stato grazie a noi, né tanto meno a chi ha organizzato le piazze dopo di noi. È stato grazie a un bisogno condiviso di tornare a sentirsi liberi. Liberi di esprimere pacificamente un pensiero e di farlo con il corpo, contro ogni tentativo di manipolazione imposto dai tunnel solipsistici dei social media. La condivisione dello stesso male ci ha resi alleati coesi, ha unito il fronte».

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In Piemonte voto di scambio con la ‘ndrangheta, arrestato l’assessore di Fdi Rosso

Responsabile dei diritti civili nella giunta di centrodestra, a lungo era stato parlamentare di Forza Italia. Eseguite altre sette misure di custodia cautelare.

Il blitz contro la ‘ndrangheta non si ferma e dopo la maxi operazione del 19 dicembre e gli arresti eseguiti in Valle D’Aosta, questa volta le indagini toccano il Piemonte. Roberto Rosso, assessore ai Diritti civili della Regione Piemonte, a lungo parlamentare di Forza Italia, per cui all’inizio degli anni ’90 è stato candidato sindaco di Torino, e ora in Fratelli d’Italia, è stato arrestato la mattina del 20 dicembre dalla guardia di di Finanza nell’ambito di un’inchiesta sulla ‘ndrangheta che ipotizza anche il voto di scambio.

ACCORDO CON I BOSS PER LE ULTIME ELEZIONI REGIONALI

Le accuse nei suoi confronti riguarderebbero le ultime elezioni regionali. «Secondo le risultanze delle indagini Roberto Rosso è sceso a patti con i mafiosi. E l’accordo ha avuto successo», ha detto Francesco Saluzzo, procuratore generale del Piemonte. Gli investigatori hanno documentato – anche con immagini – diversi incontri tra Rosso e alcuni presunti boss, tra cui Onofrio Garcea, esponente del clan Bonavota in Liguria, anche in piazza San Carlo a Torino. Oltre all’arresto di Rosso le Fiamme gialle hanno eseguito altre sette ordinanze di custodia cautelare e sequestri di beni nei confronti di soggetti legati alla ‘ndrangheta e operanti a Torino.

ALLONTANATO DAL PARTITO

Fratelli d’Italia, da parte sua, ha allontanato Rosso dal partito. Apprendiamo che stamattina è stato arrestato con l’accusa più infamante di tutte: voto di scambio politico-mafioso. Mi viene il voltastomaco», ha dichiarato Giorgia Meloni. «Mi auguro dal profondo del cuore che dimostri la sua innocenza, ma annuncio fin da ora che Fratelli d’Italia si costituirà parte civile nell’eventuale processo a suo carico. Ovviamente, fin quando questa vicenda non sarà chiarita, Rosso è da considerarsi ufficialmente fuori da Fdi».

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In Piemonte voto di scambio con la ‘ndrangheta, arrestato l’assessore di Fdi Rosso

Responsabile dei diritti civili nella giunta di centrodestra, a lungo era stato parlamentare di Forza Italia. Eseguite altre sette misure di custodia cautelare.

Il blitz contro la ‘ndrangheta non si ferma e dopo la maxi operazione del 19 dicembre e gli arresti eseguiti in Valle D’Aosta, questa volta le indagini toccano il Piemonte. Roberto Rosso, assessore ai Diritti civili della Regione Piemonte, a lungo parlamentare di Forza Italia, per cui all’inizio degli anni ’90 è stato candidato sindaco di Torino, e ora in Fratelli d’Italia, è stato arrestato la mattina del 20 dicembre dalla guardia di di Finanza nell’ambito di un’inchiesta sulla ‘ndrangheta che ipotizza anche il voto di scambio.

ACCORDO CON I BOSS PER LE ULTIME ELEZIONI REGIONALI

Le accuse nei suoi confronti riguarderebbero le ultime elezioni regionali. «Secondo le risultanze delle indagini Roberto Rosso è sceso a patti con i mafiosi. E l’accordo ha avuto successo», ha detto Francesco Saluzzo, procuratore generale del Piemonte. Gli investigatori hanno documentato – anche con immagini – diversi incontri tra Rosso e alcuni presunti boss, tra cui Onofrio Garcea, esponente del clan Bonavota in Liguria, anche in piazza San Carlo a Torino. Oltre all’arresto di Rosso le Fiamme gialle hanno eseguito altre sette ordinanze di custodia cautelare e sequestri di beni nei confronti di soggetti legati alla ‘ndrangheta e operanti a Torino.

ALLONTANATO DAL PARTITO

Fratelli d’Italia, da parte sua, ha allontanato Rosso dal partito. Apprendiamo che stamattina è stato arrestato con l’accusa più infamante di tutte: voto di scambio politico-mafioso. Mi viene il voltastomaco», ha dichiarato Giorgia Meloni. «Mi auguro dal profondo del cuore che dimostri la sua innocenza, ma annuncio fin da ora che Fratelli d’Italia si costituirà parte civile nell’eventuale processo a suo carico. Ovviamente, fin quando questa vicenda non sarà chiarita, Rosso è da considerarsi ufficialmente fuori da Fdi».

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