Bill Gates si è scusato con lo staff della Gates Foundation per i suoi legami con Jeffrey Epstein: pur ammettendo di aver commesso errori che hanno gettato un’ombra sull’organizzazione filantropica, ha comunque messo in chiaro di non aver preso parte ai crimini sessuali del finanziere morto suicida in carcere nel 2019. La notizia, riportata dal Wall Street Journal, è stata successivamente confermata dalla Gates Foundation.
Le relazioni extraconiugali con due donne russe
Nel corso di un’assemblea, Gates ha ammesso di aver avuto relazioni extraconiugali con due donne russe, che però non erano vittime dei traffici sessuali di Epstein: una giocatrice di bridge, conosciuta durante un torneo, e una fisica nucleare, incontrata per motivi di lavoro. «Non ho fatto né visto nulla di illecito», ha dichiarato il miliardario, che ha raccontato di aver iniziato a frequentare Epstein nel 2011, dopo la condanna per aver indotto una minorenne alla prostituzione. Gates ha affermato di essere stato a conoscenza di alcuni dei problemi del finanziere, ma di non aver approfondito la questione. I due, stando a quanto raccontato, si vedevano anche per discutere l’espansione delle attività filantropiche del fondatore di Microsoft: Gates ha detto che è stato un enorme errore passare del tempo con Epstein e coinvolgere dirigenti della fondazione in riunioni con lui.
Bill Gates (Ansa).
Ha ancora smentito di essere stato sull’isola di Epstein
Gates ha inoltre affermato di aver volato con Epstein sul jet privato “Lolita Express” e di aver trascorso del tempo con lui in Germania e Francia, ma anche tra New York e Washington, senza però mai visitare la sua isola. In due bozze di e-mail indirizzate a se stesso risalenti al 2013, Epstein affermava di aver organizzato incontri per il miliardario e di averlo aiutato a ottenere farmaci per nascondere alla moglie un’infezione sessualmente trasmissibile. Gates, dal canto suo, ha respinto con forza queste accuse definendole «false». Durante l’incontro con i dipendenti della fondazione, il fondatore di Microsoft ha dichiarato di aver incontrato Epstein l’ultima volta nel 2014. E, in seguito, di non aver più risposto alle sue e-mail.
Dazi, economia e guerre al centro del discorso che Donald Trump ha pronunciato al Congresso sullo Stato dell’Unione. È stato l’intervento di questo tipo più lungo della storia – è durato quasi due ore -, battendo il record di Bill Clinton che parlò per circa 90 minuti. Alcuni deputati democratici hanno anche lasciato l’Aula.
Le critiche alla Corte suprema: «Sui dazi decisione infelice»
L’America a 250 anni: forte, prospera, rispettata era il tema ufficiale del discorso, una celebrazione dei 250 anni dall’indipendenza che si festeggiano a luglio. «Il nostro paese è tornato più grande, più forte e più ricco che mai» sono state le prime parole del presidente. «Non torneremo indietro, questa è l’età dell’oro dell’America», ha aggiunto sostenendo che gli Stati Uniti non siano mai stati così rispettati. Al suo ingresso nell’aula della Camera, Trump ha stretto la mano a tutti e quattro i membri della Corte suprema che erano presenti, nonostante le dure critiche rivolte agli stessi giuristi pochi giorni prima dopo la decisione sui dazi adottata contro di lui. L’istituzione non è stata comunque risparmiata durante il suo intervento: «La Corte ha emesso una decisione infelice. La buona notizia è che quasi tutti i Paesi e le aziende vogliono mantenere l’accordo, sapendo che il potere legale che possiedo potrebbe rendere l’accordo molto peggiore per loro. Continuiamo a procedere lungo la strada giusta. Nonostante questa deludente sentenza, questi dazi a tutela della pace rimarranno in vigore. Sono stati testati a lungo, non sarà necessaria alcuna azione del Congresso. I dazi solleveranno il grande onere finanziario dal popolo che amo».
Sulla politica internazionale: «Ho fatto finire otto guerre»
Nei miei primi 10 mesi «ho messo fine a otto guerre», ha continuato Trump, citando Cambogia-Thailandia, Pakistan-India, Kosovo-Serbia, Israele-Iran, Egitto-Etiopia, Armenia-Azerbaigian, Congo-Ruanda e il conflitto a Gaza. Per questo ha ringraziato gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner e il segretario di Stato Marco Rubio: «Credo che sarà il migliore segretario di Stato di sempre». Quanto all’Ucraina, gli Stati Uniti «stanno lavorando molto duramente per porre fine alla nona guerra, quella fatta di uccisione e stragi in corso tra Russia e Ucraina, dove ogni mese muoiono 25 mila soldati». «La guerra non sarebbe mai iniziata sotto la mia presidenza», ha detto.
Iran e nucleare, con la risposta di Teheran
Il presidente Usa si è infine soffermato sull’Iran, sostenendo che «sta sviluppando missili in grado di colpire l’Europa e gli Stati Uniti». «Non permetterò mai che abbia il nucleare», ha aggiunto. A stretto giro è arrivata la reazione del governo di Teheran, con il ministro degli Esteri che ha respinto le affermazioni di Trump definendole «grandi bugie». «Qualunque cosa stiano affermando riguardo al programma nucleare iraniano, ai missili balistici iraniani e al numero di vittime durante i disordini di gennaio, è semplicemente la ripetizione di grandi bugie», ha dichiarato il portavoce del ministero Esmaeil Baqaei su X.
Professional liars are good at creating the 'illusion of truth.'
"Repeat a lie often enough and it becomes the truth”, is a law of propaganda coined by Nazi Joseph Goebbels. This is now systematically used by the U.S. administration and the war profiteers encircling it,…
Recentemente a Stoccarda la Cdu ha rieletto Friedrich Merz come suo presidente. Al congresso il cancelliere ha incassato il 91,2 per cento dei voti, migliorando il risultato rispetto al 2024. Una cifra molto positiva, che arriva esattamente un anno dopo la vittoria dei conservatori alle elezioni anticipate del 2025. In realtà all’interno del primo partito di governo le cose non vanno proprio come dovrebbero, anche se Merz è riuscito nel mantenere unite le correnti, salvando la facciata. Gli ultimi 12 mesi sono stati per la Cdu e la Spd, che guidano il Paese a braccetto nella Große Koalition, non privi di difficoltà e la Germania, nonostante le promesse di cambiamento e rilancio, è ancora ferma al palo.
Friedrich Merz (Ansa).
Merz assicura che il 2026 sarà l’anno della ripartenza
Lo stesso cancelliere a Stoccarda ha ricordato di essere finito nel mirino per obiettivi definiti eccessivamente ambiziosi e per non aver soddisfatto le aspettative. «Forse non abbiamo chiarito abbastanza rapidamente, dopo il cambio di governo, che non saremmo stati in grado di realizzare questo enorme sforzo di riforme dall’oggi al domani», ha ammesso Merz, cercando di giustificare l’immobilità politica e le difficoltà economiche attuali. Così ha ri-promesso che questo sarà l’anno della ripartenza. Il problema è che sino a ora a livello concreto poco è stato fatto e le riforme annunciate, dalla sanità alle pensioni, passando per il fisco e tutti i provvedimenti teorizzati per rilanciare l’economia, devono ancora essere messe in atto.
L’industria accusa la Groko di perdere tempo
Intanto la protesta dell’industria si fa sempre più forte e, come ha ben sintetizzato Jörg Krämer, capo economista della Commerzbank, «lo Stato spende molti soldi, ma le aziende non ottengono le riforme di cui hanno bisogno». Il rischio maggiore per la crescita economica tedesca sta proprio nella mancanza di consenso all’interno del governo federale sull’urgenza delle riforme strutturali. Insomma, Cdu e Spd stanno perdendo tempo, mentre il Paese barcolla.
L’incognita delle regionali e l’avanzata dell’AfD
Non solo: le elezioni regionali in vista quest’anno, le prime in Baden Württenberg l’8 marzo, potranno intaccare la già precaria stabilità della Grande Coalizione. L’avanzata della destra radicale dell’Alternative für Deutschland, a Est come a Ovest, pone pesanti incognite sul futuro. Finora l’AfD è rimasta ai margini dei giochi politici, con i partiti tradizionali fermi nella sua esclusione da ogni alleanza, ma è proprio nella Cdu di Merz che da tempo serpeggiano i dubbi sulla conventio ad excludendum; il cancelliere durante il congresso ha respinto categoricamente qualsiasi ammorbidimento della posizione attuale nei confronti dell’AfD, ma non ha affrontato il vero problema: secondo gli ultimi sondaggi delle elezioni regionali autunnali in Meclemburgo-Pomerania Anteriore e in Sassonia-Anhalt, i partiti centristi (Cdu, Spd, Verdi e Liberali) non avrebbero la maggioranza senza l’AfD o la Linke, il partito della sinistra estrema. Per Merz, che ha escluso qualsiasi cooperazione con entrambe le formazioni, il rebus dunque rimane.
Alice Weidel e Tino Chrupalla, leader della AfD (Ansa).
La Spd arretra in Baden-Württenberg e per Merz non si mette bene
Per l’appuntamento in Baden Württenberg le prospettive sembrano migliori. I numeri della vigilia che danno la Cdu stabile intorno al 29 per cento, anche se il vantaggio rispetto ai Verdi, molto forti nella regione, è andato via via sfumando e dai 16 punti del 2024 è passato alla manciata attuale, con i Grünen che viaggiano sul 23 per cento, trainati dal candidato di punta Cem Özdemir, ex leader dei Verdi e ministro Federale dell’Agricoltura, che mira a succedere a Winfried Kretschmann, collega di partito e attuale governatore a Stoccarda.
Cem Ozdemir (Ansa).
Se i Verdi in Baden-Württemberg sono lontani dal loro risultato record del 32,6 per cento alle elezioni del 2021, anche qui l’AfD, sebbene non pericolosa per le alleanze locali, è data in ascesa e col 20 per cento e raddoppierebbe il risultato del partito rispetto a quattro anni fa quando prese il 9,7 per cento. Gli estremisti di destra non sono ai livelli dell’Est, dove il partito di Chrupalla e Weidel velegfia oltre il 30-35 per cento, ma hanno costituito ormai uno zoccolo duro che va oltre la semplice protesta. Le Regionali dell’8 marzo segneranno con grande probabilità un altro arretramento dei socialdemocratici, in caduta libera sotto il 10 per cento, e un indebolimento ulteriore del secondo partito di governo a Berlino. Per il cancelliere Merz non è proprio un buon viatico per i progetti di coalizione che in autunno, in caso di due trionfi dell’AfD in Meclemburgo e Sassonia, potranno saltare definitivamente con la fine della Groko.
Secondo fonti a conoscenza del dossier, proprio mentre gli Stati Uniti stanno schierando una vasta forza navale nel Mar Arabico in vista di possibili attacchi alla Repubblica Islamica, l’Iran è vicino a un accordo con la Cina per l’acquisto di missili supersonici antinave. Lo riporta Reuters.
Le caratteristiche dei missili CM-302
L’accordo riguarda la fornitura di missili CM-302: di fabbricazione cinese, hanno una gittata di circa 290 chilometri e sono progettati per eludere le difese navali volando bassi e veloci. Il loro dispiegamento, evidenziano gli esperti, aumenterebbe significativamente le capacità d’attacco dell’Iran e rappresenterebbe una minaccia per le forze navali statunitensi nella regione. I missili CM-302, scrive Reuters, sarebbero tra i più avanzati equipaggiamenti militari mai trasferiti all’Iran dalla Cina e rappresenterebbero una sfida all’embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite per la prima volta nel 2006, sospeso nel 2015 e poi reintrodotto a settembre del 2025.
I negoziati vanno avanti da almeno due anni
I negoziati con la Cina per l’acquisto di sistemi d’arma missilistici, secondo le fonti di Reuters, sono iniziati almeno due anni fa e hanno subito una forte accelerazione dopo la guerra di 12 giorni tra Israele e Iran di giugno 2025, grazie al viaggio a Pechino di Massoud Oraei, viceministro della Difesa iraniano. Le fonti non hanno rivelato il numero di missili coinvolti nel potenziale accordo, né quanto l’Iran abbia accettato di pagare e nemmeno se la Cina abbia in qualche modo cercato di frenare l’intesa, viste le crescenti tensioni nella regione.
Volodymyr Zelensky si è rivolto agli ucraini e al mondo intero nel quarto anniversario dell’invasione russa. Lo ha fatto con un lungo videomessaggio, in cui viene mostrato anche l’ufficio e i tunnel del bunker di Kyiv dove ha trascorso la maggior parte del tempo nelle fasi iniziali dell’operazione militare di Mosca.
Cosa ha detto Zelensky nel videomessaggio
«Oggi sono esattamente quattro anni da quando Vladimir Putin ha conquistato Kyiv in tre giorni». Zelensky avvia così i 19 minuti del video, che inizialmente lo vede seduto alla scrivania del suo ufficio: «Il nostro popolo non ha issato bandiera bianca, ma ha difeso quella blu e gialla. E gli occupanti, che pensavano di essere accolti da file di fiori, hanno visto file agli uffici di reclutamento militare. Il nostro popolo ha scelto la resistenza».
«Ho lavorato qui, poi sono salito di sopra, mi sono rivolto a voi, al popolo. La nostra squadra era qui, il governo, incontri quotidiani con i militari, telefonate, ricerca di soluzioni: tutto il necessario per la sopravvivenza dell’Ucraina», racconta Zelensky. E poi: «Poche cose scaldano i cuori degli ucraini più delle immagini di installazioni militari nemiche e raffinerie di petrolio in fiamme. Quando è successo per la prima volta ha fatto notizia. Oggi è la normalità». Il capo della Bankova è poi passato a un’affermazione a metà tra l’invito e la frecciata a Donald Trump: «Voglio davvero venire qui un giorno con il presidente degli Stati Uniti. Solo visitando l’Ucraina e toccando con mano la nostra gente e questo mare di dolore, solo allora potrà capire cos’è veramente questa guerra. E chi è l’aggressore». Infine: «Tutti vogliamo che la guerra finisca. Ma nessuno permetterà che finisca l’Ucraina. Vogliamo la pace. Una pace forte, dignitosa e duratura».
La polizia britannica ha rilasciato su cauzione Peter Mandelson, l’ex ministro ed ex ambasciatore negli Stati Uniti che era stato arrestato il 23 febbraio il suo coinvolgimento nel caso Epstein. Era finito dietro le sbarre con la stessa accusa dell’ex principe Andrea: condotta illecita nell’esercizio di funzioni pubbliche. Mentre era al potere nei primi Anni Duemila, Mandelson – considerato l’eminenza grigia dei governi laburisti di Tony Blair – avrebbe girato a Jeffrey Epstein (così come ad altri finanzieri) informazioni governative segrete, utilizzabili a scopo di lucro.
La sede di Scotland Yard (Ansa).
Di cosa è accusato Mandelson, ex eminenza grigia Labour
Il fermo per Mandelson era scattato dopo le perquisizioni nelle sue proprietà a Londra e nel Wiltshire, sud-ovest dell’Inghilterra: dalle email pubblicate negli Stati Uniti sul caso Epstein sono emerse fughe di informazioni riservate, risalenti al biennio 2009-2010, relative alla stretta fiscale ai bonus dei banchieri e al maxi-intervento da 500 miliardi di euro dell’Ue per il salvataggio degli istituti di credito dopo il crac di Lehman Brothers.
Peter Mandelson e Jeffrey Epstein (Ansa).
Mandelson non è più ambasciatore da settembre
L’arresto di Mandelson era arrivato a pochi mesi la rimozione dall’incarico diplomatico a Washington, avvenuta a settembre, dopo che erano venuti alla luce maggiori dettagli sul legame con Epstein, morto suicida in carcere nel 2019: in alcune email il diplomatico espresse solidarietà e vicinanza all’uomo d’affari dopo il suo arresto per traffico di minori. All’inizio di febbraio, Scotland Yard ha poi avviato un’indagine su Mandelson: quest’ultimo si era dimesso anche dal Partito Laburista (di cui è stato a lungo uno degli esponenti più importanti) e dalla Camera dei Lord.
Il governo di Starmer è sempre più sotto pressione
Ovviamente, l’arresto di Mandelson sta mettendo sotto enorme pressione il governo di Keir Starmer, che peraltro ha già perso dei pezzi. Domenica 8 febbraio si è dimesso infatti il capo di gabinetto Morgan McSweeney, che aveva fortemente insistito col premier affinché Mandelson (suo amico ed ex ministro) ottenesse l’incarico di ambasciatore a Washington, nonostante i conclamati rapporti intrattenuti da quest’ultimo con Epstein anche dopo la prima condanna inflitta al finanziere americano per traffico sessuale.
Alle 6 di martedì 24 febbraio 2026 sono entrati in vigore i nuovi dazi globali del 10 per cento annunciati dal presidente statunitense Donald Trump. Questa nuova imposta, introdotta con un decreto firmato venerdì dopo la sentenza della Corte suprema che ha bocciato le tariffe preesistenti, sostituisce le cosiddette reciprocal tariffs e i balzelli legati al flusso di fentanyl (per Canada, Messico e Cina) stabiliti citando la legge di emergenza economica e bocciati dalla giustizia Usa. Non sostituisce invece i dazi doganali cosiddetti settoriali, che vanno dal 10 al 50 per cento su una serie di settori come il rame, l’automobile o il legno da costruzione, che non erano interessati dalla decisione della Corte. L’agenzia per la protezione delle dogane e delle frontiere ha interrotto la riscossione dei dazi imposti ai sensi dell’International emergency economic powers act dichiarati illegali dai giudici. I nuovi dazi resteranno in vigore per 150 giorni, fino alla fine di luglio. Se Trump decidesse di prolungarli dovrebbe a quel punto ricorrere al Congresso.
Dazi al 10 e non al 15 per cento
Dopo la firma del decreto con dazi al 10 per cento, il tycoon aveva annunciato su Truth che avrebbe alzato l’aliquota al 15 per cento. Questo aumento, però, non è ancora stato formalizzato, quindi per ora vale il provvedimento firmato con tariffe al 10 per cento.
Kirill Budanov, capo di gabinetto di Volodymyr Zelensky, ha annunciato che entro questa settimana potrebbe avere luogo un nuovo ciclo di colloqui volti a porre fine alla guerra in Ucraina, indicando come possibili date giovedì 26 e venerdì 27 febbraio. «Siamo attualmente in fase di preparazione. È una questione di protocollo: quando, chi verrà e così via. Tutte e tre le parti devono essere d’accordo su questo. Anzi quattro parti, incluso chi ospita», ha detto Budanov. Le parti in causa sono l’Ucraina e la Russia, ovviamente, a cui si aggiungono gli Stati Uniti e la Svizzera, che dovrebbe ospitare ancora i colloqui a Ginevra. Budanov, parlando con i giornalisti, ha affermato che non ci sono ancora dettagli su un possibile incontro tra i presidenti di Ucraina e Russia. «Abbiamo sollevato la questione», ha detto, aggiungendo che Mosca non ha ancora fornito una risposta. Dall’inizio dell’anno Russia e Ucraina hanno tenuto diversi round di colloqui con la partecipazione degli Usa: anche l’ultimo (17-18 febbraio) si è svolto a Ginevra.
Nuove accuse contro l’ex principe Andrea, arrestato e poi rilasciato con l’accusa di cattiva condotta in pubblico ufficio. Alcuni ex alti funzionari britannici hanno dichiarato alla Bbc che l’uomo addebitava regolarmente ai contribuenti del Regno Unito spese personali per «massaggi» e costi di viaggio «eccessivi» durante il suo mandato come inviato speciale per il Commercio nel periodo dal 2001 al 2011.
Una fonte: «I vertici del ministero mi scavalcarono e il conto fu saldato con soldi pubblici»
Un ex dipendente del ministero del Commercio, che ha chiesto di rimanere anonimo, ha rivelato all’emittente pubblica di essersi opposto a suo tempo alla richiesta di rimborso per «servizi di massaggio» presentata da Andrea dopo una missione in Medio Oriente, ritenendola inappropriata. «Dissi chiaramente che non dovevamo pagare, ma i vertici del ministero mi scavalcarono e il conto fu saldato comunque con soldi pubblici», ha rivelato la fonte. Il ministero chiamato in causa non ha smentito le accuse, limitandosi a rimandare all’inchiesta di polizia in corso.
Il depresso mondo dell’editoria, tra il fantastiliardario Jeff Bezos che licenzia centinaia di giornalisti al Washington Post, e John Elkann che mette in vendita Repubblica e tutto il gruppo Gedi, non è solo una geremiade di copie in calo e un declino inarrestabile. Dalla Gran Bretagna arriva una notizia: lo Spectator, periodico di riferimento dell’area Tory e dell’alta borghesia intellettuale, ha toccato il numero più alto di sempre di abbonati. E non è un record qualsiasi perché la rivista è il settimanale più antico del mondo: da quasi 200 anni infatti esce puntualmente ogni settimana.
John Elkann (Ansa).
In 10 anni gli abbonamenti sono passati da 40 mila a 120 mila
L’autorevole testata, famosa per le sue copertine di vignette, solo pezzi di analisi e commenti senza foto o immagini, veleggia poco sotto i 120 mila abbonati, mentre 10 anni fa languiva attorno alle 40 mila copie. Sono numeri da far invidia a un quotidiano, in un Paese come l’Italia dove il Corriere della Sera è l’unico giornale sopra le 100 mila copie (secondo i dati ADS dello scorso dicembre) e dove peraltro ancora una grossa fetta di abbonati è su carta. Oltremanica la cadenza ogni sette giorni piace perché, in un mondo dove tutto passa per lo schermo del telefonino, il lettore sente il bisogno di sfrondare e capire la realtà. E sfogliare la carta aiuta.
La scommessa dell’editore
Il record, mentre gli altri settimanali inglesi sono fermi o in calo (l’Economist, la cui prima azionista è ancora la Exor di Elkann, è stabile attorno alle 160 mila copie in abbonamento) arriva peraltro dopo una fase di forte incertezza: negli ultimi anni, lo Spectator era stato di proprietà dei gemelli Barclay, tra gli uomini più ricchi d’Inghilterra, che detenevano anche il quotidiano Daily Telegraph, anch’esso voce, ma più popolare, del mondo conservatore. Ma la famiglia Barclay è finita travolta dai debiti e da litigi interni, il gruppo è stato pignorato dalle banche, e i giornali sono stati messi in vendita per fare cassa. Lo Spectator è così finito in mano alla finanziere d’assalto Sir Paul RoderickClucas Marshall. Sembrava una mossa azzardata, tanto più perché il nuovo editore aveva scelto come direttore un uomo senza esperienza di carta stampata: l’ex deputato Tory Michael Gove (un po’ come quando l’ex premier Matteo Renzi divenne direttore del Riformista). Ma, contro ogni aspettativa, Gove ha dato una sterzata al settimanale, su una posizione di feroce critica all’attuale governo laburista, portandolo a livelli mai visti, cosa che conferma una verità fondamentale del mondo dell’editoria: il giornale d’opposizione premia sempre.
Michael Gove (Ansa).
La rivincita del settimanale
Dati per morti, perché dinosauri fuori tempo nel mondo dell’informazione in tempo reale e dei social media, i settimanali hanno invece ancora un futuro e il caso dello Spectator indica la via: giornalismo di qualità, firme, cura estrema degli articoli e della scrittura, argomenti mai banali e senza paura di andare contro-corrente. I giornali italiani dovrebbero prendere nota.
Al via il nuovo governo in Olanda. L’esecutivo di minoranza formato dai progressisti del D66, dai liberali del Vvd e dai cristiano-democratici del Cda ha giurato davanti al re, aprendo una nuova fase politica. A guidarla è Rob Jetten, il più giovane primo ministro nella storia olandese. Il leader del D66, classe 1987, europeista e paladino dei diritti civili, aveva ottenuto una vittoria a sorpresa alle elezioni del 22 ottobre, superando l’ultradestra di Geert Wilders.
È stato ministro del Clima e dell’energia nel quarto governo Rutte
Rob Jetten (Ansa).
Nato il 25 marzo 1987 a Veghel, nel Brabante Settentrionale, Jetten ha studiato presso l’Università Radboud di Nimega, ottenendo un bachelor of arts e poi un master of arts in Pubblica amministrazione. Tra il 2008 e il 2009 è stato presidente nazionale dei Giovani democratici, organizzazione giovanile del D66, mentre nel 2010 è stato eletto come membro del consiglio comunale di Nimega, rimanendo in carica fino al 2017 in qualità anche di capogruppo del partito. Durante le elezioni legislative del 2017 è stato eletto alla Tweede Kamer nelle file del D66 e nel 2018 è stato nominato capogruppo alla seconda camera del parlamento, diventando il più giovane a ricoprire tale carica. Come membro del parlamento è stato tra i principali fautori della legge sul clima tanto da essere stato soprannominato “klimaatdrammer”. Nel 2022 è entrato a far parte del quarto governo Rutte come ministro senza portafoglio del Clima e dell’energia. L’anno successivo è diventato leader dei Democratici 66 succedendo a Sigrid Kaag. Nel 2024 è subentrato a quest’ultimo come ministro delle Finanze (rimanendo in carica per pochi giorni).
In attesa di capire se arriveranno risultati tangibili dal nuovo round di colloqui con Teheran previsti giovedì 26 febbraio a Ginevra, Donald Trump continua a valutare la possibilità di un attacco mirato sull’Iran, per ammorbidire la posizione del regime degli ayatollah sul nucleare. La tensione lungo l’asse Washington-Teheran continua a salire. Il punto.
Fissati nuovi colloqui: l’Iran però tarda a consegnare la bozza di accordo
Il New York Times ha definito quelli di giovedì, annunciati dal mediatore dell’Oman, come «negoziati disperati per evitare un conflitto militare». I colloqui sono stati fissati, ma sono in ogni caso subordinati a una condizione: la consegna da parte dell’Iran, entro 48 ore, di una bozza di accordo agli inviati americani. Venerdì 20 febbraio il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, intervistato da Msnbc, aveva annunciato che «entro due o tre giorni» avrebbe sottoposto alle sue controparti statunitense la proposta di Teheran per un accordo sul nucleare.
Abbas Araghchi (Ansa).
Trump sarebbe comunque propenso a un iniziale attacco mirato
Secondo quanto riporta il New York Times citando fonti vicine alla Casa Bianca, Trump ha detto ai suoi consiglieri che, se la diplomazia o un iniziale raid mirato degli Usa non indurranno l’Iran a cedere alle richieste statunitensi di rinunciare al programma nucleare, allora prenderà in considerazione un attacco molto più grande nei prossimi mesi, volto a estromettere i leader della Repubblica Islamica. Un attacco iniziale Usa, scrive il Nyt, potrebbe avere come obiettivo il quartier generale del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, così come alcuni siti nucleari del Paese. Se il raid immediato (verrso cui Trump è comunque propenso) non dovesse convincere Teheran, gli Usa inizierebbero a lavorare a un massiccio attacco militare entro la fine del 2026, con l’obiettivo di rovesciare l’ayatollah Ali Khamenei. Intanto Washington sta rafforzando la potenza di fuoco nella regione.
Donald Trump (Ansa).
L’Iran: «Pronti a colpire la basi degli Stati Uniti nella regione»
«Credo che ci sia ancora una buona possibilità di avere una soluzione diplomatica che sia una vittoria per entrambi», ha detto Araghchi in un’intervista a Cbsnews, in vista dei nuovi colloqui. Poi ha aggiunto: «Se gli Stati Uniti ci attaccheranno, allora noi avremo tutto il diritto di difenderci. O nostri missili non possono colpire il suo americano e quindi dovremo colpire qualcos’altro le basi americane nella regione». Nel corso degli ultimi colloqui a Ginevra, Teheran ha aperto alle ispezioni dell’Aiea nei siti nucleari della Repubblica Islamica, compresi quelli sotterranei, ma ha blindato il suo programma missilistico, sul quale non intende fare concessioni. L’Iran inoltre si è detto disposto a discutere di limitazioni al suo programma nucleare solo in cambio di un allentamento delle sanzioni Usa, che stanno mettendo in ginocchio l’economia del paese, escludendo però l’arricchimento zero dell’uranio.
Manifesto dell’ayatollah Khamanei a Teheran (Ansa).
Khamenei intanto prepara piani di emergenza in caso di sua uccisione
Intanto, scrive il Nyt, l’ayatollah Khamenei ha impartito istruzioni per designare la linea di successione dell’attuale leadership in caso di sua uccisione durante eventuali attacchi da parte degli Stati Uniti o di Israele La Guida suprema dell’Iran avrebbe previsto «quattro livelli di avvicendamento» per tutte le cariche militari e politiche più importanti. Khamenei avrebbe affidato il compito di «garantire la sopravvivenza della Repubblica Islamica» a un suo uomo di massima fiducia: il responsabile della sicurezza nazionale Ali Larijani, ex comandante delle Guardie Rivoluzionarie, che di recente ha supervisionato la brutale repressione delle proteste popolari nel Paese. Non essendo un alto esponente del clero sciita, Larijani difficilmente sarà il successore di Khamenei a capo della teocrazia iraniana. Tuttavia sarebbe lui a gestire in prima persona la crisi.
Le forze di sicurezza del Messico hanno annunciato l’uccisione del narcos Nemesio Oseguera Cervantes, noto come «El Mencho». A capo della banda criminale più temuta del paese (il Cartel Jalisco Nueva Generacion), aveva 59 anni ed era il narcotrafficante più ricercato e temuto del Paese. L’operazione ha fatto scoppiare scontri violentissimi tra bande di narcos e forze di polizia che hanno causato almeno 26 morti, tra cui una donna al terzo mese di gravidanza, 17 agenti delle forze dell’ordine e otto criminali. L’amministrazione Trump, che aveva messo una taglia da 15 milioni di dollari sulla cattura di Oseguera Cervantes, si è congratulata per l’operazione. Secondo alcuni media, avrebbe contribuito al blitz fornendo un supporto in termini di aviazione e intelligence – notizia però non confermata da Washington.
Scontri in Messico dopo l’uccisione di El Mencho (Ansa).
Ha stabilito rotte di narcotraffico in tutto il mondo
Figlio di contadini emigrati in California e con un passato in polizia, «El Mencho» guidava il cartello Jalisco Nueva Generación dedito all’esportazione negli Stati Uniti di metanfetamine, cocaina e fentanyl nonché all’estorsione. Brian McKnight, dirigente della Dea americana (Drug enforcement administration), l’aveva definito il nuovo «nemico pubblico numero uno», in grado di controllare l’80 per cento della droga che arriva in una città come Chicago e di un terzo dell’intero import di stupefacenti negli Usa. Scissosi dal gruppo di Sinaloa di El Chapo, ha stabilito rotte di narcotraffico in sei continenti e ora ha una roccaforte proprio nella capitale dell’Illinois, hanno spiegato gli investigatori della Dea. Secondo i servizi segreti messicani, è stato responsabile dell’escalation terrorista contro i militari e le forze dell’ordine in diverse città messicane a partire dal 2015.
L’Iran prova a sventare la minaccia di un massiccio attacco degli Stati Uniti. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, in un’intervista al programma Morning Joe dell’emittente americana Msnbc, ha infatti annunciato che «entro due o tre giorni» sottoporrà alle sue controparti statunitense la proposta di Teheran per un accordo sul nucleare: «Dopo il via libera finale dei miei superiori, la bozza sarà consegnata a Steve Witkoff».
Gli Stati Uniti non avrebbero chiesto l’arricchimento zero dell’uranio
Araghchi ha poi spiegato che Witkoff e l’altro negoziatore Usa, Jared Kushner, nel corso dell’ultimo round di colloqui che si è tenuto a Ginevra non hanno chiesto all’Iran lo stop completo all’arricchimento dell’uranio. «Ora stiamo parlando di come garantire che il programma nucleare iraniano, compreso l’arricchimento, sia pacifico e lo rimanga per sempre», ha aggiunto.
I colloqui di Ginevra sulla stampa sul Tehran Times (Ansa).
Washington intensifica intanto il dispiegamento militare in Medio Oriente
L’attacco americano, va detto, resta tutt’altro che un’ipotesi campata in aria. Gli Stati Uniti stanno infatti intensificando il dispiegamento navale e aereo in Medio Oriente. La portaerei USS Gerald R. Ford, la più grande al mondo, è infatti entrata nelle acque del Mar Mediterraneo. E lo stesso ha fatto il cacciatorpediniere USS Mahan, parte integrante del gruppo da battaglia guidato dalla Ford.
La Corte suprema degli Stati Uniti si è pronunciata contro i dazi imposti dal presidente Donald Trump nel 2025. I giudici hanno ritenuto che il tycoon sia andato oltre la sua autorità imponendo tariffe attraverso una legge riservata all’emergenza nazionale, il provvedimento del 1977 denominato International emergency economic powers act (Ieepa) che conferisce al presidente il potere di regolamentare il commercio in risposta a un’emergenza, che Trump aveva evocato per “giustificare” alcuni dazi – la prima volta nel febbraio 2025 per tassare le merci provenienti da Cina, Messico e Canada, affermando che il traffico di droga da quei paesi costituiva un’emergenza, poi ad aprile, ordinando prelievi dal 10 al 50 per cento sulle merci provenienti da quasi tutti i paesi del mondo. «Riteniamo che l’Ieepa non autorizzi il presidente a imporre tariffe», si legge nella sentenza. Secondo i giudici, il presidente non poteva utilizzare i suoi poteri esecutivi per imporre le tariffe doganali ma sarebbe stata necessaria una decisione del Congresso.
La Corte si è pronunciata con una maggioranza di 6-3
La Corte si è espressa contro i dazi con una maggioranza di 6-3. I tre giudici liberali Ketanji Brown Jackson, Elena Kagan e Sonia Sotomayo, insieme ai tre giudici conservatori Amy Coney Barrett, Neil Gorsuch e John Roberts, hanno votato per abbattere le tariffe. I giudici Brett Kavanaugh, Samuel Alito e Clarence Thomas hanno dissentito.
La reazione delle Borse
Wall Street ha risposto rapidamente e positivamente alla sentenza della Corte. Ecco come si comportano i principali indici:
«Visto l’enorme interesse dimostrato», Donald Trump ordinerà al segretario della Guerra Pete Hegseth ee ad altri dipartimenti e agenzie competenti Usa di «avviare il processo di identificazione e pubblicazione dei file governativi relativi alla vita aliena ed extraterrestre, ai fenomeni aerei non identificati (Uap) e agli oggetti volanti non identificati (Ufo) e a qualsiasi altra informazione collegata a queste questioni altamente complesse». Lo ha annunciato lo stesso Trump su Truth: poco prima, parlando con i giornalisti, il presidente Usa aveva accusato Barack Obama di aver rivelato informazioni riservate sulla possibile esistenza degli alieni, parlando di «grave errore» da parte dell’ex presidente democratico.
Cosa aveva detto Obama
Trump non ha specificato quali informazioni riservate Obama avesse rivelato. Questo perché, in effetti, l’ex presidente democratico non ha svelato alcun segreto, esprimendo casomai una convinzione personale. Durante un’intervista con il conduttore di podcast Brian Tyler Cohen, quando quest’ultimo ha chiesto a Obama se gli alieni siano reali, lui aveva risposto: «Esistono, ma non li ho visti e non sono tenuti nell’Area 51. Non ci sono strutture sotterranee, a meno che non ci sia una grande cospirazione tenuta nascosta al presidente degli Stati Uniti». Visto il clamore suscitato dalle sue dichiarazioni, Obama ha poi pubblicato su Instagram un post in cui ha spiegato di essersi «adeguato allo spirito del programma» e aggiungendo: «L’universo è così vasto che statisticamente ci sono buone probabilità di una vita là fuori. Ma le distanze tra i sistemi solari sono talmente grandi che le possibilità che gli alieni ci abbiano fatto visita sono basse. Non ho visto alcuna prova durante la mia presidenza che gli extraterrestri abbiano preso contatto con noi».
L’ex principe Andrea, arrestato all’alba di giovedì 19 febbraio, è stato rilasciato dopo 12 ore ed è tornato nella sua tenuta di Sandringham. È tipico delle persone arrestate per reati finanziari essere rilasciate dopo poco tempo, quindi non sorprende che lo sia stato anche lui, che rimane sotto inchiesta. Essere rilasciato sotto inchiesta significa che non è su cauzione, quindi non è soggetto a determinate condizioni. Tuttavia, può essere nuovamente arrestato o gli può essere chiesto di sottoporsi a ulteriori colloqui. Ora occorre attendere per vedere se il Crown prosecution service e la polizia ritengano che ci siano prove sufficienti per incriminarlo per un reato. In questo caso, si tratterebbe di cattiva condotta nell’esercizio della funzione pubblica.
La Polizia continua a raccogliere prove al Royal Lodge
La Bbc ha riferito che nella mattinata di venerdì 20 febbraio diversi veicoli senza contrassegni sono arrivati al Royal Lodge, l’ex residenza nel Berkshire dove Andrea viveva fino a poco tempo fa, mentre la polizia continua a lavorare nella residenza reale. Almeno due mezzi erano guidati da agenti di polizia in uniforme. Agli investigatori l’arduo compito di archiviare e registrare le prove, assegnare loro numeri di serie e creare un inventario degli oggetti sequestrati che probabilmente continuerà per ore e forse giorni.
«Credo non ci sia mai stato niente di più potente e prestigioso». Donald Trump ha aperto così la prima riunione del Board of Peacea Washington, dopo aver fatto alcuni accenni all’economia americana. «Quello che stiamo facendo è molto semplice, pace. Si chiama Consiglio della Pace, e si basa su una parola facile da dire ma difficile da produrre. Noi la realizzeremo. Stiamo facendo un ottimo lavoro e alcuni dei leader che sono con noi mi hanno aiutato molto già in questo primo anno», ha aggiunto. Al Board aderiscono una ventina di Paesi e poi ci sono i Paesi osservatori, tra cui l’Italia che è rappresentata dal ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani. «Non c’è nulla di più importante della pace e non c’è nulla di meno costoso della pace. Sapete, quando si va in guerra, costa cento volte di più di quanto costi fare la pace», ha continuato Trump.
Su cosa si focalizza la riunione
La prima riunione formale del Board è l’occasione per un aggiornamento sull’attuazione del Piano di pace in 20 punti dell’amministrazione americana e sui progetti d’investimento e di ricostruzione della Striscia. Vi partecipano il Capo del comitato tecnocratico palestinese, Ali Sha’at, l’Alto rappresentante per Gaza, Nickolay Mladenov, e la larga maggioranza dei membri del Board e degli osservatori, inclusi rappresentanti della presidenza cipriota dell’Ue e della Commissione Europea. La riunione si concentrerà sull’attrazione di investimenti per la ricostruzione di Gaza e sull’attuazione della seconda fase dell’accordo di pace.
Il presidente francese Emmanuel Macron ha chiesto alla premier Giorgia Meloni di smettere di «commentare ciò che sta accadendo altrove», con riferimento alla vicenda di Quentin Deranque, l’attivista ucciso in Francia su cui la leader di Fdi si era espressa il giorno prima. «Lasciate che tutti restino a casa e le pecore saranno ben custodite», ha ironizzato Macron da Nuova Delhi, a margine di una visita ufficiale in India. «Sono sempre colpito dal fatto che i nazionalisti, che non vogliono essere disturbati nel proprio Paese, siano i primi a commentare ciò che accade altrove», ha aggiunto. La premier Meloni aveva scritto su X che «la morte di un giovane di poco più di 20 anni, attaccato da gruppi legati all’estremismo di sinistra in un clima di odio ideologico diffuso in diversi Paesi, è una ferita per tutta l’Europa». Quentin è stato picchiato a morte da almeno sei persone di cui alcune riconducibili al movimento di sinistra radicale La Jeune Garde, che ha collegamenti diretti con La France Insoumise di Jean-Luc Melenchon.
L’uccisione del giovane Quentin Deranque in Francia è un fatto che sconvolge e addolora profondamente. La morte di un ragazzo poco più che ventenne, aggredito da gruppi riconducibili all’estremismo di sinistra e travolto da un clima di odio ideologico che attraversa diverse… pic.twitter.com/F7vzDhT9X8
Fonti di Palazzo Chigi hanno manifestato «stupore» per le parole di Macron, sottolineando che la presidente del Consiglio «ha espresso il suo profondo cordoglio e la sua costernazione per la drammatica uccisione del giovane Quentin Deranque e ha condannato il clima di odio ideologico che sta attraversando diverse nazioni europee». Dichiarazioni che, hanno aggiunto le stesse fonti «rappresentano un segno di vicinanza al popolo francese colpito da questa terribile vicenda e che non entrano in alcun modo negli affari interni della Francia».
Tajani: «L’omicidio di Quentin non ha confini e va condannato»
Sulla vicenda è intervenuto anche il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, ricordando come una simile vicenda non abbia confini e vada condannata indipendentemente da dove sia accaduta: «L’uccisione di un giovane attivista francese, per lo più in un contesto universitario, è un fatto grave che riguarda tutti, un episodio che va condannato senza esitazioni. Un omicidio che non ha confini, un monito a chi usa odio e violenza, a chi insulta e professa un linguaggio offensivo. Ci sono stati tanti Quentin in Italia. Alcuni nei periodi più bui della Repubblica. Ecco, condannare episodi come quello di Lione serve anche a questo, a far sì che non si ritorni ad un brutto passato anche in Italia. Perché la politica è soprattutto dialogo e confronto, anche con chi non la pensa come noi».
L’uccisione di un giovane attivista francese, per lo più in un contesto universitario, è un fatto grave che riguarda tutti, un episodio che va condannato senza esitazioni. Un omicidio che non ha confini, un monito a chi usa odio e violenza, a chi insulta e professa un linguaggio… pic.twitter.com/PO6kiOVoqS
Donald Trump sta pianificando di costruire nella Striscia di Gaza una base militare di oltre 1,5 chilometri quadrati e capace di ospitare fino a 5 mila soldati della futura Forza di stabilizzazione internazionale. Lo riporta il Guardian, che ha visionati documenti di appalto emessi dal Board of Peace. Il sito, secondo i progetti, sarà circondato da circondato da 26 torri di guardia blindate montate su rimorchi. Avrà poi un poligono di tiro e un magazzino per l’equipaggiamento militare. I piani prevedono inoltre la realizzazione di una rete di bunker, con elaborati sistemi di ventilazione, dove i soldati potranno ripararsi.
Donald Trump in visita a una base militare Usa (Imagoeconomica).
La base dovrebbe sorgere nella parte sud della Striscia
La base dovrebbe sorgere in una «distesa arida» nella parte meridionale della Striscia, un’area pesantemente colpita da bombardamenti dell’Idf: gran parte di questa porzione del territorio palestinese è attualmente sotto il controllo israeliano. Il Guardian scrive che un consorzio internazionale di imprese edili (con esperienza in zone di guerra) ha già visitato l’area. Nei documenti visionati dal giornale britannico c’è anche un “Protocollo sui resti umani”: nel caso venissero scoperti durante la costruzione della base, «tutti i lavori nelle immediate vicinanze devono cessare immediatamente, l’area deve essere messa in sicurezza e il responsabile degli appalti deve essere immediatamente informato per ricevere istruzioni», si legge.
Cosa farà la Forza internazionale di stabilizzazione
La Forza internazionale di stabilizzazione, secondo le Nazioni Unite, avrà il compito di proteggere il confine di Gaza e mantenere la pace all’interno della Striscia. Dovrebbe anche addestrare e supportare le forze di polizia palestinesi. Non è tuttavia chiaro quali sarebbero le regole di ingaggio in caso di nuovi bombardamenti da parte di Israele o di attacchi di Hamas. E nemmeno quale sarebbe il ruolo di questo contingente nel disarmo della milizia islamista, condizione posta da Tel Aviv per procedere con la ricostruzione di Gaza.