Cosa sappiamo dell’operazione Arctic Endurance in Groenlandia

Francia, Germania, Svezia e Norvegia hanno annunciato il 14 gennaio l’invio di militari in Groenlandia, territorio autonomo del Regno di Danimarca e ambito dagli Stati Uniti di Donald Trump. Una quindicina i soldati francesi già sbarcati a Nuuk e, come ha spiegato Emmanuel Macron, altri sono in arrivo. Il dispiegamento fa parte dell’operazione Arctic Endurance, che mira a rassicurare gli americani sulla sicurezza dell’isola, ma soprattutto a riaffermare il ruolo del territorio all’interno della sfera d’influenza europea, prevenendo qualsiasi interferenza. Ecco cosa sappiamo della missione.

La mobilitazione l’incontro alla Casa Bianca

Dopo il sostanziale buco nell’acqua del vertice alla Casa Bianca tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia, il ministro degli Esteri Lars Løkke Rasmussen ha parlato della creazione di un «gruppo di lavoro di alto livello» per cercare di conciliare le esigenze di sicurezza americane con l’integrità territoriale della Danimarca. Subito dopo il capo della Difesa Troels Lund Poulsen ha annunciato l’immediato dispiegamento di «ulteriori aerei, mezzi navali e truppe danesi in Groenlandia, nell’ambito di un’attività di addestramento ampliata», aggiungendo che l’iniziativa avrebbe incluso «forze alleate, l’impiego di jet da combattimento e lo svolgimento di compiti di sicurezza marittima».

Cosa sappiamo dell’operazione Arctic Endurance in Groenlandia
il ministro estero danese Lars Løkke Rasmussen e l’omologa groenlandese Vivian Motzfeldt (Ansa).

Quanti militari hanno inviato i singoli Paesi

Parigi, Berlino, Stoccolma e Oslo hanno detto sì a un’esplicita richiesta del governo di Copenaghen, che svolge alcune funzioni sovrane come la diplomazia e la protezione della Groenlandia. Ma gli alleati della Danimarca sono ben lungi dall’inviare intere brigate in Groenlandia. La Francia, come detto, ha spedito a Nuuk 15 militari, «specialisti d’alta quota» ed «esperti di climi freddi», come ha spiegato Olivier Poivre d’Arvor, ambasciatore per gli affari polari e oceanici. E Macron ha pure annunciato l’apertura di un consolato. L’esercito tedesco dovrebbe inviare 13 persone, stando a quanto dichiarato dalla Difesa, mentre la Norvegia – riporta l’emittente NRK – ha deciso di mandarne solo due. Tore Sandvik, ministro della Difesa, ha detto all’agenzia di stampa VG che «è attualmente in corso un dialogo all’interno della Nato sulle modalità per rafforzare la sicurezza nell’Artico, in particolare in Groenlandia e nelle sue vicinanze», precisando che «non sono ancora state raggiunte conclusioni». Per quanto riguarda la Svezia, Stoccolma non ha specificato il numero di uomini inviati, limitandosi a spiegare che quelli giunti in Groenlandia «sono disarmati».

Lo spiegamento è modesto, ma «senza precedenti»

Un diplomatico europeo ha affermato che hanno detto sì alla Danimarca anche Paesi Bassi e Canada: Ottawa ha però smentito, Amsterdam non ha commentato. Questo modesto dispiegamento di soldati europei, ha sottolineato Poivre d’Arvor, è tuttavia «senza precedenti». Si tratta infatti di una mobilitazione di Paesi Nato per far fronte non alle minacce rappresentate da Russia e Cina, ma a quelle messe nero su bianco dagli Stati Uniti, pilastro dell’organizzazione di cooperazione militare, che non vogliono davvero la Groenlandia per questioni di sicurezza o, almeno, non solo per tale motivo.

Cosa sappiamo dell’operazione Arctic Endurance in Groenlandia
Donald Trump (Ansa).

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L’operazione scontenta sia gli Stati Uniti sia la Russia

In questo caos c’è una certezza: l’operazione Arctic Endurance è riuscita a scontentare in un colpo solo sia la Casa Bianca sia il Cremlino. Tramite l’ambasciata a Bruxelles, la Russia si è infatti detta «seriamente preoccupata» per l’invio di altre truppe Nato in Groenlandia: «Invece di portare avanti un lavoro costruttivo nell’ambito delle istituzioni esistenti, in particolare il Consiglio dell’Artico, la Nato ha deciso la strada di una militarizzazione accelerata del Nord e il rinforzo della sua presenza militare con il pretesto immaginario di una minaccia crescente da parte di Mosca e Pechino», si legge in una nota.

Via libera al testo di maggioranza sull’Ucraina, due leghisti votano contro

Via libera dell’Aula della Camera alla risoluzione di maggioranza che impegna il governo a «continuare a sostenere l’Ucraina, in coordinamento con la Nato, l’Unione europea, i Paesi G7, e gli alleati internazionali, attraverso un contributo coerente con gli impegni assunti e finalizzato alla difesa della popolazione, delle infrastrutture critiche e in prospettiva alla sicurezza complessiva del continente europeo». La risoluzione è passata con 186 sì, 49 no e 81 astensioni. Tra i deputati contrari anche i due leghisti Rossano Sasso e Edoardo Ziello, oltre all’ex FdI Emanuele Pozzolo, oggi nel gruppo misto. Il segretario Matteo Salvini aveva radunato i suoi per fare un punto in vista del voto sugli aiuti all’Ucraina, indicando di esprimersi a favore in quanto il testo ha recepito le osservazioni della Lega (l’aggettivo “militari”, riferito agli aiuti, compare nelle premesse ma non negli impegni). Tuttavia, in due hanno votato “no”. «Al di là delle acrobazie lessicali, la sostanza non è cambiata», ha spiegato Ziello. «Sostenere l’Ucraina non significa voler prolungare il conflitto, significa evitare che la fine dell’ostilità si trasformi in una pace apparente e fragile, costruita sull’ingiustizia e destinata a spezzarsi nuovamente. Interrompere oggi il sostegno, l’aiuto all’Ucraina significherebbe rinunciare alla pace prima di averla costruita», ha detto il ministro della Difesa Guido Crosetto, nella sua informativa sugli aiuti a Kyiv.

Ue, ulteriore ribasso al price cap del petrolio russo

L’Unione europea ha deciso di rivedere al ribasso il limite massimo al prezzo del petrolio russo, stabilendo che dal 1° febbraio il tetto scenderà a 44,10 dollari al barile, rispetto ai 47,60 dollari attualmente in vigore. La modifica è legata all’attivazione di un nuovo meccanismo flessibile che prevede aggiornamenti periodici del price cap, calcolato in modo da restare inferiore del 15 per cento rispetto al valore medio di mercato del greggio Urals. Per accompagnare il passaggio al nuovo sistema senza creare effetti immediati, Bruxelles ha previsto una fase transitoria: i contratti conclusi sulla base del precedente limite potranno continuare a essere eseguiti per un periodo di 90 giorni a partire dal 15 gennaio.

Ue, ulteriore ribasso al price cap del petrolio russo
Ursula von der Leyen (Imagoeconomica).

Il nuovo assetto rientra nel pacchetto di sanzioni adottato dall’Ue dopo che il precedente tetto fisso di 60 dollari non aveva prodotto i risultati attesi. L’obiettivo è ridurre i proventi derivanti dalle esportazioni petrolifere della Russia, limitandone così le risorse disponibili per sostenere la guerra in Ucraina, senza però provocare squilibri nei mercati energetici internazionali. Il meccanismo prevede inoltre un controllo semestrale da parte della Commissione europea, con la possibilità di interventi anticipati qualora si registrassero variazioni significative nell’andamento del mercato del petrolio.

C’è chi dice no: i repubblicani contro i piani di Trump sulla Groenlandia

Sulla Groenlandia Donald Trump non vuole sentire ragioni. Un’ostinazione che, dopo il fallimento del vertice ‘diplomatico’ a Washington, agita non solo l’Europa – Francia, Svezia e Danimarca stanno inviando uomini sull’isola – ma anche il Partito repubblicano. Al Senato il Gop sta cercando di bloccare le mire espansionistiche del presidente, che prevedono come extrema ratio l’intervento militare. Secondo molti esponenti repubblicani, l’occupazione dell’isola artica da un lato minerebbe l’esistenza stessa della Nato dall’altro indebolirebbe l’Ucraina concedendo un vantaggio enorme alla Russia. 

C’è chi dice no: i repubblicani contro i piani di Trump sulla Groenlandia
I ministri degli Esteri della Danimarca e della Groenlandia, Lars Loekke Rasmussen e Vivian Motzfeldt (a sinistra) alla Casa Bianca (Ansa).

Una delegazione bipartisan in partenza per Copenaghen

Come riporta The Hill, due senatori repubblicani, Thom Tillis e Lisa Murkowski nel fine settimana voleranno a Copenaghen insieme ai colleghi democratici Chris Coons, Jeanne Shaheen e Dick Durbin, per assicurare il premier danese Mette Frederiksen e il ministro degli Esteri Lars Løkke Rasmussen che verrà ogni sforzo per arginare The Donald e scongiurare il peggio. «Chiunque ripeta al presidente che l’idea di annettere la Groenlandia è realizzabile non dovrebbe stare a Washington», ha detto senza giri di parole Tillis. La preoccupazione maggiore riguarda però la tenuta della Nato. Indebolire l’Alleanza Atlantica, è il ragionamento di molti senatori repubblicani, sarebbe una condanna a morte per la popolazione ucraina.

C’è chi dice no: i repubblicani contro i piani di Trump sulla Groenlandia
La senatrice Lisa Murkowski (Ansa).

Un’invasione «incenerirebbe» la Nato

Murkowski sta lavorando con Shaheen a una proposta di legge per vietare l’uso dei fondi del dipartimento della Difesa per bloccare, occupare, annettere o condurre operazioni militari contro la Groenlandia o qualsiasi territorio sovrano di uno Stato membro della Nato. Il disegno di legge impedirebbe anche al dipartimento di Stato di utilizzare fondi per gli stessi scopi. Tra le voci Gop più critiche si è alzata quella di Mitch McConnell, presidente della sottocommissione per le spese della Difesa al Senato, organismo che controlla il bilancio del Pentagono. Intervenendo in Aula, McConnell è stato chiaro: un intervento militare «incenerirebbe» l’Alleanza Atlantica paralizzando gli sforzi per contenere un’aggressione russa verso l’Europa. L’uso della forza oltre a essere controproducente si rivelerebbe persino inutile visto che sia la Danimarca sia la Groenlandia si sono dette disposte ad accettare il rafforzamento della presenza militare Usa nell’Isola come deterrenza alle mire cinesi e russe. «A meno che e fino a quando il presidente non dimostri il contrario, la proposta sul tavolo oggi è molto semplice: incenerire la fiducia duramente conquistata di alleati leali in cambio di nessun cambiamento significativo nell’accesso degli Stati Uniti all’Artico», ha tuonato McConnell. «Portare avanti questa provocazione sarebbe più disastroso per l’eredità del presidente di quanto non lo sia stato per il suo predecessore il ritiro dall’Afghanistan», ha aggiunto riferendosi a Joe Biden.

C’è chi dice no: i repubblicani contro i piani di Trump sulla Groenlandia
Il senatore repubblicano Mitch McConnell (Ansa).

No anche “all’acquisto” della Groenlandia

Ma anche l’ipotesi cosiddetta soft, e cioè acquistare la Groenlandia per 700 miliardi di dollari (queste le stime che circolano), trova una dura opposizione nel partito. «Non sostengo il piano del presidente di annettere la Groenlandia né con la forza né acquistandola contro l’opposizione della popolazione», ha dichiarato mercoledì a The Hill la presidente della Commissione Bilancio del Senato Susan Collins. «Credo invece che la Groenlandia sarebbe disponibile ad accettare un’espansione della base statunitense già esistente o della presenza militare americana per inviare un messaggio a Cina e Russia. Ma questo può essere fatto tramite negoziati diplomatici, non con minacce e intimidazioni». Lo stesso potrebbe valere per partnership relative allo sfruttamento delle terre rare e dei minerali critici. 

C’è chi dice no: i repubblicani contro i piani di Trump sulla Groenlandia
La senatrice Susan Collins (Ansa).

Solo il 17 per cento degli americani appoggia le mire di Trump

La smania artica di Trump, già in calo di consensi, non incontra nemmeno il favore degli americani. Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos pubblicato mercoledì, il 17 per cento degli intervistati è favorevole alla “conquista” della Groenlandia. E solo 4 per cento appoggerebbe con forza un’operazione militare. Il 66 per cento del campione invece teme che le mire sull’isola danneggino la Nato e le relazioni con gli alleati europei. Insomma qualcuno che dice no al presidente c’è.

C’è chi dice no: i repubblicani contro i piani di Trump sulla Groenlandia
Il cappellino anti-Maga – Make America go Away – venduto in Groenlandia (Ansa).

Donald Trump riceve María Corina Machado alla Casa Bianca

Nella giornata di giovedì Donald Trump incontrerà alla Casa Bianca María Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana e vincitrice del premio Nobel per la pace 2025. I due discuteranno del futuro politico del Venezuela dopo la cattura di Nicolás Maduro. Molti in Venezuela si aspettavano che Machado assumesse un ruolo centrale nella transizione dopo il blitz statunitense del 3 gennaio, ma Trump ha inizialmente frenato l’idea, sostenendo che la leader non abbia sufficiente popolarità nel Paese. Al momento la Casa Bianca ha riconosciuto come presidente ad interim Delcy Rodríguez, ex vicepresidente di Maduro, mentre Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti «gestiranno» il Paese. Non è stato specificato in che modo, ma nei giorni scorsi la Casa Bianca ha annunciato un accordo che prevede fino a 50 milioni di barili di greggio venezuelano destinati agli Stati Uniti – per un valore fino a 2 miliardi – e un ordine esecutivo per mettere al sicuro i proventi del petrolio in conti controllati da Washington. Machado arriva all’incontro rivendicando il proprio ruolo, e ringraziando Trump per aver «portato Maduro davanti alla giustizia».

Groenlandia, arrivati i primi militari dalla Francia

Dopo il sostanziale nulla di fatto nell’incontro alla Casa Bianca tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia, sull’isola più grande del mondo – su cui ha messo gli occhi Donald Trump – sono sbarcati 15 militari francesi. Come ha spiegato Emmanuel Macron, prenderanno parte a esercitazioni congiunte organizzate dalla Danimarca. «Altri seguiranno», ha precisato il presidente francese. La presenza dei militari transalpini si iscrive nel quadro dell’operazione Artic Endurance: prevista anche la presenza di soldati tedeschi, svedesi e norvegesi.

Mosca si dice «seriamente preoccupata»

Lo sbarco a Nuuk dei militari francesi ha portato alla reazione della Russia, che tramite l’ambasciata a Bruxelles si è detta «seriamente preoccupata» per l’invio di altre truppe Nato in Groenlandia: «Invece di portare avanti un lavoro costruttivo nell’ambito delle istituzioni esistenti, in particolare il Consiglio dell’Artico, la Nato ha deciso la strada di una militarizzazione accelerata del Nord e il rinforzo della sua presenza militare con il pretesto immaginario di una minaccia crescente da parte di Mosca e Pechino», si legge in una nota.

Le autorità dell’Iran smentiscono la condanna a morte per Erfan Soltani

La magistratura iraniana ha reso noto che Erfan Soltani, la cui impiccagione per il coinvolgimento nelle proteste era attesa per oggi, in realtà «non è stato condannato a morte». Tramite un comunicato diffuso dalla tv di Stato, è stato spiegato che Soltani è accusato di propaganda contro il sistema islamico iraniano e di atti contro la sicurezza nazionale, «reati per i quali la pena di morte non esiste». Soltani, attualmente detenuto nella prigione di Qazl-Hisar a Karaj, rischierebbe dunque “solo” la reclusione.

Soltani è stato arrestato l’8 gennaio a Karaj

Soltani, residente a Fardis e commesso in un negozio di abbigliamento, è stato arrestato l’8 gennaio a Karaj, quarta città più popolosa dell’Iran che si trova a poche decine di chilometri dalla capitale Teheran. Un parente aveva denunciato alla Bbc che era stato condannato all’impiccagione «con un processo estremamente rapido, nel giro di soli due giorni», in quanto – era emerso – responsabile di “moharebeh”, (“guerra contro Dio”). Le organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato che quello a cui il 26enne sarebbe stato sottoposto non può essere definito un vero processo, ma piuttosto una procedura extragiudiziale.

L’ICE ha sparato a un uomo a Minneapolis

Continuano le tensioni a Minneapolis dopo che mercoledì sera, durante un raid di controlli e arresti nel Nord della città, un agente dell’ICE ha sparato a un uomo colpendolo a una gamba. L’uomo è stato ricoverato in ospedale con ferite non gravi. La portavoce del Dipartimento di sicurezza interna, Tricia McLaughlin, ha dichiarato che gli agenti hanno agito per «legittima difesa» mentre stavano cercando di arrestare un uomo proveniente dal Venezuela che si trovava illegalmente nel Paese. La versione non è stata verificata in modo indipendente. L’episodio ha riacceso le proteste in una città già scossa dall’uccisione, una settimana fa, di Renee Nicole Good, 37 anni, colpita a morte da un agente federale.

Il sindaco di Minneapolis: «Ho visto condotte intollerabili»

Poche ore dopo il ferimento dell’uomo, alcune centinaia di persone si sono radunate sul posto. Gli agenti hanno isolato l’area e utilizzato fumo e altri strumenti di controllo della folla, mentre alcuni manifestanti hanno vandalizzato tre veicoli. Il capo della polizia di Minneapolis, Brian O’Hara, ha parlato di «comportamenti illegali» da parte dei manifestanti e ha chiesto lo sgombero della zona. Mentre il sindaco Jacob Frey è tornato a criticare l’operato dell’ICE: «Ho visto condotte disgustose e intollerabili», ha detto. Allo stesso tempo ha invitato i manifestanti a tornare a casa, avvertendo che «non si può rispondere al caos di Donald Trump con altro caos».

L’ICE ha sparato a un uomo a Minneapolis
Fumogeni a Minneapolis (Ansa).

La Casa Bianca invia 3 mila agenti dell’ICE in Minnesota

Nel Minnesota sono in corso o in arrivo circa 3 mila agenti dell’immigrazione, in quella che l’amministrazione Trump definisce la più grande operazione della storia del Dipartimento di sicurezza interna. In risposta, i cittadini pattugliano i quartieri, osservano gli arresti, offrono assistenza legale e supporto alle famiglie che temono di uscire di casa. Il governatore del Minnesota Tim Walz ha invitato i cittadini a documentare le operazioni degli agenti, chiedendo di «registrare ciò che accade» per raccogliere prove. «La responsabilità arriverà, nelle urne e nei tribunali», ha detto. Ma sul piano politico il governo ha alzato ulteriormente il livello dello scontro in difesa dell’ICE, sostenendo che gli agenti godrebbero di «immunità federale» nello svolgimento delle loro funzioni e chiunque tenti di ostacolarli commette un reato. Diversi esperti legali hanno però ricordato che i poteri di questi agenti sono più limitati rispetto a quelli della polizia ordinaria.

Iran, chi potrebbe andare al potere dopo la caduta del regime?


Anche per l’Iran, dopo oltre due settimane di proteste e le minacce di Donald Trump – che per ora restano tali, visto che il presidente ha fatto sapere che la repressione si sarebbe fermata – si parla di regime change. Chi potrebbe guidare il Paese nell’era post-Repubblica Islamica, al netto delle possibili ingerenze Usa? La questione è piuttosto spinosa. Perché se è vero che sono tanti i movimenti a volere la caduta del regime teocratico, al tempo stesso l’opposizione – per quanto determinata – è frammentata e con visioni diverse sul futuro percorso del Paese, stretto nella morsa degli ayatollah dal 1979. Inoltre si troverebbe (o troverà, chissà) ad affrontare una sfida logistica oltre che ideologica: tradurre le proteste di piazza in un potere politico organizzato prima che le forze di sicurezza riprendano il controllo.

La figura di Reza Pahlavi, figlio dello scià, non scalda l’opposizione

Behnam Ben Taleblu, esperto della Foundation for Defense of Democracies, ha detto alla trumpiana Fox News che decenni di repressione hanno reso quasi impossibile coltivare una leadership politica all’interno dell’Iran, che pertanto «deve essere costruita all’esterno». Reza Pahlavi, 65enne figlio in esilio dello scià deposto dalla rivoluzione di Khomeini, si è detto pronto a tornare in patria per gestire una transizione pacifica, magari con un referendum popolare. Ma è un nome che non scalda l’opposizione né in patria, né all’estero. Sì, ci sono manifestanti che hanno invocato il suo ritorno, ma la maggioranza della popolazione lo considera inadatto a governare. Innanzitutto non ha mai messo piede nel Paese, dunque non ne conosce la realtà. E poi è pur sempre figlio di un dittatore, per quanto modernizzatore. A sostenere Reza Pahlavi è soprattutto Israele.

Iran, chi potrebbe andare al potere dopo la caduta del regime?
Reza Pahlavi (Ansa).

Maryam Rajavi guarda avanti, ma i suoi Mojahedin non sono amati

Puntano a governare il Paese anche i Mojahedin del Popolo Iraniano, organizzazione che aveva partecipato alla rivoluzione contro lo scià per poi entrare in contrasto con Khomeini, circostanza che li portò all’inizio degli Anni 80 a cercare rifugio da Saddam Hussein, che fornì loro armi e protezione. Il gruppo, a lungo designato organizzazione terroristica dall’Unione europea e dagli Stati Uniti, è stato in realtà utilizzato dalla Casa Bianca per diverse azioni contro il programma nucleare iraniano ed è guidato da Maryam Rajavi.

Iran, chi potrebbe andare al potere dopo la caduta del regime?
Maryam Rajavi (Ansa).

Moglie di Massoud Rajavi scomparso nel 2003 in Iraq, è anche a capo del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (Cnri) e dall’inizio delle proteste ha diffuso resoconti quotidiani grazie alla sua rete di informatori, diffuso video della repressione e denunciato il massacro dei manifestanti. Rajavi propone un periodo provvisorio di sei mesi dopo il rovesciamento del regime, che culminerebbe poi in libere elezioni per un’assemblea costituente. «L’uguaglianza di genere in tutte le sue sfaccettature, la separazione tra religione e Stato, l’autonomia del Kurdistan iraniano e molte altre questioni urgenti sono state ratificate in dettaglio dal Cnri», ha dichiarato. C’è un problema: i Mojahedin del Popolo Iraniano non godono di buona fama in patria a causa del sostegno all’Iraq nella guerra combattuta tra i due Paesi dal 1980 al 1988. Tuttavia hanno ricevuto nel corso degli anni il sostegno dagli Usa di alcune importanti figure politiche repubblicane, tra cui l’ex vicepresidente Mike Pence, l’ex segretario di Stato Mike Pompeo e Rudy Giuliani.

Il Tūdeh sta partecipando alle proteste, ma difficilmente avrà un ruolo significativo

Anche il Partito Iraniano del Tūdeh, formazione comunista e attore chiave della rivoluzione del 1979, fu vittima negli anni successivi di purghe ordinate da Khomeini, con arresti ed esecuzioni di numerosi membri. Messo al bando in Iran dal 1983 il Tūdeh continua a operare come organizzazione politica clandestina. Durante la guerra di giugno 2025, il Tūdeh si era alleato con il Partito Comunista Israeliano per chiedere la fine delle ostilità e oggi i suoi membri, stando a quanto dichiarato, stanno partecipando attivamente alle proteste. Appare improbabile un ruolo significativo nel futuro del Paese.

Curdi e beluci non hanno una rappresentanza sufficientemente ampia

Ci sono poi i curdi e i beluci. I primi, che costituiscono circa il 10 per cento della popolazione iraniana, avevano già manifestato con forza nel 2022 dopo la morte di Mahsa Amini, uccisa dalla polizia morale. Anche gli abitanti del Belucistan, regione a cavallo tra Iran e Pakistan, sono stati coinvolti in numerosi scontri con le forze del regime negli ultimi anni. All’interno delle due minoranze, però, coesistono molte figure e movimenti e non esiste un’organizzazione con una rappresentanza sufficientemente ampia da avere influenza a livello nazionale.

La coalizione di sinistra Hamgami è relativamente sconosciuta in Iran

Nel 2023 alcuni gruppi di sinistra della diaspora hanno dato vita alla coalizione Hamgami, che propone una repubblica laica e democratica, con una magistratura indipendente e una stampa libera. Hamgami ha acquisito visibilità al di fuori dell’Iran dopo le proteste del 2022. Tuttavia il movimento rimane relativamente sconosciuto in Iran e, come ha affermato l’accademica Maryam Alemzadeh un’intervista ad Al Jazeera «non ha alcuna influenza nella sfera pubblica». Nonostante le speculazioni, gli esperti concordano su un punto: all’orizzonte non c’è un chiaro successore degli ayatollah.

Venezuela, è stato liberato Luigi Gasperin

L’italiano Luigi Gasperin è stato scarcerato dal Venezuela questa notte. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, specificando che ora si trova nell’ambasciata italiana a Caracas. Il suo ordine di scarcerazione era stato tra i primi a emergere, insieme alla notizia della liberazione di Biagio Pilieri, ma Gasperin era ancora in attesa di essere effettivamente rilasciato. La sua liberazione si aggiunge a quelle di Alberto Trentini e Mario Burlò. «Gasperin è provato ma in condizioni stabili. Ha annunciato che vorrebbe rimanere in Venezuela e tornare alla città di Maturin, nello stato del Monagas, dove si trova la sua azienda», ha spiegato la Farnesina. 

Gasperin era stato arrestato il 7 agosto scorso

Gasperin è un imprenditore italiano di 77 anni, titolare della sola cittadinanza italiana. È stato arrestato il 7 agosto 2025 a Maturin, nello Stato del Monagas, e trasferito in un centro di detenzione nella zona di Prados del Este, a Caracas. L’arresto è avvenuto dopo un controllo per presunta detenzione, trasporto e uso di materiale esplosivo presso gli uffici di una società di cui Gasperin era socio di maggioranza e presidente.

Come sono andati i colloqui tra Usa, Danimarca e Groenlandia

I colloqui tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia si sono conclusi senza progressi. I ministri degli Esteri Lars Lekke Rasmussen e Vivian Motzfeldt hanno definendo l’incontro «franco ma costruttivo», respingendo ogni ipotesi di acquisizione dell’isola da parte di Washington, dopo che Trump ha insistito sull’intenzione di annetterla. Rasmussen ha riconosciuto l’esistenza di una «nuova situazione di sicurezza nell’Artico», riferendosi alla competizione tra Stati Uniti, Cina e Russia, ricordando però che fu Washington a ridurre negli anni la propria presenza militare in Groenlandia. «Ora la situazione è completamente diversa e naturalmente dobbiamo reagire. La grande differenza è se questo debba portare a una situazione in cui gli Stati Uniti acquisiscono la Groenlandia, e questo non è assolutamente necessario», ha detto. La ministra danese Motzfeldt ha insistito sulla necessità di «normalizzare» і rapporti con Washington e di rafforzare la cooperazione. Rasmussen ha però ammesso che la delegazione non è riuscita a cambiare la posizione della Casa Bianca.

Germania, Svezia e Norvegia rafforzano la presenza militare in Groenlandia

Intanto l’Europa si muove sul piano militare. Secondo Bild, la Germania valuta l’invio di soldati della Bundeswehr in Groenlandia, ipotesi non confermata dal ministero della Difesa. La Svezia ha annunciato l’arrivo di propri ufficiali «su richiesta della Danimarca» nell’ambito dell’esercitazione Operation Arctic Endurance, mentre la Norvegia invierà due ufficiali militari, come confermato dal suo ministero della Difesa.

Reuters: gli Usa potrebbero colpire l’Iran entro 24 ore

Gli Stati Uniti potrebbero intervenire militarmente in Iran nelle prossime 24 ore. Lo scrive Reuters citando due funzionari europei. Un funzionario israeliano conferma la stessa lettura: Donald Trump avrebbe deciso di intervenire, anche se resta incerta la portata della possibile operazione. Nelle scorse ore la Casa Bianca ha invitato parte del personale dalla propria base di Al Udeid, in Qatar, a lasciare il luogo entro mercoledì sera, spiegando che la misura è stata presa «in risposta alle attuali tensioni regionali». Non ci sono però segnali di un’evacuazione di massa come quella avvenuta a giugno, durante l’intervento americano a supporto di Israele in Iran. Anche il Regno Unito sta evacuando parte del personale da una base in Qatar. «Tutti i segnali indicano che un attacco Usa è imminente, ma è anche il modo in cui questa amministrazione mantiene tutti sull’attenti», sottolinea a Reuters un ufficiale militare occidentale. «L’imprevedibilità fa parte della strategia».

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Gli Stati Uniti annunciano l’avvio della “fase due” del piano su Gaza

Mercoledì l’inviato speciale della Casa Bianca per il Medio Oriente, Steve Witkoff, ha annunciato l’avvio della “fase due” del piano per la Striscia di Gaza promosso da Donald Trump. In un post su X, Witkoff spiega che la seconda fase istituisce «un’amministrazione palestinese tecnocratica transitoria», «il Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza», e avvia la «completa smilitarizzazione e ricostruzione, in primo luogo il disarmo di tutto il personale non autorizzato». L’inviato statunitense lancia anche un avvertimento diretto a Hamas: «Gli Stati Uniti si aspettano che rispetti pienamente i propri obblighi, incluso l’immediato ritorno dell’ultimo ostaggio deceduto. In caso contrario, le conseguenze saranno gravi». L’annuncio arriva mentre, secondo le autorità di Gaza, Israele ha violato oltre 1.190 volte il cessate il fuoco entrato in vigore a ottobre, causando più di 400 morti e bloccando l’ingresso degli aiuti umanitari necessari. Restano poco chiari i dettagli sui poteri effettivi dell’amministrazione transitoria, su chi andrà a comporre il Comitato Nazionale e sulla ricostruzione di un territorio in cui oltre l’80 per cento degli edifici è stato danneggiato o distrutto.

L’FBI ha perquisito la casa di una giornalista del Washington Post

Mercoledì l’FBI ha perquisito l’abitazione di Hannah Natanson, una giornalista del Washington Post, nell’ambito di un’indagine su una presunta fuga di informazioni classificate. Si tratta di un evento piuttosto insolito negli Stati Uniti: anche nei casi di disclosure di documenti riservati, le autorità federali tendenzialmente evitano di colpire direttamente i reporter, per le tutele previste dal Primo Emendamento e dalla legge sulla protezione del lavoro giornalistico. Secondo quanto riferito dal Post, inoltre, la giornalista non è indagata.

L’indagine riguarda un tecnico informatico con accesso a file top secret

Durante la perquisizione, richiesta dal Pentagono, sono stati sequestrati computer portatili, un telefono e uno smartwatch. L’indagine riguarda Aurelio Perez-Lugones, un tecnico informatico che lavorava per il governo federale nel Maryland e per questo aveva accesso a materiale classificato. L’uomo è sospettato di aver gestito illegalmente documenti di intelligence top secret, che sono stati trovati anche nella sua abitazione. Riguardo al lavoro della giornalista, si sa che ha coperto per mesi le politiche dell’amministrazione Trump sui tagli nella pubblica amministrazione. Esperti di diritto costituzionale e organizzazioni per la libertà di stampa hanno commentato la notizia parlando di una «escalation» sotto l’amministrazione Trump in termini di pressione contro i giornalisti. La legge federale, infatti, prevede che le perquisizioni ai danni dei reporter siano un’extrema ratio, proprio per evitare interferenze con il loro diritto di informare le persone su questioni di interesse pubblico.

Chi è Mykhailo Fedorov, il neo ministro ucraino della Difesa

Prosegue, sebbene con qualche intoppo e tensione all’interno del partito Servitore del Popolo, il rimpasto di governo voluto da Volodymyr Zelensky. La Verkhovna Rada, il Parlamento monocamerale ucraino, alla fine ha confermato le nomine di Denys Shmyhal a vicepremier e ministro dell’Energia e di Mykhailo Fedorov a ministro della Difesa, proposte dal presidente ucraino. Fedorov, 34 anni, ha indicato tra le sue priorità la riforma dell’esercito per adattarlo alle nuove tecnologie dopo quasi quattro anni di guerra contro la Russia. «Oggi è impossibile combattere con le nuove tecnologie facendo affidamento su una struttura organizzativa antiquata. Abbiamo bisogno di cambiamenti completi», aveva dichiarato il ministro in pectore presentando il suo piano d’azione ai deputati ucraini prima del voto di conferma. «Il nostro obiettivo è cambiare il sistema: riformare l’esercito, migliorare le infrastrutture sulle linee del fronte, sradicare le menzogne e la corruzione e fare della leadership e della fiducia una nuova cultura», ha aggiunto.

Una collaborazione nata prima delle Presidenziali

Tra rimpasti, scandali e faide, Fedorov è riuscito a rimanere ben saldo nel cerchio magico di Zelensky. Nel 2019, subito dopo la vittoria alle Presidenziali del comico, l’allora 28enne venne nominato ministro della Transizione digitale e vice primo ministro. Come ricorda l’Ekonomichna Pravda, Federov all’epoca era titolare di un’agenzia digitale a Zaporizhzhia e conobbe Zelensky collaborando con il team di Kvartal 95, la società di produzione fondata da Zelensky nel 2003. Quando la star tv decise di candidarsi, il passaggio di Fedorov nel squadra della campagna elettorale fu automatico. Così come la nomina a ministro della Transizione digitale.

Chi è Mykhailo Fedorov, il neo ministro ucraino della Difesa
Mykhailo Fedorov (Ansa).

L’influenza esercitata su Zelensky

A Fedorov venne immediatamente dato il compito di realizzare l’idea di “Stato in uno smartphone” promossa dal neo presidente. Detto, fatto: nel 2020 fu così lanciata l’app Diya per ottenere patenti e certificati di immatricolazione. Ora Diya ha 23 milioni di utenti e offre una ventina di servizi digitali tra cui l’acquisizione di documenti e il pagamento delle tasse. Da subito Fedorov si distinse per l’influenza esercitata su Zelensky, una fiducia che ha conquistato nel tempo dando al presidente esattamente quello che voleva: idee sulla carta brillanti e di rapida realizzazione. Non tutti i progetti sono stati un successo, come quello di regalare uno smartphone ai quasi 9 milioni di pensionati in cambio della vaccinazione. Tant’è, l’influenza di Fedorov sull’inquilino della Bankova non ha mai vacillato.

Chi è Mykhailo Fedorov, il neo ministro ucraino della Difesa
Volodymyr Zelensky (Ansa).

I contatti con Musk e l’app Army+

Dopo l’invasione russa del 2022, Fedorov ha stabilito un contatto diretto con il ceo di SpaceX, Elon Musk. Ciò ha permesso all’Ucraina di ricevere rapidamente un’ingente fornitura di terminali Starlink, fondamentali per le comunicazioni con la prima linea del fronte e per realizzare un sistema di comando efficiente. Contemporaneamente il ministero della Transizione digitale ha accelerato il trasferimento dei dati sensibili e dei servizi governativi al di fuori del Paese. Negli ultimi tre anni, Fedorov si è concentrato quasi interamente sulla guerra, in particolar modo sullo sviluppo dell’app Army+, pensata per semplificare la vita dei militari alleggerendoli dalla burocrazia. Army+ è stata sviluppata con il ministero della Difesa, quello che da oggi Fedorov guida. «Non voglio essere un populista, voglio essere un realista», ha detto il neo ministro, aggiungendo che «è necessario fare i compiti a casa sui problemi esistenti per poter andare avanti».

Usa, nuova stretta sui visti: stop alle richieste provenienti da 75 Paesi

Una nuova restrizione sui visti è stata annunciata dagli Stati Uniti, che hanno disposto il blocco delle richieste provenienti da 75 Paesi, tra cui Somalia, Russia, Afghanistan, Brasile, Iran, Iraq, Egitto, Nigeria, Thailandia e Yemen. La decisione, comunicata dal Dipartimento di Stato, emerge da una circolare interna indirizzata ai funzionari consolari e resa nota da Fox News. In base alle indicazioni contenute nel documento, l’esame delle domande presentate dai cittadini di questi Stati è stato sospeso e ai consolati è stato chiesto di respingere le richieste in attesa di ulteriori controlli. Il provvedimento rafforza la linea restrittiva in materia di immigrazione e sicurezza nazionale e coinvolge Paesi caratterizzati da contesti geopolitici complessi o da flussi migratori rilevanti verso gli Stati Uniti. Il Dipartimento di Stato ha precisato che la misura resterà in vigore «fino a nuova comunicazione», affidando ad ambasciate e consolati il compito di applicare rigorosamente la direttiva.

Iran, l’allarme dei media: «Incursioni dei pasdaran a casa dei manifestanti uccisi»

Secondo quanto riferito da Iran International, emittente televisiva dei dissidenti iraniani con base a Londra, le forze di sicurezza in abiti civili e membri delle Guardie rivoluzionarie avrebbero compiuto operazioni mirate contro le abitazioni dei familiari delle persone uccise durante le proteste nell’area orientale di Teheran. L’emittente parla di irruzioni condotte con modalità intimidatorie, durante le quali sarebbero stati esplosi colpi d’arma da fuoco, rivolti insulti e saccheggiate le case. Sempre stando alla stessa fonte, ai parenti delle vittime sarebbe stato imposto di recuperare i corpi prima dell’alba e di procedere a sepolture rapide e riservate, con l’avvertimento che i costi delle munizioni utilizzate sarebbero stati addebitati alle famiglie.

La magistratura iraniana: «Ricostruzioni fornite dai media legati ai servizi israeliani»

Le notizie diffuse da Iran International sono state però respinte dalla magistratura iraniana, che ha smentito in particolare il bilancio di circa 12 mila morti attribuiti alla recente ondata di disordini. Le autorità giudiziarie, citate dal Teheran Times, definiscono tali informazioni «false e manipolate». In una nota diffusa dal centro media del potere giudiziario, organo ufficiale della magistratura, le ricostruzioni dell’emittente vengono attribuite a quelli che vengono indicati come «media legati ai servizi israeliani» e bollate come «una menzogna assoluta».

Groenlandia, botta e risposta von der Leyen-Trump

Nel giorno dell’incontro a Washington tra JD Vance e Lars Løkke Rasmussen, rispettivamente vice presidente USA e ministro degli Esteri danese, il dibattito sulla Groenlandia, che sarà rappresentata dalla ministra groenlandese Vivian Motzfeldt, si è acceso. I protagonisti del nuovo botta e risposta sono stati Donald Trump e Ursula von der Leyen. Il tycoon su Truth ha scritto che gli Stati Uniti avrebbero bisogno della Groenlandia per motivi di sicurezza nazionale. Ha spiegato che è «vitale per il Golden Dome», il sistema per la difesa missilistica che difende il territorio americano. E ha aggiunto: «La Nato dovrebbe farci da apripista per ottenerla. Se non lo facciamo noi, lo faranno la Russia o la Cina, e questo non accadrà».

Von der Leyen: «La Groenlandia è del suo popolo»

Von der Leyen, però, ha affermato con forza l’indipendenza dell’isola. La presidente della Commissione Ue ha spiegato: «La Groenlandia appartiene al suo popolo. Siamo in costante contatto con il governo danese. Come secondo punto, la Groenlandia è parte della Nato, e noi sappiamo che la Nato integra i differenti interessi dei suoi Alleati. Per me è importante che la Groenlandia sappia che noi rispettiamo la volontà dei suoi abitanti». Una risposta chiara che va di pari passo con quella di Troels Lund Poulsen, ministro della Difesa danese. La Danimarca «rafforzerà» la propria presenza militare in Groenlandia «ma ci concentreremo anche maggiormente all’interno della Nato su più esercitazioni e una maggiore presenza della Nato nell’Artico».

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Ucraina, perquisita l’ex premier Yulia Tymoshenko

L’ex premier ucraina Yulia Tymoshenko ha denunciato una perquisizione notturna nella sede del suo partito, avvenuta dopo l’annuncio da parte delle autorità di un’ampia indagine sulla corruzione. Figura centrale della Rivoluzione Arancione del 2004 e a capo del governo in due diversi mandati tra il 2005 e il 2010, Tymoshenko è accusata di offerto ai parlamentari benefici in cambio del voto a determinati progetti di legge. La leader di Batkivshchyna, che nel 2019 si era candidata contro Zelensky alle presidenziali e più volte si è scontrata con lui durante il suo mandato, ha riferito che nelle ultime ore i locali del partito sono stati oggetto di controlli da parte degli organi anticorruzione.

Tymoshenko: «Qualcuno vuole fare piazza pulita tra gli avversari»

Secondo quanto riportato da Ukrainska Pravda, durante l’operazione sarebbe stato sequestrato «denaro contante in valuta americana». La stessa Tymoshenko ha raccontato su Facebook quanto accaduto: «Oltre trenta uomini armati fin ai denti, senza presentare alcun documento, hanno di fatto sequestrato l’edificio e preso in ostaggio i dipendenti. Non hanno trovato nulla e quindi mi hanno semplicemente portato via i telefoni di lavoro, i documenti parlamentari e i risparmi personali, le cui informazioni sono pienamente riportate nella dichiarazione ufficiale. Respingo categoricamente tutte le accuse. Sembra che le elezioni siano molto più vicine di quanto sembrassero. E qualcuno ha deciso di iniziare a fare piazza pulita tra gli avversari». Intervenendo in Parlamento, Tymoshenko ha aggiunto che le perquisizioni sono iniziate alle 21.30 del 13 gennaio, mentre si trovava da sola nell’edificio, che gli investigatori sono arrivati a bordo di cinque autobus senza un provvedimento del tribunale, le hanno impedito di contattare un avvocato e hanno esteso i controlli anche agli uffici del deputato Serhiy Vlasenko, suo storico legale.

Venezuela, riaperti i pozzi petroliferi dopo l’embargo Usa

La riapertura di parte dei pozzi petroliferi venezuelani segna una svolta dopo mesi di stop legati alle sanzioni statunitensi. Pdvsa, il colosso energetico controllato dallo Stato, ha rimesso in funzione impianti rimasti inattivi durante l’embargo, consentendo la ripartenza delle spedizioni di greggio già in questa settimana. Nelle ultime ore hanno lasciato i porti del Paese almeno due superpetroliere, ciascuna con un carico di circa 1,8 milioni di barili. Fonti citate da Reuters collegano queste partenze a un’intesa tra Caracas e Washington che prevede un volume complessivo di forniture fino a 50 milioni di barili.

Lo stop forzato con l’unica eccezione di Chevron

La ripresa arriva dopo un lungo periodo di quasi totale paralisi dell’export, che aveva messo in evidenza le difficoltà strutturali dell’industria petrolifera venezuelana sotto la pressione degli Stati Uniti. In questo scenario, l’unica eccezione era rappresentata da Chevron, autorizzata a operare con permessi speciali e con quantitativi ridotti destinati al mercato americano. Sul fronte giudiziario, intanto, il consiglio di amministrazione di Pdvsa designato dall’opposizione ha annunciato di aver presentato un ricorso contro la cessione di Citgo, la controllata statunitense della compagnia, vendita che era stata autorizzata dal Tribunale distrettuale del Delaware alla fine di novembre.