La giuria nominata dal Ministero della Cultura ha selezionato le dieci città che accedono alla fase finale della corsa al titolo di Capitale italiana della cultura 2028, scegliendole tra le 23 candidature presentate. La decisione arriva al termine della valutazione dei dossier progettuali, tutti incentrati su programmi culturali annuali accompagnati da un cronoprogramma e da un piano economico-finanziario.
Le 10 città finaliste
Forlì (Wikipedia).
Le finaliste sono Anagni con il progetto «Hernica Saxa. Dove la storia lega, la cultura unisce», Ancona con «Ancona. Questo adesso», Catania con «Catania continua», Colle di Val d’Elsa con «Colle28. Per tutti, dappertutto», Forlì con «I sentieri della bellezza», Gravina in Puglia con «Radici al futuro», Massa con «La Luna, la pietra. Dove Tirreno e Apuane incontrano la storia», Mirabella Eclano con «L’Appia dei popoli», Sarzana con «L’impavida. Sarzana crocevia del futuro» e Tarquinia con «La cultura è volo».
Quando verrà proclamata la Capitale italiana della cultura 2028
Le dieci città presenteranno ufficialmente i loro progetti durante le audizioni pubbliche in programma giovedì 26 e venerdì 27 febbraio 2026, quando illustreranno le proposte alla commissione di sette esperti indipendenti incaricata della valutazione finale. La città vincitrice riceverà un contributo statale di un milione di euro, destinato a sostenere le iniziative previste nel corso dell’anno e a rafforzare il ruolo della cultura come strumento di sviluppo territoriale, partecipazione civica e crescita collettiva. La proclamazione è attesa entro il 27 marzo 2026.
Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha nominato i nuovi membri del consiglio d’amministrazione della rete Musei Nazionali dell’Umbria. Entrano a far parte del cda l’imprenditrice Luisa Todini (designata dal Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici), il professore e politologo Alessandro Campi, Andrea Assenza e Federica Benda, imprenditrice e moglie di Brunello Cucinelli (designata da Giuli d’intesa con Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia e delle Finanze). Prendono il posto dei consiglieri uscenti Corrado Azzollini, Brunello Cucinelli, Giovanna Giubbini e Laura Teza.
Federica Benda (Imagoeconomica).
La rete Musei Nazionali dell’Umbria
La rete dei Musei Nazionali dell’Umbria comprende il Museo Archeologico Nazionale dell’Umbria e la Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia, il Museo Archeologico Nazionale e Teatro Romano di Spoleto, il Museo Archeologico Nazionale di Orvieto, il Palazzo Ducale di Gubbio, l’Area archeologica di Carsulae, Castello Bufalini di San Giustino, l’Ipogeo dei Volumni e Necropoli del Palazzone, Rocca Albornoz – Museo Nazionale del Ducato di Spoleto, la Necropoli etrusca di Crocifisso del Tufo, il Teatro romano e Antiquarium di Gubbio, il Tempietto sul Clitunno e Villa del Colle del Cardinale.
Prima risposta di Beatrice Venezi alla mobilitazione dell’Orchestra e del Coro del teatro La Fenice di Venezia contro la sua nomina a direttrice musicale, che sarà effettiva da ottobre. Parlando in conferenza stampa a Pisa in occasione della “Carmen” di Georges Bizet che dirigerà il 23 e il 25 gennaio al Teatro Verdi, dopo una lunga serie di concerti al Teatro Colòn di Buenos Aires, Venezi ha dichiarato di non aver seguito molto le polemiche, in quanto «impegnata per lavoro dall’altra parte del mondo». Poi la stoccata: «Dico soltanto che sono così raccomandata che, praticamente, lavoro esclusivamente all’estero e che di questa vicenda parlerò a tempo debito. Chiuderei al momento con una battuta calcistica che faceva spesso l’allenatore di calcio Vujadin Boskov: ‘la partita è chiusa solo quando l’arbitro fischia».
Protesta dei lavoratori del Teatro La Fenice contro la nomina di Venezi (Ansa).
Venezi: «La Fenice in mano ai sindacati»
Venezi ha poi rincarato la dose: «Avrei potuto intervenire commentando l’immagine che il teatro La Fenice ha dato di sé a livello internazionale con questa vicenda, perché nella narrazione manca ciò che se ne dice all’estero. Ci si chiede come sia possibile che un teatro o una fondazione finanziata con fondi pubblici dello Stato sia di fatto gestita dai sindacati, in un contesto che appare totalmente anarchico. In alternativa, avrei potuto limitarmi a commentare le spillette della protesta: personalmente le avrei fatte un po’ più stilizzate, magari anche con uno Swarovski». Infine, ai giornalisti che le chiedevano un commento sui presunti fraintendimenti con gli orchestrali della Fenice, Venezi ha risposto: «Quali fraintendimenti? Io non ho ancora messo piede a Venezia».
Fulvio Adamo Macciardi resta sovrintendente del Teatro di San Carlo di Napoli. Il Tar della Campania ha infatti respinto il ricorso presentato dal Comune di Napoli contro la nomina fatta ad agosto 2025 dal ministero della Cultura a seguito alle indicazioni del Consiglio d’Indirizzo, che non erano state ritenute valide dal sindaco Gaetano Manfredi. Il primo cittadino di Napoli, presidente della Fondazione, aveva appunto ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale assieme a Maria Grazia Falciatore, consigliera della Città Metropolitana. I giudici si erano riuniti in camera di consiglio il 17 dicembre, oggi la pubblicazione della decisione: ricorso introduttivo improcedibile e quindi respinto, con Macciardi che resta al suo posto.
A leggere Nella carne, vincitore del Booker Prize e salutato come il miglior romanzo del 2025, viene un censurabile sospetto. Ovvero che il romanzo del canadese-ungherese David Szalay lo si stia celebrando più per il prestigio che si porta addosso che per ciò che lascia dentro al lettore. È l’evento editoriale dell’anno, che sembra confezionato per esserlo: un libro che vince uno dei premi internazionali più importanti ma che, per stare al titolo, non entra “nella carne” di chi lo legge. Parla di corpi, descritti come veicoli di una sessualità che risponde più al bisogno che al desiderio. Ma lo fa come certi ristoranti stellati descrivono i piatti nel menu: tutto è lì sulla carta, preciso e raffinato, ma all’assaggio difettano di sapore. I personaggi e gli eventi, anche i più drammatici, restano in superficie, controllati, levigati, impeccabili. L’involucro è perfetto, ma il contenuto emotivo lascia pochi segni.
La copertina di Nella carne (Adelphi).
L’unica forma di sopravvivenza è non trattenere nulla
Il paradosso è un libro che parla sì della carne, ma non la scalfisce. Brilla molto, ma morde poco. István, il protagonista, attraversa la guerra in Iraq, il carcere minorile, l’alta società londinese, il ritorno in Ungheria. La sua postura è quella di chi ha deciso che l’unica forma di sopravvivenza sia nel non trattenere nulla. È dotato di un firewall emotivo che risponde «Okay» a tutto: ai conflitti globali come ai piccoli o grandi accadimenti della vita quotidiana. Gli muoiono gli affetti più stretti: figlio, moglie, madre, lungo una sequenza che dovrebbe essere tragica e invece risulta solo cronologica. Le loro morti restano elementi della trama, non macigni interiori che aprono voragini. Non per cinismo, ma per uno stile che predilige l’ellissi allo scavo interiore.
David Szalay (dal profilo Fb).
Il minimalismo di Szalay risulta asettico
Szalay sceglie la distanza invece dell’impatto, il tocco leggero invece del colpo secco. Il suo penultimo libro, Turbolenza, aveva già questa impostazione: una serie di racconti legati tra loro che scivolavano via senza lasciare tracce profonde, senza creare vera inquietudine. Qui almeno l’ambizione di pesare c’è. L’effetto però raramente è raggiunto. Il minimalismo come stile: sottrarre interiorità per costringere il lettore a completare il disegno. L’operazione potrebbe essere raffinata, ma appare solo asettica. Il personaggio di István resta irrisolto non perché sia un enigma profondo, ma perché il testo non si decide mai a entrargli dentro. Vuole mostrarci come un uomo (e un autore) possano arrivare all’ultima pagina con il guscio lucido, senza ammaccature che non siano piccoli quasi invisibili graffi.
David Szalay alla premiazione del Booker Prize 2025 (da Fb).
Nella carne riflette perfettamente quest’epoca
È un romanzo fisico solo nelle intenzioni. E proprio per questo funziona come diagnostica perfetta di quest’epoca: non vince perché ferisce, ma perché non si lascia ferire. La letteratura come superficie riflettente: brillante, stilosa, certificabile, instagrammabile. István attraversa la storia senza mai cambiare, come avesse la consapevolezza che il destino è ineluttabile. Gli affetti più cari gli muoiono accanto, i conflitti gli esplodono intorno, il Covid non gli stravolge la vita ma è solo un banale incidente di percorso. Tutto resta in una specie di camera a pressione controllata, dove il dolore non diventa deformazione, i legami non diventano fratture, gli eventi non lasciano cicatrici. È il vero tratto distintivo di Szalay: scrivere di un uomo che resiste al mondo, che al tempo stesso non riesce mai a entrare in attrito con lui. Questa mancanza, che molti hanno scambiato per profondità, è in realtà il suo stile: una narrativa che accade, osserva, sfiora, e passa oltre. Bellissima da leggere, difficile da afferrare, impossibile da odiare perché alla fine ti ha lasciato addosso l’impronta della sua manieristica perfezione.
La regina del romance non abdica e si tiene stretto il trono nazionale. Anche nel 2025, l’autrice più letta in Italia è Felicia Kingsley, che si è confermata in vetta con 880 mila copie vendute fra edizioni cartacee e ebook negli ultimi 12 mesi. Un successo che conferma non soltanto la popolarità di uno dei generi più in voga del momento – dalla sua costola è nato il romantasy, inserito fra i neologismi 2025 della Treccani – ma anche la forza della narrativa popolare e l’importanza delle voci femminili. «Sono profondamente grata ai miei lettori e alle mie lettrici», ha dichiarato l’autrice, al secolo Serena Artioli. «Ogni storia che scrivo nasce con il desiderio di emozionare, divertire e far sognare. Sapere di essere stata, ancora una volta, la più letta in Italia è un onore e uno stimolo a dare il meglio».
Felicia Kingsley, la biografia e i romanzi più famosi della carriera
L’autrice Felicia Kingsley (da Facebook).
Nata il 13 ottobre 1987 a Carpi, ha iniziato a scrivere i suoi primi racconti già sui quaderni di scuola quando era ancora adolescente. Una passione accresciuta anche dalla scoperta, in quegli anni, della piattaforma Efp, nota per dare spazio alle fanfiction delle grandi storie internazionali, da Harry Potter a One Piece e Naruto. Laureata in architettura all’Università di Parma, nel 2014 ha pubblicato da sola Bugiarde si diventa, seguito due anni dopo da Matrimonio di convenienza. Nel 2017 l’inizio della sua carriera con Newton Compton, che ha pubblicato tutti i suoi 13 romanzi. Amante di Una ragazza fuori moda di Louisa May Alcott, tra gli autori preferiti ci sono Ken Follet e Sophie Kinsella, scomparsa a inizio dicembre per una brutta malattia.
I libri di Felicia Kingsley (dal suo profilo Facebook).
Regina italiana indiscussa del genere romance e, come confermano le vendite, dell’intera narrativa, dal 2017 Felicia Kingsley ha pubblicato un libro dopo l’altro. Sono arrivati, solo per citarne alcuni, Stronze si nasce e Una Cenerentola a Manhattan, passando per La verità è che non ti odio abbastanza e Appuntamento in terrazza, oltre a Due cuori in affitto e Innamorati pazzi. Prima e dopo Due cuori in affitto. Tra le ultime pubblicazioni vi sono Una ragazza d’altri tempi, Una conquista fuori menù, L’amante perduta di Shakespeare e Scandalo a Hollywood, finora suo ultimo libro uscito ad agosto 2025. Al centro della storia Sofia Cortez, giornalista di gossip per una testata sull’orlo del fallimento dove si ritrova costretta a collaborare con il suo storico rivale ai tempi dell’università.
Non è un paese per single sarà adattato in un film Prime Video
Il talento di Felicia Kingsley si appresta a sbarcare anche sullo schermo. Prime Video ha annunciato per l’inizio del 2026 l’uscita di Non è un paese per single, adattamento dell’omonimo romanzo della scrittrice più letta in Italia. Ambientato a Belvedere in Chianti, idilliaca cittadina della Toscana, segue la storia di Elisa, mamma single che si deve dividere fra la gestione della famiglia e quella della sua tenuta, Le Giuggiole. Un compito arduo che finisce irrimediabilmente per complicarsi ancor di più quando in paese torna un vecchio amico d’infanzia, Michele, che dovrà subentrare alla gestione della tenuta. Rivederlo farà riaffiorare sentimenti ed emozioni contrastanti. Nel cast Cristiano Caccamo, scelto per interpretare Michele, e Matilde Gioli, che presterà il volto a Elisa. Alla regia ci sarà Laura Chiossone, già dietro la macchina da presa per la serie Buongiorno, mamma!.
Il 2025 sta per volgere al termine, ma all’orizzonte ci sono diverse storie imperdibili. Il nuovo anno, dal punto di vista editoriale, porterà nelle librerie di tutta Italia interessanti novità accanto al ritorno di grandi nomi della letteratura nazionale e internazionale. A gennaio, per esempio, uscirà per Nord L’alba dei Leoni, nuovo capitolo della saga dei Florio di Stefania Auci, mentre HarperCollins rilascerà L’ultimo colpo di Don Winslow. A marzo, Feltrinelli pubblicherà Gracias a la vida, l’autobiografia del ct della Nazionale femminile di volley campione del mondo Julio Velasco. Ecco quali sono i titoli più attesi già annunciati.
Libri in uscita nel 2026: le prime novità dell’anno
Un ragazzo legge alcuni titoli in libreria (Imagoeconomica).
L’alba dei Leoni. La saga dei Florio, il nuovo romanzo di Stefania Auci
Il 13 gennaio tornerà in libreria una delle saghe familiari più amate della letteratura italiana. Stefania Auci pubblicherà infatti L’alba dei Leoni, romanzo prequel della popolare serie dei Florio inaugurata con I Leoni di Sicilia, capitolo adattato anche in un’omonima serie televisiva. Ambientato in Calabria nel 1772, racconterà le origini della famiglia che ha appassionato milioni di lettori. «Li abbiamo visti arrivare dal nulla, e dal nulla costruire un impero», si legge nella sinossi ufficiale. «Abbiamo visto il loro impero crescere e poi farsi cenere. Abbiamo visto la struggente parabola della famiglia che per un lungo istante ha illuminato il mondo, ma non ne abbiamo mai visto l’inizio. Questo è l’inizio». Il libro sarà edito da Nord.
Il 27 gennaio sarà il turno de L’ultimo colpo che segna il ritorno di uno degli scrittori più amati del poliziesco statunitense contemporaneo, Don Winslow. L’autore de Il potere del cane e L’inverno di Frankie Machine pubblicherà con HarperCollins Italia una racconta di sei racconti in cui si fondono umanità, umorismo e azione, catturando l’essenza del mondo criminale. Un crime che Stephen King, maestro del brivido mondiale, ha definito «il migliore degli ultimi 20 anni».
Per chi ama il romantasy: Crudele illusione. Cruel is the Light di Sophie Clark
Tra i neologismi del 2025, accanto a “Occhi spaccanti” e “Maranza”, la Treccani ha inserito romantasy, espressione coniata per definire quel «genere di narrativa che intreccia storie d’amore e temi tipici del fantasy avventuroso» che sta prendendo piede soprattutto fra la Gen Z. Il 13 gennaio sbarcherà in libreria grazie a Newton ComptonCrudele illusione. Cruel is the Light, debutto letterario di Sophie Clark. Incentrato sulla lotta fra umani e demoni, racconterà la storia di Selene, guerriera che vanta un duro addestramento nell’Accademia Vaticana, e Jules, soldato implacabile e imbattibile. Quando si incontrano, si detestano all’istante ma non potranno fare a meno di sentire una forte attrazione.
Dacia Maraini racconta il rispetto per l’ambiente e gli animali
Sempre il 13 gennaio, in questo caso per Solferino, uscirà Anche i cani a volte volano. Storie di animali per tornare umani, raccolta di racconti, memorie e interventi pubblici di Dacia Maraini. Un’opera che intende ribadire l’importanza del rispetto per l’ambiente che ci circonda, che non appartiene solo a noi, ma anche a tutte le altre specie viventi sul pianeta. L’autrice spiega anche ciò che l’ha spinta a diventare vegetariana, condannando gli allevamenti intensivi e le pratiche di caccia e sfruttamento. Per farlo, racconta storie di compagni di vita, cani «che ragionano» e «a volte volano», gatti «che si credono pantere» e «gabbiani intelligenti».
L’impronta del lupo, il nuovo giallo firmato da Jo Nesbø
Il 3 febbraio è atteso anche il nuovo progetto di Jo Nesbø, maestro del giallo noto soprattutto per la sua serie di romanzi con protagonista il detective Harry Hole (sbarcata al cinema con il capitolo L’uomo di neve con protagonista Michael Fassbender). Einaudi pubblicherà infatti in ItaliaL’impronta del lupo, ambientato a Minneapolis nel 2016, quando un mercante d’armi rimane vittima di un agguato. Gli indizi puntano su Thomas Gomez, suo vicino di casa descritto come una persona tranquilla e pacata, ma il detective Bob Oz intende vederci chiaro. Anche perché il caso potrebbe riportare a galla una serie di delitti risalenti a circa 30 anni prima.
Per gli amati dello sport: Gracias a la vida, l’autobiografia di Julio Velasco
Il 3 marzo è una data da cerchiare in rosso per gli amanti della pallavolo e dello sport in generale. Feltrinelli pubblicherà infatti Gracias a la vida,autobiografia del commissario tecnico dell’Italvolley femminile Julio Velasco. Il celebre allenatore argentino, già artefice dell’epopea azzurra negli Anni 90 sulla panchina della Nazionale maschile, si racconterà senza retorica, analizzando i trionfi senza però tralasciare le sconfitte e le cadute più dolorose della sua carriera. Non solo sport: spazio anche per la sua militanza politica, le battaglie studentesche durante la dittatura in Sud America e la scoperta della pallavolo come vocazione. Prima del suo arrivo in Italia, passato alla storia e costellato di grandi successi.
Roberto Cicutto subentrerà a Giorgio Zanghini come presidente della Giuria dei Letterati del Premio Campiello 2026. Il manager culturale e produttore cinematografico, quindi, guiderà la prossima edizione del riconoscimento promosso dalla Fondazione Il Campiello. Dopo l’istituzione a opera degli Industriali del Vento, la fondazione dal 1962 ha sostenuto la narrativa italiana contemporanea. Cicutto vanta una solida carriera nel cinema. Ha fondato società come Aura Film e Mikado Film. Ha partecipato alla nascita di Sacher Distribuzione al fianco di Nanni Moretti, Angelo Barbagallo e Luigi Musini. Inoltre è stato presidente e ad di Istituto Luce-Cinecittà, presidente della Biennale di Venezia dal 2020 al 2023, ha presieduto il consiglio di sorveglianza della Siae e dal 2025 è presidente Eurimages, il fondo europeo per le coproduzioni cinematografiche.
Premio Campiello, altri tre ingressi in Giuria
Nella Giuria dei Letterati del Premio Campiello, inoltre, sono stati registrati altri tre ingressi. Si tratta dell’autore e conduttore radiofonico Matteo Caccia, del divulgatore e scienziato Stefano Mancuso e della giornalista Alessandra Tedesco. Comporranno la Giuria insieme ai membri già confermati: Alessandro Beretta, Daniela Brogi, Daria Galateria, Rita Librandi, Liliana Rampello, Stefano Salis, Lorenzo Tomasin e Roberto Vecchioni.
Nell’ultimo mese mi è capitato di entrare due volte in una famosa libreria in centro a Milano che per i nostalgici dei pomeriggi di una volta era tappa fissa anche per l’approvvigionamento di musica tra dischi, spartiti, pianoforti e chitarre elettriche dai colori sgargianti. La prima volta in diffusione suonava l’ultimo album dei Rolling Stones, Hackney Diamond, e una parete vicino all’entrata era interamente dedicata alla band con in esposizione una sfilza di vinili, cd e libri con in copertina le facce di Keith Richards, di Mick Jagger and company. La seconda volta, tre settimane più tardi, la stessa parete era stata riempita con album dei Beatles, in occasione dell’uscita di Now and Then (la nuova canzone della resuscitata band di Liverpool ottenuta anche grazie al lavoro dell’intelligenza artificiale), e in diffusione suonavano uno dopo l’altro i brani del Red e del Blue Album, le due celebri raccolte, recentemente ridate alle stampe in una nuovissima riedizione extralarge, pubblicate 50 anni fa che in realtà s’intitolavano 1962-1966 e 1967-1970. Considerate da tutti, probabilmente, i due più significativi greatest hits di tutta la storia della musica.
«Quando vedi nel Village al posto di un liutaio che vendeva le chitarre a Keith Richards, a Eric Clapton, a Jimi Hendrix, un negozio di Manolo che vende scarpe di merda, capisci dove siamo arrivati. E questo influisce in maniera determinante sulla creatività delle persone anche nella musica»
Vinili, Beatles e Stones, le loro canzoni in diffusione nei negozi, la gente in fila alle casse con i loro dischi sottobraccio: di colpo sembrava di essere stati catapultati in un pomeriggio degli Anni 60. Passano due giorni e sull’iPhone mi arrivano due whatsapp di Seriosound, il ragazzo che per anni è stato il terzo componente della band di PopUp, nonché insostituibile regista della trasmissione, che mi segnala due strepitosi live in programma nei prossimi mesi a Milano: quello di Kruder & Dorfmeister da Base a dicembre e quello degli Air che rifaranno dopo 25 anni Moon Safari al Fabrique a febbraio. Che dire? Per quanto riguarda Kruder & Dorfmeister basta sottolineare che il loro triplo album in compact disc, K&D Sessions, quando uscì negli Anni 90 divenne un vero e proprio oggetto di culto che ha venduto più di un milione di copie nel mondo. Un disco pazzesco zeppo di infinite contaminazioni che vanno dal funk al jazz, dall’house all’hip hop, con l’aggiunta di inserti dub, reggae, ambient e fusion, brasiliana. Su Moon Safari ogni commento ancora oggi appare superfluo, perché fu il disco, quando uscì nel 1998, che trasformò un semisconosciuto duo di musica elettronica francese in autentiche star, una versione 2.0 dei Velvet Underground. Dolce eppure terribilmente intossicante come una dose di morfina. Sul finire degli Anni 90, era tutta una questione di beat, e sicuramente sia i viennesi K&D, che il duo nato alla corte di Versailles, Nicolas Godin e Jean-Benoit Dunckel (che si fecero chiamare appunto Air in onore del grande architetto svizzero Le Corbusier) furono tra i maggiori esponenti di quella scena che compì nel mondo della musica un vero e proprio golpe rivoluzionando tutto e dando una nuova vita alla musica da dancefloor.
«Beatles, Stones, Air, Kruder & Dorfmeister… perché nella musica c’è questo continuo e reiterato ritorno al passato?», domando, seduto al bar del Palace in Piazza della Repubblica, inviato dal Messaggero, per intervistare un tizio che nella New York degli Anni 80 e 90 da corrispondente Rai ha dato del tu a tutte le leggende del rock in circolazione. «È soprattuto un problema sociale», mi risponde, «perché un tempo le città, come New York ad esempio, erano un formidabile crogiolo di persone e idee. Oggi è cambiato tutto e le grandi metropoli, innanzitutto per i prezzi delle case che sono saliti alle stelle, non sono più luoghi dove si vive, al massimo sono diventati posti dove ci si incontra. Quando vedi nel Village al posto di un liutaio che vendeva le chitarre a Keith Richards, a Eric Clapton, a Jimi Hendrix, un negozio di Manolo che vende scarpe di merda, capisci dove siamo arrivati. E questo influisce in maniera determinante sulla creatività delle persone anche nella musica».
Probabilmente, la soluzione per ricominciare a progredire e abbandonare il passato è questa: perdersi completamente, annullare la forza di gravità e ricominciare a inseguire una farfalla in giardino
Mezz’ora più tardi mentre slego la mia bici da un palo davanti all’hotel, stretto nella mia giacca di velluto con le mie college ai piedi, e rifletto sulle sue parole il sole sta tramontando su Piazza della Repubblica. La risposta a questo problema forse l’ha data Andre 3000, ex componente degli Outkast, che dopo 17 anni di silenzio è tornato con un nuovo album, New Blue Sun, un disco completamente strumentale di jazz sperimentale, composto con Carlos Nino nei seminterrati di Los Angeles. «Quando ho fatto ascoltare i nuovi brani ad alcuni colleghi più giovani, come Tyler the Creator e Frank Ocean, che probabilmente si aspettavano da me un disco rap, Tyler mi ha detto: “Ascoltando questo pezzo ho avuto la sensazione che tu stessi inseguendo una farfalla in giardino”». E infatti, probabilmente, la soluzione per ricominciare a progredire e abbandonare il passato è questa: perdersi completamente, annullare la forza di gravità e ricominciare a inseguire la nostra personale farfalla.
Dato che ormai a mettere i dischi ci sto prendendo sempre più gusto ho accettato l’invito dei regaZ di Upcycle, un locale dal sapore nordico dalle parti di via Ampére frequentato per lo più da realtà vicine al mondo della bicicletta milanese, che per l’occasione hanno chiuso la strada e organizzato una mega festa per festeggiare i loro 10 anni. Per cui eccomi qui in veste di disc-jockey dell’apocalisse, che tra l’altro è il ruolo che preferisco recitare in assoluto, con l’iPad poggiato su una cargo bike adibita a consolle, mentre scorro le varie playlist che mi sono diligentemente preparato per questo lunghissimo dj-set di oltre sei ore che comprende tutta la musica immaginabile e partendo da roba ultra radiofonica estiva passa dal jazz dal funk e dall’hip-hop, si ferma dalle parti del rock e del punk, e si conclude con dell’elettronica ballabilissima con cui intendo mandare tutti fuori di testa. Abbastanza sodisfatto del lavoro svolto tra le mure domestiche penso a quanto scritto da Claudio Coccoluto nel suo mitico libro, Io, Dj, all’interno del quale sosteneva che la serata non la fai dietro la consolle ma a casa, mentre prepari la borsa dei dischi, il che equivale oggi a prepararsi preventivamente delle playlist esattamente come ho fatto io. In definitiva è tutto un grande successo, un sacco di gente viene a salutarmi e sono come al solito strette di mano, abbracci, pacche sulle spalle e bacibacini, anche con il sindaco che oltretutto avevo intervistato diverse volte ai tempi di Radio Pop, accolto in pompa magna e ospite d’onore dell’evento.
Mettere la musica in strada è diverso dal farlo in qualche club o in qualche locale, devi essere molto bravo ad accontentare tutti e spaziare a 360 gradi. Da quello che vedo, tra le bariste che lanciano ululati di approvazione e un gruppo di ragazze che hanno già intasato la pista vestite solamente con bikini alla brasiliana e stivali alla moschettiera, tutto sta filando per il verso giusto. Tutto, se non fosse che a un certo punto ho incontrato una mia ex collega che mi ha fatto talmente innervosire con la sua faccia di cazzo che se non fosse stata una ragazza le avrei tirato una testata. «Ma lavori ancora alla Belle Aurore? E Ofelia è ancora al Polpetta DOC?», mi ha chiesto ridendomi in faccia. «Sì, cogliona», le ho risposto, «e non vedo che cazzo ci sia da ridere, sfigata di merda», prima di girarle le spalle e mandarla affanculo. Ultimamente, come dicevo ieri al mio psycho, sono piuttosto nervoso e parecchio suscettibile e forse è questo il motivo per cui la vista di questa troglodita mi ha irritato così tanto. Anche se a dirla tutta, se mi fermo un attimo a osservarmi dall’esterno, con le cuffie in testa, i miei shorts Anni 70 della Nike e la mia t-shirt bianca con sopra scritto DUMBO, sono olfattivamente magnifico, oltreché indiscutibilmente stiloso. E che cazzo!
La faccia più ruvida e indigesta di questo movimento era rappresentata da un manipolo di fuorilegge il cui obiettivo unico era quello di scrivere ovunque il proprio nome, esclusivamente in contesti non consentiti, quindi illegali, in modo che lo potessero leggere il maggior numero di persone possibili. Tra questi il king assoluto era Dumbo
Ed è per questo motivo che anche il giorno dopo al lavoro, dietro al banco del bar, indosso la stessa maglietta con sopra scritto DUMBO e un paio di pantaloni a righe bianche e azzurre del pigiama con dei piccoli Woodstock strafatti disegnati ovunque, portati con nonchalance sotto il grembiule blu dei miei amici OLDER che uso tutti i giorni durante i miei turni all’avamposto chic ma radicale. La tanto citata maglietta è parte di una collezione appena uscita nata da una collabo tra Ivano Atzori aka Dumbo e il marchio Iuter di cui tutti stanno parlando e che è stata presentata ufficialmente domenica scorsa in Piazza Vetra, dove tutto è cominciato, in un magniloquente evento street al cui ho avuto il piacere di partecipare essendo stato invitato da Dumbo in persona. MILANO IMPERFECTA. Per capire cosa significhi esattamente il nome di Dumbo per i ragazzi della mia generazione bisogna fare un salto indietro agli Anni 90, all’epoca della golden age dell’hip-hop italiano e più in particolare del writing milanese. Nel decennio che va dall’1987 al 1998 Milano è stata la indiscussa capitale del writing, unanimemente riconosciuta in ambito italiano come la casa dello stile, o degli stili. La faccia più ruvida e indigesta di questo movimento era rappresentata da un manipolo di fuorilegge il cui obiettivo unico era quello di scrivere ovunque il proprio nome, esclusivamente in contesti non consentiti, quindi illegali, in modo che lo potessero leggere il maggior numero di persone possibili. Tra questi il king assoluto era Dumbo, un essere mitologico, che aveva letteralmente scarabocchiato tutta la città con la sua tag e che qualche curatore, anni dopo, paragonò come importanza per l’immaginario milanese addirittura a Giorgio Armani. Il suo nome era dappertutto, ti giravi e leggevi Dumbo ovunque. In qualsiasi posto, a qualsiasi ora.
Il dj set in piazza Vetra (foto Lorenzo Villa).
Bè, il King è tornato, e me lo trovo davanti in una piccola via dietro Piazza Vetra domenica pomeriggio, appena saltato giù dalla barca a vela, corso in fretta e furia a Milano per non perdermi la presentazione della sua nuova linea di abbigliamento. «Andrea!», mi dice, prima di abbracciarmi, «sono molto contento che tu sia venuto», e così entriamo in piazza assieme, uno di fianco all’altro, mentre mi racconta com’è nata questa idea e i motivi che lo hanno spinto a scegliere Iuter come partner dell’iniziativa. «Tutto è iniziato durante il lockdown, un giorno sono uscito a pranzo con una rockstar, Ghali, che mi ha letteralmente preso a ceffoni risvegliandomi da una specie di torpore. Mi ha guardato in faccia e mi ha detto: “Ivano se non fai qualcosa ora le nuove generazioni non sapranno mai quanto sei stato importante per questa città”. Così ho iniziato a pensare a Milano Imperfecta, e ho trovato Iuter, un brand secondo me che, al pari di Margiela e Commes des Garçon, negli ultimi anni è riuscito ad entrare nel sistema in maniera eversiva con un’attitudine, come puoi immaginare, a me molto cara». «Hai visto quanta gente c’è? Sei contento?», gli ho chiesto poi, prima di salutarlo. «Sì, molto», mi ha risposto, «perché dopo la presentazione della collezione alla stampa e tutta la fatica che ho fatto, adesso, c’è la parte più importante, ovvero l’incontro con la comunità. Spero vengano un sacco di giovani, anche». Tutti tengono in mano lattine di birra con sopra scritto “Loop Vetra”, c’è odore di hashish e marijuana ovunque e sono come di consueto bacibacini, abbracci, strette di mano e pacche sulle spalle, tra art director di agenzie pubblicitarie, ex writer, musicisti seminoti, curatori di gallerie d’arte indipendenti e fotografi di fama mondiale, oltre a stuoli di ragazze ultratatuate con gonne cortissime e sneaker ultracolorate ai piedi. Come ho già scritto da qualche parte ci tenevo parecchio ad essere qui questo pomeriggio perché nonostante il tempo che passa resto molto affezionato a Ivano e a quello che ha rappresentato, come se attraverso la sua storia, in qualche modo, riuscissi ogni volta a entrare in contatto con il me ragazzo.
Ricordo come fosse ieri che provai un sentimento di svuotamento misto a incredulità, più che di gioia. La stessa sensazione che mi prende ancora oggi quando mi capita di passare davanti al Parini e alzare gli occhi verso il terrazzo dal quale telefonai a mia zia quel giorno di mezza estate del 2002
Lo stesso me ragazzo che mi torna in mente, sfogliando i giornali e leggendo i titoli dei temi della maturità, che in questi stessi giorni nell’estate del 2002 sosteneva gli esami al Civico Liceo Serale Gandhi, ospitato nelle aule del prestigioso liceo classico Giuseppe Parini di Milano. Ricordo con esattezza il momento in cui, finiti gli orali, con indosso la mia Fred Perry bordò madida di sudore, uscivo nel terrazzo del Parini affacciato su via Goito e, tremante, telefonavo a mia zia Pia dicendole: «Zia, mi hanno promosso!», concludendo così un infinito e tormentatissimo periodo della durata di otto anni di carriera liceale, durante il quale avevo collezionato quattro bocciature e avevo girato otto istituti venendo quasi sempre cacciato, tra scuole statali, private, diurne e serali. «Ti hanno promosso Frateff», mi disse il professor Bonelli, alla fine degli orali dandomi un buffetto sulla guancia, «ti hanno dato 61, perché sei bravo in italiano». E ricordo come fosse ieri che provai un sentimento di svuotamento misto a incredulità, più che di gioia. La stessa sensazione che mi prende ancora oggi ogni qual volta mi capita di passare davanti al Parini e alzare gli occhi al cielo verso il terrazzo dal quale telefonai a mia zia quel giorno di mezza estate del 2002.
Il disco pieno dell’astro caro ai poeti rischiarava la notte umida di quella notte di mezza estate nella villa sul lago di Varese di uno dei nostri compagni di classe dal quale eravamo andati tutti a festeggiare e io ancora, strafatto come di regola, non potevo credere ai miei occhi. Ricordo che il cuore batteva dispari mentre in un raro sprazzo di lucidità mi rendevo conto che se si voleva andare verso il futuro bisognava accettare che le cose cambiassero rapidamente e senza sosta. Fumammo con il compagno d’attacco Dichio un bong di una sostanza nuova fortemente allucinogena, che nessuno di noi aveva mai provato prima, la Salvia Divinorum e di colpo il mio sbalordimento si trasformò in un nuova forma psichedelica che scambiai per un viatico rivelatore per la condotta di una nuova vita. Avevo un colpo a disposizione, uno solo, per uccidere il demonio che mi rendeva la vita impossibile: andarmene! La mattina dopo presi i biglietti per Londra e qualche giorno dopo all’aeroporto abbracciai, come si fa con le fidanzate, il vecchio compagno d’attacco Dichio: avevamo sperimentato la stessa rabbia e la medesima mancanza, ma ormai quelle ombre di cuccioli doloranti erano svanite. Al loro posto c’erano due giovani di 22 anni che presto avrebbero dovuto fare le loro scelte. Nessuno dei due era stato capace di catturare il vento, ma a forza d’inseguirlo eravamo quasi diventati uomini. Io a Londra in realtà resistetti solo tre mesi. L’anno dopo partì anche il compagno d’attacco, che a Londra ci rimase per oltre un anno. Ma questa è un’altra storia. «Quella tenebra che vediamo davanti a noi ci angoscia, amico», mi disse quel giorno, mentre con la borsa da viaggio Yamaha stavo per imbarcarmi da Malpensa per Heathrow. «Spaventati come siamo rischiamo di scambiarla per la fine. Ma non è così». Poi posò sulla mia guancia un bacio leggero e mi disse: «È solo il futuro che arriva». Lo stesso futuro che mi si para davanti oggi mentre, oltre 20 anni dopo quel giorno, seduto sul ponte in tek di una barca a vela davanti a Portofino, osservo l’orizzonte con su i Ray-Ban per proteggere gli occhi dal sole, scalzo in bermuda, con indosso una t-shirt con sopra scritto a caratteri cubitali: MILANO IMPERFECTA.
Il 22 giugno 2023 migliaia di studenti in tutta Italia sono tornati sui banchi di scuola per affrontare la temuta seconda prova degli esami di Maturità, che come ogni anno differisce da indirizzo a indirizzo. Se quelli dello Scientifico si sono ritrovati davanti studi di funzione e problemi di geometria e quelli del Classico hanno dovuto tradurre una versione di Seneca, i ragazzi e le ragazze del liceo linguistico hanno avuto l’occasione di approfondire un autore non particolarmente conosciuto come Julian Barnes. Ecco di cosa parlava la traccia di inglese.
Elizabeth Finch di Julian Barnes alla Maturità del linguistico: di cosa parla il libro
L’opera scelta dal MIUR per la maturità linguistica 2023 è stata definita dal suo stesso autore come «un tributo appassionato alla filosofia, una valutazione accurata della storia, un invito a pensare a noi stessi. Si tratta di un momento per riflettere e per esplorare gentilmente le nostre teorie e convinzioni, è un balsamo per i nostri tempi».
Il libro vede al centro Elizabeth Finch, descritta non soltanto come una semplice insegnante ma anche come una pensatrice e una fonte di ispirazione per i suoi studenti. Grazie al suo lavoro, la docente riesce a condurre i suoi pupilli in un percorso di crescita personale. Il libro si sviluppa dunque a partire dalle riflessioni di Neil, un suo ex studente che rilegge i diari della docente, ricordando così la sua mente eccelsa e la sua passione per la ragione.
Chi è Julian Barnes
L’autore dell’opera, classe 1946, è ad oggi uno dei più apprezzati scrittori inglesi contemporanei. A lungo conosciuto con lo pseudonimo di Dan Kavanagh (con il quale ha scritto diversi romanzi polizieschi) è un apprezzato rappresentante del postmodernismo letterario.
Barnes, il cui ultimo libro è proprio Elizabeth Finch uscito nell’aprile del 2022, ha alle spalle un importantissimo riconoscimento: nel 2011 ha infatti vinto il prestigioso Man Booker Prize per l’opera Il senso di una fine.
Tra le tracce proposte per il saggio breve argomentativo alla prima prova degli esami di Maturità 2023 in corso in queste ore in tutta Italia c’è stato spazio anche per una riflessione su Whatsapp. La nota applicazione di messaggistica istantanea di proprietà di Meta è infatti al centro di un interessante articolo firmato dal giornalista e scrittore Marco Belpoliti.
Il testo dell’articolo di Marco Belpoliti su Whatsapp scelto per la prima prova della Maturità 2023
Il pezzo originale che gli studenti hanno dovuto commentare è stato pubblicato da Repubblica nel 2018. Nella sua riflessione, lo scrittore Belpoliti mette subito le cose in chiaro, sottolineando che il piacere dell’attesa non fa più parte della nostra vita quotidiana. L’autore esordisce così: «Non sappiamo più attendere. Tutto è diventato istantaneo, in “tempo reale”, come si è cominciato a dire da qualche anno. La parola chiave è: ‘Simultaneo’. Scrivo una email e attendo la risposta immediata. Se non arriva m’infastidisco: perché non risponde? Lo scambio epistolare in passato era il luogo del tempo differito. Le buste andavano e arrivavano a ritmi lenti. Per non dire poi dei sistemi di messaggi istantanei cui ricorriamo: WhatsApp. Botta e risposta. Eppure tutto intorno a noi sembra segnato dall’attesa: la gestazione, l’adolescenza, l’età adulta. C’è un tempo per ogni cosa, e non è mai un tempo immediato. Il libro in cui il fisico Carlo Rovelli spiega cos’è il tempo (L’ordine del tempo, Adelphi) inizia così: ‘Mi fermo e non faccio nulla. Non succede nulla. Non penso nulla. Ascolto lo scorrere del tempo. Questo è il tempo. Famigliare e intimo’. Alla fine Rovelli ci dice che per la fisica quello che non esiste è proprio il presente, la dimensione della realtà cui siamo tutti legati».
L’importanza dell’attesa per Belpoliti
Essere in grado di aspettare è un elemento fondamentale della nostra vita. Come dichiara Belpoliti nel suo pezzo: «Attendere significa rivolgere l’animo verso qualcosa. I suoi significati implicano ascolto, attenzione, applicazione, mantenere la parola data. La giornalista tedesca Andrea Köhler in L’arte dell’attesa, uscito da poco, ci ricorda come nel più grande vocabolario tedesco, il Dizionario Grimm, la locuzione “attendere qualcosa” compare solo nel XIV secolo, e per almeno quattro secoli non contiene complementi che manifestano il tormento d’attendere. Sarà il Romanticismo, e Goethe in particolare, a definire l’attesa “con desiderio”, “con impazienza” e persino “con dolore”. L’attesa d’amore comincia allora, ma è già un’altra storia, come ha spiegato Roland Barthes in Frammenti di un discorso amoroso: ‘Sono innamorato? – Sì, perché sto aspettando’».
Marco Belpoliti (Getty)
A questo punto lo scrittore inizia a sciorinare qualche citazione colta dal suo ricco bagaglio culturale, per rendere il suo discorso ancor più convincente e, al contempo, affascinante. Belpoliti aggiunge: «L’innamorato sa attendere, ne conosce la passione e il tormento, come argomenta lo scrittore francese, perché il tempo dell’attesa è un tempo soggettivo, che confina con la noia e con il tedio. Lo scrittore austriaco Alfred Polgar l’ha detto in modo icastico: ‘Quando, alle dieci e mezzo, guardai l’orologio, erano solo le nove e mezzo’. Attendere significa non solo fremere, ma anche annoiarsi e Walter Benjamin ha sottolineato come questa attesa sia piena di promesse, ovvero creativa, dal momento che la noia è “l’uccello incantato che cova l’uovo dell’esperienza’».
Una riflessione sulla società capitalista
Il discorso sull’immediatezza delle risposte su Whatsapp vira a questo punto, con un interessante parallelismo, sul collegamento che il nostro livello di impazienza ha con la società dove oggi viviamo. Belpoliti conclude così: «Chi ha oggi tempo di attendere e di sopportare la noia? Tutto e subito. È evidente che la tecnologia ha avuto un ruolo fondamentale nel ridurre i tempi d’attesa, o almeno a farci credere che sia sempre possibile farlo. Certo a partire dall’inizio del XIX secolo tutto è andato sempre più in fretta. L’efficienza compulsiva è diventato uno dei tratti della psicologia degli individui. Chi vuole aspettare o, peggio ancora, perdere tempo? Hartmut Rosa, un sociologo tedesco, ha spiegato come funziona questo processo contemporaneo in Accelerazione e alienazione (Einaudi). Rosa ritiene che il motore di tutto questo non sia tanto la tecnologia, che pure vi contribuisce, ma la competizione sociale: risparmiare tempo è uno dei modi più sicuri per partecipare alla grande competizione in corso nelle società occidentali. Sarebbe la circolazione sempre più rapida del denaro, creata dal capitalismo finanziario, a determinare l’accelerazione».
Alla nuova luna di Salvatore Quasimodo alla prima prova della Maturità 2023: il testo
Il brano in questione è una delle poesie dell’autore Nobel per la letteratura incluse nella sezione Domande e risposte della raccolta La terra impareggiabile, pubblicata nel 1958. Questa sezione in modo particolare è aperta dalla poesia scelta dal Miur per la prima prova di quest’anno ed è composta da un totale di tre poesie che raccontano del complesso rapporto fra scienza e fede, fra razionalità e Dio. Qui il testo integrale del componimento:
«In principio Dio creò il cielo
e la terra, poi nel suo giorno
esatto mise i luminari in cielo
e al settimo giorno si riposò
Dopo miliardi di anni l’uomo,
fatto a sua immagine e somiglianza,
senza mai riposare, con la sua
intelligenza laica,
senza timore, nel cielo sereno
d’una notte d’ottobre,
mise altri luminari uguali
a quelli che giravano
dalla creazione del mondo. Amen.».
Di cosa parla Alla nuova luna di Quasimodo: il significato della poesia
La nuova luna di cui si parla nella poesia rappresenta una voglia di rinnovamento, di cambiamento, lo stesso che le nuove scoperte scientifiche hanno garantito agli uomini, particolarmente nei primissimi anni del Novecento in cui Quasimodo ha vissuto e operato. Il poeta si interroga così sul significato di noi esseri umani nel mondo, visto che siamo stati in grado con le nostre scoperte “laiche”a rivoluzionare molte delle nostre certezze con il nostro impegno costante e con la nostra intelligenza.
La seconda figlia di Bud Spencer, Cristiana Pedersoli, è nata a Roma nel 1962 (oggi ha dunque 61 anni): dal padre, amatissimo attore interprete di numerosi spaghetti western all’italiana, la donna avrebbe presto assorbito la passione per l’arte, in tutte le sue forme. Ecco la sua storia e la sua biografia.
Chi è Cristiana Pedersoli, la seconda figlia di Bud Spencer
Bud Spencer ha avuto due figli: Giuseppe nato nel 1961 e Cristiana nata nel 1962. Fin da piccola, Cristiana ha vissuto in un ambiente ricco di stimoli artistici. Il nonno Peppino Amato, infatti, era un produttore cinematografico che aveva contribuito a far uscire molte importanti pellicole mentre il padre è stato per anni uno degli attori più amati e riconoscibili del panorama italiano, senza contare che il genitore era anche un apprezzato paroliere, musicista e scrittore.
Dal padre assorbirà così un particolare estro creativo che influenzerà moltissimo il suo percorso di crescita interiore ed espressiva. Proprio grazie a tutti questi stimoli, la donna si avvicinerà presto al mondo della pittura e inizierà a dipingere, senza mai fermarsi, supportata dall’amata zia.
Cristiana Pedersoli è dunque oggi un’apprezzata artista figurativa, una scrittrice e un’imprenditrice. Nel 2010 ha lanciato la sua personale linea di salvadanai, NO REGRETS, dipinti in terracotta da lei e altri artisti con i quali ha organizzato anche diverse mostre, eventi e aste di beneficenza. Nell’ultimo periodo si è occupata di realizzare la serie pittorica e scultorea Legami, composta da opere in bianco e nero e da sculture in ferro arrugginito.
Cristiana Pedersoli e Bud Spencer (Facebook)
Il libro dedicato al papà e il ricordo del genitore
Cristiana era molto legata a Bud Spencer. Proprio al genitore, tra l’altro, ha deciso di dedicare il suo primo libro, Bud. Un gigante per papà, che contiene al suo interno tantie aneddoti e ricordi inediti su Bud Spencer, oltre a molti contenuti inediti come ricette e lettere scritte di suo pugno.
In un’intervista concessa a Mangialibri, l’artista aveva così parlato del rapporto con il defunto padre: «Era concreto, è vero, con i piedi saldamente per terra, ma anche un gran sognatore con la testa per aria come quando pilotava i suoi aerei. Io non ho mai provato gelosia, solo un enorme orgoglio e tantissima stima, per quello che ha fatto, per come ha vissuto la sua vita, senza mai venire meno ai suoi grandissimi valori e ai suoi principi, senza mai trasgredire, perseguendo sempre la strada della gioia e della positività, e il pubblico lo ha capito e la sorte lo ha ripagato. Papà è il mio manuale, quando io mi innervosisco penso a lui».
Per usare un eufemismo, il cantante Povia non ha esattamente preso con filosofia l’annullamento di un suo imminente concerto previsto a luglio a Sulmona. La risposta del cantante non si è certo fatta attendere e non è stata delle più accomodanti.
Cancellato il concerto di Povia di Sulmona all’ultimo: le motivazioni
Partiamo dai fatti: il prossimo 6 luglio, fra neanche un mese, Povia si sarebbe dovuto esibire con il suo attuale tour a Sulmona, in provincia dell’Aquila. La decisione della cancellazione del live è stata a quanto pare presa dai commercianti locali, che in un primo momento avevano ingaggiato il cantante, resosi però protagonista negli ultimi tempi di dichiarazioni controverse contro la comunità LGBT e riguardo alla delicatissima emergenza Covid.
La decisione, dunque, non è stata in alcun modo presa dall’amministrazione locale, che si è però ritrovata al centro delle accuse social del cantante.
Povia risponde al Comune di Sulmona: «Mafiosi»
Con un lungo video sfogo pubblicato sul suo profilo Facebook, l’artista si è scagliato contro il sindaco e il suo team, utilizzando parole davvero molto pesanti. Nel merito della questione il cantante ha commentato: «Il Comune crede che possa succedere qualcosa per motivi di ordine pubblico e ti annulla il concerto. Io canto e non ammazzo la gente. Se l’istituzione si prende paura del nulla e si fa intimidire da quattro critiche, non solo gliela dà vinta a questi quattro beoti ma subisce quell’atteggiamento comunque mafioso perché per paura viene portato ad annullare l’evento. Se è cosi un’istituzione, parlo in generale, deve cambiare mestiere».
La risposta da parte del Comune, ad ogni modo, non ha tardato ad arrivare. L’amministrazione locale ora non esclude la possibilità di querelare l’artista. Qui sotto il comunicato ufficiale del Comune: «L’Amministrazione, in seguito alle numerose notizie apparse sulla stampa locale, intende fornire una doverosa precisazione in merito alla manifestazione prevista per i giorni 6/7/8 luglio 2023, già inserita nel Cartellone estivo presentato alla stampa lo scorso 16 Giugno».
Il Comune ha dunque specificato: «La complessiva proposta “Saldi in Corso 2023”, elaborata ed organizzata da locale Associazione di categoria del settore Commercio, prevede in una serie di eventi da ospitare in centro storico (animazione itinerante, trampolieri, mascotte, facepainting e concerto del cantante Povia); a tale iniziativa, ritenuta idonea a contribuire all’animazione dell’estate sulmonese, l’Ente ha stabilito di fornire sostegno economico a parziale copertura delle spese di realizzazione. Per quanto sopra il Comune, non avendo avuto contatti con alcuno degli artisti deputati alla realizzazione delle attività, non ha curato la loro contrattualizzazione né nello specifico ha disposto, non avendone titolo, l’annullamento dell’ingaggio del cantante Povia».
Il 19 marzo del 1955 nasceva a Napoli quello che è diventato nel corso degli anni uno dei più grandi poeti della musica italiana: stiamo parlando dell’indimenticabile Pino Daniele, interprete per eccellenza della canzone napoletana nonché apprezzatissimo chitarrista. Ecco tutto quello che c’è da sapere su di lui.
Pino Daniele: biografia e canzoni
Nato nel quartiere napoletano di Porto, in una famiglia piuttosto povera, Pino Daniele iniziò a suonare la chitarra da autodidatta, esordendo nel complesso dei New Jet e contribuendo alla fondazione del gruppo dei Batracomomachia insieme a Enzo Avitabile, Paolo Raffone, Rosario Jermano, Rino Zurzolo ed Enzo Ciervo.
Le prime esperienze musicali come musicista arriveranno per lui nei primi anni ’70, mentre il suo disco d’esordio uscirà nel 1977 (Terra mia). Nel corso della sua lunga carriera Pino Daniele avrebbe poi pubblicato un totale di 21 album in studio, 7 album dal vivo e 19 raccolte.
Pino Daniele sul palco del Festivalbar (Getty).
Le sue canzoni sono entrate nell’immaginario collettivo come delle splendide e toccanti cartoline della sua Napoli, i cui colori, suoni, profumi erano spesso al centro dei suoi brani. Celeberrime da questo punto di vista sono state per esempio Napule è, ‘O Scarrafone, ‘Na tazzulella ‘e cafè, Quando, Che male c’è, A me me piace ‘o blues, Quanno chiove e Je so’ pazzo.
Pino Daniele: moglie, figli e causa della morte
Pino Daniele ha avuto due mogli e una compagna. La prima si chiama Dorina Giangrande ed è stata in passato una sua corista: dalla relazione Daniele aveva avuto due figli, Alessandro e Cristina. Dopo il divorzio da Giangrande ha poi sposato, nel 1991, Fabiola Sciabbarrassi, dalla quale ha avuto i tre figli Sara, Sofia e Francesco. L’ultima compagna di Pino Daniele in ordine di tempo è stata infine Amanda Bonini. Affetto da problemi di cuore da tempo, Pino Daniele si è spento all’età di 60 anni dopo essere stato colpito da un infarto.
Il 19 marzo del 1955 nasceva a Napoli quello che è diventato nel corso degli anni uno dei più grandi poeti della musica italiana: stiamo parlando dell’indimenticabile Pino Daniele, interprete per eccellenza della canzone napoletana nonché apprezzatissimo chitarrista. Ecco tutto quello che c’è da sapere su di lui.
Pino Daniele: biografia e canzoni
Nato nel quartiere napoletano di Porto, in una famiglia piuttosto povera, Pino Daniele iniziò a suonare la chitarra da autodidatta, esordendo nel complesso dei New Jet e contribuendo alla fondazione del gruppo dei Batracomomachia insieme a Enzo Avitabile, Paolo Raffone, Rosario Jermano, Rino Zurzolo ed Enzo Ciervo.
Le prime esperienze musicali come musicista arriveranno per lui nei primi anni ’70, mentre il suo disco d’esordio uscirà nel 1977 (Terra mia). Nel corso della sua lunga carriera Pino Daniele avrebbe poi pubblicato un totale di 21 album in studio, 7 album dal vivo e 19 raccolte.
Pino Daniele sul palco del Festivalbar (Getty).
Le sue canzoni sono entrate nell’immaginario collettivo come delle splendide e toccanti cartoline della sua Napoli, i cui colori, suoni, profumi erano spesso al centro dei suoi brani. Celeberrime da questo punto di vista sono state per esempio Napule è, ‘O Scarrafone, ‘Na tazzulella ‘e cafè, Quando, Che male c’è, A me me piace ‘o blues, Quanno chiove e Je so’ pazzo.
Pino Daniele: moglie, figli e causa della morte
Pino Daniele ha avuto due mogli e una compagna. La prima si chiama Dorina Giangrande ed è stata in passato una sua corista: dalla relazione Daniele aveva avuto due figli, Alessandro e Cristina. Dopo il divorzio da Giangrande ha poi sposato, nel 1991, Fabiola Sciabbarrassi, dalla quale ha avuto i tre figli Sara, Sofia e Francesco. L’ultima compagna di Pino Daniele in ordine di tempo è stata infine Amanda Bonini. Affetto da problemi di cuore da tempo, Pino Daniele si è spento all’età di 60 anni dopo essere stato colpito da un infarto.
Visto da lontano, l’ingresso della Diva è parso il solito parapiglia in cui guardie del corpo, accompagnatori illustri (della politica e non) e ammiratori urlanti si mescolano in un pernicioso corpo a corpo, nella fattispecie lungo una trentina di metri, quanto dista l’ingresso principale dell’Arena di Verona dalle prime file di platea. Non a caso, la foto simbolo dell’evento nell’evento a proposito dell’inaugurazione del Festival liricon. 100 nell’anfiteatro romano di Verona è quella (pubblicata in prima pagina dal Corriere del Veneto) in cui si vede Sophia Loren per mano al figlio, accolta dal ministro Gennaro Sangiuliano, mentre sulla destra il suo sottosegretario, il veronese Gianmarco Mazzi, sta col telefonino all’orecchio come un bodyguard che parla con la centrale operativa perché gli auricolari non gli funzionano più.
Sangiuliano, Sophia Loren e Mazzi (da Raiplay).
L’ostensione della Sophia nazionale è stata il clou dello show di Rai1
L’acclamata ostensione della Loren – madrina dell’inaugurazione – è stata il clou dello show su Rai1 condotto da Milly Carlucci con cui si è aperta la lunga diretta della rappresentazione di Aida, finalmente in un nuovo allestimento per l’Arena. Indicativo il parterre dei soliti noti – al di là della massiccia presenza di alte cariche dello Stato (Mattarella aveva declinato, ma c’erano i numeri due e tre, La Russa e l’enfant du paysFontana), con ministri sufficienti per allestire una squadra di basket e sottosegretari in sorte. In platea c’erano Lino Banfi e Orietta Berti, Jerry Calà e Iva Zanicchi, Signorini e Amadeus, Morgan e Beatrice Venezi. E a colorare di trash il tutto, non mancavano le divette dei social e/o dei reality, più o meno vestite. A contornare Carlucci, un Luca Zingaretti molto compreso nel recitare la trama di quel che si sarebbero visto e sentito e un Alberto Angela che l’ha presa alla lontana, mettendosi a parlare di quel che c’era al posto dell’Arena 150 milioni di anni fa. E ciascuno pensi quel che vuole del fatto che appena ha smesso – e sembrava finalmente giunto il momento dello spettacolo – è cominciata una peraltro breve pioggerella che ha fatto incrociare le dita alla sovrintendente Cecilia Gasdia e messo tutti in allarme. In precedenza, il secondo clou dopo la Loren era stato il passaggio a bassa quota delle Frecce Tricolori, con i colori dei loro fumi rispecchiati nelle tuniche bianche rosse e verdi del coro mandato in scena a cantare l’Inno di Mameli. Almeno in quel momento, è cessata la musica di contorno dagli altoparlanti. Prima, riconosciuta quella di Morricone da Nuovo Cinema Paradiso per l’ingresso dell’attrice che farà 89 anni a settembre e che notoriamente nel film di Tornatore non c’è, ma il titolo è suggestivo. Non riconosciuta – il cronista ne fa ammenda – quella che ha accompagnato, si fa per dire, il rombo delle Frecce.
Ignazio La Russa all’Arena (da Raiplay).
Le istruzioni per gli invitati hanno trasformato l’Arena in uno studio tv
Fuori categoria il volantino consegnato all’ingresso al pubblico, intitolato Amare l’Arena, destinato “a tutti gli invitati dell’Arena” e firmato “Noi della Fondazione Arena”. Vi si leggevano dettagliate istruzioni di comportamento durante la sfilata della Loren, a partire dalla prescrizione di alzarsi in piedi ma senza fare rumore con le sedie. E frasi come questa: «È importante sostenere lo spettacolo con applausi nei momenti appropriati fino alla fine e anche un po’ oltre. Sarete sempre sotto l’occhio di venti telecamere (di cui tre aeree) pensate per enfatizzare la vostra partecipazione […] Verona e la mondovisione hanno bisogno del vostro calore, dei vostri applausi, delle vostre standing ovation da mostrare al pubblico internazionale». Istruzioni di rara goffaggine per trasformare l’Arena in un immenso studio televisivo a cielo aperto, cosa alla quale del resto è assomigliata moltissimo fino a quando non è cominciata la musica, quella per cui si era lì. Solo un passo prima di fare apparire la scritta “Applausi” sugli schermi led posizionati in alto ai lati del palcoscenico. Ma alla prossima diretta tv probabilmente ci sarà qualcuno che ci penserà.
Il volantino con le istruzioni distribuito prima dell’Aida.
Un’esecuzione di media qualità con i divi Netrebko-Eyvazov poco efficaci
Quanto al risultato di tutto questo circo televisivo costruito intorno alla povera Aida, i dati Auditel avranno raffreddato qualche entusiasmo preventivo. Spettatori 1 milione 798 mila, oltre 200 mila in meno di quelli che hanno seguito la semifinale dell’Isola dei famosi su Canale 5, programma con il quale lo show areniano (Verdi escluso, beninteso) era in diretta concorrenza. Molto meno della media delle inaugurazioni di stagione in diretta dalla Scala, che viaggiano sopra i 2 milioni. E che a parte qualche chiacchiera fastidiosa, mai finora hanno ceduto a queste forme di spettacolarizzazione. Forse è vero che la classe non è acqua, anche se le idee sono quel che sono. Sullo spettacolo che è seguito, bastano poche parole: scenicamente ambizioso nel suo simbolismo astratto, ma irrisolto e poco verdiano nella sua costruzione per immagini che prescinde dalla drammaturgia musicale; musicalmente di media qualità, con un’evidente miglioramento nel corso dell’esecuzione; vocalmente altrettanto, con i divi Netrebko-Eyvazov (Aida e Radames) apprezzabili nella linea di canto, molto meno nell’efficacia attoriale, impietosamente messa in risalto da una regia televisiva troppo prodiga di primo-piano. A conti fatti, la notizia consiste nella rinuncia, da parte di Netrebko e Fondazione Arena, del trucco smaccatamente e volgarmente “black-face” che la scorsa estate aveva scatenato polemiche internazionali. Una correzione di rotta, peraltro mai annunciata. Ma ammettere gli errori è sempre complicato.
Anna Netrebko in Aida (dal profilo Instragram di Netrebko).
Visto da lontano, l’ingresso della Diva è parso il solito parapiglia in cui guardie del corpo, accompagnatori illustri (della politica e non) e ammiratori urlanti si mescolano in un pernicioso corpo a corpo, nella fattispecie lungo una trentina di metri, quanto dista l’ingresso principale dell’Arena di Verona dalle prime file di platea. Non a caso, la foto simbolo dell’evento nell’evento a proposito dell’inaugurazione del Festival liricon. 100 nell’anfiteatro romano di Verona è quella (pubblicata in prima pagina dal Corriere del Veneto) in cui si vede Sophia Loren per mano al figlio, accolta dal ministro Gennaro Sangiuliano, mentre sulla destra il suo sottosegretario, il veronese Gianmarco Mazzi, sta col telefonino all’orecchio come un bodyguard che parla con la centrale operativa perché gli auricolari non gli funzionano più.
Sangiuliano, Sophia Loren e Mazzi (da Raiplay).
L’ostensione della Sophia nazionale è stata il clou dello show di Rai1
L’acclamata ostensione della Loren – madrina dell’inaugurazione – è stata il clou dello show su Rai1 condotto da Milly Carlucci con cui si è aperta la lunga diretta della rappresentazione di Aida, finalmente in un nuovo allestimento per l’Arena. Indicativo il parterre dei soliti noti – al di là della massiccia presenza di alte cariche dello Stato (Mattarella aveva declinato, ma c’erano i numeri due e tre, La Russa e l’enfant du paysFontana), con ministri sufficienti per allestire una squadra di basket e sottosegretari in sorte. In platea c’erano Lino Banfi e Orietta Berti, Jerry Calà e Iva Zanicchi, Signorini e Amadeus, Morgan e Beatrice Venezi. E a colorare di trash il tutto, non mancavano le divette dei social e/o dei reality, più o meno vestite. A contornare Carlucci, un Luca Zingaretti molto compreso nel recitare la trama di quel che si sarebbero visto e sentito e un Alberto Angela che l’ha presa alla lontana, mettendosi a parlare di quel che c’era al posto dell’Arena 150 milioni di anni fa. E ciascuno pensi quel che vuole del fatto che appena ha smesso – e sembrava finalmente giunto il momento dello spettacolo – è cominciata una peraltro breve pioggerella che ha fatto incrociare le dita alla sovrintendente Cecilia Gasdia e messo tutti in allarme. In precedenza, il secondo clou dopo la Loren era stato il passaggio a bassa quota delle Frecce Tricolori, con i colori dei loro fumi rispecchiati nelle tuniche bianche rosse e verdi del coro mandato in scena a cantare l’Inno di Mameli. Almeno in quel momento, è cessata la musica di contorno dagli altoparlanti. Prima, riconosciuta quella di Morricone da Nuovo Cinema Paradiso per l’ingresso dell’attrice che farà 89 anni a settembre e che notoriamente nel film di Tornatore non c’è, ma il titolo è suggestivo. Non riconosciuta – il cronista ne fa ammenda – quella che ha accompagnato, si fa per dire, il rombo delle Frecce.
Ignazio La Russa all’Arena (da Raiplay).
Le istruzioni per gli invitati hanno trasformato l’Arena in uno studio tv
Fuori categoria il volantino consegnato all’ingresso al pubblico, intitolato Amare l’Arena, destinato “a tutti gli invitati dell’Arena” e firmato “Noi della Fondazione Arena”. Vi si leggevano dettagliate istruzioni di comportamento durante la sfilata della Loren, a partire dalla prescrizione di alzarsi in piedi ma senza fare rumore con le sedie. E frasi come questa: «È importante sostenere lo spettacolo con applausi nei momenti appropriati fino alla fine e anche un po’ oltre. Sarete sempre sotto l’occhio di venti telecamere (di cui tre aeree) pensate per enfatizzare la vostra partecipazione […] Verona e la mondovisione hanno bisogno del vostro calore, dei vostri applausi, delle vostre standing ovation da mostrare al pubblico internazionale». Istruzioni di rara goffaggine per trasformare l’Arena in un immenso studio televisivo a cielo aperto, cosa alla quale del resto è assomigliata moltissimo fino a quando non è cominciata la musica, quella per cui si era lì. Solo un passo prima di fare apparire la scritta “Applausi” sugli schermi led posizionati in alto ai lati del palcoscenico. Ma alla prossima diretta tv probabilmente ci sarà qualcuno che ci penserà.
Il volantino con le istruzioni distribuito prima dell’Aida.
Un’esecuzione di media qualità con i divi Netrebko-Eyvazov poco efficaci
Quanto al risultato di tutto questo circo televisivo costruito intorno alla povera Aida, i dati Auditel avranno raffreddato qualche entusiasmo preventivo. Spettatori 1 milione 798 mila, oltre 200 mila in meno di quelli che hanno seguito la semifinale dell’Isola dei famosi su Canale 5, programma con il quale lo show areniano (Verdi escluso, beninteso) era in diretta concorrenza. Molto meno della media delle inaugurazioni di stagione in diretta dalla Scala, che viaggiano sopra i 2 milioni. E che a parte qualche chiacchiera fastidiosa, mai finora hanno ceduto a queste forme di spettacolarizzazione. Forse è vero che la classe non è acqua, anche se le idee sono quel che sono. Sullo spettacolo che è seguito, bastano poche parole: scenicamente ambizioso nel suo simbolismo astratto, ma irrisolto e poco verdiano nella sua costruzione per immagini che prescinde dalla drammaturgia musicale; musicalmente di media qualità, con un’evidente miglioramento nel corso dell’esecuzione; vocalmente altrettanto, con i divi Netrebko-Eyvazov (Aida e Radames) apprezzabili nella linea di canto, molto meno nell’efficacia attoriale, impietosamente messa in risalto da una regia televisiva troppo prodiga di primo-piano. A conti fatti, la notizia consiste nella rinuncia, da parte di Netrebko e Fondazione Arena, del trucco smaccatamente e volgarmente “black-face” che la scorsa estate aveva scatenato polemiche internazionali. Una correzione di rotta, peraltro mai annunciata. Ma ammettere gli errori è sempre complicato.
Anna Netrebko in Aida (dal profilo Instragram di Netrebko).
«Il giornalismo è letteratura», ha detto Emmanuel Carrère alla presentazione milanese del suo ultimo libro V13 edito da Adelphi. V13 è il nome dato al processo degli attentati del 13 novembre 2015 che sconvolsero Parigi e il mondo intero (130 le vittime, oltre 350 i feriti) che lo scrittore francese ha seguito quasi quotidianamente, per 10 mesi, per Le Nouvel Observateur. Quattordici imputati, 1.800 parti civili, 350 avvocati. Da settembre 2021 a giugno 2022, Carrère ha seguito questo processo fiume seduto su una panca scomoda in un imponente palazzo nel cuore di Parigi, prendendo appunti su un taccuino appoggiato alle ginocchia. Vittime, imputati e corte sono i tre blocchi in cui è diviso il libro che, pagina dopo pagina, si trasforma in un viaggio senza ritorno fatto di orrore, violenza e atrocità. Un lavoro che si differenzia da altri di questo genere anche perché per la prima volta la luce più che sugli assassini è puntata sulle vittime, sui loro familiari e sui sopravvissuti. Un po’ perché gli assassini sono tutti morti e un po’ perché, come ha spiegato lo scrittore, gli imputati del V23 «erano poco interessanti e sostanzialmente un gruppo di idioti».
Emmanuel Carrère e V13.
L’Avversario e il processo Romand
In V13 la cronaca, in questo caso giudiziaria, diventa letteratura. Lo stesso Carrère non è nuovo a questo genere di operazione. Ne L’Avversario, pubblicato nel 2000, raccontò il processo a carico di Jean-Claude Romand che nel gennaio del 1993 tentò di suicidarsi dopo aver sterminato moglie, figli e genitori. Le indagini dimostrarono in poco tempo che per quasi 20 anni Romand aveva mentito, facendo credere alla sua famiglia e ai conoscenti di essere medico mentre in realtà aveva lasciato l’università al secondo anno, non aveva un lavoro e trascorreva le giornate vagando per strade, parcheggi e bar a caso. Romand non era un semplice bugiardo, ma un soggetto affetto da mitomania, «una forma di squilibrio psichico caratterizzato da false affermazioni in cui l’autore stesso crede»; patologia che lo aveva trascinato in una spirale di follia. Implacabile riflessione sull’essere e sull’apparire, L’avversario mette il lettore di fronte al proprio lato oscuro, alle proprie piccole mitomanie e menzogne, in uno straziante gioco di specchi. Così una notizia locale di nera acquisisce una dimensione universale.
. L’Avversario di Emmanuel Carrère.
Capote capostipite del genere con A sangue freddo
Per quanto anche Dostoevskij fosse partito da una notizia di cronaca per Delitto e castigo, ispirandosi alla storia del moscovita Gerasim Chistov che nel gennaio 1865 uccise con un’ascia due anziane, il capostipite di questo genere ibrido – il non fiction-novel– è universalmente riconosciuto essere A sangue freddo di Truman Capote. La vicenda da cui parte lo scrittore statunitense è quella di due assassini che sterminarono una tranquilla famiglia della provincia americana. Capote lesse questa notizia sulla cronaca locale, si fece mandare dal New Yorker come inviato e passò circa sei anni nella scrittura di questo reportage narrativo che, contro tutti i pronostici, fu unanimemente considerato il suo capolavoro. «Molti ritennero che fossi pazzo a sprecare sei anni vagando per le pianure del Kansas; altri respinsero la mia idea del romanzo-verità dichiarandola indegna di uno scrittore ‘serio’; Norman Mailer la definì un ‘fallimento dell’immaginazione’, intendendo, presumo, che un romanziere dovrebbe scrivere cose immaginarie e non cose reali»,raccontò lo stesso Capote.
Il delitto Varani indagato da Nicola Lagioia ne La città dei vivi
Un lavoro simile è stato fatto superbamente anche da Nicola Lagioia nel suo La città dei viviall’interno del quale viene narrata, alla Capote, l’agghiacciante delitto Varani. In un anonimo appartamento del quartiere Collatino, periferia romana, due ragazzi di buona famiglia, Manuel Foffo e Marco Prato, nel corso di un festino a base di sesso, alcol e droga uccisero dopo averlo seviziato per ore il coetaneo Luca Varani. «Ho trascorso quattro anni in giro per Roma a raccogliere materiale e documenti, ma soprattutto a incontrare gente, a fare domande, ho incontrato gestori di locali, piccoli commercianti, travestiti, spacciatori, senatori, carabinieri, baristi, dentisti, disoccupati, prostituti, educatori, avvocati, magistrati, agenti immobiliari, assicuratori, carrozzieri, ristoratori…», ha raccontato Lagioia, quasi ossessionato da come due ragazzi avessero deciso di rovinarsi completamente la vita senza alcun motivo. Il romanzo si apre con il sangue che cola in una biglietteria del Colosseo. Un inizio da film horror all’interno del quale non c’è nulla di inventato, nemmeno il perenne clima da indulgenza che aleggiava nella Capitale: «Il fatto è che a Roma ognuno fa come cazzo gli pare, pensai. I tifosi del Feyenoord entravano ubriachi nella fontana di Trevi e prendevano a bottigliate la Barcaccia del Bernini, a Villa Borghese i vandali decapitavano le statue dei poeti, grandi buste di immondizia volavano da un palazzo all’altro, tutti pisciavano ovunque, un’indulgenza plenaria era nell’aria, e io stesso, che in un’altra città mi sarei fatto scoppiare la vescica, mi ero trovato più di una volta a inumidire le Mura Mura Serviane».