Le nomination ai Golden Globe 2020

Marriage Story fa incetta di candidature (sei in tutto) con Driver e Johansson in lizza come migliori attori. Per il miglior film in corsa anche The Irishman e Joker.

Marriage Story (Storia di un matrimonio) guida la lista delle nomination, con sei candidature, per la 77esima edizione dei Golden Globe. L’annuncio è stato dato dalla Hollywood foreign press association. Diretto da Noah Baumbach e interpretato da Scarlett Johansson e Adam Driver, Marriage Story è candidato tra l’altro come miglior film assieme a The Irishman, Joker, I due papi e 1917.

JOHANSSON E DRIVER IN LIZZA PER I MIGLIORI ATTORI

Scarlett Johansson ha ottenuto la nomination come miglior attrice in un film drammatico; per la stessa categoria sono state nominate anche Cynthia Erivo per Harriet, Saoirse Ronan per Little Women, Charlize Theron per Bombshell e Renee Zellweger per Judy. Come miglior attore in un film drammatico sono stati nominati Christian Bale per Ford v Ferrari (Le Mans 66 – La grande sfida), Antonio Banderas per Pain and Glory (Dolor y Gloria), Adam Driver per Marriage Story, Joaquin Phoenix per Joker, Jonathan Pryce per I due papi.

SCORSESE, TARANTINO E BONG JOON HO PER LA REGIA

Nella categoria miglior regista sono candidati Martin Scorsese per The Irishman, Bong Joon Ho per Parasite, Sam Mendes per 1917, Todd Phillips per Joker, Quentin Tarantino per Once Upon a Time in Hollywood (C’era una volta a… Hollywood).

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Così Ciro è diventato l’Immortale

Marco D'Amore racconta il passato del protagonista di Gomorra. Un progetto cross-mediale che vuole essere un ponte cinematografico tra la quarta e la quinta stagione della serie.

Ciro di Marzio, il personaggio amato dai fan della serie Gomorra, ritorna sugli schermi, questa volta cinematografici, con L’immortale diretto e interpretato da Marco D’Amore.

La trama comincia con un colpo esploso a bordo di una barca: Genny Savastano spara a Ciro il cui corpo sprofonda nelle acque buie del Golfo di Napoli. In quel momento riaffiorano i ricordi: un bambino piange tra le macerie di un palazzo distrutto nel terremoto dell’Irpinia. È il 1980 e quel neonato, rimasto solo al mondo, è destinato a diventare l’Immortale.

UN EPISODIO INDIPENDENTE DI GOMORRA

D’Amore si mette alla prova nella triplice veste di attore, sceneggiatore (in collaborazione con Leonardo Fasoli, Maddalena Ravagli, Giulia Forgione e Francesco Ghiaccio) e regista, confezionando un prodotto cross-mediale dedicato ai fan di Gomorra con l’obiettivo, ha spiegato lo stesso D’Amore, «di portare in sala tutti quelli che per varie ragioni non hanno mai visto la serie». A fare da scenario una Napoli bellissima e tragica, mentre i flashback propongono una versione di Ciro dickensoniana.

Con l’Immortale Marco D’Amore debutta alla regia cinematografica dopo aver diretto due episodi della quarta stagione di Gomorra.

L’Immortale è un film di ottimo livello e atipico nel panorama italiano, ma ha il limite di essere pienamente comprensibile solo dal pubblico televisivo che scoprirà anche personaggi nuovi tra cui Bruno (Salvatore D’Onofrio e Giovanni Vastrella), Vera (Marianna Robustelli) e Stella (Martina Attanasio), una ragazza che aveva affascinato Ciro e che è ora compagna del suo amico di infanzia.

Regia: Marco D’Amore; genere: drammatico (Italia, 2019); attori: Marco D’Amore, Giuseppe Aiello, Salvatore D’Onofrio, Gianni Vastarella, Marianna Robustelli, Martina Attanasio, Nello Mascia

L’IMMORTALE IN PILLOLE

TI PIACERÀ SE: Non hai mai perso un episodio di Gomorra e non hai ancora digerito la morte di Ciro Di Marzio alla fine della terza stagione.

DEVI EVITARLO SE: Non ami la saga e non sai nulla dell’Immortale. O non ami particolarmente i thriller.

CON CHI VEDERLO: con i fan della serie e chi è curioso di conoscere Ciro prima dell’Immortale.

PERCHÉ VEDERLO: per apprezzare Marco D’Amore anche dietro la macchina da presa.

LA SCENA MEMORABILE: quella che non si può dire. Mica vorrete degli spoiler?

LA FRASE CULT: «Io sono morto già».

L’Immortale è un progetto cross-mediale tra serie tivù e cinema.

1. UN PROGETTO TRA SALOTTO E SALA

L’Immortale è un esperimento cross-mediale tra tivù e grande schermo. Una sorta di cerniera tra la quarta e la quinta stagione di Gomorra.

2. L’UMANITÀ DELL’IMMORTALE

Il personaggio di Ciro è particolarmente amato da Marco D’Amore che lo considera un «antieroe romantico». «Lo ritengo uno di quegli uomini per metà polvere e per l’altra metà dei», ha detto il regista. «Crea conflitto nello spettatore: la faccia feroce dell’uomo che lotta per imporsi, e accanto la fragilità di un essere umano alla ricerca di qualcosa di vero a cui aggrapparsi».

3. LA DIFFICOLTÀ DI FARSI IN TRE

Il triplice impegno non è stato sempre facile da gestire, in particolare sul set: D’Amore ha ammesso di essersi inizialmente «maledetto» per aver deciso di dover lavorare dietro e davanti la macchina da presa. Poi con il procedere delle riprese tutto ha trovato un suo equilibrio. L’Immortale segna il debutto alla regia cinematografica per D’Amore che aveva già diretto il quinto e il sesto episodio della quarta stagione di Gomorra.

Marco D’Amore è Ciro Di Marzio ne L’Immortale.

4. LA RICERCA PER RICOSTRUIRE LA NAPOLI ANNI 80

Per ricostruire la Napoli degli Anni 80 e Secondigliano gli sceneggiatori hanno compiuto un accurato lavoro di ricerca su documenti d’archivio e immagini di repertorio.

5. IL PRIMO FILM ITALIANO IN LARGE FORMAT

L’Immortale è il primo film italiano realizzato in large format, ovvero un formato intermedio tra i 35 e i 65 mm. Guido Michelotti, direttore della fotografia ha spiegato: «Fino a qualche anno fa le fiction televisive si giravano in 16 mm e il cinema in 35mm, questo rendeva l’immagine dei film più spettacolare. Oggigiorno le serie televisive si girano con le stesse camere che si usano per i film, per questo motivo il cinema si sta muovendo verso formati sempre più ampi, per differenziare l’immagine da quella che lo spettatore è abituato a vedere in tivù».


Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Scorsese spiega come guardare The Irishman correttamente

Il premio Oscar implora di non guardare il suo nuovo gangster movie sullo smartphone e di non spezzettarlo come una serie: «L'effetto emotivo va perduto».

Martin Scorsese implora: non guardate The Irishman sul cellulare. «Se volete vedere uno dei miei film, o in generale la maggior parte dei film, per favore non guardateli su un telefonino. Guardateli su un iPad, meglio se un grande iPad», ha detto il regista, che nel 2012 ha girato uno spot per l’iPhone, al critico della rivista Rolling Stone, Peter Travers, dopo i primi giorni dell’approdo della sua ultima fatica cinematografica su Netflix.

«NON SPEZZETTATE IL FILM»

The Irishman ha segnato uno spartiacque nel dibattito su come fare e vedere cinema dopo che Netflix e gli altri colossi dello streaming hanno rivoluzionato la televisione.

Tre ore e mezza di lunghezza, l’affresco sul sicario irlandese coinvolto nella scomparsa del boss del sindacato dei camionisti Jimmy Hoffa è una sfida all’attenzione dello spettatore, tanto che alcuni fan hanno creato una guida a come spezzare il film in quattro puntate come se fosse una miniserie. Formato, questo, esplicitamente bocciato da Scorsese: «Perché il punto di questo film è l’accumulo dei dettagli. C’è un effetto cumulativo alla fine del film, per via del quale devi vederlo dall’inizio alla fine in una sola sessione».

«NON C’È NIENTE DI MALE NELLE SERIE, MA QUESTA NON LO È»

«Non c’è nulla di male con le serie, ma il mio film non è una serie», ha detto il regista a Entertainment Weekly riferendosi in particolare agli ultimi 20 minuti del film in cui il protagonista Frank Sheeran (Robert De Niro al suo nono film con Scorsese) si vede cadere addosso tutte le decisioni prese nel corso della vita abbracciando la vita dei gangster e allontanandosi dalla famiglia. L’effetto emotivo finale – ha spiegato il regista – sarebbe andato perduto se non guardato assieme al resto della pellicola.

L’EFFETTO DI THE IRISHMAN SUL BOX OFFICE

The Irishman, dopo tre settimane in un numero limitato di sale dove continua ad essere ancora proiettato, è arrivato su Netflix il 27 novembre, alla vigilia del ponte di Thanksgiving e la presenza di un film d’autore accanto alle mille proposte di cinema e tv della piattaforma in streaming ha avuto un effetto al box office nordamericano dove tra mercoledì e domenica, grazie soprattutto al record di Frozen 2 (123 milioni) sono stati venduti biglietti per 264 milioni di dollari, il 16 per cento in meno rispetto allo stesso periodo del 2018. Questo calo, secondo gli esperti, non è stato provocato solo dal maltempo che ha imperversato per tutto il ponte della festa soprattutto sugli stati degli Ovest: ha avuto una parte anche l’arrivo su Netflix del film di Scorsese, uno dei più attesi della stagione e sicuramente tra i candidati agli Oscar.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Woody Allen torna a New York (nonostante il #Metoo)

Dopo le accuse di molestie della figlia che hanno complicato l'uscita del film, il regista americano arriva nelle sale con un'opera che rievoca i suoi vecchi lavori: dai personaggi ai dialoghi brillanti.

Le polemiche ritornate a galla con la nascita del movimento #MeToo hanno impedito a lungo di portare nelle sale Un giorno di pioggia a New York. Il film racconta la storia di Gatsby (Timothée Chalamet), che vive nella Grande Mela, e Ashleigh (Elle Fanning), che si occupa del giornale dell’università dell’Arizona dove ha conosciuto il fidanzato, i cui progetti di trascorrere un weekend romantico vengono stravolti.

Woody Allen ritorna a New York e lo fa riportando in scena situazioni e figure già proposte nella sua filmografia: il regista plasma su se stesso lo studente Gatsby che ama il cinema del passato e si ritrova alle prese con la sorella minore di una sua ex, Shannon (Selena Gomez), mentre Ashleigh, che viene trascinata nel complicato mondo del filmmaker Roland Pollard (Liev Schreiber) che deve intervistare, avrebbe potuto essere in passato affidata a Diane Keaton.

La splendida fotografia di Vittorio Storaro crea un’atmosfera malinconica e suggestiva in cui si muovono figure che appaiono versioni contemporanee di personaggi già conosciuti. Chi ama il cinema di Allen non potrà quindi che gioire: le buone performance delle giovani star, l’esperienza dei co-protagonisti e i consueti dialoghi brillanti, che mescolano leggerezza e riflessioni sulla vita, sostengono un film confezionato con maestria che paga forse un po’ troppo le sue radici nel passato per rivolgersi agli spettatori che dovrebbero riconoscersi nei protagonisti.

Un giorno di pioggia a New York riesce però a inserirsi tra le migliori opere del suo autore grazie alla freschezza dei suoi interpreti, a un ritmo incalzante e all’esperienza di Woody Allen che si muove sicuro tra triangoli sentimentali, dubbi esistenziali, contrasti sociali e cambiamenti.

UN GIORNO DI PIOGGIA A NEW YORK: 5 COSE DA SAPERE

I guai dopo le accuse di molestie della figlia

Woody Allen ha raggiunto un accordo con Amazon Studios dopo che il regista aveva deciso di procedere per vie legali a causa della conclusione anticipata del contratto che prevedeva il finanziamento e la distribuzione di quattro film, tra cui anche Un giorno di pioggia a New York. Lo studio aveva deciso di interrompere la collaborazione dopo che erano riemerse le accuse di Dylan Farrow, la figlia del regista che da anni sostiene di essere stata molestata. Amazon riteneva che la situazione impedisse di ottenere i benefici, economici e di immagine, alla base dell’accordo, portando quindi Allen a coinvolgere gli avvocati per riuscire a ottenere circa 68 milioni di dollari per compensare le perdite subite.

Un gioco di contrasti tra luci e ombre

Vincenzo Storaro ha scelto di usare luci diverse e momenti di camera differenti per enfatizzare le due personalità di Gatsby e Ashleigh: il ragazzo ama la New York nuvolosa e piovosa, mentre Ashleigh è maggiormente estroversa e piena di passione, venendo quindi associata a colori più caldi. Le scene con al centro la giovane sono poi state girate usando una steadicam, elemento scelto per sottolineare il bisogno di libertà e di movimento del personaggio affidato a Elle Fanning, mentre per quelle dedicate a Gatsby la macchina da presa è stabile.

Allen e il rapporto indissolubile col cinema

Il regista, in una recente intervista, ha rivelato di non aver mai pensato di ritirarsi dal mondo del cinema nonostante le ripercussioni della pubblicazione delle notizie legate alle accuse che gli rivolge la figlia Dylan. Allen ha sottolineato: «Fin da quando ho iniziato a lavorare ho sempre cercato di concentrarmi sul mio lavoro, a prescindere da quello che accade nella mia famiglia o dagli aspetti politici. Non penso ai movimenti sociali. Il mio cinema è sui rapporti umani e sulle persone. E cerco di metterci dell’umorismo. Se dovessi morire probabilmente accadrebbe su un set cinematografico, e potrebbe succedere davvero».

Il prossimo progetto: Rivkin’s Festival

I problemi affrontati da Allen negli Stati Uniti potrebbero portare il filmmaker a proseguire la sua carriera solo in Europa, dove riesce ancora a ottenere i finanziamenti necessari. Il suo nuovo progetto si intitola, fino a questo momento, Rivkin’s Festival e ha come protagonisti Elena Anaya, Sergi Lopez, Gina Gershon, Wallace Shawn, Christoph Waltz e Louis Garrel. La storia è ispirata al San Sebastian Film Festival dove una coppia americana viene travolta dalla magia dell’evento e la donna inizia una relazione con un regista francese, mentre il marito si innamora di un’affascinante abitante della città.

Le reazioni del cast alle accuse di molestie

Le accuse rivolte a Woody Allen hanno diviso i membri del cast tra chi ha annunciato di rimpiangere la propria decisione di lavorare con il regista e chi, invece, lo ha difeso o sostenuto di non avere abbastanza informazioni per avere un’opinione obiettiva. Griffin Newman ha donato il proprio salario all’associazione Rainn (Rape and Incest National Network), stessa scelta compiuta da Timothée Chalamet che ha però diviso la cifra aiutando anche Time’s Up e Lgbt Center di New York.

Selena Gomez, seppur non dura nella propria opinione come i colleghi, ha donato oltre 1 milione di dollari a Time’s Up, organizzazione sostenuta anche da Rebecca Hall che ha ribadito comunque di ritenere la situazione complessa e di condannare i processi pubblici. A sostegno di Allen si erano poi schierati Jude Law, che considerava una vergogna che il film non venisse distribuito, e Cherry Jones che, dopo aver cercato ed esaminato ogni informazione relativa alle accuse, ha deciso di ritenere Allen innocente.

IL FILM DI WOODY ALLEN IN PILLOLE

La scena memorabile: Gatsby scopre i sentimenti di Shannon.

La frase cult: «La vita reale è per chi non sa fare di meglio».

Ti piacerà se: ami il cinema di Woody Allen e i suoi personaggi complicati e un po’ nevrotici.

Devi evitarlo se: vorresti vedere dei protagonisti inediti nella filmografia del regista.

Con chi vederlo: con la persona amata, per riflettere sugli ostacoli affrontati ogni giorno.

Perché vederlo: per apprezzare le interpretazioni di un cast di talento valorizzato da dialoghi e battute brillanti e un po’ romantiche.

Regia: Woody Allen; genere: commedia (Usa, 2018); attori: Timothée Chalamet, Elle Fanning, Selena Gomez, Jude Law, Rebecca Hall, Cherry Jones, Liev Schreiber, Diego Luna.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Cetto c’è ed è più sovranista dei sovranisti

Esce nelle sale il nuovo film di Antonio Albanese, terzo capitolo del suo celebre personaggio La Qualunque. Ma questa volta la realtà sembra superare la fantasia.

Antonio Albanese riprende il ruolo di Cetto La Qualunque per tornare a ironizzare sui problemi della società contemporanea nella commedia Cetto C’è, senzadubbiamente. Dopo aver lasciato la politica e l’Italia, il protagonista si è trasferito in Germania dove gestisce una catena di pizzerie, ha conosciuto sua moglie ed è diventato padre. Quando la sorella di sua madre lo fa tornare a Marina di Sopra, in Calabria, Cetto scopre però di essere in realtà l’erede del principe Luigi Buffo di Calabria e diventa un sovrano “assolutista”.

Il personaggio creato insieme a Piero Guerrera, arrivato alla sua terza apparizione cinematografica, paga un po’ troppo la sua natura prevalentemente adatta al piccolo schermo nonostante la sceneggiatura e la regia di Giulio Manfredonia cerchino di creare una narrazione scorrevole e ricca di momenti divertenti, sfruttando i contrasti esistenti tra le diverse generazioni con Cetto e Melo (un convincente Davide Giordano), e tra il passato politico e la sua nuova quotidianità da monarca.

L’approccio sarcastico alla situazione della nostra nazione funziona solo a tratti e nemmeno i tanti equivoci, le situazioni sopra le righe, le battute legate all’idea degli italiani mafiosi e dei tedeschi nazisti, e il rapporto con la moglie riescono a dare spessore a una commedia davvero esile per quanto riguarda i contenuti e l’originalità. Il film comunque riesce a strappare qualche risata, ma il talento di Albanese meriterebbe un progetto più curato e meno scontato per far emergere i tempi comici e l’espressività che lo caratterizzano come attore.

CINQUE COSE DA SAPERE SU CETTO C’È, SENZADUBBIAMENTE

Un lavoro complicato: «La realtà ha superato la fantasia

Antonio Albanese ha dichiarato che il lavoro di comico sta diventando sempre più complicato perché «la realtà supera ogni forma di comicità». L’attore ha sostenuto che persino le sue battute, così sopra le righe, stanno iniziando ad avere troppi punti di contatto con la vita quotidiana degli italiani. Albanese ha quindi sottolineato che Cetto, per gli standard attuali, è un moderato ed è necessario reagire alla situazione con l’energia della comicità.

Le richieste dei fan ad Albanese per un terzo capitolo

Il ritorno di Cetto sul grande schermo è stato deciso dopo le numerose richieste dei fan che volevano assistere a un terzo capitolo della sua storia nelle sale. Albanese e lo sceneggiatore Piero Guerrera avevano dichiarato che avrebbero pensato a un altro film solo se ne valeva la pena e dopo 7 anni hanno avuto un’idea che hanno ritenuto valida, iniziando a svilupparla.

Gli intrecci tra vita reale e finzione

Antonio Albanese ha svelato che la storia ha un piccolo punto in comune con la sua vita: il padre dell’attore è infatti stato costretto a lasciare la Sicilia e trasferirsi al Nord per trovare un lavoro, nonostante amasse la propria regione.

Una “vera” iniziativa: la piattaforma Pileau

Online è stata lanciata ufficialmente la piattaforma Pileau che sostiene la candidatura di Cetto La Qualunque al trono del Regno delle due Calabrie e dove è possibile esprimere liberamente le proprie idee. L’ironica iniziativa prende il nome dal “filosofo” Jean Jean Pileau, descritto come un «evasore fiscale, mecenate e sessuomane francese vissuto a cavallo tra 700, 800 e 900. Nato nel 1798 in Francia da genitori di origini italiane».

Un brano virale: il duetto Albanese-Guè Pequeno

Nella colonna sonora del film Cetto c’è, senzadubbiamente è presente un duetto di Antonio Albanese con Guè Pequeno, intitolato Io sono il re, accompagnato online da un video che ha già superato quota 900.000 visualizzazioni su YouTube e diventato un fenomeno virale.

IL FILM DI ALBANESE IN PILLOLE

La scena memorabile: Cetto scopre le sue vere origini;

La frase cult: «La democrazia non può garantire più niente, un re sì»;

Ti piacerà se: Ami le commedie leggere che si ispirano alla realtà;

Devi evitarlo se: se non ami battute legate agli stereotipi e un’immagine della donna un po’ troppo banalizzata;

Con chi vederlo: insieme a chi apprezza il talento comico di Antonio Albanese;

Perché vederlo: per riflettere senza troppo impegno sulla possibile direzione della politica italiana.

Regia: Giulio Manfredonia; genere: commedia (Italia, 2019); attori: Antonio Albanese, Nicola Rignanese, Caterina Shulha, Gianfelice Imparato, Davide Giordano.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Trailer e recensione di Les Mans ’66

Il film con Damon e Bale fa rivivere il grande confronto tra Ford e Ferrari attraverso l'amicizia dei due protagonisti Carroll Shelby e Ken Miles.

La storia vera di un’amicizia che ha trasformato il mondo delle corse automobilistiche è al centro di Le Mans ’66 – La grande sfida, il film diretto da James Mangold dopo il successo di Logan. Gli eventi prendono il via nel 1959 quando Carroll Shelby (Matt Damon), dopo la vittoria alla 24 Ore di Le Mans, scopre di non poter più correre a causa di una patologia cardiaca. Lascia così le piste, per vendere automobili.

Fino a quando con l’amico collaudatore Ken Miles (Christian Bale) e un team di ingegneri e meccanici, Shelby raccoglie la sfida lanciata dalla Ford: battere la Ferrari. Le Mans ’66 – La grande sfida funziona soprattutto grazie alle ottime performance dei protagonisti. La narrazione sebbene cada nella retorica riesce a restituire, attraverso il rapporto tra i due, la portata di una sfida epica.

Al suo debutto nelle sale nel weekend del 16-17 novembre il film ha conquistato il primo posto al box office in Nord America con 31,5 milioni di dollari. Anche in Italia ha sbancato: uscito in 497 sale, ha incassato 1.246.126 euro. La storia è nota.

Regia: James Mangold; genere: drammatico (Usa, 2019); attori: Matt Damon, Christian Bale, Jon Bernthal, Caitriona Balfe, Tracy Letts, Josh Lucas, Remo Girone.

LE MANS ’66 IN PILLOLE

TI PIACERÀ SE: apprezzi i film che uniscono azione e storie vere.

PERCHÉ VEDERLO: per ripercorrere una pagina di storia e una sfida agguerrita.

CON CHI VEDERLO: insieme ai fan di Christian Bale e del suo camaleontico talento.

Una scena di Les Mans ’66.

DEVI EVITARLO: se ti aspetti una una versione “storica” di Fast & Furious.

LA SCENA MEMORABILE: Carrol cerca di convincere Ken a partecipare alla sua “folle” impresa.

LA FRASE CULT: «Ford odia quelli come noi, perché siamo diversi».

Damon e Bale sul set.

LE CARRIERE INTRECCIATE DI DAMON E BALE

Christian Bale ha lo stesso agente di Matt Damon e per anni i due attori hanno “rischiato” di lavorare insieme. «Non avrei una carriera se non fosse per i ruoli che ha rifiutato», ha detto Bale parlando di Damon. «Dicevano: “Matt non vuole fare questo film”. “Okay, e Bale?”». Damon ha rinunciato anche alla parte di Dickie Eklund in The Fighter, film che ha fatto conquistare a Bale un premio Oscar come miglior attore non protagonista.

SHELBY-MILES, UN LEGAME UNICO

Bale ha sottolineato che uno degli aspetti più belli della storia raccontata da Le Mans ’66 è il legame strettissimo tra i due protagonisti. Tanto che Shelby riuscì a riconoscere il talento di Miles nonostante il pilota continuasse ad auto-sabotarsi. Matt Damon ha svelato che per portare in scena questa amicizia si è ispirato al rapporto tra fratelli.

Les Mans ’66 racconta una grande amicizia.

UN TALENTO CAMALEONTICO

Christian Bale per girare Le Mans ’66 ha dovuto rimettersi in forma dopo aver preso peso per le riprese di Vice, in cui interpretava Dick Cheney. L’attore ha però dichiarato che in futuro non si sottoporrà più a trasformazioni fisiche estreme.

UN PROGETTO RIMANDATO A LUNGO

James Mangold ha raccontato di aver tenuto d’occhio il progetto fin dal 2011, leggendo le versioni degli script che erano state realizzate fino a quel momento. Dopo aver girato Logan il regista ha quindi chiesto alla 20th Century Fox di lavorarci con collaborazione dei fratelli Butterworth.

Christian Bale interpreta il pilota Ken Miles.

I TAGLI AL MONTAGGIO

Nella sua versione provvisoria, il film durava quattro ore. Il regista è stato costretto a tagliare molto materiale passando prima a 3 ore e 15 poi a 2 ore e 30. Sono così state sacrificate le sottotrame per lasciare spazio al rapporto tra i due protagonisti. Alcune delle sequenze tagliate potrebbero comunque essere inserite nei contenuti extra dei Dvd e Blu-Ray, ma Mangold per ora non ha intenzione di proporre una director’s cut del suo lungometraggio.


Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Trailer e recensione de La Belle Époque

Il film di Nicolas Bedos con Daniel Auteuil è una commedia brillante e insieme malinconica. Una sorta di Truman Show che spinge a riflettere sulle relazioni d'amore e sulla nostalgia. Da vedere.

Ritornare a vivere il passato per apprezzare il presente: questa è l’idea alla base dell’affascinante commedia La belle époque, diretta da Nicolas Bedos e presentata all’ultima Festa del cinema di Roma. Daniel Auteuil è Victor, uomo refrattario alle nuove tecnologie che viene cacciato di casa dalla moglie Marianne (Fanny Ardant), la quale al contrario del marito subisce il fascino delle novità. A questo punto entra in scena Antoine (Guillaume Canet) titolare della Time Traveller un’agenzia che ricrea per i clienti un momento del passato. E Victor chiede di rivivere, come in un Truman Show, il 16 maggio 1974: il primo appuntamento con Marianne.

Daniel Auteuil interpreta Victor.

UNA RIFLESSIONE SULL’AMORE

Le brillanti interpretazioni del trio di protagonisti, affiancati dalla carismatica Doria Tillier (Margot, l’alter ego di Marianne) sostengono una commedia dalla vena malinconica e al tempo stesso trascinante. Bedos con La Belle Époque fa riflettere con il sorriso sull’evoluzione dei rapporti sentimentali e sulle difficoltà ad adeguarsi a un mondo in continua evoluzione.

Regia: Nicolas Bedos; genere: commedia (Francia, 2019); attori: Daniel Auteuil, Guillaume Canet, Doria Tillier, Fanny Ardant, Pierre Arditi.

LA BELLE ÉPOQUE IN PILLOLE

TI PIACERÀ SE: apprezzi i film che divertono con intelligenza, accompagnati da un’ottima colonna sonora e interpretazioni brillanti.

DEVI EVITARLO SE: sei un grande appassionato di tecnologia e non capisci chi non è drogato di social media.

PERCHÉ VEDERLO: per divertirsi ed emozionarsi avvolti in un’atmosfera vintage.

Una splendida Fanny Ardant.

CON CHI VEDERLO: insieme a chi si ama, per riflettere con leggerezza sui problemi delle relazioni.

LA SCENA MEMORABILE: Victor “incontra” per la prima volta Marianne, dando indicazioni per ricreare alla perfezione il suo giorno memorabile.

LA FRASE CULT: «Non so cosa mi riserverà il futuro, ma voglio viverlo fino in fondo».

Guillaume Canet nei panni di Antoine ricrea il momento speciale di Victor.

UNA AVVENTURA PSICANALITICA

In una intervista Bedos, classe 1979, ha raccontato di essere stato folgorato da un’immagine: un uomo anziano litiga con la moglie che lo accusa di non sapere stare al passo con i tempi. L’uomo allora entra in una stanza in cui tutto lo riporta agli Anni 70. «Una specie di bolla protettiva che lui stesso ha creato», ha spiegato il regista. «Quest’uomo è nato dal riflesso di alcune persone che mi sono molto vicine e, per alcuni aspetti, da me stesso. Scrivere questa storia è stata una vera avventura anche psicoanalitica».

ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO

Il regista ha ammesso che fin da giovane ha sviluppato una «paura quasi patologica nei confronti dell’erosione dei sentimenti e la distruzione dei ricordi». Un “terrore” che caratterizza quasi tutta la sua produzione.

Una splendida Fanny Ardant.

TECNOLOGIA, USARE CON CAUTELA

Guillaume Canet non è propriamente un tecno-entusiasta. «Si è talmente sommersi nella comunicazione e nei social network», ha detto l’attore, «che si rischia di dimenticare l’essenziale». Il che non significa rigettare la tecnologia tout court: «bisogna usarla con consapevolezza senza perdersi».

UN OMAGGIO AL CINEMA

La Belle Époque è un omaggio al cinema e alla magia della finzione. Non a caso Victor si riappacifica con se stesso nel momento in cui da attore diventa regista del proprio passato.


Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it