L’Iran come Call of Duty. Mentre in Medio Oriente va in scena un’escalation del conflitto dopo gli attacchi di Stati Uniti e Israele e la contestuale risposta di Teheran, l’account social della Casa Bianca si diverte a montare le immagini dei raid in Iran alternate a quelle del celebre videogame. Il video è stato pubblicato su X ed è stato realizzato mischiando le scene di Call of Duty Modern Warfare III, un titolo del franchise di sparatutto in prima persona, con le azioni reali dei militari statunitensi contro obiettivi iraniani. Il post è accompagnato dalla scritta «per gentile concessione di Red, White & Blue», con riferimento al pacchetto che si può acquistare nel gioco per equipaggiare il proprio personaggio di armi che lanciano proiettili con diverse scie di colore. La mossa è stata ritenuta di cattivo gusto da numerosi utenti, che non si capacitano di come la Casa Bianca possa paragonare a un videogioco una guerra che ogni giorno causa morti e feriti. «Quello che manca nel video sono le scolare iraniane uccise nell’esplosione e i soldati americani uccisi», ha fatto notare Cornell William Brooks, docente di Harvard.
Pochi giorni prima il video dell’operazione Epic Fury a ritmo di Macarena
Ma non è l’unico filmato del genere comparso sui social della Casa Bianca da quando gli Usa hanno deciso di attaccare Teheran. Già nei giorni scorsi lo stesso account aveva condiviso un video che mostrava alcuni momenti dell’operazione Epic Fury contro l’Iran con una musica in sottofondo che richiamava le prime note della Macarena, celebre hit del 1993. Le immagini mostravano caccia militari decollare e sganciare bombe su Teheran, con immagini a rallentatore. Anche in quel caso non era mancata l’ira degli utenti: «Non posso credere che la Macarena è diventata la colonna sonora della Terza guerra mondiale».
«Dobbiamo rivalutare i nostri assetti nella regione e rispondere alle richieste dei Paesi amici in difficoltà. Intendiamo dispiegare un dispositivo multidominio in Medioriente, con sistemi di difesa aerea antidrone e antimissilistica». Lo ha detto il ministro della Difesa Guido Crosetto, parlando alla Camera: nelle sue comunicazioni ha peraltro riconosciuto che le operazioni militari di Stati Uniti e Israele, che hanno provocato la reazione (forse sottovalutata) dell’Iran, non rientrano nel quadro del diritto internazionale. Crosetto ha poi aggiunto che l’Italia fornirà «assieme a spagnoli, francesi e olandesi un aiuto a Cipro», dove si trova la base militare britannica di Akrotiri, colpita il 2 marzo da un drone iraniano (o forse di Hezbollah). Il punto sugli aiuti europei all’isola.
Guido Crosetto (Imagoeconomica).
La Francia schiererà la portaerei Charles de Gaulle
L’Eliseo ha riferito che, «in uno spirito di solidarietà europea», il presidente francese Emmanuel Macron ha avuto colloqui telefonici con Giorgia Meloni e il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis: nel corso delle chiamate è stato concordato «di coordinare l’invio di mezzi militari a Cipro e nel Mediterraneo orientale». La telefonata è stata confermata da Palazzo Chigi: i due leader, si legge in una nota, «hanno discusso le implicazioni del conflitto in Iran sia sul quadro regionale mediorientale che a livello globale». La portaerei Charles de Gaulle sarà dispiegata nel Mar Mediterraneo (si trovava nel Baltico) e Macron ha anche ordinato il dispiegamento della fregata Languedoc. L’isola verrà anche aiutata con la fornitura di mezzi antiaerei.
Emmanuel Macron (Imagoeconomica).
Gli aiuti di Italia, Spagna, Paesi Bassi e Grecia
L’Italia fornirà sistemi di difesa aerea, antidrone e antimissile a Cipro: Crosetto ha parlato di «assetti navali», senza però andare nei dettagli. La Spagna invierà la fregata Cristoforo Colombo, utilizzata per la difesa aerea. La nave supporterà il sistema intercettore missilistico Patriot, che la Spagna schiera in Turchia. Il governo dei Paesi Bassi fornirà ha dichiarato che sta valutando come supportare Cipro. La Grecia ha già dispiegato le due fregate Kimon e Psara, che ora si trovano in acque cipriote.
Caccia britannici nella base di Akrotiri (Ansa).
Il Regno Unito manderà anche elicotteri antidrone
Per quanto riguarda il Regno Unito, di fatto oggetto dell’attacco, Londra invierà a Cipro il cacciatorpediniere Hms Dragon e elicotteri Wildcat dotati di capacità anti-drone. La decisione è stata presa da Keir Starmer dopo un colloquio col presidente cipriota Nikos Christodoulides. Il premier britannico ha anche annunciato che il Regno Unito invia altri quattro caccia Typhoon in Qatar.
The UK is fully committed to the security of Cyprus and British military personnel based there.
We’re continuing our defensive operations and I've just spoken with the President of Cyprus to let him know that we are sending helicopters with counter drone capabilities and HMS… pic.twitter.com/0tsZb4dG2i
Rinviate o da remoto le riunioni informali del Consiglio Ue
A causa delle tensioni in Medio Oriente e delle ripercussioni sui voli verso Cipro, la presidenza cipriota di turno dell’Ue ha comunicato che tutte le riunioni informali del Consiglio Ue previste sull’isola nel mese di marzo verranno rinviate o si svolgeranno virtualmente.
Panico nella zona meridionale di Beirut dopo l’appello lanciato dall’IDF per l’evacuazione del sobborgo di Dahieh, storica roccaforte di Hezbollah, in vista di imminenti attacchi. Decine di migliaia i residenti in fuga: secondo L’Orient le Jour, la strada che collega la capitale libanese con Damasco, in Siria, è imbottigliata di auto. Il ministero della Salute libanese ha reso noto che gli attacchi israeliani degli ultimi giorni hanno ucciso un totale di 102 persone.
Famiglia libanese in fuga da Beirut (Ansa).
La minaccia del ministro israeliano Smotrich
«Due anni fa abbiamo dovuto far sgomberare gli abitanti del nord. Oggi abbiamo diffuso avvisi per l’evacuazione dal sud del Libano e dalla zona di Dahieh, mentre dalla parte israeliana del confine le comunità tornano a prosperare». Lo ha dichiarato ministro israeliano delle Finanze, Bezalel Smotrich, aggiungendo che «molto presto Dahieh somiglierà a Khan Yunis», città della Striscia di Gaza devastata dai bombardamenti dell’IDF.
Palazzo sventrato da un missile nella zona sud di Beirut (Ansa).
Hezbollah schiera la Forza Radwan
Sempre per quanto riguarda il Libano, secondo quanto riferito a Reuters da tre fonti, Hezbollah ha dato ordine ai combattenti d’élite della Forza Radwan di unirsi alla battaglia nel sud del Paese, da dove si erano ritirati dopo la guerra del 2024. L’obiettivo è bloccare l’avanzata dei carri armati israeliani, che sono già entrati in Libano. Il leader di Hezbollah, Naim Qassem, ha dichiarato in un discorso televisivo che il gruppo avrebbe affrontato il piano israeliano di «occupazione ed espansione».
Beirut vieta le attività dei pasdaran
Prendendo le distanze da Teheran, che foraggia Hezbollah, il governo di Beirut ha deciso di vietare tutte le attività militari dei Guardiani della rivoluzione islamica in Libano «in vista del loro arresto e rimpatrio in Iran». Lo ha annunciato il ministro dell’Informazione Paul Morcos, presentando una nuova stretta nei confronti delle attività dei pasdaran nel Paese dei cedri.
An evacuation order for whole swathes of Beirut’s southern suburbs. People fleeing the south of Lebanon in droves. The country is again living a nightmare. But neither side can strike their way to a lasting solution.
Commentando l’ordine di evacuazione israeliano Janine Hennis, coordinatrice speciale Onu per il Libano, ha scritto su X che il Paese «sta vivendo un nuovo incubo» e che «nessuna delle parti può imporre una soluzione permanente con la forza».
L’Iran ha avvertito che «se l’Europa rimane in silenzio» di fronte agli attacchi di Stati Uniti e Israele, «tutti i Paesi ne pagheranno il prezzo». Lo ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqae, in un’intervista all’emittente spagnola Tve. «Chi rimane in silenzio sarà complice di questa ingiustizia. Se l’Europa rimane in silenzio di fronte a questo attacco al diritto internazionale, tutti i Paesi prima o poi ne pagheranno il prezzo. Nessun paese delle Nazioni Unite può rimanere indifferente», ha sottolineato.
La Francia non ospiterà aerei americani nelle sue basi inMedio Oriente. Tuttavia alcuni velivoli statunitensi da supporto operativo, e non jet da combattimento, «sono stati accettati nella base di Istres». Lo ha chiarito lo Stato Maggiore delle Forze Armate francesi, smentendo la notizia del semaforo verde di Parigi a Washington per l’uso delle sue basi e parlando di «procedura di routine nel quadro della Nato». Il portavoce del Capo di Stato Maggiore della Difesa ha inoltre spiegato a France Info: «Dato il contesto, abbiamo preteso che le risorse in questione non partecipassero in alcun modo alle operazioni condotte dagli Stati Uniti in Iran, ma esclusivamente a sostegno della difesa dei nostri partner nella regione». E Parigi «ha ottenuto piena garanzia in tal senso».
Giorgia Meloni e Emmanuel Macron (Imagoeconomica).
Macron telefona a Meloni
Emmanuel Macron, intanto, «in uno spirito di solidarietà europea» ha telefonato a Giorgia Meloni e al primo ministro greco, Kyriakos Mitsotakis, concordando – spiega l’Eliseo – «di coordinare l’invio di mezzi militari a Cipro e nel Mediterraneo orientale e di collaborare per garantire la libertà di navigazione nel Mar Rosso». Il colloquio con Meloni è stato confermato da una nota di Palazzo Chigi: i due leader «hanno discusso le implicazioni del conflitto in Iran sia sul quadro regionale mediorientale che a livello globale», concordando «di mantenersi in stretto contatto sull’evoluzione della crisi».
Due droni Arash 2 lanciati dall’Iran si sono schiantati in Azerbaigian. Uno ha raggiunto un edificio dell’aeroporto di Nakhchivan, mentre un altro è esploso nei pressi di una scuola nell’adiacente villaggio di Shakakabad, nella regione di Babek.
#Azerbaiyán .. aeropuerto en Najicheván . Un dron iraní / ruso Geran2 cayó en el aeropuerto local.
* se ve qua Aliev no le es suficiente que los rusos derriben un avión civil azerí y los iraníes le ataquen el aeropuerto con drones rusos para cortar las relaciones… pic.twitter.com/cK6QNNaUvE
L’aeroporto di Nakhchivan si trova a 10 chilometri dal confine con l’Iran
L’aeroporto si trova a una decina di chilometri dal confine con la Repubblica Islamica: si tratta dello scalo internazionale che serve la Repubblica Autonoma di Nakhchivan, exclave azera confinante con Armenia, Turchia e, appunto Iran (per 179 chilometri). Non ci sono stati morti, ma due persone sono rimaste ferite. Baku ha condannato quanto accaduto, evidenziando il «comportamento inadeguato dell’Iran» e che l’Azerbaigian «si riserva il diritto di rispondere a questa azione». Il ministero degli Esteri ha inoltre convocato l’ambasciatore iraniano. Secondo il media indipendente Qazetchi, le Forze armate dell’Azerbaigian sono state poste in stato di allerta e dispiegate lungo il confine con l’Iran. Secondo alcuni esperti il rafforzamento militare potrebbe essere legato anche alla gestione di un possibile afflusso di rifugiati in caso di ulteriore deterioramento della situazione nella Repubblica Islamica.
AzerTAc published photos from the site of the drone attack on Nakhchivan Airport
Una petroliera all’ancora nelle acque al largo del Kuwait è stata oggetto di un attacco, che è stato di fatto rivendicato dall’Iran: i pasdaran hanno infatti affermato di aver colpito una nave americana di questo tipo nel nord del Golfo Persico. L’equipaggio dell’imbarcazione è in salvo. La petroliera ha però imbarcato acqua e dal serbatoio del carico è stata rilevata una fuoriuscita di greggio, con possibili conseguenze ambientali. L’agenzia britannica per la sicurezza marittima Ukmto spiega che il comandante «ha udito una grande esplosione a babordo, per poi vedere una piccola imbarcazione allontanarsi». Il ministero degli Interni del Kuwait ha dichiarato che l’esplosione è avvenuta «al di fuori delle acque territoriali» dell’emirato, ad almeno 60 chilometri dal porto di Mubarak Al-Kabeer.
La petroliera colpita al largo del Kuwait è la sesta imbarcazione attaccata nelle ultime 24 ore nelle acque del Mar Arabico e del Golfo Persico. La prima nave a essere stata colpita è stata la portacontainer Safeen Prestige, al largo dell’Oman. Dove si trovava, ma ben più lontana (a 137 miglia nautiche dalla costa) anche la portarinfuse Pelagia. Al largo di Dubai, nel Golfo Persico, è stata colpita la nave cargo MSC Grace. Due gli incidenti nelle acque di Fujairah, Emirati Arabi Uniti: coinvolte la portarinfuse Gold Oak, battente bandiera panamense, e la petroliera VLCC Libra Trader, battente bandiera delle Isole Marshall.
The Islamic Revolutionary Guard Corps said on Thursday that under “international laws and resolutions,” wartime transit rules through the Strait of Hormuz would be under the control of the Islamic Republic.
— Iran International English (@IranIntl_En) March 5, 2026
La minaccia dei Guardiani della rivoluzione
I Guardiani della rivoluzione, che hanno dichiarato di avere il controllo completo dello Stretto di Hormuz, hanno spiegato che il passaggio attraverso il budello chiave per il commercio mondiale di petrolio è precluso solo alle navi provenienti da Stati Uniti, Israele, Europa e altri alleati dell’Occidente. E queste imbarcazioni, se individuate nel Golfo Persico, «verranno sicuramente colpite».
Il segretario del Tesoro americano, Scott Bessent, ha dichiarato alla Cnbc che gli Stati Uniti porteranno i dazi globali dal 10 al 15 per cento «probabilmente in settimana». Bessent ha inoltre affermato di aspettarsi che, entro agosto, le tariffe tornino di fatto ai livelli precedenti alla recente decisione della Corte Suprema, che ha annullato i dazi “reciproci” introdotti da Trump. «È mia forte convinzione che le aliquote tariffarie torneranno ai livelli precedenti entro cinque mesi», ha dichiarato all’emittente statunitense. Il segretario al Tesoro Usa si è anche espresso sul rifiuto della Spagna di consentire agli Stati Uniti di utilizzare le basi di Rota e Moron, situate in territorio spagnolo, nell’attacco contro l’Iran, sostenendo che ciò ha messo in pericolo la vita dei cittadini americani. Rispondendo alla domanda se sia possibile un embargo commerciale con la Spagna, come ha minacciato il presidente Trump, Bessent ha detto che «sarebbe uno sforzo congiunto», senza fornire ulteriori spiegazioni.
Donald Trump è sicuro: gli Stati Uniti possono fare affidamento su scorte di munizioni «di livello medio e medio-alto» «praticamente illimitate», al punto che gli States potrebbero combattere «per sempre» e «con grande successo, usando solo queste scorte». Non solo. Il presidente americano, in un post sul social Truth del 3 marzo, ha assicurato che «molte altre armi di alta qualità sono stoccate per noi in Paesi alleati». Quindi nessun problema, l’attacco all’Iran sferrato con Israele non presenta ostacoli logistici. Certo, «Sleepy Joe» (cioè il predecessore Biden), sottolinea Trump, ha commesso l’errore di regalare soldi e armi all’Ucraina senza preoccuparsi di rimpinguare l’arsenale a stelle e strisce. Ma anche in questo caso, niente paura: «Fortunatamente, ho ricostruito l’esercito durante il mio primo mandato e continuo a farlo. Gli Stati Uniti sono riforniti e pronti a VINCERE, ALLA GRANDE!!!».
Il post di Trump su Truth.
Scorte di munizioni in esaurimento
Visto però l’allargarsi del conflitto, con i droni e i missili iraniani che cadono sulle basi e ambasciate Usa in Medio Oriente, le certezze incrollabili del presidente, condivise via social dal Pentagono, potrebbero però presto essere messe alla prova. Come ricordano Axios e il Wall Street Journal, il capo dello Stato maggiore congiunto Usa, Dan Caine, aveva sottolineato che proprio la scarsità di scorte – soprattutto di intercettori utilizzati per neutralizzare i missili in arrivo – sarebbe stato un fattore limitante in caso di attacco prolungato e massiccio contro l’Iran. Insomma sia le munizioni Usa sia quelle di Israele e dei Paesi del Golfo si starebbero esaurendo più velocemente di quanto la produzione riesca a rimpiazzarle. A questo si aggiunge la possibile sottovalutazione della potenza di fuoco iraniana: solo nei primi due giorni di attacchi, Teheran avrebbe sganciato circa 400 missili e 800 droni. Per far fronte alla possibile scarsità di intercettori per il THAAD (Terminal High Altitude Area Defense), lo scudo missilistico che ha permesso agli Emirati di intercettare quasi 200 missili balistici, e già attivato in Israele e Giordania, il Pentagono potrebbe dover attingere agli arsenali dislocati nel Pacifico, in Corea del Sud e a Guam, in funzione anti Pyongyang e anti Pechino.
Il capo dello Stato maggiore congiunto Usa, Dan Caine (Ansa).
Nel 2025 stanziati 25 miliardi di dollari per nuovi missili
Ben prima dell’operazione Epic Fury, la Difesa statunitense aveva posto la produzione bellica tra le priorità di spesa come sottolineato dal Forecast International’s Defense & Security Monitor. Nel bilancio 2025, erano stati stanziati 25 miliardi di dollari per l’acquisto di missili (tra cui Patriot, SM-3, SM-6, AIM-120 AMRAAM e 18 Tomahawk, diventati 57 nel bilancio 2026) e il potenziamento della produzione. Sono stati inoltre stretti accordi con i maggiori appaltatori della Difesa. L’8 gennaio, Lockheed Martin ha annunciato un accordo di sette anni per aumentare la produzione del PAC-3 MSE da 600 a 2.000 missili all’anno, mentre a inizio febbraio RTX ha siglato cinque accordi con il Dipartimento della Difesa per una serie di missili chiave, tra cui i Tomahawk, gli AIM-120 AMRAAM, gli intercettori SM-3 e i missili SM-6. In base alle nuove intese, si prevede che la produzione annuale di Tomahawk supererà i 1.000 missili, quella di AMRAAM raggiungerà almeno le 1.900 unità e quella di SM-6 supererà le 500.
Gli accordi per l’aumento della produzione bellica (dal sito Forecast International’s Defense & Security Monitor).
I Tomahawk usati nel 2025 tra Yemen e Nigeria
Ma gli intercettori per la difesa aerea non sono gli unici a scarseggiare. Lo stesso vale per i già citati Tomahawk (TLAM), ampiamente usati durante l’operazione Rough Rider del marzo 2025 contro gli Houthi nello Yemen. «L’amministrazione Trump ha lanciato TLAM a un ritmo straordinario in operazioni in tutto il mondo», ha spiegato al Wsj Becca Wasser, ricercatrice presso il Center for a New American Security, «in Medio Oriente contro l’Iran e contro gli Houthi, oltre che in Nigeria negli attacchi della vigilia di Natale» per distruggere due campi militari legati ai gruppi terroristici del cosiddetto Stato islamico. La preoccupazione per le scorte è inoltre condivisa anche da Israele. Secondo un funzionario statunitense, Tel Aviv dispone ancora di un numero limitato di intercettori Arrow 3 per la difesa aerea. È inoltre a corto di missili aria-aria, utilizzati la scorsa estate per distruggere lanciatori di missili iraniani e lo scorso anno per colpire leader di Hamas in Qatar. Trump può davvero stare sereno?
Un missile balistico lanciato dall’Iran e diretto verso lo spazio aereo della Turchia dopo aver attraversato Siria e Iraq è stato distrutto dalle difese aeree della Nato nel Mediterraneo orientale. Lo ha annunciato il ministero della Difesa di Ankara. I detriti del missile sono caduti nel distretto di Dörtyol, nella provincia di Hatay: non ci sono state vittime o feriti nell’incidente. La Turchia, spiega il ministero, si è riservata «il diritto di rispondere a qualsiasi azione ostile nei suoi confronti», avvertendo «le parti di astenersi da qualsiasi misura che possa aggravare il conflitto». Successivamente c’è stata una telefonata tra il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan e l’omologo iraniano Abbas Araghchi, in cui il primo ha ribadito al secondo lo stesso concetto, ovvero che «occorre evitare qualsiasi azione che possa portare all’allargamento del conflitto».
La metaniera russa Arctic Metagaz, che stava trasportando gas naturale liquefatto, è affondata nel Mar Mediterraneo tra la Libia e Malta. Le autorità di Tripoli parlano di «improvvise esplosioni di origine sconosciuta», ma il ministero dei Trasporti riferisce che si è trattato di un attacco condotto da droni navali ucraini, partiti dalla Libia. Salvi i 30 membri dell’equipaggio.
BREAKING:
A Russian ship, Arctic Metagaz, carrying gas was sunk off the coast of Libya by an unknown attacker.
All 30 crew members were rescued.
The tanker was under US and UK sanctions as part of Russia’s so-called “shadow fleet.” pic.twitter.com/zLh5c312LC
La Arctic Metagaz, varata nel 2003, era soggetta dal 2024 a sanzioni da parte di Stati Uniti e Regno Unito. Secondo i dati di tracciamento delle navi sulla piattaforma MarineTraffic, la nave era salpata il 24 febbraio dal porto russo di Murmansk, dopo aver caricato merci presso un’unità di stoccaggio galleggiante, ed era diretta verso il Canale di Suez. Poi era transitata attorno al Regno Unito e poi alla Spagna, prima di entrare nel Mediterraneo, segnalando la sua posizione al largo delle coste di Malta il 2 marzo. Poi l’attacco nella notte tra il 3 e il 4 marzo. Secondo le autorità libiche il relitto si trova a circa 130 miglia nautiche a nord del porto di Sirte: scattato l’allarme per possibili rischi ambientali legati alla potenziale fuoriuscita di gas naturale liquefatto o carburanti.
What you're looking at is not a sunrise — it's the Russian LNG tanker ARCTIC METAGAZ (IMO 9243148) struck by a massive explosion in the Mediterranean this morning. Photographed by crew aboard a merchant vessel, via Vanguard Tech. pic.twitter.com/QrX5BWWTr0
A dicembre l’attacco a una petroliera tra Creta e Malta
L’Ucraina aveva già dimostrato di essere in grado di colpire le risorse navali e logistiche russe ben oltre il Mar Nero. A dicembre infatti ha attaccato con droni tra Creta e Malta la petroliera Qendil, nave battente bandiera dell’Oman ma facente parte (come la Arctic Metagaz) della “flotta ombra” di Mosca. L’operazione aveva causato danni strutturali tali da rendere la nave inutilizzabile, ma senza sversamenti di greggio in quanto la petroliera era vuota al momento dell’attacco.
Il premier spagnolo Pedro Sánchez risponde a Donald Trump dopo le minacce di quest’ultimo di interrompere le relazioni commerciali con la Spagna. «Non saremo complici di qualcosa di pessimo per il mondo semplicemente per paura delle rappresaglie di qualcuno. Non possiamo giocare alla roulette russa con il futuro di milioni di persone. Ripudiamo il regime degli ayatollah, ma rifiutiamo questo conflitto e chiediamo una soluzione diplomatica e politica. È ingenuo pensare che la soluzione sia la violenza. La Spagna esige la fine delle ostilità», ha detto. E ancora: «Chiediamo che Stati Uniti, Israele e Iran cessino le ostilità e risolvano diplomaticamente questa guerra. Dobbiamo esigere che si fermino prima che sia troppo tardi. A un atto illegale non si può rispondere con un altro, è così che iniziano i grandi disastri dell’umanità».
Pedro Sánchez (Ansa).
Le minacce di Trump dopo il rifiuto di Madrid all’uso delle basi americane in Spagna
Pur senza citare direttamente Trump, Sánchez ha quindi fatto riferimento alla possibile “rappresaglia” degli Stati Uniti per la sua posizione anti bellica e per il rifiuto di Madrid all’uso delle basi americane nel territorio spagnolo per le operazioni militari in Medio Oriente. «La Spagna è un pessimo alleato. Infatti ho detto a Scott (Bessent, segretario al Tesoro, ndr) che stiamo tagliando tutti i legami con loro. Hanno detto che non possiamo usare le loro basi. Possiamo usare qualsiasi base che ci interessi. Possiamo semplicemente volare lì e usarle. Decideremo cosa non usare», aveva detto il presidente americano.
Donald Trump (Ansa).
In dettaglio, il governo spagnolo ha vietato l’uso delle basi militari statunitensi di Rota e Morón, con gli Usa che ora stanno cercando alternative per i loro aerei come la Germania. Madrid ha invocato l’articolo dell’accordo bilaterale di difesa con Washington che consente alla parte spagnola di chiudere entrambe le basi militari in caso di dispiegamento aereo in una situazione di guerra. «Le basi utilizzate congiuntamente con gli Stati Uniti sono basi sotto la sovranità spagnola, soggette a un trattato con gli Stati Uniti e rientrano in questo quadro. La nostra sovranità e il trattato stabiliscono come possono essere utilizzate», ha spiegato il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares.
L’esercito dello Sri Lanka ha tratto in salvo 78 persone che erano a bordo della nave da guerra iraniana IRIS Dena, che stava affondando appena al di fuori delle acque territoriali dello Stato insulare asiatico. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri Vijitha Herath, durante un intervento in parlamento a Colombo. Sarebbero almeno 101 i dispersi. Almeno 30 i feriti ricoverati in ospedale.
La IRIS Dena potrebbe essere stata attaccata da un sottomarino
Ignote per ora le cause dell’affondamento. C’è però l’ipotesi che l’IRIS Dena, fregata in servizio nella Flotta Meridionale della Marina di Teheran, possa essere stata attaccata da un sottomarino. L’imbarcazione a febbraio aveva preso parte alla “MILAN 2026″, una delle più grandi esercitazioni navali multilaterali dell’Indo-Pacifico, che si è svolta nelle acque del Golfo del Bengala con la partecipazione di India, Sudafrica e, appunto, Iran.
Il 36enne James Talarico ha vinto le primarie democratiche per il Senato in Texas. «Stasera la gente di questo Stato ha dato al nostro Paese un pochino di speranza. La nostra campagna ha scioccato la nazione». Con lui i dem sperano di vincere alle elezioni di mid-term del prossimo novembre, quando Talarico dovrà sfidare il vincitore delle primarie repubblicane che vedono contrapposti il senatore John Cornyn e il procuratore generale Ken Paxton. Un’eventuale vittoria del democratico potrebbe aiutare il partito a riprendersi il Senato (l’ultima volta che i dem hanno vinto in Texas è stato nel 1988). «Non stiamo cercando di vincere un’elezione, stiamo cercando di cambiare la nostra politica in modo fondamentale», ha comunque detto.
James Talarico a un comizio (Facebook).
Ha sconfitto Crockett con oltre 7,5 punti di vantaggio
Talarico ha vinto con un vantaggio di 7,7 punti sulla rivale Jasmine Crockett. All’85 per cento dei voti scrutinati ha infatti ottenuto il 53,2 per cento dei consensi contro il 45,5 della sfidante. Politico dalla voce pacata, ha un passato progressista ma ha condotto una campagna elettorale come costruttore di ponti verso gli elettori repubblicani indipendenti e delusi. Ha ottenuto un vantaggio nelle contee a forte presenza latina del Texas meridionale e di El Paso, ottenendo anche una grande vittoria nell’area di Austin. La sua avversaria Crockett, invece, ha ottenuto i risultati migliori nelle contee con un’ampia popolazione nera e in aree urbane come la contea di Harris, che è il fulcro dell’area di Houston.
Israele ha condotto una serie di attacchi aerei contro decine di obiettivi militari a Teheran: lo ha annunciato il portavoce in lingua araba dell’IDF, Avichay Adraee. I raid hanno preso di mira anche il quartier generale dei Basij, la forza paramilitare legata ai pasdaran, «oltre a piattaforme di lancio missilistiche e sistemi di difesa». L’esercito di Tel Aviv, ha assicurato Adraee, «continuerà a intensificare i suoi attacchi» contro le infrastrutture del regime degli ayatollah. Numerose le esplosioni e colonne di fumo che si levano da alcune aree di Teheran.
#عاجل جيش الدفاع أغار على عشرات المقرات التابعة لقوى الأمن الداخلي الباسيج الخاضعة لنظام الارهاب الايراني
أنجز سلاح الجو بتوجيه من هيئة الاستخبارات العسكرية شن موجة غارات إضافية استهدفت مقرات تابعة للنظام الإيراني في أنحاء طهران.
La forza Basij fu fondata per volere di Khomeyni nel 1979
I Basij sono una forza paramilitare fondata per disposizione dell’ayatollah Ruhollah Khomeyni a novembre del 1979, dopo la rivoluzione che trasformò la monarchia del Paese in una repubblica islamica sciita, con una costituzione ispirata alla legge coranica. Attualmente fungono come forza ausiliaria per la sicurezza interna, il controllo della morale islamica, la gestione di emergenze sociali e – soprattutto – la repressione del dissenso.
I Basij non hanno divisa e permeano la società iraniana
Fondati per islamizzare la società, difendendo le rigide regole su cui si fonda la teocrazia iraniana, i Basij inizialmente venivano reclutati tra le classi più povere ed erano esclusivamente giovani uomini. Negli anni della lunga guerra con l’Iraq (1980-1988) furono tantissimi i minorenni mandati a morire in attacchi kamikaze contro le truppe di Saddam Hussein, meglio addestrate e armate. Dagli Anni 90 la “Milizia del popolo” fu inglobata sotto il comando del Corpo dei guardiani della Rivoluzione, da cui dipende, e da allora impiegata soprattutto come polizia religiosa per reprimere il dissenso e le manifestazioni di piazza. Addestrati a usare la forza contro i cortei, i Basij non hanno divisa e permeano ogni ramo della società, con una folta presenza nelle università, nelle professioni, nella pubblica amministrazione. Secondo l’agenzia Irna il Basij conta su 12,5 milioni di membri: 5 milioni sono donne.
Mojtaba Hosseini Khamenei è la nuova guida suprema dell’Iran, secondo quanto riferito da Iran International. Figlio di Ali Khamenei, ucciso durante un attacco degli Stati Uniti e di Israele sabato 28 febbraio 2026, era considerato tra i favoriti per diventare il suo successore. La sua nomina non è ancora stata ufficializzata, ma è la più papabile secondo i media locali.
Dal servizio nella guerra con l’Iraq al sostegno ad Ahmadinejad
Politico e religioso con ottime relazioni con i pasdaran, è nato a Mashhad nel 1969 e ha prestato servizio durante l’ultimo periodo della guerra Iran-Iraq dal 1980 al 1988. L’anno successivo, suo padre fu nominato leader supremo, in sostituzione del defunto ayatollah Ruhollah Khomeini. Ha sostenuto l’ex presidente iraniano Ahmadinejad nelle controverse elezioni presidenziali del 2005 e del 2009 e, secondo i media, potrebbe aver svolto un ruolo di primo piano nell’orchestrarne la vittoria elettorale. Assegnare a Mojtaba quello che un tempo era il ruolo di suo padre potrebbe far arrabbiare gli iraniani che negli ultimi mesi sono scesi in piazza, trasformando le proteste in un referendum sul regime. Ma questa scelta invierebbe il messaggio, secondo alcuni analisti, che gli estremisti legati alle Guardie rivoluzionarie rimarrebbero al potere, suggerendo che poco cambierà. La moglie di Mojtaba, sua madre e suo figlio sono stati uccisi insieme al padre durante gli attacchi.
È già nel mirino di Israele
Intanto il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha avvertito che anche Mojtaba è un bersaglio da eliminare. «Qualsiasi leader nominato dal regime terroristico iraniano per continuare a guidare il piano per distruggere Israele, minacciare gli Stati Uniti, il mondo libero e i paesi della regione e opprimere il popolo iraniano, sarà un bersaglio inequivocabile da eliminare», ha affermato in una nota.
L’operazione Epic Fury lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, che ha risposto mettendo nel mirino – oltre allo Stato ebraico e alle basi Usa – anche i Paesi del Golfo, ha rapidamente assunto i contorni di un conflitto regionale. Definizione che col passare dei giorni appare persino riduttiva, visto che un drone iraniano ha già attaccato una base britannica a Cipro. Di sicuro la guerra, che ha portato a una delle maggiori interruzioni delle comunicazioni aeree della storia e stravolto gli equilibri geopolitici mondiali, è destinata ad avere pesanti ripercussioni a livello globale. Gli scenari.
L’obiettivo dichiarato di Donald Trump e dell’alleato Benjamin Netanyahu è un cambio di regime. Lo scenario più roseo, per il presidente Usa e il premier israeliano, è che le annunciate settimane di attacchi aerei contro i centri di potere della Repubblica Islamica possano scatenare una rivolta popolare, ancor più massiccia di quella recentemente repressa nel sangue e in grado di rovesciare il regime. C’è un aspetto da considerare: l’eliminazione di Ali Khamenei è un successo prettamente simbolico per Washington e Tel Aviv, visto che la Guida Suprema non era “un uomo solo al comando”. Innanzitutto, la sua età avanzata aveva già aperto un dibattito interno sulla successione. E poi l’ayatollah rappresentava l’apice teocratico, in un Paese in cui il potere è però distribuito tra più centri: il Consiglio dei Guardiani della Costituzione (l’organo di garanzia costituzionale che peraltro elegge l’Assemblea degli Esperti), l’apparato del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica e il Consiglio di Sicurezza nazionale, che ha come capo Ali Larijani, il quale ha escluso trattative con Usa e Israele.
Usa e Israele potrebbero accontentarsi di una mezza vittoria
Lo scenario forse più probabile è che i leader iraniani sopravvissuti sostituiscano il vecchio regime con un altro. In fondo, non tutto il Paese è contro la teocrazia che si è instaurata nel 1979. Inoltre, al netto dei ripetuti appelli all’insurrezione, l’opposizione iraniana è divisa in partiti e fazioni spesso in lotta tra loro, che difficilmente riusciranno a tenere in mano il potere. Ma l’operazione Epic Fury potrebbe comunque avere successo se riuscisse a infliggere un duro colpo alla capacità nucleare, missilistica e militare della Repubblica Islamica, che a quel punto faticherebbe a sostenere i suoi proxy nella regione. Sicuramente, questo potrebbe essere un risultato accettabile per Israele.
Il rischio di una Libia-bis: vuoto di potere e Paese nel caos
Lo scenario peggiore è quello di una Libia-bis, ovvero di un vuoto di potere in uno Stato distrutto da anni di autoritarismo, che potrebbe portare a violenti scontri tra fazioni o addirittura a una guerra civile, causando una crisi dei rifugiati e lasciando le riserve di uranio arricchito alla mercé di gruppi estremisti. E se da una parte gli statunitensi sono visti (certamente dalla diaspora) come liberatori, dall’altra c’è da considerare un fatto: questo conflitto, destinato a fare migliaia di vittime, alimenterà un forte sentimento anti-americano che potrebbe portare ad attacchi contro le installazioni Usa nella regione.
Benjamin Netanyahu e Donald Trump (Imagoeconomica).
L’Europa è sempre più marginale, ma c’è chi si prepara a scendere in campo
Trump ha colpito l’Iran senza chiedere l’avallo del Congresso. E i leader europei sono stati avvertiti solo a cose fatte, confermando la marginalità del Vecchio Continente nella testa di The Donald. La beffa? A differenza – ultimo esempio – del Venezuela, questa guerra scatenata dagli Stati Uniti riguarda l’Europa molto da vicino. Cipro, come detto, è già stata colpita e non si può parlare di attacco all’Ue perché la base della Royal Air Force di Akrotiri è tecnicamente territorio britannico e, dunque, non fa parte dell’Unione europea. La sensazione è che Trump si stia distanziando sempre di più dall’Europa, che potrebbe scendere in campo: i governi di Regno Unito, Francia e Germania hanno annunciato in una dichiarazione congiunta di essere pronti ad adottare misure per difendere i propri interessi e quelli degli alleati nella regione. Londra, tra l’altro, ha concesso (in ritardo secondo Trump) l’uso delle sue basi a Washington per attacchi “difensivi” contro gli attacchi missilistici iraniani. Al netto del fatto che in questo momento è impossibile fare previsioni certe su come la situazione potrà evolvere, nonostante la vicinanza con Teheran al momento appare improbabile il coinvolgimento di Russia e Cina, che tradizionalmente non hanno un ruolo militarmente attivo in Medio Oriente.
L’inevitabile shock petrolifero: a pagare sarà soprattutto il Vecchio Continente
C’è poi la questione energetica. L’Iran sotto attacco ha chiuso lo Stretto di Hormuz, passaggio da cui transita oltre un quinto del petrolio mondiale via mare e più del 30 per cento del gas naturale liquefatto. Inoltre sono state colpite alcune raffinerie in Arabia Saudita, che ha dichiarato la chiusura degli stabilimenti. Inevitabili le ripercussioni sui costi dell’energia, ma anche su quelli delle materie prime. Lo shock, più o meno breve, ci sarà. E con sempre meno volumi disponibili, a farne le spese sarà soprattutto l’Europa, che a differenza degli Stati Uniti non dispone di una significativa produzione domestica di energia.
Le forze israeliane, assieme a quelle statunitensi, hanno avviato una vasta ondata di attacchi «contro le infrastrutture del regime terroristico iraniano a Teheran», ha reso noto l’IDF. Nel mirino anche la sede del consiglio direttivo dell’Assemblea degli Esperti nella capitale della Repubblica Iraniana, situata presso l’ex palazzo del parlamento. E, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Tasnim – affiliata al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica – gli Stati Uniti e Israele hanno anche colpito la sede dell’Assemblea degli Esperti nella città di Qom, seconda città santa dell’Iran dopo Mashhad.
La sede dell’Assemblea degli Esperti a Teheran.
Cosa è l’Assemblea degli Esperti
L’Assemblea degli Esperti è l’organo clericale responsabile, secondo la costituzione iraniana, della nomina e della supervisione della Guida Suprema, massima carica religiosa e amministrativa del Paese. Secondo il canale Telegram Zed TV, l’attacco ha proprio preso di mira una sessione formale dell’Assemblea degli Esperti, convocata per eleggere l’erede dell’ayatollah Ali Khamenei, ucciso nei primi raid di Israele e Stati Uniti. L’assemblea è – o forse era – composto da 88 giuristi (mujtahid).
L’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, che era stato dato per morto dopo i primi attacchi statunitensi e israeliani su Teheran, sarebbe ancora vivo. Lo riporta il canale di opposizione con sede a Londra Iran International: secondo quanto hanno riferito fonti informate sulla situazione, Ahmadinejad non ha subito danni a causa del raid aereo ed è stato trasferito in un luogo sicuro. L’agenzia di stampa turca scrive che nell’attacco sono però morte tre delle sue guardie del corpo, membri dei pasdaran.
Former Iranian President Mahmoud Ahmadinejad is alive following an assassination attempt, informed sources told Iran International on Tuesday.
The sources said Ahmadinejad was not harmed and had been moved to a safe place.
La notizia della morte era stata smentita dal suo ufficio
Tra sabato e domenica alcuni media iraniani avevano sostenuto che Ahmadinejad, protagonista nei suoi otto anni da presidente di incendiari discorsi incendiari contro il «nemico americano», fosse morto nei raid. Altri non avevano invece confermato il decesso. La notizia era stata poi smentita dall’ufficio di Ahmadinejad, raggiunto da Al Jazeera.
L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Turk, ha esortato le forze responsabili dell’attacco a una scuola femminile in Iran a indagare e a condividere le proprie informazioni sull’accaduto. Lo riporta Reuters sul sito. Turk «chiede un’indagine rapida, imparziale e approfondita sulle circostanze dell’attacco alle forze che l’hanno perpetrato», ha dichiarato Ravina Shamdasani, portavoce dell’Alto commissariato. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato che le forze statunitensi «non avrebbero preso di mira deliberatamente una scuola».
Cos’è successo
I fatti si sono verificati sabato 28 febbraio 2026, quando un attacco aereo ha colpito un istituto femminile nella città meridionale di Minab. I media statali iraniani hanno riferito almeno 165 persone sono morte e altre decine sono rimaste ferite. Martedì si è svolta una cerimonia funebre per commemorare le vittime.