Editoria italiana, tre libri per scoprirne la storia, i protagonisti e i segreti

Secondo una mitologica statistica in Italia si pubblicano circa 70 mila libri l’anno, otto ogni ora per 365 giorni. Ciò nonostante, un recente sondaggio promosso da Bookseller racconta che più della metà degli autori (54 per cento) ammettono come la pubblicazione del libro d’esordio abbia influito negativamente sulla loro salute mentale. Infine lo scorso inverno Repubblica dedicò la copertina di un numero de Il Venerdì al precariato imperante del lavoro intellettuale, in occasione del centenario dalla nascita «del più precario di tutti, Luciano Bianciardi». Questo in sintesi il panorama del mondo culturale italiano che comprende editori, critici e naturalmente scrittori, seduti allo stesso tavolo e intenti a spartirsi la medesima torta.

Nonostante tutto, il mercato del libro tiene

Nonostante la situazione all’apparenza sembri più da psicanalisi che altro, il mercato del libro continua a crescere o per lo meno a tenere, sia in Europa, dove il settore vale 33 miliardi di euro (il 60 per cento del mercato globale), sia in Italia dove nel 2022 ha toccato i 3,5 miliardi. O perlomeno così dicono i dati dello studio dell’Associazione Italiana Editori (Aie), in collaborazione con Nielsen BookData smentendo il cliché che in Italia «tutti vogliono scrivere ma nessuno legge». Con queste cifre i libri qualcuno dovrà pur comprarli. Ma come funziona in Italia il mondo culturale? Tre testi arrivati da poco sugli scaffali delle librerie lo raccontano concentrandosi sulla storia dell’editoria italiana, sulla genesi della casa editrice più cool in circolazione, e il terzo sondando luci e ombre del premio letterario più importante d’Italia, lo Strega.

Bianciardi e l'arte di diventare intellettuale senza leggere
Luciano Bianciardi.

Alla scoperta della Storia confidenziale dell’editoria italiana

Gian Arturo Ferrari, per gli amici Gianni, per tutti gli altri semplicemente “il professore”, è stato per molto tempo l’uomo più potente, il Darth Vader, dell’editoria italiana. Per più di 10 anni a capo della Mondadori sotto il suo dominio sono stati scoperti autori come Roberto Saviano, Paolo Giordano, Antonio Pennacchi, Salman Rushdie, Dan Brown, Alessandro Piperno e Alessandro D’Avenia. Tanto per citarne alcuni. In Storia confidenziale dell’editoria italiana, edito da Marsilio, Ferrari racconta le avventure umane e culturali degli uomini e delle donne che si sono occupati di scegliere come, quando e quali libri pubblicare, e ricostruisce capitoli di storia editoriale spiegandoci come sono nate, morte e come sono state resuscitate le case editrici, o come, talvolta, si sono divorate tra loro. Seguiremo così le storie dei due grandi “fratelli” dell’editoria italiana, Arnaldo Mondadori e Angelo Rizzoli, nati entrambi poverissimi a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro e diventati due dei personaggi più importanti del panorama culturale del nostro Paese. Ci appassioneremo alle gesta del 20enne Giulio Einaudi che, prima dei tipi di Adelphi, diventò il simbolo di una certa letteratura di qualità e il punto di riferimento per un certo tipo di lettori. Seguiremo il 30enne Valentino Bompiani, lettore colto e curioso, ci immergeremo nel carattere tempestoso di Livio Garzanti e tiferemo per il progetto utopistico dell’editore rivoluzionario Giangiacomo Feltrinelli. Parteciperemo ad aste selvagge a fiere librarie e a dispute legali. «Il lavoro editoriale è un miraggio tremolante», scrive Ferrari, «l’editoria è nella sua essenza un fatto commerciale, comprare e vendere, ma di una specie superiore di commercio».

Editoria italiana, tre libri per scoprirne la storia, i protagonisti e i segreti
Storia confidenziale dell’editoria italiana di Gian Arturo Ferrari, Marsilio.

Le origini di Adelphi e la seduzione del libro

Oltre che una casa editrice Adelphi è un brand, una filosofia in cui da tempo si riconoscono generazioni di lettori che hanno trasformato la creatura di Bobi Bazlen e Roberto Calasso quasi in una religione da venerare. La storia è narrata magistralmente fin dalle origini nel volume intitolato semplicemente Adelphi, scritto da Anna Ferrando ed edito da Carocci. I precetti sono validi ancora oggi: i libri devono essere innanzitutto belli fisicamente, seduttivi, perché in fondo sono oggetti materiali, non puri spiriti. Da qui le copertine color pastello, la grafica ricercata e la trasformazione del prodotto in una sorta di “limited edition” che si fa feticcio, oggetto di culto. Instagrammabili prima di Instagram, sono diventati, come scrive Andrea Minuz sul Foglio, «i Prada dei libri». Soprattutto grazie a Calasso. Il lavoro di Ferrando tuttavia risulta essere particolarmente interessante perché narra l’epopea adelphiana prima di Calasso, puntando la luce soprattutto su Luciano Foà e Bobi Bazlen: «Faremo solo i libri che ci piacciono». Anche oggi, che Calasso Bazlen e Foà non ci sono più, i principi di Adelphi sono rimasti immutati insieme al suo successo. Solo i tipi di Via S. Giovanni sul Muro possono mandare un fisico come Carlo Rovelli in testa alle classifiche di vendita per settimane, valorizzare autori come Emmanuel Carrère o rendere immortali personaggi sconosciuti come Bruce Chatwin o dimenticati come lo stesso Geoges Simenon. D’altronde, per chi aveva sfidato l’opinione pubblica iniziando la propria avventura pubblicando l’opera omnia di Nietzsche, calza a pennello la definizione che proprio Gian Arturo Ferrari nel suo Storia confidenziale dell’editoria italiana sintetizza perfettamente l’intero spirito della casa editrice milanese: «La bussola adelphiana si sta trasformando nella bacchetta del rabdomante».

Editoria italiana, tre libri per scoprirne la storia, i protagonisti e i segreti
Adelphi, di Anna Ferrando (Carocci).

Caccia allo Strega, anatomia di un premio letterario 

Istituito a Roma nel 1947 dalla scrittrice Maria Bellonci e da Guido Alberti, proprietario della casa produttrice del Liquore Strega da cui prende il nome, il Premio Strega è unanimemente considerato il premio letterario più importante e ambito d’Italia. Capace di far decollare una carriera o di dopare sensibilmente le vendite di un titolo, sta alla letteratura come la Champions League sta al calcio. Gianluigi Simonetti, professore di letteratura contemporanea e critico letterario del Sole 24 Ore, nel suo Caccia allo Strega, sposta lo sguardo oltre le dinamiche elettorali e il marketing letterario concentrandosi su un aspetto decisivo: come sono fatti i libri vincitori o selezionati per la celeberrima cinquina? Perché il libro perfetto è stato M di Antonio Scurati? Quali sono i motivi che hanno portato al successo Resistere non serve a niente di Walter Siti? Come fa un’esordiente a vincere Strega e Campiello in un colpo solo e vendere un milione di copie nel suo primo anno di pubblicazione come ha fatto Paolo Giordano con La solitudine dei numeri primi? Esiste veramente una mafia delle case editrici? In cosa lo Strega si differenzia dall’altro prestigioso premio italiano, il Campiello? A tutte queste domande risponde il lavoro di Simonetti. Pur essendo un testo che sembra dedicato solamente agli addetti ai lavori è in grado di raccontare in maniera particolarmente efficace come si è evoluta la storia sociologica del clima culturale italiano.

Editoria italiana, tre libri per scoprirne la storia, i protagonisti e i segreti
Caccia allo Strega di Gianluigi Simonetti (Nottetempo).

LEGGI ANCHE: Giangiacomo Feltrinelli e Alberto Mondadori, l’avventura dell’editoria italiana

“Le ore piccole” e il pensiero poetico di Lanaro

L'importanza del tempo. La musicalità della struttura. Analisi dell'ultima raccolta di versi dello scrittore vicentino.

Se l’autore stesso, Paolo Lanaro, definisce la sua ultima raccolta di versi un «piccolo concerto esistenziale fatto di svariati movimenti», a maggior ragione si può considerare questo libro anche come una partitura. La musicalità della struttura discende dalla sua articolazione in movimenti – sono sette, proprio come nel più enigmatico e visionario dei tardi Quartetti di Beethoven, l’op. 131 in Do diesis minore – ma soprattutto dal costante riferimento al tempo, l’elemento cardine della musica e della vita. Che è insieme dato oggettivo, sviluppato anche ritmicamente, e sensazione personale, percorso esistenziale. La volontà di esplorare e saggiare questa duplicità è chiara fin dal titolo. Perché Le ore piccole (Il Ponte del Sale, pagg. 92, € 16, con una postfazione di Fabio Pusterla) sono solo marginalmente quelle della vita sregolata e notturna. Esse scandiscono piuttosto il percorso in questo libro del pensiero poetico di Lanaro, che si sviluppa per piccoli ma decisivi spostamenti temporali, come l’ombra generata dallo gnomone di una meridiana. Una linea sfuggente eppure precisa. E non a caso la copertina del volume riproduce la stilizzazione di un orologio solare polacco di epoca medievale.

UN’INTRINSECA CONNOTAZIONE MUSICALE

Il percorso di queste poesie ha quindi in effetti un’intrinseca connotazione musicale: conosce uno sviluppo ed elaborazioni di vario genere prima di concludersi, dopo avere scandito momenti caratterizzanti dentro a ciascuna composizione, dentro a ciascuna sezione (o movimento), all’interno del lavoro nella sua interezza. Il cuore del libro sta ovviamente nella sezione che gli dà il titolo. Sono dieci Variazioni – continuiamo con il parallelismo musicale (anche nel Quartetto op. 131 il baricentro dell’opera è costituito da una serie di Variazioni) – contrassegnate secondo l’orologio, verrebbe da dire il cronometro, dalle 7,45 alle 24. Il dato saliente, esteriore ma corrispondente a una questione tutta interiore, è l’improvviso frangersi del linguaggio di Lanaro dentro a una sintassi più che libera, quasi anarchica. Le parole delineano una sorta di flusso di coscienza insieme drammatico e astratto, senza barriere sintattiche, prosodiche, di punteggiatura. Il ritmo preciso e compiuto, abituale nei versi dell’autore vicentino, risulta in qualche modo rivoluzionato al punto che questa sezione sembra delineare l’abbandono degli schemi linguistici (musicalmente: armonici) ben rodati ancorché tutt’altro che banali, anzi spesso sofisticati, che caratterizzano i movimenti precedenti. La rinuncia alle eleganti rotondità timbriche della scrittura.

Le immagini si sovrappongono, i pensieri scartano in tensioni espressive di complessa trama percettiva

Le immagini si sovrappongono, i pensieri scartano in tensioni espressive di complessa trama percettiva. Sembra la citazione a suo modo “archeologica” di una certa avanguardia anni Sessanta, ma probabilmente è soprattutto qualcos’altro: è il frutto di una ricerca espressiva tutta interiore sulla parola e sulle sue risonanze, implicazioni, dimensioni semantiche. È la continuazione del discorso svolto nelle prime cinque sezioni, ovvero movimenti, con altri strumenti e secondo un linguaggio quasi percussivo. In realtà, neanche in questi versi talvolta aspri Lanaro abbandona la stella polare della sua poesia, la capacità di contemplare il mondo e di metterlo a confronto con i suoi pensieri, in un incessante lavorìo di speculazione che non sapremmo definire altrimenti che filosofico. E di tenere sempre l’uomo – meglio, l’Io – come centro di una meditazione a ciglio asciutto, disillusa ma raramente drammatica, anzi spesso contrassegnata dall’ironia di chi davvero riesce a considerare il mondo e il tempo come se li guardasse da fuori, da un’altra dimensione.

UN INTENSO VIAGGIO INTERIORE

Il tutto avviene in questa raccolta non tanto nella misura del crescendo musicale, evocata da Pusterla, quanto piuttosto nella costruzione di una raffinata tavolozza armonica e timbrica, che movimento dopo movimento costruisce la tinta espressiva di ogni parte e dell’insieme e dunque le segrete risonanze delle parole e delle immagini. Fino ad arrivare al fascino della Coda, la poesia conclusiva dell’ultimo movimento intitolato “Supplementi del Continuo” (che è termine psicologico, filosofico, scientifico ma anche sonoro). Musicalmente, l’approdo alla tonica dopo un lungo peregrinare in tonalità anche molto lontane, ma profondamente suggestive. È il flash conclusivo del viaggio interiore disegnato dall’intera raccolta, una visione di Vicenza in fiamme come l’omerica Troia, con un Enea nostrano in fuga, forse dalle devastazioni dei bombardamenti alla fine della Seconda guerra mondiale, forse da qualche catastrofe prossima ventura, sperabilmente distopica. Ed è anche l’approdo a una dolorosa ma non rassegnata consapevolezza di ciò che eravamo e continuiamo ad essere e di ciò che può aspettarci: «E mai mi verrebbe in mente di essere / in un poema, ma in un disastro causato / da idioti, tutti appartenenti, senza /distinzioni al genere umano».

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David Grossman sul suo nuovo romanzo e il potere della parola

L’ultimo libro dell'autore israeliano, La vita gioca con me, è una genealogia della colpa: dietro a un male presente ce n’è sempre uno passato, ferite e cicatrici rimosse dalla propria consapevolezza. Ma non è sempre il perdono a interrompere la catena dell’odio.

Vale anche per i personaggi di David Grossman quello che Nietzsche sosteneva nella sua introduzione alla Genealogia della morale: «Siamo ignoti a noi medesimi, noi uomini della conoscenza, noi stessi a noi stessi: è questo un fatto che ha le sue buone ragioni. Non abbiamo mai cercato noi stessi – come potrebbe mai accadere, un bel giorno, di trovarsi?».

L’ultimo romanzo di Grossman, La vita gioca con me (Mondadori, pagg. 300, euro 21) nella efficace traduzione di Alessandra Shmoroni, è una genealogia della «colpa», più che della morale: dietro a un male presente ce n’è sempre uno passato, nodi che non si sono ancora sciolti, ferite e cicatrici rimosse dalla propria consapevolezza. E questo male, Grossman lo sa molto bene avendo vissuto quasi dagli inizi l’epopea del neo-Stato ebraico, si trasmette di generazione in generazione, fino a che non si arriva, talvolta, alla possibilità di un chiarimento. Ed ecco, allora, il corto circuito improvviso che scatena a terra la forza distruttrice del passato e ricrea nuovi spazi per la libertà e l’amore. Non sempre per il perdono, ma quello che possiamo fare è interrompere la catena dell’odio e riprendere in mano le nostre vite. Può sembrare poco, ma è già tantissimo.

L’ultimo romanzo di Grossman, a differenza dei precedenti, è costruito su una storia reale, quella di Eva Nahir-Panic, un’ebrea-croata trasferitasi in Israele dopo la morte del marito, ufficiale serbo. Dal punto di vista narrativo il romanzo ha una struttura a più livelli che intreccia microcosmo e macrocosmo, vita privata e frammenti di storia del Novecento, in un continuo elastico tra presente, passato e perfino futuro. Ci sono tre donne di generazioni successive che si incontrano in un kibbutz in Israele per la festa di compleanno della più anziana, Vera, che festeggia novant’anni con la figlia Nina, la nipote Ghili, che è anche l’io narrante del libro, e il figliastro e padre di Ghili, Rafael. Tre donne segnate dalla perdita devastante di un amore.

Quando il marito di Vera, Miloš Novak, muore suicida in Croazia per sfuggire alle torture della polizia di Tito, Vera rifiuta di infangarne la memoria e per questo viene condannata alla prigionia nel terribile campo di rieducazione di Goli Otok, una piccola isola selvaggia di fronte a Zara convertita a luogo di prigionia per dissidenti politici e criminali comuni. Ma la decisione di Vera ha un prezzo: l’abbandono al suo destino della figlia di sei anni e mezzo. Ecco il secondo amore infranto. Nina vivrà l’allontanamento dalla madre come un rifiuto e inizierà una vita infelice e raminga, incapace di costruire relazioni solide, neppure con il marito Rafael che continuerà ad amarla devotamente nelle sue fughe dalla famiglia e da Israele. Così, anche Ghili, la figlia di Nina, vive la stessa esperienza di dolore e abbandono, i medesimi rancori riversati sulla madre, generazione dopo generazione. Quando avviene l’incontro per il compleanno di Vera, il «quadrilatero degli affetti» sembra ritrovare una sua geometria, o almeno un tentativo di realizzarla. Ma la ricomposizione richiede un’ulteriore catarsi, un pellegrinaggio dei quattro personaggi nel passato di Vera in Croazia, fino al campo di Goli Otok.

Nel raccontare si riscopre la verità o, almeno, una parte di essa, finalmente condivisa e capace di guarire la memoria

Il pretesto narrativo è il documentario che Ghili propone di girare sulla storia della nonna, un modo per provare a rileggere il passato da un altro punto di vista, con la mediazione dell’obiettivo di una telecamera, come se le ferite, così profonde, rendessero impossibile alle tre donne raccontare il proprio destino direttamente alle altre. E, a Goli Otok, la genealogia della colpa si risolve finalmente nella catarsi, con le tre protagoniste che riemergono dolorosamente dal proprio passato con la prospettiva di una riconciliazione di nuovo possibile. Alla fine, la telecamera e il documentario famigliare diventano inutili, la parola, che per Grossman, come tutti gli ebrei, ha echi ben più profondi di quelli comuni, compie il miracolo: nel raccontare si riscopre la verità o, almeno, una parte di essa, finalmente condivisa e capace di guarire la memoria. Lettera43 ha incontrato lo scrittore israeliano in Italia per la presentazione del libro.

David Grossman (foto di Roberto Monaldo/LaPresse).

DOMANDA. Sono la parola, il racconto che guariscono dall’odio. Nel caso dell’ebraico è una “parola” che ha radici antichissime: quanto pesa questa eredità su uno scrittore?
RISPOSTA. C’è certamente un peso nella lingua ebraica: ha 4 mila anni di storia. È la lingua del ricordo, dell’identità nazionale che è costitutiva dell’universo mentale dei parlanti ebraico. Ma ha anche molti strati: il Talmud, la lingua medievale, quella attuale, di cui l’io narrante Ghili è espressione. Questo non lo vedo come un fardello, ma come un privilegio, perché nella mia scrittura c’è l’eco di tutto questo passato.
 
Questo è un libro sulla memoria, quella del passato che aiuta le tre donne a trovare una riconciliazione, e quella che andrà a perdersi nella mente di Nina, afflitta demenza senile.
È vero, questo è un libro sulla memoria: dolorosa, ma allo stesso tempo piena di freschezza, di verità. La memoria costa moltissimo sforzo, perché ti richiede di ricordare tutto in modo esatto, individuando il momento in cui sei diventato dipendente dal ricordo e come questo ti ha cambiato la vita. Ci sono popoli e persone che diventano prigionieri della memoria. Scelgono di aggrapparsi a essa e non vogliono muoversi su nuovi territori dove sarebbero molto più liberi di guardare al futuro. Soffrono dalla loro infanzia e questi sentimenti di dolore se li portano come un fardello per tutta la vita. Solo facendo posto a qualcosa d’altro possiamo riprendere a muoverci senza essere influenzati dal passato, ritornando a respirare a pieni polmoni. In questo modo possiamo riporre il dolore al suo posto, gli assegniamo un confine.

Le donne, tra cui l’io narrante, sono le protagoniste del racconto. Com’è possibile per uno scrittore identificarsi completamente nell’animo femminile?
Ho voluto scrivere questo romanzo come se non sapessi di essere io a scriverlo. Volevo capire innanzittutto chi erano queste tre donne. Ci sono tanti modi di essere donna, tanti quanto sono le donne al mondo. Non è un processo facile perché la tua anima ha una comfort zone da cui non vuole uscire. Il personaggio principale di A un cerbiatto somiglia il mio amore è Ora (in ebraico luce), una donna, appunto. Non riuscivo a impersonarlo pienamente, era come se io stessi mettendo delle parole che mancavano di un filamento. Quindi, preso dallo sconforto le scrissi una lettera: perché non ti arrendi a me, perché non ti lasci capire? Dopo compresi che non era Ora a doversi arrendere a me, ma io a lei. Solo dopo aver superato questi meccanismi di difesa ed essermi completamente esposto ho capito che cosa Ora rappresentava per me e per il romanzo.

Il mio è un libro su sulle tempeste che stravolgono una famiglia: è come se avessi riportato alla luce l’infrastruttura dell’essere

In questo caso non si è trattato solo di costruire un personaggio femminile, ma di mettere in scena una relazione molto problematica tra tre donne forti e complesse.
Nel libro c’è un forte conflitto tra di loro, si vede come sono vicine e poi si allontanano. Ma, se ci pensiamo, solo nelle famiglie troviamo questo dramma dell’essere vicini e dell’allontanarsi. È come una danza la cui intensità si sviluppa dentro ogni famiglia ed è determinata dagli eventi più o meno difficili che vi avvengono. Il mio è un libro su sulle tempeste che stravolgono una famiglia: è come se avessi riportato alla luce l’infrastruttura dell’essere.

Perche il narratore è Ghili, la donna più giovane delle tre?
Io volevo che fosse una delle tre donne a essere il narratore del romanzo, ma non poteva essere Vera troppo suscettibile di essere caricaturizzata per il forte accento della sua lingua croata d’origine. Nina, poi, è così lontana dagli altri, chiusa in sé stessa, non poteva essere la storyteller. Ghili m’ispirava un’aria di maggiore leggerezza, non era vittima dello scontro tremendo tra madre e figlia. E poi è ironica e mi permetteva di usare un ebraico più moderno.

C’è un unico protagonista maschio, Rafael, non certamente il punto forte del quadrilatero.
Rafael è dipendente dalle tre donne, ma serve a rendere stabile il rapporto tra di loro: è figlio di Vera anche se non biologico, è marito di Nina anche se non vivono insieme ed è un buon padre di Ghila. Rafel è apparentemente un carattere debole, è diventato un semplice assistente sociale e non un regista cinematografico come anelava a essere, ma è il luogo in cui le tre donne possono riposare prima di ripartire per le loro battaglie.

La conclusione del suo libro apre uno spiraglio alla speranza: possiamo davvero perdonare chi ci ha fatto del male?
Non so se è sempre possibile. Ma, se guardo indietro alla mia vita, devo riconoscere che sono stato condizionato dal voler tenere vivo il fuoco della vendetta, ed è come se una parte di me fosse rimasta sospesa. La sensazione che provo oggi è che forse non riesco a perdonare, ma ho preso una distanza da questo dolore. Non voglio più dipendere da esso.

La scrittura aiuta in questo?
L’arte, e quindi anche la scrittura, è sentirsi simultaneamente parte sia del nulla, di tutto quello che non conosciamo, il vuoto e il baratro che attende ciascuno di noi rappresentato dalla morte, e, al tempo, stesso della vita nella sua pienezza. Io, che non sono credente in senso religioso, nell’arte credo fortemente.

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Come è andato il 2019 per la narrativa italiana

Da Veronesi alla Starnone, passando per Tuena, Zaccuri fino a Tokarczuk e Franzobel: quali sono gli autori salvati dai critici letterari. Che denunciano: sono venute meno le gerarchie basate sulla qualità. Oramai è il mercato che stabilisce, con i suoi numeri di vendita, i valori di un'opera.

Che anno è stato il 2019 per la narrativa italiana? Di continuità, di rottura? Certamente, un solo anno non può determinare una «tendenza», caso mai confermare o contraddire degli orientamenti emersi nel tempo. Ma qualche novità c’è sempre, e forse conviene partire dalle discontinuità. Guardando ai numeri, sulla base dell’ultimo rapporto Nielsen realizzato per conto dell’Aie (Associazione Italiana Editori), il mercato editoriale ha registrato nei primi 11 mesi del 2019 quota 1,131 miliardi di euro (+3,7% sullo stesso periodo dell’anno precedente), con una crescita – erano molti anni che non accadeva – anche del numero di copie, +2,3%, con 77,4 milioni di nuovi libri (cartacei) venduti. A pesare di più, dopo la manualistica, sono la fiction straniera (18,4%), la saggistica (17,3%) e al quarto posto bambini e ragazzi (16,3%).

Per quanto riguarda temi e contenuti – gli orientamenti di cui si diceva all’inizio – novità interessanti ci sono state. Alessandro Zaccuri, scrittore e giornalista culturale, fa una riflessione sul mondo dei bestseller. «Penso che sia un anno di avvicendamento», dice a Lettera43, «con la morte di Andrea Camilleri si conclude una stagione irripetibile, che aveva portato alla luce un lettore disponibile a confrontarsi con un linguaggio meno accessibile e più laborioso rispetto alla media dei romanzi italiani». A raccogliere il testimone di Camilleri è stata un’altra autrice siciliana, Stefania Auci: «con I leoni di Sicilia», prosegue Zaccuri, «è tornata a suscitare interesse per il romanzo di impianto più tradizionale, quasi ottocentesco nella sua struttura».

Romanzi con una forte vocazione narrativa, tradizionali, di pura fiction, come quelli che hanno visto la luce nello scorcio finale dell’anno: Il colibrì di Sandro Veronesi, La vita bugiarda degli adulti di Elena Ferrante e Confidenza di Domenico Starnone. «Passiamo dal nuovo libro della Ferrante, semplice, ma non banale» osserva Gianluigi Simonetti, professore di Letteratura italiana contemporanea all’Università dell’Aquila, «all’ultimo di Veronesi, più complicato nella struttura e nel montaggio, con un passaggio a vuoto, a parer mio, nel finale, troppo obbediente al dover essere dell’impegno civile». E poi c’è il libro di Starnone», spiega Simonetti, «che conclude brillantemente una trilogia di romanzi brevi di grande artigianato narrativo e di notevole cattiveria psicologica». 

RESISTE UN FILONE DI LETTERATURA CHE MESCOLA GENERI E FORME NARRATIVE

Sull’altro fronte, persiste una letteratura debole, che esplora terreni meno praticati e cerca vie nuove, mescolando generi e forme narrative. Una letteratura «ibrida» che si colloca al crocevia fra romanzo, autobiografia e biografia, saggio personalediario intimo, taccuino di viaggio. «In questo,» prosegue Simonetti «Emanuele Trevi, con Sogni e favole, si conferma il più bravo – con Franchini, che però tace da un po’. È una letteratura a volte anche elegante e profonda, ma sempre volutamente ‘minore’, disposta a rinunciare alle grandi strutture del romanzo per muoversi con maggior libertà e leggerezza all’incrocio fra diverse scritture».

Non sono mancati libri singolari: penso a Necropolis di Giordano Tedoldi, a Lo stradone di Francesco Pecoraro, alla raccolta dei romanzi di Carlo Bordini

Gianluigi Simonetti, professore di Letteratura italiana contemporanea all’Università dell’Aquila

Una tendenza che non sempre porta risultati eccellenti e che talvolta può diventare una scorciatoia, a seconda della qualità intellettuali degli interpreti. E poi, nel 2019, vi sono stati libri nei quali la ricerca di nuove forme espressive è risultata ancora più marcata. «È vero, non sono mancati libri singolari», conclude Simonetti, «che fanno storia a sé, fuori da qualsiasi tendenza e preoccupazione seduttiva: penso a Necropolis di Giordano Tedoldi, a Lo stradone di Francesco Pecoraro, alla raccolta dei romanzi di Carlo Bordini».

LEGGI ANCHE: I numeri del mercato italiano del libro nel 2019

Che il 2019 abbia confermato la salute di un filone narrativo attratto dalle ibridazioni lo pensa anche un protagonista e osservatore attento del nostro panorama letterario come lo scrittore Andrea Tarabbia, che nel 2019 ha pubblicato Madrigale senza suono con il quale ha vinto il premio Campiello. «Mi sono piaciute molte cose ibride: in Italia Le galanti di Filippo Tuena – un autore che considero tra i miei maestri – e Nel nome di Alessandro Zaccuri». Tarabbia segnala anche I vagabondi di Olga Tokarczuk «un libro che lascia insoddisfatti, ma in cui si vede un’idea forte e originale di letteratura. E poi vorrei segnalare un romanzo puro, La zattera della Medusa di Franzobel, un’opera per me straordinaria, e un saggio anch’esso puro: Dialettica del mostro di Sylvain Piron».

LA CRITICA MILITANTE NON CONTA PIÙ

E per quanto riguarda il pubblico? Come si pone questa narrativa d’autore rispetto a lettori che consumano prodotti editoriali da media diversi, con la crescita di servizi come Audible, che consentono l’ascolto di libri appena pubblicati in libreria, e che si informano non solo sulle pagine culturali dei quotidiani, ma nel mondo variegato dei blog, dei gruppi di Facebook, dei siti di recensioni online? «La parola chiave mi sembra “confusione”: tutto equivale a tutto e l’indistinzione è la caratteristica del nostro tempo», osserva Paolo Di Stefano, scrittore e giornalista culturale. «La critica militante è tramontata e quando c’è rimane una voce nel deserto, senza ascolto. Ciò che fa testo sono le classifiche visibilmente dilatate sui giornali».

Sembrano venute meno le gerarchie basate sulla qualità: è il mercato che stabilisce, con i suoi numeri di vendita, i valori

Paolo Di Stefano

È esemplare al riguardo quella basata sulle preferenze dei lettori pubblicata sul supplemento culturale La lettura del Corriere della sera che accosta nelle prime 10 posizioni autori complessi, esponenti di una letteratura cosiddetta «forte», con nomi di successo più commerciali. «Sembrano venute meno le gerarchie basate sulla qualità: è il mercato che stabilisce, con i suoi numeri di vendita, i valori. Un libro di Fabio Volo, con tutto il rispetto, naturalmente, è messo sullo stesso piano dell’ultimo romanzo di Ian Russell McEwan». Per Di Stefano i giornali hanno abolito la delega di una responsabilità critica, «distribuendo le recensioni in modo indiscriminato, venendo meno al compito di scegliere e indirizzare, che oggi sarebbe più urgente che in passato proprio per ridare una “personalità” alla stampa rispetto alla rete».      

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Film e serie tv premiati ai Golden Globe 2019

Sam Mendes e Quentin Tarantino conquistano i premi per i migliori film. Netflix esce ridimensionata dopo le 34 nomination.

Due grandi firme sui Golden Globe 2019. I premi più ambiti, quelli per il miglior film drammatico e la migliore commedia cinematografica, sono andati a Sam Mendes, con 1917 e Quentin Tarantino, con C’era una volta…a Hollywood. Mendes e Tarantino si sono portati a casa anche un altro premio a testa, il primo come miglior regista, il secondo per la sceneggiatura. C’era una volta… a Hollywood è poi valso a Brad Pitt il riconoscimento come migliore attore non protagonista. Beffata Netflix, che per la prima volta sembrava superfavorita della vigilia con le sue produzioni e che aveva messo insieme ben 34 candidature, e che invece è uscita ridimensionata dai premi.

LA SALA BATTE LO STREAMING

«Spero che significhi che la gente vada a vedere questi film sul grande schermo, nel modo che era inteso», ha detto Mendes inserendosi nella lunga e infinita diatriba tra sala e streaming. Solo due i premi per Netflix, quello a Laura Dern per Marriage Story e quello a Olivia Colman per The Crown, che però è una serie tv, quindi decisamente fuori dal perimetro della distribuzione cinematografica.

MENDES BATTE IL JOKER

Marriage Story e Due Papi, altre due produzioni Netflix, hanno subito la sconfitta da 1917, esattamente come Joker di Todd Phillips. Quattro premi su 15 candidature per Hbo, con Chernobyl e Succession, due per Amazon, grazie a Fleabag, che si è aggiudicata il globo come miglior serie comica e quello come migliore attrice per Phoebe Waller-Bridge. Successo di Parasite del sudcoreano Bong Joon-Ha nella categoria dei film stranieri, mentre Renée Zellweger e Joaquin Phoenix hanno vinto come migliori attori protagonisti.

LA POLITICA NEI DISCORSI DELLE STAR

Spizzichi di politica nella serata condotta dal britannico Ricky Gervais: Michelle Williams ha fatto appello per la difesa dei diritti di scelta delle donne in fatto di aborto accettando il premio come migliore attrice in una miniserie per Fosse/Verdon, mentre Joaquin Phoenix ha chiesto ai vip dell’entertainment di far di più per combattere il clima impazzito. Nicole Kidman è apparsa in lacrime sul red carpet per gli incendi che stanno devastando la sua Australia.

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Film e serie tv premiati ai Golden Globe 2019

Sam Mendes e Quentin Tarantino conquistano i premi per i migliori film. Netflix esce ridimensionata dopo le 34 nomination.

Due grandi firme sui Golden Globe 2019. I premi più ambiti, quelli per il miglior film drammatico e la migliore commedia cinematografica, sono andati a Sam Mendes, con 1917 e Quentin Tarantino, con C’era una volta…a Hollywood. Mendes e Tarantino si sono portati a casa anche un altro premio a testa, il primo come miglior regista, il secondo per la sceneggiatura. C’era una volta… a Hollywood è poi valso a Brad Pitt il riconoscimento come migliore attore non protagonista. Beffata Netflix, che per la prima volta sembrava superfavorita della vigilia con le sue produzioni e che aveva messo insieme ben 34 candidature, e che invece è uscita ridimensionata dai premi.

LA SALA BATTE LO STREAMING

«Spero che significhi che la gente vada a vedere questi film sul grande schermo, nel modo che era inteso», ha detto Mendes inserendosi nella lunga e infinita diatriba tra sala e streaming. Solo due i premi per Netflix, quello a Laura Dern per Marriage Story e quello a Olivia Colman per The Crown, che però è una serie tv, quindi decisamente fuori dal perimetro della distribuzione cinematografica.

MENDES BATTE IL JOKER

Marriage Story e Due Papi, altre due produzioni Netflix, hanno subito la sconfitta da 1917, esattamente come Joker di Todd Phillips. Quattro premi su 15 candidature per Hbo, con Chernobyl e Succession, due per Amazon, grazie a Fleabag, che si è aggiudicata il globo come miglior serie comica e quello come migliore attrice per Phoebe Waller-Bridge. Successo di Parasite del sudcoreano Bong Joon-Ha nella categoria dei film stranieri, mentre Renée Zellweger e Joaquin Phoenix hanno vinto come migliori attori protagonisti.

LA POLITICA NEI DISCORSI DELLE STAR

Spizzichi di politica nella serata condotta dal britannico Ricky Gervais: Michelle Williams ha fatto appello per la difesa dei diritti di scelta delle donne in fatto di aborto accettando il premio come migliore attrice in una miniserie per Fosse/Verdon, mentre Joaquin Phoenix ha chiesto ai vip dell’entertainment di far di più per combattere il clima impazzito. Nicole Kidman è apparsa in lacrime sul red carpet per gli incendi che stanno devastando la sua Australia.

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L’Epifania negli altri Paesi: viaggio in un mondo di tradizioni

La dodicesima notte inglese raccontata da Shakespeare. Il Dreikönigstag tedesco e i Reyes Magos del mondo ispanico. Come si vive il 6 gennaio all'estero.

La Befana è un personaggio della tradizione tipico dell’Italia, o comunque dei Paesi dove c’è una comunità italiana importante. Ad esempio, in Canada, a Toronto. Dove però si è in parte distaccata dal 6 gennaio, al punto che è durante il solstizio d’inverno che una folla di uomini, donne e bambini vestiti da Befana invade il mercato di Kensington cantando serenate al sole, ballando in strada e distribuendo caramelle in attesa dell’alba. La Befana è una tradizione antica, ma soprattutto nei territori dell’ex Stato Pontificio o comunque in Italia centrale. A livello nazionale si è invece diffusa più di recente.

ALLE ORIGINI DELLA BEFANA

L’origine è la commemorazione della visita e dei doni dei Magi a Gesù. Una “manifestazione” della Divinità di Gesù, in greco appunto Epifania. Non l’unica, in realtà: se ne celebravano varie altre, dal battesimo da parte di San Giovanni al miracolo delle nozze di Cana. Però quella era stata la prima, e soprattutto era stata accompagnata da regali a un bambino. L’ Epifania data in cui si erano portati doni al Bambino Gesù diede dunque origine alla Befana del folklore che porta doni ai bambini. Un personaggio buono, ma che ai bambini cattivi porta “aglio, cenere e carbone”, e con alcuni attributi inquietanti simili a quelli di personaggi malefici come le streghe. La Befana, dunque, è un personaggio quasi al confine tra Bene e Male. Secondo varie leggende era la nonna di Erode, lo sterminatore degli innocenti, o la moglie di quel Ponzio Pilato che aveva condannato Gesù, o la zia di quel Barabba che era stato scelto dal popolo al posto di Gesù per essere salvato dalla Croce. Insomma, un personaggio costretto a fare buone azioni per espiare la colpa di un congiunto.

I SONETTI DI BELLI E LA POESIA DI PASCOLI

Quando nasce la Befana? I primi a citarla sono autori toscani: Francesco Berni nel 1541, Agnolo Firenzuola nel 1549, Domenico Maria Manni con L’Istorica notizia delle origini e del significato delle Befane di cui esiste una edizione del 1792 (quattro anni dopo la sua morte). E in Toscana vi allude la tradizione del “Befano”: un pupazzo in stracci appeso presso la casa di chi si vuole deridere per comportamenti sconvenienti. Il 6 gennaio del 1845 vi dedica tre sonetti il grande poeta romanesco Giuseppe Gioacchino Belli, nel 1889 ne scrive il grande folklorista romano Gigi Zanazzo, nel 1897 vi dedica una intensa poesia il romagnolo Giovanni Pascoli. E in tutta l’Italia Centrale si rappresentano le Befanate, combinazione tra canto di questua e teatro.

È il regime di Benito Mussolini a decidere di “centralizzare” tutte queste tradizioni in una Befana Fascista nazionale a uso dopolavoristico

In questo contesto si forma tutto il folklore relativo ai preparativi per l’arrivo della Befana: dalla calza da lasciare appesa al camino perché sia riempita di doni, al cibo per rifocillare la donatrice che deve essere rigorosamente a base di ricotta, vista la sua proverbiale mancanza di denti. In parte queste tradizioni confluiscono in altre: dai “Morti” del primo e 2 novembre, particolarmente importanti in Sicilia; alla Santa Lucia del 13 dicembre, al Nord. È il regime di Benito Mussolini a decidere di “centralizzare” tutte queste tradizioni in una Befana Fascista nazionale a uso dopolavoristico: prima edizione, nel 1928. Così la tradizione diventa nazionale, anche perché continuata dalle Befane dopolavoristiche della Repubblica democratica.

Se dunque la Befana è legata alla tradizione italiana, l’Epifania è celebrata nel mondo cristiano con sfumature che variano, di Paese in Paese. È William Shakespeare con una commedia rappresentata per la prima volta il 6 gennaio 1601 a informarci di tre particolarità della tradizione inglese. Prima: che l’Epifania è popolarmente definita “La dodicesima notte”, come è appunto il titolo di quell’opera. Seconda: che una cosa che si fa spesso in questo giorno è rappresentare opere teatrali di dilettanti. Una delle più gettonate è proprio La dodicesima notte. Terza: che il 6 gennaio nel mondo anglosassone è data di scherzi, quasi come da noi il primo aprile e nel mondo ispanico il “Giorno dei Santi Innocenti” del 28 dicembre. Infatti la trama è infarcita di inganni: da Viola che si traveste da uomo al maggiordomo Malvolio che per una lettera falsificata crede di essere oggetto di attenzioni da parte della padrona Olivia.

LA CERIMONIA DEL WASSALLING

Nella dodicesima notte inglese si brinda con il sidro: la cerimonia del Wassalling, accompagnata da canti tradizionali. Si consumano cibi e bevande piccanti in ricordo delle spezie dei Re Magi. Si spegne il “ceppo natalizio” che era stato messo nel camino a Natale, che viene poi conservato come portafortuna e spesso riutilizzato per fare il fuoco del Natale successivo. O meglio, si spegneva: attestata in tutta Europa dal XII secolo questa tradizione si estingue in gran parte nel XX. Forse l’Inghilterra è il Paese dove regge ancora di più. Altre tradizioni: la “Torta della Dodicesima Notte” con nascosti dentro un fagiolo cotto, uno spicchio d’aglio, un ramoscello e uno straccio. Chi trova il fagiolo diventa re o regina della festa, l’aglio indica il cattivo, il rametto il folle, lo straccio la ragazza di facili costumi. Altro dessert tipico: una crostata in cui si cerca di mettere 13 tipi di marmellata diversa.

Insomma, si fa di tutto, tranne dare regali. Quelli si danno invece in Spagna, in Portogallo, in America Latina e nelle Filippine. Però a differenza dell’Italia non li porta la Befana ma i Re Magi, che in molte località appaiono il giorno prima in una solenne cavalcata in costume organizzata dalle autorità. I bambini scrivono ai Re Magi una lettera per chiedere i doni, e lasciano alla porta o alla finestra scarpe in cui metterle, oltre a dolci per i Re e acqua e erba per i loro animali. Come in Italia, si può ricevere carbone. E come la Befana italiana anche i Reyes Magos sono in concorrenza con Babbo Natale. Il “Roscón de Reyes” è l’equivalente della “Twelfth night cake” inglese. Solo che lì c’è solo una fava o una figurina o una moneta, che fa pagare una penitenza. In Messico si prende con caffè, cioccolato o atole, e contiene figurine di Gesù Bambino. In alcuni Paese ispanici il giorno dei Reyes Magos è chiamato anche Pacqua de los Negros. Ricordo di quando gli schiavi avevano un giorno libero e lo passavano danzando in strada in onore di Baldassarre, il “Re Magio” di colore.

Una Parata per l’Epifania si fa anche a Praga, dove c’è pure l’abitudine di fare un tuffo nella Moldava gelata presso il Ponte Carlo. In Bulgaria il 6 gennaio si festeggia il Battesimo del Signore con il lancio di una croce di legno in acqua da parte di un sacerdote. I giovani devono sfidare il freddo per recuperarla, e nella città di Kalofer prima del lancio nel fiume Tundzha viene suonato e danzato un horo, danza tradizionale. La croce di legno in acqua viene lanciata anche in Grecia, mentre in Russia si fa un buco nel ghiaccio a forma di croce in cui ci si immerge: ci si è cimentato lo stesso Vladimir Putin.

Anche i bambini del Benelux e della Germania per il 6 gennaio prendono regali: ma andandoseli a cercare. Si chiama Driekoningen in olandese e fiammingo e Dreikönigstag in tedesco il “giorno dei tre re” in cui i bambini vanno in costume di casa in casa cantando canzoni tipiche, portando una lanterna di carta che simboleggia la stella cometa e ricevendo in cambio dolciumi o monete. Nei Paesi di lingua tedesca la questua in costume è fatta anche da giovani più grandi: gli Sternsinger. Piuttosto che regali per sé chiedono però donazioni benefiche. In Polonia la festa dei Tre Re, Trzech Króli, ha come epicentro le sfilate in cui i Magi, spesso in sella a cammelli o altri animali, distribuiscono dolci, mentre bambini vestiti in abiti rinascimentali intonano canti natalizi. C’è poi l’uso di far benedire in chiesa piccole scatole contenenti gesso, un anello d’oro, incenso e un pezzo di ambra, in memoria dei doni dei Magi. Una volta a casa, scrivono “K + M + B +” e l’anno con il gesso benedetto sopra ogni porta della casa, come protezione contro le malattie e le disgrazie. Le lettere, con una croce dopo ognuna, sono interpretate sia come i nomi tradizionalmente applicati dei Tre Re in polacco – Kacper, Melchior e Baltazar; sia come la scritta in latino “Cristo benedica questa casa”.

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Se le barriere in alta quota sono più facili da abbattere

L'associazione Baroni Rotti da anni forma piloti con disabilità. E ci dimostra che anche in cielo si può veicolare un messaggio contro la discriminazione e il pregiudizio.

Volare nel “blu dipinto di blu”, come cantava Domenico Modugno, è uno dei sogni più grandi dell’umanità fin dai tempi che furono. Gli antichi Greci incarnarono questo desiderio nel mito di Dedalo e Icaro ma prima che l’uomo potesse solcare i cieli avrebbe dovuto trascorrere moltissimo tempo. Ora l’aereo è diventato un mezzo di trasporto molto comune, che alcuni preferiscono ad altri di origine più antica ma ad andamento più lento e, statisticamente parlando, meno sicuri. Avete mai volato a bordo di un aeroplano pilotato da una persona con disabilità motoria? Lo ritenete possibile? Vi fidereste? Tranquilli, non serve che rispondiate. Se per una persona disabile viaggiare in aereo è una possibilità abbastanza utilizzata, seppure talvolta non esente da inconvenienti, vederla alla guida di un veivolo è un avvenimento a cui pochi hanno assistito e credo quasi nessuno ritenga ipotizzabile né tantomeno auspicabile.

QUELL’IDEA CONCEPITA DA UN “NORMALOIDE”

Infatti una disabilità fisica è una condizione che per senso comune si ritiene essere incompatibile con alcuni tipi di professioni e, tra queste, il pilota di aereo credo sia tra quelle considerate più fuori portata. E invece i piloti dell’associazione Baroni Rotti – la prima associazione di piloti con disabilità in Italia – hanno dimostrato che anche tale convinzione, sebbene sembri un dato di realtà evidente, se assunta come verità assoluta, non è altro che un pregiudizio e una teoria falsa. Non ci crederete, ma l’idea che anche persone con disabilità motoria potessero diventare in grado di pilotare un veivolo è stata concepita da un “normaloide”. Luciano Giannini, vulcanologo e istruttore di volo, portò in volo un ragazzo con disabilità il quale, terminata l’esperienza, piangendo gli confidò il suo dispiacere per il fatto di poter vivere quella meravigliosa avventura solo come passeggero e non anche in qualità di pilota.

LA NASCITA DEI BARONI ROTTI

Non conosco personalmente Luciano ma credo sia un po’ “matto”, come del resto lo sono tutti quelli che pensano che l’impossibile non sia scontato. Infatti, profondamente toccato da questo incontro, propose a degli amici piloti di provare ad adattare un aereo per renderlo pilotabile anche da chi non ha l’uso delle gambe o ha un uso parziale delle braccia. Gli adattamenti non sono permanenti,in questo modo uno stesso mezzo risulta accessibile sia a professionisti con disabilità che senza. Ma un progetto a favore di persone disabili non potrebbe avere successo senza essere stato condiviso con gli interessati ed è per questo che Luciano ed i suoi amici decisero di coinvolgere i soci dell’Associazione Paraplegici Aretini. Alcuni di loro frequentarono tutto l’iter di formazione e nel 1995 i primi pionieri superarono gli esami e si qualificarono piloti a tutti gli effetti. Poi nacquero i Baroni Rotti.

Tutte le barriere si rompono. Ma ci sono posti dove ce ne sono meno da rompere

Oggi esiste l’associazione e una federazione che coordina le molteplici realtà di volo nel nostro Paese. “Tutte le barriere si rompono. Ma ci sono posti dove ce ne sono meno da rompere”: questo è il motto dei Baroni. In realtà penso che non sia stato per niente facile, soprattutto per i primi aspiranti piloti, infrangere le barriere del pregiudizio e del senso comune, dimostrando tanto alle autorità competenti quanto ai loro esaminatori che a fare di una persona un buon pilota non sono le sue condizioni fisiche (fatto salvo l’ottenimento dell’idoneità medica, condizione sine qua non anche per gli aspiranti piloti senza disabilità) ma le sue competenze e che non si dovrebbe mai definire a priori una certa professione non adatta a certe “categorie” di persone senza prima aver cercato tutte le possibili soluzioni per gestire le eventuali criticità connesse all’esercizio del ruolo da parte delle stesse. A volte basterebbe solo aguzzare l’ingegno e individuare le tecnologie e gli accorgimenti adatti che consentano a tutti di volare.

NON TUTTI I SOCI SONO DISABILI DALLA NASCITA

Ma quella italiana non è ancora una società per persone disabili e a evolvere, ancor prima della tecnologia, dovrebbero essere le teorie di senso comune sulla disabilità. Infatti la si crede ancora una “sfiga” dei singoli mentre invece è il frutto dell’interazione tra caratteristiche individuali ritenute arbitrariamente fuori dalla “norma” (definita tale dal modello medico) ed il contesto sociale non adeguato ad offrire a tutti pari opportunità. Molti soci dei Baroni Rotti non sono disabili dalla nascita e immagino che per loro sia stato ancora più difficile digerire la discriminazione sociale di cui siamo spesso vittime rispetto a chi, come me, con una disabilità ci è nato e ha avuto tutta l’infanzia e la giovinezza per maturare le proprie strategie di sopravvivenza e contrasto al cosiddetto “abilismo”.

Oggi l’associazione vanta anche l’unica pattuglia al mondo di veivoli ultraleggeri composta da piloti disabili

Loro però ci sono riusciti e, grazie alla loro competenza e determinazione, hanno coronato un sogno e oggi l’associazione vanta anche l’unica pattuglia al mondo di veivoli ultraleggeri composta da piloti disabili. Attualmente una persona con disabilità può diventare pilota di aerei ultraleggeri, aerei ad aviazione generale, a motore e di aliante. Penso che i primi piloti e fondatori dei Baroni Rotti non siano da ammirare solo per il loro impegno e la loro competenza nell’esercizio della professione e per essere riusciti a superare le barriere del pregiudizio ma anche per la scelta di condividere la loro esperienza con altre persone disabili interessate ad intraprendere questo percorso di formazione professionale.

UN MESSAGGIO DIVERSO DA QUELLO A CUI SIAMO ABITUATI

Ad oggi sono dieci le scuole certificate dall’Aero Club d’Italia aperte anche ad allievi con alcune tipologie di disabilità motoria che quindi frequentano i corsi insieme ai compagni “normodotati”. Ovviamente tutti gli studenti devono aver ottenuto l’idoneità medica. Ritengo che i Baroni Rotti siano degli attivisti per i diritti delle persone con disabilità perché, attraverso la loro attività e i loro progetti, contribuiscono alla diffusione di un messaggio diverso da quello a cui siamo abituati. Infatti ci aiutano a capire che la una condizione fisica differente dalla norma non può essere considerata un limite ma piuttosto una sfida che apre a nuove possibilità e che in cielo, sì, forse ci sono meno barriere da abbattere rispetto alla terra ferma.

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Guida al menù last minute per cenoni da single

Antipasti con acciughe, foie gras e caviale. Tortellini o calamarata di pesce spada come primi. Per i secondi cotture alla griglia o baccalà fritto. Champagne da bere e panettone artigianale. La soluzione per un workaholic che lavora fino al 31 e fa finta di snobbare le feste.

Si fa presto a dire che le feste natalizie sono dedicate alla famiglia, ai parenti e agli amici stretti. C’è chi, per scelta, trascorre nella completa solitudine anche il cenone, lavorando la sera del 24 o del 31 dicembre. Nella maggior parte dei casi chi sceglie di non festeggiare è un po’ anarchico e un po’ snob, se ne infischia delle ricorrenze di massa e, per coerenza, non fa sontuosi banchetti. Per lui le vigilie di Natale e di Capodanno equivalgono a un qualsiasi giorno dell’anno, non meritano cibi speciali, né di trascorrere le giornate ai fornelli. Ma c’è anche chi decide di regalarsi un menù di più portate, nonostante il lavoro. Ci siamo immaginati questa situazione: è la notte del 31 dicembre, esci dall’ufficio alle 19 e non vuoi rinunciare a un cenone tête-à-tête con te stesso. Che fai?

NIENTE RISTORANTI O GASTRONOMIA

La soluzione più semplice sarebbe andare in un ristorante, ma nel caso in cui non sia stata effettuata alcuna prenotazione e non ci fossero posti? Il piano B potrebbe essere comprare tutto già pronto in una gastronomia, ma se l’orario di chiusura non fosse compatibile con l’orario di uscita dal lavoro? Come organizzarsi per un cenone last minute solitario?

SUPERMERCATO E SPESA DI PESCE AZZURRO

La prima regola è andare in un supermercato ancora aperto e fare la spesa. Cosa comprare? Bisogna pensare a una cena che sia veloce da preparare, ma anche un po’ ricercata. Partiamo dagli antipasti. Pane, burro, acciughe: veloce, gustoso, low profile e anche un po’ da intenditori, considerando che il pesce azzurro sta tornando in auge. Un single workaholic che fa finta di snobbare il Natale, ma non vuole rinunciare al cenone, potrebbe però anche mirare a cibi che nella sua testa sono un po’ esclusivi, ma che nella realtà dei fatti sanno un po’ di parvenu. Quindi pan brioche con foie gras e caviale in purezza. Poi, giusto per aggiungere un tocco un po’ pop agli antipasti, una ciotolina di insalata russa ci sta sempre, già pronta ovviamente.

TORTELLINI SÌ, MA PER IL BRODO NON C’È TEMPO

Passiamo ai primi e andiamo sul classico: pasta fresca che, tradotto, significa tortellini. Ricordiamo che il nostro lavoratore snob esce tardi dall’ufficio e non ha tempo per dedicarsi alle lunghe preparazioni. Per cui i tortellini devono essere già pronti da cuocere, ma bisogna escludere il brodo, che è la morte della pasta fresca ripiena, e tornare a un must Anni 80. Tortellini con prosciutto, panna e parmigiano. Il plus potrebbe essere l’aggiunta del burro di affioramento, ma la spesa la facciamo al supermercato e non è detto che riusciamo a reperirlo. Se invece si rinuncia alla pasta fresca, si può tranquillamente andare su un primo molto veloce, ma gustoso. Calamarata con dadolata di pesce spada, aglio, olio, peperoncino, mentuccia, vino bianco.

BISTECCA AL SANGUE O TRANCIO DI TONNO

I secondi sono un po’ più impegnativi ed è difficile realizzarli con la clessidra del tempo in mano. Il consiglio è di andare sulle cotture alla griglia, quindi una bistecca al sangue potrebbe funzionare o, nel caso di pesce, un trancio di tonno. Se invece si ha voglia di mettersi ai fuochi, si può optare per una preparazione veloce, ma che dà sempre soddisfazioni: il baccalà fritto, un grande classico del Natale partenopeo. Comprate un bel pezzo di baccalà già ripulito della pelle, lavatelo e togliete eventuali lische, tagliatelo a pezzi grossi, infarinatelo e friggetelo. Potete abbinarci un’insalata di finocchi, limoni e arance o della cicoria saltata in padella con aglio e peperoncino.

UNA CREMA PASTICCERA AL VOLO

Da bere concedetevi il migliore champagne a tutto pasto. Non è per ostentare, ma che diamine, avete lavorato tutto il giorno, meritate un po’ di coccole. Il dolce della festa non può che essere il panettone, quello però sarebbe bello se fosse artigianale e magari fatevi una crema pasticcera (latte, zucchero, tuorlo, amido di riso, baccello di vaniglia e scorza di limone) per accompagnarlo. Per i cenoni delle feste si possono preparare dei menù anche last minute, dopo una giornata di lavoro, senza dover necessariamente trascorrere l’intera giornata ai fornelli e senza essere per forza dei custodi del focolare domestico. Un’unica raccomandazione: dopo il cenone solitario andate a letto, evitate il brindisi tristissimo con tanto di conto alla rovescia davanti alla tivù.

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L’esasperazione gastronomica ha stravolto il nostro rapporto col cibo

L'ossessione per il gourmet, gli chef superstar e i prodotti online hanno trasformato profondamente la nostra quotidianità alimentare. Mentre gli obesi aumentano di pari passo con gli affamati.

Contra los gourmets. Contro i gourmet e i golosi sapienti. È di Manuel Vazquez Montalban l’invettiva rivolta agli amanti e praticanti una cultura esasperata del cibo. Datata 1990, più o meno quando la gastronomia ha cessato di essere roba da cuochi diventando questione da chef. Non più sfida materiale con la fame, bensì alata conquista di stelle (Michelin). Inizio di una corsa all’esasperazione gastronomica che oggi risulta spesso ridicola e tragica nel contempo. Perché tra le intemerate in “broccolino” di Joe Bastianich a Masterchef e le esibizioni di Bruno Barbieri in “come ti sgrasso la pirofila con Fairy”, ci stanno i 600 euro per il cenone di fine anno da Cracco e le file di affamati davanti alle mense della Caritas

LA VISIONE ALTERATA DELLA REALTÀ ALIMENTARE

Vazquez Montalban nel suo pamphlet  se la prendeva con chi soddisfaceva crudelmente la propria golosità. Gettando animali vivi nell’acqua bollente ( lumache, aragoste) o inchiodando le zampe delle oche per ricavare più velocemente patè fois gras e più in generale trattando gli animali come “materia prima”. In una visione gastro-culinaria che vede le mucche come «animali tecnologici», ovvero produttori di latte, da cui tutta una serie di cibi quali yogurt, formaggi e gelati, che sembrano uscire da catene di montaggio piuttosto che da prati e stalle. D’altronde se i bambini crescono credendo che le mucche siano viola come nella pubblicità di Milka è perché una mucca dal vivo e al pascolo libero non la vedono nemmeno percorrendo tutta la pianura padana. Un territorio in cui ci sono milioni di capi e si producono ogni anno centinaia di migliaia di forme di Grana Padano e Parmigiano Reggiano.

AUMENTANO GLI OBESI E GLI AFFAMATI

Forse pensando anche alle rievocazioni in questi giorni del genio culinario di Gualtiero Marchesi, a due anni dalla sua scomparsa, dovremmo anche ripensare criticamente il nostro attuale status alimentare, che riguarda sia il rapporto personale con il cibo, sia l’importanza sociale che esso ha assunto. Soprattutto in relazione al drammatico paradosso di un’umanità che vede crescere sia le persone affamate che quelle sovrappeso, i digiunatori e gli obesi, gli anoressici e i golosi. I dati dell’Onu sono di una crudeltà statistica unica nel comprendere sotto lo stesso segno due eventi opposti. Il numero di persone affamate nel mondo nel 2018 risultavano infatti 821,6 milioni (pari a 1 abitante della Terra su 9) mentre gli obesi erano 672 milioni (13%, pari a 1 adulto ogni 8).

LA TRASFORMAZIONE DELLA QUOTIDIANITÀ ALIMENTARE

In questo periodo ogni anno si fanno i conti con la spesa degli italiani per il Natale o il cenone. Si stilano classifiche: chi sta vincendo o ha vinto la corsa ai consumi fra panettone o pandoro, champagne o prosecco. Di ricetta in ricetta, però, e spadellati televisivamente per bene, dall’Alessandro Borghese di turno o da chef Cannavacciuolo con il dito nel gorgonzola, non ci rendiamo più conto della trasformazione profonda che sta subendo l’intera quotidianità alimentare

LA CRESCITA DELL’E-COMMERCE

Il primo dato che si impone è la veloce crescita del e-commerce in un settore nel quale si pensava che il consumatore avrebbe continuato a comprare nei negozi tradizionali (salumerie in primis) e negli store della grande distribuzione. Lo pensavano, soprattutto, imprenditori e uomini marketing italiani, con il risultato di avere ora una struttura commerciale tradizionale in grande sofferenza e il fondato rischio di trovarsi presto esposti alla concorrenza micidiale dei giganti del web. Con in testa Amazon, seguito da Google, entrambi nei panni improbabili dei salvatori del Made in Italy

TORNARE ALLA LEZIONE DI MARCHESI

L’unica speranza e auspicio è che si faccia al più presto quel che è stato fatto con Alma, la Scuola internazionale di cucina italiana di Colorno, della quale Gualtiero Marchesi è stato Rettore e che continua ad attirare giovani cuochi da tutto il mondo. Ovvero che istituzioni e imprenditori creino una grande piattaforma di e-commerce nazionale. Con piglio e spirito ben più proattivo e meno lagnoso dei periodici lamenti, nei quali primeggia la Coldiretti, contro l’italian sounding e gli imitatori delle italiche eccellenze alimentari. 

IL WEB GRANDE EVERSORE

L’invito a entrare rapidamente nel futuro, che però è già adesso, ha la sua pressante ragione d’essere proprio alla luce della velocità con cui alimentazione e gastronomie stanno disegnando nuovi usi, costumi e consumi. Come s’è già accennato prima è anzitutto il web il grande eversore. Secondo la più recente ricerca realizzata da Netcomm, sono già 9 milioni gli italiani che nel 2019 hanno acquistato prodotti alimentari online, con un aumento del 43% rispetto all’anno precedente e con una spesa complessiva di circa 1,6 miliardi di euro.

IL RESET DEL SISTEMA ALIMENTARE

Che sia in corso un’epocale reset di sistema alimentare, culinario e eno-gastronomico è segnalato da due eccellenti contributi. Uno su 10 anni di politiche di “accesso al cibo”  negli Usa, che si segnalano per la disparità ed efficacia di garantire a tutti cibo più buono e più salutare. In nome di una “convenienza” di prezzo che a forza di sfruttare sempre più terreni e coltivazioni, così come mano d’opera e condizioni di lavoro, sta distruggendo il pianeta. E qui va anche segnalato come l’esistenza di negozi alimentari e supermercati, problematica nelle zone meno popolose (anche nel nostro Paese), sia un serio ostacolo al soddisfacimento di un regime alimentare corretto e piacevole, ma anche un’importante causa di esclusione sociale. Perché negozi e supermercati sono occasioni di socialità, luoghi in cui ci si ritrova non solo per fare shopping o mangiare. 

LA FINE DELLA PAUSA PRANZO

Il secondo articolo di The Atlantic sulla velocizzazione delle pause pranzo, è un lungo elenco di situazioni che nel tempo lavorativo, contestualmente all’emergere di nuove tipologie di imprese e di lavoro impiegatizio, oltre che di preparazione e vendita di cibi pronti (app e start up), si stanno mangiando, anzi divorando, la convivialità. È così, dopo che è «stato ucciso» il «power lunch», già lamentato qualche mese fa dal New York Post, cioè le lente colazioni in cui si facevano affari e si cementavano alleanze di business, millenial e startupper sono diventati facili prede del food superfast. Ovvero di “insalatone”, anche dai nomi e ingredienti esotici, mangiate in ufficio o per strada, e di piatti pronti che nemmeno più vengono consegnati da biker e driver del take away, perché ora stanno in chioschi automatici installati all’interno degli stessi posti di lavoro. Dispenser e start up del food «stanno lavorando assieme sia per eliminare il concetto di attesa per mangiare, sia per ottimizzare il pranzo stesso».

L’INSALATA DA SCRIVANIA È INARRESTABILE

Le «insalate da scrivania» a New York come a Milano, Torino e Roma, perché ormai il villaggio gastronomico è globale, dicono che quel modo solitario e fatalmente triste di consumare il pasto di mezzogiorno è vicino. Forse annunciato proprio dall’ossessione che ha assunto la spettacolarizzazione gourmet del cibo e della tavola. Che di sera, davanti alla tv, finalmente tranquilli e liberi di mangiare, consente di dimenticare la pausa pranzo di mezzogiorno e potere affrontare e reggere quella del giorno dopo.

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Come superare l’abbuffata di Natale reinventando gli avanzi

Dopo menù infiniti serve riciclare il cibo. Pasticcio o frittata di pasta con i primi, polpette di tutti i tipi per i secondi, pappa al pomodoro, pancotto e basi per tiramisù: guida al Santo Stefano (e non solo) anti-spreco.

Diciamoci la verità: Natale è spesso anche una scusa per lasciarci andare al consumismo più sfrenato e giustificato. Nessuno bada a spese e, almeno per un giorno, tutti vogliono sentirsi Trimalcione. Via libera a sontuosi banchetti nel nome dell’opulenza, menù che vanno avanti all’infinito, a cui si vorrebbe dire basta, ma non si può perché è Natale.

MANCA LA COSCIENZA DELLO SPRECO

Durante il periodo delle feste il cibo dunque non manca, ma la coscienza dello spreco quasi sempre sì. Anziché buttare senza consapevolezza e in maniera selvaggia, forse sarebbe meglio pensarci prima, magari razionalizzando le vivande in base al numero dei commensali, oppure organizzarsi per il riciclo e dare una nuova vita agli avanzi.

ANTIPASTI: CI SALVERANNO LE TORTE SALATE

Partiamo dagli antipasti: considerando la lunghezza dei menù natalizi, bisognerebbe ridurli un po’. È vero che appena ci sediamo a tavola siamo affamati, ma dopo le prime cucchiaiate di insalata russa rinsaviamo e ci ricordiamo che ancora ci sono molte portate da affrontare. Gli antipasti sono sempre tra gli avanzi del giorno dopo. Come riciclarli? Le torte salate vanno sempre bene: preparate una pasta brisé con farina, sale e burro e farcitela con qualsiasi ingrediente: verdure, formaggio, salumi. Mettetela in forno e aspettate una ventina di minuti: avrete un ottimo secondo. L’insalata russa non potete metterla in forno, usatela per farcire dei fagottini di prosciutto cotto o mescolatela con il tuorlo bollito per delle uova ripiene. Avrete due piatti vintage che sono sempre di moda.

PRIMI: PASTICCIO E FRITTATA DI PASTA

La pasta fresca è un must natalizio: i tortellini in brodo dominano le tavole delle feste. Cosa farne se avanzano? Avete almeno due possibilità: il giorno dopo potete preparare un pasticcio di tortellini al forno, aggiungendo della passata di pomodoro e del parmigiano oppure infilzate tortellini avanzati in stecche di legno, a mo’ di spiedini, e friggeteli in una padella con olio, alla maniera bolognese. Se invece avete preparato delle tagliatelle, prendete come esempio i napoletani e date loro una nuova vita in una buonissima frittata di pasta. Basta poco: unite la pasta avanzata a uova, formaggio, pepe ed è fatta.

SECONDI: POLPETTE, POLPETTONE E COTOLETTE

I secondi delle feste saranno tanti, troppi. Impossibile non averci a che fare nei giorni successivi. Le idee per recuperarli sono diverse. Per esempio, il bollito avanzato è la base per realizzare dei buonissimi mondeghili, le polpette lombarde antispreco. Prepararli è facile: si impasta la carne del bollito con uova, parmigiano, pane raffermo, latte e pepe, si creano delle palline di forma ellittica, si impanano nel pangrattato e si friggono in burro o olio. Se avanza del baccalà, con lo stesso procedimento, aggiungendo aglio, patate lesse e prezzemolo, si ottengono dei bolinhos de bacalhau. Avete fatto troppo arrosto e non sapete cosa farne? Impastatelo con uova, formaggio, aglio, prezzemolo, prosciutto, mollica di pane ammollata nel latte, modellatelo a mo’ di grande palla allungata, mettetelo in una teglia su un soffritto di carota, cipolla e sedano, fatelo rosolare, bagnatelo con vino bianco e irroratelo di brodo, avrete un ottimo polpettone. Infine il cotechino, tagliato a fette, passato nelle uova, nel pangrattato, poi fritto, si trasforma in buonissime cotolette

PANE: BASE PER PAPPA AL POMODORO O PANCOTTO

Il pane è sempre sovrastimato durante le feste, se non fate in tempo a congelarlo, utilizzatelo raffermo in ricette di recupero, come la pappa al pomodoro e il pancotto. Entrambe sono molto facili da realizzare: per la prima basta preparare un soffritto con aglio, peperoncino, unire la salsa di pomodoro e poi aggiungere un po’ di brodo e il pane, che si deve inzuppare in modo da raggiungere la morbidezza giusta, senza però essere liquido. Per la seconda basterà ammorbidire il pane in un po’ di acqua calda e aggiungere, a seconda delle varianti, solo olio extravergine d’oliva e parmigiano, o anche speck, verdure o uova con formaggio.

DOLCI: I RESTI DEL PANETTONE NEL TIRAMISÙ

Infine i dolci. Quanti panettoni e pandori avanzeranno dalle feste? Tantissimi. Il modo più semplice per riutilizzarli è di inzupparli nel latte delle colazioni successive. Ma se avete voglia di qualcosa di più creativo, il suggerimento è di tagliarli a strisce, inzupparli nel caffè come base di un tiramisù, al posto dei savoiardi o della ciambella.

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Lo stilista franco-italiano Emanuel Ungaro è morto

Figlio di un antifascista pugliese, aveva 86 anni.

Si è spento la sera del 21 dicembre a Parigi lo stilista Emanuel Ungaro. Aveva 86 anni ed era uno dei grandi della moda del XX Secolo. Nato in Francia, ad Aix en-Provence, il 13 febbraio 1933, Ungaro aveva chiare origini italiane. Il padre, pugliese di Francavilla Fontana, era un antifascista e fu costretto a emigrare in Provenza durante il Ventennio. Ungaro lascia la moglie Laura Bernabei e la figlia Cosima. I funerali sono in programma la mattina del 23 dicembre a Parigi.

GLI INIZI COL PADRE

Ungaro era stato avviato all’attività sartoriale proprio dal padre, che l’aveva preso come apprendista fin dalla più tenera età, a nove anni. Dalla Provenza si trasferì prima a Parigi e poi a Barcellona, dove cominciò a lavorare con Balenciaga. Con lui passò sei anni, prima di andare a lavorare per altri due con Courrèges. Una “gavetta” che l’avrebbe portato a creare la sua griffe nel 1965, arrivando a presentare la sua prima collezione a 32 anni.

TRA I GRANDI DELLA MODA PARIGINA

Tornato a Parigi, Ungaro aprì il suo negozio principale all’inizio dell’Avenue Montaigne, arrivando negli anni Ottanta a essere considerato uno dei cinque nomi più importanti dell’alta moda parigina. La sua azienda è stata acquistata dal gruppo italiano Ferragamo nel 1996. A 63 anni, Ungaro decise di ritirarsi dalle gestione del marchio, per poi allontanarsi definitivamente dalla moda il 26 maggio 2004, dopo un’attività personale durata 35 anni. Nel 2012 la produzione e distribuzione del marchio è ripresa sotto l’egida di un’altra azienda italiana, la Aeffe.

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Figlio di un antifascista pugliese, aveva 86 anni.

Si è spento la sera del 21 dicembre a Parigi lo stilista Emanuel Ungaro. Aveva 86 anni ed era uno dei grandi della moda del XX Secolo. Nato in Francia, ad Aix en-Provence, il 13 febbraio 1933, Ungaro aveva chiare origini italiane. Il padre, pugliese di Francavilla Fontana, era un antifascista e fu costretto a emigrare in Provenza durante il Ventennio. Ungaro lascia la moglie Laura Bernabei e la figlia Cosima. I funerali sono in programma la mattina del 23 dicembre a Parigi.

GLI INIZI COL PADRE

Ungaro era stato avviato all’attività sartoriale proprio dal padre, che l’aveva preso come apprendista fin dalla più tenera età, a nove anni. Dalla Provenza si trasferì prima a Parigi e poi a Barcellona, dove cominciò a lavorare con Balenciaga. Con lui passò sei anni, prima di andare a lavorare per altri due con Courrèges. Una “gavetta” che l’avrebbe portato a creare la sua griffe nel 1965, arrivando a presentare la sua prima collezione a 32 anni.

TRA I GRANDI DELLA MODA PARIGINA

Tornato a Parigi, Ungaro aprì il suo negozio principale all’inizio dell’Avenue Montaigne, arrivando negli anni Ottanta a essere considerato uno dei cinque nomi più importanti dell’alta moda parigina. La sua azienda è stata acquistata dal gruppo italiano Ferragamo nel 1996. A 63 anni, Ungaro decise di ritirarsi dalle gestione del marchio, per poi allontanarsi definitivamente dalla moda il 26 maggio 2004, dopo un’attività personale durata 35 anni. Nel 2012 la produzione e distribuzione del marchio è ripresa sotto l’egida di un’altra azienda italiana, la Aeffe.

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Lo strano caso della Marcia di Radetzky de-nazificata in ritardo

Rivisto l'arrangiamento del brano suonato al concerto di Capodanno a Vienna: più morbido e meno marziale. E allora i legami con l'impero asburgico anti-libertario? Quella musica si è già auto riscattata: lasciateci solo il piacere di ascoltarla.

Leopold Weninger era un oscuro musicista di nessun interesse della prima metà del Novecento. I più dettagliati repertori musicali non gli dedicano una riga e solo se conoscete il tedesco riuscirete a trovare qualche sua notizia in Rete. Eppure godrà di una notorietà mai raggiunta durante la sua vita, conclusasi nel 1940 all’età di 60 anni.

WENINGER ISCRITTO AL PARTITO NAZISTA

Intorno al suo nome, infatti, si sta sviluppando la clamorosa novità del prossimo Concerto di Capodanno a Vienna: come ha annunciato Avvenire.it, la popolarissima Marcia di Radetzky, il brano che per immutabile tradizione costituisce l’ultimo bis del programma, verrà eseguita in forma “de-nazificata. È per questo che le luci si accendono su Weninger: oscuro, sì, ma anche nazista, iscritto al partito fin da prima della salita al potere di Adolf Hitler, attivo nell’ufficio culturale del partito per la zona di Lipsia. Autore, soprattutto, dell’arrangiamento della Marcia – scritta nel 1848 da Johann Strauss padre – che per tradizione praticamente ottantennale viene eseguito nella sala del Musikverein. E che è quello oggi universalmente conosciuto.

L’ACCUSA: VERSIONE TROPPO MILITARISTA E PROPAGANDISTICA

Weninger vi pose mano a metà degli Anni 30; qualche anno dopo il pezzo in questa versione – già inserito nel repertorio dei corpi musicali delle Ss – diventava un caposaldo del programma viennese, culmine di un concerto che iniziò in pieno nazismo, nel 1939, si tenne per tutti gli anni del conflitto ed è proseguito senza soluzione di continuità a guerra conclusa. Ora accusano la sua versione di eccesso di militarismo e di evidenti intenzioni propagandistiche.

NEL 2020 ARRANGIAMENTO PIÙ MORBIDO E “VIENNESE”

Avessero detto che fu imposta per ragioni politiche, avrebbero avuto probabilmente anche ragione, ma si parla proprio di fatti squisitamente musicali. Orchestrazione, accentuazione del ritmo e così via. A quanto pare il nuovo arrangiamento curato “in casa” dai Wiener, che il direttore Andris Nelsons eseguirà verso le 13.30 alla testa dei Wiener Philharmoniker la mattina del primo gennaio 2020, risponde molto di più all’originale: meno scandita, più morbida e “viennese”. Non marziale.

VIETATO ANCHE BATTERE LE MANI A TEMPO?

Nel mirino anche l’abitudine di battere a tempo le mani accompagnando l’orchestra: consuetudine nazista. Insomma, il pubblico internazionale che da sempre affolla quella che è forse la più popolare manifestazione musicale non pop-rock dei nostri tempi soggiace ignaro da più di settant’anni alla propaganda hitleriana. Fosse vero che da qualche parte in Sudamerica il dittatore è sopravvissuto a lungo all’incenerimento del suo Reich millenario, avrebbe avuto di che compiacersene.

DUNQUE SI SONO ACCORTI CON 73 ANNI DI RITARDO

Eppure, una domanda sorge spontanea – come suole dirsi. Ammesso e non concesso che sia davvero così, che l’arrangiamento di Weninger è un’esaltazione in musica del nazismo, com’è possibile che a Vienna ci abbiano messo 73 anni a liberarsene? Pare che qualche direttore, nei decenni scorsi, avesse avuto qualche perplessità, ma che non sia mai riuscito a far prevalere l’idea di cambiare. È un fatto che se cercate la Marcia su Google, la prima occorrenza che trovate è un video di YouTube, il cui titolo affianca la venerata memoria di Claudio Abbado, sicuro democratico, con il nome dell’oscuro nazi-arrangiatore…

MA GLI AFFARI, SI SA, SONO AFFARI

Risposta intuitiva: gli affari sono affari. La Marcia di Radetzky è un “greatest hit” e ha un ruolo centrale nell’assicurare la montagna di denaro generata dal Concerto di Capodanno: vendita di dischi, di video e Dvd, dei diritti televisivi in 70 o più Paesi del mondo. Non è mai troppo tardi per correggersi e cambiare, ma non è certo una bella figura, quello che fanno i sommi Wiener Philharmoniker. Come minimo sono stati molto distratti per molto tempo…

STRAUSS PERÒ SOSTENEVA L’IMPERO ASBURGICO…

Comunque, dal 2020 si rimedia: la Marcia di Radetzky sarà de-nazificata, si riparte dalla versione originale, l’urtext come dicono i tedeschi. Alles in ordnung, caso chiuso? Mica tanto. A questo punto non si può fingere di ignorare che Johann Strauss senior era un riprovevole ammiratore e sostenitore dell’impero asburgico oppressore dei popoli in rivolta per la libertà, nel fulgido 1848. Il nuovo arrangiamento della Marcia sarà anche libero da “ombre brune”, ma l’originale a cui fa riferimento è un inno reazionario e anti-libertario, motivato dall’entusiasmo (e dal sollievo: anche Vienna era stata attraversata dalla rivolta) per la vittoria di Custoza, con cui alla fine di luglio di quell’anno Radetzky aveva stroncato le speranze dei patrioti italiani.

Una pubblicazione sulla Marcia di Radetzky.

UNA FESTA CHE ESALTAVA L’OPPRESSIONE DEI POPOLI

Quella musica, come si legge nel frontespizio di una pubblicazione d’epoca, fu scritta «in onore del grande generale» e fu anche «dedicata all’Imperial-Regio esercito». Militarismo al quadrato, culto di una personalità al servizio della reazione sul filo delle baionette. Un pezzo scritto per festeggiare l’oppressione dei popoli, quello italiano della Lombardia e del Veneto, prima di tutto, ma con esso tutti i popoli delle nazionalità conculcate dagli Asburgo a metà dell’Ottocento.

LA VERITÀ: NON È PIÙ SIMBOLO DI NIENTE TRANNE CHE DI SE STESSA

Da qualsiasi parte la si giri, questa Marcia è una grana. Solo apparentemente unisce nel gradimento i pubblici di tutto il mondo, in realtà è profondamente divisiva. Forse la soluzione finale è una sola: non eseguirla proprio più. Fuori di provocazione: anche se arrangiata dal propagandista nazista Leopold Weninger, dopo 70 anni di fasti esecutivi viennesi per Capodanno la Marcia di Radetzky è mondata da ogni ombra, novecentesca o risorgimentale. Si è auto riscattata, per così dire. Il suo presunto bieco militarismo è stato sublimato. Oggi non è più un simbolo di niente tranne che di se stessa e soprattutto del piacere di ascoltarla. Sarebbe molto più semplice lasciare tutto come sta, ma è inutile illudersi. Forse è proprio quel piacere che ci vogliono togliere.

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Consigli natalizi per normaloidi

Se vi capiterà di incontrare una persona disabile durante le feste, non preoccupatevi. Ecco alcuni consigli per gestire al meglio la situazione.

Cari normaloidi,

le feste natalizie si avvicinano e a Natale, si sa, siamo tutti più buoni. Questo è il periodo ideale per compiere delle buone azioni nei confronti di chi considerate più sfortunato di voi. A volte però non riuscite ad avere un’opinione condivisa rispetto a chi lo sia effettivamente (secondo voi, è ovvio) e su chi invece finga di esserlo. Rispetto ai profughi e ai migranti, ai senza fissa dimora, alle vittime della tratta, a chi fa uso di sostanze stupefacenti, per esempio avete idee discordanti: c’è chi tra voi li considera delinquenti, approfittatori e persone da evitare e chi invece li ritiene “pecorelle smarrite” da redimere e salvare.

Pensate che siamo tutti buoni, sfortunati, innocenti e asessuati

Ma esiste una “categoria sociale” che vi mette tutti d’accordo: quella delle persone con disabilità. Di noi pensate che siamo tutti e tutte buoni, sfortunati, innocenti come bambini, bisognosi del vostro aiuto e, naturalmente, asessuati come angeli. Fate bene a crederlo, è proprio così. Permettetemi dunque di darvi qualche piccolo consiglio rispetto a cosa pensare e come comportarvi se per caso vi capiterà di imbattervi in una persona disabile durante le imminenti festività.

1. LA PERSONA DISABILE È SEMPRE BUONA

Al ritorno dalle compere natalizie trovate la vostra auto, che avevate indebitamente parcheggiato in un posto riservato alle persone con disabilità, con le ruote a terra e la portiera rigata. Poco distante, una persona in sedia a rotelle sogghigna soddisfatta con un punteruolo in mano. Non dubitate di lei: non c’entra niente con l’atto di vandalismo che avete cotanto ingiustamente subito. La nostra risaputa e proverbiale bontà, infatti, ci impedisce di ribellarci quando subiamo una discriminazione e anzi proviamo un certo godimento nel veder calpestati i nostri diritti. Vi consiglio perciò di rassegnarvi, non troverete mai il colpevole. Non vi resta che contattare la vostra assicurazione, augurandovi che per “sfiga” non sia scaduta proprio in quei giorni.

2. LA PERSONA DISABILE È SEMPRE POVERA

Quando incontrate una persona disabile non offritele dolciumi, ma denaro. Infatti, la persona con disabilità è povera per definizione. È consigliato donare banconote di grosso taglio, più comode e maneggevoli. Nel caso foste a corto di contanti, non rammaricatevene: non siamo attaccati alla moneta. Ci vanno benissimo anche gli assegni o i beni immobili. In quest’ultimo caso, è preferibile regalare una villa con piscina, terapeutica per il corpo e lo spirito Oppure un diamante che, si sa, è per sempre. Se siete contrari ad elargire soldi o beni d’altro tipo agli sconosciuti, mi permetto di farvi notare che una persona con disabilità non è mai un ignoto qualsiasi: è come se fosse tuo fratello, sorella, mamma, zio, peluche del cuore. Insomma, ci siamo capiti: non siate taccagni e sganciate la grana. Qualora vi capitasse, qualche tempo dopo aver compiuto la vostra buona azione, di vedere il destinatario del nobile gesto a bordo di una Rolls Royce, mentre sorseggia champagne prenotate una visita dall’oculista perché sicuramente avete problemi di vista: il poveretto non si sarebbe mai potuto permettere un lusso simile.

3. LA PERSONA DISABILE NON VA IN VACANZA

Siete albergatori di una località turistica invernale. Alla reception si presenta un turista con disabilità motoria o sensoriale che vuole prenotare una stanza, ma, proprio in quel momento, vi ricordate che la vostra struttura è piena di barriere architettoniche. Non avreste mai immaginato che anche una persona disabile potesse andare in vacanza? Tranquilli, a tutto c’è rimedio: potete offrirvi di dargli una mano a superare le barriere architettoniche che non avete provveduto ad eliminare, regalandogli pure il soggiorno gratuito o pagargli la permanenza in una struttura agibile. Sono sicura che dopo quest’esperienza il vostro hotel diventerà un esempio di accessibilità.

4. LA PERSONA DISABILE SPERA SEMPRE NEL MIRACOLO

A tutti i devoti e ferventi cattolici dell’universo: non cercate di miracolarci con la scusa della (ri)nascita di Gesù Cristo. Dovete mettervi in testa una volta per tutte che non ce ne importa proprio niente di diventare “normali” come voi. Non ci interessa perché pensiamo che la nostra diversità sia una ricchezza per tutti e anche perché, diventando la maggioranza di cui voi fate parte, non vorremmo rischiare di incorrere nel vostro tragico fatale errore: ritenervi superiori a noi e quindi anche migliori.

5. LA PERSONA DISABILE NON FA SESSO

Se la notte di capodanno trovate una persona con disabilità a letto con il/la vostro/a partner non allarmatevi: non stanno facendo sesso anche se tutto ciò che state vedendo sembrerebbe dimostrare il contrario. Avete sempre pensato che fossimo angeli asessuati, incapaci di attrarre ed essere attratti da qualcuno, non è così? Beh, allora potete stare tranquilli perché la vostra vita di coppia non corre alcun pericolo. Fossi in voi mi preoccuperei soltanto di far alzare gli stipiti delle porte.

SE AVETE COLTO IL SARCASMO SIETE SULLA BUONA STRADA

Cari amici “normodotati” se, leggendo queste mie parole, avete notato un filo di sarcasmo, se avete avuto l’impressione che mi burlassi un pochino di certi vostri pregiudizi e luoghi comuni, rallegratevi, avete compreso correttamente. Non abbiatene a male, averlo capito significa che siete sulla buona strada per comprendere che i preconcetti ed il senso di superiorità nei confronti di persone arbitrariamente definite “non abili” e per questo diverse e quindi sfortunate sono falsi e inutili. Bisogna ripartire da una collaborazione tra pari. Solo così riusciremo a costruire una società più giusta per tutti. Buon Natale.

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La narrazione distorta dello spettacolo teatrale sulle banche venete

Il Comunale di Vicenza chiude le porte a "Una Banca Popolare". Che ha debuttato a Venezia tra perplessità e indignazione. Effetto di una lettura del terremoto BpVI sbilanciata a favore di Zonin.

Al teatro Comunale di Vicenza hanno già deciso. Commenti non ne filtrano, ma la scelta è netta: Una Banca Popolare, novità di Romolo Bugaro prodotta dal Teatro Stabile del Veneto, che ha debuttato al Goldoni di Venezia a metà dicembre, non approderà nella città più ferita dal tracollo delle Popolari venete. Nessuna sorpresa. Si parla di un palcoscenico che dista meno di 100 metri da quello che fu il quartier generale della Banca Popolare di Vicenza, l’istituto di credito presieduto da Gianni Zonin, fallito trascinando nel crac oltre 100 mila soci. Le finestre dell’ultimo piano del palazzo di via Framarin, dove si trovavano gli uffici dei Vip e la sala del consiglio di amministrazione, danno proprio sul teatro progettato da Gino Valle e aperto nel 2007. BpVI era fra i soci fondatori, aveva due rappresentanti nel consiglio della Fondazione costituta ad hoc dal proprietario, il Comune di Vicenza, per la gestione. E supportava con un sostanzioso contributo – 200 mila euro all’anno – le attività di spettacolo.

BELTOTTO, DA ZAIA AL TEATRO STABILE

Sono passati due anni e mezzo dal crollo e molto è cambiato. Banca Intesa, che al prezzo di un euro ha rilevato la Popolare fallita, in consiglio non c’è e ha dimezzato il contributo. Rimane importante la presenza della Regione, più incisiva da quando l’Amministrazione comunale di Vicenza, a giugno del 2018, si è allineata a centrodestra con quella veneta. Il dettaglio non è privo di significato. La Regione ha nello Stabile l’istituzione teatrale di riferimento: fra l’altro, il presidente è Giampiero Beltotto, in passato (dopo essere stato caporedattore della Rai a Venezia) per cinque anni portavoce di Luca Zaia, inamovibile governatore. E questo fa capire che dire no allo Stabile, anche solo per la distribuzione di un allestimento, non è così semplice. Il fatto è che questo spettacolo – ampiamente pubblicizzato prima dell’andata in scena come lettura delle vicende bancarie venete “dalla parte dei cattivi” – appare decisamente sbilanciato in una prospettiva che si può definire solo come “filo-zoniniana”.

L’opera è stata prodotta dal Teatro Stabile del Veneto.

A Venezia, il debutto e le repliche sono caduti in una certa pubblica indifferenza e in varie private indignazioni. Alla prima il teatro era tutt’altro che pieno e le accoglienze non sono state propriamente entusiastiche. Devono essere bastati i resoconti molto cauti della carta stampata per indurre un gruppetto di poche persone a recarsi al Goldoni, assistere all’ultima replica, non applaudire e “aspettare fuori” l’autore e il regista, Alessandro Rossetto. Volevano “chiedere spiegazioni” si è letto in una cronaca del quotidiano Nuova Venezia, difficile che quelle avute da una aiuto-regista (gli altri asseritamente non erano presenti) siano state soddisfacenti.

Dall’8 al 12 gennaio la partita si sposterà al Verdi di Padova, città decisamente più coinvolta di Venezia nel terremoto BpVI

Passate le feste, dall’8 al 12 gennaio la partita si sposterà al Verdi di Padova, città decisamente più coinvolta di Venezia nel terremoto BpVI. E si vedrà quale accoglienza sarà riservata al debutto nella drammaturgia dell’autore di casa Bugaro, avvocato-scrittore che gode di buona notorietà per una serie di romanzi spesso ad ambientazione veneta che gli sono valsi anche due ingressi nella cinquina del premio Campiello, nel 1998 e nel 2007. La sua scrittura teatrale, però, appare sostanzialmente deludente. E la sua lettura del caso banche venete sembra andare in direzione di una narrazione che è singolarmente sovrapponibile a quella che Gianni Zonin sta portando avanti da quando ha deciso di tornare in pubblico, di rispondere ai giornalisti e di partecipare alle udienze del processo in cui è imputato.

BUGARO E «I NAZISTI DELLA BCE»

È la narrazione di una gestione bancaria che è fallita per avere voluto pervicacemente fare l’interesse dell’economia del territorio e che riconduce il crollo alla capziosità dei controlli di Bankitalia e della Bce («i nazisti della Bce» fa dire testualmente Bugaro al suo presidente della fittizia Popolare del Nordest). Scrollandosi di dosso con arrogante sicumera ogni responsabilità per qualsiasi “mala gestio”, per qualsiasi comportamento illegale. Tutto questo avviene in un lunghissimo monologo (45 minuti peraltro ben sostenuti dall’attore Fabio Sartor) che come tutti i monologhi non prevede contradditorio, prospettiva diversa, sviluppo dialettico. Il banchiere Gianfranco Carrer (così si chiama il personaggio nello spettacolo) racconta la sua verità: un singolare spot teatrale per le tesi difensive dell’ex banchiere Zonin in tribunale a Vicenza. Che in questo dovesse consistere la pur interessante scelta di portare sulla scena il grande crac del Veneto è revocabile in dubbio.

Una scena di “Una Banca Popolare”.

Bugaro si limita ad abbozzare (nella prima parte) il ruolo e le miserie del “cerchio magico” che stava intorno al presidente della Banca Popolare: imprenditori e professionisti che hanno goduto di un trattamento privilegiato, si sono prestati a operazioni poche chiare spesso (ma non sempre) risolte in cospicui rovesci finanziari e solo alla fine, quando è esplosa la crisi, hanno scaricato il loro “benefattore”. Ma il lungo monologo finale cancella anche questo pur parziale tentativo di articolare di più e meglio il discorso. Che mai accende una luce sul colossale tradimento della fiducia di decine di migliaia di risparmiatori. Altri elementi, poi, sono destinati ad alimentare le polemiche.

IL PASSATO DI BELTOTTO ALLA BPVI

Sorprende ad esempio che alla produzione di uno spettacolo così a tesi (ne è prevista una versione cinematografica) partecipi la “Jole Film” di Marco Paolini, il popolare autore-attore che completa in questo modo un inedito percorso di avvicinamento allo Stabile, già contrassegnato da una significativa presenza nei suoi cartelloni. E incuriosisce, diciamo così, il fatto che Beltotto sia stato l’ultimo responsabile della comunicazione, prima del definitivo tracollo, della Banca Popolare di Vicenza. In quei mesi, Beltotto era già vicepresidente dello Stabile e lo era anche successivamente, quando il suo predecessore, Angelo Tabaro, decise di concretizzare il progetto di Una Banca Popolare. Infine, nell’ottobre 2018 Beltotto è diventato presidente. È stato lui, quindi, a seguire la definitiva realizzazione dello spettacolo. Al limite, come testimone del crollo, avrebbe anche potuto esserne un personaggio.

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I rumors da Sanremo: nel toto giuria spunta la sardina Santori

A 50 giorni dal Festival di tutto si parla fuorché di cantanti. Ospiti, influencer e un giudice "popolare": i nomi che rimbalzano nei corridoi dell'Ariston.

Sarà un caso, ma a 50 giorni dal Festival di Sanremo, e il 70esimo Festival, mica uno qualunque, di tutto si parla fuorché di cantanti; et pour cause, come vedremo tra un attimo. Anzitutto, si parla di ospiti: e Tiziano Ferro, che se no un Festival non è un Festival, e Jovanotti, per un Sanremo più equo e solidale, tanto gli uccelli fratini all’Ariston non fanno il nido, almeno loro, e Rosario Fiorello, che all’Ariston ci ha messo radici, e Roberto Benigni che all’Ariston ci ha messo le tende. Benigni arriverà zompettando su musica pinocchiesca, dirà le due solite amenità ammuffite, zomperà in braccio al Nasone Amadeus, leggerà, male, malissimo, qualche terzina incatenata di Dante e tutti, all’unisono: ah, Benigni, che grosso genio che è lui. Perché il cattoprogressista reazionario Benigni ormai è intoccabile, insindacabile, garantisce Mollica, che del Festival è il corifeo.

UNA INFLUENCER AL FIANCO DI AMADEUS

Poi si parla di vallette, termine sessista, in disuso ma non è colpa nostra, è il Nasone che le concepisce così: preso da megalomania alla geom. Calboni, ne vorrebbe dieci, due per sera, ma tutte gli danno picche, Monica Bellucci gli dà picche, Lady Gaga picche, o è scarso l’appeal del nasone o è scarso l’appeal del gettone (di presenza). A fianco di Amadeus, siccome Sanremo è impagabile nel prendere il peggio del presente, dovrebbe andare una influencer. Tramontata, pare, la stella sanremese di Chiara Ferragni, eclissata quella di Giulia de Lellis, manda bagliori Diletta Leotta, a meno di qualche concorrente dell’ultimo minuto ancor meno adatta al ruolo, che so, una Taylor Mega. Comunque vada sarà un successo, perché nessuna di queste è minimamente in grado di presentare e le gaffe e gli imbarazzi non si conteranno; ed è per questo che sarà un successo, si punta, come è chiaro, sull’inadeguatezza, cosa che, oltre a divertire “il pubblico a casa”, a intasare i social, a scandalizzare, ma neanche tanto, i severi critici stampati, farà risaltare la professionalità del Nasone, secondo la celeberrima legge di Murri, il medico che usava circondarsi di macellai: ne accoppavano a dozzine, ma lui per converso risaltava come eminente scienziato.

UNA SELVA DI CANTANTI RIBOLLITI

E veniamo così al piatto debole, i cantanti. E che? Siamo sempre alla ribollita, alla rifrittura più micidiale: si parla di Elodie, per la serie “kikazè”; di Levante, la indie più mainstream che c’è; Anastasio, che è l’unico solido ma pare già normalizzato; Irene Grandi, altra habitué spietata, Francesco Renga, un anno sì e l’altro pure, e così Arisa, che a quanto pare torna, sospinta dalla Sugar di Caterina Caselli, dopo la partecipazione di appena un anno fa: cantava Mi sento bene ma, essendo costipata, la sera della finale fece una figura imbarazzante. Ma si parla pure di Marco Masini, il più classico dei rieccoli, Enrico Ruggeri, che forse lo supera, Bianca Atzei, che si legge RTL 102,5, Marcella Bella e Riccardo Fogli (stavolta senza Facchinetti), e perfino Paolo Vallesi, di cui non si sentiva la mancanza da 29 anni, e perfino Max Pezzali, quando si dice “non ci libereremo mai degli anni Novanta, Ottanta, e pure dei Settanta, e pure, volendo, dei Sessanta. Al Bano, che a Sanremo partecipava già prima ancora che fosse inventato, ha declinato la gara, “non ho più l’età”, ma non l’ospitata con Romina e qui siamo all’eterno ritorno dell’uguale, all’infinità circolare del tempo.

ospiti-sanremo-2020-partecipanti
Il conduttore Amadeus.

Un altro che lontano dalla Riviera non ci sa stare è Ermal Meta, per non dir di Rocco Hunt, rapper boomerang, da Napoli a Sanremo quasi tutte le edizioni, di Francesca Michielin, la promessa più eterna che c’è, di Chiara Galiazzo, e si torna alla categoria “kikazè”. Altri sugheri che riemergono inesorabili dal mar di Sanremo, e dei quali si fa il nome: Giusy Ferreri la “tormentara”, Samuele Bersani, Noemi, Anna Tatangelo, Alex Britti, Gianluca Grignani. Tra i rapper, Rancore e Tormento, una ventata di positività e gioia di vivere; mormorato anche Michele Bravi, che tornerebbe così alla musica dopo l’annunciato ritiro a seguito del dramma stradale che lo coinvolse. Quindi i solisti rimasti soli: Tommaso Paradiso, che non è più thegiornalista, Francesco Gabbani, che non è più l’erede di Celentano (e quando mai lo è stato?) e nessuno se lo fila già più, secondo profezia Pippobaudesca (“Non dura, questo non dura…”), Francesco Bianconi, dai Baustelle alle fustelle festivaliere, Enrico Nigiotti, che non è più il cocco di Mara Maionchi e, boja dè, torna, forse, sull’Ariston per la seconda volta consecutiva: altro che Nonno Hollywood, questo qui a Sanremo ci stationa, Nonno Ariston.

IL MANUALE CENCELLI DEL FESTIVAL

Ma la vera libidine, come diceva Jerry Calà negli Anni 80, sono gli outsider (maddeché?): Diodato, Gualazzi, la ereditiera di professione Elettra Miura Lamborghini, responsabile dell’epocale singolo Pem Pem, poi i sottokikazè: Fred de Palma, rapperon del reggaeton che ha già rotto i maron, forse in duetto con tale Ana Mena, e sai la menata; Pinguini Tattici Nucleari, perché la quota indie va sempre rispettata (indie de che, li pompa la Sony), Alberto Urso, perché pure sulla quota Maria de Filippi non si scherza, e infine la Quota X Factor, perché a Sanremo si va col vecchio infallibile manuale Cencelli: oltre a un figlio famoso, di cui si dirà tra poco, i nomi che girano sono, purtroppo, quelli di Luna Melis, che il talent di Fremantle ha bruciato come babycantante ma lanciato come babypresentatrice, e di Martina Attili, assai presunta genietta già all’ultima spiaggia sanremese.

Tommaso Paradiso.

Sulla pletoria dei probabili, però, si staglia come un totem lui, l’unico e il solo: Piero Pelù, rockstar stagionata, look da ciucaio di Pinocchio, profeta del vaffanculoooh ante Grillo: Andreotti vaffanculooh, Craxi vaffanculooh, Licio Gelli vaffanculoooh (poi ci finì a Villa Wanda a prendere il tè), Renzi vaffanculoooh, Salvini vaffanculoooh, attualmente in quota grillina. Simpatico, originale, sempre coerente. E va a Sanremo a portare il rock formato mezzo toscano.

Per un Bocellino che non c’è, Matteo, segato o ritirato lui dalle selezioni, un Gassmanino invece c’è, sia pure nel sottoclou dei giovani

Categoria figli di un cognome. Per un Bocellino che non c’è, Matteo, segato o ritirato lui dalle selezioni, un Gassmanino che invece c’è, sia pure nel sottoclou dei giovani: Leo a X Factor non aveva brillato, ma così carino, così educato, così (in)titolato, come fai a dirgli di no? Si toglie anche Brunori sas, che la promozione al nuovo album se la fa altrove. Tutto il cast di Sanremo, condotto da Amadeus, comunque, sotto la direzione artistica di Amadeus, verrà annunciato il 6 gennaio durante I soliti ignoti, presentato da Amadeus, il quale ha appena fatto sapere che il dado è tratto: ha deciso, ha scelto i 22, sempre lui, Amadeus, perché le sinergie sono importanti e Amadeus modestamente è una sinergia umana, sinergia di se stesso, una Matrioska singerica. Tanto la minestra sarà più o meno sempre quella.

METTI UNA SARDINA ALL’ARISTON

In compenso, succose indiscrezioni a livello portineria si sprecano, eccone una dal sen fuggita di uno che sta nel business: «Sai, stiamo valutando se chiamare il capo delle sardine, Mattia Santori, magari infilandolo in extremis nella giuria di qualità: di musica non sa niente, ma effettivamente è molto televisivo. Oh, però mi raccomando, è ancora tutto in forse, dipende anche da come vanno le elezioni in Emilia Romagna [sic!], tu però non scrivere niente, eh!». Io lo scrivo. Perché niente andrà tenuto nascosto al popolo. Aggiungendo, però, che allo stato è solo una pazza idea (o qualcosa di più? Ah, saperlo…). Dulcis in fundo, sembra molto, molto pompata la partecipazione di quest’astro nascente della discografia molto alternativa, oh, un altro “erede di Lucio Battisti” (Dente ci è ormai morto sulle dita mentre scrivevamo, appena ieri, che era l’erede di Lucio Battisti). Ha un nome d’arte vagamente indisponente, tale Fulminacci e, a richiesta se a Sanremo ci va, risponde con decisione: «Sì, no, beh, non lo so, non se n’è parlato, però, chissà, potrebbe anche essere, che ne so». Sardinitas sardinitatum, et omnia sardinitas.

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Perché nessuno riesce a sfuggire al kitsch di Instagram

Quello che era stigmatizzato come una corruzione dell’arte e del gusto, sul social network delle foto diventa un’estetica e uno stato d’animo. L'estratto del libro di Paolo Landi "Instagram al tramonto".

All’imbrunire Instagram ha un’impennata di “like”: perché milioni di persone, in tutto il mondo, sentono il bisogno di condividere l’immagine del sole che cala? Consultiamo Instagram in modo talmente compulsivo ormai da trascurare di interrogarci sul perché lo facciamo. Paolo Landi, con la sua lunga esperienza nel mondo della comunicazione, crede di aver compreso come mai postiamo le foto del cane, di un tramonto e di una pizza.

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CON 16 IMMAGINI DI OLIVIERO TOSCANI

Con puntigliosità pedagogica vuole condividere queste scoperte: avrebbe voluto farlo in modo ironico e leggero, poi l’enormità dell’ipermercato sempre aperto che si nasconde dietro Instagram lo ha impressionato e il resoconto ha preso un tono qua e là apocalittico. Ma si è divertito a scriverlo, rivelando prima di tutto a se stesso le molte facce di questo social, che seduce e coinvolge, portandoci a condividere pezzi della nostra vita, senza mai farci sospettare che le merci in vendita sui suoi scaffali planetari siamo noi. Nel libro, 16 immagini di Oliviero Toscani sintetizzano i punti salienti del testo, quasi un piccolo reperto di archeologia del presente.

  • Le 16 immagini di Toscani

L’AUTORE: UNA CARRIERA TRA MARKETING E COMUNICAZIONE

Paolo Landi, advisor di marketing e comunicazione per grandi aziende, ha pubblicato Lo snobismo di massa (1991), Il cinismo di massa (1994), Manuale per l’allevamento del piccolo consumatore (2000), Volevo dirti che è lei che guarda te. La televisione spiegata a un bambino (2006), Impigliati nella Rete (2008), La pubblicità non è una cosa da bambini (2009).

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L’autore Paolo Landi. (foto Maki Galimberti)

Lettera43.it pubblica un estratto del libro Instagram al tramonto (La nave di Teseo editore, 112 pagine, 12 euro, Milano 2019).

IL KITSCH

Si sfugge al kitsch di Instagram solo uscendo da Instagram. Si può essere animati dalle migliori intenzioni, sostenuti da una cultura solida e da un gusto impeccabile, ma tutti i mosaici di Instagram sono irrimediabilmente kitsch. Non solo i tramonti, i fiori, i piatti di cibi prelibati, il mare e la prima comunione del figlio: anche gli interni di case altoborghesi, il quadro fotografato al Louvre, la “conchiglia” del Guggenheim, la copertina di un libro Adelphi su Instagram si ammantano della melassa tipica del cattivo gusto.

Quando postiamo una foto su Instagram sembriamo preoccupati di rivelarne insieme la verità e la bellezza. Ci interessa dire: “Ecco, questo tramonto è meraviglioso, lo vedete? Io lo sto guardando realmente, ora, infatti lo fotografo, per dimostrarvi che è vero, che io sono qui e che lo sto guardando”

Ciò che prima era visibile da un occhio intelligente – e in un contesto preciso – ora lo può vedere chiunque, fuori contesto. I milioni di foto che si riversano su Instagram ogni giorno provocano un logoramento insieme morale e sensoriale. Quando postiamo una foto su Instagram sembriamo preoccupati di rivelarne insieme la verità e la bellezza. Ci interessa dire: “Ecco, questo tramonto è meraviglioso, lo vedete? Io lo sto guardando realmente, ora, infatti lo fotografo, per dimostrarvi che è vero, che io sono qui e che lo sto guardando”. E spesso ci intestardiamo di trovare il bello nell’umile o nel banale, cercando di riscattarli con il pathos della realtà. Instagram offre l’esperienza fugace di un mondo senza conflitti, senza sofferenza, senza odio né tragedie, una realtà continuamente abbellita che finisce per presentarsi come una iperrealtà falsa.

Non ci sono più scale gerarchiche e se un fotografo famoso posta le sue foto su Instagram, queste non riusciranno ad emergere nell’appiattimento dei criteri formali che la democratizzazione dell’idea di bellezza di Instagram ha prodotto. Il kitsch, che in epoca moderna era stigmatizzato come una corruzione dell’arte e del gusto, su Instagram diventa un’estetica e uno stato d’animo – il più delle volte inconsapevoli e involontari – legittimi e ampiamente diffusi. Tradizionalmente associata a modelli esemplari – nella Grecia classica, per esempio, l’arte mostrava solo corpi giovani, nella loro perfezione – la bellezza secondo Instagram esiste dappertutto, col risultato di azzerarla ovunque.

Per Instagram non c’è nessuna differenza tra lo sforzo di abbellire il mondo e quello di rivelarne la verità. Instagram reagisce all’idea convenzionale di bellezza dilatando enormemente la nostra idea di ciò che è interessante o piacevole guardare. E lo fa in nome della verità e della convinzione che i suoi mosaici forniscano informazioni reali e importanti sul mondo, inteso come globo ma più spesso e più prosaicamente ridotto a un ambito domestico. La foto famosa e anonima del cadavere del bambino migrante restituito sulla spiaggia dal mare ci ha commossi e indignati perché documenta una sofferenza che Instagram rende vicina, verificabile nella sua verità ma segnandone, nello stesso tempo, la distanza.

Chi ha usato il “repost” per quella foto ha piuttosto voluto comunicare il suo grado di partecipazione e di commozione a quell’evento tragico ma, poiché ogni foto su Instagram è solo un frammento, il suo peso morale ed emotivo varia, dipendendo dal contesto in cui quella foto viene mostrata. Un conto è il profilo di Save The Children, dove l’immagine del cadavere del bambino risulterebbe contestualizzata, un conto il nostro profilo, tra selfie, piatti gourmet e gite fuori porta. Come per ogni altro medium, le fotografie postate su Instagram cambiano a seconda dei contesti in cui vengono inserite: ogni profilo suggerisce un modo diverso di usare una foto, senza riuscire a fissarne il significato.

Instagram riesce a trasformare in oggetto di godimento qualunque cosa, dai condomini concentrazionari di Hong Kong – dove deve essere spaventoso abitare, ma che fotografati sembrano belli e simmetrici – alle favelas colorate di Rio, agli ultimi ritocchi mostrati sul profilo di un chirurgo estetico. Si resta affascinati da quasi tutte le fotografie di Instagram e nello stesso tempo turbati dall’inesorabilità con cui vengono appiattite. È talmente forte la tendenza estetizzante delle foto di Instagram – sia che siano eseguite da gente colta e informata, sia da persone semplici e non acculturate – che nessuna sfugge al kitsch, risultando tutte, anche il tramonto più spettacolare, anche il volto di un bambino, triviali.

Instagram propone un mondo trasformato in un ipermercato dell’immagine, dove ogni soggetto è degradato ad articolo di consumo e promosso a oggetto di ammirazione estetica. Grazie a Instagram diventiamo tutti clienti della realtà, o delle realtà, perché i mondi di Instagram sono tutti arraffabili, nella loro confusione, come la merce in un negozio low cost nel primo giorno di saldi. Kitsch è anche l’impulso indiscriminato a fotografare: Instagram istiga tutti a riprendere qualunque cosa, facendo credere a tutti che qualunque cosa oggetto delle loro foto sia interessante. Ma solo Instagram sa che questa invasione fotografica del mondo, con questa produzione illimitata di appunti sulla realtà, omologa tutto: lo sa perché da questa proliferazione di immagini ci guadagna.

La forza di Instagram è nel far credere che si possano conservare momenti che il normale fluire del tempo sostituisce velocemente, che si possano condividere emozioni che la condivisione rende irrimediabilmente fasulle, che mettere “Mi piace” su una foto sia un modo di accreditarsi verso persone e ambienti che nella realtà restano chiusi e impenetrabili. La debolezza di noi utenti è di non sapere, o di sottovalutare, che ogni social network è un’impresa che fa profitti e che la merce in vendita sugli schermi dei nostri smartphone siamo noi.

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Le donne di successo sono definite sempre per il loro genere

Il gender gap priva le giovani di modelli di riferimento sui testi scolastici. Così quelle che ce la fanno diventano dei simboli. Sarebbe bello che non fosse più così.

«Quando sono arrivata da Dior, nessuno si domandava se avessi talento o meno. Tutti però osservavano come fossi la prima donna nominata alla direzione creativa della maison». A dire il vero lo hanno anche scritto. In tanti. Una volta ce lo disse perfino il tassista che ci accompagnava alla sfilata, aggiungendovi una punta di derisione sciovinista: «Ah, chez Dior, on avait juste besoin d’une italienne, et une femme en plus». Non abbiamo di certo mai mancato di scrivere quel che pensassimo di ogni singola collezione di Maria Grazia Chiuri, che è una manager di grande successo nonostante talvolta ci sembri che vada un po’ troppo per le spicce sull’approfondimento del pensiero creativo, ma quella volta ci accapigliammo con l’autista.

UNA “DOPPIA OFFESA”

La doppia offesa – donna, italiana – era intollerabile a prescindere. Immaginiamo che cosa debbano essere stati quei primi mesi, e che cosa debba essere tuttora, a quasi quattro anni dalla nomina, la vita “chez Dior”, e questo nonostante la grandiosa risposta al suo lavoro in termini di vendita e di notorietà del marchio. Prima di lei, e a dispetto del genio assoluto di John Galliano, Dior era un marchio amato dalle signore, relativamente difficile da portare, complesso da intelligere. Adesso, sono le ragazzine a desiderare ogni singolo abito e accessorio, a sognare Dior per la festa del diciottesimo e per il dono del compleanno, e dunque non possiamo che rallegrarci con il lavoro di Chiuri e con la guida sapientissima della maison da parte di Pietro Beccari.

LA LEZIONE DI CHIURI

Invitata per la lecture di apertura del Master in Science of Fashion dell’Università La Sapienza, di fronte agli studenti internazionali, tantissimi ed entusiasti, che affollavano l’Aula Magna di Lettere, la mattina del 13 dicembre Maria Grazia Chiuri ha parlato a lungo della barriera culturale che, di certo non solo in Italia, prevede ancora che una donna sia giudicata innanzitutto in quanto tale, cioè come portatrice e simbolo di un genere prima che, di un talento o di una professione, portando ad esempio il suo concretissimo e volenteroso contributo a un processo di cambiamento che, siamo oneste, negli ultimi 40 anni non ha fatto grandi passi avanti.

MANCANO MODELLI SUI LIBRI DI SCUOLA

In queste righe abbiamo scritto a lungo, quasi ogni settimana, delle cause di queste difficoltà, additando via via le carenze di testi scolastici che, dalle scuole elementari in poi, portino all’attenzione delle bambine e delle pre-adolescenti esempi di ruolo e modelli ai quali ispirarsi e da cui trarre forza (davvero non è pensabile che, in un panorama foltissimo di intellettuali, le uniche poetesse cinquecentesche segnalate sui testi in adozione presso i licei siano Gaspara Stampa e Veronica Franco, e quest’ultima in particolare con una strizzatina d’occhio nei riguardi della sua posizione di cortigiana), ma anche le cause per così dire endogene. Autoindotte. Il semplice fatto che le donne si mostrino, che ci mostriamo tutte, acquiescenti nei confronti di chi sottolinea che siamo «le prime» a ottenere una certa carica, e grate per averla ottenuta, di solito a carissimo prezzo: direttori creativi di quel mondo molto maschile che è l’alta moda, direttori di quotidiani, amministratori delegati di multinazionali dell’acciaio, presidenti di istituzioni fondamentali per lo sviluppo (Francesca Bria, Fondo Innovazione) o della Corte Costituzionale.

UNA PRESSIONE IN PIÙ

Ci ha colpito molto la gaffe emotiva di una donna pure fortissima come Marta Cartabia che, al momento della nomina alla massima carica giuridica nazionale, ha dichiarato di aver «rotto il vetro di cristallo»: nel piccolo qui pro quo mostrava non solo di sentire il peso del proprio ruolo, ma anche il suo portato simbolico: non era solo «il nuovo presidente della Corte Costituzionale». Era «la prima donna» ad esserlo diventato. Che è risultato importante, importantissimo. Ma lo sarà ancora di più quando non dovremo usare il marker del genere per festeggiarlo.

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Il racconto della vita quotidiana stravolta da Piazza Fontana

Milano piena di operaie che chiedevano pari trattamento economico con gli uomini. All'insegna dello slogan Anni 70 «riprendiamoci la vita». Un fumetto della Bonelli scritto da Manfredi ripercorre il contesto sociale in cui scoppiò la bomba. Libri, musica, teatro e cinema: la strage nella cultura italiana.

A 50 anni di distanza, la strage di Piazza Fontana diventa un fumetto della Bonelli. Milano, 12 dicembre è il titolo: copertina e disegni sono di Roberto Rinaldi, soggetto e sceneggiatura di Gianfranco Manfredi.

STORIA INSERITA DENTRO “CANI SCIOLTI”

Già cantautore e scrittore, Manfredi si è poi segnalato soprattutto come autore per la Bonelli, per cui oltre a storie di Tex e Dylan Dog ha realizzato varie serie autonome: il western horror Magico Vento: Volto Nascosto, che è ambientata attorno alla battaglia di Adua e ha un seguito in Shangai Devil, durante la Rivolta dei Boxers; Adam Wild, che si svolge nell’Africa coloniale; e appunto Cani sciolti, in cui si inserisce questa storia.

TRA OCCUPAZIONI UNIVERSITARIE E UTOPIE

«Cani sciolti si svolge dal 1968 al 1989: dalla contestazione alla caduta del Muro di Berlino», spiega a Lettera43.it. «Protagonisti sono un gruppo di ragazzi attorno ai 20 anni che si conosco durante le occupazioni universitarie a Milano. Mostra la loro crescita, anche contrapponendo il come erano al come sono diventati. È un intervallo non casuale, perché la generazione dei baby boomer è cresciuta nell’epoca della Guerra fredda, e bene o male la caduta dei muri ha segnato la fine dei blocchi e una certa compiutezza nella loro esperienza, anche se la caduta del Muro di Berlino non ha certo realizzato loro utopie. Non è che il mondo venuto dopo sia assomigliato in maniera particolare a Imagine di John Lennon».

La copertina di “Cani sciolti”.

DOMANDA. Questo numero come mette i Cani sciolti a confronto con la Strage di Piazza Fontana?
RISPOSTA. Si tratta di una esperienza tra le più scioccanti vissuta nella storia di Milano. Siccome ovviamente avevo previsto che sarebbero usciti molti libri di rievocazione politica dell’evento, ho voluto invece trattarlo dal punto di vista della vita quotidiana.

In che modo?
Ho raccolto oltre a ricordi personali anche ricordi di amici, cui ho chiesto dove erano e cosa facevano quando è scoppiata la bomba. Quindi molti spunti finiti nella storia sono autentici.

Per esempio?
Alla casa discografica e musicale Ricordi, che è in Via Berchet a due passi da piazza Fontana, quando è scoppiata la bomba era in corso una riunione per decidere sulla partecipazione di Bobby Solo al Festivalbar. Lo scoppio fece uscire tutti fuori a vedere cosa era successo, e quindi mi hanno raccontato lo spaesamento del passare da un appuntamento di lavoro che sembrava divenuto improvvisamente futile a qualcosa che in quel momento era sconvolgente e inimmaginabile.

Quindi un fumetto per ricollocare Piazza Fontana nel suo contesto?
L’impatto che questo evento ha avuto sulla vita quotidiana, ma anche il periodo che lo aveva preceduto. Quando si seguono le piste complottistiche e spionistiche si tende un po’ a smarrire il contesto sociale di quella che era stata l’ultima grande agitazione operaia della storia italiana.

Cosa stava succedendo?
A Milano l’autunno caldo era stato vissuto in modo molto particolare perché, come racconto appunto nel fumetto, la città era piena di fabbriche a prevalenza femminile. Quindi le manifestazioni di donne erano continue: non solo le operaie, ma anche le infermiere della clinica Melloni, le portinaie, le sarte di Via Montenapoleone, le donne dell’editoria che chiedevano pari trattamento economico con gli uomini perché non facevano più semplicemente le segretarie.

E gli operai uomini?
Le loro rivendicazioni erano prevalentemente salariali e contrattuali, le lotte delle lavoratrici si aprivano ad altri campi come i servizi in città, le case, la vivibilità. Si annunciano tutta una serie di tematiche che poi percorreranno gli Anni 70 all’insegna dello slogan «riprendiamoci la vita».

Ipotesi?
Era evidente che quella forzatura violenta era dovuta da una parte a dinamiche che riguardavano il Mediterraneo. Con regimi autoritari di destra al potere in Grecia, in Spagna e in Portogallo, l’Italia era rimasta l’unico Paese democratico dell’area. Allo stesso tempo le lotte avevano suscitato una spinta di reazione autoritaria. Quella di Piazza Fontana fu la prima, ma poi di bombe nella storia italiana ce ne sono state per anni e anni, e ancora aspettiamo l’individuazione dei responsabili.

Cos’è rimasto?
Possono cambiare governi di ogni tipo, si può fare la Terza Repubblica, possono arrivare quelli che dicono «cambiamo tutto, facciamo una nuova classe politica», ma ancora oggi appurare cosa è successo, chi ha messo le bombe, chi ha pagato, chi ha ordito, nomi e cognomi, resta un grido inascoltato dei parenti delle vittime e della società civile.

Se ne parla nel fumetto?
Non ho voluto fare il giornalista detective o cose del genere, per non infognarmi in qualche deriva complottista. Ho voluto però dare alcune indicazioni soprattutto fondate sulla base del famoso libro che uscì a caldo: La strage di Stato. Fu opera di un team di giornalisti rimasti poi anonimi: per autoprotezione, perché non era facile esprimersi nell’Italia di quel periodo.

Cosa diceva?
Si basava molto su documenti già pubblicati prima dell’estate su giornali inglesi, tra cui l’Observer. Sostenevano che era in atto una grossa provocazione in Italia, sulla base di documenti provenienti evidentemente dai Servizi britannici, che non gradivamo una eccessiva preponderanza degli Stati Uniti nel Mediterraneo.

Altre opere da ricordare su Piazza Fontana?
Il Corriere della Sera ha ora pubblicato un libro: La strage di Piazza Fontana. Ma penso che sarebbe stato corretto fare autocritica ricordando il comportamento tenuto dal giornale a quell’epoca, con Valpreda coperto di fango e descritto come una sorta di Charles Manson italiano. Invece da quella storia vennero varie opere di intellettuali non conformi, che la affrontarono con più coraggio dei giornali.

Tipo?
In teatro su Pinelli Dario Fo fece Morte accidentale di un anarchico. Non parlavano direttamente di Pinelli e Valpreda ma erano evidentemente ispirati a quello che si era visto film come Sacco e Vanzetti di Giuliano Montaldo o Sbatti il mostro in prima pagina di Marco Bellocchio.

Altro?
Anche Pier Paolo Pasolini dedicò al 12 dicembre un documentario, che però hanno visto in pochi. Lo stesso Pasolini, consigliato da avvocati che temevano conseguenze in tribunale, lo firmò come anonimo. Comunque vi si faceva una lettura del silenzio dei milanesi in chiave quasi di omertà che era completamente sbagliato: era un silenzio di indignazione, non di connivenza mafiosa.

LA STRAGE NELLA CULTURA ITALIANA

Ma sulla strage di Piazza Fontana l’arte e la cultura negli anni è tornata diverse volte.

LIBRI

Wikipedia cita in bibliografia 40 libri, 17 sentenze e sette trasmissioni televisive. Tra i libri usciti o riusciti in occasione di questo 50esimo anniversario ci sono innanzitutto La strage. Il romanzo di piazza Fontana di Vito Bruschini (Newton Compton), che è l’unico di genere narrativo. Di genere saggistico sono invece Piazza Fontana: 12 dicembre 1969: il giorno dell’innocenza perduta di Giorgio Boatti (Einaudi), La strage di piazza Fontana di Saverio Ferrari (Red Star Press), Cronache autoptiche. La strage di Piazza Fontana attraverso i verbali necroscopici dell’Istituto di Medicina Legale di Milano di Umberto Genovese, Michelangelo Casali e Sara Del Sordo (Maggioli), La strage degli innocenti di Maurizio Dianese e Gianfranco Bettin (Feltrinelli), La maledizione di Piazza Fontana. L’indagine interrotta. I testimoni dimenticati. La guerra tra i magistrati di Guido Salvini e Andrea Sceresini (Chiarelettere), Piazza Fontana. Per chi non c’era. Cosa c’è da sapere su una pagina decisiva della nostra storia di Mario Consani (Nutrimenti), Piazza Fontana di Carlo Lucarelli (Einaudi), Il segreto di Piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli (Ponte alle Grazie), La bomba: Cinquant’anni di Piazza Fontana di Enrico Deaglio (Feltrinelli).

MUSICA

La Ballata del Pinelli, composta al funerale, è l’ultima traccia di un famoso doppio del Canzoniere Internazionale del 1973 dedicato a un’antologia della canzone anarchica in Italia. L’anno prima Enzo Jannacci aveva raccontato la storia di una ragazza morta a piazza Fontana in Una tristezza che si chiamasse Maddalena. E nel 1975 una canzone dedicata a Piazza Fontana è incisa dal gruppo Yu Kung, pioniere del Folk Rock in Italia. Altre canzoni invece si limitano a citazioni. “Viva l’Italia, l’Italia del 12 dicembre”. Francesco De Gregori in Viva l’Italia. “Qualcuno era comunista perché piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica eccetera, eccetera, eccetera”: Giorgio Gaber in Qualcuno era comunista. “Agosto. Che caldo, che fumo, che odore di brace / Non ci vuole molto a capire che è stata una strage,/ Non ci vuole molto a capire che niente, niente è cambiato/da quel quarto piano in questura, da quella finestra./ Un treno è saltato”: Claudio Lolli in Agosto. “Con il cuore in quella piazza / tiene a mente Piazza Fontana: I Litfiba in Il Vento. “E non fu solo un sogno e non ci credemmo poco / mettere il mondo a ferro e fuoco, / mentre un’altra stagione già suonava la campana / il primo rintocco fu a piazza Fontana”: Vittorio Sanzotta in Novecento.

TEATRO

A parte la Morte accidentale di un anarchico realizzata da Dario Fo nel 1970 e dedicata alla morte di Giuseppe Pinelli, al 2009 risale Piazza Fontana, il giorno dell’innocenza perduta di Daniele Biacchessi, “spettacolo di teatro civile” realizzato per il quarantennale.

CINEMA

Risale al 1972 La pista nera, documentario di Giuseppe Ferrara. Nel 2012 da Il segreto di piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli, Marco Tullio Giordana ha tratto Romanzo di una strage, che è l’unico vero film sulla vicenda. 12/12 – Piazza Fontana, realizzato da Matteo Bennati e Maurizio Scarcella nel 2019, è infatti pure un documentario.

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