Ue, la lettera di Meloni e della premier danese Frederiksen su migranti e Medio Oriente

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni e la premier danese, Mette Frederiksen, hanno inviato una lettera ai vertici Ue riguardo ai possibili rischi per i flussi migratori derivati dai recenti sviluppi in Medio Oriente, con l’obiettivo di evitare il ripetersi della crisi migratoria del 2015. «Ciò non sarebbe solo una catastrofe umanitaria per le persone direttamente coinvolte, ma rischierebbe anche di incidere sulla sicurezza e sulla coesione della nostra Unione», si legge nella lettera secondo quanto riportato dall’Agi, che l’ha visionata. «Dobbiamo fornire immediatamente un sostegno sufficiente ai nostri partner e agli Stati ospitanti in Medio Oriente, poiché i rifugiati e i migranti dovrebbero, in generale, essere assistiti nei luoghi in cui si trovano. Possiamo aiutare più persone, in modo migliore e più efficiente, fornendo sostegno direttamente alle loro regioni di origine», continuano le due leader.

Ue, la lettera di Meloni e della premier danese Frederiksen su migranti e Medio Oriente
Giorgia Meloni e Mette Frederiksen (Ansa).

Per le due premier occorre rafforzare le frontiere Ue e esplorare meccanismi di emergenza

Meloni e Frederiksen hanno accolto con favore l’adozione, da parte della Commissione europea, del pacchetto umanitario da 458 milioni di euro in risposta alla crisi umanitaria. E sostengono con forza «la mobilitazione di tutti gli strumenti diplomatici e operativi per garantire che i bisogni siano soddisfatti, al fine di mitigare il rischio di ulteriori movimenti verso l’Ue». Allo stesso tempo, continua la missiva, «dobbiamo essere preparati e adottare le misure necessarie qualora la situazione evolvesse. Non possiamo permetterci di essere colti di sorpresa come in passato. Ciò significa rafforzare ulteriormente le nostre frontiere affinché tutti gli Stati membri siano adeguatamente attrezzati per garantire che l’Ue abbia il pieno controllo delle sue frontiere esterne». Di qui l’invito alla Commissione e alle agenzie Ue competenti ad assistere gli Stati membri in questo sforzo e ad essere pronte a fornire un supporto rapido su richiesta. «Incoraggiamo inoltre la Commissione a esplorare meccanismi che possano fungere da freno di emergenza, da attivare come forza maggiore in caso di improvvisi movimenti migratori su larga scala verso l’Unione. Lo dobbiamo ai cittadini europei e alle popolazioni colpite», conclude la lettera.

L’ex capo dell’antiterrorismo Usa è finito nel mirino dell’Fbi

Joe Kent, che si è dimesso da direttore del Centro nazionale antiterrorismo Usa in segno di protesta contro la guerra in Iran, è oggetto di un’indagine dell’Fbi per una possibile diffusione di informazioni riservate. Secondo il New York Times, gli accertamenti nei suoi confronti sarebbero iniziati prima delle sue clamorose dimissioni.

L’ex capo dell’antiterrorismo Usa è finito nel mirino dell’Fbi
Joe Kent (Ansa).

La lettera di dimissioni e la reazione di Trump

L’indagine dell’Fbi non sarebbe pertanto legato alle dimissioni. Di sicuro, Donald Trump non ha apprezzato il contenuto della lettera con cui Kent ha motivato il passo indietro: l’ex capo dell’antiterrorismo ha scritto che gli Stati Uniti hanno attaccato l’Iran «a causa delle pressioni esercitate da Israele e dalla sua potente lobby americana», facendo intendere che il tycoon sia stato in qualche modo ingannato. «Ho letto la sua dichiarazione, ho sempre pensato che fosse una brava persona, ma anche che fosse debole in materia di sicurezza, molto debole in materia di sicurezza», ha detto Trump, liquidando Kent: «Ho capito che è un bene che se ne sia andato, perché ha detto che l’Iran non era una minaccia. Invece lo era».

L’ex capo dell’antiterrorismo Usa è finito nel mirino dell’Fbi
Donald Trump (Ansa).

Complottista e di estrema destra: chi è Joe Kent

Nato in Oregon nel 1980, Kent è un politico di estrema destra, noto anche per essere promotore di varie teorie del complotto, come quella secondo cui i vaccini anti-Covid sarebbero una terapia genica sperimentale. In passato è stato agente delle operazioni speciali dell’esercito degli Stati Uniti e della Cia: ha lasciato il secondo incarico nel 2019 dopo la morte della moglie Shannon, soldatessa uccisa in un attentato kamikaze dell’Isis a Manbij, nel nord della Siria. Successivamente si è candidato due volte alla Camera dei rappresentanti per il terzo distretto congressuale di Washington, perdendo entrambe le volte contro la democratica Marie Gluesenkamp Perez. Nel 2025 era stato scelto da Trump come direttore del National Counterterrorism Center.

Il punto sugli attacchi incrociati ai centri energetici del Golfo

Nelle ultime ore in Medio Oriente ci sono stati una serie di attacchi incrociati che hanno preso di mira le infrastrutture energetiche globali. Le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno infatti colpito l’area industriale di Ras Laffan in Qatar, il più grande hub di gas naturale liquefatto (gnl) al mondo, provocando un incendio. L’attacco è giunto come rappresaglia per un precedente raid contro il giacimento di South Pars, in Iran, per il quale Teheran ha incolpato Israele e Stati Uniti avvertendo i vicini del Golfo che le loro industrie petrolifere saranno «completamente distrutte» se ci saranno altri raid. Il presidente americano Donald Trump ha riferito che gli Usa «non sapevano nulla» dei piani dello Stato ebraico per colpire il sito iraniano e che «non ci saranno più attacchi da Israele a quell’importante e prezioso giacimento di gas, a meno che l’Iran non decida di attaccare il Qatar». In caso contrario, ha minacciato il tycoon «gli Stati Uniti d’America, con o senza l’aiuto e il consenso di Israele, faranno esplodere l’intero giacimento di gas di South Pars con una forza che l’Iran non ha mai visto prima». L’attacco a Ras Laffan ha provocato una rottura diplomatica immediata tra Qatar e Iran. Il ministero degli Esteri qatariota ha ordinato l’espulsione entro 24 ore degli addetti militari e di sicurezza iraniani.

Il punto sugli attacchi incrociati ai centri energetici del Golfo
South Pars (Ansa).

Esplosioni e detriti anche in Arabia e negli Emirati

La tensione si alza anche in Arabia Saudita e negli Emirati. Riad è stata nuovamente scossa da forti esplosioni dovute all’intercettazione di quattro missili balistici e un drone. Il ministro degli Esteri, il principe Faisal bin Farhan, ha dichiarato che «il regno non cederà alla pressione, e al contrario, questa pressione si ritorcerà contro… e certamente, come abbiamo dichiarato chiaramente, ci siamo riservati il diritto di intraprendere azioni militari se ritenuto necessario». Negli Emirati, invece, un’unità di produzione di gas ad Abu Dhabi è stata chiusa per la caduta di detriti, mentre una nave è stata colpita da un proiettile vicino allo Stretto di Hormuz. In risposta all’instabilità, Cathay Pacific ha sospeso tutti i voli per Dubai e Riad fino a fine aprile.

Trump: «Distruggeremo South Pars se l’Iran attaccherà di nuovo il sito in Qatar»

Il presidente americano Donald Trump ha minacciato di distruggere l’enorme giacimento di gas iraniano di South Pars se Teheran dovesse attaccare nuovamente l’importante impianto di produzione di gas naturale liquefatto (gnl) di Ras Laffan in Qatar. L’Iran ha infatti preso di mira quest’ultimo sito provocando un incendio dopo che Israele aveva attaccato i propri impianti. Trump ha riferito che gli Usa «non sapevano nulla» dei piani dello Stato ebraico per colpire South Pars e che «non ci saranno più attacchi da Israele a quell’importante e prezioso giacimento di gas (ndr il più grande del mondo), a meno che l’Iran non decida di attaccare il Qatar». Di qui la minaccia: «In caso contrario, gli Stati Uniti d’America, con o senza l’aiuto e il consenso di Israele, faranno esplodere l’intero giacimento di gas di South Pars con una forza che l’Iran non ha mai visto prima».

Il tycoon valuta l’invio di soldati americani in Medio Oriente

Intanto, secondo quanto riportato dalla Reuters, l’amministrazione Trump starebbe valutando l’invio di migliaia di soldati americani in Medio Oriente. Una delle opzioni discusse è l’invio di forze di terra sull’isola di Kharg. Un’altra alternativa è il dispiegamento di truppe lungo le coste dell’Iran per assicurare il passaggio sicuro dello Stretto di Hormuz. L’amministrazione sta anche valutando la possibilità di dispiegare forze per mettere al sicuro l’uranio arricchito iraniano.

Cosa prevede il Jones Act, in vigore dal 1920 e sospeso da Trump per 60 giorni

Nel tentativo di arginare l’aumento del prezzo del petrolio causato dalla guerra contro l’Iran, l’Amministrazione Trump ha sospeso per 60 giorni il Merchant Marine Act (noto anche come Jones Act), legge marittima in vigore dal 1920 che impone diversi paletti al trasporto di merci negli Stati Uniti.

La deroga è stata definita dalla portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt «un altro passo per mitigare le perturbazioni a breve termine del mercato petrolifero mentre l’esercito americano continua a raggiungere gli obiettivi dell’operazione Epic Fury».

Cosa prevede il Jones Act, in vigore dal 1920 e sospeso da Trump per 60 giorni
Una petroliera statunitense (Ansa).

Cosa prevede il Jones Act

In base al Jones Act, che non riguarda esclusivamente il petrolio, qualsiasi merce trasportata tra due porti degli Stati Uniti deve viaggiare su navi costruite negli Usa, di proprietà americana, battenti bandiera a stelle e strisce e con equipaggio prevalentemente statunitense.

Cosa prevede il Jones Act, in vigore dal 1920 e sospeso da Trump per 60 giorni
Donald Trump (Ansa).

I pro e i contro della legge

La legge, pilastro della politica commerciale americana per oltre un secolo, è stata introdotta dopo la Prima guerra mondiale per rafforzare l’industria marittima Usa, tutelando l’occupazione nel settore e la sicurezza del Paese. Il numero di petroliere conformi ai requisiti del Jones Act è però ridotto: ciò riduce la flessibilità del sistema logistico. Inoltre i costi di costruzione e gestione negli Usa sono molto più elevati rispetto a quelli sostenuti dalle compagnie straniere. Tutte dinamiche che incidono sul prezzo finale dei carburanti, soprattutto nelle aree più isolate. Di fatto, è spesso più conveniente (anche per le tasche dei comuni cittadini) importare petrolio dall’estero, piuttosto che trasportarlo da una località all’altra degli Stati Uniti. In virtù della sospensione del Jones Act, le petroliere straniere potranno rifornire le raffinerie della East Coast con carburante proveniente dalla costa del Golfo e da altre zone del Paese.

Forte vento sulle Alpi, in Svizzera precipita la cabina di un’ovovia: un morto

A causa del forte vento la cabina di un’ovovia è precipitata vicino a Engelberg, nel cantone di Obwalden in Svizzera, ribaltandosi più volte lungo il pendio della montagna. Morta l’unica persona che si trovava a bordo. Secondo quanto riferito dalle autorità, la vittima è stata soccorsa e rianimata sul posto per circa mezz’ora, ma è poi deceduta a causa delle gravi ferite riportate. Resta da chiarire come mai l’impianto fosse in funzione nonostante le raffiche di vento.

L’Iran ha giustiziato un cittadino svedese: chi è

Un cittadino svedese è stato giustiziato in Iran, secondo quanto riferito dalla ministra degli Esteri svedese Maria Malmer Stenergard. «È con profondo sgomento che ho appreso dell’esecuzione di un cittadino svedese in Iran. Il mio pensiero va ai familiari in Svezia e in Iran in questo momento difficile», ha affermato la politica, definendo la pena di morte una punizione «disumana, crudele e irreversibile». Stoccolma, insieme al resto dell’Unione europea, ne condanna l’applicazione in ogni circostanza. «Quando ieri sera ho appreso che l’esecuzione era imminente, ho immediatamente cercato un colloquio con il ministro degli Esteri iraniano per protestare con la massima fermezza. Purtroppo, però, il mio omologo non si è reso disponibile per un incontro», ha aggiunto Malmer Stenergard, che ha convocato l’ambasciatore iraniano in Svezia.

Chi è il cittadino giustiziato

Secondo il sito iraniano Mizan Online, a essere giustiziato all’alba di mercoledì 18 marzo 2028 è stato Kourosh Keyvani, arrestato a giugno 2025 e condannato a morte per «spionaggio a favore di Israele». In particolare, era accusato di aver trasmesso immagini e informazioni su luoghi sensibili ad agenti del Mossad, l’agenzia di intelligence israeliana. Fermato a Savojbolagh il quarto giorno della cosiddetta Guerra dei 12 giorni, stando all’agenzia di stampa semi-ufficiale Tasnim era stato trovato in possesso di contanti (pare 30 mila euro), veicoli e «sofisticate apparecchiature di comunicazione e sorveglianza». Secondo il rapporto annuale di HRA sulla situazione dei diritti umani in Iran, nel 2025 almeno 2.063 persone sono state giustiziate nel Paese (+ 119 per cento rispetto al 2024).

La Nato schiererà un nuovo sistema Patriot nel sud della Turchia

Dopo l’abbattimento di tre missili provenienti dall’Iran nello spazio aereo della Turchia, Ankara ha annunciato che un nuovo sistema Patriot verrà schierato nella base militare di Incirlik, situata nei pressi della città di Adana nel sud-est del Paese, non lontano dal confine con la Siria. La base rappresenta uno dei principali hub strategici della Nato nel Mediterraneo orientale.

Nella base c’è già un sistema Patriot fornito dalla Spagna

Rafforzata dunque ulteriormente la copertura antimissile del sud della Turchia, in risposta alle tensioni regionali legate al conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele. «Oltre alle misure nazionali adottate per garantire la sicurezza del nostro spazio aereo e dei nostri cittadini, un ulteriore sistema Patriot, assegnato dal Comando aereo alleato di Ramstein, in Germania, è in corso di dispiegamento ad Adana, in aggiunta al sistema Patriot spagnolo già presente nella base», ha spiegato il ministero della Difesa turco.

Chi potrebbe prendere il posto di Larijani come segretario del Consiglio di Sicurezza iraniano

L’attacco aereo israeliano che ha ucciso Ali Larijani ha eliminato uno dei più esperti e influenti strateghi politici dell’Iran, che in qualità di segretario del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale era al centro del processo decisionale in materia di guerra, diplomazia nucleare e alleanze internazionali. Pe quanto proveniente da una prestigiosa famiglia clericale, Larijani non era un leader religioso. Ma, fedelissimo di Ali Khamenei, proprio dall’ayatollah aveva ricevuto l’incarico di garantire la sopravvivenza della teocrazia. Secondo gli analisti, negli ultimi mesi aveva concentrato nelle sue mani un enorme potere all’interno del regime, che non era stato intaccato (anzi) dalla nomina di Mojtaba Khamenei come nuova Guida Suprema. Premesso che qualsiasi nuova figura di alto livello diventerà un bersaglio di Israele e Stati Uniti, chi potrebbe prendere il posto di Larijani a capo del Consiglio di sicurezza iraniano?

Chi potrebbe prendere il posto di Larijani come segretario del Consiglio di Sicurezza iraniano
Chi potrebbe prendere il posto di Larijani come segretario del Consiglio di Sicurezza iraniano
Chi potrebbe prendere il posto di Larijani come segretario del Consiglio di Sicurezza iraniano
Chi potrebbe prendere il posto di Larijani come segretario del Consiglio di Sicurezza iraniano
Chi potrebbe prendere il posto di Larijani come segretario del Consiglio di Sicurezza iraniano

I possibili eredi di Larijani

Uno dei nomi più caldi è quello di Mohsen Rezaei, veterano delle forze armate che ha ricoperto per oltre 15 anni la carica di comandante in capo dei Guardiani della rivoluzione. Da pochi giorni Rezaei ha assunto il ruolo di consigliere militare di Mojtaba Khamenei, rafforzando così la sua posizione all’interno della struttura di potere iraniana.

Nell’immediato, la morte di Larijani probabilmente conferirà maggiore potere al generale Mohammad Bagher Ghalibaf, attuale presidente del Parlamento ed ex comandante della polizia iraniana, in passato anche sindaco di Teheran. Ghalibaf ha sostenuto la nomina di Mojtaba Khamenei come Guida Suprema, posizione condivisa con i pasdaran e alcuni dei religiosi iraniani più intransigenti e ultraconservatori.

Tra i nomi che girano c’è poi quello di Ahmad Vahidi, capo del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica dalla morte di Mohammad Pakpour, avvenuta nelle prime ore del conflitto: è lui, ex ministro degli Esteri, a sovrintendere nell’ombra (dalla nomina non ci sono stati né messaggi, né apparizioni) allo sforzo bellico contro gli Stati Uniti e Israele.

Da non scartare poi le “candidature” di Ali Akbar Velayati, politico di lungo corso (è stato a capo degli Esteri dal 1981 al 1997) che ha servito per decenni come consigliere della Guida Suprema; e quella di Hassan Rouhani, ex presidente ed ex segretario del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale.

Secondo l’esperto di Medio Oriente Vali Nasr, che in passato ha collaborato con la Casa Bianca, il successore di Larijani sarà nominato dai pasdaran. Uno scenario, questo, che non lascia presagire nulla di buono per le speranze di de-escalation. «Con ogni assassinio, Stati Uniti e Israele alimentano una maggiore radicalizzazione della leadership iraniana. Ciò prefigura un futuro fosco per l’Iran, gli iraniani, la regione e, in definitiva, renderà molto più difficile per gli Usa disimpegnarsi da un conflitto senza fine», ha scritto Nasr su X.

Dopo il guasto ai bagni, l’incendio a bordo: la USS Ford torna a Creta per riparazioni

Dopo aver preso parte all’operazione per catturare il presidente venezuelano Nicolás Maduro, è stata utilizzata per il decollo di decine di caccia F18 Hornet, carichi di bombe da sganciare sull’Iran. Adesso la portaerei USS Gerald Fordla più grande e potente al mondo – si prende una pausa forzata. L’ammiraglia della Marina Usa, al momento nel Mar Rosso, farà infatti rotta verso Creta per delle riparazioni dopo un serio incendio scoppiato a bordo la scorsa settimana.

I bagni in tilt e la prima sosta a Creta, poi il rogo

Durante lo spostamento dai Caraibi al Mediterraneo si era verificato un primo problema sulla fortezza galleggiante, lunga 333 metri: erano infatti andati in tilt i servizi igienici, cosa che aveva causato – ovviamente – grossi disagi. Il guasto era stato parzialmente risolto durante una sosta nel porto cretese di Souda. Poi erano iniziate le operazioni contro l’Iran, continuate anche mentre la USS Ford si spostava attraverso il canale di Suez nel Mar Rosso. Successivamente si è verificato il problema più serio: l’incendio.

Dopo il guasto ai bagni, l’incendio a bordo: la USS Ford torna a Creta per riparazioni
La USS Ford (Ansa).

L’incendio, partito da una lavanderia, è durato più di 30 ore

Come riportano diversi quotidiani statunitensi, l’incendio è durato più di 30 ore e decine di soldati sono rimasti intossicati dal fumo. Il rogo, partito da una ventola della lavanderia di poppa (forse per un cortocircuito), si è rapidamente esteso a diversi locali della portaerei, compresi gli alloggi, costringendo la Marina a prelevare mille materassi dalla futura USS John F. Kennedy a Norfolk, in Virginia, per inviarli alla Ford. Inoltre, la distruzione della lavanderia principale sta impedendo di lavare gli indumenti di buona parte dei militari a bordo, circa 4.500. Funzionari dell’esercito Usa, che hanno parlato con Reuters a condizione di anonimato, non hanno specificato per quanto tempo la nave da 13 miliardi di dollari rimarrà a Creta.

Medio Oriente, due morti a Tel Aviv: vittime anche a Beirut

Due morti a Tel Aviv a causa di un lancio di missili dall’Iran. Teheran ha rivendicato l’attacco affermando che è stato effettuato in vendetta per l’assassinio, da parte di Israele, di Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, e del generale Gholam Reza Soleimani, capo della forza Basij, la milizia paramilitare di volontari che fa parte della Guardia rivoluzionaria islamica. Le vittime sono un uomo e una donna di circa 70 anni. Si trovavano nella scala del loro palazzo quando è stato colpito, mentre tentavano di raggiungere il rifugio antiaereo dell’edificio.

Almeno sei morti e 24 feriti a Beirut

Dall’altra parte, lo Stato ebraico continua a prendere di mira il Libano e la capitale Beirut, dove si contano sei morti e 24 feriti. Nella notte tra il 17 e il 18 marzo 2026 l’Idf ha preso di mira, senza preavviso, i quartieri di Basta e Zoqaq el Blat, due aree centrali della città, e nella mattina anche il quartiere Bashoura. Questa sfilza di attacchi ha distrutto l’illusione di zone sicure nella capitale. «Oggi Beirut non è diversa dai sobborghi meridionali», ha commentato il capitano dei vigili del fuoco Neshat Berri.

Medio Oriente, due morti a Tel Aviv: vittime anche a Beirut
Edificio in fiamme a Beirut (Ansa).

Il direttore del Centro antiterrorismo Usa lascia per protesta contro la guerra in Iran

Joe Kent, dal 31 luglio 2025 direttore del National Counterterrorism Center, organizzazione del governo degli Stati Uniti preposto al coordinamento di tutte le attività nazionali e internazionali in materia di antiterrorismo, ha lasciato l’incarico con effetto immediato in segno di protesta contro la guerra in Iran, voluta dall’Amministrazione Trump.

La lettera di dimissioni di Kent (con elogi per Trump)

«Non posso, in coscienza, sostenere il conflitto in corso. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione: è evidente che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni esercitate da Israele e dalla sua potente lobby americana», ha scritto Kent nella lettera di dimissioni. Poi, rivolgendosi direttamente a Donald Trump: «Sostengo i valori e le politiche in ambito estero che lei ha sostenuto nel 2016, nel 2020 e nel 2024 e che ha attuato nel suo primo mandato. Fino a giugno 2025, lei ha compreso che le guerre in Medio Oriente erano una trappola che ha privato l’America delle preziose vite dei nostri patrioti e danneggiato la ricchezza e la prosperità della nostra nazione». E ancora: «Nella sua prima Amministrazione, lei ha compreso meglio di qualsiasi presidente moderno come usare in maniera decisiva la potenza militare senza trascinarci in guerre infinite. Lo ha dimostrato uccidendo Qasam Soleimani e sconfiggendo l’Isis». Poi, secondo Kent, sono subentrati i “veri” poteri forti. Infine: «È stato un onore servire sotto la guida del presidente degli Stati Uniti e del direttore generale dell’Intelligence, Tulsi Gabbard, e guidare i professionisti del National Counterterrorism Center».

Complottista e di estrema destra: chi è Joe Kent

Nato in Oregon nel 1980, Kent è un politico di estrema destra, noto anche per essere promotore di varie teorie del complotto, come quella secondo cui i vaccini anti-Covid sarebbero una terapia genica sperimentale. In passato è stato agente delle operazioni speciali dell’esercito degli Stati Uniti e della Cia: ha lasciato il secondo incarico nel 2019 dopo la morte della moglie Shannon, soldatessa uccisa in un attentato kamikaze dell’Isis a Manbij, nel nord della Siria. Successivamente si è candidato due volte alla Camera dei rappresentanti per il terzo distretto congressuale di Washington, perdendo entrambe le volte contro la democratica Marie Gluesenkamp Perez. Nel 2025 era stato scelto da Trump come direttore del National Counterterrorism Center.

Trump: «Bene che Kent se ne sia andato»

«Ho letto la sua dichiarazione, ho sempre pensato che fosse una brava persona, ma anche che fosse debole in materia di sicurezza, molto debole in materia di sicurezza», ha detto Trump ai giornalisti alla Casa Bianca, liquidando Kent: «Ho capito che è un bene che se ne sia andato, perché ha detto che l’Iran non era una minaccia. Invece lo era. Ogni Paese sapeva quanto fosse una minaccia l’Iran. La questione è se volessero o meno fare qualcosa al riguardo».

Trump ha chiesto a Xi di rinviare l’incontro in programma a Pechino

Donald Trump ha detto di aver chiesto a Xi Jinping di rinviare di circa un mese – a causa della guerra in Iran – il vertice in programma a Pechino per l’inizio di aprile. «Voglio essere qui, devo essere qui. Quindi abbiamo chiesto di rimandare l’incontro di un mese o giù di lì… È molto semplice, abbiamo una guerra in corso», ha detto il presidente Usa parlando con i giornalisti nello Studio Ovale.

Trump ha chiesto a Xi di rinviare l’incontro in programma a Pechino
Donald Trump (Imagoeconomica).

Pechino «ha preso atto» della richiesta di Trump

Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lin Jian, ha dichiarato che Pechino «ha preso atto» della richiesta della Casa Bianca: «Le due parti sono in comunicazione sulla tempistica della visita del presidente Trump in Cina. Al momento non ho ulteriori informazioni da fornire».

La richiesta di Trump alla Cina per lo Stretto di Hormuz

Il 16 marzo Trump ha chiesto anche alla Cina di contribuire alla messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz, così da permettere la riapertura del braccio di mare attraverso cui transita una fetta cruciale del greggio mondiale. C’è chi suggerisce che il rinvio dell’incontro possa (anche) essere legata a tensioni tra Washington e Pechino proprio su tale questione.

Israele ha annunciato l’uccisione di Ali Larijani

Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha confermato l’uccisione di Ali Larijani, capo del Consiglio di sicurezza iraniano, obiettivo dei raid notturni condotti dall’IDF su Teheran. Il 16 marzo proprio Larijani, tramite un messaggio in sei punti diffuso su X, aveva fatto appello all’unità dei «musulmani di tutto il mondo e ai governi dei Paesi islamici». Era considerato l’uomo più influente del regime iraniano, nonché il leader di fatto della Repubblica Islamica dalla morte di Ali Khamenei.

Ucciso anche Soleimani, comandante delle forze Basij

Il capo di Stato maggiore israeliano, generale Eyal Zamir, senza citare esplicitamente di Larijani, ha detto: «Durante la notte sono stati registrati anche risultati significativi in termini di eliminazioni, che potrebbero influire sui risultati della campagna e sulle missioni delle IDF». Tra gli obiettivi centrati dal bombardamento anche Gholamreza Soleimani, il comandante della forza paramilitare Basij, che è stato ucciso. Eliminato pure il vice Seyyed Karishi. Durante le proteste interne in Iran, in particolare nei periodi più recenti in cui le manifestazioni si sono intensificate, le forze Basij hanno guidato le principali operazioni di repressione.

Un altro raid aereo israeliano in Iran ha preso di mira Akram al-Ajouri, leader della Jihad islamica palestinese, e altri alti funzionari del gruppo terroristico.

Colpita l’ambasciata Usa a Baghdad

L’ambasciata statunitense a Baghdad è stata colpita nella notte da un attacco con droni e razzi, dopo che un attacco simile era avvenuto poche ore prima. Lo ha riferito un funzionario della sicurezza. La difesa aerea, secondo quanto riporta un giornalista dell’Afp, ha intercettato un primo vettore. Ma un secondo (si tratterebbe di un drone) ha colpito la sede diplomatica Usa provocando un’esplosione. Dall’ambasciata si è alzata una colonna di fumo. Non ci sarebbero vittime.

Teheran: «Attaccate basi Usa negli Emirati, in Bahrein e in Qatar»

Le autorità iraniane, una nota ufficiale diramata dalla televisione di Stato, hanno inoltre annunciato di avere attaccato la base aerea statunitense di Isa, in Bahrein, e la base aerea di al-Dhafra, negli Emirati Arabi Uniti: «I Paesi del Golfo farebbero meglio a espellere gli americani dai loro territori per evitare danni». In precedenza, i Guardiani della rivoluzione avevano reso noto di aver attaccato la base aerea statunitense di Al Udeid, in Qatar, utilizzando missili Zolfaghar e Qiam, oltre a droni.

Media: missili caduti a pochi metri dall’ufficio di Netanyahu

Secondo quanto riportato dalla tv iraniana Snn, alcuni missili sono caduti a pochi metri dall’ufficio del premier israeliano Benjamin Netanyahu a Gerusalemme.

Drone colpisce in pieno giorno Piazza Maidan a Kyiv

Un frammento di drone ha colpito Piazza Maidan, luogo simbolo dell’indipendenza ucraina e cuore di Kyiv. È la prima volta che viene attaccata dall’inizio della guerra. La parlamentare Maria Mezentseva ha postato un video che si riferisce all’accaduto, dove si vedono i detriti del drone russo, un Lancet-3, caduti nei pressi del monumento all’indipendenza. Un attacco aereo in pieno giorno che ha interessato anche altri luoghi della capitale, con esplosioni avvertite in diverse parti della città – le autorità hanno avvisato che «ci sono droni ostili vicino a Kyiv» invitando la popolazione a rimanere nei rifugi fino alla fine della giornata. La difesa ha intercettato anche due missili.

Zelensky: «Sventata una grande offensiva di primavera»

In un’intervista alla Cnn, il presidente ucraino Zelensky ha affermato che le forze ucraine hanno sventato un’offensiva russa su larga scala che Mosca intendeva proseguire in primavera. «La Russia ha preparato un’importante operazione offensiva che intendeva lanciare alla fine dello scorso anno e proseguire in primavera. In risposta, abbiamo condotto una nostra controffensiva per impedire un’offensiva russa su vasta scala. È stato un successo non solo per il territorio conquistato, ma anche per il nostro personale e perché abbiamo impedito un’offensiva russa su vasta scala», ha dichiarato. Secondo lui, tutto ciò è stato possibile grazie soprattutto alla tecnologia dei droni ucraini. Zelensky ha inoltre affermato che Putin non ha mai voluto porre fine alla guerra contro l’Ucraina: «Aveva paura del presidente Trump e delle pressioni degli Stati Uniti. Per questo ha giocato questo gioco, fingendo di voler negoziare. Continuo a credere che l’America debba aumentare la pressione su Putin. Altrimenti, non negozierà in buona fede. Vuole solo lanciare ultimatum all’Ucraina, come la richiesta di ritirare le nostre truppe dal nostro territorio. Ma questo non basterà a soddisfare la sua fame».

Israele avvia «operazioni terrestri mirate» nel sud del Libano

«Nell’ambito degli sforzi volti a stabilire una difesa avanzata», che «comprende la distruzione delle infrastrutture terroristiche e l’eliminazione dei terroristi operanti nella zona, al fine di rimuovere le minacce e creare un ulteriore cuscinetto di sicurezza per i residenti del nord», l’IDF ha annunciato l’avvio di un’operazione di terra nel Libano meridionale. L’esercito di Israele «continuerà ad agire con la forza contro Hezbollah, che ha scelto di unirsi alla campagna e di operare sotto l’egida del regime terroristico iraniano, e non permetterà che vengano arrecati danni ai cittadini dello Stato di Israele».

Trump: «Futuro molto negativo per la Nato se non aiuta con lo Stretto di Hormuz»

Intervistato dal Financial Times, Donald Trump ha detto che la Nato si troverà ad affrontare un «futuro molto negativo» se gli alleati europei degli Usa non contribuiranno alla messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz, l’arteria vitale attraverso cui transita una fetta cruciale del greggio mondiale, finito al centro della guerra contro l’Iran. «È del tutto normale che chi tra profitto da questo stretto contribuisca a fare in modo che non accada nulla di spiacevole laggiù», ha affermato il presidente Usa, ricordando che l’Europa e la Cina – a differenza degli Stati Uniti – dipendono fortemente dal petrolio del Golfo.

LEGGI ANCHE: Guerra all’Iran: perché l’Europa paga il prezzo più alto

Trump: «Futuro molto negativo per la Nato se non aiuta con lo Stretto di Hormuz»
Una petroliera transitata dallo Stretto di Hormuz (Ansa).

Trump: «Ci ricorderemo di chi resterà a guardare»

Nella stessa intervista, Trump ha ricordato che gli Stati Uniti hanno fornito supporto all’Ucraina, nonostante l’enorme distanza geografica con il conflitto est-europeo. «Non eravamo obbligati ad aiutare l’Europa con l’Ucraina. Ma lo abbiamo fatto. Ora vedremo se loro aiuteranno noi. Perché ho sempre detto che noi saremo lì per loro, ma loro non ci saranno per noi». Gli Usa, ha avvertito Trump, «si ricorderanno» di chi sceglierà di restare a guardare mentre gli interessi globali vengono minacciati.

Trump: «Futuro molto negativo per la Nato se non aiuta con lo Stretto di Hormuz»
Donald Trump (Ansa).

Il presidente Usa mette pressione anche alla Cina

Le ultime affermazioni di Trump segnano un cambio di passo nella dottrina di politica estera Usa. Il tycoon, di fatto, chiede la formazione di una coalizione internazionale per la riapertura dello Stretto di Hormuz, facendo intendere che l’era della protezione unilaterale americana è finita. Se le rotte commerciali sono strategiche a livello globale, tale deve essere anche l’onere della loro difesa. Parlando con i giornalisti accreditati sull’Air Force One, Trump ha rivelato di essere in contatto con «circa sette Paesi» per stabilire il controllo di Hormuz. Tra questi interlocutori spicca la Cina, grande rivale degli Stati Uniti a livello mondiale. Sottolineando la dipendenza di Pechino dal petrolio mediorientale, Trump ha fatto capire che un rifiuto cinese di collaborare allo sforzo congiunto potrebbe portare a conseguenze diplomatiche dirette, incluso il rinvio del prossimo vertice con Xi Jinping.

Dubai, incendio all’aeroporto dopo l’attacco di un drone: voli sospesi

Dubai, incendio all’aeroporto dopo l’attacco di un drone: voli sospesi
Dubai, incendio all’aeroporto dopo l’attacco di un drone: voli sospesi
Dubai, incendio all’aeroporto dopo l’attacco di un drone: voli sospesi

Nelle prime ore di lunedì 16 marzo 2026 le squadre della Protezione Civile dell’emirato di Dubai hanno domato un incendio divampato nei pressi dell‘aeroporto causato dall’attacco di un drone. In un comunicato dell’ufficio stampa dell’emirato, diffuso tramite X, si legge che l’attacco ha danneggiato un serbatoio di carburante, provocando un rogo. Squadre specializzate hanno immediatamente adottato le misure necessarie per contenere le fiamme, seguendo gli standard di sicurezza. Le autorità di Dubai hanno confermato che finora non si sono registrati feriti e hanno sottolineato che i soccorritori continuano a lavorare intensamente per mettere in sicurezza l’area circostante l’aeroporto.

Voli sospesi temporaneamente

Hanno inoltre deciso di sospendere temporaneamente tutti i voli come misura precauzionale per garantire la sicurezza di tutti i passeggeri e del personale. Dopo qualche ora, l’Autorità per l’aviazione civile ha annunciato la graduale ripresa di alcuni voli da e per l’aeroporto internazionale di Dubai verso determinate destinazioni, consigliando ai passeggeri di contattare la propria compagnia aerea per gli ultimi aggiornamenti relativi ai propri voli.