La Venere di Botticelli influencer di Open to Meraviglia, protagonista della campagna del ministero del Turismo che aveva scatenato polemiche, si è presentata in carne e ossa alla conferenza stampa di fine anno a fianco di Daniela Santanchè. O meglio, lo ha fatto la ragazza scelta per impersonare la più bella delle dee nella nuova compagna del MiTur, “Welcome to Meraviglia”: Francesca Faccini, 23enne studentessa romana iscritta a Psicologia, lunghi capelli biondi ondulati e occhi azzurri, scelta tra circa 300 candidate. «È una bella responsabilità, ma sono molto felice. Coglierò l’occasione per visitare i luoghi della nostra bella Italia che ancora non conosco», ha detto la ragazza.
Santanchè: «La Venere da noi è stata derisa, ma all’estero è piaciuta»
«Io quasi ringrazio quelli che l’hanno massacrata, distrutta, derisa da noi, ma all’estero è piaciuta moltissimo e ha fatto oltre 50 ‘viaggi’ per promuovere il nostro Paese e per questo siamo lieti che diventi umana e continui il suo percorso grazie a Welcome to Meraviglia, la nuova campagna del nostro ministero presso le principali stazioni italiane, dedicata alle località meno conosciute e alle isole minori», ha detto Santanchè. parlando della Venere influencer. Rilanciando poi il suo percorso lungo lo Stivale con “Welcome to Meraviglia”, la nuova campagna del ministero dedicata alle località meno conosciute e alle isole minori. «Molti si sono appassionati dell’overtourism, io invece mi occuperò del fenomeno contrario. Il 75 per cento dei turisti che entrano nella nostra nazione, infatti, stanno sul 4 quattro del territorio o, se vogliamo dirla in maniera diversa, su 10 province italiane. Quindi io credo che il tema principale per far crescere il turismo nella nostra nazione sia occuparsi di quel 96 per cento del territorio nazionale con l’undertourism», ha spiegato Santanchè.
È stata depositata in Commissione Bilancio al Senato la nuova formulazione dell’emendamento alla Manovra sulle pensioni. Nella bozza è saltata l’ipotesi di inasprimento dei criteri pensionistici per chi ha riscattato la laurea: cancellata la disposizione in base alla quale, a partire dal 2031, sarebbero stati sterilizzati da 6 fino a 30 mesi di contributi riscattati a valere sulla maturazione dei requisiti per l’anticipata. Rimarrebbe invece l’ipotesi di un allungamento delle finestre mobili per chi vuole andare in pensione anticipata, con il passaggio dagli attuali tre mesi a quattro per chi matura i requisiti nel 2032-2033, a cinque per il 2034 e a sei per il 2035. I senatori della Lega hanno chiesto – e ottenuto – la sospensione della seduta per un faccia a faccia con il governo.
La decisione di Mps dell’opas su Mediobancaè stata presa dai manager della banca senese «in maniera autonoma e noi, come azionisti, abbiamo preso atto». È quanto ha affermato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti nell’informativa alla Camera sull’operazione finita al centro di un’inchiesta della Procura di Milano. Il Tesoro, ha assicurato Giorgetti, «non ha esercitato alcuna ingerenza o pressione» nelle «diverse interlocuzioni» con «diversi esponenti del sistema creditizio». Ogni «deliberazione sulla quota residua del Mef in Mps», pari al 4,86 per cento, «non sarà adottata in una logica di mera cassa ma strategica», ha aggiunto, data «la rilevanza del risparmio per la tutela della sicurezza economica nazionale».
Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri e Luigi Lovaglio (Ansa).
Giorgetti conferma la «piena fiducia» a Lovaglio, ceo di Mps
Il ministro ha dunque confermato «piena fiducia» a Luigi Lovaglio, amministratore delegato di Mps, attualmente sotto inchiesta da parte dei pm di Milano per presunta manipolazione del mercato assieme ai due principali azionisti della banca: l’imprenditore edile Francesco Gaetano Caltagirone e il ceo di EssilorLuxottica Francesco Milleri, che guida il veicolo Delfin della famiglia Del Vecchio. Giorgetti, nel corso dell’informativa, ha inoltre difeso la gestione della procedura di dismissione della quota da parte di Banca Akros, spiegando che, «secondo quanto riferito dal bookrunner, nessun investitore che ha presentato un’offerta è stato escluso dalla procedura».
Il Parlamento ha chiesto un approfondimento sulla situazione del Gruppo Gedi, alla luce della possibile cessione da parte di Exor al gruppo greco Antenna, controllato da Theodore Kyriacou. In Aula alla Camera, il presidente della commissione Editoria Federico Mollicone (FdI) ha annunciato l’iniziativa rispondendo alle sollecitazioni delle opposizioni: «Il Parlamento, con il sottoscritto come presidente della commissione editoria, ha convocato sia il gruppo Gedi sia il comitato di redazione». Nei giorni scorsi, sul tema, si era già svolto un incontro a Palazzo Chigi tra il sottosegretario all’Informazione e all’Editoria, Alberto Barachini, il management di Gedi e i cdr delle testate.
Mollicone: «Se non piace il possibile acquirente decide il mercato»
Nel suo intervento, Mollicone ha rivendicato il ruolo delle istituzioni nel garantire tutele e pluralismo, replicando alle critiche sollevate in Parlamento. «Governo e Parlamento sono intervenuti immediatamente per la tutela occupazionale e la libertà di espressione. Se, invece, il problema è che non piace il possibile acquirente, su questo interviene il mercato. Mercato che, con gli scorsi governi di centrosinistra, ha visto tutti silenti quando lo stesso proprietario ha venduto Stellantis. Invito i colleghi a difendere i livelli occupazionali sempre».
Tornare a Palazzo Grazioli per alcuni di loro è stato un colpo al cuore. Perché entrare qui, se ti chiamava Silvio Berlusconi, era un privilegio assoluto. Voleva dire che “lui” aveva qualcosa da dirti, che per “lui” eri importante. Per questo Andrea Ruggieri, anfitrione del convegno In Libertà, ha voluto organizzarlo a tutti costi entro queste mura, anche se la sala della stampa estera, al secondo piano, è troppo piccola, si sta stretti e alcuni sono rimasti fuori. «Vi ringrazio per il coraggio di essere qui…». Così Roberto Occhiuto, pluri-governatore calabrese e vicesegretario di Forza Italia, si rivolge ai parlamentari azzurri accorsi all’appuntamento. Sì, perché esserci significa entrare plasticamente nella non-corrente di Occhiuto, che ha deciso di sfidare la leadership di Antonio Tajani. Dal quale, terrorizzato dall’iniziativa, per tutto il giorno erano partite telefonate all’indirizzo degli azzurri: «Dai, che fai? Tu ci vai? Ma no, non andare…».
Roberto Occhiuto tra gli ospiti del convegno In libertà (Ansa).
Da Cattaneo a Mulè e Ronzulli: la pattuglia dei presenti
Alla fine, a Palazzo si ritrovano in tutto 22 parlamentari, 17 deputati e cinque senatori, tra cui Alessandro Cattaneo, il fedelissimo calabrese Ciccio Cannizzaro, Francesco Paolo Sisto, Matilde Siracusano (compagna di Occhiuto), Paolo Emilio Russo, Licia Ronzulli, Giorgio Mulè, Claudio Lotito, Andrea Orsini, Catia Polidori e Rita Dalla Chiesa. Naturalmente c’è anche Mario Occhiuto, fratello maggiore del governatore. Mentre «Deborah Bergamini è a Londra», si fa sapere. C’è pure Matilde Bruzzone, nuora di Paolo Berlusconi, in rappresentanza della famiglia. E qualche ex parlamentare illustre come Massimo Mallegni e Luca d’Alessandro. Più una pattuglia di consiglieri e assessori regionali del Sud. «A mancare del tutto è il Nord. E senza il Nord non vanno da nessuna parte», fa notare un parlamentare critico nei confronti dell’iniziativa.
Licia Ronzulli e Alessandro Cattaneo (Imagoeconomica).
Occhiuto si presenta come «faccia nuova»alternativa a Tajani
A fare gli onori di casa è, appunto, l’ex deputato Andrea Ruggieri nonché nipote di Bruno Vespa, che per l’occasione ha costruito un bel parterre con Nicola Porro, Roberto Arditti, il ceo di Tim Pietro Labriola in qualità di delegato alla transizione digitale di Confindustria quello di A2A Renato Mazzoncini, l’ad di Ryanair Eddie Wilson. Il tutto per raccogliere il testimone della mancata rivoluzione liberale. «Al partito serve una scossa. C’è uno spazio enorme per arrivare al 20 per cento e invece galleggiamo tra l’8 e il 9», afferma Occhiuto. Una critica impietosa alla gestione di Tajani, che non viene mai nominato. «Non sta nascendo una corrente, cose polverose che sanno di vecchio, ma occorre un aggiornamento della lezione liberale in economia e sui diritti civili», mette subito in chiaro. «Dobbiamo alzare l’asticella con coraggio e ambizione. Se non ora quando, visto che all’opposizione abbiamo Schlein e Albanese…?», si chiede retoricamente il governatore calabro. Parla da possibile candidato alternativo a Tajani, Occhiuto, incarnando quella voglia di «facce nuove» evocata recentemente da Pier Silvio Berlusconi. Uscita che, dicono, abbia provocato grande irritazione in Tajani, che non sa più come reagire alle intemerate del secondogenito del Cavaliere.
I malumori di Arcore nei confronti del vicepremier
Occhiuto qualche giorno prima dell’uscita del numero uno Mediaset, era stato a pranzo dalla primogenita, Marina Berlusconi, nella sua bella casa in corso Venezia a Milano. Con cui ha avuto grande sintonia. Lei non appoggia ufficialmente l’iniziativa, ma lascia fare, convinta che un certo movimentismo sia salutare al partito. Che ormai, con la guida di Tajani, viene considerato “vecchio”. Ma soprattutto ad Arcore si pensa il ministro degli Esteri abbia raggiunto il massimo dei consensi: con lui al timone oltre Forza Italia non può andare. Per questo si è deciso di colpirlo, per interposta persona, prendendo di mira i due capigruppo alla Camera e al Senato, Paolo Barelli e Maurizio Gasparri. Che però al momento resteranno ai loro posti. In una informale conta interna, qualche giorno fa, Bergamini aveva raggiunto solo otto voti su 53 deputati.
AMaurizio Gasparri e Paolo Barelli (Imagoeconomica).
Il prossimo appuntamento a Milano: Pier Silvio e Marina ci saranno?
Ma i giochi veri si faranno in vista dei congressi regionali, che inizieranno a fine marzo, per andare al congresso nazionale a gennaio 2027. «Chi vuole candidarsi è libero di farlo…», aveva avvisato Tajani. Che sta già manovrando per garantirsi un appoggio blindato, per non dire bulgaro. «Ma come, per anni si è aspirato ad avere un partito vero, aperto, scalabile, e adesso si vede male un possibile candidato alternativo…?», è il ragionamento nello staff di Occhiuto.
Roberto Occhiuto durante la conferenza stampa di In Libertà (Ansa).
Che intanto pensa già ad altre iniziative future: il prossimo appuntamento sarà a inizio febbraio a Milano. E chissà che in prima fila ad ascoltare non si palesino Pier Silvio o Marina. «Qua bisogna spalancare le finestre per fare entrare aria fresca e questo non può farlo di sicuro Tajani. A me non dispiacerebbe che il prossimo leader fosse deciso con le primarie…», butta lì Ruggieri. Mentre Nicola Porro, prima di andar via, commenta così: «Questo convegno sarebbe piaciuto tantissimo a Berlusconi ma pure ad Antonio Martino…». Tornerà la rivoluzione liberale?
Il governo fa marcia indietro sulle pensioni dopo una giornata segnata da tensioni. È stata la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, intervenendo in Aula, a annunciare lo stop alla stretta prevista dalla manovra e l’impegno a correggere le norme contestate. Verranno eliminati i tagli retroattivi sul riscatto della laurea, mentre resta da chiarire se l’intervento riguarderà anche le cosiddette finestre pensionistiche. La Lega ha chiesto di cancellare entrambe le misure con un emendamento che prevede, come clausola di salvaguardia dal 2033, un possibile aumento dell’Irap. Fin dalle prime ore erano emerse prese di distanza nella coalizione, con il leghista Claudio Borghi che ha parlato di un «tecnico troppo zelante» e Armando Siri che ha puntato il dito contro un 0171burocrate del Mef0187. Lo stesso Siri ha ribadito: «Finché c’è la Lega al governo non esiste né oggi né mai nessun provvedimento che alzi i parametri dell’età pensionabile».
Le opposizioni: «La maggioranza ha tradito gli elettori»
Dubbi sono arrivati anche da Forza Italia: «E’ una stretta che parte dal 2030 – dice il portavoce azzurro Raffaele Nevi – ci ragioneremo con il governo con calma, ci confronteremo». Sul fronte opposto, attacco delle opposizioni: «La loro stangata sulle pensioni è un furto sia ai giovani che agli anziani. Vergognatevi», ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein, mentre il capogruppo M5s al Senato Stefano Patuanelli ha osservato: «La Lega ha il ministro dell’Economia e accusa i burocrati del Mef? È surreale». Per Nicola Fratoianni di Avs «Hanno tradito gli elettori, dovrebbero chiedere scusa», e Matteo Renzi ha commentato che la premier «vi ha dato una bottarella dicendo che il testo cambiato». L’arrivo della manovra in Aula alla Camera per la discussione generale con la fiducia è fissato per domenica 28 alle 16.30, con l’approvazione definitiva attesa martedì 30.
Dal palco del convegno “In libertà”, ospitato a palazzo Grazioli, Roberto Occhiuto ha lanciato un messaggio sul futuro di Forza Italia, sostenendo che «non si può navigare galleggiando all’8 per cento» e indicando la necessità di una svolta politica. Parole che arrivano a poca distanza dalle dichiarazioni di Pier Silvio Berlusconi, che parlava di «facce nuove».
Tajani: «Non ho frizioni con nessuno, tantomeno con Occhiuto»
Senza mai citare il segretario Antonio Tajani, il presidente della Regione Calabria ha respinto tuttavia le ricostruzioni su presunte manovre interne: «Nessuno aveva intenzione di svolgere un evento per costruire una corrente, cose polverose che appartengono al passato, e a un partito masochista come il Pd, se mai vorremmo dare una scossa liberale al centrodestra che ha bisogno di rafforzare la sua ala liberale». Lo stesso Antonio Tajani, interpellato a margine, ha gettato acqua sul fuoco: «Io non ho frizioni con nessuno, Occhiuto è un vicesegretario del partito. Io ho ottimi rapporti con tutti».
Nel dibattito alla Camera dopo le comunicazioni della presidente del Consiglio Giorgia Meloniin vista del Consiglio europeo, la segretaria del Pd Elly Schlein ha attaccato la linea del governo sulla politica estera, accusando l’Italia di non esercitare un ruolo incisivo nello scenario internazionale. «Il consiglio europeo affronterà un bivio cruciale, l’Italia deve avere una voce autorevole, la sua è un sussurro. Avete tre posizioni diverse, è vero che avete una risoluzione unica ma non ci avete scritto niente dentro», ha affermato, contestando anche l’atteggiamento attendista dell’esecutivo «in attesa di capire che aria tira a Washington». Schlein ha poi criticato l’ipotesi di un accordo legato a Donald Trump, sostenendo che «il piano di Trump concede a Putin ciò che non è riuscito ancora a conquistare sul campo» e aggiungendo: «Matteo Salvini è ancora il vicepresidente o ambisce a fare il portavoce di Mosca?».
Schlein: «Manovra furto ai giovani e agli anziani»
La leader dem è intervenuta anche sul fronte economico e sociale, puntando il dito contro le scelte del governo nella manovra: «Avete riscritto la manovra e con una sola mossa fate un stangata sulle pensioni che è un furto sia ai giovani che agli anziani», ha detto, parlando di «promesse tradite» e accusando l’esecutivo di aver allungato l’età pensionabile nonostante gli impegni presi sulla riforma Fornero.
Sulla sanità: «Gli italiani che rinunciano a curarsi sono sei milioni»
Nel suo intervento ha affrontato anche il tema della sanità e del potere d’acquisto, citando le segnalazioni sui tempi di attesa: «Cara presidente secondo le segnalazioni arrivate a Cittadinanzattiva per una tac al torace le liste di attesa sono di un anno, per una colonscopia aspetti due anni». Secondo Schlein, «il governo pare aver dimenticato le persone», mentre «gli italiani che rinunciano a curarsi sono saliti a sei milioni» e, con l’aumento dei prezzi, «con lo stesso stipendio in tasca quando vai a fare la spesa non riesci a comprare le stesse cose». Accuse che si sono chiuse con un attacco al mancato intervento sugli stipendi e al «bloccare il salario minimo».
Il Consiglio Superiore della Magistratura ha archiviato la pratica di trasferimento d’ufficio del procuratore della Repubblica di Roma, Francesco Lo Voi, che era stata aperta in relazione al caso Almasri su richiesta dei consiglieri laici del centrodestra, secondo cui il magistrato era incompatibile con la procura capitolina dopo la denuncia del Dis a Perugia. L’archiviazione è stata approvata con sei astensioni (Isabella Bertolini, Claudia Eccher, Daniela Bianchini, Enrico Aimi e Felice Giuffrè e Daniele Porena).
Il semestre filtro per l’accesso a Medicina non verrà messo in discussione nei suoi principi, ma il governo apre a delle correzioni già dal prossimo anno accademico. La ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini, intervenendo al Consiglio nazionale degli studenti universitari (Cnsu), ha annunciato la volontà di istituire un tavolo di confronto permanente sulla riforma, dopo le difficoltà emerse nella prima applicazione del nuovo sistema. Bernini ha escluso esplicitamente un ritorno ai test d’ingresso tradizionali, ma ha riconosciuto la necessità di intervenire sul funzionamento concreto del semestre filtro. L’obiettivo dichiarato è rendere il percorso più sostenibile dal punto di vista didattico, senza modificare l’impianto complessivo della riforma.
Le possibili modifiche al semestre filtro
Studenti durante il secondo appello degli esami del semestre filtro di Medicina (Ansa).
Tra le ipotesi al vaglio del ministero figurano una possibile riduzione dei programmi d’esame, l’allungamento della durata delle lezioni e un maggiore intervallo di tempo tra la fine dei corsi e gli appelli. Misure pensate per garantire più spazio alla didattica e ridurre la pressione concentrata sugli esami, emersa come uno dei nodi critici di questa prima fase. Nel frattempo, il semestre filtro resta operativo con il meccanismo delle graduatorie basate sulla somma dei voti dei due appelli. Non sarà necessario ottenere tre sufficienze piene: eventuali insufficienze potranno essere compensate attraverso debiti formativi, secondo criteri rimessi all’autonomia dei singoli atenei. La graduatoria nazionale verrà completata entro gennaio e, ha assicurato la ministra, non ci saranno posti vacanti. Il ministero però rivendica il principio cardine del nuovo modello: trasformare i candidati esclusi dai quiz in studenti universitari che non perdono un anno e iniziano subito ad accumulare crediti. Una riforma, ha ribadito Bernini, che è «perfettibile», ma pensata per essere inclusiva e non selettiva all’ingresso.
Giorgia Meloni ha parlato alla Camera dei deputati per le Comunicazioni in vista della riunione del Consiglio europeo del 18-19 dicembre. Tra i principali temi affrontati l’Ucraina e il Medio Oriente. «Manteniamo chiaro che non intendiamo abbandonare Kyiv nella fase più delicata degli ultimi anni», ha dichiarato la premier, aggiungendo che «la Russia si è impantanata» e che «l’unica cosa che può costringere Mosca a un accordo» è insistere sulla deterrenza. Per quanto riguarda le garanzie di sicurezza per l’Ucraina, la presidente del Consiglio ha spiegato che «sono tre gli elementi dei quali si sta discutendo: la garanzia di un solido esercito ucraino; l’ipotesi di dispiegamento di una forza multinazionale per la rigenerazione delle forze armate, guidata dalla coalizione dei Volenterosi con la partecipazione volontaria dei Paesi; le garanzie da parte degli alleati internazionali, a partire dagli Stati Uniti, sul modello dell’articolo 5 della Nato». A proposito del secondo punto, Meloni ha assicurato che «l’Italia non intende inviare soldati in Ucraina». Il Consiglio europeo del 18 e 19 dicembre, ha detto Meloni parlando della decisione sull’eventuale uso degli asset russi congelati, «è chiamato ad assicurare la continuità del sostegno finanziario» all’Ucraina, ma «trovare una soluzione sostenibile sarà tutt’altro che semplice».
Meloni: «Abu Mazen ha chiesto con convinzione un impegno italiano forte e ambizioso»
Sul Medio Oriente, Meloni ha detto che il presidente palestinese Abu Mazen (ricevuto due volte a Palazzo Chigi in poco più di un mese) «ha chiesto con convinzione un impegno italiano forte e ambizioso nei passaggi necessari a fissare il piano di pace proposto dagli Stati Uniti e sottoscritto da tutti i protagonisti» e che l’Italia «non si deve sottrarre a questo impegno, che le viene richiesto appunto da più parti in un momento tanto decisivo». La premier ha poi commentato il piano di pace di Donald Trump che «ha avuto il grande merito di porre fine al conflitto a Gaza», sottolineando che «si tratta di una tregua fragile e di un percorso complesso e ambizioso». E poi: «Guardiamo con attenzione anche al contributo che potremmo assicurare alla forza internazionale di stabilizzazione che sarà dispiegata sulla base della risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite». Il testo delle stesse comunicazioni sarà consegnato al Senato, dove la discussione è prevista nel pomeriggio, verso le 16.30.
Giorgia Meloni (Ansa).
Al termine del dibattito alla Camera, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è tornata a intervenire in vista del Consiglio europeo del 18 e 19 dicembre, ribadendo la linea del governo in politica estera. «Vi ho detto mille volte che non considero che il ruolo dell’Italia in politica estera debba essere un ruolo da cheerleader. Non è questione di stare con, è questione di costruire delle prospettive strategiche», ha affermato durante le repliche, sottolineando che «L’Italia è in Europa e vuole rafforzare l’occidente».
Meloni: «L’utilizzo di asset russi solo su basi giuridiche solide»
Sul tema dell’utilizzo degli asset sovrani russi, Meloni ha ribadito: «Io dico sì se la base giuridica è solida». E ha avvertito che un passo falso potrebbe favorire Mosca: «se la base giuridica di questa iniziativa non fosse solida, noi regaleremmo alla Russia la prima vittoria vera dall’inizio del questo conflitto», precisando comunque che «Bisogna sì puntare a utilizzare gli asset sovrani russi perché è giusto che sia la Russia a ripagare per la guerra di aggressione che ha mosso ma – puntualizza – bisogna essere sicuri di fare la cosa giusta».
Sulla Russia: «È meno forte di quanto racconti»
Nel confronto con il deputato Luigi Marattin, che aveva sollecitato un commento sulle recenti dichiarazioni del vicepremier Matteo Salvini, la premier ha spiegato: «Io penso che la realtà sul campo in questi quasi quattro anni abbia dimostrato che la Russia è meno forte di quanto abbia voluto raccontare», ha affermato, ricordando che «Certo che quando è iniziata – aggiunge – era una guerra impari». Meloni ha quindi rivendicato i risultati ottenuti grazie al sostegno internazionale: «il lavoro che noi abbiamo fatto racconta una storia un po’ diversa rispetto a quella per cui non c’era niente da fare. Come ho sentito più volte dire dal M5S». Risultati che, ha concluso, «sono obiettivi che sono stati raggiunti con il sostegno occidentale» e sui quali, a suo giudizio, «dovremmo essere consapevoli del nostro peso negli obiettivi che sono stati raggiunti in questi anni».
La guerra in Ucraina mette di nuovo in evidenza le fratture interne al campo largo. L’occasione sono le due risoluzioni del Pd e del M5s in arrivo mercoledì alla Camera, alla vigilia del Consiglio europeo del 18 dicembre, che confermano i due approcci completamente divergenti sul sostegno a Kyiv e sulla pressione politica ed economica contro la Russia.
Le risoluzioni di Pd e M5s sull’Ucraina
Secondo quanto anticipato dall’Ansa, la risoluzione del M5s chiede ancora lo stop all’invio di nuove armi all’Ucraina. Invita inoltre il governo a non sostenere, al Consiglio europeo, la confisca definitiva degli asset sovrani russie dei beni riconducibili a soggetti terzi detenuti in Europa, e propone di rivalutare la possibilità di tornare ad acquistare gas russo. Di segno opposto la posizione dei dem, che ribadiscono la «ferma condanna all’aggressione russa» e il pieno sostegno alla popolazione ucraina, attraverso «tutte le forme di assistenza necessarie», tra cui l’utilizzo «legalmente fondato» dei beni russi congelati. Il Pd sollecita inoltre il governo a «scegliere senza esitazioni e ambiguità, di fronte alle minacce globali e alle sfide continue rappresentate dall’amministrazione americana, l’interesse europeo».
Nelle sue comunicazioni alla Camera la premier Giorgia Meloni ha riferito del vertice di Berlino con Zelensky, leader europei e negoziatori statunitensi, sottolineando che c’è stato «un clima costruttivo e unitario che vale la pena di sottolineare». Centrale, ha detto, è «il mantenimento della pressione sulla Russia», che «si è impantanata in una durissima guerra di posizione» e solo così può essere «costretta a un accordo». Sul sostegno a Kyiv, Meloni ha affermato che il Consiglio Ue deve «assicurare la continuità del sostegno finanziario» con la «soluzione più sostenibile per i Paesi membri nel breve e lungo periodo», mentre sull’uso degli asset russi congelati ha avvertito che «trovare una soluzione sostenibile sarà tutt’altro che semplice». Quanto alle garanzie di sicurezza, ha ribadito che l’Italia «non intende inviare soldati in Ucraina». Sui territori, ha concluso, «è lo scoglio più difficile» e «nessuno può imporre da fuori la sua volontà».
È stato ritirato l’emendamento che avrebbe modificato le regole sull’uso del contante portando il tetto massimo a 10 mila euro. La proposta, presentata da Fratelli d’Italia e a prima firma di Gelmetti, era stata depositata nell’ambito dell’esame della legge di bilancio 2026 ma non proseguirà l’iter parlamentare. Lo riporta l’Ansa.
Cosa prevedeva l’emendamento sul tetto al contante
L’emendamento prevedeva, a partire dal primo gennaio 2026, un innalzamento della soglia per i pagamenti in contanti fino a 10 mila euro. Il meccanismo ipotizzato introduceva però un’imposta speciale di bollo pari a 500 euro per tutte le transazioni in contanti comprese tra 5.001 e 10 mila euro, accompagnata dall’obbligo di emissione della fattura. Oltre i 10 mila euro sarebbe rimasto il divieto assoluto di utilizzo del contante. La Lega aveva annunciato il proprio sostegno, mentre il testo doveva ancora essere esaminato dalla Commissione bilancio del Senato. Con il ritiro dell’emendamento, però, il quadro normativo resta invariato. Attualmente in Italia è possibile effettuare pagamenti in contanti solo fino a un massimo di 5 mila euro: oltre questa soglia è obbligatorio ricorrere a strumenti tracciabili, come carte o bonifici. Il limite all’uso del contante è uno degli strumenti storicamente utilizzati per contrastare evasione fiscale e riciclaggio, e nella forma attuale è in vigore dal 2023.
La Corte di Cassazione ha dato ragione alla Toscana e ha respinto il ricorso del governo contro la legge regionale sul turismo, approvata lo scorso dicembre. L’esecutivo, infatti, aveva impugnato in primavera la legge e la Regione, in tutta risposta, si era costituita in giudizio. Una scelta azzeccata, visto che la Consulta ha respinto il ricorso in ogni profilo di impugnazione. Per la Corte non ci sono né rischi di ingerenza in materia di competenza statale né profili di violazione della libertà d’impresa. Le norme approvate dal Consiglio regionale toscano riguardano gli affitti brevi e i b&b.
Tra queste c’è la regola che permette ai Comuni ad alta densità turistica di introdurre limiti specifici alle locazioni brevi in alcune zone della città. Sono state considerate legittime anche le disposizioni con cui è imposta la gestione in forma imprenditoriale della ricezione turistica nelle abitazioni civili. E restano legittime anche le norme sui limiti di dimensioni per affittacamere e b&b. Il governo aveva sollevato questioni anche sulla possibilità data agli alberghi di associare nella gestione unità esterne, purché entro i 200 metri. Per la Corte la materia è il turismo, quindi resta in capo alla singola Regione e non allo Stato.
Per la Corte dei Conti l’iter per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messinanon rispetta le norme europee. È quanto si legge nelle motivazioni con cui i giudici contabili hanno bocciato il contratto stipulato tra il ministero dell’Economia, quello dei Trasporti e la società Stretto di Messina spa. Di fatto l’atto aggiuntivo presentato dopo la precedente bocciatura della delibera Cipess con cui venivano stanziato i 13,5 miliardi di euro per l’opera.
Ponte sullo Stretto, i tre passaggi bocciati
Per la Corte dei Conti bisognava fare un’altra gara, visto che i criteri sono cambiati rispetto a quella svolta nel 2005. E inoltre non ci sarebbe nessuna certezza di un aumento dei costi inferiore al 50 per cento. Per i giudici contabili i calcoli sono stati, quindi, troppo generici. Infine non si possono prevedere, nelle condizioni attuali, risarcimenti o penali in favore dei privati che si erano aggiudicati la gara del 2005. I tre passaggi bocciati, quindi, sono i costi, la gara d’appalto e il contratto, con le conseguenti penali.
Il semestre filtro d’accesso alla facoltà di Medicina, che ha debuttato alcuni mesi fa, sarà rivisto e corretto. La ministra dell’Università Anna Maria Bernini presenterà alcune modifiche per rivedere l’iter e dare maggiori garanzie agli studenti. Secondo Repubblica, Bernini ha escluso il ritorno ai test d’ingresso ma punta a intervenire sul nuovo sistema per dare più spazio alla didattica già dall’anno accademico 2026/2027. E quali potrebbe essere le modifiche? Innanzitutto si starebbe valutando una riduzione dei programmi d’esame, estendendo la durata delle lezioni e garantendo agli universitari più tempo tra la fine dei corsi e l’inizio degli esami. Bernini ne ha parlato al Consiglio nazionale degli studenti universitari, convocato a distanza di mesi dall’ultima volta. La ministra ha anche suggerito di istituire un tavolo di confronto permanente sulla riforma d’accesso a Medicina.
Semestre filtro, Bernini contestata ad Atreju
Le novità arrivano a distanza di alcuni giorni dallo scontro che la stessa Bernini ha avuto con alcuni studenti ad Atreju. La ministra è stata contestata e ha risposto citando Silvio Berlusconi: «Sapete come diceva il presidente Berlusconi? Siete sempre dei poveri comunisti. Prima di contestare fatemi parlare. Questo dimostra la vostra inutilità». Poco dopo è scesa tra il pubblico per confrontarsi direttamente con i giovani, ai quali ha rivolto anche la domanda: «Stavate meglio pagando 30 mila euro?». Bernini ha ricordato gli investimenti effettuati dal ministero, sostenendo: «Ho investito 9,4 miliardi sull’università e oltre 800 milioni sulle borse di studio». Ha poi accusato gli studenti di adottare «la strategia del caos», aggiungendo: «Parlano ma non ascoltano. Comincio a preoccuparmi quando qualche partito politico fa loro eco».
I risultati del primo appello
Ma il tema si è aperto dopo il primo appello delle tre prove d’esame, Chimica, Biologia e Fisica, tenutosi il 20 novembre. Soltanto il 22-23 per cento degli studenti ha superato le prime due materie. Mentre per la terza, ad aver preso almeno 18 è stato il 10-15 per cento degli esaminandi. Il secondo appello è stato il 10 dicembre e l’attesa per conoscere i risultati cresce. Il prossimo 12 gennaio, infine, sarà pubblicata la graduatoria nazionale. Un elenco in cui saranno inseriti anche gli studenti con solo due sufficienze su tre. Questi dovranno poi recuperare la terza materia entro il 28 febbraio.
Arrivato il maxi emendamento alla Manovra annunciato dal ministro Giancarlo Giorgetti, che ridefinisce una Legge di bilancio da circa 3,5 miliardi di euro, intervenendo su più fronti: dalla Transizione 5.0 ai crediti d’imposta Zes fino alla questione Ponte sullo Stretto. La Manovra approderà in Senato lunedì 22 dicembre e il voto finale dovrebbe avere luogo il giorno successivo.
Spostati al 2033 i 780 milioni iscritti a bilancio nel 2025 per il Ponte sullo Stretto
Sul fronte delle grandi opere, sono stati spostati al 2033 i 780 milionidi euro iscritti a bilancio nel 2025 per l’avvio dei lavori per il Ponte sullo Stretto, posticipati sulla scia dello stop della Corte dei Conti. Non è stato modificato l’ammontare complessivo dei fondi autorizzati
Trasformazione 4.0 e 5.0, prorogate le agevolazioni per gli investimenti
Gli incentivi per la Transizione 4.0 e 5.0 vengono prorogati fino al 30 settembre 2028. Ma con due cambiamenti: è stata eliminata la maggiorazione prevista per gli investimenti “green” e l’accesso ai benefici è stato subordinato alla condizione che i beni acquistati siano prodotti all’interno dell’Ue. Iperammortamento e superammortamento diventano poi triennali per le imprese che investono in beni strumentali.
Balza al 58 per cento il credito d’imposta per la Zes unica agricoltura e pesca
Le percentuali del credito d’imposta per la Zes unica per agricoltura, pesca e acquacoltura nel 2026 salgono dal 15,2538 per cento al 58,7839 per cento, con riferimento agli investimenti effettuati dalle microimprese e dalle piccole e medie imprese nel settore della produzione primaria di prodotti agricoli e nel settore forestale, e dal 18,4805 per cento al 58,6102 per cento con riferimento agli investimenti effettuati dalle grandi imprese nel settore della produzione primaria di prodotti agricoli.
Si allungano i mesi per la decorrenza della pensione anticipata
Aumentano i mesi per la decorrenza del trattamento pensionistico per i lavoratori che maturano i requisiti per il ritiro anticipato dal lavoro dal 2032. Per chi matura i requisiti per l’uscita anticipata (42 anni e 10 mesi di contributi, con un anno in meno per le donne) nel 2031 c’è un posticipo della decorrenza di tre mesi. Che aumenta poi progressivamente: a quattro mesi per chi matura i requisiti nel 2032 e 2033, a cinque mesi per il 2034 e a sei mesi per il 2035.
Ampliata la platea delle aziende obbligate a versare il Tfr al fondo Inps
L’ultimo emendamento depositato dal governo alla manovra prevede anche, dal primo luglio 2026, l’adesione automatica alla previdenza complementare per i lavoratori dipendenti del settore privato di prima assunzione, con possibilità di rinunciare entro 60 giorni. Ampliata inoltre la platea delle aziende obbligate a versare il Tfr al fondo presso l’Inps. Per quanto riguarda le coperture, l’emendamento prevede un contributo da 1,3 miliardi di euro a carico delle assicurazioni, con un meccanismo di versamento anticipato pari all’85 per cento del contributo dovuto sui premi delle assicurazioni di veicoli e natanti relativi all’anno precedente.
Nel confronto sulla legge di bilancio 2026 torna al centro il tema del tetto all’uso del contante. Un emendamento presentato da Fratelli d’Italia propone di portare la soglia dagli attuali 5 mila a 10 mila euro, introducendo però un meccanismo correttivo: per i pagamenti in contanti compresi tra 5.001 e 10 mila euro sarebbe dovuta un’imposta fissa di 500 euro, insieme all’obbligo di emissione della fattura. La Lega ha annunciato il proprio sostegno alla proposta, che deve ancora essere esaminata dalla Commissione bilancio del Senato. Il limite al contante è da decenni uno degli strumenti usati in Italia per contrastare evasione fiscale e riciclaggio. Introdotto all’inizio degli Anni ’90, è stato più volte modificato, con soglie alzate e abbassate a seconda delle fasi politiche ed economiche. L’attuale tetto di 5 mila euro è in vigore dal 2023.
Come funziona il tetto al contante negli altri Paesi
Il quadro europeo è molto eterogeneo. In diversi Paesi, come Germania, Austria, Paesi Bassi o Svezia, non esiste un limite generale ai pagamenti in contanti, anche se per importi elevati sono previsti obblighi di identificazione o segnalazione. Altri Stati hanno invece scelto soglie basse: in Francia e Spagna il tetto è fissato a 1.000 euro, in Grecia scende a 500, mentre in Romania è di 2.000 euro. Esistono poi limiti intermedi, tra i 3.000 e i 5.000 euro, e casi con soglie più alte, fino ai 10.000 o 15.000 euro.
Denaro contante (Imagoeconomica).
È vero che «ce lo chiede l’Europa»?
In un’intervista a Repubblica, il sottosegretario al ministero dei Trasporti della Lega Armando Siri ha sostenuto che portare il tetto al contante a 10 mila euro sarebbe «doveroso» perché si tratterebbe di «un livello deciso dall’Europa», presentando la proposta come un adeguamento necessario alle norme europee. In realtà non è proprio così. È vero che dal 2027 entrerà in vigore un regolamento dell’Unione europea che introduce per la prima volta una soglia massima comune: i pagamenti in contanti per beni e servizi non potranno superare i 10 mila euro. Ma il testo chiarisce che gli Stati membri possono mantenere o introdurre limiti nazionali più bassi. Questo significa che l’Italia, con un tetto a 5 mila euro, è già pienamente conforme alle regole europee.
Proroga del superbonus per il 2026 e stanziamento di risorse fino al 2036, contributi diretti a copertura dei lavori relativi alle aree del Centro Italia (Lazio, Umbria, Abruzzo e Marche) colpite da eventi sismici, a partire dal 1° aprile 2009 e non più dal 24 agosto 2016: sono queste le due maggiori novità dell’emendamento presentato al disegno di legge di Bilancio 2026 rispetto alla precedente versione dell’ex bonus 110 trasmesso al Senato. Le modifiche si sono rese necessarie per evitare che i cantieri dei lavori agevolati per la ricostruzione delle case danneggiate da eventi sismici potessero subire uno stop a causa della mancata capienza fiscale delle famiglie. Non essendoci più la possibilità di ottenere lo sconto in fattura o la cessione del credito sono molti i beneficiari del bonus, infatti, che non riuscirebbero a rientrare delle spese sostenute.
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Ristrutturazioni effettuate con gli incentivi edilizi (Imagoeconomica).
E, dunque, la proroga per il 2026 potrebbe arrivare con altre regole, a integrazione dell’articolo 4 sul superbonus del decreto legge numero 95/2025 che già prevedeva la possibilità di utilizzare gli incentivi per la ricostruzione dei comuni colpiti da terremoti. La novità più importante dell’emendamento è la previsione di contributi diretti finalizzati alla ricostruzione, a copertura delle spese eccedenti l’importo che poteva essere concesso con le domande presentate fino al 31 dicembre 2024. In questo modo, i contributi diretti consentiranno di completare quei lavori a rischio di blocco per la mancata possibilità dei committenti di utilizzare lo sconto in fattura o la cessione del credito e di dover utilizzare il 110% solo come detrazione fiscale nella dichiarazione dei redditi.
Che cos’è il contributo diretto dell’emendamento sul superbonus al Bilancio 2026?
Il disagio per le famiglie nasce dal fatto che ilavori avviati prima del 30 marzo 2024 – giorno di entrata in vigore del decreto legge numero 39 che ha definitivamente eliminato lo sconto in fattura e la cessione dei crediti d’imposta – non avrebbero altro modo di essere incentivati se non con la detrazione fiscale decennale. Alle famiglie interessate arriverebbe, dunque, il contributo diretto e si scongiurerebbe l’eventualità di un blocco dei lavori di ricostruzione. Sulla base del monitoraggio effettuato dal governo sulla ricostruzione, a oggi i cantieri in corso sono 9.400, dei quali circa 5 mila sarebbero interessati al nuovo superbonus 2026. Le risorse necessarie, pari a 1,3 miliardi di euro, avrebbero già la copertura necessaria dai fondi stanziati per prolungare le detrazioni fiscali del 2026.
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Ristrutturazioni edilizie con il superbonus (Imagoeconomica).
Inoltre, l’emendamento al Ddl di Bilancio 2026 stabilisce che rientrano nel cratere dei lavori di ricostruzione ai fini del superbonus tutte le aree colpite da terremoti dal 1° aprile 2009 (in pratica, dal terremoto dell’Abruzzo in avanti) nelle quali sia stato riconosciuto lo stato di emergenza. Infine, l’emendamento propone l’autorizzazione di spesa di 232,4 milioni per il 2027 e di 132,89 milioni per ciascuno degli anni dal 2028 al 2036. Tra i lavori ammissibili al nuovo superbonus sono esclusi gli interventi effettuati, anche in misura parziale, in violazione delle regole urbanistiche e di tutela del paesaggio o dell’ambiente.
L’ex governatore Luca Zaiaè stato eletto presidente del Consiglio regionale del Veneto durante la prima seduta della nuova assemblea, riunitasi a Palazzo Ferro Fini. La nomina di Zaia (eletto consigliere con oltre 200 mila preferenze) è avvenuta con 34 preferenze su 51 al primo scrutinio, che richiedeva la maggioranza qualificata dei due terzi dei voti degli aventi diritto. «Non nego l’emozione. Questa per me è una nuova esperienza. Voglio ringraziare il gruppo di maggioranza che mi ha chiesto la disponibilità a presiedere questo Consiglio. Le dinamiche della Regione penso di conoscerle sufficientemente bene e sento fino in fondo questa responsabilità», ha detto Zaia nel suo primo intervento nel nuovo ruolo, definendosi una «figura terza» e una «fonte di garanzia» per l’intera assemblea. Nel corso della seduta sono stati eletti anche i vicepresidenti del Consiglio regionale. Per la maggioranza è stato scelto Francesco Rucco, ex sindaco di Vicenza, mentre per la minoranza l’incarico è andato ad Andrea Micalizzi, già vicesindaco di Padova.