La Russa senza freni in Senato tra insulti e commenti sprezzanti: cosa è successo

Nel giorno delle comunicazioni di Giorgia Meloni in vista del Consiglio Ue, il presidente del Senato Ignazio La Russa si è reso protagonista di alcuni commenti decisamente inappropriati nei confronti di due parlamentari. «Come si chiama quel coglione che continua a urlare?», ha chiesto a microfono aperto durante l’intervento di Antonio Nicita del Partito democratico. Per poi ironizzare: «Abbiamo apprezzato il suo commento». In precedenza, dopo che aveva finito di parlare senatore Ettore Licheri, esponente del Movimento 5 stelle, La Russa aveva già commentato, prendendolo di fatto in giro: «Interventone…». E non è finita qui: poco prima della replica di Meloni, mentre parlava Raffaele Speranzon (come lui di Fratelli d’Italia), sempre a microfono aperto si è lasciato sfuggire un «porca puttana». Non esattamente parole che ci si aspetterebbe dalla seconda carica della Stato, soprattutto nell’Aula del Senato.

“Per sempre sì” ai comizi di FdI: arriva la smentita di Sal Da Vinci

A margine del conferimento della medaglia della città di Napoli al Maschio Angioino, Sal Da Vinci ha confermato di aver ricevuto una chiamata da Giorgia Meloni, smentendo però di aver parlato con la premier del possibile utilizzo di Per sempre sì, brano vincitore al Festival di Sanremo, come colonna sonora dei comizi finali di Fratelli d’Italia in vista del referendum del 22 e 23 marzo.

“Per sempre sì” ai comizi di FdI: arriva la smentita di Sal Da Vinci
Giorgia Meloni (Ansa).

Da Vinci: «Mi ha fatto i complimenti ed è finita lì»

«Mi ha chiamato per farmi i complimenti, ed è finita lì», ha detto Da Vinci. «Ho letto tante fake news, la telefonata è durata 30 secondi, aveva altre due milioni di cose più importanti da fare», ha aggiunto, parlando di «parole che volano nel web e che diventano gigantesche». E poi: «Se un giorno uno, chiunque esso sia, vuol ascoltare la mia canzone pubblicamente, lo può fare perché è stata pubblicata sulle piattaforme digitali. È un bene comune, tutti la possono condividere».

“Per sempre sì” ai comizi di FdI: arriva la smentita di Sal Da Vinci
Sal Da Vinci premiato dal sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi (Ansa).

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Il ritorno di Mariarosaria Rossi con Lupi e le altre pillole del giorno

Ora è ufficiale: Mariarosaria Rossi, ex figura chiave del cerchio magico berlusconiano passata al partito centrista nel 2022 dopo una parentesi in Coraggio Italia di Toti e Brugnaro, torna in campo alle prossime Amministrative con Noi Moderati di Maurizio Lupi. Sarà candidata a sindaco di Santa Marinella e Santa Severa, vicino Roma. La conferma è arrivata direttamente dal leader Lupi e dai referenti regionali e provinciali Marco Di Stefano e Paolo Toppi. «Con questa scelta emerge con chiarezza la volontà di costruire una proposta politica solida e credibile per la città, capace di interpretare le aspettative dei cittadini e di offrire una guida autorevole dopo la conclusione anticipata dell’esperienza amministrativa del centrosinistra guidato da Pietro Tidei», recita il comunicato. «La candidatura di Mariarosaria Rossi rappresenta la sintesi tra esperienza politica, capacità amministrativa e profonda conoscenza delle dinamiche istituzionali: qualità ritenute fondamentali per affrontare le sfide che attendono Santa Marinella e Santa Severa nei prossimi anni». Non solo: «Santa Marinella è una città dalle grandi potenzialità e merita una guida di alto profilo. Siamo convinti che Mariarosaria Rossi possa rappresentare il punto di riferimento per riportare una guida di centrodestra alla città, restituendo stabilità, visione e concretezza all’azione amministrativa».

Il ritorno di Mariarosaria Rossi con Lupi e le altre pillole del giorno
Maurizio Lupi (Imagoeconomica).

La mossa di Lupi, però, non è andata a genio a tutti gli alleati, soprattutto all’interno di Fratelli d’Italia. Il senatore Marco Silvestroni aveva infatti bocciato il metodo scelto da Noi Moderati e sui «presunti appoggi e sostegni di candidature a sindaco»: «Le fughe in avanti non aiutano il centrodestra e fanno un danno al territorio», aveva sottolineato il meloniano. «Ribadisco che il tavolo provinciale dei partiti del centrodestra, convocato per venerdì prossimo è l’unico che conta per trovare l’unità e la possibile vittoria del centrodestra a Santa Marinella». Subito dopo però è arrivato l’ok a Rossi del coordinatore territoriale Giampiero Rossanese che ha salutato l’ufficializzazione della candidatura come «un’ottima notizia per la coalizione di centrodestra, una garanzia di riscatto per i nostri cittadini».

Il ritorno di Mariarosaria Rossi con Lupi e le altre pillole del giorno
Il ritorno di Mariarosaria Rossi con Lupi e le altre pillole del giorno
Il ritorno di Mariarosaria Rossi con Lupi e le altre pillole del giorno
Il ritorno di Mariarosaria Rossi con Lupi e le altre pillole del giorno
Il ritorno di Mariarosaria Rossi con Lupi e le altre pillole del giorno
Il ritorno di Mariarosaria Rossi con Lupi e le altre pillole del giorno
Il ritorno di Mariarosaria Rossi con Lupi e le altre pillole del giorno

La Giostra della Quintana alla Camera

Roma, Camera dei Deputati, sala della Regina: alla presenza degli onorevoli umbri Virginio Caparvi, Walter Verini, Emma Pavanelli e Elisabetta Piccolotti, il 10 marzo è stato presentato l’ottantennale della Giostra della Quintana di Foligno. Non sono mancati all’incontro alcuni partecipanti in costumi storici. La Quintana, ha detto la presidente della Regione Umbria Stefania Proietti, è «un punto di riferimento. Il coinvolgimento dei giovani è il valore più alto delle nostre feste di identità collettiva, che tramanda valori e identità e svolge anche un vero servizio sociale, portando i ragazzi a confrontarsi nella ricostruzione storica, nella competizione e nella valorizzazione del rapporto con il cavallo, che resta un grande elemento identitario per una terra come l’Umbria». A fare gli onori di casa è stato il forzista umbro Raffaele Nevi che aveva fatti inserire nella manovra uno stanziamento straordinario di 100 mila euro per la manifestazione di Foligno. Tre gli appuntamenti: la “Quintana dell’Ottantennale” il 30 maggio, la “Giostra della Sfida” in calendario il 13 giugno e la “Rivincita” il 13 settembre. Senza dimenticare i concerti con le bande musicali della Polizia di Stato, della Guardia di Finanza e della Marina Militare.

Il ritorno di Mariarosaria Rossi con Lupi e le altre pillole del giorno
Raffaele Nevi (Imagoeconomica).

Meloni in Senato: «Non vogliamo entrare in guerra, più tasse per chi specula sui carburanti»

Giorgia Meloni ha tenuto in Senato le comunicazioni in vista del Consiglio europeo e sulla crisi in Medio Oriente. «Non vogliamo entrare in guerra, qui non c’è un governo complice di decisioni altrui, né tanto meno isolato in Europa, né colpevole di conseguenze economiche che la crisi può avere su cittadini e imprese», ha detto la premier. «Tutte cose che ho sentito dire in questi giorni e che non fanno giustizia dell’impegno portato avanti in questo delicato quadrante della geopolitica e che abbiamo intensificato in questi giorni».

«Intervento di Usa e Israele fuori dal diritto internazionale»

«Io mi auguro sinceramente che la crisi in corso possa essere affrontata anche con uno spirito costruttivo e di coesione, sottraendo la discussione a una polarizzazione politica che banalizzando non aiuta nessuno a ragionare con profondità», ha aggiunto. Ribadendo che quello di Stati Uniti e Israele in Iran è «un intervento a cui l’Italia non prende parte e non intende prendere parte», ha anche evidenziato come sia stata una mossa da collocare «in un contesto di crisi del sistema internazionale nel quale le minacce diventano sempre più spaventose e si moltiplicano gli interventi unilaterali condotti fuori dal perimetro del diritto internazionale».

Meloni in Senato: «Non vogliamo entrare in guerra, più tasse per chi specula sui carburanti»
Giorgia Meloni (Ansa).

«Auspicabile compattarsi, mi auguro che l’Italia parli con una sola voce»

Quindi un appello all’unità: «Qui c’è il governo italiano chiamato a affrontare uno dei tornanti più complessi e preferimmo non farlo da soli. È sempre auspicabile una nazione come la nostra sappia compattarsi. Uno scenario come questo impone a tutte le classi dirigenti lucidità e capacità di adattare le proprie decisioni. È possibile e io l’ho fatto, da unica leader di opposizione, durante l’attacco all’Ucraina. Si può fare senza rinunciare a nulla della propria identità politica, mi auguro che lo spirito possa essere accolto perché l’Italia possa parlare con una sola voce».

«Pronti ad aumentare le tasse a chi specula»

Riguardo all’attuale aumento dei prezzi dei carburanti, il messaggio che Meloni ha lanciato «agli italiani ma anche a chi dovesse pensare di sfruttare questa situazione per arricchirsi sulla pelle dei cittadini e delle imprese» è di rimanere prudenti, perché «faremo tutto quello che possiamo per impedire che si speculi sulla crisi compreso, se necessario, recuperare i proventi della speculazione con una maggiore tassazione delle aziende che ne fossero responsabili».

Conte l’equilibrista tra malumori interni e rincorsa a Schlein

In uno scenario fluido e mai immobile, il compassato Conte rischia di condannarsi all’irrilevanza. I malumori di alcuni dei suoi sono riapparsi in maniera plastica pochi giorni fa alla vigilia dell’elezione del nuovo direttivo al Senato. Nonostante l’ufficializzazione di Luca Pirondini come capogruppo e Stefano Patuanelli come vicepresidente del Movimento, le tensioni e la maretta che hanno preceduto l’evento hanno dipinto il quadro di un Conte che, lungi dall’essere il monarca indiscusso come spesso viene percepito all’esterno, deve fare i conti con una fronda interna che non disdegna di far sentire la propria voce. Le ‘sconfitte’ di questo direttivo sono Dolores Bevilacqua che si è dovuta ‘accontentare’ della tesoreria invece che della vicepresidenza e Alessandra Maiorino, costretta a fare un passo indietro (aveva presentato un suo gruppo di fedelissimi) dopo essersi “vivacemente confrontata” con Paola Taverna.

Conte l’equilibrista tra malumori interni e rincorsa a Schlein
Conte l’equilibrista tra malumori interni e rincorsa a Schlein
Conte l’equilibrista tra malumori interni e rincorsa a Schlein
Conte l’equilibrista tra malumori interni e rincorsa a Schlein
Conte l’equilibrista tra malumori interni e rincorsa a Schlein

Conte l’equilibrista in perenne rincorsa

L’avvocato del popolo divenuto leader di un Movimento 5 stelle in perenne mutamento sembra aver assunto il ruolo dell’equilibrista. Un ruolo che, a giudicare dalle recenti evoluzioni, si sta rivelando più precario di quanto si potesse immaginare, con tanto di funambolismi interni e rincorse affannose all’esterno. Elly Schlein, sua sparring partner, sembra aver innescato in Conte una sorta di “rincorsa” politica. Una dinamica che lo vede spesso costretto a inseguire, a posizionarsi in relazione alle mosse altrui, perdendo forse un po’ di quella spinta propulsiva e originale che lo aveva caratterizzato. Il rischio è quello di trasformarsi da protagonista a spalla, in un duetto dove il ritmo lo detta qualcun altro.

Conte l’equilibrista tra malumori interni e rincorsa a Schlein
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Il nodo primarie e i rischi di un’intesa col Pd

E poi ci sono le primarie, quelle benedette primarie che dovrebbero definire la leadership del centrosinistra. Qui, l’ironia della sorte si fa ancora più pungente. Nonostante i buoni uffici e le mediazioni del padre nobile del Pd romano Goffredo Bettini, la sicurezza di primeggiare per Conte appare tutt’altro che garantita. Anzi, l’intervento di Bettini, figura di spicco e tessitore di alleanze, sembra quasi un tentativo di tenere insieme i cocci di un’intesa che, per Conte, potrebbe rivelarsi un boomerang. Un aiuto, insomma, che sa più di stampella che di trampolino di lancio. In definitiva, Giuseppe Conte si trova a navigare in acque agitate, tra la gestione di una base parlamentare irrequieta tutta concentrata sulle candidature delle prossime elezioni, e la necessità di affermare la propria leadership in un campo largo dove gli spazi si fanno sempre più stretti. Un compito arduo, che richiede non solo abilità politica, ma anche una buona dose di autoironia (che a lui manca totalmente) per non soccombere sotto il peso delle aspettative e delle continue, piccole, grandi sfide quotidiane.

Conte l’equilibrista tra malumori interni e rincorsa a Schlein
Elly Schlein con Goffredo Bettini (Imagoeconomica).

Opposizioni contro Nordio in Aula: «Bartolozzi non può restare»

Movimento 5 stelle, Alleanza Verdi Sinistra, Partito democratico e Italia viva hanno chiesto alla Camera che il ministro della Giustizia Carlo Nordio riferisca sul caso Bartolozzi, la sua capo di gabinetto che in un’intervista tv ha invitato a votare sì al referendum per «toglierci di mezzo la magistratura che sono plotoni di esecuzione». «Parole eversive che non si possono minimizzare», ha detto Valentina D’Orso del M5s chiedendo un intervento del Guardasigilli.

Opposizioni contro Nordio in Aula: «Bartolozzi non può restare»
Giusi Bartolozzi (Ansa).

Le opposizioni: «Come può il governo girarsi dall’altra parte?»

Anche Angelo Bonelli di Avs ha chiesto «un’informativa urgente di Nordio perché le dichiarazioni del suo capo di gabinetto sono indecenti, inaudite». «Facciamo fatica a comprenderle», ha spiegato. È come se il capo di gabinetto del ministro degli Interni dicesse che bisogna sbarazzarsi della Polizia. Facciamo fatica a comprendere come Nordio ritenga che Bartolozzi debba rimanere al suo posto.
Cosa nasconde? Credo che a questo punto ci sia qualcosa che il Parlamento non sa». Della stessa opinione anche il dem Federico Gianassi: «Come può il governo fare spallucce e girarsi dall’altra parte? Bartolozzi non può rimanere un secondo di più in quel luogo». Secondo Roberto Giachetti di Iv, che si è associato alla richiesta dell’informativa, «l’intergruppo per il sì dovrebbe citare per danni il capo di gabinetto del ministro Nordio». «Chiediamo le dimissioni di un magistrato fuori ruolo, perché quella che vuole spazzare via la magistratura è un magistrato. Cominci ad andarsene lei!», ha aggiunto.

Nordio tira dritto: «Bartolozzi non deve dimettersi»

Ma, per il Guardasigilli, Bartolozzi non deve dimettersi. «Si riferiva a una piccola parte di giudici politicizzati, non avrà alcuna difficoltà a scusarsi per parole che, sono certo, non rispecchiano il suo pensiero e la stima che ha della magistratura di cui, tra l’altro, lei stessa fa parte. Non deve dimettersi», ha detto in un incontro a Torino.

Russia alla Biennale, continua lo scontro a distanza tra Giuli e Buttafuoco

Continua lo scontro a distanza tra il ministro della Cultura Alessandro Giuli e il presidente della Fondazione Biennale Pietrangelo Buttafuoco sulla partecipazione della Russia alla 61esima Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, decisa – ha fatto sapere il MiC – «nonostante l’orientamento contrario del Governo italiano». Giuli ha infatti disertato la presentazione ufficiale del padiglione Italia al MiC, inviando però un videomessaggio nel quale ha puntato il dito contro Buttafuoco.

Russia alla Biennale, continua lo scontro a distanza tra Giuli e Buttafuoco
Alessandro Giuli (Ansa).

Il videomessaggio di Giuli

«L’arte è una delle migliori espressioni dell’identità plurale di un popolo: è libera quando è libero il governo che la mette in condizioni di esprimersi. L’Italia appartiene al mondo libero ed è felice di valorizzare qualsiasi forma artistica, anche l’arte dissidente», ha detto Giuli. Poi la frecciata a Buttafuoco: «Non si può dire lo stesso delle autocrazie che, all’interno della Biennale di Venezia, sono titolari di padiglioni come quello della Federazione Russa che verrà aperto, contrariamente all’opinione del governo italiano che rappresento, per la libera e autonoma scelta della Biennale di Venezia che siamo tenuti a rispettare». E poi: «Come ministro della Cultura, ritengo che l’arte di un’autocrazia sia libera soltanto nella misura in cui sia dissidente rispetto a quella autocrazia. Quando è scelta dai vertici di uno Stato autocratico, non ha la libertà consentita alla pura espressione artistica quell’espressione che il popolo ucraino vede ogni giorno calpestata dalle bombe della Russia che, da oltre quattro anni, ne ha invaso i confini, le case, le famiglie, la libertà».

Russia alla Biennale, continua lo scontro a distanza tra Giuli e Buttafuoco
Pietrangelo Buttafuoco (Ansa).

La replica di Buttafuoco

Questa la replica di Buttafuoco: «La diversità delle regole, delle procedure e delle leggi, persino internazionali, conclama l’autonomia di un’istituzione che da 130 anni, in una città speciale e particolare come Venezia, costruisce un sentiero in cui, ancora una volta, chiusura e censura sono fuori dall’ingresso della Biennale».

Il caso è arrivato anche al Parlamento Ue

Il caso della partecipazione della Russia alla 61esima Biennale, che si svolgerà dal 9 maggio al 22 novembre, è peraltro arrivato fino al Parlamento Ue: 26 eurodeputati, tra cui Pina Picierno, l’hanno definita «inaccettabile» e ne hanno chiesto la revoca in una lettera indirizzata al presidente Buttafuoco e al cda .

Valerio Sarcone nominato vice capo di gabinetto del ministero della Cultura

Valerio Sarcone è stato nominato vice capo di gabinetto del ministero della Cultura. Nel suo nuovo ruolo, che ha validità dal 16 febbraio 2026, contribuirà al coordinamento delle attività istituzionali del Mic, supportando la gestione delle relazioni tra il dicastero, le altre amministrazioni pubbliche e gli organismi istituzionali. Prima della nomina è stato direttore della direzione Gestione operativa emergenze e grandi eventi del dipartimento della Protezione civile di Roma Capitale.

Ha un passato al ministero della Salute e alla presidenza del Consiglio

Laureato in Scienze politiche presso l’Università degli Studi Roma Tre, ha successivamente conseguito un master in Management pubblico e comunicazione di pubblica utilità e un dottorato in Diritto amministrativo. Dopo aver lavorato presso la Polizia di Stato, nel 2006 è passato al ministero della Salute prima come collaboratore amministrativo e poi come funzionario giuridico. Dal 2020 al 2022 ha collaborato anche con la presidenza del Consiglio dei ministri per poi svolgere l’incarico di dirigente presso Roma Capitale.

Se il nemico del referendum è la maratona di Roma: le pillole del giorno

Il referendum, dicono gli stessi promotori del quesito sulla giustizia, «è una corsa ad ostacoli». E in effetti proprio domenica 22 marzo, nella prima giornata di voto, Roma sarà bloccata perché si corre la maratona. Quella vera, con decine di migliaia di iscritti, che gireranno in lungo e in largo per 42 chilometri, toccando ogni parte della città. La classica manifestazione podistica che fa arrabbiare i negozianti romani del centro, innanzitutto, e che invece fa godere chi ha uno store in un centro commerciale situato fuori dal raccordo anulare. Si chiama esattamente “Acea Run Rome The Marathon”, con partenza dai Fori Imperiali e un percorso che fatalmente blocca una quantità enorme di mezzi pubblici, con bus fermi per la durata della corsa, vigili urbani impegnati a tenere a bada gli automobilisti e pure i pedoni che vorrebbero semplicemente attraversare una strada ma non possono farlo.

Se il nemico del referendum è la maratona di Roma: le pillole del giorno
Una veduta dei Fori Imperiali (Imagoeconomica).

Sul percorso si trovano, più o meno ovunque, tavoli con acqua e spugne, tutto gentilmente donato da organizzatori e sponsor ma che finirà gettato per terra tra una sgambata e l’altra. E in questo scenario complicato, con la maratona nemica del referendum e la città ferma, ci sono i seggi (se gli addetti riescono ad arrivarci) con le urne aperte nelle scuole, che a Roma nelle ultime settimane sono vittime dei vandali: l’ultimo caso riguarda il liceo Righi, con estintori scaricati nelle aule rese così inagibili e lezioni sospese fino al completo ripristino dell’istituto.

Se il nemico del referendum è la maratona di Roma: le pillole del giorno
Carlo Nordio e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Senza contare che, come da tradizione, ai seggi non mancano mai come scrutatori gli autisti dell’Atac, ossia il servizio dei mezzi pubblici romani, con l’effetto di veder diminuire i bus in circolazione perché mancano i guidatori. Insomma un allarme rosso, dato che al referendum dedicato alla giustizia non serve il quorum: vince chi è andato a votare esprimendo la propria preferenza, sì o no. Nel governo qualcuno vorrebbe “dirne quattro”, per non dire proprio litigare, con il ministro dello Sport Andrea Abodi, una presenza immancabile a eventi come questa maratona. Anche se l’organizzazione è responsabilità delle imprese che gestiscono l’evento, mentre la decisione finale sulla data e il percorso spetta al Comune di Roma (forse il sindaco Roberto Gualtieri ha cucinato lo scherzetto sperando di abbattere l’affluenza, visto che più bassa sarà e più probabilità avrà il no di vincere, dicono i sondaggi).

Se il nemico del referendum è la maratona di Roma: le pillole del giorno
Il sindaco di Roma Roberto Gualtieri (foto Imagoeconomica).

Forse Abodi potrebbe rimediare quando, posizionato accanto allo starter, con la pistola in mano, potrà urlare: «Appena terminata la maratona andate tutti a votare!». C’è qualcuno che vorrebbe persino rinviare ad altra data la manifestazione, con la motivazione che «impedirebbe l’esercizio regolare del voto». Tra l’altro non bisogna dimenticare le esigenze delle persone con disabilità, che vengono accompagnate ai seggi con mezzi idonei per le loro condizioni che però rischiano di non poter essere utilizzati. Insomma, un caos. Che poi è l’ennesima spinta per rilanciare il voto elettronico, da casa, con ognuno davanti al suo computer a esprimere la preferenza: dicono che con la nuova carta d’identità l’innovazione sarebbe possibile, però si potrà solo fare quando la avranno tutti…

Una targa mette Arianna Meloni a fianco dell’extra-Pd Smeriglio

Massimiliano Smeriglio a Roma è l’assessore alla Cultura che ha preso il posto di Miguel Gotor: “sinistrissimo”, come lo definiscono nel centrodestra, è stato tra i fondatori del partito Articolo Uno, poi parlamentare europeo con la benedizione di Alleanza Verdi e Sinistra, ora in Campidoglio per la generosità di Goffredo Bettini che punta su forze “extra-Pd” per consolidare la rielezione di Roberto Gualtieri a sindaco di Roma. Ebbene, da lunedì sera nella Capitale girano foto di Smeriglio al fianco di Arianna Meloni, postate sui social dalla stessa sorella di Giorgia: tutta colpa della targa toponomastica che è stata creata nel parco Garbatella, zona dell’infanzia meloniana, posta per ricordare la figura di padre Guido Chiaravalli.

Arianna ha scritto che l’oratorio della parrocchia San Filippo Neri è stato «un luogo dove anche noi abbiamo passato davvero tante ore», sottolineando che qui «c’è tutta la sua comunità riunita in modo semplice e autentico». Smeriglio ha ringraziato «le tantissime persone presenti, le autorità, Arianna Meloni per essere qui all’intitolazione del viale a padre Guido Chiaravalli, nel parco Garbatella». Che fu un sacerdote innovatore: cambiò le regole dell’oratorio per permettere anche alle ragazze di partecipare, all’epoca precluse, nel nome della coesione e della solidarietà. Era apprezzato da tutti, dalla sinistra e dalla destra, tanto che Smeriglio ha detto: «Ho ritrovato delle lettere di padre Guido di oltre 20 anni fa che voleva informarsi su come andava la mia vita di presidente di municipio. Ripeteva spesso che è sempre stato a contatto con la vita perché è stato un prete di popolo in mezzo alla sua gente, con gentilezza, coraggio e anche con ruvidità. È sempre stato alla ricerca costante del giusto e del vero, con l’amore per il recupero dei ragazzi di strada e dei fragili». Non solo: «Io non sono cattolico, ma trovo giusto che il quartiere e la città lo ricordi come un eroe popolare, semplice. Uomo molto misurato e schivo, che aveva capito, tra l’altro, il problema della violenza di genere, che 30 anni fa era semi sconosciuto: per questo era un uomo del passato e del futuro». A Roma, si sa, il Partito democratico, anche nella versione “extra”, è sempre più avanti di Elly Schlein. E martedì 10 marzo, per stare in tema di sport, in Campidoglio, nell’aula Giulio Cesare, il sindaco Gualtieri interviene alla cerimonia di presentazione della maglia della Virtus Roma per la prossima Final Four di Coppa Italia di basket.

Mattarella: «Non permettiamo che si realizzi una regressione alla tirannide cesarista»

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ricevendo a Firenze la laurea magistrale honoris causa in Politica, istituzioni e mercato, ha lanciato un appello per non lasciare che si verifichi una delle intuizioni profetiche di Tocqueville, «quella che prevede un futuro oscillante fra la libertà democratica e la tirannide cesarista, cui la moderna scienza del dispotismo suggerisce quell’aspetto filantropico, quelle forme fraudolentemente rappresentative, quel temibile ufficio tutorio dell’individuo». «Non lasciamo che questo avvenga, che si realizzi una simile regressione», ha esortato Mattarella ricevendo una standing ovation.

Mattarella: «C’è la pretesa di agire al di fuori di organismi sovranazionali»

«Il fondatore della Cesare Alfieri (ndr la scuola di Scienze politiche presso cui ha ricevuto la laurea) esortava i docenti a dare ai giovani buone vettovaglie e di fornirli di buone armi per tutta la campagna della vita militante. Questo proposito appare oggi quanto mai essenziale perché la contemporaneità sta imponendo sfide rivoluzionarie nell’ordine internazionale e in quello economico, con evidenti riflessi sugli ambiti istituzionali», ha aggiunto il capo dello Stato. «I protagonisti degli scenari globali, con grande e crescente influenza sulla vita quotidiana di singoli e comunità, sono soggetti tecnologici e finanziari. Sovente vi si fondono i due aspetti. Non si tratta di fenomeni completamente nuovi. Nuova è la pretesa di abbattere gli impegni assunti dopo la Seconda guerra mondiale per dare ordine ai rapporti internazionali su base di parità tra gli Stati. La pretesa, infatti, è di agire al di fuori delle regole di Stati e di organismi sovranazionali, erodendo la sovranità dei primi e il crescente ruolo positivo dei secondi», ha continuato.

Referendum, Meloni pronta a giocarsi la carta Sal Da Vinci

Alla fine Giorgia Meloni è scesa in campo per il referendum sulla giustizia. Lo ha fatto – in modo tardivo – con un video di 13 minuti, girato e diffuso «per fare chiarezza e rispondere alle banalizzazioni e alle troppe bufale messe in circolazione». E, ovviamente, spingere gli elettori verso il Sì. Per superare il fronte del No, scrive Repubblica, la premier sarebbe ora pronta ad arruolare persino Sal Da Vinci, trionfatore dell’ultimo Festival di Sanremo col brano Per sempre sì.

Referendum, Meloni pronta a giocarsi la carta Sal Da Vinci
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Meloni avrebbe già sentito Sal Da Vinci

Fratelli d’Italia vorrebbe infatti usare il tormentone Per sempre sì per i comizi finali in vista del voto del 22 e 23 marzo. Per questo, riporta Repubblica citando due fonti, la premier ha telefonato a Sal Da Vinci nella serata di venerdì 6 febbraio, prima dell’esibizione allo stadio “Diego Armando Maradona” per Napoli-Torino. «La tua “Per sempre sì” è pure un regalo per il referendum», avrebbe detto la presidente del Consiglio al cantautore.

Referendum, Meloni pronta a giocarsi la carta Sal Da Vinci
Fan d Sal Da Vinci a Napoli (Ansa).

Il No è dato in vantaggio in Campania

Che a FdI stuzzichi l’idea non è un mistero: il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha già usato Per sempre sì come colonna sonora di una storia su Instagram. Inoltre la Campania, da dove proviene ed è estremamente popolare il napoletano Sal Da Vinci (all’anagrafe Salvatore Michael Sorrentino), il No è dato in vantaggio: usare il suo brano per i comizi potrebbe davvero spostare voti. Infine l’idea, stando a quanto fatto intendere dai meloniani partenopei, non dispiacerebbe nemmeno allo stesso Da Vinci, che dopo il Festival ha smentito di essere intenzionato a votare No, smentendo una fake news sulla questione.

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«Magistratura plotone d’esecuzione»: bufera su Bartolozzi, interviene anche l’Anm

Non si placano i toni sul referendum sulla giustizia in programma il 22 e 23 marzo 2026. Al centro delle polemiche ci sono ora le dichiarazioni della capo di gabinetto del ministro della Giustizia Giusi Bartolozzi che, in un’intervista sulla tv siciliana Telecolor, ha così affermato: «Finché la giustizia non ti marchia tu non lo capisci. Faccio appello a tutti i cittadini che hanno sofferto sulla propria pelle: votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura che sono plotoni di esecuzione». Parole che non sono andate giù all’Anm, l’Associazione nazionale magistrati, che ha chiesto di abbassare i toni come già fatto in precedenza dal presidente della Repubblica Mattarella.

L’Anm: «Toni e argomentazioni inaccettabili»

Così in una nota la Giunta esecutiva centrale dell’Anm: «In queste ultime settimane abbiamo deciso di non rispondere mai agli attacchi ricevuti a più riprese da esponenti politici, anche di altissimo profilo. L’appello all’abbassamento dei toni che è stato rivolto a tutte le parti in causa dalla più alta carica dello Stato era, e ancora di più oggi, è assolutamente opportuno. Per cui, anche se il tono e le argomentazioni contro la magistratura italiana sono oramai giunte a un livello inaccettabile per chi auspica la rispettosa collaborazione tra le istituzioni del nostro Paese, continueremo a mantenere inalterata la nostra linea».

Nordio: «Si riferiva a una piccola parte di giudici politicizzati»

Sulla vicenda è intervenuto anche il Guardasigilli: «Mi dispiace per le parole usate dal mio capo di gabinetto. Anche se pronunciate nel contesto di un confronto televisivo lungo e acceso, quell’affermazione è apparsa un attacco all’intera magistratura. Come è chiaro a chiunque in buona fede, la riforma non indebolisce in alcun modo la magistratura né intende attaccare i magistrati, bensì punta a restituire loro prestigio e autorevolezza. Il mio capo di gabinetto ha già chiarito che si riferiva a una piccola parte di giudici politicizzati e sicuramente non avrà alcuna difficoltà a scusarsi per parole che sono certo non rispecchiano il suo pensiero e la stima che ha della magistratura, di cui, tra l’altro lei stessa fa parte».

Giorgia Meloni, l’amicizia con Trump e la variabile Marina Berlusconi

In un’Italia che sembra uscita da un episodio di Succession riscritto da un autore di cinepanettoni, il grande ritorno di Marina Berlusconi non è più un sussurro da corridoio, ma un boato che scuote i lampadari di Palazzo Chigi. Mentre la Delfina di Arcore si scalda a bordo campo, la politica italiana si prepara a quello che promette di essere il più grande rimescolamento di carte dai tempi dell’invenzione del televoto.

Marina e l’eleganza del portafoglio

Marina Berlusconi non ha bisogno di urlare: «Io sono Marina, sono una madre, sono cristiana». Le basta un comunicato asciutto, una lettera ben piazzata al Corriere o Repubblica, un’occhiata gelida ad Antonio Tajani per ricordare a tutti chi tiene davvero le chiavi della cassaforte (e del simbolo). Se Giorgia Meloni ha costruito la sua leadership sulla “coerenza” e sul ruggito popolare, Marina incarna il potere silente, quello che non deve chiedere il permesso perché, tecnicamente, possiede già metà del panorama mediatico che dovrebbe controllarla. La discesa in campo non sarebbe una “marcia su Roma”, ma una più sobria acquisizione societaria. Marina incarna una visione di efficienza gestionale che contrasta con la narrazione politica tradizionale. Una sua mossa potrebbe essere letta dai mercati come una garanzia di “stabilità aziendale” applicata allo Stato, riducendo potenzialmente lo spread non attraverso proclami, ma tramite una percezione di affidabilità manageriale. Se Meloni punta sulla “nazione” come concetto identitario, Marina punterebbe sull’Italia come “asset” da valorizzare.

Giorgia Meloni, l’amicizia con Trump e la variabile Marina Berlusconi
Marina Berlusconi (Ansa).

Meloni, tra la fiamma e il cappellino MAGA

Per la premier, l’ombra di Marina è un problema di non poco conto. Giorgia, la “Patriota”, si ritrova stretta in una morsa dantesca. Da una parte, la sorellanza forzata con una Berlusconi che non ha mai digerito il suo sorpasso a destra; dall’altra, la devozione a Donald Trump. È affascinante osservare come il sovranismo de noantri si sciolga come neve al sole di fronte a un tweet proveniente da Mar-a-Lago. Anche se davanti al «caos» scatenato dall’attacco unilaterale all’Iran l’arrampicata sugli specchi diventa specialità ardua. Ci ha provato Guido Crosetto a sgombrare il campo: l’azione di Stati Uniti e Israele è stata al di fuori delle regole del diritto internazionale, ha detto: «Il problema nostro è gestire le conseguenze di una crisi che è esplosa e che non abbiamo voluto». Così la parola magica ora è diventata de-escalation magari con una sponda europea e rivendicando una certa autonomia di giudizio.

Giorgia Meloni, l’amicizia con Trump e la variabile Marina Berlusconi
Giorgia Meloni e sullo schermo Donald Trump (Imagoeconomica).

Referendum, separate in casa (e nei tribunali)

In questo clima di attesa messianica, si inserisce il convitato di pietra: il referendum sulla separazione delle carriere. Per Marina non è solo una riforma tecnica, è una questione di famiglia, un atto di giustizia postuma per il Cavaliere che farebbe impallidire qualsiasi vendetta di Montecristo. Se dovesse vincere il , Meloni canterà vittoria dai balconi di Palazzo Chigi, ma la vera trionfatrice sarà Marina. Sarebbe la prova definitiva che l’agenda politica del Paese è ancora dettata dai desiderata di Arcore. Giorgia si ritroverebbe a essere l’esecutrice materiale di un testamento politico scritto da altri, una vittoria che sa tanto di commissariamento. Se, invece, vincesse il No la presidente del Consiglio sarebbe davanti al primo vero vicolo cieco. Una bocciatura popolare che suonerebbe come un avviso di sfratto morale. A quel punto, Marina potrebbe uscire allo scoperto dicendo: «Cara Giorgia, se non sai gestire nemmeno la giustizia, lascia fare a chi di aziende (e di tribunali) se ne intende».

Schlein e Conte, tra litigi e rischio irrilevanza

E mentre il centrodestra si prepara alla guerra civile (o alla fusione per incorporazione), cosa fa l’opposizione? Elly Schlein e Giuseppe Conte continuano la loro personalissima gara a chi arriva secondo. Schlein rischia seriamente di scomparire, inghiottita da un’estetica dei diritti che fatica a parlare alla pancia del Paese, mentre Marina Berlusconi potrebbe paradossalmente scipparle l’elettorato liberale e moderato con un semplice colpo di mascara. Conte, dal canto suo, vive nel paradosso di voler essere l’anti-sistema pur avendo passato più tempo a Palazzo Chigi di un commesso statale. La sua rincorsa alla segretaria del Pd ricorda quei cartoni animati dove il predatore corre così forte da non accorgersi di aver superato il dirupo. Il rischio per entrambi è diventare le comparse di un film dove Marina è la protagonista, Meloni è l’antagonista caduta in disgrazia e Trump è il produttore esecutivo che decide il finale.

Giorgia Meloni, l’amicizia con Trump e la variabile Marina Berlusconi
Giuseppe Conte con Elly Schlein (Imagoeconomica).

Un futuro a stelle, strisce e fatturati

In questo scenario di guerra imminente, dove l’Italia rischia di trovarsi in trincea solo perché qualcuno a Washington ha avuto un’idea brillante durante una partita a golf, la discesa di Marina Berlusconi apparirebbe quasi un atto di pietà. Se dobbiamo essere una colonia, tanto vale che a gestirci sia qualcuno che sappia leggere un bilancio e che, tra un bombardamento e l’altro, ci garantisca almeno una buona programmazione televisiva. In fondo, tra il patriottismo di facciata sottomesso a Trump e il progressismo da salotto di Schlein, il pragmatismo aziendale dei Berlusconi potrebbe essere l’ultima spiaggia. O forse solo l’ultimo atto di una commedia che non fa più ridere nessuno, se non il produttore americano.

Giorgia Meloni, l’amicizia con Trump e la variabile Marina Berlusconi
Donald Trump (Ansa).

Consob, Chiara Mosca assume l’incarico di presidente vicario

Il mandato settennale di Paolo Savona come presidente della Commissione nazionale per le società e la Borsa è scaduto l’8 marzo. Visto il rinvio da parte del Consiglio dei ministri della procedura di nomina del suo successore, oggi gli è subentrata come presidente vicaria Chiara Mosca, commissaria della Consob con la maggiore anzianità nell’istituto.

Consob, Chiara Mosca assume l’incarico di presidente vicario
Chiara Mosca (Imagoeconomica).

Chi è Chiara Mosca

Mosca, docente associata di diritto commerciale presso l’Università Bocconi di Milano, è Commissaria Consob dal 7 settembre 2021, su designazione del governo allora guidato da Mario Draghi. Come detto, svolgerà le funzioni ad interim fino all’insediamento del nuovo presidente. E sarà coadiuvata in questo ruolo dagli altri commissari Carlo Comporti, Gabriella Alemanno e Federico Cornelli.

La nomina saltata di Federico Freni

In vista della fine del mandato di Savona, il principale candidato alla sua successione era il sottosegretario all’Economia Federico Freni, deputato della Lega. Ma la sua nomina è saltata a causa delle perplessità di Forza Italia, che ha fatto pressione per una figura più tecnica, ancora non individuata. Nel corso della discussione in Cdm il 20 gennaio, FI ha avallato la nomina di Freni solo come componente del vertice Consob (che prevede un presidente e quattro commissari) e non come successore di Savona.

Referendum, Meloni torna in campo sui social per il Sì

Giorgia Meloni, che era scesa in campo per il Sì al referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo, optando poi per la strategia dell’assenza memore della caduta di Matteo Renzi nel 2016, è tornata a metterci la faccia costretta dalla crescita del fronte del No. La premier ha deciso di personalizzare il referendum con un lungo video diffuso sui social, introdotto così: «Cosa c’è davvero nella riforma della Giustizia: 13 minuti per fare chiarezza e rispondere alle banalizzazioni e alle troppe bufale messe in circolazione».

Meloni: «Riforma sostenuta da moltissimi magistrati, che preferiscono non dichiararlo»

Nel video Meloni sostiene che la riforma costituzionale «riguarda tutti» e che punta a «rendere la magistratura più meritocratica e responsabile, correggendo storture mai risolte». Se la giustizia «non è efficiente, efficace, meritocratica», dice Meloni, «una parte fondamentale del meccanismo che definisce il nostro benessere si inceppa, e tutti i cittadini lo pagano», non solo quelli che hanno a che fare direttamente con i giudici. I quali «decidono su moltissimi aspetti della nostra vita: sulla sicurezza, sull’immigrazione, sul lavoro, sulla salute, sulla libertà personale». E poi: «Il potere giudiziario anche l’unico caso in cui, a questo potere, quasi mai corrisponde un’adeguata responsabilità. Perché se un magistrato sbaglia, se è negligente, se ad esempio, come purtroppo è accaduto, si dimentica in carcere un imputato per quasi un anno oltre la scadenza del termine, nella maggior parte dei casi non accade assolutamente nulla. Quel magistrato fa carriera, e chi subisce questa sventura può essere qualsiasi cittadino onesto». Sottolineando di voler liberare le toghe dal controllo della politica, Meloni ha inoltre assicurato che la riforma della giustizia «è sostenuta con convinzione da moltissimi magistrati, anche molti più di quanti lo dichiarino pubblicamente», aggiungendo «che forse ci si dovrebbe interrogare sul perché alcuni preferiscano non dichiararlo».

Elezioni Milano, Forza Italia insiste per il candidato civico ma trova il no degli alleati

Forza Italia continua a sostenere che per le elezioni comunali di Milano del 2027 il centrodestra dovrebbe puntare su un candidato civico, ma gli alleati non sono d’accordo. Gli azzurri hanno riunito alla fondazione Rovati oltre 30 relatori, tutti esponenti della società civile, tra i quali «c’è il candidato sindaco di Forza Italia» come ha detto l’europarlamentare Letizia Moratti, che ha organizzato il convegno insieme alla senatrice Stefania Craxi ed è stata l’ultima esponente del centrodestra a guidare la città.

Noi Moderati punta su Maurizio Lupi

Sul tavolo resta sempre il nome politico del presidente di Noi Moderati Maurizio Lupi, caldeggiato in primis dal suo partito, che nelle settimane precedenti aveva invitato Forza Italia a non inseguire candidati fuori dalla politica: «Fa ridere questa continua ricerca di candidati civici, che poi puntualmente dicono di no, come se fossimo a X Factor». Gli azzurri non sembrano però appoggiare le sue ambizioni, con il coordinatore di Fi in Lombardia Alessandro Sorte che ha definito la sua eventuale candidatura come “non competitiva”, sostenendo che il centrodestra debba allargare la coalizione, per esempio ad Azione e agli elettori dell’ex Terzo polo.

Elezioni Milano, Forza Italia insiste per il candidato civico ma trova il no degli alleati
Maurizio Lupi (Ansa).

La Lega: «Forza Italia vuole candidarsi da sola?»

A frenare Forza Italia è anche la Lega. «Mi viene da pensare che con questo annuncio vogliano candidarsi da soli, soprattutto dopo il salvataggio a Beppe Sala sul tema stadio, ma auspico sia solo un maldestro tentativo di gettare la palla avanti», ha detto il segretario provinciale su Milano Samuele Piscina, ribadendo che il candidato non sarà di un singolo partito ma della coalizione.

Fratelli d’Italia: «Bisogna avere coraggio»

Nemmeno Fratelli d’Italia sembra appoggiare la mossa degli azzurri. Il capogruppo meloniano a Palazzo Marino Riccardo Truppo ha evidenziato che «il candidato sindaco può certamente essere un civico ma non l’ha prescritto il medico, non è condizione necessaria e sufficiente». E ancora: «Giorgia Meloni si è candidata a governare l’Italia tra mille teorici del civismo e fautori dei tecnocratici. Governiamo l’Italia con il coraggio delle nostre idee e a Milano può succedere la stessa cosa. Basta avere coraggio».

La nuova linea di Salvini: cautela nella Lega su guerra e referendum

Parola d’ordine: disimpegno. Dalla guerra e dal referendum sulla giustizia. Matteo Salvini ha incontrato i segretari regionali e massimi dirigenti in due riunioni a porte chiuse tra giovedì sera e venerdì mattina. E la raccomandazione a tutti è stata: «Quando andate in tivù o fate interviste ai giornali evitate ogni commento sulla guerra in Iran e nei Paesi del Golfo. La politica estera la fanno Tajani e Meloni? Che commentino loro», è stato il ragionamento del segretario leghista. «La Lega deve apparire come il partito responsabile che cerca di mitigare le conseguenze di un conflitto complesso in cui l’Italia ha un ruolo più che marginale. E si deve occupare solo della task force sui prezzi e di evitare ogni speculazione sul costo dell’energia».

La nuova linea di Salvini: cautela nella Lega su guerra e referendum
Giorgia Meloni con Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Giorgetti alle prese con il decreto Bollette

La raccomandazione è stata netta in entrambe le riunioni. Tanto che a qualcuno è tornata in mente la figuraccia del viaggio in Polonia dopo l’attacco russo all’Ucraina, quando il sindaco di Przemysl presentò a Salvini il ‘conto’ della maglietta sfoggiata nel 2014 con il volto di Vladimir Putin. «Le guerre non gli portano bene, non vorrà fare figuracce», è stato il commento sarcastico di qualche dirigente. Sul tema del costo dell’energia, è intervenuto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti per illustrare il quadro della situazione e spiegare come gli effetti del decreto Bollette all’esame del Parlamento siano già esauriti a causa della nuova situazione. Il decreto dovrà essere modificato nella parte che riguarda il biogas e le aste per l’energia idroelettrica.

La nuova linea di Salvini: cautela nella Lega su guerra e referendum
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

I dubbi di Salvini sull’esito referendario

Sulla guerra, infine, le divisioni (sotterranee) all’interno della Lega sarebbero nette, tra chi è contrario all’autorizzazione all’uso delle basi in Italia per i bombardamenti e chi si adeguerà alle decisioni di Giorgia Meloni (la quale comunque ha anticipato che ogni mossa sarà decisa in Parlamento). Per quanto riguarda il referendum sulla riforma della giustizia, formalmente la Lega respinge ogni accusa di disimpegno, arrivata nei giorni scorsi da Forza Italia. «In giro si vedono solo i nostri gazebo», avrebbe rivendicato Salvini. Ma nella riunione a porte chiuse coi big del partito sono stati espressi molti dubbi sull’esito della consultazione. I nostri non sanno neanche di cosa si parla, si sarebbe lamentato Giorgetti. Mentre Salvini ha snocciolato tutta una serie di sondaggi e mostrato in sostanza il timore di intestarsi una battaglia che potrebbe non risultare vincente.

La nuova linea di Salvini: cautela nella Lega su guerra e referendum
Matteo Salvini a un gazebo per il Sì (Imagoeconomica).

La manifestazione dei Patrioti a Milano non scalda gli animi leghisti

Tutto in attesa della manifestazione organizzata dal gruppo dei Patrioti europei per il 18 aprile a Milano, dal titolo ‘Senza paura, in Europa padroni a casa nostra’. Qualcuno è convinto della disfatta di Viktor Orban in Ungheria e comincia a pensare che, con l’aggravarsi della situazione internazionale e la crescente impopolarità di Donald Trump, forse non sia il momento per impegnarsi in un evento del genere. Durante la riunione la vicesegretaria Silvia Sardone ha invitato tutti a prepararsi alla manifestazione con idee chiare e un tema definito. Ma non è che vi sia grande entusiasmo tra i dirigenti più moderati e i governatori attorno all’evento per il quale Marine Le Pen non ha ancora confermato la sua presenza. Qui, sì, che forse in diversi nella Lega sotto sotto desidererebbero che la parola d’ordine fosse disimpegno.

La nuova linea di Salvini: cautela nella Lega su guerra e referendum
Matteo Salvini e Viktor Orban (Imagoeconomica).

La nuova segreteria politica può attendere

Infine, la riunione di venerdì al Mit, per alcuni, avrebbe dovuto rappresentare l’esordio della nuova segreteria politica, format più snello del consiglio federale cui Salvini avrebbe acconsentito di dar vita per una gestione più collegiale del partito. Ma nessuna nuova struttura è stata formalmente varata. E, malgrado da tempo ci sia chi auspica un maggior coinvolgimento decisionale degli altri dirigenti, non risulta che Luca Zaia e Massimiliano Fedriga, entrambi collegati, siano intervenuti alla riunione. Insomma, le decisioni sembrano restare tutte in capo al segretario e al suo stretto cerchio magico (il vice Claudio Durigon e il senatore Andrea Paganella). E ogni altro coinvolgimento sarebbe solo apparente. La decisione di scomporre il confronto in due momenti – uno con i segretari regionali e uno con i colonnelli – sembra, viene riferito, motivata più che altro dall’esigenza di non far filtrare i contenuti.

La nuova linea di Salvini: cautela nella Lega su guerra e referendum
Claudio Durigon e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Ddl stupri, quote rosa, femminismo: i diritti delle donne nell’era Meloni

Dimenticate la stretta di mano tra la segretaria del Pd Elly Schlein e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Quella foto, in cui si impegnavano entrambe a dar corso alla legge sul consenso libero e attuale, rimarrà l’immagine di un fallimento del dialogo fra le donne più rappresentative di questa legislatura, e con essa anche il crollo delle speranze di tante, troppe donne vittime di violenza. Negli ultimi giorni il cosiddetto ddl stupri, tornato al centro del dibattito politico, ha riacceso uno scontro che va ben oltre il perimetro tecnico della riforma dell’art. 609-bis del Codice penale. A infiammare ulteriormente il confronto sono state anche le dichiarazioni di Meloni, che ha criticato apertamente una parte del movimento femminista e il sistema delle quote rosa, definendoli strumenti spesso «ideologici» e non sempre efficaci nel garantire una reale parità.

Ddl stupri, quote rosa, femminismo: i diritti delle donne nell’era Meloni
La stretta di mano tra Elly Schlein e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Perché il ddl stupri è così divisivo

Il disegno di legge interviene sulla disciplina dei reati di violenza sessuale con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la tutela delle vittime, accelerare i tempi delle indagini e irrigidire alcune misure cautelari. In realtà, ancora una volta, l’onere della prova ricade sulla vittima. Non si affrontano in modo strutturale e culturale quelle che sono le radici della violenza maschile contro le donne. Non ci sono investimenti adeguati in formazione, scuola, servizi sociali, con il risultato che avrà un impatto limitato sul fenomeno, spingendo le donne a non denunciare più le violenze subite. Il governo sostiene che il provvedimento rappresenti un passo avanti concreto contro la violenza di genere, mentre parte delle opposizioni e diverse associazioni lo giudicano, oltre che insufficiente, sbilanciato su una logica esclusivamente repressiva. «Senza consenso è stupro» è lo slogan attorno al quale decine di migliaia di donne e uomini si sono radunati nelle piazze italiane.

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Giulia Bongiorno in Aula al Senato (Ansa).

Meloni all’attacco delle femministe

Nel pieno delle polemiche, Giorgia Meloni ha contestato poi quella che ha definito una narrazione ideologica di una parte del femminismo italiano. La premier ha rivendicato un approccio concreto e istituzionale al tema della violenza di genere, sostenendo che la lotta non debba essere monopolizzata da una sola visione culturale. D’altronde, Meloni ha più volte affermato di non sentirsi rappresentata da certo femminismo contemporaneo, pur riconoscendo la centralità del tema dei diritti delle donne. E c’è chi legge nelle sue dichiarazioni un tentativo di delegittimare il ruolo storico dei movimenti femministi nel conquistare diritti fondamentali. Una interpretazione frutto anche delle critiche della presidente del Consiglio alla questione delle quote rosa, che in Italia hanno trovato applicazione in diversi ambiti, dalla rappresentanza politica ai consigli di amministrazione delle società quotate. Per Meloni le quote non sono la soluzione strutturale al problema della sottorappresentanza femminile ma, anzi, sostiene che si possano trasformare in un meccanismo «imposto dall’alto», anziché frutto di un cambiamento culturale e meritocratico. Eppure, senza le quote – nate per riequilibrare un sistema storicamente sbilanciato – il divario tenderebbe a perpetuarsi.

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Corteo contro la violenza maschile sulle donne e di genere organizzato da Non Una Di Meno a Torino (Ansa).

L’eliminazione delle Consigliere per la parità

Il confronto sul ddl stupri appare quindi come la punta dell’iceberg di una frattura più ampia: da un lato un governo che rivendica un approccio pragmatico e normativo; dall’altro movimenti e opposizioni che chiedono un intervento più radicale e culturale. Ma non finisce qui perché, mentre al Parlamento europeo è stata presentata la Strategia di genere 2026-30, l’Italia resta all’ultimo posto tra i Paesi Ue sul divario occupazionale di genere. A ciò aggiungiamo l’ultima idea avuta dal duo Meloni-Roccella che, alla vigilia delle celebrazioni dell’8 Marzo, in commissione Affari costituzionali alla Camera dei deputati hanno presentato un decreto-legge per cancellare le Consigliere per la parità di genere in ambito lavorativo. Un istituto su base regionale che forma, tutela e aiuta donne lavoratrici vittime di discriminazione, accentrando tutto in un unico organismo con sede a Roma e condannando, così, migliaia di donne all’invisibilità.

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Giorgia Meloni con Eugenia Roccella (Imagoeconomica).

Femminile Sovranista: tre P che ci condannano al passato

Nel frattempo, il dibattito continua a polarizzare l’opinione pubblica, confermando che i temi dei diritti e della parità di genere restano uno dei terreni più sensibili e divisivi. Non a caso è diventato oggetto di numerosi libri, uno dei quali dedicato proprio alle politiche di genere messe in atto dal primo governo guidato da una donna in 80 anni di storia repubblicana. In Femminile Sovranista, Giorgia Meloni e il corpo delle donne (Tab edizioni), l’autrice Caterina D’Ambrosio mette insieme una serie di provvedimenti che riguardano la popolazione femminile del nostro Paese per raccontare come il corpo delle donne sia diventato terreno di scontro politico.

Ddl stupri, quote rosa, femminismo: i diritti delle donne nell’era Meloni
Femminile sovranista di Caterina D’Ambrosio (Tab edizioni).

Dal lavoro alla famiglia, dai femminicidi agli attacchi alla legge 194, D’Ambrosio spiega attraverso la regola delle tre P (patria, populismo, pena) un approccio anacronistico rispetto alla realtà fatta ancora di donne costrette ad accettare part-time involontario, o a fare zig-zag tra le poche e insufficienti misure a sostegno delle famiglie che non sono più solo in bianco e nero ma che hanno mille colori. Il carico di cura continua a pesare soprattutto sulle loro spalle e le costringe a un funambolismo quotidiano nel raggiungimento della piena emancipazione. Il lavoro è un miraggio, il fenomeno (tutto culturale) dei femminicidi occupa le prime pagine dei giornali per poche ore tra slogan e dichiarazioni di intenti, ma il metodo scelto dal governo per combatterlo è solo punitivo. Una cassetta degli attrezzi per comprendere, al di là degli slogan, le trasformazioni del mondo in cui le donne italiane cercano di muoversi, costruire e affermarsi.

Ddl stupri, quote rosa, femminismo: i diritti delle donne nell’era Meloni
Manifestazione in difesa della legge 194 (Imagoeconomica).

Il caso della partecipazione della Russia alla Biennale è arrivato fino al Parlamento Ue

La partecipazione della Russia alla 61esima Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia non ha solo innescato lo scontro tra il presidente della Fondazione Biennale Pietrangelo Buttafuoco e il ministro della Cultura Alessandro Giuli. Ha infatti travalicato i confini italiani ed è diventata un caso di respiro internazionale: 26 eurodeputati hanno infatti firmato una lettera indirizzata a Buttafuoco e al cda della Biennale, chiedendo la revoca della «inaccettabile» partecipazione della Federazione Russa.

Il caso della partecipazione della Russia alla Biennale è arrivato fino al Parlamento Ue
Pina Picierno (Ansa).

Cosa hanno scritto gli eurodeputati nella lettera

Tra i firmatari della lettera, di vari schieramenti politici, c’è anche l’italiana Pina Picierno del Pd, vicepresidente del Parlamento europeo. La riammissione della Russia, si legge nella documento, «rischia di danneggiare la reputazione e la statura morale della Biennale stessa», che «rappresenta da sempre un luogo simbolico di libertà artistica e cooperazione internazionale». Permettere la presenza ufficiale della Federazione Russa, spiegano gli europarlamentari, porterebbe «inevitabilmente con sé un significato simbolico e di legittimazione». Tutto questo dopo quattro anni di «bombardamenti, distruzione di infrastrutture e attacchi sistematici al patrimonio culturale ucraino».

Lotito contro i tifosi hacker, Marino non vuole lo stadio: le pillole del giorno

Nuova puntata dell’infinita telenovela laziale, con il presidente della società, Claudio Lotito, che ha accusato l’intelligenza artificiale di produrre telefonate fake, dove si ascoltano «parole che vengono diffuse con la mia voce». Insomma, roba da tifosi hacker, gente che sarebbe capace di produrre audio imitando alla perfezione anche i funamboleschi concetti, oltre al modo di parlare, di Lotito. Intanto la tifoseria continua a protestare, e anche al prossimo turno il raduno è fissato a Ponte Milvio, senza entrare nello stadio Olimpico. Lotito ha commentato così: «Lo sciopero del tifo? Che problema c’è? Mica vi ho chiesto i soldi, se voglio faccio un aumento di capitale e chiudo la pratica». C’è però l’allenatore Maurizio Sarri che sbuffa, dicendo che i giocatori da far scendere in campo li sceglie lui. Così il presidente ha ricominciato a parlare: «La società c’ha un nome e un cognome: Claudio Lotito. Non è di Sarri, se la vuole Sarri se la compra. L’allenatore deve prendere i giocatori che c’ha a disposizione e farli giocare, se è un buon allenatore. Se no di che parliamo? Castellanos non lo faceva giocare: 30 milioni. Guendouzi se n’è voluto andare. Noslin è un buon giocatore? Mi hanno offerto 20 milioni, ma mi hanno bloccato perché mi hanno detto che non bisognava venderlo. Sarri lo fa giocare? No. Belahyane, 14 milioni: hai visto la partita? Ha giocato bene, mica male. Eppure non lo fa giocare».

Nessuno sa quanto potrà ancora durare questo clima, visto che in mezzo c’è pure il referendum sulla giustizia, dove la destra vota per il “sì” e i tifosi promettono che alle urne voteranno “no”, pur di fare un dispetto a Lotito, eletto con Forza Italia al Senato nel collegio del Molise.

Lotito contro i tifosi hacker, Marino non vuole lo stadio: le pillole del giorno
Ignazio Marino (foto Ansa).

Ma pure l’altra squadra, in città, ha problemi, e qui la grana è tutta interna alla sinistra: per l’ex sindaco Ignazio Marino, «il progetto di un nuovo stadio a Pietralata sembra strumentale solo agli interessi economici della Roma, e non agli interessi urbanistici dei cittadini e dei tifosi». E «l’impatto ambientale sarà notevolissimo: 29 mila metri quadrati di verde in meno, viabilità e trasporti inadeguati per gestire flussi di oltre 60 mila spettatori. E il governo della città che fa? I partiti come reagiscono? Nessuna risposta puntuale e chiarificatrice, ma solo propaganda. Tutti dovrebbero ricordare che l’obbligo per gli amministratori pubblici è difendere sempre l’interesse pubblico». Il 13 marzo la delibera dedicata alla Roma approda all’assemblea capitolina: il sindaco Roberto Gualtieri, che cerca la riconferma in Campidoglio, punta tantissimo sull’effetto positivo di un nuovo stadio per portare alle urne elettorali i tifosi giallorossi. Se anche una parte del Partito democratico dovesse mettersi di traverso, la situazione romana diventerà incandescente su tutti i fronti calcistici.

Referendum, lunedì di fuoco con Landini

Referendum, scende in campo la Cgil. Lunedì 9 marzo, nel pomeriggio, appuntamento a Roma al Teatro Palladium per un’iniziativa organizzata dai comitati di Roma e del Lazio per il “no” in vista del referendum del 22 e 23 marzo «a difesa della Costituzione», a cui parteciperà il segretario generale della Cgil Maurizio Landini. Interverranno Silvia Albano, giudice di Magistratura democratica, Roberto Gualtieri, sindaco di Roma, Francesca Rispoli, presidente di Libera, e la scrittrice e conduttrice radiofonica Benedetta Tobagi. A moderare Luca Telese. Nel Pd romano non tutti hanno gradito la partecipazione di Gualtieri, dato che nel partito non mancano i favorevoli al “sì”.

Lotito contro i tifosi hacker, Marino non vuole lo stadio: le pillole del giorno
Maurizio Landini e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Nextalia toglie Raffaello a Leonardo, che ha Michelangelo

Strana sfida nel nome dei geni del Rinascimento italiano (o delle Tartarughe ninja). Leonardo, il colosso della difesa, ossia l’ex Finmeccanica che nel 2017 cambiò nome per volontà dell’allora amministratore delegato Mauro Moretti, ha inventato lo scudo anti-missili chiamandolo Michelangelo. All’appello mancava solo Raffaello, per realizzare il trittico perfetto, però Nextalia ha voluto denominare proprio con il nome del Sanzio il suo nuovo fondo, l’ottavo, specializzato in crediti deteriorati. E nei salotti della finanza si sente dire, con una battuta, che «Francesco Canzonieri batte Roberto Cingolani uno a zero». Il vantaggio è che non ci sono diritti da pagare: a meno che un giorno il ministero della Cultura non richieda il suo parere obbligatorio, con pagamento di diritti, a tutti coloro che vogliono utilizzare il nome di un gigante dell’arte italiana del passato per utilizzarne il nome a fini commerciali…