Con la manovra arriva una piattaforma digitale per le notifiche di multe e atti

I destinatari riceveranno un avviso elettronico e potranno accedere all'area riservata personale per consultare i documenti.

Un emendamento alla manovra approvato in commissione Bilancio al Senato introduce una nuova piattaforma digitale per le notifiche con valore legale di atti, provvedimenti, avvisi e comunicazioni della Pubblica amministrazione. Multe comprese. I destinatari riceveranno un avviso digitale dell’avvenuta notifica e potranno accedere alla propria area riservata per consultare i documenti. La piattaforma non sarà usata per le notifiche giudiziarie e si affiancherà alla Posta elettronica certificata.

LEGGI ANCHE: Le ultime novità sulla manovra prima del voto di fiducia

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In Toscana Salvini ha un potente alleato: la Cina

La concorrenza del Dragone è alla base della crisi che spinge tanti elettori nelle braccia della Lega. Il Capitano non lo ha ancora capito ma Pechino lavora per lui più e meglio della sua famigerata “Bestia”.

Nel modo di pensare cinese il termine Wu wei è di grande importanza e di difficile traduzione per noi occidentali. Il concetto alla base del Wu wei si potrebbe rendere come «lasciare fare ad altri ciò che è utile a noi», oppure anche – secondo il taoismo – «l’arte della non-azione», un principio secondo cui il miglior modo di affrontare una situazione, specialmente se conflittuale, è non agire e non forzare alcuna soluzione, bensì permettere che le cose accadano da sole e lavorino per il tuo scopo finale. Matteo Salvini probabilmente non lo sa, ma la Cina, attraverso il concetto di Wu wei, è attualmente il suo migliore alleato nelle prossime elezioni in Toscana.

SEMPRE PIÙ ELETTORI ABBRACCIANO LA LEGA

Questa è anche – più o meno – la tesi dell’autorevole quotidiano americano New York Times, che qualche giorno fa ha pubblicato un ampio reportage nel quale ha messo in relazione l’ascesa di Salvini in Toscana con la concorrenza economica della Cina. Gli autori del lungo articolo dal titolo “The Chinese Roots of Italy’s Far-Right Rage” (Le radici cinese della rabbia di estrema destra in Italia) si sono mossi per la loro inchiesta nella cosiddetta “zona rossa”, quell’area compresa tra Toscana, Marche e Umbria, dove la sinistra è da sempre forza politica maggioritaria ma dove, di recente – e proprio in coincidenza con la crisi economica e sociale in atto in quelle zone -, sempre più elettori dicono di voler votare per la Lega e per i partiti populisti e anti-establishment. Nelle interviste fatte ad artigiani, piccoli imprenditori e politici locali – tutti in questi anni colpiti dalla crisi e costretti a licenziare i propri dipendenti o a chiudere le loro attività – è emersa infatti una singolare “sintonia” tra l’impatto aggressivo e devastante della “concorrenza sleale” delle imprese cinesi – valga un esempio per tutti, il tessile a Prato – e l’ascesa politica locale del Capitano.

Giorgia Meloni dovrebbe ripensare i suoi recenti feroci attacchi a Pechino, e guardare invece con grande simpatia al regime illiberale cinese

L’inchiesta, condotta come sempre magistralmente dai due giornalisti del Nyt, Peter S. Goodman ed Emma Bubola, è a dir poco illuminante e chiarisce come – malgrado gli sforzi del M5s e di Beppe Grillo per “lisciare il pelo” a Pechino – la Cina sia invece il principale alleato del successo elettorale della Lega nella fu “Toscana rossa”. Una costatazione che dovrebbe spingere per esempio Giorgia Meloni almeno a ripensare i suoi recenti feroci attacchi a Pechino, e a guardare invece con grande simpatia al regime illiberale cinese, al quale del resto FdI e appunto la Lega sono molto più vicini delle altre forze politiche italiane, non foss’altro per la comune “ispirazione” dei propri programmi elettorali, volti a promuovere un sistema di “valori” – se così possiamo chiamarli – e di principi basati sull’autoritarismo e la retorica dell’uomo forte: insomma, Xi Jinping e l’attuale regime illiberale comunista (se non altro nel nome) cinese, come fonte di ispirazione ed esempio da seguire.

L’IMPATTO DELLA CONCORRENZA CINESE E IL SENTIMENTO ANTI-IMMIGRATI

Così dall’inchiesta del quotidiano americano veniamo a conoscere quello che pensa per esempio Mauro Lucentini, oggi consigliere per la Lega a Montegranaro, una cittadina dove le circa 600 aziende calzaturiere si sono ridotte ormai a meno di 150 a causa della crisi economica causata dalla concorrenza cinese, spingendo la gente del posto ad abbracciare la Lega e le sue invettive contro gli immigrati. Il negozio di mobili di sua madre è uscito devastato dalla concorrenza dell’Ikea, che attinge fortemente dai fornitori a basso costo in Cina. Fogli di cartone coprono le porte di vetro di un rivenditore fallito che vendeva lacci per le scarpe e altri accessori per calzature. Un negozio che vende strumenti e macchinari è vuoto. Una fabbrica a tre piani che una volta impiegava 120 persone versa in desolante abbandono, con la facciata che cade a pezzi. «Non possiamo aiutare l’ultima persona in Africa e non aiutare il nostro vicino», ha detto Lucentini al Nyt, sintetizzando il suo pensiero.

Salvini forse non lo ha ancora capito ma la Cina, in Toscana e non solo, lavora per lui più e meglio della sua famigerata “Bestia”

«Non penso che sia giusto che vengano a rubare il lavoro agli italiani», ha detto poi la signora Travaglini, impiegata in un’azienda tessile di Prato, ora rimasta senza lavoro e che si dice convinta che le aziende cinesi non paghino le tasse e violino le leggi sui salari, riducendo la retribuzione per tutti. Il concetto di multiculturalismo è una bestemmia per lei. Con i giornalisti americani ha insistito sul fatto che l’Italia è per gli italiani – un affermazione che ha esteso ovviamente anche ai cinesi, compresi quelli di seconda e terza generazione, quelli che parlano italiano con accento toscano più degli italiani. «Sono italianizzati», è il suo pensiero, «ma non sono ancora italiani». Insomma, Salvini forse non lo ha ancora capito ma la Cina, in Toscana e non solo, lavora per lui più e meglio della sua famigerata “Bestia”, l’efficiente macchina di propaganda della Lega. Mettendo in pratica anche l’altro antico detto cinese: “uccidere il nemico con una spada presa in prestito”. Dalla Cina, appunto.

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Nel bilancio della Regione Sicilia c’è un buco di un miliardo

La relazione della Corte dei Conti: «Politiche pubbliche inefficaci». Non raggiunti nemmeno gli obiettivi minimi che la Regione stessa si era data per la riduzione del deficit. E ora bisogna rimediare.

La Regione Sicilia dovrà trovare nel bilancio 2019 le risorse per coprire il “buco” del rendiconto 2018. La cifra è niente affatto trascurabile: 1,1 miliardi di euro, secondo la relazione delle Sezioni Unite della Corte dei Conti. Un altro miliardo dovrà invece essere coperto nel prossimo triennio, e in ogni caso non oltre la durata della legislatura regionale.

GENERATA UNA CAPACITÀ DI SPESA «IMPROPRIA»

I magistrati contabili, riuniti a Palermo in seduta pubblica, hanno duramente stigmatizzato «il modus operandi della Regione», guidata dal governatore Nello Musumeci dalla fine del 2017. La Corte ha denunciato nella gestione economica la sistematica sottrazione di «una quota rilevante degli accantonamenti di legge», operazione finalizzata a generare un «un’impropria capacità di spesa». Il risultato finanziario complessivo del 2018 non solo è negativo per 1,1 miliardi, ma «una parte consistente di tale deficit si è creata per effetto della gestione parzialmente fuori bilancio dei fondi iscritti nella parte accantonata», per una cifra corrispondente a circa 416 milioni.

VARATA UNA MANOVRA REGIONALE «INCONSISTENTE»

Sempre secondo la Corte dei Conti, l’esame comparato dei documenti contabili dimostra «l’inefficacia delle politiche pubbliche rispetto ai vincoli di riduzione del deficit». Risulta inoltre chiara «l’inconsistenza della manovra finanziaria» regionale, visto che a consuntivo l’equilibrio di parte corrente e l’equilibrio finale 2018 registrano rispettivamente -651,9 e -667 milioni di euro. La Regione, proseguono quindi i giudici, «non è stata in grado di raggiungere nemmeno gli obiettivi minimi che essa stessa si era data con la legge di stabilità». Anzi, «in talune fasi, l’attività della Regione sembra abbia avuto, piuttosto, finalità elusive».

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Dopo il fallimento di Corbyn solo le donne possono salvare la sinistra

Contro il batterio della sconfitta servono candidate che strappino la leadership ai maschi e poi battano le destre. Non certo quelle della vecchia Casta femminile selezionata dagli uomini, come accade nel Pd. La possibilità di ripresa è tutta in questa rivoluzione culturale.

La sconfitta di Jeremy Corbyn nel Regno Unito parla come un testamento. Quella strada lì per la sinistra è chiusa. Il leader laburista aveva suscitato molte speranze nella disgraziata sinistra mondiale e con l’americano Bernie Sanders rappresentava la coppia di “terribili vecchietti” che sembrava aver resuscitato antiche passioni, idealità sopite, sogni di gloria.

TRAMONTATI GLI ULTIMI FENOMENI DI IMPORTAZIONE

In verità Corbyn aveva deluso una parte della sinistra, penso a quelli come me, che erano rimasti sfavorevolmente colpiti da come si era mal difeso dall’accusa di antisemitismo. Ma il corbynismo e il sanderismo sono stati gli ultimi due fenomeni di importazione per una sinistra italiana in cerca di autore.

RENZI GONGOLA, MA HA INANELLATO SCONFITTE PURE LUI

Matteo Renzi oggi gongola come se lui e il suo idealtipo, Tony Blair, avessero condotto la sinistra a chissà quali successi. Nel caso del leader britannico qualche anno di gloria c’era stato prima del tracollo. Il leader italiano ha vissuto su un voto europeo, quello del 40% nel 2014, e poi su una successione di sconfitte che solo lui poteva inanellare.

Sia la sinistra che si fa destra sia la sinistra che torna gauchiste perdono le elezioni perché l’una non parla al popolo e l’altra perde di moderazione e di cultura di governo

È un dato di fatto, direi finale, che sia la sinistra che si fa destra sia la sinistra che torna gauchiste perdono le elezioni perché l’una non parla al popolo e l’altra perde di moderazione e di cultura di governo. La sconfitta del laburismo britannico fa riflettere anche sulle tardive autocritiche attorno al neo-liberismo che hanno portato d’un colpo, senza un minimo di elaborazione, tanti teorici delle privatizzazioni, anche in Italia, a passare dal primato del privato alla nuova esaltazione dello Stato. Accade così quando si vive alla giornata. Di questo passo è facile attendersi la vittoria di Donald Trump nel 2020 se a opporsi a lui saranno candidati che dimenticheranno gli elettori più moderati. E allora la frittata internazionale sarà fatta.

SERVONO DONNE CHE IL POSTO SE LO CONQUISTANO

C’è finora una sola tendenza che contrasta questo batterio della sconfitta ed è la vittoria di donne di sinistra che si mettono in lizza e battono le destre, dall’Europa ai Continenti più lontani. Parlo di leader che non vengono dalla vecchia Casta femminile selezionata dagli uomini, come tante donne politiche italiane soprattutto di sinistra e del Partito democratico (basta guardare il governo Conte II), ma di figure femminili che il posto di prima fila se lo sono conquistato contro leadership maschili.

ESEMPIO BRITANNICO DA DIMENTICARE IN FRETTA

La sinistra italiana a questo punto non deve dimenticare Corbyn con la stessa facilità con cui dimenticò un altro naufrago, il francese Lionel Jospin, che lanciò involontariamente il vecchio Jean-Marie Le Pen, ma neppure deve soffermarsi troppo sul corbynismo. Le due idee forza di questa stagione britannica, il ritorno alla grande dello Stato imprenditore e un partito governato da “vecchie sardone”, sono da dimenticare.

IL POPOLO VUOLE LA DESTRA? UNA STUPIDAGGINE

Alla sinistra di oggi serve quella rielaborazione della realtà che le eviti facili scorciatoie o immotivate paure. È una scorciatoia immaginare che se ti sposti più a sinistra raccogli il voto dello scontento, è una stupidaggine dei sinistri salvinizzati l’idea che il popolo voglia la destra. Lasciate andare Federco Rampini al suo destino di naufrago del clintonismo.

BASTA COI LEADER MASCHI ALLEVATI DALLA TIVÙ

La nuova sinistra possiamo immaginarla sognatrice, in perenne scontro con le ali più estreme del capitalismo, internazionalista e europeista, solidale e cooperativa ma soprattutto con leader che non siano vecchi o giovani maschi allevati dalla tivù, ma giovani e meno giovani donne che sappiamo portare il peso di ideali e di nobile concretezza.

PINOTTI, SERENI, SERRACCHIANI: TUTTE A CASA

È un generale “tutti a casa” che deve mettere in un unico cesto maschi che dominano da anni la scena politica della sinistra italiana e le varie Roberta Pinotti, Marina Sereni, Debora Serracchiani e altre invenzioni di Piero Fassino o Walter Veltroni.

LA MELONI IN QUESTO È PIÙ AVANTI

La destra su questo stesso tema, questa destra che è chiaramente maschilista e sessista, ci sta dando punti facendo emergere dai fondali dei sondaggi Giorgia Meloni, una ex ragazza piena di “cazzimma”, che parla con toni da guerra nucleare ma rappresenta la sepoltura di quella generazione di fighetti fuoriusciti dal Msi con il vestito della domenica.

OCCORRE GENTE STUDIOSA CHE VA IN MANIFESTAZIONE

Il fenomeno delle sardine, di breve o lunga durata, non lo sappiamo, seppellisce anche una sinistra che è stata molto attiva sui social. Sono i nipotini del glorioso Manifesto, che si riuniscono in piccoli circoli neo-marxisti, che diffondono il pensiero dei “vecchietti terribili” ma che non hanno mai partecipato né a uno sciopero né a una battaglia di quartiere. Questi ragazzi e ragazze neo socialisti della cattedra non ci servono. Serve gente studiosa che se vede un accenno di movimento ci si tuffa dentro, che tra un convegno e una manifestazione preferisce la seconda, che non esalta il popolo ma ci vive dentro.

SPERANDO CHE SALVINI SI FREGHI DA SOLO, COME SEMPRE

La possibilità di ripresa è tutta in questa rivoluzione culturale e sarà una strada lunga da percorrere. Per fortuna che di fronte a noi c’è la possibilità che Matteo Salvini faccia la sua cazzata solita. Solo il pub che gli darà la birra peggiore della Lombardia potrà salvarci da lui.

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Chi è Simone Benini, il candidato M5s in Emilia-Romagna

Il consigliere comunale di Forlì è risultato il più votato sulla piattaforma Rousseau con 335 voti. «Saremo le sentinelle dei cittadini», le sue prime parole.

Sarà il forlivese Simone Benini il candidato presidente del Movimento 5 stelle alle prossime Regionali in Emilia-Romagna. È risultato il più votato su Rousseau con 335 preferenze.

RINNOVABILI E SOSTENIBILITÀ TRA I PUNTI DEL SUO PROGRAMMA

Benini, 49 anni, è nato e vive a Forlì. Secondo la biografia diffusa dal M5s, è un piccolo imprenditore attivo nel campo It, sistemista programmatore senior, esperto di sistemi informatici. Politicamente, è legato alle energie rinnovabili, politiche rifiuti zero, sostenibilità ambientale applicata in ogni campo. È appassionato di apicultura ed è lui stesso apicoltore. Dal 2014 è consigliere comunale del M5s di Forlì, dove è stato riconfermato nel mandato a maggio di quest’anno. Durante il primo mandato è stato vice presidente della seconda Commissione consiliare programmazione, investimenti, urbanistica, ambiente, attività economiche.

«SAREMO LE SENTINELLE DEI CITTADINI»

«Saremo le sentinelle utili dei cittadini. Solo la nostra presenza permette di affrontare le sfide del futuro», sono state le prime parole, affidate a Facebook del neocandidato presidente. «Sarà una bellissima sfida che affronteremo tutti insieme, piazza per piazza, mercato per mercato. Come abbiamo sempre fatto», ha scritto Benini, certo «che solo una forte presenza del M5s in Assemblea legislativa metterà al centro i temi che interessano i cittadini e le sfide del futuro e non le solite lotte di potere tra partiti»

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Nel M5s anche Castaldo contro Di Maio sul listino bloccato

Il vicepresidente del parlamento Ue Castaldo, capo delegazione del M5s in Europa, contro il leader i suoi "facilitatori". E cioè la segreteria del M5s, di cui sei membri scelti direttamente dal ministro degli Esteri.

Dopo le fuoriuscite di Lucidi e Grassi, i due senatori che sono passati alla Lega, il M5s prova a cambiare pagina con il voto su Rousseau di quella che in altri partiti si sarebbe chiamata segreteria. Ma quel voto è un prendere o lasciare comprese le sei persone scelte direttamente dal capo politico Luigi Di Maio. Un metodo che non è piaciuto affatto a un nome che nel movimento sta acquisendo sempre più peso cioè quel Fabio Massimo Castaldo eletto vice presidente del parlamento europeo e che guida il gruppo grillino che a Bruxelles ha segnato il divorzio dalla Lega votando a favore della commissione di Ursula Von der Leyen.

Fabio Massimo Castaldo durante il convegno ”Open Democracy ? Democrazia in rete e nuove forme di partecipazione cittadina”, organizzato dal Movimento 5 Stelle alla Camera dei Deputati presso la Sala Mappamondo, 18 aprile 2016 a Roma. ANSA/FABIO CAMPANA

«UNA SCELTA AMPIA DI INCOERENZA»

«Una scelta d’ampia incoerenza: #iodicono alle liste bloccate!». Così in un post il vicepresidente M5s del Parlamento europeo Fabio Massimo Castaldo commenta il voto in blocco su Rousseau del listino dei cosiddetti facilitatori nazionali scelti dal capo politico del Movimento Luigi Di Maio. «La trovo una scelta ampiamente incoerente: abbiamo portato avanti per anni la battaglia a favore delle preferenze nella legge elettorale, abbiamo combattuto sempre contro i listini bloccati e imposti dall’alto, e ora poniamo i nostri attivisti davanti a un voto del genere?», ha chiesto. «Credo che non sia affatto corretto presentare un listino bloccato e dare la possibilità di votare solamente Si o No all’intera lista: si sarebbe dovuto dare a tutti noi la possibilità di votare individualmente ogni componente di quella squadra. Mi sembra non solo incoerente, ma anche limitante», ha scritto su Fb, Castaldo protestando sulla scelta di far semplicemente ratificare dalla rete i sei facilitatori M5S scelti dal capo politico.

Il capo politico del M5s Luigi Di Maio.

18 FACILITATORI, SEI SCELTI DAL CAPO

Il ragionamento del vicepresidente del parlamento europeo prosegue: «Si sceglie, infatti, una squadra di 18 persone che affiancherà il capo politico del Movimento nei processi decisionali e nelle scelte programmatiche. In questo percorso «sei facilitatori sono indicati direttamente dal capo politico, con funzioni estremamente rilevanti, e oggi si vota anche per confermare o declinare tale scelta». Nel listino, sottolinea l’eurodeputato, ci sono nomi «diversi di assoluto valore per competenze, capacità e impegno dimostrato in questi anni. Ma in tutta franchezza non posso tacere sul fatto che ci sia un problema non tanto di merito, sul quale non voglio esprimermi per non influenzare in alcun modo il vostro giudizio». «Si sarebbe dovuto dare a tutti noi la possibilità di votare individualmente ogni componente di quella squadra. Svolgeranno funzioni molto diverse gli uni dagli altri, pertanto il voto avrebbe dovuto essere sulla competenza dei singoli» sostiene. Il problema, invece, è «di metodo. E per questo vorrei porre una riflessione a tutti noi attivisti».

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Il Vaticano apre al dialogo con le Sardine

Il prefetto del Dicastero per lo Sviluppo umano Turkson: «Prima dobbiamo conoscere le cause della popolarità e capire cosa c'è dietro a tutto questo, poi aspettiamo una mossa della Cei e solo dopo scendiamo in campo».

Dai pescatori di pesci evangelici ai pescatori di Sardine. Il cardinale Peter Turkson, prefetto del Dicastero per lo Sviluppo umano integrale, non disdegna l’ipotesi di un dialogo con il movimento nato a Bologna e di cui uno dei fondatori Mattia Santori, ha detto di essere impegnato in un percorso di fede. «Prima dobbiamo conoscere le cause della popolarità e capire cosa c’è dietro a tutto questo», risponde il porporato a Vatican Insider, a margine della presentazione del messaggio del Papa per la Giornata Mondiale della Pace 2020, «poi aspettiamo una mossa della Cei e solo dopo scendiamo in campo».

«ACCOMPAGNIAMO I GRUPPI VERSO IL MESSAGGIO DELLA CHIESA»

«Quello che posso dire su questo fenomeno», ha affermato Turkson, «è che ribadiamo il diritto di ognuno di esprimere le proprie idee, i propri pensieri. Se alcuni sono convinti che per promuovere il senso della democrazia in Italia è utile un tale gruppo, bene, noi lo accompagniamo cercando sempre di andare incontro con il Vangelo e la Dottrina sociale della Chiesa. Stiamo facendo la stessa cosa con i gruppi che combattono la xenofobia: li invitiamo ad una conferenza e cerchiamo di indirizzarli verso il messaggio della Chiesa. L’accompagnamento è il nostro grande mezzo per dialogare con questi sforzi».

«ASPETTIAMO UNA MOSSA DELLA CEI»

Quindi la Santa Sede è disposta a dialogare con le sardine o ad invitarle in un convegno in Vaticano? «Eventualmente…», replica il capo dicastero, «Questo movimento è molto popolare, va benissimo, ma noi prima dobbiamo capire: perché è così popolare? Cosa c’è dietro a tutto questo? Prima cerchiamo di scoprire le cause e poi, come dicevo, di indirizzare il messaggio. Inoltre si tratta di un fenomeno italiano, locale. Pertanto aspettiamo prima una mossa della Conferenza episcopale italiana, solo dopo possiamo appoggiare e scendere in campo».

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Il senatore Ugo Grassi passa dal M5s alla Lega

Nel 2018 difendeva le multe per chi cambia casacca. Salvini lo accoglie a braccia aperte. Di Maio durissimo su Facebook: «Quelli come lui ci dicano quanto costa un senatore al chilo».

Il senatore Ugo Grassi ha lasciato il gruppo parlamentare del M5s per passare a quello della Lega. Il giurista napoletano, eletto nel 2018 nel collegio uninominale di Avellino, l’11 dicembre ha votato in dissenso sulla risoluzione con cui la maggioranza ha dato mandato al premier Giuseppe Conte di proseguire la trattativa sul Mes in sede europea. Altri due senatori pentastellati, Stefano Lucidi e Francesco Urraro, hanno votato in dissenso e sono passati al gruppo Misto, mentre Gianluigi Paragone ha votato contro ma non ha cambiato gruppo. Lucidi (che in Aula ha detto: «Voglio uscire dalla ruota del criceto») e Urraro potrebbero presto seguire le orme di Grassi. Il quale nel 2018 difendeva le multe per i “trasformisti”, come ha ricordato il sottosegretario agli Interni Carlo Sibilia, ripescando un vecchio post sul Blog delle Stelle. Grassi, per l’esattezza, scriveva che il principio del divieto di mandato imperativo «ha un suo interno limite: quello della lealtà verso l’elettore».

SALVINI LO ACCOGLIE A BRACCIA APERTE

Il leader della Lega, Matteo Salvini, ha accolto il “disertore” con entusiasmo: «Diamo il benvenuto al senatore Grassi. Porte aperte per chi, con coerenza, competenza e serietà ha idee positive per l’Italia e non è succube del Pd. Sulla riforma della giustizia e sul rilancio delle università italiane col senatore Grassi lavoreremo bene».

DI MAIO FURIOSO SU FACEBOOK

Opposto il commento del capo politico del M5s, Luigi Di Maio, affidato a una diretta video su Facebook: «Senatori come Grassi possono passare alla Lega, ma non raccontino balle. Dicano che il tema non è il Mes, ma che gli hanno proposto altre contropartite. Il mercato delle vacche a cui stiamo assistendo è la solita logica dei voltagabbana che noi abbiamo sempre combattuto. Ci dicano quanto costa un senatore al chilo».

Grassi, da parte sua, ha scritto una lettera per rendere pubblici i motivi che lo avrebbero spinto a cambiare gruppo: «Il mio dissenso non nasce da un mio cambiamento di opinioni, bensì dalla determinazione dei vertici del M5s di guidare il Paese con la granitica convinzione di essere i depositari del vero e di poter assumere ogni decisione in totale solitudine. Gli effetti di questo modo di procedere sono così gravi ed evidenti (a chi vuol vedere), da non dover neppure essere esposti. Basti l’esempio della gestione dell’ex Ilva per dar conto dell’assenza di una programmazione nella gestione delle crisi».

GRASSI: «LA LEGA MI OFFRE UNA SECONDA OPPORTUNITÀ»

Il senatore ha quindi rievocato l’esperienza del governo Conte I, quando avrebbe avuto modo di «comprendere che molti dei miei obiettivi politici erano condivisi dal partito partner di governo», ovvero dalla Lega. Lo stesso partito che oggi «mi offre una seconda opportunità per raggiungere quegli obiettivi, forte di una reciproca stima costruita nei mesi appena trascorsi e a fronte di un evidente fallimento della mia iniziale esperienza». Ma per Di Maio non basta: «Senatori come Grassi dicano semplicemente che vogliono cambiare casacca e tradire il mandato che i cittadini gli hanno dato. Non c’è nulla di male. Ma vadano a casa, altrimenti a quella lettera alleghino anche un listino prezzi sul mercato delle vacche aperto da Salvini in Senato, che ci ricorda lo stesso mercato delle vacche di Silvio Berlusconi ai tempi di Sergio De Gregorio».

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Il senatore Ugo Grassi passa dal M5s alla Lega

Nel 2018 difendeva le multe per chi cambia casacca. Salvini lo accoglie a braccia aperte. Di Maio durissimo su Facebook: «Quelli come lui ci dicano quanto costa un senatore al chilo».

Il senatore Ugo Grassi ha lasciato il gruppo parlamentare del M5s per passare a quello della Lega. Il giurista napoletano, eletto nel 2018 nel collegio uninominale di Avellino, l’11 dicembre ha votato in dissenso sulla risoluzione con cui la maggioranza ha dato mandato al premier Giuseppe Conte di proseguire la trattativa sul Mes in sede europea. Altri due senatori pentastellati, Stefano Lucidi e Francesco Urraro, hanno votato in dissenso e sono passati al gruppo Misto, mentre Gianluigi Paragone ha votato contro ma non ha cambiato gruppo. Lucidi (che in Aula ha detto: «Voglio uscire dalla ruota del criceto») e Urraro potrebbero presto seguire le orme di Grassi. Il quale nel 2018 difendeva le multe per i “trasformisti”, come ha ricordato il sottosegretario agli Interni Carlo Sibilia, ripescando un vecchio post sul Blog delle Stelle. Grassi, per l’esattezza, scriveva che il principio del divieto di mandato imperativo «ha un suo interno limite: quello della lealtà verso l’elettore».

SALVINI LO ACCOGLIE A BRACCIA APERTE

Il leader della Lega, Matteo Salvini, ha accolto il “disertore” con entusiasmo: «Diamo il benvenuto al senatore Grassi. Porte aperte per chi, con coerenza, competenza e serietà ha idee positive per l’Italia e non è succube del Pd. Sulla riforma della giustizia e sul rilancio delle università italiane col senatore Grassi lavoreremo bene».

DI MAIO FURIOSO SU FACEBOOK

Opposto il commento del capo politico del M5s, Luigi Di Maio, affidato a una diretta video su Facebook: «Senatori come Grassi possono passare alla Lega, ma non raccontino balle. Dicano che il tema non è il Mes, ma che gli hanno proposto altre contropartite. Il mercato delle vacche a cui stiamo assistendo è la solita logica dei voltagabbana che noi abbiamo sempre combattuto. Ci dicano quanto costa un senatore al chilo».

Grassi, da parte sua, ha scritto una lettera per rendere pubblici i motivi che lo avrebbero spinto a cambiare gruppo: «Il mio dissenso non nasce da un mio cambiamento di opinioni, bensì dalla determinazione dei vertici del M5s di guidare il Paese con la granitica convinzione di essere i depositari del vero e di poter assumere ogni decisione in totale solitudine. Gli effetti di questo modo di procedere sono così gravi ed evidenti (a chi vuol vedere), da non dover neppure essere esposti. Basti l’esempio della gestione dell’ex Ilva per dar conto dell’assenza di una programmazione nella gestione delle crisi».

GRASSI: «LA LEGA MI OFFRE UNA SECONDA OPPORTUNITÀ»

Il senatore ha quindi rievocato l’esperienza del governo Conte I, quando avrebbe avuto modo di «comprendere che molti dei miei obiettivi politici erano condivisi dal partito partner di governo», ovvero dalla Lega. Lo stesso partito che oggi «mi offre una seconda opportunità per raggiungere quegli obiettivi, forte di una reciproca stima costruita nei mesi appena trascorsi e a fronte di un evidente fallimento della mia iniziale esperienza». Ma per Di Maio non basta: «Senatori come Grassi dicano semplicemente che vogliono cambiare casacca e tradire il mandato che i cittadini gli hanno dato. Non c’è nulla di male. Ma vadano a casa, altrimenti a quella lettera alleghino anche un listino prezzi sul mercato delle vacche aperto da Salvini in Senato, che ci ricorda lo stesso mercato delle vacche di Silvio Berlusconi ai tempi di Sergio De Gregorio».

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I giudici danno ragione a CasaPound: «Facebook riattivi il profilo»

Il tribunale civile di Roma ha accolto il ricorso dell'organizzazione: «Se il soggetto non è sui social è escluso dal dibattito politico». Zuckerberg dovrà anche risarcire 15 mila euro.

Il tribunale civile di Roma ha accolto il ricorso di CasaPound e ha ordinato a Facebook la riattivazione immediata del profilo chiuso lo scorso 9 settembre. A darne notizia è lo stesso movimento in una nota in cui spiega che la società di Zuckerberg dovrà anche risarcire CasaPound per 15 mila euro.

«SE IL SOGGETTO NON È SU FB È ESCLUSO DAL DIBATTITO POLITICO»

Nella sentenza con cui il tribunale civile di Roma ha accolto il ricorso, il giudice spiega che «il soggetto che non è presente su Facebook è di fatto escluso (o fortemente limitato) dal dibattito politico italiano, come testimoniato dal fatto che la quasi totalità degli esponenti politici italiani quotidianamente affida alla propria pagina Facebook i messaggi politici e la diffusione delle idee del proprio movimento».

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Renzi attacca i magistrati al Senato dopo l’inchiesta su Open

L'ex premier cita Moro e Craxi. Poi affonda il colpo: «Diritto e giustizia sono diversi dal giustizialismo, barbarie contro di me».

Si incendia il dibattito al Senato sui finanziamenti alla politica. Matteo Renzi ha preso la parola a Palazzo Madama e ha attaccato i magistrati dopo l’inchiesta della procura di Firenze sulla fondazione Open.

AZIONE PENALE O AZIONE POLITICA?

Per il leader di Italia viva, infatti, «la magistratura pretende di decidere cosa è un partito e cosa no. E se al pm affidiamo non già la titolarità dell’azione penale, ma dell’azione politica, quest’Aula fa un passo indietro per pavidità e lascia alla magistratura la scelta di cosa è politica e cosa non lo è».

LA CITAZIONE DI MORO E CRAXI

Renzi ha esordito citando Aldo Moro, quando sullo scandalo Lockheed – l’acquisto nel 1971 di 14 aerei Hercules C-130 pagati 39 miliardi di lire, con accuse di corruzione che portarono al processo per i ministri Luigi Gui e Mario Tanassi, il primo assolto e il secondo condannato – per difendere il ruolo della Democrazia cristiana disse: «Non ci faremo processare nelle piazze». Il caso provocò anche le dimissioni di Giovanni Leone dalla presidenza della Repubblica: «Non perchè coinvolto», ha detto Renzi, «ma per uno scandalo montato dai media e da una parte della politica. Per distruggere la reputazione di un uomo può bastare la copertina di un settimanale». Poi un’altra citazione, questa volta di Bettino Craxi: «Ho imparato ad avere orrore del vuoto politico».

LA DIFFERENZA TRA GIUSTIZIA E GIUSTIZIALISMO

L’inchiesta su Open, a giudizio di Renzi, sarebbe “macchiata” da una «violazione sistematica del segreto d’ufficio sulle vicende personali del sottoscritto. Non è uno stato di diritto questo, siamo alla barbarie». Avere rispetto per la magistratura, sempre secondo l’ex premier, è «riconoscere che ci sono magistrati che hanno perso la vita per il loro impegno. Ci inchiniamo davanti a queste storie. Ma a chi oggi volesse immaginare che questo inchino diventi una debolezza del potere legislativo, si abbia la forza di dire: contestateci per le nostre idee o per il Jobs act. Chi volesse contestarci per via giudiziaria, sappia che dalla nostra parte abbiamo il coraggio di dire che diritto e giustizia sono diversi dal giustizialismo».

LE PERQUISIZIONI AI FINANZIATORI DI OPEN

Renzi ha quindi duramente contestato le scelte della procura di Firenze: «Trecento agenti della Guardia di Finanza alle 6 del mattino, in casa di persone non indagate (non tutti i finanziatori di Open sono sotto inchiesta, ma sono stati perquisiti per verificare la natura dei loro rapporti con l’ex presidente della fondazione Alberto Bianchi e l’ex consigliere Marco Carrai, ndr) sono una retata, non uno strumento a tutela degli indagati». Tali modalità sarebbero finalizzate «a descrivere come criminale non il comportamento dei singoli, ma qualsiasi finanziamento privato che venga fatto in maniera legale e regolare. Il risultato è che nessuno finanzierà più quella parte politica. Io rivendico l’abolizione del finanziamento pubblico, ma se viene penalizzato il finanziamento privato nessuno lo farà più».

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Liliana e Nilde, vittime del maschilismo impotente

C'è una banda di sovranisti, ieri berlusconiani oggi salviniani, che se la prendono con due grandi donne. Ma più che giornalisti sono conformisti del pensiero unico cattivista impegnati nell'impresa titanica di far sembrare il leader della Lega una persona intelligente. Ridateci una destra vera.

Ciò che mi colpisce nel giornalismo di destra conformista è la viltà. Oggi per esempio Pietro Senaldi replica a Filippo Facci difendendo la storia di Liliana Segre per attaccare coloro che Liliana Segre hanno difeso dagli energumeni di destra che la insultano. Lo fa anche citando quell’antisemitismo di sinistra che alligna nelle file dei sostenitori della causa palestinese. Ormai stiamo arrivando al punto che gli arnesi più di destra e che hanno alle spalle, nella loro storia, l’ignominia della Shoah, salgono in cattedra per quattro scalmanati idioti che difendono i palestinesi aggredendo la Brigata ebraica e insultando gli ebrei e Israele.

L’IGNORANZA DILAGA E COLPISCE ANCHE PARISI

L’ignoranza dilaga se persino Stefano Parisi, che è uomo di qualità, ha scritto un post in cui pretende che si canti l’inno americano per celebrare la liberazione dai lager dimenticando che i maggiori campi di concentramento furono espugnati dall’Armata rossa. I tempi sono questi e il conformismo sovranista porta all’analfabetismo di ritorno anche brave persone.

Stessa sorte è toccata alla cara Nilde Iotti, probabilmente il miglior presidente della Camera che abbiamo avuto. La Nilde è stata una giovane dirigente partigiana, seria, competente, combattiva, che conobbe Palmiro Togliatti quando si era già aperta una strada nella politica di allora, politica durissima dove la selezione era feroce, e se ne innamorò riamata per tutta la vita.

NILDE, PREPARATISSIMA E INTEGERRIMA

Il partito, per regole di cui ci si deve tuttora vergognare, costrinse i due innamorati a una lunga vita clandestina, fino a che il rapporto non venne portato alla luce e il capo del partito e la deputata preparatissima e integerrima poterono mostrare il loro amore e l’amore per la bambina adottata, sorella di una vittima di una violenza poliziesca.

nilde iotti
Palmiro Togliatti e Nilde Iotti. (Ansa)

CHE MISERABILE COMMENTO SULLE EMILIANE-ROMAGNOLE

Ora questa banda di conformisti sovranisti, ieri berlusconiani oggi salviniani domani chissà, ha avuto la genialità, di fronte a uno sceneggiato televisivo, di vantare le qualità “di letto” della Nilde e allorché la reazione delle donne si è rivelata vigorosa, vilmente hanno degradato la loro osservazione allargando queste qualità al tipico femminino emiliano-romagnolo. Miserabili. Anche perché non per caso se la prendono con due donne, Liliana e Nilde, nel loro maschilismo da impotenti.

MOSTRUOSITÀ QUOTIDIANE A COLPI DI FAKE NEWS

Come al solito scagliano la pietra e nascondono la mano. Questo gruppo di facinorosi di destra, a cui si è aggiunto anche Alessandro Sallusti dopo anni di sofferente solitudine nel periodo anti-salviniano di Silvio Berlusconi, ha occupato un paio di reti televisive, produce mostruosità quotidiane con fake news e insulti a tutto spiano, cerea allarme e timori. Non hanno neppure quella qualità professionale che ebbe negli anni difficili del Dopoguerra quella stampa di destra che radunò brillantissime teste di corsivisti e scrittori e di inviate coraggiose come Gianna Preda (Maria Giovanna Pazzagli era il suo vero nome), eroina giornalistica dell’anticomunismo.

Un drappello di giornalisti che, col culo al caldo, è impegnato nell’impresa titanica di far sembrare Salvini una persona intelligente

Oggi abbiamo un drappello – e dal punto di vita militare si dice “drappello” perché è guidato da militari di grado inferiore – che, col culo al caldo e senza i rischi che correva la Preda, è impegnato nell’impresa titanica di far sembrare Salvini una persona intelligente.

VOLTAGABBANA PRIMA GIUSTIZIALISTI E POI GARANTISTI

Io ho coltivato amicizie a destra, ho frequentato e frequento intellettuali di destra, leggo i libri che loro leggono. Ma non riesco ad appassionarmi alla propaganda di questi quattro voltagabbana giustizialisti e poi garantisti, craxiani e poi berlusconiani, salviniani e conformisti del pensiero unico cattivista.

GIORDANO NON È FUNARI, MA SOLO UNA MACCHIETTA

Ormai sono all’ultimo giro di ballo. Mario Giordano non è Gianfranco Funari. Fra qualche anno neppure Blob si occuperà di un vecchio giornalista de il Giornale autore di severi editoriali liberisti trasformatosi oggi in una macchietta televisiva sguaiata e priva di ingegno. Voglio una destra vera, anche con quelli cattivi e cattive, non personaggetti coltivati negli studi televisivi compulsando gli ascolti.

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Gli emendamenti alla manovra approvati al Senato

Plastic tax ridotta a 45 centesimi al chilo, sale la tassa sulla fortuna. Restano le detrazioni sanitarie per tutti e crescono le clausole di salvaguardia sui carburanti a partire dal 2021.

Dopo una maratona notturna, la commissione Bilancio del Senato nella mattinata del 12 dicembre si appresta a chiudere il testo della manovra economica 2020. Nella notte sono stati approvati molti emendamenti-chiave. La plastic tax entrerà in vigore a luglio, ma è stata ridotta a 45 centesimi al chilo. Mentre le clausole di salvaguardia sui carburanti potrebbero portare ad aumenti delle accise sulla benzina da 1,2 miliardi nel 2021, 1,6 miliardi nel 2022 e 1,9 miliardi nel 2023. Ecco le principali modifiche che hanno ottenuto il via libera in commissione.

PLASTIC TAX

Scende a 45 centesimi al chilo la plastic tax, che si applica ai prodotti monouso. L’emendamento approvato reinserisce il tetrapak fra i materiali sottoposti alla tassa. L’imposta entra in vigore a luglio. Esclusi i prodotti in plastica riciclata e quelli composti da più materiali che abbiano una componente di plastica inferiore al 40%.

SUGAR TAX

Via libera anche alla sugar tax, la tassa di 10 centesimi al litro sulle bevande analcoliche zuccherate, che scatterà dal primo ottobre 2020. Lo slittamento da gennaio a ottobre comporta un minor gettito di 175,3 milioni di euro.

TASSA SULLA FORTUNA

Dal primo marzo sale al 20% il prelievo sulle vincite superiori a 500 euro, comprese quelle alle lotterie istantanee come i gratta e vinci. Nel caso delle vincite alle new slot sopra i 200 euro, dal 15 gennaio il prelievo sale al 20%. Rivisti anche il prelievo erariale unico (Preu) e il payout (al 65%), cioè la percentuale di somme giocate destinate alle vincite. L’aumento della tassa sulla fortuna serve anche a coprire i buchi lasciati dalla revisione di plastic tax e sugar tax.

DETRAZIONI SANITARIE

Restano le detrazioni al 19% per le spese sanitarie, senza vincoli di reddito. L’emendamento alla manovra approvato dalla commissione Bilancio del Senato cancella la stretta sui bonus fiscali per i redditi alti, prevista nella prima versione del disegno di legge.

AUTO AZIENDALI

La nuova tassazione sulle auto aziendali scatterà da luglio 2020 e riguarderà le nuove immatricolazioni. Il fringe benefit scende al 25% per le auto meno inquinanti, mentre sale dal 40% fino al 60% nel 2021 per le auto più inquinanti, in base al livello delle emissioni. Lo Stato prevedeva di incassare circa 330 milioni di euro nel 2020, ma la nuova versione della norma annulla il gettito per l’anno considerato.

ACCISE SUI CARBURANTI

Via libera all’aumento delle accise sui carburanti, con un innalzamento del gettito di 303 milioni di euro nel 2021 e di 651 milioni nel 2022. Complessivamente, se le clausole di salvaguardia non saranno sterilizzate, si prevedono maggiori entrate per 1,2 miliardi nel 2021, 1,6 miliardi nel 2022 e 1,9 miliardi nel 2023. Le risorse servono anche a compensare l’alleggerimento di plastic tax e sugar tax, e la rimodulazione delle tasse sulle auto aziendali.

ROBIN TAX

La Robin tax, cioè l’addizionale Ires, sale del 3,5% per i concessionari di autostrade, porti, aeroporti e ferrovie, passando quindi dal 24% al 27,5%. In una precedente versione, la platea dei concessionari colpiti era più vasta, ma il governo ha deciso di ridurla per evitare il rischio che l’aumento venisse scaricato sulle tariffe pagate dai cittadini.

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Salvini indagato per abuso d’ufficio sui voli di Stato

Gli spostamenti già considerati illegittimi dalla Corte dei Conti finiscono nel mirino della Procura di Roma.

L’ex vicepremier e ex titolare del Viminale Matteo Salvini è indagato per abuso d’ufficio dalla procura di Roma, che ha trasmesso gli atti al tribunale dei ministri. Lo scrivono il Corriere della Sera e il Fatto quotidiano. L’accusa si riferisce a 35 voli di Stato già considerati illegittimi dalla Corte dei Conti, che tuttavia archiviò il fascicolo che aveva aperto -trasmettendo però gli atti alla procura di Roma- non riscontrando un danno erariale.

LE TRASFERTE SU AEREI DELLA POLIZIA O DEI VIGILI DEL FUOCO

La Corte dei Conti si interessò della vicenda dopo un’inchiesta di Repubblica sugli abbinamenti di molti appuntamenti istituzionali di Salvini in giro per l’Italia con comizi o altre manifestazioni di partito nella stessa zona. Trasferte eseguite a bordo di aerei in dotazione alla polizia o ai vigili del fuoco. L’uso di quei velivoli venne ritenuto illegittimo dai giudici contabili perché i mezzi della polizia e dei pompieri sono riservati allo svolgimento di compiti istituzionali o di addestramento e non ai cosiddetti voli di Stato, per cui vige un’altra normativa.

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Il M5s si spacca sul Mes: tre senatori pronti a passare alla Lega

La risoluzione di maggioranza sul fondo salva Stati alla prova di Palazzo Madama. I numeri sono in bilico: almeno quattro pentastellati voteranno contro. A Montecitorio sono mancati 14 voti.

Sarebbero tre, forse quattro, i senatori del M5s pronti a lasciare il Movimento in occasione della presentazione della risoluzione di maggioranza sul Mes in vista del Consiglio europeo del 12 e 13 dicembre. Per passare, probabilmente, alla Lega. Le voci su questa possibilità stanno circolando con insistenza in Transatlantico a palazzo Madama dove è cominciato il dibattito sul Salva-Stati. «Matteo Salvini ha deciso di aprire il mercato delle vacche. Mi auguro che a questo mercato non partecipi nessuno», ha detto il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, rispondendo a Tirana a una domanda sulle voci di transfughi.

NUMERI RISICATI A PALAZZO MADAMA

A palazzo Madama, hanno calcolato alcuni senatori del Movimento, la risoluzione di maggioranza passerebbe a maggioranza ma con un numero di voti ancora in ribasso: potrebbero essere infatti solo 157 i voti a favore. Tra i contrari, sembra ormai certo, i tre senatori M5s che hanno già votato contro la fiducia sul dl sisma: Stefano Lucidi, Francesco Urraro e Ugo Grassi. In molti prevedono il passaggio alla Lega per almeno due di loro. «Se passerò alla Lega? Non ho mai sentito di nessuno che sale sul carro del perdente», ha detto Lucidi intervistato da Tagadà.

SICURO IL VOTO CONTRARIO DI PARAGONE

A questi si aggiunge il voto contrario di Gianluigi Paragone che intende intervenire in dissenso rispetto al documento di maggioranza. Al contrario la maggioranza potrebbe contare sui voti di alcuni deputati del Misto, a partire dagli “esuli” M5s come il comandante Gregorio De Falco ed altri.

A MONTECITORIO MANCANO 14 VOTI

«Oggi 12 colleghi non hanno potuto partecipare alla votazione sulla risoluzione Mes ed hanno comunicato in anticipo al gruppo la loro impossibilità ad essere presenti alla votazione odierna. Fra i motivi delle loro assenze giustificate ci sono, ad esempio, la malattia e la maternità», è quanto affermano in una nota congiunta i tre delegati D’Aula del MoVimento 5 Stelle alla Camera, Cosimo Adelizzi, Daniele Del Grosso e Davide Zanichelli. Al momento del voto finale, tra i pentastellati, si erano registrati 14 non votanti.

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Renzi si rassegni: neanche la Bestia lo salverà

Come Salvini, l'ex premier ha sguinzagliato un gruppo di comunicatori che hanno il solo scopo di attaccare gli avversari. Ma sostituire le idee con insulti e intimidazioni porta dritti al fallimento.

Dai quotidiani leggiamo che anche Matteo Renzi ha la sua Bestia, cioè quel gruppo di comunicatori, simile a quello di Matteo Salvini, che attacca brutalmente gli avversari, sparge fake news, avvelena il clima politico mobilitando sui social i peggiori militanti della propria parte. La convinzione che probabilmente muove Renzi è che il segreto di Matteo, l’altro, sia la sua comunicazione. C’è del vero, ma come al solito l’ignoranza del fenomeno prevale. La comunicazione priva di un contenuto va da nessuna parte. Voglio dire che la Bestia salviniana ha il suo miserabile successo perché comunica pensieri cattivi su temi che agitano il mondo di destra: la guerra agli immigrati e l’odio verso i comunisti, categoria nella quale vengono collocati tutti quelli che amano la Repubblica e la Costituzione.

IL MORSO DELLA BESTIA A FORMIGLI

La Bestia di Renzi quali contenuti deve propagandare? Può solo mettere in campo, come del resto ha iniziato a fare, diffamazioni e servizi miserabili contro avversari politici. È toccato a Corrado Formigli il morso della Bestia renziana. Il bravo conduttore tivù insultato ferocemente sui social da una banda di renzisti ha visto pubblicati il suo indirizzo e le foto della propria casa. È accaduto lo stesso con Renzi, dicono i renziani e quelli che, pagati da un imprenditore napoletano, lo difendono. C’è una differenza che a coloro che si occupano di informazione, quindi anche ai portavoce di imprenditori napoletani, dovrebbe risultare chiaro: la foto della casa di Renzi è stata in parte pubblicata perché c’era la notizia attorno al modo con cui l’immobile era stato acquistato, con i soldi o i prestiti di chi…

Non è previsto che un politico indaghi su chi indaga su di lui a meno che non abbia notizie di reato

C’è poi un dato banale di democrazia: l’uomo politico non deve avere scheletri nell’armadio, di lui si deve sapere tutto, sui suoi beni, sulla sua vita privata in modo che la pubblica opinione che gli affida compiti importanti sappia se il personaggio è affidabile e soprattutto libero. In Italia non sempre ciò è accaduto e, se talvolta l’informazione scava, fa una cosa giusta. Non è previsto, invece, che un politico indaghi su chi indaga su di lui a meno che non abbia notizie di reato. Risulta alla Bestia renziana qualcosa di irregolare nell’acquisto della casa di Formigli? È da escludere, quindi quella Bestia di Renzi ha un comportamento squadrista come molti hanno giustamente detto.

RENZI È POLITICAMENTE UN FALLITO

La tendenza di Renzi e della sua Bestia di demonizzare gli avversari è uno dei tanti punti di contatto con Salvini associato a un noioso vittimismo. Superior stabat lupus… Attaccano, vilipendono, ma si presentano come vittime. Salvini lentamente comincia a vedere i propri voti scendere, ma ne ha talmente tanti che solo un crollo verticale può creare la novità politica. Renzi è politicamente un fallito. Non ha voti, non riporterà parlamentari nelle assemblee. Questo perché non ha idee e non saranno quattro facinorosi assoldati nei social a sostituire le idee con insulti e intimidazioni.

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Cosa prevede la risoluzione di maggioranza sul Mes

Accordo chiuso nella notte. Il M5s: «Siamo soddisfatti, ci sarà un nuovo round in parlamento a gennaio».

Accordo chiuso nella notte sul Mes. Oggi la maggioranza è chiamata ad approvare una risoluzione per dare al premier Giuseppe Conte il mandato politico a completare la trattativa in sede europea.

Il M5s aveva minacciato lo strappo, ma l’emergenza almeno per il momento è rientrata: «Siamo soddisfatti, nella risoluzione ci sono le modifiche chieste dal Movimento», hanno fatto sapere fonti pentastellate.

«La logica di pacchetto è stata confermata, ci sarà un nuovo round in parlamento a gennaio, prima del prossimo Eurogruppo, e ci sarà il pieno coinvolgimento dell’Aula. Ogni decisione verrà presa ascoltando le Camere, non firmeremo nulla al buio».

Nella risoluzione di maggioranza sul Mes si chiede di «escludere interventi di carattere restrittivo sulla detenzione di titoli sovrani da parte di banche e istituti finanziari, e comunque la ponderazione dei rischi dei titoli di Stato attraverso la revisione del loro trattamento prudenziale». Oltre a «escludere qualsiasi meccanismo che implichi una ristrutturazione automatica del debito pubblico».

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Il commissario Alitalia lo ha deciso l’ex hostess grillina Lupo

La senatrice con un passato da dipendente sugli aerei ha convinto Patuanelli a scegliere Leogrande. Il che la dice lunga sulle capacità di analisi del ministro. Il nuovo n.1 di Eni verrà nominato da un benzinaio?

Se una hostess indica il commissario straordinario per l’Alitalia è lecito attendersi (per la proprietà transitiva) che il prossimo amministratore delegato dell’Eni venga nominato da un benzinaio. Già, nel mondo del Movimento 5 stelle avviene anche questo. Il principale sponsor di Giuseppe Leogrande quale commissario unico della compagnia aerea è stata Giulia Lupo, senatrice grillina. Ed è a lei che si rivolgono tutti per sapere quale saranno le strategie del governo per l’Alitalia. Persino tra gli addetti ai lavori: risultano, e stupiscono, molte sue interlocuzioni con i diversi candidati alla cordata salvatrice, poi evaporata, a cominciare da Lufthansa.

IL POTERE DELLA LUPO GRAZIE A PATUANELLI

La posizione dell’ineffabile Giulia si è rafforzata dopo che Stefano Patuanelli, suo ex capogruppo a Palazzo Madama, è stato nominato ministro dello Sviluppo economico. Ed è stata proprio questa conoscenza maturata fra i velluti del Senato a far aumentare il peso specifico della Lupo nei confronti del ministro e, quindi, del governo.

Chi è Stefano Patuanelli, ministro dello Sviluppo economico nel Conte bis
Il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli.

MA LA SUA ATTIVITÀ PARLAMENTARE NON BRILLA

E pensare che fino alla fine del Conte I la ex hostess non aveva dato una prova brillante della sua attività di parlamentare. Il 30 luglio 2018 aveva presentato un’altisonante proposta di legge delega che si proponeva il riordino del trasporto aereo. Tema talmente urgente che la Commissione Trasporti ha aspettato sei mesi prima di metterla in calendario (l’8 gennaio 2019), un altro mese per indicare un relatore (14 febbraio), e ora giace dimenticata nei cassetti di Palazzo Madama.

L’avvocato Giuseppe Leogrande.

LEOGRANDE ESPERTO DI DIRITTO FALLIMENTARE…

La circostanza che la Lupo abbia convinto Patuanelli a scegliere proprio Leogrande, poi, la dice lunga sulle capacità di analisi del ministro. Non foss’altro per scaramanzia, e senza nulla togliere alle capacità professionali del nuovo commissario unico di Alitalia, ma Leogrande è un esperto di diritto fallimentare: non proprio un buon viatico per una compagnia aerea che ha un piede nella fossa e con l’altro ci sta per entrare. A smentire i superstiziosi non ci sono neppure i risultati – che non sono buoni – di Blue Panorama, la compagnia aerea di cui Leogrande è stato prima commissario, e poi presidente. E comunque, una cosa è Blue Panorama, un’altra è l’Alitalia. Ma questo ai pentastellati frega poco e niente. In attesa che un benzinaio indichi l’amministratore delegato dell’Eni o che un postino faccia il nome per il prossimo numero uno delle Poste.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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La legge sul Biotestamento è operativa: via libera alla banca dati per le Dat

Firmato il decreto attuativo per registrare le Disposizioni Anticipate di Trattamento. Speranza: «Ognuno ha una libertà di scelta in più».

Era l’ultimo tassello ancora mancante: la Banca dati nazionale per le Disposizioni Anticipate di Trattamento (Dat) era l’anello cruciale per rendere finalmente operativa la legge sul Biotestamento. Oggi, il ministro della Salute Roberto Speranza ne ha firmato l’atteso decreto attuativo ed «ora la legge è operativa». Una notizia accolta con favore dall’Associazione Luca Coscioni, che proprio per questo decreto aveva prima diffidato il ministero e poi fatto ricorso al Tar Lazio.

FIRMATO IL DECRETO SULLA BANCA DATI NAZIONALE

«Ho appena firmato il decreto sulla Banca dati nazionale per le Dat. Con questo atto la legge sul Biotestamento approvata dal parlamento», ha affermato Speranza, «è pienamente operativa e ciascuno di noi ha una libertà di scelta in più». La legge del 2017 sul Biotestamento regolamenta infatti le scelte sul fine vita, stabilendo che in previsione di un’eventuale futura incapacità di autodeterminarsi ci sia la possibilità per ogni persona di esprimere le proprie volontà in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto su accertamenti diagnostici, scelte terapeutiche e singoli trattamenti sanitari, inclusi l’alimentazione e l’idratazione artificiali.

COME FUNZIONA LA BANCA DATI

Fondamentale è però l’istituzione della Banca dati destinata alla registrazione delle Dat, prevista per legge: il decreto firmato oggi da Speranza definisce appunto i contenuti informativi della Banca dati, i soggetti che concorrono alla sua alimentazione, le modalità di registrazione e di messa a disposizione delle Dat, le garanzie e le misure di sicurezza da adottare nel trattamento dei dati personali, le modalità e i livelli diversificati di accesso. Il provvedimento ha concluso il previsto iter amministrativo che ha visto, tra l’altro, l’acquisizione del parere del Garante per la protezione dei dati personale, l’intesa in Conferenza Stato-Regioni e il previsto parere del Consiglio di Stato. La Banca dati verrà alimentata con le Dat raccolte dagli ufficiali di stato civile dei comuni di residenza dei disponenti, dai notai e dalle Regioni che abbiano, con proprio atto, regolamentato la raccolta di copia delle Dat. Anche i cittadini italiani residenti all’estero potranno far pervenire la propria Dat alla banca dati nazionale attraverso le rappresentanze diplomatiche o consolari italiane all’estero.

POTRANNO ACCEDERE SOLO I MEDICI CHE HANNO IN CURA IL PAZIENTE

Ma chi potrà accedere alla Banca dati? Potranno farlo i medici che hanno in cura il paziente in situazione di incapacità di autodeterminarsi, il fiduciario (indicato dal medesimo disponente) ed il disponente stesso, tramite identificazione con il Sistema Pubblico di Identità Digitale (Spid) che garantisce la sicurezza dell’accesso. Le Dat precedentemente depositate presso Comuni, notai e rappresentanze diplomatiche o consolari italiane all’estero saranno acquisite nella banca dati nazionale entro sei mesi dall’attivazione della stessa. L’intero sistema, dunque, dovrebbe diventare operativo a breve, fati salvi i tempi tecnici necessari. Proprio per la realizzazione della Banca dati, la Legge di bilancio 2018 aveva stanziato 2 milioni di euro.

LE DAT IMMEDIATAMENTE CONSULTABILI

Le Dat sono rinnovabili, modificabili e revocabili: «Le Dat depositate presso Comuni o notai», spiega il segretario dell’Associazione Coscioni Filomena Gallo, «saranno finalmente immediatamente consultabili dai medici in caso di bisogno, in qualsiasi struttura sanitaria del territorio nazionale». Per completare l’applicazione della legge 219/2017 sul Biotestamento, conclude, «occorre però ora una grande campagna informativa a favore dei cittadini».

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I sindaci in marcia contro l’odio e per Liliana Segre

Seicento primi cittadini in corteo a Milano per sostenere la senatrice sopravvissuta all'Olocausto. Da Gori ad Appendino, per la Lega c'è il responsabile degli enti locali Locatelli.

Seicento sindaci in marcia, con la fascia tricolore, in segno di solidarietà alla senatrice vittima dell’Olocausto Liliana Segre. È iniziato da piazza dei Mercanti, a Milano, il corteo di sostegno alla senatrice a vita sopravvissuta all‘Olocausto, oggi sotto scorta per le ripetute minacce antisemite. Alla manifestazione, promossa dal sindaco di Milano Beppe Sala con il sindaco di Pesaro Matteo Ricci e organizzato da Anci, Ali e Upl, partecipano circa 600 sindaci in fascia tricolore delle grandi città ma anche delle medie e piccole amministrazioni, provenienti da tutta Italia e di diversi schieramenti politici.

BELLA CIAO E APPLAUSI IN GALLERIA VITTORIO EMANUELE

Passando sotto la Galleria Vittorio Emanuele II, il corteo ha intonato Bella Ciao. Al passaggio del corteo le persone schierate ai lati della Galleria applaudono la senatrice a vita, affiancata dai sindaci di Milano e Pesaro, Giuseppe Sala e Matteo Ricci, e urlano il suo nome in segno di sostegno

DA APPENDINO A GORI, FINO AL RESPONSABILE ENTI LOCALI DELLA LEGA

Al corteo partecipano, tra gli altri, i sindaci di Milano Beppe Sala, di Torino Chiara Appendino, di Palermo Leoluca Orlando, di Bologna Virginio Merola, di Bari Antonio Decaro, di Parma Federico Pizzarotti e di Bergamo Giorgio Gori. In prima fila anche il responsabile enti locali della Lega, Stefano Locatelli, sindaco di Chiuduno (Bergamo). I sindaci reggono un striscione giallo con scritto «L’odio non ha futuro», titolo della manifestazione.

UNA MARCIA SENZA SIMBOLI E BANDIERE

La marcia, senza bandiere o simboli di partito, si muove verso Piazza Duomo, attraversa la Galleria Vittorio Emanuele per poi fermarsi in Piazza Scala, davanti Palazzo Marino, sede del Comune di Milano, dove è previsto l’intervento della senatrice Segre, che sarà l’unica a prendere la parola al termine della manifestazione.

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