Nelle Filippine ha eruttato il vulcano Taal

Le autorità hanno disposto l'evacuazione totale nel raggio di 17 chilometri. Le ceneri hanno lambito anche la capitale Manila.

Mattina di paura nelle Filippine per l’attività del vulcano Taal. Alte colonne di cenere illuminate dai fulmini e strisce di lava hanno mostrato tutta la potenza distruttiva della natura.

Taal Volcano Timelapse

WATCH: Taal Volcano continues to spew a thick column of ash in this time lapse video at 1 p.m. as seen from Laurel Batangas, the ash cloud drifting towards Agoncilllo and Lemery. | via Raffy Tima/GMA NewsRELATED STORY: http://bit.ly/36PrU9h

Posted by GMA News on Monday, January 13, 2020

Le autorità filippine hanno attuato una evacuazione totale nel raggio di 17 chilometri e che ha coinvolto oltre mezzo milione di abitanti vicini alla capitale Manila. Le ceneri si sono spinte fino a 14 chilometri di distanza. Il vulcano è considerato dagli esperti tra i più pericolosi del mondo, a causa del gran numero di persone che vivono nelle sue immediate vicinanze.

DOVE SI TROVA IL VULCANO TAAL

Il vulcano Taal è situato in mezzo a un lago dell’isola di Luzon. Negli ultimi 450 anni ha registrato 34 eruzioni di cui l’ultima risale al 1977. L’eruzione più drammatica, che riguarda il Monta Pinatubo, risale al 19991 a circa cento chilometri a nord-ovest di Manila e che ha provocato la morte di oltre 800 persone. L’attività vulcanologica delle Filippine è molto elevata dato che si trovano sulla cosiddetta ‘cintura di fuoco’ del Pacifico. Qui le placche tettoniche entrano in collisione frequentemente e provocando terremoti e attività vulcaniche.

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Libia, Haftar e Sarraj a Mosca per firmare la tregua

Il capo del governo libico di unità nazionale, Fayez al-Sarraj, e il suo rivale, il maresciallo Khalifa Haftar, uomo forte..

Il capo del governo libico di unità nazionale, Fayez al-Sarraj, e il suo rivale, il maresciallo Khalifa Haftar, uomo forte dell’est della Libia, sono attesi oggi a Mosca per firmare una tregua, sui termini del cessate il fuoco tra le loro truppe, entrato in vigore il 12 gennaio 2020. Dopo oltre nove mesi di micidiali combattimenti alle porte della capitale libica Tripoli, la firma di questo accordo (è l’obiettivo di Russia e Turchia) deve diventare un ulteriore passo per abbassare i toni del conflitto, scongiurandone un’ulteriore internazionalizzazione.

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NON È DETTO CHE HAFTAR E SARRAJ SI INCONTRINO DIRETTAMENTE

Ma non è detto che Haftar e Sarraj si incontreranno direttamente. Secondo quanto dichiarato dal capo del gruppo di contatto russo in Libia, Lev Dengov, i leader libici «avranno incontri separati con i funzionari russi e gli emissari della delegazione turca che sta collaborando con la Russia su questo tema. I rappresentanti degli Emirati Arabi Uniti e dell’Egitto saranno probabilmente presenti come osservatori ai colloqui».

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GLI ACCOMPAGNATORI DI HAFTAR E SARRAJ

I due leader libici non arriveranno in Russia da soli. Haftar, che ad aprile 2019 ha tentato senza successo di impadronirsi di Tripoli, sarà accompagnato dal suo alleato Aguila Salah, presidente del parlamento libico con base in Oriente. Assieme a Sarraj ci sarà invece Khaled al-Mechri, presidente del Consiglio di Stato. A Mosca sono attesi anche i ministri degli Esteri e della Difesa turchi, Mevlut Cavusoglu e Hulusi Akar.

MACRON A PUTIN: «CESSATE IL FUOCO SIA CREDIBILE, DUREVOLE E VERIFICABILE»

Dalla Francia arriva il primo commento sull’incontro tra Haftar e Sarraj a Mosca. Durante una chiamata con Vladimir Putin, il presidente Emmanuel Macron ha detto di volere che il cessate il fuoco in Libia sia «credibile, durevole e verificabile».

LA SITUAZIONE IN LIBIA

Il cessate il fuoco in Libia, richiesto da Russia e Turchia, è entrato in vigore alla mezzanotte del 12 gennaio 2020, con il plauso di Unione europea, Stati Uniti, Nazioni Unite e Lega Araba. La Libia, ricca di petrolio, è nel caos dall’autunno del 2011 quando fu rovesciato il regime di Muammar Gheddafi con una rivolta popolare, sostenuta da un intervento militare guidato da Francia, Regno Unito e Stati Uniti.

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Haftar e Sarraj hanno accettato il cessate il fuoco in Libia

A partire dalla mezzanotte del 12 gennaio, il conflitto si ferma. Ma entrambi promettono una dura reazione contro chi dovesse rompere la tregua.

Il cessate il fuoco in Libia è in vigore dalla mezzanotte del 12 gennaio. Il capo del Consiglio presidenziale del governo di accordo nazionale libico (Gna), Fayez al Serraj, ha infatti accettato la tregua proposta da Turchia e Russia dopo che alla stessa avevano aderito anche le forze del generale dell’Est, Khalifa Haftar. In un comunicato pubblicato nella notte sulla pagina media del Gna, il premier libico Sarraj, oltre a confermare l’adesione al cessate il fuoco a partire dalla mezzanotte e a promettere di difendersi in caso di sua violazione, invita le parti a una trattativa sotto l’egida dell’Onu su come pervenire a una tregua duratura e a lavorare con tutti i libici per una conferenza nazionale in vista della Conferenza di Berlino per giungere alla pace.

IL MESSAGGIO DI HAFTAR

Poche ore prima, Ahmed Al Mismari, portavoce dell’ Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar, aveva annunciato in un video il cessate il fuoco a partire dalla mezzanotte. Una dura rappresaglia, ha affermato, verrà attuata contro chi non lo rispetterà. «Le forze di Haftar hanno accettato il cessate il fuoco: è il primo passo per perseguire una soluzione politica. Ancora tanta strada da percorrere, ma la direzione è quella giusta», aveva scritto su Twitter il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che proprio nella giornata di sabato 11 gennaio era impegnato a Roma ad accogliere Sarraj, mentre a Mosca, nelle stesse ore, si incontravano la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente russo Vladimir Putin.

CONTE OSPITA SARRAJ

L’Italia ha avuto il suo bel da fare per rimediare al pasticcio diplomatico della visita a Roma di Haftar. Alla fine il premier libico Fayez al Sarraj ha deciso di accettare l’invito di Conte. «Ho rappresentato con forza ad Haftar» la posizione dell’Italia, ha dovuto chiarire Conte, «che lavora per la pace» e gli ho espresso «tutta la mia costernazione per l’attacco all’accademia militare di Tripoli». Anche Putin ha mandato un messaggio al generale che sostiene, dopo aver incontrato la cancelliera tedesca Angela Merkel. «Conto molto che a mezzanotte, come abbiamo esortato con Erdogan, le parti in contrasto cesseranno il fuoco e smetteranno le ostilità: poi vorremmo tenere con loro ulteriori consultazioni». Messaggio che alla fine è stato recepito.

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Michael Bloomberg pronto a spendere 1 miliardo contro Trump

Il candidato democratico Michael Bloomberg deciso a innaffiare la campagna col suo denaro. Anche se dovesse uscire sconfitto dalle primarie. Finanzierebbe Sanders o Warren. Pur di sconfiggere il presidente.

Pronto a tutto pur di liberare gli Stati Uniti da Donald Trump. La corsa alla Casa Bianca è destinata a diventare una guerra tra miliardari, a prescindere da chi tra i democratici otterrà la nomination per le presidenziali. L’ex sindaco di New York Michael Bloomberg non ha infatti escluso di spendere un miliardo di dollari della sua fortuna anche se non dovesse essere lui a spuntarla nelle primarie dem. E ha assicurato che mobiliterà la sua ben finanziata campagna per aiutare anche i senatori Bernie Sanders o Elizabeth Warren a battere Donald Trump, nonostante le forti differenza politiche che li separano. Il nemico comune, quindi, finirebbe per appianare i dissidi interni e anche una sconfitta personale non fermerebbe la battaglia elettorale di Bloomberg. Lo ha scritto il New York Times citando lo stesso imprenditore.

UNA FORTUNA DI OLTRE 50 MILIARDI

«Dipende se il candidato ha bisogno di aiuto: se sta facendo molto bene necessiterà di meno aiuto, altrimenti ne avrà più bisogno», ha detto Bloomberg durante una tappa della sua campagna in Texas. Chi conquisterà la nomination, quindi, potrà contare non solo sul suo appoggio finanziario ma anche sulla sua ramificata rete organizzativa. L’ex sindaco di New York, che conta su una fortuna di oltre 50 miliardi di dollari, ha già speso più di 200 milioni in spot pubblicitari, con un ritmo che entro marzo sarà uguale alla somma investita da Barack Obama nel corso dell’intera campagna del 2012. Un enorme investimento pur di sfrattare dalla Casa Bianca un inquilino scomodo e inviso a buona parte della popolazione.

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Il nuovo premier di Malta è Robert Abela

La scelta fatta dagli elettori laburisti rappresenta una voglia di continuità rispetto a Muscat, dimessosi per il caso Caruana.

Dopo la crisi di governo legata al caso Caruana e le dimissioni di Joseph Muscat, Malta ha un nuovo premier. Si tratta di Robert Abela, avvocato 42enne, eletto leader del Partito laburista maltese, diventando automaticamente anche primo ministro dopo le dimissioni di Muscat, accusato di interferenze nelle indagini sull’omicidio della giornalista investigativa Daphne Caruana Galizia.

UNA SCELTA DI CONTINUITÀ

Figlio dell’ex presidente George e visto come outsider incarnazione della continuità col suo predecessore, Abela è stato scelto dalla maggioranza dei 17.500 elettori laburisti – che hanno votato per la prima volta direttamente il loro leader – per la sua promessa di continuare «con le ricette vincenti» di Muscat. È stato preferito al chirurgo 52enne Chris Fearne, vicepremier uscente.

IN PARLAMENTO DAL 2017

Abela, attivista di lunga data del Partito laburista, è diventato membro del parlamento maltese solo durante le ultime elezioni legislative del 2017, convocate in anticipo da Muscat e vinte a mani basse dal suo partito nonostante un’ondata di scandali che hanno scosso il suo entourage. Abela subentra per soli due anni e mezzo in carica, fino al settembre 2022.

FENECH INCRIMINATO

Il caso Caruana ha travolto il governo, portando all’arresto di Keith Schembri, capo di gabinetto di Muscat, scarcerato poi una volta completati gli interrogatori nei suoi confronti. Per l’omicidio della giornalista è stato invece ufficialmente incriminato Yorgen Fenech, l’imperatore dei casinò, accusato di legami con le mafie italiane e vicino ad ambienti di governo. L’uomo è accusato di essere il mandante dell’autobomba che tolse la vita a Daphne Caruana Galizia.

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Una bomba ha ucciso due soldati americani in Afghanistan

Altri due sono rimasti feriti. L'attentato nel distretto di Dand è stato rivendicato dai talebani.

Due soldati americani sono rimasti uccisi nell’esplosione di un ordigno artigianale in Afghanistan. Altri due militari statunitensi risultano feriti. La notizia arriva dal portavoce delle forze Nato attive nelle regione. L’attentato è stato rivendicato dai talebani ed è avvenuto nel distretto di Dand. Qui la bomba ha colpito il mezzo blindato su cui viaggiavano i soldati. Fonti della polizia locale hanno spiegato che gli americani erano impegnati in un servizio di pattuglia vicino all’aeroporto di Kandahar quando sono stati raggiunti dall’esplosione.

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I risultati delle elezioni presidenziali a Taiwan

Vittoria e nuovo mandato per l'anticinese Tsai-Ing-wen: «Pechino smetta di minacciarci». Staccato di oltre un milione di voti il rivale Han Kuo-yu, dei Nazionalisti del Kuomintang.

I risultati non sono ancora definitivi, ma lo spoglio iniziato subito dopo la chiusura dei seggi e arrivato ormai al 95% non lascia alcun dubbio. L’anticinese Tsai Ing-wen ha vinto le elezioni presidenziali a Taiwan, ottenendo così un nuovo mandato.

OLTRE UN MILIONE DI VOTI DI VANTAGGIO PER TSAI ING-WEN

Tutti i conteggi dei principali media locali le danno un vantaggio di oltre un milione di voti sul suo rivale, Han Kuo-yu, candidato dei Nazionalisti del Kuomintang. Tsai è accreditata del 58% dei consensi, Han è fermo al 38%.

AL FIANCO DI HONG KONG

Quest’ultimo, di fronte al divario ormai incolmabile, ha ammesso la sconfitta e ha riconosciuto la vittoria di Tsai, premiata dagli elettori soprattutto per la sua linea dura nei confronti di Pechino e per il suo essersi schierata al fianco di Hong Kong.

LEGGI ANCHE: Perché le elezioni a Taiwan preoccupano la Cina

«LA CINA SMETTA DI MINACCIARCI»

Le prime parole di Tsai Ing-wen confermano la volontà di opporsi a ogni tentativo di ingerenza: «La Taiwan democratica e il nostro governo eletto democraticamente non cederanno alle minacce e alle intimidazioni. La Cina deve abbandonare la minaccia dell’uso della forza». Alla domanda se il risultato del voto sia il frutto di una scelta di campo tra Cina e Stati Uniti, Tsai ha replicato: «È una scelta per la libertà e la democrazia».

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Usa: annunciate nuove sanzioni all’Iran dopo l’attacco missilistico

Le misure colpiscono vari settori, tra cui il manifatturiero, il tessile, il minerario, nonché otto dirigenti ritenuti coinvolti nell'attacco. Trump: «Teheran è il principale sponsor mondiale del terrorismo».

Continuano le rappresaglie tra Teheran e Washington. Il 10 gennaio 2020, è infatti arrivata la risposta Usa all’attacco iraniano alle due basi statunitensi in Iraq. Il segretario al Tesoro Steve Mnuchin e il segretario di Stato Mike Pompeo hanno annunciato in una conferenza stampa alla Casa Bianca nuove sanzioni contro Teheran. Le misure colpiscono vari settori, tra cui il manifatturiero, il tessile, il minerario (acciaio e alluminio in particolare), nonché otto dirigenti ritenuti coinvolti nell’attacco. Tra questi ci sono il segretario del Consiglio supremo di sicurezza iraniano Ali Shamkhani e il comandante della milizia Basij Gholamreza Soleimani.

TRUMP: «LE SANZIONI RESTERANNO FINCHÉ L’IRAN NON CAMBIERÀ ATTEGGIAMENTO»

Secondo il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, le nuove sanzioni «avranno un enorme impatto sull’economia dell’Iran» e taglieranno «sostanziali entrate che potrebbero essere usate per sostenere lo sviluppo del programma nucleare e missilistico, il terrorismo e i gruppi terroristici nella regione». Trump ha sottolineato come il regime di Teheran sia «responsabile per gli attacchi contro il personale e gli interessi degli Stati Uniti» e resti «il principale sponsor mondiale del terrorismo». Il presidente ha anche detto che «le sanzioni economiche all’Iran resteranno finché il regime non cambierà atteggiamento. E gli Stati Uniti sono pronti ad abbracciare la pace con tutti coloro che la cercano».

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Boeing, «il 737 Max è progettato da clown e controllato da scimmie»

Resi pubblici documenti e mail in cui alcuni dipendenti prendevano in giro le autorità e insabbiavano i difetti di progettazione dell'aereo delle tragedie.

Nuova grana per la Boeing. Dopo le dimissioni il 23 dicembre scorso dell’amministratore delegato Dennis Muilenburg a causa della crisi del 737 Max, sono stati resi pubblici migliaia di email e documenti interni contenenti critiche e prese in giro alle autorità e non solo proprio sul 737 Max, l’aereo ormai a terra da mesi dopo due incidenti mortali che sono costati la vita a 346 persone.

Il 737 Max è stato «progettato da clown e controllato da scimmie», si legge in una delle email dalle quali emerge anche come i dipendenti di Boeing abbiano convinto, anche ricorrendo ad alcuni trucchi, le compagnie aeree e le autorità che non fosse necessario alcun addestramento con simulatori per i piloti del velivolo. Alcuni dipendenti del colosso Usa dunque erano a conoscenza dei difetti di progettazione del Max737. «Non sono ancora stato perdonato da Dio per tutto l’insabbiare che ho dovuto fare l’anno scorso», è scritto in un messaggio del 2018.

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Perché le elezioni a Taiwan preoccupano la Cina

L'isola ribelle al voto, con lo spettro di Hong Kong. Favorita la presidente uscente Tsai Ing-wen sfidata da Han Kuo-yu, leader del Kuomintang filo-Pechino, e dal terzo incomodo James Soong, appoggiato dal patron Foxconn. Le cose da sapere.

Sabato 11 gennaio, quella che per la Cina resta ancora oggi “l’isola ribelle” per antonomasia, Taiwan, andrà al voto per eleggere il presidente della Repubblica.

La Republic of China (ROC, in sigla) – come si auto denominò ai tempi della fuga del “generalissimo” Chang Chai Shek di fronte alle truppe comuniste di Mao Zedong, in contrapposizione all’allora nascente (e vittoriosa) People Republic of China (PRC) che prendeva vita a Pechino – resta ancora oggi la spina nel fianco più dolorosa per il regime cinese

TAIWAN, LA NAZIONE CHE NON C’È

Una nazione che in realtà assomiglia sempre di più, almeno dal punto di vista del diritto internazionale, a una “nazione che non c’è”, grazie al feroce ostracismo di Pechino che ha praticamente imposto con ogni mezzo ai governi del Pianeta di non riconoscerla ufficialmente, se si eccettuano poco più di una quindicina di Paesi, per lo più staterelli dei Caraibi e africani.

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Anche il Vaticano, che da sempre manteneva salde relazioni diplomatiche con Taipei e non con Pechino, ormai stregato anch’esso dal fascino ammaliante della nuova superpotenza globale, pare si appresti a cambiare presto barricata.

A Taipei, capitale di quella che, ai tempi del dominio spagnolo sull’isola, si chiamava Formosa (da hermosa, bella, in spagnolo appunto), non sembrano preoccuparsene più di tanto, mentre ormai la campagna elettorale è alle ultimissime battute.

I TRE CANDIDATI ALLA PRESIDENZA

I due partiti che ancora una volta si fronteggiano sono il vecchio, pluri-trasformista e ormai apertamente filocinese Kuomintang o Partito nazionalista (Kmt), fondato all’epoca proprio da Chang Chai Shek, con il suo candidato, Han Kuo-yu, e il Partito democratico progressista (Dpp) a vocazione fortemente indipendentista guidato della attuale presidente in carica e candidata, Tsai Ing-wen, data per favorita fino al silenzio pre-elettorale imposto ai sondaggi con l’arrivo del nuovo anno. Una donna combattiva e risoluta che ha sempre messo molta paura e procurato molti fastidi a Pechino nel corso del suo mandato. A fare da terzo incomodo, il piccolo ma agguerrito People First Party (Pfp), con candidato James Soong.

TSAI ING-WEN DATA PER FAVORITA

L’andamento del dibattito pre-elettorale in corso ha fatto emergere la differente situazione in cui si trovano Tsai e Han. La presidente, che fino alla sofferta designazione a candidata da parte del suo partito, il Dpp, era apparsa in serio svantaggio nei sondaggi, oggi viene considerata protagonista di una sensazionale rimonta.

La presidente uscente e candidata del Democratic Progressive Party, Tsai Ing-wen (Getty Images).

Secondo gli ultimi dati disponibili (ricordiamo che dal primo gennaio è scattato appunto il divieto di pubblicazione) Tsai sarebbe sopra in vantaggio su Han di circa 10 punti.

IL PATRON DI FOXCONN SOSTIENE SOONG

A scompigliare le carte di questa campagna elettorale taiwanese già di per sé agguerritissima, c’è poi il convitato di pietra, il potentissimo uomo d’affari Terry Gou, l’uomo più ricco di Taiwan, proprietario del colosso cinese Foxconn, prima azienda al mondo nella produzione di componentistica per apparecchiature elettroniche, che tempo fa ha annunciato il suo supporto al candidato presidente James Soong e al suo People First Party.

Il leader del People First Party, James Soon (Getty).

Una presa di posizione davvero ingombrante, che ha pesato molto nel dibattito elettorale e che Gou ha motivato facendo riferimento alla corruzione e all’incapacità di garantire la sicurezza di Taiwan dei due maggiori partiti in lizza, il Dpp e il Kmt.

L’OMBRA DI HONG KONG E IL PESO GEOPOLITICO DEL VOTO

Queste elezioni a Taipei rivestono un ruolo per nulla marginale sugli equilibri geopolitici del triangolo Taiwan-Pechino-Washington, considerando che, oltre al nuovo presidente, verranno eletti anche i componenti del nuovo parlamento.

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Si delineerà insomma l’assetto politico di Taiwan per i prossimi quattro anni: un periodo che si prevede cruciale per l’area asiatica, e non solo. Molte cose che avvengono a Taiwan, infatti, disturbano e irritano apertamente la leadership di Pechino, proprio a partire dalla possibilità di svolgere libere elezioni. Il richiamo alla ribelle Hong Kong, che ormai da oltre sei mesi protesta riempendo le strade, proprio per richiedere altrettanta autonomia elettorale e di governo, è fin troppo esplicito, e urticante per Pechino.

Han Kuo-yu, il candidato del filocinese Kuomintang (Getty Images).

INVESTIMENTI ESTERI E LAVORO: LA DOTE DI TSAI

Tra i due candidati principali in lizza, la signora Tsai ha puntato su una situazione economica nel complesso positiva e in crescita, attribuendosene il merito. Gli investimenti esteri a Taiwan sono in forte aumento: i dati forniti dal ministero per gli Affari economici parlano di un +20% su base annua nel periodo gennaio-novembre. Il programma di incentivi per il rientro in patria di aziende che avevano delocalizzato in Cina viene presentato da Tsai come un successo personale: oltre 150 aziende hanno aderito, contribuendo così alla creazione di molti nuovi posti di lavoro. A livello politico, nonostante la perdita di ulteriori alleati diplomatici passati dalla parte della Cina, Taiwan ha visto addirittura rafforzato il sostegno degli Usa a livello politico e militare.

HAN COSTRETTO A DIFENDERE LA SOVRANITÀ DELL’ISOLA

Han, un leader dotato senz’altro di altrettanto – se non persino maggiore, per certi versi – carisma della Tsai, ha assistito invece allo spegnersi inesorabile dei primitivi exploit nei sondaggi della scorsa primavera. A fronte dei successi politici ed economici rivendicati dall’attuale presidente e candidata, nelle ultime settimane si è dovuto piuttosto preoccupare di ribadire come, se eletto, non sarebbe un presidente arrendevole nei confronti della Cina. Nel corso del dibattito elettorale infatti, si è visto più volte costretto ad affermare pubblicamente che la sua priorità sarà quella di difendere la sovranità di Taiwan. La crisi di Hong Kong infatti lo ha messo in seria difficoltà, consentendo a Tsai di ergersi a difensore dell’integrità taiwanese nei confronti della Cina.

PECHINO PER ORA “TOLLERA” LE INTEMPERANZE

In questo scenario il ruolo della potente Cina sembra essere quello, in qualche modo paternalistico, del gigante buono che tollera pazientemente le intemperanze di una provincia ribelle, aspettando il momento in cui le cose – inevitabilmente, secondo i burocrati di Pechino – ritorneranno “al loro stato naturale” e la ribelle Taiwan tornerà nell’abbraccio della madrepatria. Solo il futuro dirà se questa loro convinzione uscirà rafforzata o indebolita dal risultato elettorale a Taipei.

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«Il Boeing ucraino abbattuto per errore da un missile»

Lo riferisce Newsweek citando fonti del Pentagono e delle intelligence Usa e irachena.

Il Boeing dell’Ukrainian Airlines precipitato durante la fase di decollo dall’aeroporto di Teheran causando la morte di 176 persone l’8 gennaio, sarebbe stato abbattuto per errore da un missile anti-aereo iraniano. Lo scrive Newsweek che cita tre fonti: una del Pentagono, una dell’intelligence Usa e un’altra dell’intelligence irachena.

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Secondo le fonti citate, l’aereo sarebbe stato colpito da un missile terra-aria Tor M-1, di fabbricazione russa, noto come Gauntlet presso la Nato. La batteria anti-aerea iraniana sarebbe stata attiva contro possibili risposte ai raid compiuti contro due basi americane in Iraq seguiti all’uccisione da parte di un drone Usa del generale iraniano Qassem Soleimani.

cause aereo ucraino caduto teheran
I resti dell’aereo ucraino caduto a Teheran. (Ansa)

«Qualcuno potrebbe aver commesso un errore», ha commentato il presidente Usa Donald Trump. «Ho un mio sospetto su quanto accaduto», ha aggiunto il tycoon sulle indiscrezioni stampa che puntano il dito sul sistema anti-missilistico di Teheran escludendo problemi tecnici del Boeing 737 precipitato.

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In mattinata, il team di esperti ucraini che indaga sul disastro aveva incontrato a Teheran le autorità dell’aviazione civile iraniana, che continuano a ritenere che il velivolo sia precipitato a seguito di un problema tecnico. La Repubblica islamica ha invitato a partecipare all’inchiesta anche il Canada e la Svezia che nella tragedia hanno avuto rispettivamente 63 e 10 morti.

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Cosa sappiamo sull’attacco missilistico contro una base Onu in Mali

Venti persone sono rimaste ferite a causa dell'agguato contro una struttura delle Nazioni unite a nord di Kidal.

Venti persone, tra cui 18 peacekeeper, sono rimaste ferite questa mattina in un attacco missilistico contro una base delle Nazioni Unite nella regione settentrionale di Kidal, nel Mali: lo riporta la Bbc, che cita un portavoce dell’Onu. Nell’attacco, che per il momento non è stato rivendicato, sono stati feriti gravemente sei peacekeeper, ha sottolineato il portavoce. L’8 gennaio l’inviato delle Nazioni Unite per la regione ha dichiarato al Consiglio di sicurezza che gli attacchi nel Sahel sono aumentati di cinque volte dal 2016.

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A che punto è il cessate il fuoco in Libia proposta da Russia e Turchia

Il governo di accordo nazionale ha accolto la mossa di Putin e Erdogan per fermare i combattimenti a partire dal 12 gennaio. Ma intanto Haftar prosegue i raid.

Il Consiglio presidenziale del governo di accordo nazionale libico (Gna) «accoglie con favore qualsiasi appello alla ripresa del processo politico e ad allontanare lo spettro della guerra, in conformità con l’Accordo politico libico e il sostegno alla Conferenza di Berlino patrocinata dalle Nazioni Unite». Lo si legge in una nota del Gna pubblicata dopo l’incontro dell’8 gennaio ad Istanbul tra il presidente russo Putin e quello turco Erdogan nel quale i due hanno proposto tra le altre cose «un cessate il fuoco in Libia a partire dalla mezzanotte di domenica 12 gennaio».

NUOVO RAID SULL’AEROPORTO DI MITIGA

In attesa di un via libera anche da parte della Cirenaica, gli scontri sul terreno sono continuati. Secondo il giornale The Libya Observer l’aeroporto di Tripoli Mitiga, l’unico funzionante nella capitale libica, è stato oggetto nella notte di nuovi raid aerei da parte dell’aviazione facente capo al generale Khalifa Haftar, in riferimento al supporto dell’aviazione degli Emirati Arabi Uniti. L’8 Ahmed Al Mismari, portavoce del sedicente esercito nazionale libico (Lna) guidato da Haftar, aveva annunciato l’estensione del divieto di sorvolo anche «sulla base e sull’aeroporto Mitiga a Tripoli», richiamando «le compagnie aeree ad attenersi severamente a questo provvedimento e a non mettere in pericolo i loro aeromobili».

SMENTITE OPERAZIONI DI TERRA A MISURATA

Vengono invece smentite informazioni circa incursioni terrestri delle milizie di Haftar vicino allo scalo e anche ai confini della municipalità di Misurata, un altro fronte in cui il generale è all’attacco, più a est. «Smentisco qualsiasi notizia che le truppe di Haftar siano arrivate all’aeroporto o al confine di Misurata», ha detto un consigliere comunale di Tripoli, Ahmed Wali precisando che «sono arrivati a sparare missili da 18 km di distanza».

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L’Apocalisse australiana e l’allarme ignorato di Jared Diamond

Nel 2005 il geografo e biologo metteva in guardia sulla fragilità del continente. Una terra poco fertile, arida e sfruttata come una miniera. Consigliava di puntare sulla viticoltura e sull'export di carne di canguro. Ma nessuno gli diede ascolto.

Esportare vino e carne di canguro invece che lana, carni ovine o cereali: è il consiglio che Jared Diamond, antropologo, biologo e geografo statunitense, diede all’Australia in tempi non sospetti.

Allora, era il 2005, molti australiani si indignarono, snobbando le riflessioni dell’esperto premio Pulitzer. Ma ora, nel mezzo dell’emergenza incendi definita una “Chernobyl australe”, le sue parole tornano attuali.

I NUMERI DELL’APOCALISSE AUSTRALIANA

Dallo scorso settembre oltre 10 milioni di ettari sono ormai andati in fiamme; 25 persone e oltre un miliardo di animali sono morti; oltre 2500 case sono andate distrutte. Nella capitale Canberra sono state distribuite ai cittadini 100 mila maschere con filtri protettivi per permettere alla popolazione di sopravvivere con un livello di respirabilità dell’aria che è stato registrato come «il peggiore al mondo». Per ora sono scattati almeno 183 arresti per incendi nel solo Nuovo Galles del Sud, tra cui una quarantina di minorenni. 

LE RESPONSABILITÀ POLITICHE

Ma per i cittadini ci sono evidentemente anche responsabilità politiche, e il primo ministro Scott Morrison è stato ripetutamente contestato. A parte andarsene in vacanza natalizia alle Hawaii nel mezzo della crisi, a parte aver voltato le spalle durante una visita in una comunità devastata dai roghi a una donna incinta che chiedeva più risorse, a parte fare arrabbiare i connazionali per uno spot in cui si vantava per il dispiegamento di forze quando invece era accusato di aver risposto con colpevole ritardo all’emergenza, Morrison è nel mirino soprattutto per aver dichiarato che il suo governo non farà nulla per combattere i cambiamenti climatici.

Il primo ministro australiano Scott Morrison in visita all’osola dei Canguri devastata dalle fiamme (Getty images)

La Carbon Tax che in due anni aveva ridotto le emissioni di gas serra dell’1,4% è stata tolta nel 2014, e la delegazione australiana al recente vertice delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici è stata accusata di ostacolare i negoziati per concordare piani di riduzione delle emissioni di carbonio a livello globale. L’Australia è il più grande esportatore mondiale di carbone e gas naturale liquefatto, e la relativa lobby è potente. 

LA COMBINAZIONE FATALE DI TRE FATTORI

Incendi dolosi a parte, il Paese in questi ultimi mesi è stato colpito da una eccezionale combinazione di tre fattori. Caldo estremo, innanzitutto: a metà di dicembre la temperatura media era arrivata a 41,9 gradi, e secondo il locale Bureau of Meteorology le temperature sono aumentate di oltre un grado Celsius dal 1920. Poi, siccità prolungata: la primavera più secca da quando 120 anni fa si è iniziato a registrare il dato. Terzo elemento, venti fortissimi: fino a 60 miglia l’ora. Gli incendi boschivi sono cosa normale in Australia, ma se il caldo aumenta anche la loro intensità cresce, fino a oltrepassare il livello di guardia. 

Abitazioni distrutte dalle fiamme nel Galles del Sud (Getty Images).

Vero, l’Australia può contare su centinaia di migliaia di vigili del fuoco volontari che lavorano 24 ore su 24 per cercare di tenere gli incendi sotto controllo. Ma secondo gli esperti bisognerebbe puntare di più sulla prevenzione, a partire dall’edilizia nelle zone a rischio incendi: costruire case resilienti e realizzare zone cuscinetto più ampie tra le proprietà e il Bush, la tipica vegetazione australiana. 

L’ALLARME LANCIATO DA DIAMOND NEL 2005

Forse però occorrerebbe andare oltre. E ricordare Jared Diamond: il biologo, fisiologo, ornitologo, antropologo e geografo il cui best-seller Armi, acciaio e malattie nel 1997 rivoluzionò la storiografia lanciando il genere definito “storia mondiale”. L’Australia è una terra che Diamond conosce bene. Ne parla anche nel suo recentissimo Crisi. Come rinascono le nazioni. Ma a questo Paese un altro capitolo lo aveva dedicato in Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere del 2005. E lì il suo avvertimento era stato proprio questo: l’Australia è il continente ecologicamente più fragile del Pianeta e per sopravvivere la sua economia dovrebbe cambiare in maniera radicale. Non solo sul fronte del carbone.

UN’ECONOMIA BASATA SULLO SFRUTTAMENTO

«L’attività mineraria in senso stretto (ovvero l’estrazione di carbone e metalli) è oggi un fattore chiave nell’economia australiana, perché rappresenta la quota più cospicua delle esportazioni», ricorda Diamond. Aggiungendo: «La miniera è anche una chiave metaforica per comprendere la storia ambientale dell’Australia e la sua difficile situazione attuale». Lo ripetiamo: scriveva nel 2005. «L’estrazione mineraria, fondamentalmente, non è che lo sfruttamento fino all’estremo di risorse che non si rinnovano con il tempo. Dato che l’oro non cresce nei campi anno dopo anno e che dunque non c’è bisogno di tener conto del ritmo con cui si rinnovano i giacimenti, i minatori estraggono il minerale da un filone fino a quando si esaurisce».

Una donna cammina con una mascherina a Sydney (Getty Images).

Dunque, l’estrazione di minerali deve essere «tenuta ben distinta dallo sfruttamento di risorse rinnovabili» che si rigenerano per riproduzione biologica o per la formazione di un nuovo strato di suolo, e che possono essere sfruttate indefinitamente «a condizione che vengano prelevate con un ritmo più lento rispetto a quello con cui si rinnovano». Ma «l’Australia ha sempre trattato le sue risorse rinnovabili (e continua a farlo) alla stregua di minerali: le sfrutta molto più velocemente di quanto non si rigenerino». 

UNA TERRA SENZA MINERALI E POCO FERTILE

Come ricorda Diamond, «ecologicamente, l’ambiente dell’Australia è eccezionalmente fragile». Per questo «sono già diventati gravi molti problemi che potrebbero prima o poi paralizzare anche altri Paesi ricchi (e che già imperversano in molte zone del Terzo Mondo)». La siccità da cui i continui incendi, infatti, è dovuta al fatto che «l’Australia è il continente meno fertile: ha il suolo mediamente meno ricco di sostanze nutrienti, il tasso di crescita vegetale più basso e la più bassa produttività». E questo «perché il suolo australiano è, per la maggior parte, così vecchio che i suoi minerali sono stati trascinati via dalle innumerevoli piogge. Le rocce più antiche presenti sulla superficie terrestre (quasi 4 miliardi di anni) si trovano nella catena montuosa del Murchison Range, nell’Australia occidentale». La mancanza di vulcani, glaciazioni e sollevamenti non ha permesso un ripristino. Di conseguenza l’agricoltura australiana dipende da un uso e abuso di fertilizzanti e carburanti che aumenta non solo i costi di produzione, ma anche l’impoverimento del suolo e l’effetto serra.

UNA RICONVERSIONE MAI AVVENUTA

Diamond consigliava una riconversione massiccia verso prodotti a più alto valore aggiunto, che ridurrebbero questo impatto. Benissimo dunque il vino. La viticultura australiana è fortunatamente in rapida espansione ed è un boom che secondo l’esperto va incoraggiato. Più si brinda con vino degli antipodi e più si contribuisce a salvare l’ambiente. Ma anche gli allevamenti ovini per Diamond dovrebbero lasciare il passo all’esportazione di carne di canguro, che in molti Paesi è apprezzata, e la cui produzione sarebbe perfettamente sostenibile.

Un koala salvato dai Vigili del fuoco.

Però, come osservava lo stesso geografo con sarcasmo, «gli australiani considerano i canguri soltanto degli animali fastidiosi e dannosi, e non credono che la loro carne possa rimpiazzare una buona cena tradizionale all’inglese, a base di carne di montone e di manzo. Molte organizzazioni per la difesa degli animali si oppongono alla caccia dei canguri, dimenticando però che le condizioni di vita e i metodi di macello degli ovini e dei bovini sono molto più crudeli di quelli dei canguri selvatici. Gli Stati Uniti proibiscono esplicitamente l’importazione di carne di canguro perché questo animale è ritenuto ‘carino’ e perché la moglie di qualche senatore deve aver sentito dire che è una specie a rischio di estinzione. In effetti alcune specie di canguro sono in pericolo, ma non (ovviamente) quelle di cui è autorizzata l’uccisione, che sono anzi molto numerose».

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Gli Usa pronti ai negoziati con l’Iran

L'ambasciatrice americana alle Nazioni Unite Kelly Craft ha scritto lettera inviata al Consiglio di sicurezza dell'Onu per scongiurare l'escalation.

Gli Stati Uniti sono «pronti a impegnarsi senza precondizioni in seri negoziati» con l’Iran: lo afferma, secondo quanto riporta la Bbc online, l’ambasciatrice americana alle Nazioni Unite Kelly Craft in una lettera inviata al Consiglio di sicurezza dell’Onu. L’obiettivo degli Usa, ha sottolineato Craft, è «prevenire ulteriori rischi per la pace e la sicurezza internazionali o l’escalation da parte del regime iraniano».

LA CAMERA IMPEDISCE LA GUERRA A TEHERAN

Già l’8 gennaio il rischio escalation è sembrato rientrare. L’attacco missilistico di Teheran contro due basi americane in Iraq in risposta all’uccisione di Solemaini non fa vittime. Trump ha ribadito che “tutte le opzioni restano sul tavolo”, ma per ora ha annunciato solo nuove sanzioni
contro gli interessi iraniani. Il 9 gennaio comunque la Camera americana
vota un progetto di legge per impedire al presidente Usa di fare la guerra a Teheran.

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Gli Usa pronti ai negoziati con l’Iran

L'ambasciatrice americana alle Nazioni Unite Kelly Craft ha scritto lettera inviata al Consiglio di sicurezza dell'Onu per scongiurare l'escalation.

Gli Stati Uniti sono «pronti a impegnarsi senza precondizioni in seri negoziati» con l’Iran: lo afferma, secondo quanto riporta la Bbc online, l’ambasciatrice americana alle Nazioni Unite Kelly Craft in una lettera inviata al Consiglio di sicurezza dell’Onu. L’obiettivo degli Usa, ha sottolineato Craft, è «prevenire ulteriori rischi per la pace e la sicurezza internazionali o l’escalation da parte del regime iraniano».

LA CAMERA IMPEDISCE LA GUERRA A TEHERAN

Già l’8 gennaio il rischio escalation è sembrato rientrare. L’attacco missilistico di Teheran contro due basi americane in Iraq in risposta all’uccisione di Solemaini non fa vittime. Trump ha ribadito che “tutte le opzioni restano sul tavolo”, ma per ora ha annunciato solo nuove sanzioni
contro gli interessi iraniani. Il 9 gennaio comunque la Camera americana
vota un progetto di legge per impedire al presidente Usa di fare la guerra a Teheran.

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Iran e Libia, perché l’Italia rischia la crisi energetica

Nel 2019 l’Iraq è stato il primo fornitore di petrolio dell’Italia (circa 12 milioni di tonnellate pari al 20% dei..

Nel 2019 l’Iraq è stato il primo fornitore di petrolio dell’Italia (circa 12 milioni di tonnellate pari al 20% dei nostri consumi). Al contrario degli americani che con il fracking, il petrolio dal gas scisto delle rocce, stanno estraendo olio nero negli Usa, gli italiani dipendono quasi totalmente dalle importazioni straniere di greggio. La fragilità dell’Italia negli attacchi tra l’Iran e gli Stati Uniti, e nella contemporanea escalation della guerra in Libia, è prima di tutto nelle conseguenze economiche che una crisi petrolifera come quelle degli Anni 70 avrebbe sul Paese a un passo dalla recessione. Dallo strike degli Usa contro il generale iraniano Qassem Soleimani, le Borse sono in calo e il prezzo del greggio è volato sopra 70 dollari al barile. La pioggia di razzi iraniani in Iraq dell’8 gennaio, in rappresaglia, ha provocato una nuova impennata.

DIPENDENTI USA VIA DAI GIACIMENTI IN IRAQ

Dopo le basi militari, i siti petroliferi degli americani in Iraq – dove c’è anche l’Eni a Zubair, vicino a Bassora – e negli altri Stati del Golfo sono i primi target degli attacchi di Teheran. Un assaggio in questo senso è stato il raid messo a segno nel settembre scorso dagli iraniani agli impianti petroliferi più grandi al mondo, in Arabia Saudita. La regia dell’attacco con droni dall’Iran o dallo Yemen, che bloccò il 6% della produzione petrolifera globale mostrando la vulnerabilità di Raid, fu con ogni probabilità del generale Soleimani, da più di 20 anni a capo delle forze d’élite all’estero (al Quds) dei pasdaran. Dopo il suo omicidio mirato del 3 gennaio, le major americane hanno imbarcato i connazionali impiegati nei campi estrattivi del Sud dell’Iraq e del Kurdistan iracheno su voli verso gli Emirati e il Qatar, ha confermato il ministero del Petrolio di Baghdad.

Iran Libia crisi petrolio Putin Erdogan
Il presidente russo Vladimir Putin e l’omologo turco President Recep Tayyip Erdogan discutono di Libia, Iran… e petrolio. GETTY.

LA MINACCIA DEL BLOCCO DELLO STRETTO DI HORMUZ

I mercati sono in fibrillazione anche per la minaccia iraniana, mai così concreta, di bloccare alle petroliere lo Stretto di Hormuz, controllato dai pasdaran, nel Golfo persico. Dalla più importante arteria di transito globale del greggio passa un terzo dell’export totale del petrolio via mare (il 29% verso l’Italia), da tutti i Paesi del Golfo esclusi lo Yemen e l’Oman; e anche tutto il gas naturale liquefatto del Qatar. La possibilità di una crisi energetica per l’Italia è aggravata dalla guerra in Libia diventata aperta tra potenze straniere. Forze rivali libiche e rinforzi arrivati dalla Turchia da una parte e da russi, emiratini ed egiziani dall’altra si dirigono verso la battaglia finale di Tripoli. In Libia gli introiti dell’export del greggio, redistribuite dalla Compagnia nazionale del petrolio (Noc) e dalla Banca centrale libica a tutte le fazioni in campo, sono il carburante del conflitto.

L’uscita o un’estromissione del Cane a quattro zampe dalla Libia è assai improbabile. Anche nel caso di una spartizione tra Russia e Turchia.

LO STOP DEL GREGGIO DA IRAN E VENEZUELA

Come in Iraq, i vertici delle compagnie rassicurano che le estrazioni proseguono ai livelli invariati del 2019 «attraverso il personale locale». In Libia, a dicembre la produzione nazionale di greggio era arrivata al massimo (1,25 milioni di barili al giorno) da sette anni. Cioè dalla precedente escalation tra il 2013 e il 2014 che sfociò nella battaglia all’aeroporto di Tripoli. Le turbolenze concomitanti in Nord Africa e in Medio Oriente cadono durante un import-export del greggio già rallentato da mesi per le sanzioni massime di Trump all’Iran e dall’embargo totale al Venezuela, maggiore riserva mondiale di petrolio. Se dal 2018 Eni e le altre compagnie occidentali sono uscite dai contratti di esplorazione e di sfruttamento appena avviati con Teheran, dopo l’accordo sul nucleare, in Libia l’uscita o un’estromissione del Cane a sei zampe è assai improbabile. Anche nel caso di una spartizione tra Russia e Turchia.

Iran Libia crisi petrolio
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu e l’omologo greco Kyriakos Mitsotakis discutono del gasdotto EastMed. GETTY.

L’ACCORDO TURCO-LIBICO PER SPARTIRSI IL MEDITERRANEO

Eni è la prima e storica compagnia straniera a essere entrata ell’ex colonia italiana, negli Anni 50. Un partner strategico consolidato, sopravvissuto nell’Est all’avanzata del generale filorusso Khalifa Haftar e ben impiantato nella Tripoli islamista, sostenuta da anni dalla Turchia e dal Qatar. Con il Noc gestisce il complesso di raffineria di petrolio e gas a Mellitah, terminal del greenstream che porta il gas libico verso l’Italia, i contratti con le società petrolifere durano decenni, e parte del gas di Eni serve le centrali elettriche dei libici. In compenso gli italiani rischiano molto nella corsa alle riserve di gas nel Mediterraneo orientale. Con un colpo di spugna, a novembre il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha stretto un accordo bilaterale e arbitrario con la Libia sulla giurisdizione delle acque che spacca in due il mare nostrum, violando il diritto marittimo internazionale.

La disputa sul gas si concentra soprattutto sulle riserve attorno all’isola di Cipro contesa dalla Turchia

TURCHIA CONTRO ITALIANI E FRANCESI A CIPRO

In cambio di armi e rinforzi a terra a Tripoli e Misurata, Erdogan intende accaparrarsi i giacimenti al largo della Grecia e di Cipro, nelle acque dell’Egitto dove l’Eni ha scoperto e sfrutta il grande campo offshore di Zohr, e più a Est in quelle del Leviathan a Sud di Israele. La disputa (anche di altre major straniere) si concentra soprattutto sulle riserve attorno al piccolo Stato dell’Ue conteso dalla Turchia: a ottobre Ankara aveva alzato il livello dello scontro, inviando una nave da trivellazione proprio in un blocco esplorativo affidato da Nicosia a Eni e alla francese Total. Un’entrata a gamba tesa anche nel progetto EastMed – la pipeline concorrente alla russo-turca TurkStream – che passando per Creta dovrebbe portare il gas in Europa. Non a caso, con l’Egitto l’Ue, Italia in testa, ha dichiarato illegittimo l’accordo marittimo turco-libico. Ma mentre l’Ue parla, Erdogan agisce.

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Harry e Meghan hanno rinunciato allo status di reali

Buckingham Palace ha confermato che la coppia si allontanerà dalla famiglia reale. In una lunga lettera i due hanno spiegato di voler cercare un'autonomia finanziaria a cavallo delle due sponde dell'Atlantico.

Harry e Meghan hanno deciso di fare le valigie. Da ora intendono essere solo reali ‘part time’, non più «membri senior della Royal Family»: formalmente rispettosi dell’autorità della regina e dei loro doveri verso la dinastia dei Windsor – la cosiddetta Firm -, ma decisi a fare la loro vita, a ritagliarsi un’autonomia anche finanziaria e a dividere il loro tempo fra il Regno Unito, gli Usa e il Canada.

LA CONFERMA UFFICIALE DA BUCKINGHAM PALACE

La svolta era stata preannunciata con toni pungenti dal Sun di Rupert Murdoch, uno dei tabloid della destra populista britannica da cui Harry si è sentito perseguitato dopo le nozze del 2018 con l’ex attrice di radici afroamericane, fino ad avviare una raffica di battaglie legali e a evocare il timore di un bis del trattamento inflitto da certi media a sua madre Diana. Sulla decisione la corte aveva inizialmente messo il timbro, salvo poi fermare tutto con un secondo, clamoroso comunicato di smentita con il quale di fatto la regina ha dato per ora un secco altolà ai duchi di Sussex.

I DUBBI DOPO LE VACANZE DELLA COPPIA IN USA

L’annuncio era scoccato al rientro dei duchi di Sussex da un chiacchierato viaggio negli States, dove hanno trascorso le vacanze di Natale con la madre di lei, disertando le tradizionali celebrazioni di casa Windsor. Evidentemente dopo gli ultimi colloqui con la stessa regina, oltre che con Carlo, principe di Galles. E appare il suggello di una sorta di sforzo di emancipazione, seppure solo parziale, dalla famiglia reale britannica dopo mesi nei quali non erano mancati segnali di disagio e indiscrezioni su conflitti a corte: alimentate anche dalla recente intervista televisiva di coppia nella quale Harry aveva parlato di «strade diverse» rispetto al fratello maggiore William, duca di Cambridge e secondo in linea di successione alla corona assieme alla moglie Kate Middleton.

ALLA RICERCA DELL’INDIPENDENZA FINANZIARIA

Per il Sun, in sostanza i Sussex pianificano adesso, almeno per i prossimi mesi, di passare buona parte del tempo in Canada, territorio legato alla monarchia dove la coppia ha già ricevuto accoglienze molto calorose con il piccolo Archie, nato l’anno scorso, e dove Meghan aveva vissuto ai tempi del suo lavoro da attrice per le riprese della serie Suites a Toronto. Buckingham Palace, nel dare la notizia, ha diffuso intanto una dichiarazione ad hoc firmata dai duchi. «Dopo molti mesi di riflessione e di discussioni interne», vi si legge, «abbiamo scelto di avviare quest’anno la transizione per ritagliarci progressivamente un nuovo ruolo dentro l’istituzione» monarchica. «Noi», recita ancora il testo, «intendiamo fare un passo indietro come membri ‘senior’ della Royal Family e lavorare per diventare finanziariamente indipendenti, sebbene continuando a sostenere pienamente Sua Maestà la Regina. Ed è con il vostro incoraggiamento, in particolare negli ultimi anni, che ci sentiamo pronti a intraprendere questo adattamento».

A LAVORO PER LANCIARE UN NUOVO ENTE CARITATEVOLE

«Ora», ha continuato la nota di Harry e Meghan dopo la strizzata d’occhio alla gente comune, «abbiamo in programma di bilanciare il nostro tempo fra il Regno Unito e il Nord America, continuando a onorare i doveri verso la Regina, il Commonwealth e le organizzazioni di cui siamo patroni. Un bilanciamento geografico che ci permetterà di far crescere nostro figlio nel rispetto della tradizione reale in cui è nato, garantendo al contempo spazio alla nostra famiglia per concentrarsi su un nuovo capitolo, incluso il lancio di una nostra nuova entità caritativa» (separata da quella di William e Kate, come già si sapeva).

LE CRITICHE A MEGHAN PER LA SEPARAZIONE

Il messaggio degli ormai ex reali si è poi chiuso con l’impegno a rendere noti «i dettagli» di questa nuova attività «a tempo debito», con il «più profondo ringraziamento» ai loro sostenitori e con l’impegno a continuare a collaborare comunque fra gli altri «con Sua Maestà la Regina, il principe di Galles e il duca di Cambridge». Peccato che la mossa non fosse evidentemente concordata – e resta da capire come, visto il necessario nihil obstat di ogni comunicazione partorita dal palazzo – né con la 93enne sovrana, né con l’erede al trono Carlo. Tanto da suscitare la reazione “irritata” della regina, secondo quanto riferiscono fonti ufficiose citate dal Mail. E da giustificare il plateale contrordine: una seconda nota, firmata dalla vice responsabile della comunicazione reale, Hannah Howard, in cui si legge: «Le discussioni col Duca e la Duchessa di Sussex sono in una fase iniziale. Comprendiamo il loro desiderio di un approccio diverso, ma queste sono questioni complicate e richiedono tempo per essere elaborate». Ma gli ormeggi sembrano ormai mollati. E i media più ostili del Regno sono già pronti a scatenare la polemica. Come conferma fra i primi Piers Morgan, controverso quanto popolare anchorman tv britannico amico di Donald Trump, che si affretta a twittare veleno sulla duchessa di Sussex: «C’è chi dice che io sia troppo critico verso Meghan Markle. Ma la verità è che lei ha scaricato la sua famiglia, ha scaricato suo padre, ha scaricato molti dei vecchi amici, ha diviso Harry da William e ora lo divide dalla Royal Family. E che io ho ragione».

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Le prime parole di Carlos Ghosn dopo la fuga in Libano

Prima uscita pubblica per l'ex ad di Renault-Nissan, che ha tenuto una conferenza stampa dopo essere scappato dal Giappone. «Sono innocente. È stato un complotto tra la procura giapponese e l'azienda di Yokohama».

L’ex amministratore delegato di Renault-Nissan Carlos Ghosn è comparso a Beirut di fronte ai media dopo la sua fuga dal Giappone dove si trovava in stato di libertà vigilata da più di un anno per accuse di corruzione. «È un giorno felice per me oggi perché sono finalmente libero di esprimermi e di spiegare», ha esordito il manager. «Sono felice per essere ora con la mia famiglia e i miei cari… dopo essermi battuto per 400 giorni per la mia innocenza e dopo esser stato detenuto in condizioni brutali e contro i principi fondamentali del rispetto dei diritti umani».

«FUGGITO PER LIBERARMI DALL’INGIUSTIZIA»

«Non sono qui per raccontarvi come ho lasciato il Giappone», ha attaccato Ghosn, «non mi sono sottratto alla giustizia ma all’ingiustizia e all’oppressione», ha spiegato aggiungendo di non sentirsi al di sopra della legge ma di avere i mezzi «per far emergere la verità». Sulla decisione di fuggire dal Giappone, Ghosn ha detto di aver dovuto affrontare «la scelta più difficile della mia vita… ma era necessario per proteggermi e proteggere la mia famiglia».

L’ACCUSA DI UN COMPLOTTO TRA NISSAN E GIUSTIZIA GIAPPONESE

L’ex ad di Renault-Nissan, ha accusato la stessa società automobilistica e la giustizia giapponese di «aver orchestrato una campagna» e «un complotto» contro di lui. L’ex ad ha detto che «la procura e la società sono in combutta» e che lui «può fare tutti i nomi delle persone coinvolte nel complotto», ma che non vuole «nuocere agli interessi del Libano». Ghosn, che ha la nazionalità francese, brasiliana e libanese, era stato arrestato nel novembre del 2018 e rimasto in carcere per diversi mesi in Giappone.

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Spari a Ottawa vicino al parlamento canadese

Il bilancio provvisorio è di un morto e almeno tre feriti. Gli ultimi aggiornamenti.

Una persona è morta e almeno tre sono rimaste ferite in una sparatoria a Ottawa, in Canada, a circa un chilometri dal parlamento. A dare la notizia è stata la polizia canadese su Twitter, attorno alle 14 italiane dell’8 gennaio. «La polizia sta rispondendo a una sparatoria al 400 di Gilmour Street. Sono stati segnalati diversi feriti. È in corso una risposta coordinata. Si prega di evitare la zona. Seguiranno ulteriori informazioni», si legge nel tweet.

Ancora sconosciuto il motivo della sparatoria. I feriti in gravi condizioni sono già stati trasportati in ospedale, secondo quanto riportato dai media canadesi.

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