Quattro senatori ci ripensano e si tirano indietro. Slitta il deposito del quesito in Cassazione.
Slitta l’appuntamento del deposito in Cassazione del quesito referendario contro il taglio dei parlamentari perché al momento mancano tutte le 64 firme dei senatori necessarie. Andrea Cangini (Forza Italia) assicura che sarà preso un nuovo appuntamento entro il 12 gennaio, termine ultimo. «In quattro hanno ritirato le firme ma altri si stanno aggiungendo per cui per correttezza abbiamo chiesto alla Cassazione uno slittamento», ha aggiunto Cangini.
DUBBI ANCHE DA PD E M5S
I quattro sarebbero tutti senatori di Forza Italia, dell’area vicina a Mara Carfagna, guidati da Massimo Mallegni. Sempre a quanto si apprende, anche tra i senatori del Pd che hanno firmato è in corso una riflessione, dopo l’intesa col M5s sulla legge elettorale. Le firme devono essere raccolte e verbalizzate entro domenica 12 e possono essere consegnate in Cassazione anche il 13.
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La richiesta inoltrata dal senatore M5s Crucioli e sostenuta da Pd e Italia viva. Il leghista: «Sono senza dignità».
È stato deciso il rinvio del voto della Giunta delle immunità del Senato sull’autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini per il caso Gregoretti. L’orientamento che sembrava aver preso piede tra le fila della maggioranza è stato confermato dalla richiesta inoltrata dal Movimento 5 stelle attraverso il senatore Mattia Crucioli, tenendo conto della sospensione delle attività delle commissioni di Palazzo Madama previste dalla Conferenza dei capigruppo dal 20 al 26 gennaio per via delle elezioni regionali del 26. Anche Italia viva e Partito democratico hanno concordato il rinvio con il M5s. È stato chiesto inoltre un ulteriore approfondimento dell’istruttoria.
GASPARRI AVEVA CHIESTO DI RESPINGERE LA RICHIESTA
In precedenza, Il presidente della Giunta delle immunità Maurizio Gasparri aveva chiesto di respingere la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini. La proposta era stata avanzata dal presidente nella relazione illustrata ai senatori, all’inizio della nuova riunione. «Hanno paura di perdere la faccia, sono senza onore e senza dignità», è stato il primo commento di Salvini una volta venuto a conoscenza del rinvio.
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Ha detto «combatto da solo», presenta risposte già date e quelle pronte per le domande di domani, sa tutto, ha una enorme capacità. Un esempio di leader che risolvei problemi, privo di rabbie personali e concreto, concretissimo. La sinistra lo prenda a modello.
Chissà che pensieri ha al mattino, appena sveglio, Stefano Bonaccini, candidato del Pd (ma non si può dire) per la guida dell’Emilia-Romagna.
Sulle sue spalle, che sembrano molto attrezzate, c’è il destino politico di un Paese, di un governo e di un paio di personaggi della politica che sono arrivati all’ultimo miglio.
Se Bonaccini perde, viene giù tutto. Cade il governo anche se non subito, i cinque stelle vanno per prati, il Pd o si rifonda o si rifonda. Se Bonaccini, invece, vince, Giuseppe Conte può pensare di avere vita più lunga, Luigi Di Maio respira, Nicola Zingaretti apparirà come il salvatore del Pd dopo gli anni di Matteo Renzi, ma soprattutto Matteo Salvini, assediato dalla coriacea Giorgia Meloni, si chiuderà in una birreria e da lì non uscirà più senza che alcuno vada a cercarlo.
LA BATTAGLIA DI BONACCINI CONTRO LA STRANA COPPIA
La battaglia di Bonaccini è stata seria. Non ha voluto compagnia, ha detto «combatto da solo», presenta risposte già date e quelle pronte per le domande di domani, sa tutto, ha una enorme capacità di lavoro e soprattutto ha a che fare con un signore che parla all’Emilia-Romagna come se fosse una trincea di guerra e non una regione pacifica (forse non più pacificata, ma pacifica) e con una signora che visibilmente sa appena dire il proprio nome e cognome.
Mettere insieme due incapaci contro un uomo di qualità e vederli vincere darebbe l’immagine di un Paese che vuole morire
Se questa strana coppia vincerà bisognerà riflettere bene su quanti disastri anche emotivi ha combinato la sinistra in questi decenni. Mettere insieme due incapaci contro un uomo di qualità e vederli vincere darebbe l’immagine di un Paese che vuole morire. E allora muoia. Tuttavia non accadrà.
UN MODELLO DI LEADERSHIP DA IMITARE
Il prode Bonaccini al mattino si sveglia, secondo me, “senza pnzier”, tranne quello di quali cittadini incontrare e di cosa dire. Quello sbevazza e fa casino, quell’altra fa la bella donna in tivù, lui fa l’operaio della politica che monta i pezzi che si sono rotti, fa funzionare la casa, ti fa stare tranquillo. Può perdere? In fondo, lo dico prima di sapere come andrà a finire, il modello di leadership di Bonaccini, ma penso anche a Beppe Sala e a tanti altri – non a Michele Emiliano – dovrebbe essere il modello di sinistra vincente. Cioè leader, uomini o donne, che risolvono i problemi, che sono pieni di umanità, privi di rabbie personali, riconciliati con il mondo e concreti, concretissimi.
Da sinistra, il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, assieme al sindaco di Milano Giuseppe Sala.
Caro Bonaccini, io tifo per Lei (un tempo ti avrei detto tifo per te, ma oggi vale il titolo della canzone di Richy Gianco: «Compagno sì, compagno no, compagno un cazzo» e quindi ti do del Lei), mi faccia questa cortesia di non mollare in queste settimane, non legga i giornali, lasci stare Rete 4 diventata una specie di astanteria di esagitati, tranne Barbara Balombelli, e vada avanti. Quel voto in più che la farà restare alla guida della sua Regione è lì, veda di prenderlo.
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Ha detto «combatto da solo», presenta risposte già date e quelle pronte per le domande di domani, sa tutto, ha una enorme capacità. Un esempio di leader che risolvei problemi, privo di rabbie personali e concreto, concretissimo. La sinistra lo prenda a modello.
Chissà che pensieri ha al mattino, appena sveglio, Stefano Bonaccini, candidato del Pd (ma non si può dire) per la guida dell’Emilia-Romagna.
Sulle sue spalle, che sembrano molto attrezzate, c’è il destino politico di un Paese, di un governo e di un paio di personaggi della politica che sono arrivati all’ultimo miglio.
Se Bonaccini perde, viene giù tutto. Cade il governo anche se non subito, i cinque stelle vanno per prati, il Pd o si rifonda o si rifonda. Se Bonaccini, invece, vince, Giuseppe Conte può pensare di avere vita più lunga, Luigi Di Maio respira, Nicola Zingaretti apparirà come il salvatore del Pd dopo gli anni di Matteo Renzi, ma soprattutto Matteo Salvini, assediato dalla coriacea Giorgia Meloni, si chiuderà in una birreria e da lì non uscirà più senza che alcuno vada a cercarlo.
LA BATTAGLIA DI BONACCINI CONTRO LA STRANA COPPIA
La battaglia di Bonaccini è stata seria. Non ha voluto compagnia, ha detto «combatto da solo», presenta risposte già date e quelle pronte per le domande di domani, sa tutto, ha una enorme capacità di lavoro e soprattutto ha a che fare con un signore che parla all’Emilia-Romagna come se fosse una trincea di guerra e non una regione pacifica (forse non più pacificata, ma pacifica) e con una signora che visibilmente sa appena dire il proprio nome e cognome.
Mettere insieme due incapaci contro un uomo di qualità e vederli vincere darebbe l’immagine di un Paese che vuole morire
Se questa strana coppia vincerà bisognerà riflettere bene su quanti disastri anche emotivi ha combinato la sinistra in questi decenni. Mettere insieme due incapaci contro un uomo di qualità e vederli vincere darebbe l’immagine di un Paese che vuole morire. E allora muoia. Tuttavia non accadrà.
UN MODELLO DI LEADERSHIP DA IMITARE
Il prode Bonaccini al mattino si sveglia, secondo me, “senza pnzier”, tranne quello di quali cittadini incontrare e di cosa dire. Quello sbevazza e fa casino, quell’altra fa la bella donna in tivù, lui fa l’operaio della politica che monta i pezzi che si sono rotti, fa funzionare la casa, ti fa stare tranquillo. Può perdere? In fondo, lo dico prima di sapere come andrà a finire, il modello di leadership di Bonaccini, ma penso anche a Beppe Sala e a tanti altri – non a Michele Emiliano – dovrebbe essere il modello di sinistra vincente. Cioè leader, uomini o donne, che risolvono i problemi, che sono pieni di umanità, privi di rabbie personali, riconciliati con il mondo e concreti, concretissimi.
Da sinistra, il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, assieme al sindaco di Milano Giuseppe Sala.
Caro Bonaccini, io tifo per Lei (un tempo ti avrei detto tifo per te, ma oggi vale il titolo della canzone di Richy Gianco: «Compagno sì, compagno no, compagno un cazzo» e quindi ti do del Lei), mi faccia questa cortesia di non mollare in queste settimane, non legga i giornali, lasci stare Rete 4 diventata una specie di astanteria di esagitati, tranne Barbara Balombelli, e vada avanti. Quel voto in più che la farà restare alla guida della sua Regione è lì, veda di prenderlo.
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Parabola a destra per l'ex dem passata prima dalle fila di Articolo Uno e poi approdata al Carroccio. Nel 2017 le prime crepe con Renzi, fino alla svolta sovranista del 2019.
Uscire per andare alla sinistra dei Partito democratico per poi approdare alla Lega di Matteo Salvini. È stata la parabola di Eleonora Cimbro. Classe 1978, di Bollate, laureata in lettere classiche, insegnante e madre di cinque figli, Cimbro è stata deputata dal 2013 per il Pd e recentemente, stando a quanto scritto dal portale ilnotiziario.net, è approdata al Carroccio dopo un breve periodo dentro Leu.
DALL’ATTIVISMO ALLA ROTTURA COI DEM
La notizia ha fatto molto discutere sopratutto per il passato dell’ex deputata e il suo attivismo locale tra le fila dem. In passato era stata consigliera comunale e anche segretaria del circolo locale del Pd. Dal 2013, dopo l’elezione a Montecitorio, ha sempre votato la fiducia ai vari governi, da Letta a Gentiloni, passando per Renzi, anche se non ha mai nascosto le sue critiche all’ex segretario. Nel 2017 la prima svolta con il passaggio alla neonata formazione Articolo Uno-Mdp. Un passaggio non senza polemiche dato che la federazione milanese del Pd la indicò con altri colleghi come morosa nei confronti del partito.
LA MANCATA ELEZIONE E L’APPRODO AL CARROCCIO
Con la fine della legislatura è arrivata la candidatura con Leu alle politiche del 2018 per il Senato nel collegio uninominale di Rozzano. Il voto, però, non è andato come previsto. Cimbro ha infatti raccolto solo il 2,6% con il seggio poi vinto da Ignazio La Russa. Nei mesi successivi è arrivata una progressiva virata verso destra. A ottobre, sempre su ilnotiziario.net, ha rilasciato un’intervista in cui confermava il passaggio nell’aria sovranista poi sancito anche da post sui social in cui mostrava di gradire libri e interventi di Diego Fusaro. Un percorso culminato il 7 gennaio con l’iscrizione e con la tessera firmata dallo stesso Salvini, come sancito da una foto tra i due.
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Uscire per andare alla sinistra dei Partito democratico per poi approdare alla Lega di Matteo Salvini. È stata la parabola di Eleonora Cimbro. Classe 1978, di Bollate, laureata in lettere classiche, insegnante e madre di cinque figli, Cimbro è stata deputata dal 2013 per il Pd e recentemente, stando a quanto scritto dal portale ilnotiziario.net, è approdata al Carroccio dopo un breve periodo dentro Leu.
DALL’ATTIVISMO ALLA ROTTURA COI DEM
La notizia ha fatto molto discutere sopratutto per il passato dell’ex deputata e il suo attivismo locale tra le fila dem. In passato era stata consigliera comunale e anche segretaria del circolo locale del Pd. Dal 2013, dopo l’elezione a Montecitorio, ha sempre votato la fiducia ai vari governi, da Letta a Gentiloni, passando per Renzi, anche se non ha mai nascosto le sue critiche all’ex segretario. Nel 2017 la prima svolta con il passaggio alla neonata formazione Articolo Uno-Mdp. Un passaggio non senza polemiche dato che la federazione milanese del Pd la indicò con altri colleghi come morosa nei confronti del partito.
LA MANCATA ELEZIONE E L’APPRODO AL CARROCCIO
Con la fine della legislatura è arrivata la candidatura con Leu alle politiche del 2018 per il Senato nel collegio uninominale di Rozzano. Il voto, però, non è andato come previsto. Cimbro ha infatti raccolto solo il 2,6% con il seggio poi vinto da Ignazio La Russa. Nei mesi successivi è arrivata una progressiva virata verso destra. A ottobre, sempre su ilnotiziario.net, ha rilasciato un’intervista in cui confermava il passaggio nell’aria sovranista poi sancito anche da post sui social in cui mostrava di gradire libri e interventi di Diego Fusaro. Un percorso culminato il 7 gennaio con l’iscrizione e con la tessera firmata dallo stesso Salvini, come sancito da una foto tra i due.
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Il titolare della Farnesina Di Maio ha parlato di «atto grave» che «accresce la tensione». Mentre il ministro della Difesa Guerini ha chiesto «moderazione e prudenza» confermando che i militari italiani in Iraq stanno bene.
Alla fine la risposta dell’Iran all’uccisione di Soleimani è arrivata l’8 gennaio. Con il bombardamento delle basi americane in Iraq. Lì dove sono impegnati anche i militari italiani, che però non hanno subito dirette conseguenze. Come hanno preso la notizia i vertici politici del nostro Paese? Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha affidato il suo commento a Facebook: «Seguiamo con particolare preoccupazione gli ultimi sviluppi e condanniamo l’attacco da parte di Teheran. Si tratta di un atto grave che accresce la tensione in un contesto già critico e molto delicato».
«RISCHIO DI CELLULE TERRORISTICHE E MIGRAZIONI»
Il titolare della Farnesina nel suo post ha proseguito così: «Purtroppo è la storia che si ripete. Invitiamo entrambe le parti alla moderazione e alla responsabilità. La regione vive una instabilità da decenni, una nuova guerra spingerà la proliferazione di cellule terroristiche e di nuovi flussi migratori. Non è più accettabile tutto questo. Si apprenda dagli errori del passato e si torni al dialogo».
COALIZIONE INTERNAZIONALE DI CUI FA PARTE L’ITALIA
Poi ha espresso a nome del governo vicinanza ai nostri militari, ringraziandoli per il loro impegno: «È accaduto quello che temevamo. L’Iran ha risposto al raid Usa lanciando decine di missili contro le basi militari di Ayn al-Asad e di Erbil in Iraq. Entrambe ospitano personale della coalizione internazionale anti-Isis, di cui fa parte anche l’Italia».
La sicurezza dei nostri militari è la priorità assoluta, a loro va la più stretta vicinanza
Il ministro della Difesa Guerini
Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha ribadito che «la sicurezza dei nostri militari è la priorità assoluta, a loro va la più stretta vicinanza, da parte mia e di tutte le istituzioni», sottolineando poi che fin dall’inizio dell’attacco iraniano alle basi statunitensi in Iraq la Difesa sta seguendo «la situazione e le evoluzioni con la massima attenzione». Guerini nel corso della notte ha sentito il comandante del contingente italiano, il generale Fortezza, che lo ha rassicurato sulle condizioni dei nostri militari.
GUERINI CHIEDE «MODERAZIONE E PRUDENZA»
«In questo momento è indispensabile agire con moderazione e prudenza», ha detto Guerini in un colloquio telefonico con il collega iracheno Al Shammari. E infine: «Ogni possibile soluzione sarà affrontata insieme alla coalizione, con un approccio flessibile, anche per non vanificare gli sforzi fino a oggi profusi».
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Mentre rischiamo una guerra mondiale e l'Australia va in fiamme, in Italia ci si preoccupa di Sanremo. Finché sarà questo il nostro stato d'animo Salvini e Meloni avranno gioco facile. L'unico antidoto è puntare sulle grandi idee, quelle di una sinistra plurale che collabori con i movimenti cattolici.
Ogni notte, sarà così per tanto tempo ancora, un’agenzia lancerà la notizia di una reazione militare iraniana e della risposta americana o viceversa. Ogni notte avremo il timore che chi ha le sorti del mondo nelle mani possa fare la mossa sbagliata, quella che ci porterebbe tutti verso la terza guerra mondiale.
Il fanatismo dei leader religiosi iraniani e l’analogo fanatismo del più pericoloso presidente americano stanno facendo girare sulle nostre teste droni che portano bombe anche là dove possono provocare l’incidente irrecuperabile.
L’APOCALISSE AUSTRALIANA
Cambiamo scenario. La cronaca ci dice che l’incendio che in Australia ha distrutto un territorio pari all’Austria, ha ucciso un miliardo di animali e ora vogliono abbattere 10 mila cammelli perché c’è poca acqua e loro ne bevono troppa.
Nei roghi che stanno distruggendo l’Australia sono morti almeno 1 miliardo di animali.
Rileggete quel numero, voi che postate sui social le foto dei vostri gattini, di piccoli cani, di criceti: un miliardo di animali, alcuni anche rari, che sono stati bruciati vivi nel cuore di uno dei Paesi più ricchi del mondo. Finora nulla è stato fatto per arginare questo disastro, chiunque l’abbia provocato sia il riscaldamento globale sia un centinaio di piromanida chiudere in galera per tutta la loro vita.
GLI ITALIANI INTERESSATI ALLE QUERELLE SANREMESI
A colpire, qui da noi, è la passione che si accende su Rita Pavonee su Rula Jebreal e su altre stupidaggini analoghe che sembra far svanire le ombre dei disastri che riguardano l’intera umanità e, in essa, di noi come singoli. Non guardiamo oltre la nostra tivù o il nostro telefonino. Lo dico in fretta perché non voglio iscrivermi al partito di coloro che disprezzano la modernità, comprese le nuove cattive abitudini.
Rita Pavone durante il programma Rai “Woodstock – Rita Pavone racconta”.
Il tema che ci dovrebbe interessare è come sia potuto accadere che gran parte dell’umanità, soprattutto in Occidente, sia diventata così indifferente. C’è stata in questi giorni una corsa per vedere il film di Checco Zalone. L’altra sera siamo usciti in 50 dopo aver visto quello di Ken Loach e non si è praticamente formato un solo capannello, non c’era niente da dire, quel film bello e terribile ci aveva detto che non avevamo più niente da dire.
COSÌ LA CULTURA EGOSITICA È DIVENTATA CUPA RABBIA
Finché sarà questo il nostro stato d’animo, Matteo Salvini troverà sempre la strada della vittoria e se non vincerà lui vinceràGiorgia Meloni. La campagna contro la solidarietà, il multiculturalismo, l’accettazione dell’altro, il dono di sé hanno fatto prevalere una specifica cultura egoistica che ha perso l’allegria dei primi anni liberisti ed è diventata cupa rabbia contro gli altri, tutti gli altri, anche contro di te elettore di Salvini se scoprirai che un altro elettore di Salvini ti intralcerà la strada. Se l’Emilia-Romagna ci farà il regalo di far vincere il candidato del Pd tireremo un sospiro di sollievo. Salvini si berrà due birrozze e comincerà piano piano a fare i bagagli. Ma la questione di fondo non cambierà.
Matteo Salvini.
L’ANTIDOTO AL TRUMPISMO È FUORI DA UNA LOGICA DI PARTITO
La sinistra e anche il cattolicesimo sociale e democratico assieme con l’anima laica del Paese e con la destra liberale avevano decenni fa in animo di competere per costruire un Paese di Grandi Virtù, non questa miserabile esibizione di trumpismi. Lasciate razzolare Mario Giordano, Maria Giovanna Maglie, Pietro Senaldi e persino Vittorio Feltri. Quello che li potrà distruggere è fuori da una logica di partiti o di partiti associati ed è dentro una cultura in cui ci si occupa dell’altro e si creano correnti di opinioni, movimenti reali, azioni esemplari che, aggiungendosi a chi già è sul campo, rafforzeranno l’esercito dei buoni. Non mi impressionano le parole di questi facinorosi di Rete4. Mi impressiona il fatto che abbiano fatto facilmente breccia in una società sbriciolata. Ecco perché devono tornare le grandi idee, quelle di una sinistra plurale che collabori con grandi movimenti cattolici. Quanti partiti potranno nascere da questa confluenza è del tutto irrilevante. L’importante è che arrivi il messaggio che l’esercito dei buoni, non dei buonisti, è in campo senza ritrosie e senza paure.
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I 23 senatori stanno studiando il dossier che coinvolge l'ex ministro dell'Interno. Il timing per il 20 gennaio dovrebbe essere rispettato. Ma potrebbe esserci un rinvio per non influenzare il voto del 26 in Emilia e Calabria.
La Giunta delle immunità del Senato è entrata nel vivo del caso Gregoretti per decidere sull’autorizzazione a procedere, chiesta dal tribunale dei ministri di Catania nei confronti di Matteo Salvini quand’era alla guida del Viminale. Sul tavolo dei 23 senatori nel complesso barocco di Sant’Ivo alla Sapienza, c’è la memoria scritta presentata dal leader della Lega. Nove pagine per difendersi dall’accusa di sequestro di persona contestata dal tribunale ma su cui la procura catanese ha chiesto l’archiviazione.
SUL TAVOLO UN POSSIBILE RINVIO DEL VOTO
Nel dubbio, il diretto interessato ha insistito: «Se vogliono mandarmi in galera, non trovano un uomo preoccupato ma orgoglioso di aver difeso i confini. Io al governo rifarei lo stesso», ha ammonito a Radio 24. Ma in attesa del verdetto della Giunta, previsto il 20 gennaio, nei corridoi parlamentari corre voce di un rinvio del voto a dopo le regionali del 26 gennaio. Del resto i 30 giorni a disposizione della Giunta, e che scadono attorno al 20 gennaio, non sono un termine perentorio, mentre sono rilevanti i 60 giorni entro i quali deve esprimersi l’aula del Senato per il voto definitivo.
I DUBBI SUL POSSIBILE IMPATTO SUL VOTO IN EMILIA
Il rischio – secondo alcuni – è che la ‘condanna’ della Giunta possa creare un effetto ‘martire’ attorno al ‘capitano’, con un boom di consensi a una settimana dal voto cruciale in Emilia-Romagna e in parte in Calabria. Troppo rischioso, insomma. In ogni caso, perché il voto slitti deve esserci una richiesta motivata da parte dei senatori della Giunta. Poi deciderà l’ufficio di presidenza. Niente di concreto, al momento, per il presidente della Giunta, il senatore Maurizio Gasparri che ha continuato a lavorare sul caso e in particolare sulla proposta che dovrà fare in quanto relatore. Quindi ha tagliato corto e assicurato che i tempi per una discussione approfondita ci sono.
I TEMI DI LAVORO DELLA GIUNTA
Il calendario fissato a dicembre conta cinque riunioni, compresa quella finale e due sono di lunedì, quando in genere non si riunisce l’Aula. Considerando che ogni senatore ha 10 minuti per intervenire, non è il tempo a mancare. In ogni caso, nel pomeriggio la Giunta potrebbe ‘limitarsi’ a prendere atto della memoria di Salvini con qualche commento e far partire la discussione direttamente sulla proposta del relatore, che potrebbe esser pronta entro fine settimana. Sulla carta comunque i numeri sembrano chiari e più orientati a mandare a processo il leghista.
LA GIUNTA PROPENDE PER IL VIA LIBERA
Sarebbero infatti 13 i “sì” (M5s, Pd, Iv e probabilmente i tre senatori del Misto) e 10 i contrari, tutti del centrodestra. Parecchi però tacciono in attesa di leggere tutte le carte. I 5Stelle si riuniranno per fare il punto sulla questione. A far pendere la bilancia da una parte all’altra è la somiglianza o meno con il caso Diciotti che portò Salvini davanti alla Giunta un anno fa. Anche allora la sua versione fu che il mancato sbarco dei migranti era stata un’azione collegiale del governo. Stavolta però nella sua difesa manca l’endorsement scritto del premier e dell’allora vicepremier Di Maio. Ci sono invece le mail dei dirigenti di vari ministeri che dimostrano – secondo Salvini – che tutto il governo sapeva, Conte compreso.
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La data verrà comunicata entro il 26 gennaio, giorno delle elezioni in Emilia-Romagna e Calabria. Si avvicina la trasformazione in partito? Santori puntualizza: «Confermo l’incontro nazionale, ma è più giusto parlare di un weekend insieme».
Le Sardine vanno a congresso per darsi una struttura a livello nazionale. E sebbene avessero recentemente dichiarato di non voler dar vita a un nuovo partito («sarebbe come mettere confini al mare», aveva detto Mattia Santori in un’intervista a Repubblica), ora sembrano più vicine a una svolta in questa direzione.
Il congresso sarà probabilmente una due giorni, le cui date saranno rese note entro il 26 gennaio, quando si terranno le elezioni regionali in Emila-Romagna e Calabria. La decisione è stata presa dal direttivo nazionale di Bologna delle Sardine ed è stata annunciata in tivù dalla portavoce torinese del movimento, Francesca Valentina Penotti.
«A livello regionale siamo un po’ divisi», ha spiegato Penotti, «nel senso che ogni Regione pensa giustamente un po’ per sé. In Piemonte avremo una sorta di congresso-riunione il 25 gennaio, in Emilia-Romagna fra il 18 e il 19 gennaio ci sarà ‘Sardina ospita sardina’». Quanto all’evento nazionale con tutti i referenti locali del movimento, «posso dirvi che entro il 26 gennaio uscirà una data e ci incontreremo dopo le elezioni regionali».
Successivamente Santori è intervenuto con una precisazione, raccolta dal quotidiano online Open: «Confermo l’incontro nazionale, ma non sarà un congresso come lo si intende generalmente. È più giusto parlare di un weekend insieme con tutti i referenti delle Sardine, per continuare il dialogo iniziato a Roma» con la manifestazione a Piazza San Giovanni.
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In un'epoca caratterizzata dal furore di irresponsabili, Trump in testa, l'arcivescovo di Bologna propone un nuovo umanesimo. Base per una nuova politica.
Le parole di guerra che leggiamo o ascoltiamo in questi giorni lasciano annichiliti. L’Iran minaccia vendette sanguinose e Donald Trump, autore di questa crisi, parla di risposte militari che investiranno anche i luoghi d’arte, e, temo, di culto, in ogni caso «sproporzionate». Da anni non sentivamo da un leader di un Paese d’Occidente parole tanto infuocate e irresponsabili. Ovviamente Matteo Salvini è d’accordo con lui. In molti di noi si riaffaccia l’anti-americanismo degli anni del Vietnam a cui bisogna resistere perché non possiamo fare a meno dell’America, anche se oggi è piccola cosa, priva di egemonia, ridotta e isterica potenza militare guidata da un uomo senza qualità.
IL MONDO È IN MANO AL FURORE DI IRRESPONSABILI
L’ansia maggiore sta nella sensazione che nessuno di noi possa fare alcunché per proteggere il mondo dal furore di irresponsabili. Ci è capitato di vivere in questa stagione della storia in cui mancano personalità mondiali, a parte papa Francesco, e proliferano mezze calzette con troppo potere. Eppure non è vero che non si possa fare nulla. Non c’è ovviamente un gesto che può fermare questa corsa alla guerra mondiale, quella guerra mondiale «a pezzettini» come la definì il pontefice alcuni anni fa. Viviamo in un Paese che rifiuta di assumere un ruolo di pace e che rischia di essere diretto da uomini di guerra.
BISOGNA CREARE GRANDI MOVIMENTI CONTRO L’ODIO
Eppure noi sappiamo, perché è la storia del mondo che ce lo dice, che lo sviluppo di solidi movimenti di pace, che la rinascita di una opinione pubblica responsabile potranno fare il miracolo se le giovani generazioni ne diventeranno protagoniste. Oggi un movimento di pace non può esser sospettato di parteggiare per una parte contro un’altra. Il mondo non solo non è diviso in due ma la competizione vede contrapposti vecchi imperi, imperi che rinascono, e rinascenti suggestioni imperiali. Oggi scendere in campo ha il vantaggio di apparire ingenui, insospettabili, non strumentalizzabili. Si tratta di creare grandi movimenti contro l’odio. Se le ho capite bene, anche le Sardine hanno questo come obiettivo, ma serve di più.
LA LEZIONE DEL CARDINALE DI BOLOGNA
Vorrei suggerire a chi mi legge un libro fondamentale scritto dal cardinale di Bologna, con il collega Loreno Fazzini, Matteo Maria Zuppi che su questo tema ci ha donato riflessioni importanti. Il libro non è riassumibile. Ogni frase vale come un suggerimento, come una esperienza di vita di un sacerdote che è stato sulla strada per tanti anni e che per anni con la comunità di Sant’Egidio si è occupato di mettere pace in Paesi come il Mozambico. Scrive monsignor Zuppi: «Per non odiare, ovvero sentirsi veramente amati, è necessario e indispensabile esser credenti, o meglio, cristiani?». Ecco la risposta: «Penso che sia una alleanza tra i credenti, quando prendono sul serio il Vangelo, e quanti non rinunciano alla sfida di restare umani anche in tempi difficili, animi nobili e alti, che per questo non cedono all’odio in nome dell’Umanità stessa».
VERSO UN NUOVO UMANESIMO
È l’idea di un nuovo umanesimo che comprenda tutte le fedi e anche chi non ha fede a illuminare l’ispirazione del cardinale Zuppi e a dargli la suggestione che si possa creare un movimento di pace che sia incentrato sul rifiuto dell’odio. Scrive ancora Zuppi: «Quante vite hanno rovinato l’isolamento dell’io e la schiavitù dell’io. Un’antropologia moderna, che proietta giudizi negativi sugli altri per proteggere se stessi, promette l’infinito e crea una vita dimezzata».
IL MALE DELL’ADORAZIONE DI SÉ
Zuppi affronta anche un tema che fu centrale nella riflessione degli «atei devoti» negli anni ratzingeriani, la critica del relativismo, e dice che «bisogna scoprire il valore positivo di un innovativo relativismo, cioè l’abbandono della assolutizzazione di sé per rendersi disponibili alla relazione…Ma vorrei usare questa parola popolare, relativismo, per cambiarne, prima o poi, il significato. Dobbiamo lottare in tanti modi contro il rischio di una idolatria che ci imprigiona: l’adorazione di sé, come fosse una divinità da servire e alla quale sacrificarsi. E contemporaneamente lottare contro la caduta di senso del limite, perché si fa fatica a contrastare una soggettività per la quale qualunque atto diventa lecito in base al principio della libertà dell’io, senza la considerazione del bene e dei rischi comuni. Relativizzare il sé e aprirci agli altri, non può, invece, che liberarci, sollevarci, calmarci, e orientare le nostre risorse interiori, dando senso al tutta la nostra esistenza. Ci aiuta e ricentrare davvero il nostro sé, il nostro essere».
SOLO L’AMORE PUÒ CONTRASTARE LA PAURA
E poi un concetto fondamentale: «La paura è un segnale che ci rende consapevoli di un pericolo. È una spia importante, un indicatore che occorre prendere in considerazione, e non ignorare per spavalderia, per leggerezza, per presunzione. È importante, quindi, prendere con serietà la paura, ma poi occorre contrastarla con l’unico atteggiamento capace di superarla: l’amore. Se la paura decide per noi diventa rabbia, rivalsa, diffidenza o aggressività. Contrastiamo la paura, invece, anzitutto aprendoci all’amore perché questo genera una forza inaspettata, nuova e creativa, che ci rende capaci di cose grandi».
LA DIFFERENZA SOSTANZIALE TRA BUONO E BUONISTA
Il cardinale ha scritto così un manifesto per il “buonismo”? Zuppi è schietto, e persino eccessivamente franco, come il suo papa e dice: «Buonismo è fermarsi ad una buona azione che serve a te e non a chi sta male, è credere di far pace con la propria coscienza solo per un buon sentimento di attenzione all’altro, come se volere bene non comportasse farsi carico. I cristiani sono i primi a non trovarsi bene nella casa dei buonisti. Il samaritano è buono, non buonista….La compassione che lui vive, e che siamo chiamati a sperimentare anche noi, è quella che si fa carico, fino a cercare di risolvere il problema della persona sofferente….Il buonismo non risolve, si compiace troppo di sé, non si misura con la fatica della ricerca di soluzioni». Il libro di Zuppi (Odierai il prossimo tuo, editore Piemme) è una miniera di pensieri forti qui solo in parte riassunti. Mi interessa solo che chi mi legge, e leggerà il libro, immagini che si può non stare inerti di fronte alle brutture del mondo, ma che si può iniziare la grande rivoluzione contro l’odio. Assumendo il bene degli altri come realizzazione di sé, si può creare la via maestra per un nuovo umanesimo e quindi per una nuova politica.
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Nel collegio chiamato a votare sull'autorizzazione a procedere per Salvini gli equilibri sono molto fragili. E non sono escluse sorprese. In primis, dai tre esponenti renziani. Il punto.
«Sento il dovere di precisare che le determinazioni assunte dal ministro dell’Interno sono riconducibili a una linea politica sull’immigrazione che ho condiviso in qualità di presidente nel Consiglio e in coerenza con il programma di governo». Lo scriveva il premier Giuseppe Conte in un documento depositato alla Giunta per l’Immunità del Senato che era stata chiamata a decidere se concedere o meno l’autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini per il caso Diciotti. Era il 7 febbraio 2019. Per la velocità con cui si muove la politica italiana, che crea e disfa nuove alleanze in poco tempo, un’era geologica fa. Nemmeno 12 mesi dopo, il 20 gennaio prossimo, lo stesso organismo parlamentare sarà investito della questione Gregoretti, ma questa volta il presidente del Consiglio ha già fatto sapere che non intende difendere Salvini. In una maggioranza sempre più dilaniata questo però non si traduce automaticamente in una autorizzazione a procedere. Qualcuno dei giallorossi potrebbe votare contro. Ma andiamo con ordine.
LE ACCUSE MOSSE A SALVINI
La vicenda prende il nome dal pattugliatore della Guardia Costiera Gregoretti che lo scorso anno fu bloccato con a bordo oltre 100 migranti soccorsi in mare, durante il periodo dei «porti chiusi», a Siracusa, dalla notte del 27 al 31 luglio. La Procura a settembre aveva ufficializzato la richiesta di archiviazione, ma aveva comunque trasmesso per atto dovuto il fascicolo al Collegio per i reati ministeriali del Tribunale di Catania, che a sua volta ha inviato la richiesta a procedere all’apposita giunta parlamentare. Salvini – scrivono i magistrati – è accusato di aver «determinato consapevolmente l’illegittima privazione della libertà dei migranti, costretti a rimanere in condizioni psico fisiche critiche a bordo».
PER LA PROCURA NON C’È CONDOTTA ILLECITA
Ma, si diceva, la Procura catanese non ritiene illegittimo il blocco di 72 ore: «l’attesa di tre giorni per uno sbarco», avevano motivato i Pm nella loro richiesta d’archiviazione, «non può considerarsi una illegittima privazione della “libertà” dei migranti, visto che le limitazioni sono proseguite poi nell’hot spot di Pozzallo e nei centri di accoglienza e manca un obbligo per lo Stato di uno sbarco immediato».
DI MAIO HA VOLTATO LE SPALLE A SALVINI
Più che un caso giuridico, un caso politico, insomma, che non manca di logorare la maggioranza. Luigi Di Maio, che pure, quando era ancora vicepresidente della Camera, fu il primo tra i cinque stelle a inseguire le politiche leghiste soprannominando le Ong «taxi del mare» (era il 21 aprile 2017), ora è costretto a voltare le spalle all’ex alleato di governo: «A gennaio saremo chiamati a riconoscere l’interesse pubblico prevalente a bloccare una nave: ma stiamo parlando di una nave bloccata a luglio quando gli altri Paesi europei che venivano chiamati si offrivano per la redistribuzione dei migranti», ha recentemente dichiarato il leader M5s a Porta a Porta. Ma proprio Di Maio, nemmeno un anno fa, nella memoria a sostegno di Salvini per il caso Diciotti dichiarava: «assurge a punto cardine del programma di governo l’abbattimento della pressione migratoria alimentata da fondi pubblici spesso gestiti con poca trasparenza e permeabili alle infiltrazioni della criminalità organizzata» e, soprattutto: «il vice presidente del Consiglio Di Maio ha condiviso le modalità delle operazioni di salvataggio. […] Le decisioni assunte sono state frutto di una condivisione politica».
QUANDO CONTE SCRIVEVA: «SONO PIENAMENTE RESPONSABILE»
Lo stesso Conte, che al momento prende tempo («Mi pronuncerò a tempo debito, consulterò le carte e poi parlerò. Per ora si è espressa la Segreteria generale di Palazzo Chigi che ha dato atto che è stato un tema che non è mai stato dibattuto nel Consiglio dei ministri che si è svolto nei giorni della Gregoretti»), per la Diciotti scriveva: «Le azioni poste in essere dal ministro dell’Interno si pongono in attuazione di un indirizzo politico-internazionale, che il governo da me presieduto ha sempre coerentemente condiviso fin dal suo insediamento. Di questo indirizzo, così come della politica generale del governo, non posso non ritenermi responsabile, ai sensi dell’articolo 95 della Costituzione».
LE INCOGNITE NELLA GIUNTA
Ma, come già si anticipava, il dietrofront del Movimento 5 stelle non significa automaticamente che la Giunta per l’Immunità del Senato darà il proprio via libera ai magistrati che indagano su Salvini. Soprattutto dopo che Francesco Urraro ha abbandonato i pentastellati per confluire nel Gruppo Lega – Partito Sardo d’Azione. Su 23 membri, la maggioranza giallorossa ora può contare su 11 componenti, tallonata dall’opposizione di centrodestra che ne ha 10. Gli ultimi due fanno capo al Misto e alle autonomie. Una composizione che potrebbe riservare più di una sorpresa, per i giallorossi. A iniziare dal fatto che la Giunta è presieduta dal forzista Maurizio Gasparri che certo non ha interesse a mettere in difficoltà Salvini, ritornato di recente nella famiglia del centrodestra. Nell’organismo, tra i banchi della maggioranza, siede inoltre Michele Giarrusso, da sempre tra i pentastellati più vicini alla causa leghista. Quando lo scorso anno la Giunta salvò Salvini, Giarrusso si affacciò sul cortile interno dell’aula e schernì i senatori dem facendo loro il gesto delle manette e dichiarando: «Almeno io non ho i miei genitori ai domiciliari», esplicito riferimento alla vicenda famigliare che nello stesso periodo stava riguardando Matteo Renzi.
UNA VARIABILE CHIAMATA RENZI
Già, e Renzi cosa fa? Il senatore toscano potrebbe servire fredda la propria vendetta e assestare un colpo alla maggioranza giallorossa. «Salvini nella sua memoria ci ha spiegato che il caso Gregoretti è identico a quello della Diciotti», ha detto il coordinatore di Italia Viva Ettore Rosato, «Salvini certamente conosce le carte meglio di noi, e se lui dice che i casi sono identici, noi ci comporteremo in modo identico, votando come per la Diciotti a favore dell’autorizzazione al processo contro Salvini».
IL M5S DUBITAVA DI ITALIA VIVA
Erano in molti, nel Movimento, a ritenere che all’ultimo Renzi avrebbe detto ai suoi uomini in Giunta (ben tre: Cucca Salvatore, che dell’organismo è anche vicepresidente, Nadia Ginetti e Francesco Bonifazi) di votare contro, con la scusa del garantismo. Del resto, viene sibilato dai cinque stelle, i due Matteo sono legati da vicende giudiziarie affini (i presunti finanziamenti illeciti del Russiagate da un lato e della Fondazione Open dall’altro). E poco importa che le sfumature esistano e siano importanti, non solo sui casi su cui indaga la magistratura, ma anche sulle condotte politiche dei due (Renzi continua tuttora a ripetere che quella dei porti chiusi è una barbarie), perché tanto basta a gettarli nel calderone degli esperti politicanti da cui i pentastellati ritengono sia bene guardarsi. Lo scorso anno l’ex premier dichiarò: «Voterò a favore della richiesta del Tribunale dei Ministri di Catania che accusa Salvini di sequestro di persona aggravato per i fatti della nave Diciotti». Solo il tempo dirà se il leader di Italia Viva rimarrà sulla propria posizione o inseguirà Di Maio e Conte nelle loro giravolte politiche e se l’esecutivo supererà la prova del prossimo 20 gennaio.
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Manifestavano contro condizioni di lavoro insostenibili e sono stati multati per "blocco stradale". La campagna di InOltre ora vuole aiutarli a fronteggiare le spese.
A 21 dipendenti di Prato che avevano protestato contro un datore di lavoro che li teneva senza stipendio da sette mesi è stata inflitta una multa di 4 mila euro a testa. In applicazione del decreto Sicurezza di Matteo Salvini. Per aiutarli ad affrontare le spese, una raccolta di fondi è stata lanciata da InOltre Alternativa Progressista: gruppo di giovani del Pd che si definiscono “oltre tutte le correnti” e che con questa iniziativa vogliono attrarre l’attenzione sulla necessità di abolire il decreto. «Prima o poi sarebbe successo, l’abbiamo sempre saputo», dice il presidente di InOltre Giordano Bozzanca. «Anche stavolta il decreto Sicurezza non ci ha stupiti e ci ha dimostrato uno dei suoi tanti e cupi volti».
LAVORO IN NERO E TURNI DA 12 ORE
La vicenda risale allo scorso 16 ottobre e si riferisce alla Tintoria Superlativa, che ha sede in via Inghirami a Prato. Ventuno lavoratori pakistani della società avevano manifestato davanti alla sede, lamentando non solo il terribile ritardo nei pagamenti ma anche altre condizioni che il sindacato SI Cobas ha così riassunto: «Lavoro nero, turni di 12 ore per sette giorni la settimana, paghe di 1.000 euro, niente ferie, malattie o permessi». «Condizioni confermate dal controllo dell’Ispettorato Territoriale del Lavoro che per la terza volta in quattro anni procedeva alla sospensione dell’attività e all’apertura di un fascicolo presso la Procura della Repubblica per sfruttamento». Nel 2016 erano stati infatti trovati 21 lavoratori in nero. Nel 2018, 15 senza contratto regolare, di cui 10 irregolari costretti a vivere in condizioni igieniche di lavoro precarie. Il 10 luglio 2019 erano stati scoperti altri 15 lavoratori in nero.
L’IDENTIFICAZIONE DI 21 MANIFESTANTI E LA MULTA
La protesta era contro il mancato rispetto di un accordo «che avrebbe dovuto aprire un percorso di regolarizzazione in un contesto di gravissima illegalità imprenditoriale e sfruttamento della manodopera». Durante la manifestazione in strada un’auto travolse però alcuni operai in sciopero, e la sindacalista Sarah Caudiero rimase lievemente ferita a un piede. Ventuno presenti furono così identificati, e adesso sono stati multati per un “blocco stradale” che secondo il sindacato non c’era assolutamente. Per SI Cobas, «l’applicazione del Decreto Salvini contro le legittime proteste dei lavoratori è un campanello di allarme sullo stato di salute delle libertà democratiche sul nostro territorio. Ancora più grave che questo accada andando a sanzionare lavoratori in sciopero che non recepiscono retribuzioni da sette mesi e sono impegnati nella denuncia di situazioni gravissime di sfruttamento ed illegalità imprenditoriale che purtroppo contraddistinguono ancora il distretto pratese».
IL REATO DI BLOCCO STRADALE REINTRODOTTO COL DECRETO
Insomma, «si tratta della prima applicazione a livello nazionale dei nuovi strumenti di limitazione delle libertà democratiche introdotti dal decreto». In effetti il testo ha reintrodotto il reato di “blocco stradale”, che era stato depenalizzato nel 1999. Sono previste pene fino a sei anni di reclusione e l’estensione delle misure previste dal cosiddetto “Daspo urbano” per chiunque «ponga in essere condotte che limitano la libera accessibilità e fruizione» non solo di infrastrutture di trasporto ma anche di «aree destinate allo svolgimento di fiere, mercati e pubblici spettacoli, di zone di interesse turistico o di presidi sanitari». La Questura di Prato ha appunto interpretato come “blocco stradale” la manifestazione davanti ai cancelli dell’azienda. Secondo SI Cobas persone «fedeli all’azienda» avrebbero aggredito per tre volte i manifestanti con cric, spranghe di ferro e da ultimo con l’investimento della sindacalista. Infine i cancelli sono stati sgomberati dalla Polizia in assetto anti sommossa.
Alcuni fanno i crowdfunding per autopromuoversi, noi per cause sociali coerenti con i valori
Giordano Bozzanca, presidente di InOltre
La cosa ha provocato polemiche all’interno del Pd, con Matteo Orfini che via Facebook ha chiesto di abolire i Decreti Sicurezza e la sottosegretaria allo Sviluppo economico Alessia Morani che ha parlato di «vergogna». Ricordando di non aver mai cambiato idea sulla questione i giovani di InOltre annunciano un doppio impegno: «Da un lato continuando a chiedere l’abolizione dei Ds, mettendone in luce tutti i punti deboli e le norme ingiuste, come quella che ha colpito i lavoratori; dall’altra proponendo a tutta la comunità — pratese, toscana ed italiana — un crowfunding col quale raccogliere dei fondi da far pervenire direttamente ai 21 lavoratori, manifestando loro la nostra solidarietà ed il nostro aiuto nella loro lotta». «Alcuni fanno i crowdfunding per autopromuoversi», dice Bozzanca. «Noi per cause sociali coerenti con i valori».
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Due furono quelli che ne determinarono la fine politica. Il primo fu avere troppo tollerato nel Psi personaggi a dir poco improbabili. Il secondo aver sottovalutato la forza organizzativa e l'istinto di sopravvivenza del Pci.
Per ricordarsi in modo chiaro di Bettino Craxi uomo politico occorre avere almeno 50 anni e quindi circa metà degli italiani ricordano il leader socialista italiano, scomparso il 19 gennaio de 2000 a 65 anni in esilio ad Hammamet in Tunisia, poco e male, e i più non lo ricordano affatto. Morì da latitante con due condanne per finanziamento illecito della politica e con quattro processi ancora in corso. Tuttavia c’è chi ritiene gli vada restituito un posto più dignitoso nella storia politica del Paese, a incominciare dal posto che gli spetta nella storia della sinistra italiana.
A un condannato? Si può rispondere con un’altra domanda: quanti capi di partito avrebbero potuto e magari dovuto essere come lui condannati per finanziamento illecito della politica, per soldi arrivati illegalmente al partito, dall’Italia o dall’estero, e non certo a loro insaputa? Sarebbe giusto rispondere a entrambe le domande, e non solo alla prima. Le colpe principali di Bettino Craxi furono probabilmente due, e ne determinarono la fine politica. La prima implica anche responsabilità morali e fu quella di avere troppo tollerato nel suo partito, il Psi, personaggi a dir poco improbabili, in un clima dove abbondavano “nani e ballerine” come ebbe a dire il ministro socialista Rino Formica negli anni 80, cioè sicofanti e profittatori. Ma Bettino era convinto di poter gestire questa corte forte delle proprie capacità e del fatto di essere, insieme a Filippo Turati che mai però riuscì a portarsi dietro tutto il socialismo italiano, l’unico leader capace di far marciare i socialisti italiani sui binari del socialismo democratico europeo, non peninsulare massimalista e velleitario, ma con orizzonti più ampi e obiettivi più chiari. Craxi aveva capacità e forza di governo che a Turati, più pensatore che capo, in parte mancavano.
LE ANIME DEL SOCIALISMO ITALIANO
Non si capisce Craxi, e non si capisce nemmeno il Pietro Nenni dopo il 1956, se si dimentica che il socialismo italiano ebbe sempre almeno due anime se non cinque, diviso fra socialdemocratici di stampo europeo e massimalisti, spesso ancor più rivoluzionari quest’ultimi (a parole) dei comunisti, che del massimalismo socialista diventarono l’ala organizzata e disciplinata, e in pochi anni di totale ispirazione sovietica. Già ben presenti a fine 800, i socialdemocratici si affermarono rapidamente in Germania subito dopo il ciclone bellico che aveva lacerato nel 1914-18 la grande famiglia socialista europea, e in risposta (anche armata) al bolscevismo russo. Non si sa se la socialdemocrazia si sarebbe allora affermata anche in Italia, perché il fascismo, uscito in pieno inizialmente dalla costola del socialismo italiano, chiuse a partire dal 1923 la partita. Ma è certo che dal 1912 al 1914 furono i massimalisti con Benito Mussolini a guidare il Psi, tornando alla testa (senza Mussolini) nel 1919 quando a Bologna al XVI Congresso aderirono per acclamazione all’Internazionale Comunista moscovita; nel ’22 Turati e i moderati furono espulsi.
LA CELEBRE PROFEZIA DI TURATI
È rimasta famosa la profezia che Turati lanciò parlando il 19 gennaio del 1921 al XVII Congresso socialista di Livorno, quello che vide la scissione comunista in risposta all’appello bolscevico. Il mito della rivoluzione russa non sarebbe durato a lungo, disse Turati; si sarebbe innervato, per durare, sulla forza del nazionalismo russo, diventandone l’ultima incarnazione; se innescata anche in Italia, la rivoluzione bolscevica avrebbe portato una durissima reazione, essendo l’Italia certo non sviluppata come la Germania, ma neppure arretrata come la Russia, ma una via di mezzo dove la borghesia non avrebbe accettato il bolscevismo. Tutto vero. Sessant’anni dopo (1982), uno che a Livorno c’era e da protagonista comunista, Umberto Terracini, disse alcune cose che non piacquero al suo partito e le disse anche Camilla Ravera, un’altra che da comunista a Livorno c’era: dissero che allora Turati aveva ragione, e i comunisti torto.
Craxi fu, in Italia e non solo, il grande protettore degli apostati ed esuli del comunismo
È partendo da questo che Craxi commise il suo secondo grave errore: la sottovalutazione della forza organizzativa e dell’istinto di sopravvivenza del Pci. Craxi aveva uno schema mentale piuttosto semplice con cui misurare i rapporti con il comunismo, italiano e sovietico, e ne traeva una conclusione altrettanto semplice: sono partiti con il piede sbagliato e, avendo fallito le grandi promesse, hanno perso la partita. Come dargli torto? Craxi fu, in Italia e non solo, il grande protettore degli apostati ed esuli del comunismo. «È lui che ci ha aiutato, dal Pci solo alcune buone parole di Giorgio Napolitano, perché il Pci parlava con la Cecoslovacchia ufficiale, non con noi», diceva il cecoslovacco Jiri Pelikan. Craxi, il cui ego come spesso accade ai leader politici non era certo di modeste dimensioni, pensava che lui stesso, se medesimo, e la Storia avrebbero risolto l’equivoco comunista. Il suo piccolo (e non tanto piccolo) trionfo su scala italiana doveva essere la caduta del Muro di Berlino nel novembre del 1989 e tutto quanto ne seguì, ma fu invece l’inizio della sua fine. La causa fu il combinato-disposto fra “nani e ballerine” e tutto il conseguente, e l’istinto di sopravvivenza di un partito, e di una cultura, che il detestato Palmiro Togliatti, l’uomo che copriva di insulti nell’aprile 1932 la memoria di un Turati da pochi giorni scomparso, aveva modellato come una macchina da guerra, non ancora del tutto spompata.
Yasser Arafat osserva un ritratto di Bettino Craxi.
C’è un passaggio illuminante nella prima biografia di Massimo D’Alema nuovo segretario PDS (così si chiamava dal 1991 l’ex Pci dopo la scissione di Rifondazione), uscita nel 1995 a firma di Giovanni Fasanella e Daniele Martini. «Eravamo – diceva D’Alema – come una grande nazione indiana chiusa tra le montagne, con una sola via d’uscita, e lì c’era Craxi con la sua proposta di unità socialista…. L’unità socialista era una grande idea, ma senza Craxi. Allora avevamo una sola scelta: diventare noi il partito socialista in Italia». Concetti analoghi, un po’ meno strategici e bellicosi, avevano già espresso anni prima altri esponenti Pci o ex Pci, tra cui già nel 1987 l’ex segretario generale Cgil, Luciano Lama.
IL RAPPORTO CONFLITTUALE COL PCI
Per capire Craxi resta fondamentale il suo rapporto conflittuale con il Pci, e con il comunismo in genere e sovietico in particolare. La storia delle relazioni con la Dc è cosa diversa, una ripresa del centrosinistra con meno ambizioni e più cinismo, dove un partito indebolito da troppe correnti e da 40 anni ininterrotti di governo – grazie a un Pci troppo legato a Mosca per governare in un Paese della Nato e deciso a rimanere nell’Alleanza – poteva accomodare un’alternanza socialista mantenendo però ben salde le leve del potere economico e finanziario nell’ampio mondo di grandi imprese e banche Iri. Entrambi, socialisti e democristiani, utilizzarono abbondantemente in quell’ultimo scorcio di Guerra Fredda la spesa pubblica italiana per governare, con un salto di qualità negativo per il debito che il Paese non ha più saputo recuperare.
Con il Pci fu per Craxi diverso, una storia assai più lunga nel tempo. Gli ex comunisti si sono già abbondantemente cosparsi il capo di cenere, più in privato che in pubblico ma è umanamente comprensibile, per una serie di scelte discutibili, la prima delle quali fu continuare a credere nella Rivoluzione sovietica anche quando questa, a partire dal 1924-1926, si trasformava in uno strumento del nazionalismo russo e di un gruppo dirigente semi-asiatico attorno a Stalin. La forza del mito russo, la prima grande rivoluzione del 900 secolo si pensava delle rivoluzioni, era comunque irresistibile. Craxi rimase invece fedele a quanto Turati, già nell’ottobre del 1919, diceva al citato XVI Congresso, a Bologna, preconizzando il “triste effetto” dell’ottobre russo: miseria, terrore, “mancanza di ogni libero consenso”, militarizzazione dell’economia, “una rivoluzione a oltranza per la quale” il popolo russo “è manifestamente immaturo” e avvio di “una infinita odissea di dolori”, mentre un graduale riformismo socialdemocratico rispettoso delle libertà avrebbe potuto portare ben altri risultati. Ma non c’era un granché in Russia come tradizione rispettosa delle libertà, e il Grande Partito non ha certo cambiato le cose.
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Due furono quelli che ne determinarono la fine politica. Il primo fu avere troppo tollerato nel Psi personaggi a dir poco improbabili. Il secondo aver sottovalutato la forza organizzativa e l'istinto di sopravvivenza del Pci.
Per ricordarsi in modo chiaro di Bettino Craxi uomo politico occorre avere almeno 50 anni e quindi circa metà degli italiani ricordano il leader socialista italiano, scomparso il 19 gennaio de 2000 a 65 anni in esilio ad Hammamet in Tunisia, poco e male, e i più non lo ricordano affatto. Morì da latitante con due condanne per finanziamento illecito della politica e con quattro processi ancora in corso. Tuttavia c’è chi ritiene gli vada restituito un posto più dignitoso nella storia politica del Paese, a incominciare dal posto che gli spetta nella storia della sinistra italiana.
A un condannato? Si può rispondere con un’altra domanda: quanti capi di partito avrebbero potuto e magari dovuto essere come lui condannati per finanziamento illecito della politica, per soldi arrivati illegalmente al partito, dall’Italia o dall’estero, e non certo a loro insaputa? Sarebbe giusto rispondere a entrambe le domande, e non solo alla prima. Le colpe principali di Bettino Craxi furono probabilmente due, e ne determinarono la fine politica. La prima implica anche responsabilità morali e fu quella di avere troppo tollerato nel suo partito, il Psi, personaggi a dir poco improbabili, in un clima dove abbondavano “nani e ballerine” come ebbe a dire il ministro socialista Rino Formica negli anni 80, cioè sicofanti e profittatori. Ma Bettino era convinto di poter gestire questa corte forte delle proprie capacità e del fatto di essere, insieme a Filippo Turati che mai però riuscì a portarsi dietro tutto il socialismo italiano, l’unico leader capace di far marciare i socialisti italiani sui binari del socialismo democratico europeo, non peninsulare massimalista e velleitario, ma con orizzonti più ampi e obiettivi più chiari. Craxi aveva capacità e forza di governo che a Turati, più pensatore che capo, in parte mancavano.
LE ANIME DEL SOCIALISMO ITALIANO
Non si capisce Craxi, e non si capisce nemmeno il Pietro Nenni dopo il 1956, se si dimentica che il socialismo italiano ebbe sempre almeno due anime se non cinque, diviso fra socialdemocratici di stampo europeo e massimalisti, spesso ancor più rivoluzionari quest’ultimi (a parole) dei comunisti, che del massimalismo socialista diventarono l’ala organizzata e disciplinata, e in pochi anni di totale ispirazione sovietica. Già ben presenti a fine 800, i socialdemocratici si affermarono rapidamente in Germania subito dopo il ciclone bellico che aveva lacerato nel 1914-18 la grande famiglia socialista europea, e in risposta (anche armata) al bolscevismo russo. Non si sa se la socialdemocrazia si sarebbe allora affermata anche in Italia, perché il fascismo, uscito in pieno inizialmente dalla costola del socialismo italiano, chiuse a partire dal 1923 la partita. Ma è certo che dal 1912 al 1914 furono i massimalisti con Benito Mussolini a guidare il Psi, tornando alla testa (senza Mussolini) nel 1919 quando a Bologna al XVI Congresso aderirono per acclamazione all’Internazionale Comunista moscovita; nel ’22 Turati e i moderati furono espulsi.
LA CELEBRE PROFEZIA DI TURATI
È rimasta famosa la profezia che Turati lanciò parlando il 19 gennaio del 1921 al XVII Congresso socialista di Livorno, quello che vide la scissione comunista in risposta all’appello bolscevico. Il mito della rivoluzione russa non sarebbe durato a lungo, disse Turati; si sarebbe innervato, per durare, sulla forza del nazionalismo russo, diventandone l’ultima incarnazione; se innescata anche in Italia, la rivoluzione bolscevica avrebbe portato una durissima reazione, essendo l’Italia certo non sviluppata come la Germania, ma neppure arretrata come la Russia, ma una via di mezzo dove la borghesia non avrebbe accettato il bolscevismo. Tutto vero. Sessant’anni dopo (1982), uno che a Livorno c’era e da protagonista comunista, Umberto Terracini, disse alcune cose che non piacquero al suo partito e le disse anche Camilla Ravera, un’altra che da comunista a Livorno c’era: dissero che allora Turati aveva ragione, e i comunisti torto.
Craxi fu, in Italia e non solo, il grande protettore degli apostati ed esuli del comunismo
È partendo da questo che Craxi commise il suo secondo grave errore: la sottovalutazione della forza organizzativa e dell’istinto di sopravvivenza del Pci. Craxi aveva uno schema mentale piuttosto semplice con cui misurare i rapporti con il comunismo, italiano e sovietico, e ne traeva una conclusione altrettanto semplice: sono partiti con il piede sbagliato e, avendo fallito le grandi promesse, hanno perso la partita. Come dargli torto? Craxi fu, in Italia e non solo, il grande protettore degli apostati ed esuli del comunismo. «È lui che ci ha aiutato, dal Pci solo alcune buone parole di Giorgio Napolitano, perché il Pci parlava con la Cecoslovacchia ufficiale, non con noi», diceva il cecoslovacco Jiri Pelikan. Craxi, il cui ego come spesso accade ai leader politici non era certo di modeste dimensioni, pensava che lui stesso, se medesimo, e la Storia avrebbero risolto l’equivoco comunista. Il suo piccolo (e non tanto piccolo) trionfo su scala italiana doveva essere la caduta del Muro di Berlino nel novembre del 1989 e tutto quanto ne seguì, ma fu invece l’inizio della sua fine. La causa fu il combinato-disposto fra “nani e ballerine” e tutto il conseguente, e l’istinto di sopravvivenza di un partito, e di una cultura, che il detestato Palmiro Togliatti, l’uomo che copriva di insulti nell’aprile 1932 la memoria di un Turati da pochi giorni scomparso, aveva modellato come una macchina da guerra, non ancora del tutto spompata.
Yasser Arafat osserva un ritratto di Bettino Craxi.
C’è un passaggio illuminante nella prima biografia di Massimo D’Alema nuovo segretario PDS (così si chiamava dal 1991 l’ex Pci dopo la scissione di Rifondazione), uscita nel 1995 a firma di Giovanni Fasanella e Daniele Martini. «Eravamo – diceva D’Alema – come una grande nazione indiana chiusa tra le montagne, con una sola via d’uscita, e lì c’era Craxi con la sua proposta di unità socialista…. L’unità socialista era una grande idea, ma senza Craxi. Allora avevamo una sola scelta: diventare noi il partito socialista in Italia». Concetti analoghi, un po’ meno strategici e bellicosi, avevano già espresso anni prima altri esponenti Pci o ex Pci, tra cui già nel 1987 l’ex segretario generale Cgil, Luciano Lama.
IL RAPPORTO CONFLITTUALE COL PCI
Per capire Craxi resta fondamentale il suo rapporto conflittuale con il Pci, e con il comunismo in genere e sovietico in particolare. La storia delle relazioni con la Dc è cosa diversa, una ripresa del centrosinistra con meno ambizioni e più cinismo, dove un partito indebolito da troppe correnti e da 40 anni ininterrotti di governo – grazie a un Pci troppo legato a Mosca per governare in un Paese della Nato e deciso a rimanere nell’Alleanza – poteva accomodare un’alternanza socialista mantenendo però ben salde le leve del potere economico e finanziario nell’ampio mondo di grandi imprese e banche Iri. Entrambi, socialisti e democristiani, utilizzarono abbondantemente in quell’ultimo scorcio di Guerra Fredda la spesa pubblica italiana per governare, con un salto di qualità negativo per il debito che il Paese non ha più saputo recuperare.
Con il Pci fu per Craxi diverso, una storia assai più lunga nel tempo. Gli ex comunisti si sono già abbondantemente cosparsi il capo di cenere, più in privato che in pubblico ma è umanamente comprensibile, per una serie di scelte discutibili, la prima delle quali fu continuare a credere nella Rivoluzione sovietica anche quando questa, a partire dal 1924-1926, si trasformava in uno strumento del nazionalismo russo e di un gruppo dirigente semi-asiatico attorno a Stalin. La forza del mito russo, la prima grande rivoluzione del 900 secolo si pensava delle rivoluzioni, era comunque irresistibile. Craxi rimase invece fedele a quanto Turati, già nell’ottobre del 1919, diceva al citato XVI Congresso, a Bologna, preconizzando il “triste effetto” dell’ottobre russo: miseria, terrore, “mancanza di ogni libero consenso”, militarizzazione dell’economia, “una rivoluzione a oltranza per la quale” il popolo russo “è manifestamente immaturo” e avvio di “una infinita odissea di dolori”, mentre un graduale riformismo socialdemocratico rispettoso delle libertà avrebbe potuto portare ben altri risultati. Ma non c’era un granché in Russia come tradizione rispettosa delle libertà, e il Grande Partito non ha certo cambiato le cose.
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L'ex ministro è in minoranza. Anche Italia Viva voterà contro lui. Il centrodestra non basta a evitare l'autorizzazione a procedere.
L’inizio del confronto in Senato sul caso Gregoretti che riguarda Matteo Salvini si avvicina. Mercoledì 8 gennaio inizia nella Giunta per le immunità l’esame della richiesta di autorizzazione a procedere, su cui il voto è fissato per il 20 gennaio. E gli schieramenti che ormai sembrano essersi delineati non portano certo buone notizie per l’ex ministro dell’Interno.
SALVINI IN MINORANZA
Dalla parte di Salvini si schiera solo il centrodestra, una minoranza tanto nella Giunta per le immunità quanto in Aula. Persino l’ipotesi di un voto favorevole da parte di Italia Viva è sfumata il 4 gennaio, con le dichiarazioni del coordinatore nazionale, Ettore Rosato. «Salvini nella sua memoria ci ha spiegato che il caso Gregoretti è identico a quello della Diciotti. Quindi noi ci comporteremo in modo identico, votando anche stavolta a favore dell’autorizzazione al processo contro Salvini». Linea identica per il Pd, tesi opposta ma stessa conclusione per il Movimento 5 stelle, secondo il quale «il caso Gregoretti è completamente diverso da quello della Diciotti, quando votammo a favore di Salvini, quindi ora voteremo contro di lui». Anche l’ex M5s, Gregorio De Falco, membro della Giunta, ha spiegato in punta di diritto la diversità dei due casi appoggiando per una volta le tesi del movimento in cui ha militato.
FORZA ITALIA CON L’EX MINISTRO
Dalla parte di Salvini c’è Forza Italia. «Le piroette di Renzi tra garantismo e giustizialismo non ci sorprendono più, ma qui c’è in ballo una questione più grande: consegnare infatti un ex ministro dell’Interno nelle mani della magistratura per aver seguito la linea della fermezza sulla immigrazione clandestina che faceva parte del programma di governo significherebbe la capitolazione finale della politica», ha affermato la capogruppo azzurra in Senato Anna Maria Bernini. Per la presidente dei deputati forzisti Mariastella Gelmini, invece, il M5s usa «due pesi e due misure sulla base della convenienza» e «non è quello di cui l’Italia ha bisogno». Per solidarizzare con il leader leghista, Francesco Giro ha proposto il doppio tesseramento Fi-Lega, ma sui social è stato insultato dal responsabile dei Giovani di Fi e amministratore milanese, Marco Bettetti. Tra la base di Forza Italia, infatti, non tutti salverebbero Salvini, a cui viene attribuita la colpa di aver fagocitato il partito di Berlusconi.
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La ministra della Pubblica amministrazione propone l'identità digitale unica. Per accedere ai servizi pubblici ma anche a quelli privati. Sui social scoppia la polemica. E lei prova a fare chiarezza con un tweet.
Un’unica e sola user e password per accedere a tutti i servizi digitali. Della pubblica amministrazione ma non solo, anche al proprio conto in banca, per acquistare un biglietto del cinema, per prenotare un’auto. La proposta lanciata dalla ministra della Pa Paola Pisano al programma Eta Beta di Radio1 ha fatto discutere parecchio, muovendo non poche perplessità.
MADIA CRITICA
L’iniziativa ha però trovato le critiche di Marianna Madia, ex titolare dello stesso ministero occupato dalla Pisano: «Sono molto perplessa per le posizioni espresse oggi dalla ministra Pisano relative all’identità digitale», ha affermato la deputata del Partito democratico. «Credo occorra un confronto urgente sulle scelte complessive del governo in materia di digitale e dati. Si tratta di un tema strategico per i diritti dei cittadini, la democrazia e la competitività del Paese. Alcune scelte meritano un approfondimento e un confronto ampio e non possono essere rilasciate ad improvvisazioni estemporanee».
SENSI E ATTIVISSIMO PREOCCUPATI
Quella della Madia non è stata l’unica voce critica. In tanti, sui social, hanno espresso dubbi e timori in termini di privacy e sicurezza. «Una sola password e pure di Stato?», ha commentato il debunker Paolo Attivissimo, «significherebbe collegare le attività private (che non devono interessare a uno Stato) a quelle che riguardano lo Stato (tasse, certificati, atti pubblici)». Ancora più netto e duro Filippo Sensi: «A me questa cosa mette i brividi e mi fermo per carità di patria».
La polemica è montata rapidamente sui social, tanto che la titolare della Pa è dovuta tornare sull’argomento con un tweet: «Vediamo di sgombrare il campo da ogni equivoco: l’identità digitale sarà rilasciata dallo Stato e servirà a identificare il cittadino in modo univoco verso lo Stato stesso. In futuro, per aziende e cittadini che lo vorranno, potrebbe essere un ulteriore sistema di autenticazione».
Vediamo di sgombrare il campo da ogni equivoco: l'identità digitale sarà rilasciata dallo Stato e servirà a identificare il cittadino in modo univoco verso lo Stato stesso. In futuro, per aziende e cittadini che lo vorranno, POTREBBE essere ulteriore sistema di autenticazione
IL MINISTERO PER L’INNOVAZIONE PRECISA: «PARLAVA SOLO DELLO SPID»
A intervenire con un’ulteriore chiarimento è stato anche il ministero dell’Innovazione. «Nessuna nuova proposta, né nuova password di Stato», si legge in un tweet rilanciato dalla stessa ministra Pisano. «Il ministro Paola Pisano a Eta Beta Radio1 si riferiva alla Spid già usata da 5 milioni di italiani. L’intenzione da discutere con tutti gli interlocutori istituzionali competenti è solo quella di affidarne la gestione direttamente allo Stato». Semplice equivoco o retromarcia dettata dal polverone sollevato da una proposta perlomeno controversa?
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Libano, Iraq e Libia sono i fronti più esposti. Basi blindate e spostamenti limitati. Anche in patria innalzato il livello di vigilanza.
Il raid americano che ha ucciso il generale iraniano Qassem Soleimani espone a rischi anche i militari italiani all’estero, schierati nelle aree in cui l’Iran potrebbe attuare le minacciate ritorsioni. E il ministero della Difesa ha innalzato ovunque le misure di sicurezza dei contingenti, blindando le basi e limitando al minimo gli spostamenti. La decisione è stata presa dal ministro Lorenzo Guerini, che subito dopo l’attacco si è messo in contatto con il Comando operativo di vertice interforze (Coi), la struttura che gestisce tutte le operazioni italiane all’estero, e gli organismi di intelligence. Il Coi, a sua volta, mantiene un filo diretto con i nostri contingenti potenzialmente più esposti in Libano, Iraq e Libia.
CONTROLLI POTENZIATI SU AMBASCIATE E SEDI DELLE COMPAGNIE AEREE
In queste ore l’allerta è ai massimi livelli. Anche per quanto riguarda il fronte interno, la vigilanza è altissima. Non vengono segnalate minacce specifiche, ma sono stati potenziati alcuni servizi di controllo, in particolare quelli su siti riconducibili agli interessi americani e iraniani in Italia, come le rappresentanze diplomatiche o le sedi delle compagnie aeree. Mentre il presidente del Copasir, Raffaele Volpi, si accinge a convocare i vertici dei servizi segreti per avere un quadro aggiornato della situazione.
VARCATA UNA LINEA ROSSA
Le ragioni dei rischi cui è esposta l’Italia li spiega il generale Vincenzo Camporini, ex capo di Stato maggiore della Difesa e dell’Aeronautica, un ufficiale che di crisi internazionali ne ha viste parecchie: «Per la prima volta target dei raid Usa è stato non un ‘semplice’ terrorista, ma un personaggio politico di altissimo spessore. E avere attaccato il livello politico dell’avversario vuol dire avere innalzato l’escalation a un gradino dove non si era mai arrivati prima. È stata varcata la linea rossa e non sappiamo cosa c’è dietro». Secondo Camporini «è difficile dire cosa succederà ora, ma di sicuro l’Iran dovrà reagire, non può perdere la faccia. In che modo? Nei confronti dei soldati americani sul terreno, forse, ma le truppe Usa sono modeste. Oppure contro Israele, che è il principale alleato degli Stati Uniti nell’area. A questo riguardo ricordiamo che in Libano la situazione politica è a dir poco confusa. gli Hezbollah sono filo iraniani ed è ipotizzabile una ritorsione contro Israele che passI attraverso la ‘linea blu’, dove sono schierati 12 mila uomini delle Nazioni unite e un migliaio di italiani che hanno il comando della missione. E poi non dimentichiamo che abbiamo 800 addestratori proprio in Iraq e 300 militari in Libia, dove c’è un nostro ospedale».
COLPITO UN SIMBOLO DELLA TEOCRAZIA SCIITA
Un altro generale, Leonardo Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica e presidente della Fondazione Icsa, condivide le preoccupazioni di Camporini: «Gli Usa con l’uccisione del generale Soleimani – afferma – hanno colpito un’icona, il simbolo della forza al servizio della teocrazia nata dalla rivoluzione. È uno step fondamentale e preoccupante di un’escalation che dura da tempo e che si inserisce in un quadro già esplosivo con sullo sfondo la lotta secolare tra Iran ed Arabia Saudita, sciiti e sunniti. Si tratta di un’ulteriore, dissennata destabilizzazione, dagli esiti incerti e senza apparente logica. Rabbia e odio potrebbero essere difficilmente gestibili e le reazioni potrebbero essere di natura e dimensioni imprevedibili, anche per il nostro Paese».
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Il leader della Lega tira in ballo il ruolo del premier Conte e coinvolge pure i vescovi italiani. La Giunta del Senato deve decidere sull'autorizzazione a procedere per sequestro di persona.
Matteo Salvini si difende sul caso della nave Gregoretti, tenuta al largo dei porti italiani quando era ministro dell’Interno e che ha portato il leader della Lega a essere incriminato per sequestro di persona.
L’autorizzazione a procedere da parte della Giunta per le immunità del Senato, venuto meno il sostegno a Salvini da parte del M5s, questa volta ha buone chance di essere concessa prima delle elezioni regionali in programma il 26 gennaio in Emilia-Romagna e Calabria. Poi sarà l’Aula di Palazzo Madama ad avere l’ultima parola.
SALVINI RIVENDICA UNA GESTIONE COLLEGIALE
Salvini ha depositato in Giunta una memoria difensiva in cui cita tutti i colleghi del governogialloverde coinvolti nella chiusura dei porti. Ci sono dichiarazioni pubbliche e interviste di Alfonso Bonafede e Luigi Di Maio, ma il documento mette nel mirino soprattutto il premier Giuseppe Conte. Si legge infatti che «il 26 luglio 2019 la presidenza del Consiglio aveva inoltrato formale richiesta di redistribuzione di migranti ad altri Paesi europei». Il leader della Lega ha tirato in ballo pure i vescovi italiani, affermando che con la Cei era stato raggiunto un accordo per l’accoglienza dei naufraghi. «È dunque evidente come fosse il governo, in modo collegiale, a gestire tale attività», si legge ancora nella memoria difensiva.
AFFINITÀ E DIVERGENZE CON IL CASO DICIOTTI
Salvini, in sostanza, sostiene di aver agito nell’interesse dell’Italia, col pieno coinvolgimento di Palazzo Chigi e dei ministeri competenti, in modo perfettamente sovrapponibile a quanto accaduto per la nave Diciotti. Ma Conte e Di Maio sostengono che si tratti di due casi diversi, perché la decisione di lasciare la Gregoretti in mezzo al mare sarebbe stata presa in maniera autonoma dall’ex responsabile del Viminale.
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Di Maio contro Paragone da una parte. Romano contro Migliore dall'altra. Baruffe emblematiche, dove nessuno sembra avere una minima idea di dove sia la società reale.
Lo scontro all’arma bianca fra Luigi Di Maio e Gianluigi Paragone, con annesso Alessandro Di Battista, e quello più elegante fra Andrea Romano e Gennaro Migliore sul Foglio attorno all’esaurimento o no di Italia Viva, dice molto sul perché vince Matteo Salvini oggi e domani forse Giorgia Meloni. Sia la lite fra comari nei cinque stelle sia quella fra damerini nel partito di Matteo Renzi si svolgono al di fuori di ogni contesto, anzi neppure presuppongono che vi sia un contesto. Paragone si è messo al centro della scena probabilmente per l’ultima volta. Del resto Feltri (Vittorio) e e Alessandro Sallusti hanno scritto oggi cose terribili e definitive su di lui. Credo che un uomo normale, in anni lontani, leggendo questo pensieri su se stesso di colleghi che l’hanno conosciuto da vicino o li sfiderebbe a duello o si tirerebbe un colpo di pistola. Ma, come raccontano i due direttori nordisti, il dramma di oggi, ma proprio di oggi-oggi, per Paragone è come mettere insieme il pranzo con la cena, stessa preoccupazione che condivide con quell’altro genio disoccupato di Di Battista.
Romano e Migliore si compiacciono invece di venire da esperienze diverse, l’uno riformista filo-blairiano, l’altro vendoliano spinto, per sancire che il loro avvicinamento era stato il segreto (poi tradito) del successo della formazione diretta da un uomo del destino come Renzi che avrebbe vinto la battaglia finale contro il diavolo Massimo D’Alema (Non sta andando così, ndr). La verità è che anche questi due ragazzi sono all’ultimo giro (e la cosa mi dispiace umanamente), perché nessuno dei due mostra di avere una minima idea di dove sia la società reale ma discutono animatamente se bisogna rafforzare il Pd (Romano) o attendere che Renzi torni a gonfiarsi come una rana (Migliore). Veramente surreale. Paragone invece è pronto per un ruolo in un film di Boldi e De Sica, magari con la sua fedele chitarra, una toccata la culo di una straniera, e un breve monologo contro giornalisti, leghisti, sinistra, grillini, parlamentari cioè tutti quelli che lui è stato o avrebbe potuto essere.
LA RICREAZIONE FINIRÀ PER TUTTI
Noi di sinistra ci siamo fatti in questi venti, o forse trenta anni, migliaia di autocritiche tutte giuste e sacrosante, ma tutte ignoravano che questa esibizione delle proprie viscere avveniva di fronte a questi personaggi miserabili. Nella fine tragica fine dei cinque stelle e del renzismo c’è tutta la storia di chi aveva superato la destra e la sinistra, le ideologie, il buonismo, i preti che cantano bella ciao, la buona educazione, la democrazia come fatica quotidiana, la tolleranza, la solidarietà. Li abbiamo presi sul serio, così come oggi ci spaventiamo che arrivino al potere Meloni o Salvini. Ma che volete che succeda? Qualche altro mese di casino, di quello brutto però, poi alla fine la ricreazione finirà per tutti. Non so se ci sarà una soluzione democratica, ma sento aria di forconi contro gli avventurieri di questi anni.
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