Meloni occhio, c’è la Corte dei Conti contro il governo: le pillole del giorno

È una di quelle conferenze stampa pre-natalizie capaci di far traballare anche la maggioranza più stabile: nella giornata di lunedì è in programma a Roma un singolare incontro con la stampa, organizzato dall’Associazione Magistrati della Corte dei Conti, convocato per evidenziare le criticità del ddl Funzioni della Corte dei Conti (o riforma Foti), già approvato dalla Camera e atteso al voto del Senato il 27 dicembre. La riforma, voluta fortemente dal governo di destra-centro, prevede – tra le altre cose – che per il controllo preventivo di legittimità su appalti, grandi opere, programmi di spesa i magistrati contabili abbiano appena 30 giorni. Se il parere non arriva puntuale, scatta il silenzio-assenso e di conseguenza l’esenzione dalla colpa grave e dal danno erariale.

Già il luogo scelto, nel centro storico della Capitale, dovrebbe preoccupare la presidente del Consiglio Giorgia Meloni: si tratta della sala del Camino dell’istituto intitolato a don Luigi Sturzo, in via delle Coppelle, un posto frequentatissimo dall’ex numero uno dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini, dove si svolgono incontri e dibattiti sul futuro dei democristiani nella politica italiana, la sede nella quale il presidente emerito della Corte Costituzionale Cesare Mirabelli ha presentato il progetto di una “Camaldoli europea”, e molto altro ancora. Insomma, «meditate, gente, meditate». Che poi il ruolo dell’Associazione Magistrati della Corte dei Conti, costituita il 17 febbraio 1949, è molto ampio: ha lo scopo di tutelare l’esercizio della funzione dei magistrati contabili e i loro interessi morali ed economici, e «di assicurare il contributo dell’esperienza degli associati nell’elaborazione delle riforme legislative inerenti all’ordinamento e alle funzioni dell’istituto», oltre che «di promuovere l’attuazione di un ordinamento che realizzi l’indipendenza e l’autonomia della magistratura della Corte dei Conti in conformità alla Costituzione e alle esigenze di un regime democratico». Curiosità: l’associazione ha stipulato una serie di convenzioni, tra le quali spicca quella con Italo treni, che prevede sconti del 30 per cento per i magistrati viaggiatori, mentre non sembra esserci traccia di accordi con le Ferrovie dello Stato… 

Meloni occhio, c’è la Corte dei Conti contro il governo: le pillole del giorno
La sede della Corte dei Conti a Roma (Imagoeconomica).

Dopo Askatasuna, Askatafascio?

La battaglia per Askatasuna non è finita, su entrambi i fronti: la palazzina torinese è blindata, il centro sociale non la vuole dare vinta al governo, il Viminale punta alla «sicurezza». Già, ma dopo a chi toccherà? L’obiettivo è su Roma, con lo SpinTime, in via Santa Croce in Gerusalemme, centro già aiutato da Papa Francesco che incaricò l’Elemosiniere Konrad Krajewski di riallacciare la corrente staccata per morosità, e CasaPound all’Esquilino. «Dopo Askatasuna, Askatafascio?», si commenta nella Capitale…

Meloni occhio, c’è la Corte dei Conti contro il governo: le pillole del giorno
La sede di CasaPound all’Esquilino (Imagoeconomica).

Cacciari alla presentazione del libro di Irti

Natalino Irti è un gigante del diritto, giurista finissimo, accademico dei Lincei, già presidente del Credito Italiano, vicepresidente di Enel, e molto altro ancora: classe 1936, il 22 gennaio del prossimo anno presenterà il suo nuovo libro Sguardi nel sottosuolo. Dove? Proprio nella sede dell’Accademia Nazionale dei Lincei, a Roma, con il filosofo Massimo Cacciari. Ma cosa intende Irti per sottosuolo? «Il sostrato, in cui l’individuo, sciolto dai vincoli funzionali degli apparati tecnici e produttivi, prova a costruire o scoprire la propria identità. Donde un oscuro agitarsi di istinti e desideri, di ambiguità e smarrimenti. Dove trovare il mito o la fede, che rivelino noi a noi stessi e pure ci stringano agli altri? Come percorrere le strade buie e impervie del sottosuolo? E qui il diritto ‘privato’ riprende il suo carattere privato, e si porge come difesa e riparo. Un diritto, che appare diviso dalle leggi economiche e finanziarie del soprassuolo, e non obbedisce ad alcuna legge di coerente razionalità. Ne discendono corollarî decisivi intorno alla funzione del diritto, alla sua crisi, all’eredità, accolta o rifiutata, di concetti che un tempo ci parvero indispensabili. Questo libro, alle illusioni consolatorie, preferisce la sobria nudità della diagnosi».

Meloni occhio, c’è la Corte dei Conti contro il governo: le pillole del giorno
Natalino Irti (Imagoeconomica).

Oltre a Cacciari saranno presenti Roberto Antonelli, presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei, monsignor Riccardo Battocchio, vescovo di Vittorio Veneto, il linceo Luigi Capogrossi Colognesi. E tanti vecchi amici di Irti, a cominciare dai suoi concittadini dell’abruzzese Avezzano. Uno tra tutti, Gianni Letta.

Meloni occhio, c’è la Corte dei Conti contro il governo: le pillole del giorno
Massimo Cacciari (Imagoeconomica).

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Forza Italia a un bivio: o si cambia davvero o via il simbolo

Mal gliene incolse. Dopo che Antonio Tajani ha annunciato di volersi ricandidare alla guida di Forza Italia, i Berlusconi (nel senso di Marina e Pier Silvio) già provati dalla vicenda Signorini-Corona, non l’hanno presa bene. Il vicepremier nonché titolare della Farnesina si è candidato alla riconferma come se quello azzurro fosse un partito normale. Invece è una proprietà della famiglia di Arcore da rimettere in ordine. E il tempo della gestione notarile è finito.

Forza Italia a un bivio: o si cambia davvero o via il simbolo
Paolo Barelli e Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Nei conciliaboli si fa strada il nome di Deborah Bergamini

L’irritazione è netta: il cambio lo vogliono non per sfizio, ma per necessità. E non passa dall’usato sicuro. Nei conciliaboli interni, mentre tutti puntano gli occhi su Roberto Occhiuto e il suo movimentismo, dietro le quinte si fa strada il nome di Deborah Bergamini, decana del partito. Una dirigente che conosce il berlusconismo come pochi, visto che fu proprio il Cavaliere, nell’ormai lontano 1999, a sceglierla come consulente alla comunicazione prima di dirottarla alla Rai in posizioni di vertice.

Forza Italia a un bivio: o si cambia davvero o via il simbolo
Deborah Bergamini (Imagoeconomica).

L’aut aut degli eredi del Cav

Ma sul toto nomi per il dopo Tajani il rumore di fondo del caso Corona sta pesando. La real casa del Biscione sospetta che dietro gli attacchi e il loro perfetto tempismo ci sia la manina di qualcuno che teme la discesa in campo della famiglia o, peggio, un vero rinnovamento di Forza Italia. Quindi bisogna fare presto a giubilare Tajani per poi voltare pagina. Il dopo, per i Berlusconi, è già delineato. Non solo nei nuovi dirigenti, ma forse anche nuovi simboli, visto che sono pronti a togliere nome e marchio dal logo che porta ancora la dicitura “Berlusconi presidente”, e con esso liberarsi dei 90 milioni di fideiussioni. Il messaggio degli eredi di Silvio è perentorio: o il partito cambia davvero, o smette di chiamarsi Forza Italia.

Perché lo chef Locatelli ha così voglia di tornare in Italia?

Dopo decenni passati tra Londra, Bahamas e Cipro, il (Master)chef stellato Giorgio Locatelli ha confessato ancora la sua intenzione di rientrare a casa, in Italia. «È lì che voglio tornare, mia moglie adora il calore della gente e la vita meno frenetica. Voglio aprire un progetto tutto mio», magari al Sud, ha detto al Sole 24 Ore.

Perché lo chef Locatelli ha così voglia di tornare in Italia?
Giorgio Locatelli (dal sito di Locatelli National Gallery).

Secondo i maligni, però, i veri i motivi del ritorno sarebbero un po’ meno nobili: gli affari di Locatelli sembrano non brillare più. Per anni, Locanda Locatelli – chiusa a fine 2024 – è stato il migliore ristorante italiano nella capitale britannica. Vi si attovagliavano celebrità e vip: dall’allora Principe Carlo, cliente abituale, al cantante dei Coldplay Chris Martin, fino a Madonna. Negli ultimi anni, però, la fama del ristorante si era appannata. Almeno per gli esigentissimi palati italici che in qualche occasione – come la cena organizzata da Trenitalia per la stampa per il lancio di Avanti West Coast nel 2019 – ebbero da ridire sulla proposta culinaria dello chef. Ma si sa, noi italiani siamo difficili in materia di cibo. Fatto sta che lo scorso Capodanno, la Locanda chiuse i battenti per gli insostenibili costi di gestione. Il contratto di locazione, come raccontò Locatelli, era in scadenza e non venne trovato un accordo per il rinnovo. «La richiesta di affitto era troppo alta. E non ho cercato altrove perché le locazioni sono troppo care in centro città», ricordò in un’intervista al Corriere dello scorso marzo. A proposito, l’asta dei vini del ristorante – 400 bottiglie – ha fruttato recentemente intorno alle 500 mila sterline. Locatelli, che è pure accademico della Royal Academy of Culinary Art e segue una scuola a Camden Town, non si è dato per vinto, e ha aperto un ristorante definito easy chic all’interno della National Gallery dove propone una cucina popolare, a prezzi accessibili, e alla cui inaugurazione hanno partecipato sia l’affezionato Carlo sia la regina Camilla.

Diciamolo, un museo non è esattamente il luogo più adatto a uno chef stellato. Con l’inizio della nuova stagione di MasterChef, Locatelli ha rilanciato così l’idea di tornare alle sue radici. «Tutto quello che ho imparato nel mondo, dalla disciplina londinese al caos delle Bahamas, dalla multiculturalità di Cipro alla storia della National Gallery, vorrei riportarlo lì», in Italia, ha raccontato sempre al Sole. «Non per tornare indietro, ma per tornare avanti. Perché la cucina italiana vive quando rinasce».

Perché lo chef Locatelli ha così voglia di tornare in Italia?
Giorgio Locatelli, Antonino Cannavacciuolo e Bruno Barbieri al photocall di MasterChef (ANsa).

Vedremo se il progetto prenderà corpo. Nel frattempo, dimenticandosi un istante delle radici, Locatelli ha prestato volto e nome ai cugini francesi per lo spot del Brie Président, brand di punta del gruppo Lactalis. Come on, o meglio Allez, vas-y.


Il vernissage surreale della metro romana tra guasti, politici influencer e fotografi nel recinto

Una mattinata indimenticabile, quella passata negli inferi romani per festeggiare la nascita di due stazioni della metropolitana. In compagnia del patron di Webuild Pietro Salini e dei ministri Matteo Salvini (Trasporti) e Alessandro Giuli (Cultura), più ovviamente il primo cittadino della Capitale. Certo, quando poi risali al “mondo di sopra” grazie al cosiddetto “oculus” guardi la maestosità del Colosseo e tutto acquisisce un senso, anche se ti stai ancora girando intorno per difenderti dai borseggiatori.

Il vernissage surreale della metro romana tra guasti, politici influencer e fotografi nel recinto
Il vernissage surreale della metro romana tra guasti, politici influencer e fotografi nel recinto
Il vernissage surreale della metro romana tra guasti, politici influencer e fotografi nel recinto
Il vernissage surreale della metro romana tra guasti, politici influencer e fotografi nel recinto
Il vernissage surreale della metro romana tra guasti, politici influencer e fotografi nel recinto
Il vernissage surreale della metro romana tra guasti, politici influencer e fotografi nel recinto
Il vernissage surreale della metro romana tra guasti, politici influencer e fotografi nel recinto
Il vernissage surreale della metro romana tra guasti, politici influencer e fotografi nel recinto
Il vernissage surreale della metro romana tra guasti, politici influencer e fotografi nel recinto
Il vernissage surreale della metro romana tra guasti, politici influencer e fotografi nel recinto
Il vernissage surreale della metro romana tra guasti, politici influencer e fotografi nel recinto
Il vernissage surreale della metro romana tra guasti, politici influencer e fotografi nel recinto
Il vernissage surreale della metro romana tra guasti, politici influencer e fotografi nel recinto
Il vernissage surreale della metro romana tra guasti, politici influencer e fotografi nel recinto
Il vernissage surreale della metro romana tra guasti, politici influencer e fotografi nel recinto

Roberto Gualtieri la spara grossa e dice che «verranno 200 milioni di turisti per vedere le nuove stazioni della metro». Vedremo. Fatto sta che il “vernissage” ha regalato momenti di rara ilarità: si comincia con la classica ressa dei fotografi, chiusi in un recinto, manco fossero belve feroci da portare nel vicino Colosseo. Immancabile il sindaco influencer, che con i suoi video sui social sbanca e spacca. E qualcuno sotto l’ultimo post commenta: «C’avemo fatta», qualcun altro invece chiede un «murales sul capitano» (Totti, non Salvini) per abbellire archeologicamente ancora di più l’ambiente. Intanto i giornalisti girano liberamente in tutti gli spazi possibili, intenti a fotografare qualsiasi cosa con il cellulare.

Chi si lamenta di più è il re dei fotografi della Capitale, l’88enne Umberto Pizzi. E così Luigi Coldagelli, braccio destro di Gualtieri, lo estrae dalla massa conducendolo fuori dalla “gabbia”. Inevitabili le proteste di quelli che restano confinati. C’è poi chi si accorge che sotto sotto, al livello dei treni della metropolitana, i telefonini non funzionano, alla faccia della campagna che spopola per il wi-fi nell’underground.

I giornalisti volevano il ministro Salvini per torchiarlo sulle grandi opere

Quindi arriva il turno delle interviste, giustamente suddivise per “competenze” (si fa per dire), con divertenti siparietti causati dalla somiglianza dei cognomi Salini e Salvini: i giornalisti volevano il ministro per torchiarlo sulle grandi opere, a cominciare dal Ponte sullo Stretto di Messina, e l’ufficio stampa di Webuild portava il costruttore. La povera addetta con la faccia allibita e gli occhioni sgranati, davanti alle proteste, aveva l’espressione di chi chiede «ma come, non volevate lui?».

Non potevano mancare i guasti alle scale mobili e agli ascensori

Il tempo passa, e pure le tecnologie si stancano a Roma, dopo aver lavorato un po’. Il primo segnale? I guasti alle scale mobili e agli ascensori. «Capirai, dopo aver portato ministri e vari vip, si sono stufate», dice un addetto alla stazione. Qualcuno ipotizza l’esistenza di un “ascensore blu”, come le auto blu del potere, anche se non sono più blu ma canna di fucile o “grigio Milano”. Comunque, per le riprese televisive funzionavano, e tutto sommato è questo che conta, no?

Alla fine si sono esibiti tre pesi massimi della politica, e ognuno di un partito diverso: Gualtieri del Partito democratico, Salvini della Lega e Giuli di Fratelli d’Italia. Ce n’è per tutti, e quando bisogna tagliare nastri nessuno si tira indietro, figuriamoci. Mancavano solo i pentastellati alla festa romana. Il più democristiano di tutti? Il costruttore Salini.

I cantieri puntano alle prossime mete, destinazione piazzale Clodio…

A dire il vero le stazioni da inaugurare erano due, ma a qualcuno la cosa potrebbe essere sfuggita: Porta Metronia non doveva finire nel dimenticatoio, pur essendo certamente meno nota di quella Colosseo/Fori Imperiali. E poi c’è il futuro, che non è formato solo da archeostazioni. Già, perché i cantieri devono puntare verso le prossime mete, con destinazione piazzale Clodio. Sì, proprio dove c’è la città giudiziaria che attira ogni giorno decine di migliaia di persone tra innocenti e colpevoli, clienti e avvocati, magistrati e cancellieri. Il luogo dove fatalmente finiscono tanti appalti e gare della pubblica amministrazione…

La sfida di Calta al Medagliere del Museo nazionale romano: le pillole del giorno

Finalmente riapre il Medagliere, nel Museo nazionale romano, a Palazzo Massimo. Un’ottima notizia per l’ingegner Francesco Gaetano Caltagirone, un cultore delle monete dell’antica Roma, che anni fa spendeva molto tempo per ammirare le collezioni blindate dell’istituzione statale in quello che veniva chiamato “monetiere”, per accertarsi di quante monete antiche mancavano nella sua personale bacheca. Una raccolta, quella di Calta, che secondo numerosi esperti «vale più di quella museale». Che poi il merito di aver creato la collezione, oggi in mano allo Stato italiano, è del savoiardo Vittorio Emanuele III, ossia “il re numismatico”, protagonista assoluto degli studi sulle monete, autore del catalogo Corpus Nummorum Italicorum. La sua collezione contava 103.846 monete nell’anno 1940.

La sfida di Calta al Medagliere del Museo nazionale romano: le pillole del giorno
Dal sito del Museo nazionale romano.

Lollo ha un concorrente “ai piani alti” sul food: il papa

A Lollo piace vincere facile. Il successo della cucina italiana non si scopre certo oggi, ma ora che è diventata ufficialmente patrimonio immateriale Unesco, qualsiasi cosa significhi (spoiler: è solo una nostra illusione anche un po’ infantile) il ministro dell’Agricoltura e della sovranità alimentare prova a raccoglierne i frutti. Occhio però, ora ha un concorrente: nientepopodimeno che papa Leone XIV. Già, perché con Prevost a capo della chiesa cattolica mondiale, il Perù, terra nella quale ha svolto per anni il suo mandato pastorale, è diventata la «miglior destinazione culinaria del mondo» (nel 2024 era già stata premiata, ma solo come numero uno dell’America Latina), grazie a un piatto-simbolo come il ceviche. Vuoi vedere che, come suggerisce qualcuno, «quel signore vestito di bianco nel mondo è più ascoltato di Lollo»…

La sfida di Calta al Medagliere del Museo nazionale romano: le pillole del giorno
Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura e della sovranità alimentare (foto Imagoeconomica).

Carelli alla festa dell’ex editore de L’Espresso

Grande festa per Forbes Italia nella serata di martedì 16 dicembre a Roma, nelle sale di Palazzo Brancaccio. A guidare l’evento, con tanto di premiazioni di imprenditori, il direttore Alessandro Rossi con l’editore Danilo Iervolino. È apparsa curiosa la presenza all’evento del direttore de L’Espresso Emilio Carelli: perché Rossi era stato a capo del settimanale quando il proprietario era Iervolino, mentre Carelli è arrivato con il successivo editore, Donato Ammaturo. Tra l’altro, leggendo l’editoriale di Rossi, viene citata la mega sede milanese voluta da Iervolino per Forbes, in piazza Diaz, e molti hanno pensato agli uffici sontuosi di via del Corso ai tempi di Rossi, mentre ora Carelli & Co. si trovano in un edificio brutalista sulla via Ostiense. Tra i partecipanti alla serata, da sottolineare, alcune firme che scrivevano su L’Espresso di Rossi e poi «tagliate in malo modo», come sussurra qualcuno, dai successori, tipo il potentissimo Massimiliano Atelli, capo di gabinetto del ministro dello Sport Andrea Abodi. Tutta gente che ha la memoria lunga e attende sulla riva del fiume…

La sfida di Calta al Medagliere del Museo nazionale romano: le pillole del giorno
La sfida di Calta al Medagliere del Museo nazionale romano: le pillole del giorno
La sfida di Calta al Medagliere del Museo nazionale romano: le pillole del giorno
La sfida di Calta al Medagliere del Museo nazionale romano: le pillole del giorno
La sfida di Calta al Medagliere del Museo nazionale romano: le pillole del giorno

Garante Privacy, il M5s torna a chiedere le dimissioni

No, non è finita la storiaccia della condanna a Report per il caso Sangiuliano: il capogruppo del Movimento 5 stelle in commissione di vigilanza Rai, Dario Carotenuto, è tornato a chiedere il passo indietro di Pasquale Stanzione e del collegio del Garante della Privacy: «Nel silenzio assordante che sta calando sulla vicenda, mentre ribadiamo senza giri di parole la richiesta di dimissioni per l’intero collegio, arriva un nuovo sonoro schiaffo in faccia all’Autorità. Il tribunale assolve Report per una puntata del 2020 e smonta pezzo per pezzo l’impostazione del Garante, giudicata infondata. Non solo: il Garante viene pure condannato a pagare le spese legali. Per fortuna ci sono i tribunali, ma in generale il fatto che il giornalismo di inchiesta possa essere soffocato da un’autorità politicizzata deve avere termine. E comunque: quanto dobbiamo ancora aspettare perché Agostino Ghiglia e compagni mollino la poltrona?».

La sfida di Calta al Medagliere del Museo nazionale romano: le pillole del giorno
La sfida di Calta al Medagliere del Museo nazionale romano: le pillole del giorno
La sfida di Calta al Medagliere del Museo nazionale romano: le pillole del giorno
La sfida di Calta al Medagliere del Museo nazionale romano: le pillole del giorno
La sfida di Calta al Medagliere del Museo nazionale romano: le pillole del giorno
La sfida di Calta al Medagliere del Museo nazionale romano: le pillole del giorno
La sfida di Calta al Medagliere del Museo nazionale romano: le pillole del giorno
La sfida di Calta al Medagliere del Museo nazionale romano: le pillole del giorno

Gedi, l’ombra di Caltagirone dietro Del Vecchio jr? Le pillole del giorno

«Occhio al Keanu Reeves de’ noantri», dicono a Roma guardando le foto di Leonardo Maria Del Vecchio. Intanto, «quel ragazzo» (“Jaki” Elkann dixit) ha creato il panico in quella che era «la sacra famiglia dei bulloni» (ossia gli Agnelli), costringendo a rendere pubblica la trattativa con l’imprenditore greco per la vendita del quotidiano la Repubblica. E quella possibile cessione di Gedi al gruppo ellenico Antenna, guidato dall’armatore Theodore Kyriakou, era sempre stata smentita fino all’uscita di Del Vecchio jr, che si è detto «pronto a comprare allo stesso prezzo». A sinistra (o a quel che ne resta) credono che dietro a uno degli eredi del fondatore di Luxottica ci possa essere addirittura la presenza del solito Francesco Gaetano Caltagirone, che sarebbe però interessato all’altra testata di Gedi, La Stampa. «Rileverebbe il giornale torinese dopo un anno, dal giovane amico», sussurra qualcuno. Scenario possibile o fanta-editoria? Le mire del costruttore romano di origine sicula tra l’altro erano state spifferate anche dal governatore della Regione Piemonte Alberto Cirio nel corso dell’assemblea del pomeriggio del 15 dicembre della redazione de La Stampa. Sul tavolo ci sarebbe quel vecchio progetto del “tridente” che partiva dal Centro-Sud con il bastone del comando, e poi al Nord con tre punte: a Venezia con Il Gazzettino, a Torino con La Stampa e a Milano con un quotidiano di economia, Il Sole 24 Ore, dove direttore è stato un fedelissimo dell’ingegnere come Roberto Napoletano, oppure come seconda scelta («quella di ripiego», dicono nel quartier generale di Calta) il gruppo Class Editori (di cui detiene già il 5,16 per cento), con Milano Finanza come testata di richiamo. Una concentrazione di potere mediatico davvero realizzabile? Bisogna vedere cosa avranno eventualmente da ridire l’Antitrust sulla concorrenza e l’Agcom sul pluralismo…

Gedi, l’ombra di Caltagirone dietro Del Vecchio jr? Le pillole del giorno
Francesco Gaetano Caltagirone (foto Ansa).

Gualtieri come Totò, per vedere la Fontana di Trevi si paga

Il sindaco di Roma Roberto Gualtieri batte cassa, e allora ecco un “ticket” di 2 euro per vedere la Fontana di Trevi. L’immagine che viene subito alla mente è quella di Totò alle prese con il turista Decio Cavallo, il “paisà” che, tornato in Italia, vuole mettere su “un bisiness”. E cosa c’è di meglio che acquistare la fontana? In Campidoglio si favoleggia di un incasso di 20 milioni di euro all’anno, grazie ai turisti che non riescono a fare a meno dello spettacolo della Fontana di Trevi. Che poi alle spalle di quel monumento c’è l’Istituto centrale per la grafica, che è statale, ma questa è un’altra storia.

Non dite a Salvini che si contrasta l’antiziganismo

Non ditelo a Matteo Salvini, a cui “prudono” sempre le ruspe: nel 2026, dal 7 al 19 aprile, l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar) promuove la terza edizione della “settimana per la promozione della cultura romanì e per il contrasto all’antiziganismo”. Sul piatto, 350 mila euro per far conoscere e valorizzare la storia, la lingua e la cultura di rom e sinti nell’ottica del “capacity building”. E l’8 aprile sarà proprio la giornata internazionale dei due gruppi etnici.

Gedi, l’ombra di Caltagirone dietro Del Vecchio jr? Le pillole del giorno
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Enrico Letta e Orsini per i dirigenti

A Roma, nel Forum Theatre, nella giornata di martedì 16 dicembre Previndai, il fondo pensione per i dirigenti industriali istituito da Confindustria e Federmanager, celebra il suo anniversario numero 35. Tra gli invitati Marina Elvira Calderone, ministra del Lavoro, Federico Freni, sottosegretario all’Economia, Enrico Letta, rettore della IE School of politics, economics e global affairs, Giuseppe Straniero, presidente Previndai, ed Emanuele Orsini, presidente di Confindustria. Lunedì sera Letta era alla Luiss, l’università confindustriale, per parlare di green.

Enac festeggia la Fondazione Pacta

Il nome, Fondazione Pacta, a molti non dirà nulla: si tratta della fondazione «patto per la decarbonizzazione del trasporto aereo», che «riunisce player industriali, stakeholder istituzionali e associazioni che, guidati dagli esperti del mondo accademico, intendono proporre una road map efficiente e sostenibile per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione del trasporto aereo». Nella giornata di martedì a Roma la fondazione verrà festeggiata da Pierluigi Di Palma, presidente di Enac, Marco Troncone, ceo di Aeroporti di Roma e presidente di Fondazione Pacta, Vannia Gava, viceministra dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Ettore Prandini, presidente di Coldiretti, e Valerio Moro, capo di Airbus Italia.

Le mire di Cirio in Forza Italia e le altre pillole del giorno

Roberto Occhiuto, rampante governatore della Calabria, ha cercato di minimizzare: «Quella del 17 dicembre è solo un’iniziativa per discutere insieme su come rendere Forza Italia e il centrodestra un po’ più liberali», ha assicurato dopo il suo intervento ad Atreju, smentendo di fatto eventuali mire alla leadership di Forza Italia. Insomma, il convegno-corrente-evento In libertà che si terrà a Palazzo Grazioli non vuole essere un guanto di sfida gettato ad Antonio Tajani. Vero, quelle «facce e idee nuove» che Pier Silvio vede nel futuro del partito di famiglia ancora non si scorgono. Ma in pochi scommettono che la faccia di Occhiuto sia la soluzione. Più felpato del collega calabrese, ma comunque attento manovratore delle faccende azzurre, è il presidente piemontese Alberto Cirio. Del resto i due vicesegretari sono tra i tanti berluscones andati in pellegrinaggio da Marina B a Milano nelle scorse settimane. Bene, secondo Lo Spiffero, Cirio starebbe pensando per se stesso a un ruolo più pesante, senza ovviamente pestare troppo i piedi a Tajani. Forza Italia ha quattro vice – oltre a Occhiuto e Cirio, Deborah Bergamini e Stefano Benigni – ruoli più di facciata che di sostanza, a cui si aggiungono una serie di altre cariche per lo più onorifiche. Perché allora non ambire al ruolo di coordinatore nazionale? Vero è che la regione del buon Cirio non lo sta aiutando. Mentre da Arcore si chiedevano freschezza ed energia, il ministro della PA e coordinatore piemontese Paolo Zangrillo festeggiava il ritorno in Forza Italia di Daniele Cantore. Storico esponente socialista ai tempi di Bettino – non a caso ad ‘accoglierlo’ c’era Stefania Craxi – Cantore aveva lasciato gli azzurri prima per una capatina nel Nuovo centrodestra di Angelino Alfano e poi per Alternativa Popolare di Stefano Bandecchi. Certo è che se son queste le facce nuove…

Le mire di Cirio in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Alberto Cirio e Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Al ministero di Urso si dice messa

Il «19 dicembre, alle ore 13, Santa Messa alla presenza del ministro Adolfo Urso». No, non si tratta di un luogo di culto, la celebrazione eucaristica si svolgerà a Roma, in via Veneto, a Palazzo Piacentini sede del Mimit, il ministero delle Imprese e del Made in Italy. È nel programma delle iniziative di Signa Pacis, una «mostra d’arte filatelica e digitale dedicata al mezzo simbolico del francobollo come messaggero di pace, realizzata dalla Fondazione Venezia per la Ricerca sulla Pace in collaborazione con il Ministero delle Imprese e del Made in Italy». Già, perché nel salone degli Arazzi è visibile «una selezione di francobolli, dedicati al tema della pace declinato in macrosezioni come ‘Assisi città della pace e del dialogo’, ‘I grandi protagonisti’ e ‘La pace nell’arte, letteratura, musica e cinema’». Che poi, dopo il danno causato dall’assessore sardo che ha distrutto una vetrata di Mario Sironi, alcuni dicono che in quel palazzo di «una benedizione ce n’è proprio bisogno».

Le mire di Cirio in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy (Imagoeconomica).

Bindi, Canfora e D’Alema ricordano Cossutta

Armando Cossutta, un comunista italiano”. Lunedì, a 10 anni dalla scomparsa dello storico esponente del Pci definito «il più filosovietico dei leader di Botteghe Oscure», a Roma, nel Palazzo Theodoli-Bianchelli, va in scena un lungo pomeriggio con Rosy Bindi, Luciano Canfora, Luciana Castellina, Carlotta Cossutta e Massimo D’Alema. Non ditelo alla ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini: c’è il rischio che irrompa al grido: «Siete solo dei poveri comunisti».

Telese come Giuli annusa i libri

«Odora di quadricromia», ha affermato estasiato Luca Telese tenendo tra le mani l’ultima pubblicazione di Tomaso Montanari, domenica sera a In Onda su La7. E giù elogi per il profumo che sprigiona la carta dei libri. E la mente va a un’altra celebre “annusata”: quella del ministro della Cultura, Alessandro Giuli. Era l’ottobre 2024 e il titolare del MiC divenne, suo malgrado, virale per aver annusato le pagine del periodico della Biennale di Venezia, rinato 53 anni dopo la sua ultima pubblicazione. «Quando si prende in mano una rivista bisogna annusarla, toccarla e ricordarsi che è fatta di acqua. Dopo tanti decenni, comincia una grande storia», disse Giuli. «Dietro questa rivista, c’è dell’acqua, altrimenti non ci sarebbe. Il corpo umano e tutto ciò che è creatività nasce nel liquido amniotico, si nutre di acqua ed è un contenitore di acqua che tende a disidratarsi. La Biennale è dimostrazione di come ci si può reidratare dal punto di vista della cultura, attraverso attività artistica di cultura, architettura, musica, moda, attraverso la riscoperta di un archivio fatto di acqua trasformata in carta». Ah, l’eau de typographie…

Le mire di Cirio in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Luca Telese a In Onda.

Quel fascicolo “riservato” sugli ospiti delle trasmissioni di Radio Rai

Ufficialmente è un fascicolo «riservato», come si legge nella prima pagina del dossier della Rai guidata da Giampaolo Rossi e Roberto Sergio, però si trova comodamente su internet con un clic. Si tratta della Rilevazione degli ospiti partecipanti alle trasmissioni di tutti i canali Radio Rai e dei podcast dal primo gennaio al 30 giugno 2025. Un malloppo di 239 pagine scorrendo il quale si scopre l’esistenza di emittenti sconosciute ai più come Radio Digitale – Rai Radio Live Napoli. Grandissimi nomi della musica, roba da palinsesto con milioni di ascoltatori, per Rai Radio Tutta Italiana: da Fiorella Mannoia a Claudio Baglioni da Lucio Corsi a Niccolò Fabi solo per citarne alcuni. Comunque, nella trasmissione Io Chiara e il green condotta da Chiara Giallonardo su Isoradio spicca tra gli ospiti Ludovica Casellati, figlia della ministra per le Riforme istituzionali Maria Elisabetta Alberti Casellati. Conosciuta anche come LadyBici, Casellati jr – sorella di Alvise, direttore d’orchestra – da oltre 10 anni si occupa di due ruote e cicloturismo su RadioMontecarlo e TgCom24 oltre a essere direttrice di Viagginbici.com. Dopo una lunga carriera nella comunicazione e nei media all’interno di Mediaset e Publitalia ’80, nel 2025 lasciò il posto ‘fisso’ per seguire la madre allora nominata sottosegretaria alla Sanità come Capo della sua segreteria sollevando un vespaio di polemiche. Incarico che terminò nel 2006 con l’arrivo a Palazzo Chigi di Romano Prodi.

Pandini lascia la Lombardia e Gallera torna alle dirette

Il portavoce di Salvini, inviato a Milano per aggiustare gli incidenti comunicativi di Fontana e dell'assessore al Welfare, è rientrato a Roma. Ma c'è chi è convinto che mancherà molto.

Dopo circa un mese Matteo Pandini, portavoce di Matteo Salvini, molla la presa su Regione Lombardia per tornare a occuparsi del segretario e dei gruppi parlamentari della Lega a Roma.

Era arrivato agli inizi di aprile dopo una serie di incidenti comunicativi che saranno ricordati nella storia politica di una regione devastata dall’emergenza Covid-19. Come non ricordare la celebre immagine del governatore Attilio Fontana che non riesce a mettersi la mascherina. Oppure Giulio Gallera, che durante le sue dirette era capace di dire tutto e il contrario di tutto.

Pandini era arrivato per mettere in ordine le cose. E proprio le dirette erano scomparse dopo il suo arrivo. Ci aveva messo la faccia Salvini. L’ex ministro dell’Interno era entrato dalla porta principale della Regione per invertire una rotta comunicativa che continuava a far perdere punti nei sondaggi alla Lega. Ma adesso Pandini se ne va. Torna a Roma. L’emergenza del resto pian piano inizia a scemare un po’ in tutta Italia. Caso vuole che, pronti via, neanche 24 ore di tempo e si è rifatto vivo proprio l’assessore Gallera, scomparso dopo una raffica di figuracce in diretta. L’esponente di Forza Italia, che si dice punti alla poltrona di sindaco di Milano nel 2021, torna stasera, dopo un mese in esilio. Torna nelle dirette di Lombardia notizie, quelle che ai lombardi non mancavano molto. C’è già chi è convinto che Pandini mancherà molto.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Ma in Confindustria vige ancora il Protocollo Montante?

Sul sito della confederazione degli Industriali si trova un documento del 2010 relativo alle «iniziative per accrescere i livelli di legalità e di concorrenza leale nello svolgimento dell’attività d’impresa». Ma c'è di più: il loro coordinamento risulta affidato all'imprenditore siciliano coinvolto in vari scandali e tuttora colpito da obbligo di dimora ad Asti.

Quando si dice la tempestività della comunicazione. Se vi capita di entrare nel sito della Confindustria – ma ci vuole una password – a sinistra troverete una serie di voci, tra cui una chiamata “Normativa di sistema”.

Dentro trovate un documento di 10 anni fa dal titolo “Protocollo di legalità 10 maggio 2010” siglato tra il ministero dell’Interno e Confindustria, i cui contenuti sono poi stati rinnovati il 19 giugno 2012. Trascuratezza, direte voi. Certo, perché un sito con in bella vista documenti così vecchi è a dir poco scarsamente o distrattamente manutenuto.

DIECI ANNI DI NULLA DI FATTO

Ma non finisce qui. Perché, vi si legge, «quel Protocollo si inserisce nel contesto delle numerose iniziative promosse da Confindustria per accrescere i livelli di legalità e di concorrenza leale nello svolgimento dell’attività d’impresa». Allora voi penserete: vuol dire che negli ultimi 10 anni su questo terreno la Confindustria non ha più fatto niente. Imperdonabile, ma c’è ancora di peggio. Perché – si legge sempre – «lo sviluppo e il coordinamento di tali iniziative, sia all’interno del Sistema associativo che nei rapporti con le istituzioni pubbliche e con le principali componenti della società civile ed economica impegnate nel contrasto alla criminalità, è stato affidato ad Antonello Montante, sulla base di una specifica delega per la Legalità, istituita nel 2008 con la Presidenza di Emma Marcegaglia e riconfermata nel 2012 dal Presidente Giorgio Squinzi».

Il Protocollo di Legalità sul sito di Confindustria.

IL PROTOCOLLO MONTANTE È ANCORA VALIDO?

Sì, avete letto bene: Montante. Proprio l’imprenditore siciliano, diventato simbolo della lotta alla mafia e salito ai vertici di Confindustria nazionale, che è stato coinvolto in vari scandali e arrestato, e tuttora colpito da obbligo di dimora in quel di Asti. Domanda: ma quel documento è ancora valido? Le modalità per l’adesione al Protocollo e per la realizzazione dei relativi impegni – poi precisate nelle linee guida attuative e negli altri documenti predisposti dalla commissione per la Legalità, istituita presso il ministero dell’Interno e composta dai rappresentanti delle parti firmatarie del Protocollo – sono ancora attuali per cui le imprese oggi possono farvi riferimento? Perché delle due l’una: o sono cose superate, e allora sarebbe bene toglierle di mezzo, o sono ancora pienamente operative, e allora se si vuole rendere minimamente credibile quel Protocollo sarebbe bene togliere di mezzo il nome di Montante, che ha scritto una delle pagine peggiori della storia della confederazione degli industriali. Come si vede, c’è lavoro da fare per il nuovo Presidente

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Agenzia delle Entrate, Gualtieri e Renzi reinsediano Ruffini

Il ministro dell'Economia, in cambio del suo appoggio alla nomina, ottiene il sostegno di Italia viva alla sua candidatura nel collegio Roma 1 per trovare il sostituto di Gentiloni. Elezioni che però si terranno dopo le Regionali. E tutto può ancora succedere.

Luigi Di Maio ha formalmente messo il veto sul ritorno di Ernesto Maria Ruffini alla guida dell’Agenzia delle Entrate. E per questo rischia di perdere ancora una volta a faccia.

Il leader 5 stelle ha fatto sapere per le vie brevi al ministro dell’Economia che è nettamente contrario al rientro di Ruffini nell’Agenzia. E Roberto Gualtieri, sulle prime, non sapeva come uscirne. Poi, tutto è cambiato grazie a uno scambio.

LA COMPENSAZIONE CHIESTA DAL MINISTRO DELL’ECONOMIA

Quale compensazione per spedire Ruffini all’Agenzia delle Entrate, Gualtieri ottiene il sostegno di Italia viva alla sua candidatura nel collegio Roma 1. E le elezioni si terranno il primo marzo prossimo. Serviranno per trovare un sostituto di Paolo Gentiloni spedito a Bruxelles.

Ruffini, infatti, non ha mai fatto mistero della sua amicizia con Matteo Renzi. E forte di questo sostegno ha finora fatto la voce grossa al ministero. Vuole assolutamente tornare sulla poltrona dalla quale è stato cacciato con l’epurazione avviata dal Conte 1. Ora, però, vorrebbe costringere il Conte 2 a rimangiarsi gli atti dell’estate del 2018, vista la circostanza che “Giuseppi” si regge in piedi anche con i voti di Renzi. Sottobanco, però, ha lavorato a favore della candidatura di Gualtieri in sostituzione di Gentiloni. Un’azione, a vantaggio della sua nomina, resa più agevole dalla scelta di Palazzo Chigi di scaricare (solo formalmente) la patata bollente sul Mef.

A complicare le cose, poi, ci s’era messo il veto di Di Maio. A risolvere la questione (in chiave anti Giggino) è arrivato Renzi. Che pur di vedere Ruffini sulla poltrona delle Entrate, e pur di rinsaldare i rapporti con il Pd, ha promesso il suo sostegno a Gualtieri. Nella sostanza si tratta di incassare subito la nomina di Ruffini e di promettere, in futuro, il voto di Italia viva a Gualtieri.

LO SPARTIACQUE DELLE REGIONALI

Calendario alla mano, il voto di Roma 1 arriva dopo il 26 gennaio. E tutto può ancora succedere. Nell’incertezza, le nomine delle agenzie fiscali restano al palo. A cominciare da quella di Alessandra Dal Verme per il Demanio, che spinge non fosse altro per potersi avvicinare a casa, luogo nel quale è solita tornare a metà giornata per un pranzo frugale e un pisolino. Al ministero dell’Economia, come a Palazzo Chigi, sperano di affrontare il tema dopo le elezioni regionali. Come se queste fossero lo spartiacque tra un “prima” e un “dopo”. Tant’è che al Mef, su indicazioni del Pd, sono alla disperata ricerca di iniziative e misure a sostegno dell’Emilia-Romagna, visto che considerano la Calabria ormai persa. Lo stesso Gualtieri si spenderà per la campagna elettorale di Stefano Bonaccini, anche se non si capisce a quale titolo, visto che il governatore uscente ha tolto il simbolo del Pd dai suoi manifesti.

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Confindustria, si rompe lo storico asse tra Abete e Marcegaglia

I due past president più influenti di Viale dell'Astronomia si dividono sul dopo Boccia. Il primo punta su Bonomi, la seconda incoraggia Mattioli. Ma manda segnali di fumo anche a Illy e Pasini.

Mentre s’intensificano le grandi manovre per la successione di Vincenzo Boccia, le strade dei due past president più influenti di Confindustria, Emma Marcegaglia e Luigi Abete, si sono divaricate in maniera probabilmente irreversibile dopo una vita di “convergenze parallele”.

ABETE PIAZZA LE SUE FICHE SU BONOMI

Abete, riattaccando i cocci di un rapporto che si era rotto proprio in occasione dell’elezione di Boccia, ha deciso di sposare il suggerimento di Aurelio Regina e di piazzare le sue fiche sull’elezione di Carlo Bonomi. E su questa posizione sta convincendo a spostarsi anche i suoi amici fidati, dal vicepresidente nazionale Maurizio Stirpe al presidente di Roma Filippo Tortoriello, dai marchigiani che tengono ai rapporti con la famiglia Merloni e con Diego della Valle ai tanti che non sono insensibili al suo ruolo di presidente della Bnl. Insieme a Regina, poi, Abete sta lavorando per portare a Bonomi i voti degli esponenti delle aziende pubbliche, e in particolare quelli dell’Enel, dove si registra una divergenza di vedute tra la presidente Patrizia Grieco, che ha dato la sua parola a Licia Mattioli, e l’amministratore delegato Francesco Starace, che è con il presidente di Assolombarda. 

LA PARTITA DI MARCEGAGLIA

Viceversa, Marcegaglia non si è ancora dichiarata esplicitamente, ma in un incontro riservato avvenuto prima di Natale con Mattioli, ha speso parole di incoraggiamento alla candidatura dell’imprenditrice torinese. La quale, però, pur potendo contare sull’appoggio di Boccia – maturato dopo il ritiro dalla corsa di Edoardo Garrone – e del conforto morale di Franco Caltagirone, convinto dalle parole spese per Mattioli dalla sua amica Paola Severino, oltre che del voto dei piemontesi (ma non tutti, però, per esempio il novarese Carlo Robiglio, presidente nazionale della Piccola industria, è con Bonomi), nella conta dei voti appare decisamente indietro. Tanto che la furba Marcegaglia – che peraltro ha da giocare in parallelo la partita della sua eventuale riconferma alla presidenza dell’Eni – starebbe già facendo marcia indietro, mandando segnali di fumo sia a Giuseppe Pasini che ad Andrea Illy, gli altri due candidati (il quinto, il modenese Emanuele Orsini, presidente di Federlegno, secondo gli ultimi rumors sarebbe stato convinto dagli imprenditori emiliano-romagnoli a ritirarsi). Peraltro Mattioli ha un’alternativa alla candidatura alla presidenza di Confindustria che le interessa non di meno: succedere a Francesco Profumo alla presidenza della Compagnia Sanpaolo, cosa che le darebbe un peso notevole in Banca Intesa. La sindaca di Torino, Chiara Appendino, è pronta a indicarla, e lei deve sciogliere la riserva entro la fine di gennaio. Proprio quando, dopo la nomina dei saggi, si dovranno formalizzare le candidature in Confindustria.

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Confindustria, si rompe lo storico asse tra Abete e Marcegaglia

I due past president più influenti di Viale dell'Astronomia si dividono sul dopo Boccia. Il primo punta su Bonomi, la seconda incoraggia Mattioli. Ma manda segnali di fumo anche a Illy e Pasini.

Mentre s’intensificano le grandi manovre per la successione di Vincenzo Boccia, le strade dei due past president più influenti di Confindustria, Emma Marcegaglia e Luigi Abete, si sono divaricate in maniera probabilmente irreversibile dopo una vita di “convergenze parallele”.

ABETE PIAZZA LE SUE FICHE SU BONOMI

Abete, riattaccando i cocci di un rapporto che si era rotto proprio in occasione dell’elezione di Boccia, ha deciso di sposare il suggerimento di Aurelio Regina e di piazzare le sue fiche sull’elezione di Carlo Bonomi. E su questa posizione sta convincendo a spostarsi anche i suoi amici fidati, dal vicepresidente nazionale Maurizio Stirpe al presidente di Roma Filippo Tortoriello, dai marchigiani che tengono ai rapporti con la famiglia Merloni e con Diego della Valle ai tanti che non sono insensibili al suo ruolo di presidente della Bnl. Insieme a Regina, poi, Abete sta lavorando per portare a Bonomi i voti degli esponenti delle aziende pubbliche, e in particolare quelli dell’Enel, dove si registra una divergenza di vedute tra la presidente Patrizia Grieco, che ha dato la sua parola a Licia Mattioli, e l’amministratore delegato Francesco Starace, che è con il presidente di Assolombarda. 

LA PARTITA DI MARCEGAGLIA

Viceversa, Marcegaglia non si è ancora dichiarata esplicitamente, ma in un incontro riservato avvenuto prima di Natale con Mattioli, ha speso parole di incoraggiamento alla candidatura dell’imprenditrice torinese. La quale, però, pur potendo contare sull’appoggio di Boccia – maturato dopo il ritiro dalla corsa di Edoardo Garrone – e del conforto morale di Franco Caltagirone, convinto dalle parole spese per Mattioli dalla sua amica Paola Severino, oltre che del voto dei piemontesi (ma non tutti, però, per esempio il novarese Carlo Robiglio, presidente nazionale della Piccola industria, è con Bonomi), nella conta dei voti appare decisamente indietro. Tanto che la furba Marcegaglia – che peraltro ha da giocare in parallelo la partita della sua eventuale riconferma alla presidenza dell’Eni – starebbe già facendo marcia indietro, mandando segnali di fumo sia a Giuseppe Pasini che ad Andrea Illy, gli altri due candidati (il quinto, il modenese Emanuele Orsini, presidente di Federlegno, secondo gli ultimi rumors sarebbe stato convinto dagli imprenditori emiliano-romagnoli a ritirarsi). Peraltro Mattioli ha un’alternativa alla candidatura alla presidenza di Confindustria che le interessa non di meno: succedere a Francesco Profumo alla presidenza della Compagnia Sanpaolo, cosa che le darebbe un peso notevole in Banca Intesa. La sindaca di Torino, Chiara Appendino, è pronta a indicarla, e lei deve sciogliere la riserva entro la fine di gennaio. Proprio quando, dopo la nomina dei saggi, si dovranno formalizzare le candidature in Confindustria.

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Le inutili regole di Confindustria per i candidati alla presidenza

Puntuali, ogni quattro anni, arrivano le raccomandazioni del sindacato degli imprenditori nei confronti di chi vuole iscriversi alla corsa. Peccato che tutti se ne freghino bellamente. Come nel caso dell'orafa Mattioli, di cui è stata annunciata la discesa in campo anche se non si potrebbe.

Ogni quattro anni, puntuale come un orologio svizzero, la corsa alla presidenza di Confindustria si apre al medesimo scenario: candidati che scalpitano, giochi di Palazzo che spesso fanno impallidire quelli della politica, vorace caccia ai voti per arrivare alla meta. E come ogni quattro anni, puntuale come un orologio svizzero, il “Consiglio di indirizzo etico e dei valori associativi” del sindacato degli imprenditori rilascia le sue raccomandazioni. Una sorta di “Order!!”, per parafrasare il famoso appello dello speaker della Camera dei Comuni inglese John Bercow, tanto dettagliato quanto disatteso.

IL TENTATIVO DI FARE UN’ORDINATA CAMPAGNA ELETTORALE

L’ “Order!!” di Confindustria porta la data del 4 dicembre 2019, ed è un documento di tre paginette spedito a consiglieri e presidenti delle territoriali in cui si dettano le regole per procedere a una ordinata campagna elettorale.

VERIFICA DEI REQUISITI RICHIESTI E PROGRAMMI

Tra le varie raccomandazioni, si avvisa con una certa perentorietà che «c’è un momento preciso nel quale poter formalizzare eventuali auto candidature alla presidenza confederale, snodo dal quale poi discende una sequenza di adempimenti che riguardano la verifica dei requisiti richiesti, la formalizzazione dei programmi e l’informativa al sistema associativo che vedranno un impegno coordinato e convergente della Commissione di designazione, del nostro Consiglio e dei probiviri confederali. È assolutamente evidente – fermo restando che ogni assetto normativo può sempre essere migliorato – che l’obiettivo strategico che il nuovo quadro vuole realizzare sia quello di permettere una partecipazione e un dibattito ampi e diffusi ma circoscritti all’interno del perimetro confederale, evitando il trasferimento in sedi esterne ed improprie di un confronto che deve invece restare riservato – nei modi e nei contenuti – agli organi individuati dallo statuto».

L’UTOPIA DI REGOLARE LO SPREGIUDICATO GIOCO DELLE PARTI

Insomma, nel florilegio di manovre, candidature annunciate, vorticosa girandola di nomi che spesso nascondono uno spregiudicato gioco delle parti, il sindacato degli industriali vorrebbe porsi come regolatore. «La raccomandazione e l’auspicio», vi si legge ancora, «sono quelli di osservare puntualmente – fino al momento dell’insediamento della Commissione di designazione di fine gennaio 2020 – un rigoroso allineamento ai meccanismi che sono stati ritenuti, nell’ultima revisione statutaria, i più adatti ed efficaci ad evitare l’accreditarsi di una sensazione falsata di come l’organizzazione confederale si appresta a vivere e ad interpretare l’avvicendamento nella presidenza».

PREVISTE (SULLA CARTA) SANZIONI PER CHI SGARRA

Alle raccomandazioni seguono le sanzioni per chi trasgredisce. Se qualcuno si autocandida o viene candidato prima del gennaio 2020, data in cui si insedierà la Commissione di designazione, scatteranno provvedimenti. Si afferma infatti che «l’utilizzo dei media per anticipare una disponibilità a candidarsi ovvero declinazioni programmatiche per un eventuale incarico di vertice, così come manifestazioni di sostegno formalizzate fuori dalle consultazioni della Commissione di designazione, rappresenteranno comportamenti rispetto ai quali gli organi confederali deputati al controllo e alla verifica dovranno necessariamente intervenire, con le conseguenze previste dalle norme».

MA L’ULTIMO CASO DI MATTIOLI CONFERMA L’INFRAZIONE DELLE NORME

E i candidati che fanno? Se ne fregano bellamente. È giusto di mercoledì 18 dicembre, tanto per citare l’ultimo caso, l’Ansa contenente le dichiarazioni con cui il presidente degli industriali piemontesi Fabio Ravanelli e quello dei torinesi Dario Gallina lanciano la discesa in campo dell’industriale orafa Licia Mattioli (cui auguriamo una felice corsa), trincerandosi dietro l’artificio retorico della «candidatura probabile ma che sarà eventualmente ufficializzata solo a fine gennaio». Insomma, Mattioli c’è, non si potrebbe dire, ma lo diciamo fingendo di non dirlo ufficialmente. Come si comporteranno al riguardo gli inflessibili custodi (Floriano Botta, Daniela Gennaro Guadalupi, Michele Matarrese, Mario Mazzoleni, Aurelio Regina, Marta Spinelli) dell’ortodossia confindustriale?

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A Bari con Giannelli l’affare è sempre di famiglia

Il presidente di fatto era un amministratore ombra. Che ha sempre detto la sua su qualunque dossier della Banca Popolare. Ed è nipote del suo predecessore Marco Jacobini. Ecco chi sono i personaggi coinvolti nel crac ma sfuggiti ai media.

Finora a Bari i riflettori si sono accesi, alternativamente, o sul doppio periodo in cui alla guida della Banca Popolare c’è stato Vincenzo De Bustis, o sulla famiglia Jacobini, intesa come il presidente Marco e il figlio Gianluca, che dell’istituto pugliese è stato vicedirettore generale. Sono però sfuggiti al fascio di luce dei media, almeno fin qui, altri due personaggi non certo di secondo piano.

GRANDI RESPONSABILITÀ DI LUIGI JACOBINI

Il primo si chiama anche lui Jacobini, ma di nome fa Luigi, ed è l’altro figlio di Marco. Nessuno l’ha tirato in ballo, eppure anche lui risulta vicedirettore generale, ed ha avuto molta responsabilità nell’ultima stagione della banca targata De Bustis, quella che ha portato al commissariamento. Tanto che questa vicinanza all’ormai ex amministratore delegato lo ha messo contro la sua famiglia: da mesi non parla né con il padre né con il fratello, verso il quale mostra apertamente gelosia per le sue riconosciute capacità professionali, specie nella finanza strutturata.

GIANNELLI EX CONSULENTE SUPER PAGATO

L’altro personaggio che finora ha evitato i riflettori è l’avvocato Gianvito Giannelli, che da luglio 2019 è presidente della Bpb. Non si chiama Jacobini, ma di quella famiglia fa parte a pieno titolo, visto che è il nipote (figlio della sorella) di Marco Jacobini. Da anni consulente super pagato della banca – grazie ai suoi stretti rapporti con De Bustis e Luigi Jacobini, ma anche con il direttore generale Gregorio Monachino, da sempre a capo dei crediti e per un lungo periodo anche del recupero crediti e del legale – Giannelli era già stato messo nel mirino della vigilanza della Banca d’Italia nel corso dell’ispezione del 2010, quando venne considerato ci fosse un enorme rischio potenziale, per via di fatture, trovate nel corso dell’ispezione, per oltre 2 milioni e legate al recupero crediti e a consulenze varie.

L’ex presidente della Popolare di Bari Marco Jacobini.

FORTEMENTE VOLUTO DALL’AD DE BUSTIS

Proprio in quegli anni Giannelli consolida il rapporto con De Bustis, che lo ha fortemente voluto alla presidenza della Banca battendo le resistenze dello zio Marco. Rinviato a giudizio per un concorso truccato all’Università di Taranto, Giannelli – la cui moglie Isabella Ginefra, magistrato, era diventata procuratore capo di Larino ribaltando l’esito di un voto del Consiglio superiore della magistratura, che aveva assegnato altrimenti quel posto, salvo poi essere rimossa dal Tar del Lazio – di fatto era un amministratore ombra, che ha sempre detto la sua su qualunque dossier della banca, dalla sottoscrizione di 51 milioni con il fondo lussemburghese Naxos Capital alla trattativa, poi arenata, con il fondo Futura Fund per il riacquisto del mini bond emesso nel 2013 per il gruppo Fusillo ed evitarne il fallimento.

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Confindustria, a Sud non regge il patto della sfogliatella

Sfuma l'accordo per sostenere Bonomi. Colpa della fuga in avanti del presidente partenopeo Grassi. Così si è sbriciolata l'unità d'intenti degli industriali del Mezzogiorno.

È durato poco l’accordo di unità delle Confindustrie del Sud per sostenere Carlo Bonomi e, come sta avvenendo per le territoriali lombarde, ci si avvia in ordine sparso al confronto per la designazione del nuovo presidente di Confindustria. Ma facciamo un passo indietro. Al Mezzogiorno spetta di diritto un posto nella squadra del presidente, frutto dell’alternanza Nord/Sud prevista dalla riforma Pesenti. Nell’ultimo quadriennio nella squadra di Vincenzo Boccia era stato designato per il Nord il presidente di Bolzano, Stefan Pan. Nel prossimo mandato toccherà dunque a un presidente di una territoriale del Sud.

L’OK A BONOMI IN CAMBIO DI DUE POSIZIONI DI VERTICE

Un paio di mesi fa ci fu il “patto della sfogliatella“. Tutti i presidenti delle territoriali meridionali si ripromisero unità nella corsa al successore di Boccia, promettendo di avere un occhio benevolo verso il lombardo Bonomi, in cambio di due posizioni di vertice, quella di diritto e quella frutto dello scambio per portare compatti i voti del Sud. L’importante è stare uniti e non fare fughe in avanti, si dissero convinti. Strette di mano, pacche sulle spalle e tutti tornarono nelle proprie territoriali. Ma come spesso sanno i cultori delle materie confindustriali, spesso queste intese durano lo spazio di un mattino.

LA FUGA IN AVANTI DI NAPOLI

Passata qualche settimana, la prima a smarcarsi è stata Napoli: il posto di diritto spetta a noi, ha detto all’orecchio di Bonomi il presidente partenopeo Vito Grassi, che tra l’altro si è fatto votare dai suoi iscritti una proroga per non arrivare scaduto al maggio prossimo quando si incoronerà il nuovo leader degli imprenditori italiani. È allora che pugliesi, calabresi, siciliani e tutti gli altri del patto della sfogliatella sono insorti. Ma come, hanno obiettato irritati, noi ci impegniamo a essere uniti e Grassi negozia per conto suo con Bonomi?

Dal Sud sussurrano che a mettere pepe nel sistema ci si sia messo anche il past president D’Amato che ha fatto filtrare la disponibilità di Illy a scendere in campo

Risultato? Si è sbriciolata l’unità di intenti del Sud con grande scorno del presidente di Assolombarda e con il sorriso degli altri contendenti, il bresciano Giuseppe Pasini, il re del legno emiliano Emanuele Orsini, e l’industriale orafa torinese Licia Mattioli. E dal Sud sussurrano che a mettere pepe nel sistema ci si sia messo anche il past president Antonio D’Amato che ha fatto filtrare la disponibilità del triestino Andrea Illy (il più importante cliente della sua società, la Seda) a scendere in campo nella corsa alla presidenza di Confindustria.

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Confindustria, a Sud non regge il patto della sfogliatella

Sfuma l'accordo per sostenere Bonomi. Colpa della fuga in avanti del presidente partenopeo Grassi. Così si è sbriciolata l'unità d'intenti degli industriali del Mezzogiorno.

È durato poco l’accordo di unità delle Confindustrie del Sud per sostenere Carlo Bonomi e, come sta avvenendo per le territoriali lombarde, ci si avvia in ordine sparso al confronto per la designazione del nuovo presidente di Confindustria. Ma facciamo un passo indietro. Al Mezzogiorno spetta di diritto un posto nella squadra del presidente, frutto dell’alternanza Nord/Sud prevista dalla riforma Pesenti. Nell’ultimo quadriennio nella squadra di Vincenzo Boccia era stato designato per il Nord il presidente di Bolzano, Stefan Pan. Nel prossimo mandato toccherà dunque a un presidente di una territoriale del Sud.

L’OK A BONOMI IN CAMBIO DI DUE POSIZIONI DI VERTICE

Un paio di mesi fa ci fu il “patto della sfogliatella“. Tutti i presidenti delle territoriali meridionali si ripromisero unità nella corsa al successore di Boccia, promettendo di avere un occhio benevolo verso il lombardo Bonomi, in cambio di due posizioni di vertice, quella di diritto e quella frutto dello scambio per portare compatti i voti del Sud. L’importante è stare uniti e non fare fughe in avanti, si dissero convinti. Strette di mano, pacche sulle spalle e tutti tornarono nelle proprie territoriali. Ma come spesso sanno i cultori delle materie confindustriali, spesso queste intese durano lo spazio di un mattino.

LA FUGA IN AVANTI DI NAPOLI

Passata qualche settimana, la prima a smarcarsi è stata Napoli: il posto di diritto spetta a noi, ha detto all’orecchio di Bonomi il presidente partenopeo Vito Grassi, che tra l’altro si è fatto votare dai suoi iscritti una proroga per non arrivare scaduto al maggio prossimo quando si incoronerà il nuovo leader degli imprenditori italiani. È allora che pugliesi, calabresi, siciliani e tutti gli altri del patto della sfogliatella sono insorti. Ma come, hanno obiettato irritati, noi ci impegniamo a essere uniti e Grassi negozia per conto suo con Bonomi?

Dal Sud sussurrano che a mettere pepe nel sistema ci si sia messo anche il past president D’Amato che ha fatto filtrare la disponibilità di Illy a scendere in campo

Risultato? Si è sbriciolata l’unità di intenti del Sud con grande scorno del presidente di Assolombarda e con il sorriso degli altri contendenti, il bresciano Giuseppe Pasini, il re del legno emiliano Emanuele Orsini, e l’industriale orafa torinese Licia Mattioli. E dal Sud sussurrano che a mettere pepe nel sistema ci si sia messo anche il past president Antonio D’Amato che ha fatto filtrare la disponibilità del triestino Andrea Illy (il più importante cliente della sua società, la Seda) a scendere in campo nella corsa alla presidenza di Confindustria.

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Tim, c’è burrasca nei rapporti tra Gubitosi e Nardello

Tra i due non c’è più il feeling di un tempo. Anzi, sono sorti degli screzi. Colpa dei numeri deludenti. E di qualche eccesso del braccio destro dell'ad.

Cosa succede in Tim tra Luigi Gubitosi e il suo storico braccio destro Carlo Nardello? Dalle parti di Corso Italia ne parlano anche gli uscieri: tra i due non c’è più il feeling di un tempo. Anzi, sono sorti degli screzi.

QUELL’AUTORITRATTO “REGALE” DI NARDELLO

Sarà che i numeri dell’ex monopolista delle Tlc stentano a girare e i due maggiori azionisti, Elliott e Vivendi, pur divisi su tutto sono concordi nel lamentarsene, e dunque c’è tensione nel vertice manageriale. O sarà perché Nardello, fin qui un fedelissimo di Gubitosi, al quale deve i suoi precedenti ruoli in Rai e Alitalia, avrebbe un po’ ecceduto nella considerazione di sé, come certifica, tra le altre cose, un enorme quadro appeso al muro dietro la sua scrivania che lo raffigura in un atteggiamento regale. Un autoritratto che colpisce tutti coloro che varcano la soglia del suo ufficio, e che lo ha esposto a qualche commento ironico. Sia come sia, sta di fatto che in Tim le strade dell’amministratore delegato e del “Chief strategy, customer experience and transformation officer” – questa è la nutrita definizione professionale di Nardello – sembrano allontanarsi se non addirittura dividersi.

Gelo anche tra Nardello e la CSC Vision Srl, la società di pubbliche relazioni di Costanza Esclapon, di cui un tempo egli fu socio con il 30%

Tanto che sarebbe sceso il gelo anche nei rapporti tra Nardello e la CSC Vision Srl, la società di pubbliche relazioni di Costanza Esclapon, di cui un tempo egli fu socio con il 30%. La comunicatrice, da sempre stretta collaboratrice di Gubitosi che ha seguito prima in Rai e poi in Alitalia, e il marito, il bravo Simone Cantagallo – che all’arrivo dell’ad ha assunto, lasciando Lottomatica, il ruolo di capo della comunicazione di Tim – nella controversia hanno preso decisamente le parti di “Gubi”, come tutti lo chiamano ai piani alti e bassi della società di telecomunicazioni. E ora, che farà Nardello? Sembra che voglia giocare una partita tutta sua. E per far questo cerca alleanze tra i dirigenti di prima fascia di Tim. Ma finora si sussurra nei corridoi che l’unico che sembra dargli retta è il responsabile del Procurement e del Real Estate, Federico Rigoni. C’è da scommettere che la reazione di Gubitosi non si farà attendere.

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Tim, c’è burrasca nei rapporti tra Gubitosi e Nardello

Tra i due non c’è più il feeling di un tempo. Anzi, sono sorti degli screzi. Colpa dei numeri deludenti. E di qualche eccesso del braccio destro dell'ad.

Cosa succede in Tim tra Luigi Gubitosi e il suo storico braccio destro Carlo Nardello? Dalle parti di Corso Italia ne parlano anche gli uscieri: tra i due non c’è più il feeling di un tempo. Anzi, sono sorti degli screzi.

QUELL’AUTORITRATTO “REGALE” DI NARDELLO

Sarà che i numeri dell’ex monopolista delle Tlc stentano a girare e i due maggiori azionisti, Elliott e Vivendi, pur divisi su tutto sono concordi nel lamentarsene, e dunque c’è tensione nel vertice manageriale. O sarà perché Nardello, fin qui un fedelissimo di Gubitosi, al quale deve i suoi precedenti ruoli in Rai e Alitalia, avrebbe un po’ ecceduto nella considerazione di sé, come certifica, tra le altre cose, un enorme quadro appeso al muro dietro la sua scrivania che lo raffigura in un atteggiamento regale. Un autoritratto che colpisce tutti coloro che varcano la soglia del suo ufficio, e che lo ha esposto a qualche commento ironico. Sia come sia, sta di fatto che in Tim le strade dell’amministratore delegato e del “Chief strategy, customer experience and transformation officer” – questa è la nutrita definizione professionale di Nardello – sembrano allontanarsi se non addirittura dividersi.

Gelo anche tra Nardello e la CSC Vision Srl, la società di pubbliche relazioni di Costanza Esclapon, di cui un tempo egli fu socio con il 30%

Tanto che sarebbe sceso il gelo anche nei rapporti tra Nardello e la CSC Vision Srl, la società di pubbliche relazioni di Costanza Esclapon, di cui un tempo egli fu socio con il 30%. La comunicatrice, da sempre stretta collaboratrice di Gubitosi che ha seguito prima in Rai e poi in Alitalia, e il marito, il bravo Simone Cantagallo – che all’arrivo dell’ad ha assunto, lasciando Lottomatica, il ruolo di capo della comunicazione di Tim – nella controversia hanno preso decisamente le parti di “Gubi”, come tutti lo chiamano ai piani alti e bassi della società di telecomunicazioni. E ora, che farà Nardello? Sembra che voglia giocare una partita tutta sua. E per far questo cerca alleanze tra i dirigenti di prima fascia di Tim. Ma finora si sussurra nei corridoi che l’unico che sembra dargli retta è il responsabile del Procurement e del Real Estate, Federico Rigoni. C’è da scommettere che la reazione di Gubitosi non si farà attendere.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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La previdenza dei medici prenderà un altro bidone tipo Brexit?

L'Enpam fa diversi investimenti all'estero. Come quando acquisì il 50% della sede di Amazon a Londra. Ma la vittoria del sì al referendum nel 2016 causò una grossa minusvalenza. Ora ci riprova in Germania, a Stoccarda. Proprio mentre la locomotiva d'Europa rallenta. Forse manca il fiuto per gli affari?

L’Enpam è la cassa di previdenza dei medici italiani, investe i soldi dei suoi contribuenti con la finalità di mantenere e sviluppare il patrimonio, circa 21 miliardi, che questi ultimi gli hanno affidato a fini pensionistici.

INVESTIMENTI IMMOBILIARI ALL’ESTERO

Gli investimenti che Enpam fa ogni anno sono di varia natura, dall’obbligazionario all’azionario, ma la parte da leone lo fa l’immobiliare che, pur variando di anno in anno, vale circa il 30% del totale (limite di legge). Enpam da alcuni anni ha deciso di rivolgere i suoi investimenti immobiliari anche all’estero.

COMPRATO IL 50% DELLA SEDE DI AMAZON A LONDRA

II primo investimento in assoluto è stato in Inghilterra. Infatti la Cassa di previdenza, a ridosso dell’avvio del processo per la Brexit, ha portato a termine I’acquisizione del 50% della sede di Amazon a Londra.

MA L’AFFARE, CON LA BREXIT, L’HA FATTO IL VENDITORE

Purtroppo l’inaspettato successo dei al referendum sulla Brexit del giugno 2016 ha determinato una rilevante minusvalenza in casa Enpam, sia per effetto dell’andamento del mercato immobiliare, sia dell’andamento del tasso di cambio, lasciando il sospetto che all’epoca sia stato più accorto il venditore, uno dei principali fondi di investimento canadese.

COME IL VATICANO COI SOLDI DELL’OBOLO DI SAN PIETRO

Più o meno, è quello che è accaduto al Vaticano quando recentemente, attraverso il fondo Centurion e con il denaro dell’Obolo di San Pietro, ha comprato un palazzo a Londra perdendo molti soldi in poco tempo.

Enpam pare scommettere su un rapido rilancio dell’economia tedesca, proprio in un momento in cui i dati confermano il rallentamento della locomotiva d’Europa

Ora l’Enpam ritenta con un secondo investimento. E ha comperato, questa volta in Germania, a Stoccarda, un immobile di oltre 50 mila metri quadri investendo 240 milioni di euro. Con l’operazione Enpam pare scommettere su un rapido rilancio dell’economia tedesca, proprio in un momento in cui i dati confermano il rallentamento della locomotiva d’Europa e gli investitori internazionali iniziano a prendere beneficio dei risultati finora raggiunti (il venditore è stato un fondo della compagnia assicurativa coreana Samsung Life).

QUALCHE PERPLESSITÀ SULLA CAPACITÀ DI ANALISI

Solo il futuro darà indicazioni sulla bontà della scommessa, non piccola, realizzata. La vicenda londinese lascia però qualche perplessità sulla capacità di prevedere l’andamento dei mercati internazionali in casa Enpam.

SPERANDO CHE ABBIANO STUDIATO MEGLIO IL MERCATO

La speranza è che Antirion, la Società di gestione del risparmio guidata come amministratore dall’intermediario israeliano Ofer Arbib attraverso cui Enpam realizza gli investimenti immobiliari, abbia questa volta studiato meglio il mercato; e con lui gli advisor dell’operazione, anche in questo caso Colliers Deutschland GmbH coinvolta nella faccenda inglese come advisor. Del resto se Arbib, già per tanti anni punto di riferimento di Colliers in Italia, vuole proseguire in queste campagne estere, è giunto il momento di dare prova del suo fiuto per gli affari.

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Mediobanca, il presidente Pagliaro verso l’addio

Lo storico dirigente della banca d'affari pronto a lasciare per sottrarsi alla guerra - che lui ritiene sbagliata - tra Nagel e Del Vecchio, in lotta per controllare l'istituto fondato da Enrico Cuccia e con esso Generali.

Impegnato nella guerra con Leonardo Del Vecchio, che punta a controllare Mediobanca per arrivare a comandare in Generali, Alberto Nagel sta facendo la conta degli amici e dei nemici. E non solo tra i soci esistenti, ma anche tra i dirigenti.

L’amministratore delegato della banca d’affari creata da Enrico Cuccia, infatti, teme defezioni proprio tra coloro che lo circondano ogni giorno. Per questo si è sfogato in modo accorato con alcuni interlocutori, raccontando loro che il presidente Renato Pagliaro gli ha confessato di avere l’intenzione di lasciarlo solo.

Nagel si è lamentato di una scelta fatta in una fase cruciale della battaglia per il controllo dell’istituto situato alle spalle della Scala, senza capire che Pagliaro lo fa per sottrarsi a una guerra che non solo sente non sua ma ritiene profondamente sbagliata.

PAGLIARO, UNA VITA IN MEDIOBANCA

Pagliaro, che è presidente del consiglio di amministrazione di Mediobanca dal maggio 2010, era entrato in piazzetta Cuccia nel 1981, subito dopo essersi laureato in Bocconi. E lì ha sempre lavorato, ricoprendo diversi ruoli tra cui quello di vice direttore generale a partire dall’aprile del 2002, di condirettore generale e segretario del Consiglio di amministrazione dall’aprile 2003, di direttore generale dall’ottobre 2008 al maggio 2010, quando ha preso il posto che fu di Cuccia e di Vincenzo Maranghi.

Si libera un posto di prestigio, merce di scambio pregiata che può tornar buona all’attuale amministratore delegato

E proprio per questo percorso professionale tutto per linee interne, oltre per la stima che gli è unanimemente riconosciuta, la sua uscita – ragionevolmente non per andare in pensione, visto che ha appena 62 anni – diventerebbe un caso traumatico, destinato a incidere sulle vicende in corso.

L’amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel.

Tuttavia, a Nagel un amico malizioso ha fatto notare che non tutto il male viene per nuocere, e che c’è l’altra faccia della medaglia di cui deve essere contento: si libera un posto di prestigio, merce di scambio pregiata che può tornar buona all’attuale ad deciso a difendere con i denti Mediobanca dalle mire del paperone di Agordo.

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