Intesa Sanpaolo, finanziamento al progetto solare Big Muddy negli Stati Uniti

La divisione IMI Corporate & Investment banking di Intesa Sanpaolo, guidata da Mauro Micillo, ha coordinato e partecipato a un finanziamento di 183 milioni di dollari in favore di Arevon, sviluppatore e operatore energetico con sede negli Stati Uniti, per lo sviluppo di una delle iniziative più rilevanti dello Stato dell’Illinois in ambito fotovoltaico. L’operazione sosterrà la costruzione di Big Muddy, un impianto solare da 124 MWdc situato nella contea di Jackson. Una volta completato, il progetto contribuirà in modo significativo alla generazione di energia pulita nel Midwest, supportando gli obiettivi regionali di decarbonizzazione. Arevon è un operatore leader nel mercato energetico degli Stati Uniti, impegnato a fornire al Paese energia accessibile, affidabile e sicura. La società possiede e gestisce oltre 6 gigawatt di progetti solari e di storage in 18 Stati, per un valore di investimento superiore agli 11 miliardi di dollari, e attualmente sta costruendo più di 600 megawatt di nuova capacità.

IMI CIB protagonista nel project financing

Nell’ambito del finanziamento, la divisione IMI CIB ha agito in qualità di coordinating lead arranger, joint bookrunner e green loan coordinator, confermando il ruolo di Intesa Sanpaolo come partner di riferimento per operazioni di project financing, in particolare nel settore delle energie rinnovabili, dove la banca si distingue per una lunga esperienza, capacità di strutturazione e presidio dei mercati internazionali. L’iniziativa testimonia ulteriormente il ruolo di primo piano della banca nelle Americhe, un’area in cui la divisione IMI CIB continua a supportare progetti strategici e investimenti infrastrutturali ad alto impatto. Ne sono esempi le recenti operazioni a favore di Greenbacker per lo sviluppo di Cider, il più esteso parco solare dello stato di New York, e ancora il supporto per la realizzazione del progetto SunZia tra New Mexico e Arizona, la più grande infrastruttura per la produzione e il trasporto di energia pulita degli Stati Uniti d’America.

Micillo: «Contribuiamo concretamente alla transizione energetica globale»

Queste le dichiarazioni di Mauro Micillo, chief della divisione IMI Corporate & Investment banking di Intesa Sanpaolo: «Il progetto Big Muddy rappresenta un importante tassello nel percorso di rafforzamento delle infrastrutture energetiche rinnovabili degli Stati Uniti, un mercato in cui siamo attivi da tempo con ruolo di primo piano. Sostenere Arevon in un’iniziativa di questa rilevanza conferma la nostra capacità di accompagnare partner di alto profilo nello sviluppo di investimenti strategici, contribuendo concretamente alla transizione energetica globale. Questo finanziamento riflette la solidità delle nostre competenze nel project financing, la qualità della nostra piattaforma internazionale e l’impegno costante nel promuovere progetti sostenibili ad alto impatto per le comunità e per l’economia».

Russia alla Biennale, Giuli chiede le dimissioni dal cda di Tamara Gregoretti

Il ministro della Cultura Alessandro Giuli, contrario alla decisione del presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco di non sollevare obiezioni alla riammissione della Russia, al punto da disertare la presentazione del Padiglione Italia, ha chiesto le dimissioni di Tamara Gregoretti, giornalista e autrice televisiva, componente del cda. Lo riporta il Corriere della Sera. La sua colpa? Essersi espressa a favore della riapertura del Padiglione russo per la 61esima edizione dell’Esposizione internazionale d’Arte che inizierà il 9 maggio. Con la fuoriuscita di Gregoretti resterebbero nel cda – oltre a Buttafuoco – vicepresidente Luigi Brugnaro, sindaco di Venezia, pure lui a favore della riammissione della Russia (come «difesa della democrazia»), e il governatore del Veneto, Alberto Stefani, esponente della Lega. Lui non si è espresso sulla questione, ma lo aveva fatto il suo capo di partito Matteo Salvini: «L’arte e lo sport avvicinano, di sicuro non allontanano».

Acea, i risultati del 2025: dividendo record e utile netto in crescita del 45 per cento

Il consiglio di amministrazione di Acea, riunitosi sotto la presidenza di Barbara Marinali, ha approvato i risultati del 2025. Numeri ai massimi storici grazie al percorso di trasformazione operativa e organizzativa intrapreso dal Gruppo, volto ad accrescere efficienza e competitività, e al consolidamento del ruolo di Acea come operatore infrastrutturale regolato. Un percorso sostenuto da una costante attenzione all’innovazione tecnologica, alle persone e dalla piena integrazione della sostenibilità nelle strategie aziendali, a supporto di una costante creazione di valore per tutti gli stakeholder. Da segnalare il dividendo proposto di 1,20 euro per azione (+26 per cento rispetto al 2024), di cui 0,95 euro a titolo di dividendo ordinario e 0,25 euro quale componente straordinaria.

Ricavi a quasi 3 miliardi, Ebitda a 1,42 miliardi

I ricavi consolidati pro-forma sono pari a 2,98 miliardi di euro, in aumento rispetto ai 2,89 miliardi del 2024, guidati dalla performance dei business regolati e dal contributo della Produzione. Le attività regolate contribuiscono per l’88 per cento al totale dei ricavi e registrano nel periodo un incremento di circa il 7 per cento. L’Ebitda consolidato pro-forma raggiunge 1,42 miliardi di euro, in crescita del 6,8 per cento rispetto ai 1,33 miliardi del 2024. L’Ebit consolidato pro-forma cresce del 2,9 per cento a 593,2 milioni di euro. Tale incremento è riconducibile alla crescita dell’Ebitda, parzialmente compensata dall’aumento degli ammortamenti, delle svalutazioni e degli accantonamenti. Gli oneri finanziari netti pro-forma sono sostanzialmente stabili a 135,9 milioni di euro. Al 31 dicembre 2025, il costo globale medio del debito di Acea si attesta al 2,07 per cento rispetto al 2,16 per cento del 31 dicembre 2024.

Acea, i risultati del 2025: dividendo record e utile netto in crescita del 45 per cento
Fabrizio Palermo (Ansa).

Utile netto oltre 480 milioni, investimenti di 1,5 miliardi

L’utile netto consolidato è pari a 480,6 milioni di euro, in crescita del 44,9 per cento rispetto al 2024. Il risultato beneficia, tra le altre, dell’iscrizione della plusvalenza (111,3 milioni di euro) realizzata a seguito della cessione della rete in alta tensione a Terna. L’utile netto ricorrente aumenta di circa il 15 per cento a 376 milioni di euro, in coerenza con l’andamento operativo del periodo. Nel 2025, sono stati realizzati investimenti lordi pari a 1,53 miliardi, in crescita rispetto ai 1,44 miliardi dell’anno precedente (+6,4 per cento). Gli investimenti al netto dei contributi ammontano a circa 1,24 miliardi (1,18 miliardi nel 2024), concentrati principalmente nei business regolati che rappresentano l’89 per cento dei capex totali (94 per cento escludendo Acea Energia). L’indebitamento finanziario netto è sostanzialmente stabile, passando da 4,94 miliardi del 31 dicembre 2024 a 4,96 miliardi al 31 dicembre 2025.

L’ad Palermo: «Rafforziamo il nostro ruolo di operatore di riferimento»

Queste le dichiarazioni di Fabrizio Palermo, amministratore delegato di Acea: «Il 2025 è stato un anno di risultati ai massimi storici per effetto del percorso di trasformazione operativa e organizzativa avviato negli ultimi anni e della crescente focalizzazione sui business infrastrutturali regolati, mantenendo al tempo stesso una forte disciplina finanziaria che ha portato al miglioramento di tutti gli indicatori economici e patrimoniali. Abbiamo rafforzato il nostro ruolo di operatore di riferimento nello sviluppo e nella gestione di progetti essenziali per i territori e nel corso dell’anno abbiamo realizzato oltre 1,5 miliardi di euro di investimenti, destinati in larga parte allo sviluppo delle reti idriche ed elettriche e al potenziamento degli impianti nel settore ambientale».

Maretta in Mondadori: l’ad Porro verso l’uscita?

Non bastasse la bufera mediatica scatenata da Fabrizio Corona su Mediaset, ora ci si mette anche Mondadori ad agitare le acque in casa Fininvest e a preoccupare Marina Berlusconi, che considera la casa editrice di Segrate il suo gioiello personale (e la cui presidenza si tiene ben stretta).

Maretta in Mondadori: l’ad Porro verso l’uscita?
Marina Berlusconi (Imagoeconomica).

Le tensioni all’interno di palazzo Niemeyer

Dietro la futuristica facciata di palazzo Niemeyer, da tempo si consumerebbero scontri e tensioni. Si sussurra che l’amministratore delegato Antonio Porro sia ai ferri corti sia con Marina B, sia con Danilo Pellegrino, numero uno di Fininvest, che controlla Mondadori. Sempre le stesse voci riferiscono anche che Porro non parli da mesi con il direttore finanziario, Alessandro Franzosi, figura chiave dell’azienda. Porro era arrivato alla guida di Mondadori cinque anni fa, con un compito non facile: raccogliere la pesante eredità di Ernesto Mauri che aveva gestito la conquista della Rizzoli Libri, l’operazione più rilevante nel mondo dell’editoria italiana degli ultimi 20 anni. Nel 2021 però Mauri, fedelissimo di Marina, aveva lasciato Segrate per assumere la presidenza del Teatro Manzoni. 

Maretta in Mondadori: l’ad Porro verso l’uscita?
Maretta in Mondadori: l’ad Porro verso l’uscita?
Maretta in Mondadori: l’ad Porro verso l’uscita?
Maretta in Mondadori: l’ad Porro verso l’uscita?
Maretta in Mondadori: l’ad Porro verso l’uscita?
Maretta in Mondadori: l’ad Porro verso l’uscita?
Maretta in Mondadori: l’ad Porro verso l’uscita?

Sostituto di Porro cercasi…

Così sul tavolo di Marina B, impegnata a scrivere lettere a Repubblica (una mossa che ha fatto infuriare il fronte del Sì al referendum perché ritenuta suicida), ora c’è un fascicolo ingombrante: trovare un sostituto di Porro. Il nome su cui Fininvest potrebbe convergere è quello di Carmine Perna, attuale amministratore delegato di Mondadori Retail, la divisione che gestisce i negozi e i canali di vendita della casa editrice.

Mantovano senza sconti su Gratteri: «Da lui non semplici opinioni ma minacce»

Continuano le polemiche sulle affermazioni del procuratore di Napoli Nicola Gratteri rivolte al Foglio – «dopo il referendum con voi faremo i conti, nel senso che tireremo una rete», ha detto il magistrato a una giornalista del quotidiano. Sul caso è intervenuto anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano che, in un’intervista a SkyTg24, non ha usato mezzi termini per definire le dichiarazioni di Gratteri: «Sono espressioni che certamente, quando vengono adoperate da un procuratore della Repubblica, non sono semplici opinioni, soprattutto quando hanno un velo neanche tanto sottile di minaccia nei confronti di un giornalista».

Secondo lui c’è un «ostracismo verso i magistrati che sono per il Sì»

Entrando più nello specifico in tema referendum, Mantovano ha lamentato un’avversione nei confronti dei magistrati che si sono espressi per il Sì alla riforma Nordio: «Lo strappo più significativo che oggi si sta realizzando è interno alla magistratura, perché sono centinaia i magistrati che si stanno esprimendo per il Sì, decine e decine anche pubblicamente e nei loro confronti è nato un ostracismo, una marginalizzazione all’interno del corpo della magistratura».

Mantovano senza sconti su Gratteri: «Da lui non semplici opinioni ma minacce»
Alfredo Mantovano (Imagoeconomica).

L’ipotesi di una «resa dei conti a sinistra» dopo il voto

A chi ipotizza ripercussioni sul governo in caso di vittoria del No, il sottosegretario ricorda che «c’è una fascia significativa e autorevole della sinistra italiana che è favorevole a questa riforma» perché va nella direzione della loro storia. «Temo molto che, tra le varie rese dei conti annunciate che si realizzeranno dopo il voto referendario, una riguarderà proprio l’area della sinistra. Perché quando si violenta la propria storia, quando si rinnega una parte importante del proprio passato, poi qualcosa succede sempre. Sto parlando ovviamente in termini ideali, non cruenti, siamo in un ordinamento democratico grazie a Dio. Però ho l’impressione che qualcosa accadrà e che il quadro da quelle parti non rimarrà così stabile», ha sottolineato. Un ribaltamento della prospettiva, dunque: non è il centrodestra che dovrà fare i conti ma l’opposizione.

Israele: «Missile iraniano caduto a poche centinaia di metri dal Muro del Pianto»

«Il regime iraniano sta lanciando missili su Gerusalemme, la capitale di Israele. Uno di questi ha colpito a poche centinaia di metri dalla Città Vecchia, dal Muro Occidentale, dalla Moschea di Al-Aqsa e dalla Chiesa del Santo Sepolcro». È quanto si legge sull’account X del Ministero degli Esteri israeliano, dove è stato pubblicato un video degli attimi successivi al presunto attacco: «La protezione delle vite umane e la sicurezza dei fedeli vengono prima di tutto. Per questo motivo, la preghiera in tutti i luoghi santi è stata temporaneamente sospesa».

Iran, Mojtaba Khamenei promette vendetta nel suo primo discorso da Guida Suprema

Giovedì 12 marzo è finalmente arrivato il primo discorso alla nazione di Mojtaba Khamenei, la nuova Guida Suprema dell’Iran, subentrato al padre, l’ayatollah Ali, ucciso nei primi raid di Stati Uniti e Israele. Non è apparso in pubblico, né dal vivo né in video: ferito alle gambe e nascosto in un luogo sicuro (almeno questa è la versione ufficiale), si è limitato a un messaggio letto da un presentatore alla tv di Stato.

Iran, Mojtaba Khamenei promette vendetta nel suo primo discorso da Guida Suprema
Donna iraniana mostra un ritratto di Mojtaba Khamenei (Ansa).

Cosa ha detto Mojtaba Khamenei nel primo discorso da Guida Suprema

«Non rinunceremo a vendicare il sangue dei nostri martiri», ha detto Khamenei, citando anche la strage delle bambine nella scuola di Minab, «un crimine che non può passare sottotraccia». Il leader iraniano ha poi affermato che «il tentativo di dividere il Paese è stato sventato». Quanto agli attacchi contro i Paesi del Golfo, Khamenei ha spiegato: «Noi non colpiamo i nostri vicini che sono amici, ma solo le basi del nemico sul loro territorio», che «vanno chiuse». Così sullo Stretto di Hormuz: «La leva della chiusura deve continuare a essere utilizzata come strumento di pressione». Auspicando «la pace per tutto il popolo iraniano», Khamenei ha anche detto: «Abbiamo studiato l’apertura di altri fronti dove il nemico ha poca esperienza ed è estremamente vulnerabile. Saranno attivati se la situazione di guerra persiste e in base agli interessi nazionali».

Altre due esplosioni a Erbil, Crosetto: «Attacco deliberato»

Due nuove esplosioni sono state udite a Erbil, nel Kurdistan iracheno, dopo il drone che ha colpito la base italiana nella serata dell’11 marzo 2026. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, in merito all’attacco, ha parlato di un’azione deliberata, dal momento che si tratta di una base Nato, «quindi anche americana», e che già nei giorni precedenti c’erano stati tentativi di intervento. Intervistato dal Tg1, ha confermato che il contingente non ha riportato alcun danno e che i militari erano entrati in aree protette dopo l’allarme. Attualmente sono 141 i soldati italiani presenti a Erbil, che entrano ed escono dal bunker a seconda degli allarmi.

Altre due esplosioni a Erbil, Crosetto: «Attacco deliberato»
Guido Crosetto (Ansa).

Il console italiano a Erbil: «Situazione sotto controllo»

Sulla vicenda è intervenuto anche il console italiano a Erbil, Tommaso Sansone, al Tg2: «La nostra base militare è stata bersagliata da un attacco con droni di provenienza ancora da accertare che ha causato danni materiali ma ha lasciato illesi i nostri militari. Abbiamo parlato con loro, la situazione è sotto controllo, quindi sono tutti in sicurezza. Anche i nostri connazionali stanno bene, vengono assistiti da questo consolato generale che valuterà nei prossimi giorni tutte le azioni che dovessero rendersi necessarie a loro tutela».

Tajani: «Stiamo riducendo il personale nel consolato»

«Oggi parlerò con le autorità del Kurdistan iracheno e con il ministro degli Esteri dell’Iraq per fare un punto della situazione», ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani in un punto stampa alla Farnesina «Abbiamo concluso proprio su questo una riunione con l’ambasciatore e il console d’Italia a Erbil e stiamo riducendo la presenza del personale, sia in ambasciata a Baghdad, sia nel consolato a Erbil per ragioni di sicurezza».

Hoara Borselli con Nordio per il sì, il nuovo vice del Messaggero e le altre pillole

Instancabile. Irrefrenabile. Hoara Borselli, volto di punta di quell’esercito di suffragette di destra che attanaglia la scena politica italiana dall’avvento del melonismo, non conosce sosta: le sue giornate romane sono fitte di appuntamenti pubblici, dove conduce convegni e presenta libri. Prendiamo il pomeriggio di mercoledì 11 marzo: la scatenata Borselli era a Palazzo Giustiniani, uno degli edifici del Senato della Repubblica guidato da Ignazio La Russa, per presentare nella sala Zuccari il libro di Giancarla Rondinelli, autrice televisiva e già giornalista del quotidiano Il Tempo, intitolato L’impronta. La lezione di Garlasco e la fiducia dei cittadini nella giustizia. Ma il vero impegno politico è arrivato subito dopo, su un tema caldissimo come la giustizia: via di corsa in piazza Cavour, di fronte al “Palazzaccio” dove ha sede la Corte Suprema di Cassazione: qui, nel cinema Adriano, Borselli ha dialogato con il Guardasigilli Carlo Nordio davanti a una folla di giovani, in un incontro intitolato “La generazione che dice sì. Gli studenti a confronto con il referendum”. Esilarante la scena di Nordio che le parlava coprendosi la bocca, mentre Borselli rispondeva senza nascondere nulla della conversazione…

Hoara Borselli con Nordio per il sì, il nuovo vice del Messaggero e le altre pillole
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Hoara Borselli con Nordio per il sì, il nuovo vice del Messaggero e le altre pillole
Hoara Borselli con Nordio per il sì, il nuovo vice del Messaggero e le altre pillole

Il “no” si proietta al cinema, al Pigneto

Il fronte del no di certo non sta a guardare. Giovedì 12 marzo al Pigneto, storica zona romana “de sinistra”, gli oppositori della riforma della giustizia si trovano al cinema L’Aquila, in un incontro organizzato da Magistratura Democratica. L’evento si intitola “Preferirei di no” e vede la partecipazione di Giovanni Battista Bachelet, Pier Luigi Bersani, Attilio Bolzoni, Rosy Bindi, Paola Caridi, Luciana Castellina, don Luigi Ciotti, gli scrittori Maurizio De Giovanni ed Erri De Luca, Ida Dominijanni, Andrea Fabozzi, Patrizio Gonnella, Franco Grillini, Maria Concetta Guerra, Fabio Ingrassia, Franco Ippolito, Michele Laforgia, Riccardo Mancuso, Emiliano Manfredonia, Livio Pepino, Armando Punzo, Dario Salvetti, Guido Saraceni, Donatella Stasio, Sergio Vesperitno, Claudio Volpe. E un “contributo” di Dacia Maraini.

Il Messaggero, il Martino ha l’oro in bocca

Grandi rivoluzioni in vista a Roma, nel quotidiano Il Messaggero. Il direttore Roberto Napoletano è impegnato a dare una scossa al quotidiano caltagironesco, e dovrà cominciare con l’attesissima nomina di un nuovo vicedirettore. Da mesi si parla di un upgrade per Ernesto Menicucci, una storica colonna della cronaca, che ha lavorato anche al Corriere della Sera. Ma negli ultimi giorni le preferenze sembrano destinate a chi lavora nella redazione economia, quella che ha sempre un posto di primo piano nel cuore dell’editore (e non solo) Francesco Gaetano Caltagirone, visti gli impegni sul fronte finanziario. Il prescelto, a sentire i bookmaker, risponderebbe al nome di Christian Martino. «Anche perché», spifferano nella sede del giornale, in via del Tritone, «qualche giorno di vacanza se le dovrà prendere pure Napoletano, e delegare a un vice con competenze nel settore dell’economia per lui rappresenterebbe un grande sollievo». Non resta che attendere…

Hoara Borselli con Nordio per il sì, il nuovo vice del Messaggero e le altre pillole
Hoara Borselli con Nordio per il sì, il nuovo vice del Messaggero e le altre pillole
Hoara Borselli con Nordio per il sì, il nuovo vice del Messaggero e le altre pillole

Il Monda non si è fermato mai un momento

Come ti giri, c’è un Monda che presenta un libro. Mercoledì 11 marzo ecco Andrea Monda, scrittore e saggista, direttore de L’Osservatore Romano, il quotidiano della Santa Sede, in quel di Viterbo: nella Biblioteca Consorziale è stato chiamato per condurre l’incontro “Toglietemi tutto tranne il superfluo, tranne la poesia”, dedicato alla presentazione del libro di papa Francesco intitolato Viva la poesia! curato dal gesuita padre Antonio Spadaro.

Hoara Borselli con Nordio per il sì, il nuovo vice del Messaggero e le altre pillole
Andrea Monda (foto Imagoeconomica).

Ma in famiglia c’è anche Antonio Monda, quello che vive a New York, dove insegna alla New York University, collabora con il quotidiano Il Foglio ed è titolare della rubrica “Central Park West” per RaiNews24 ed è il direttore artistico del festival letterario “Le Conversazioni”. Antonio, quando si trova a Roma, presenta i libri, i suoi: come giovedì 12 marzo, di sera, al Maxxi, dove parlerà della sua fatica editoriale Una mattina gloriosa, con gli amici Eraldo Affinati e Melania Mazzucco. Ci sarà anche la presidente della Fondazione Maxxi, Maria Emanuela Bruni: che poi si è sempre sentito dire che quella poltrona, dopo l’uscita di Alessandro Giuli che è andato a fare il ministro della Cultura, la voleva proprio lui, Antonio Monda…

Hoara Borselli con Nordio per il sì, il nuovo vice del Messaggero e le altre pillole
Antonio Monda (foto Imagoeconomica).

Tutti al Tar

È al centro di tutte le disfide imprenditoriali, e non solo, per tutti coloro che hanno rapporti con lo Stato e gli appalti pubblici: il Tar del Lazio ha un’importanza fondamentale. E infatti nella giornata di giovedì 12 marzo, in via Flaminia, nel palazzone che una volta ospitava la Sip e poi la Telecom, va in scena la cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario della Giustizia amministrativa. In programma, la relazione del presidente Roberto Politi sull’attività svolta dal tribunale nel corso del 2025, più gli interventi del presidente del Consiglio di Stato Luigi Maruotti, dell’avvocata generale dello Stato Gabriella Palmieri Sandulli, della componente del Consiglio di presidenza della Giustizia amministrativa Eva Sonia Sala e del presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Roma Alessandro Graziani. Di più non si può…

Generali si candida come partner di Mps al posto di Axa

Generali si potrebbe candidare come potenziale sostituto per le attività di bancassurance di Mps al posto di Axa, al termine della partnership tra Monte dei Paschi di Siena e il gruppo assicurativo francese, in scadenza nel 2027. «Sappiamo che scade questo accordo, saremmo un candidato per la sostituzione di questo risparmio e se potessimo rimpatriare questo risparmio degli italiani dalla Francia, saremmo felici di farlo», ha dichiarato l’amministratore delegato di Generali, Philippe Donnet. Ha poi aggiunto: «Non è una decisione nostra, noi abbiamo la disponibilità di parlare con tutti quelli che ci possono aiutare a fare il nostro mestiere». Mps di recente ha acquistato Mediobanca, che a sua volta ha in pancia il 13 per cento di Generali.

Cos’è la bancassurance

La bancassurance (o bancassicurazione) è l’integrazione tra banche e compagnie assicurative, attraverso cui gli istituti bancari distribuiscono polizze vita, danni e previdenziali alla propria clientela. Prodotti, insomma, che coniugano caratteristiche di assicurazione e di investimento. Nato in Francia, questo modello strategico ha preso sempre più piede negli ultimi anni, grazie alla creazione di apposite joint venture tra banche e compagnie di assicurazione.

Scontro Meloni-Schlein: «Io insultata ma l’offerta resta valida», «Posi la clava»

Nuovo scontro tra la premier Giorgia Meloni e la segretaria dem Elly Schlein. Dopo aver auspicato confronto e unità sulla politica internazionale durante le sue comunicazioni in Parlamento sulla crisi in Medio Oriente, la presidente del Consiglio ha scritto una nota attaccando le opposizioni per i toni usati: «Il mio è stato un appello al dialogo sincero e pubblico, a fronte del quale l’opposizione ha risposto con accuse, ironie e perfino insulti personali. “Serva”, “ridicola”, “imbarazzante”, “pericolo per l’umanità”, “persona che striscia per non inciampare” e molti altri. Questi sono stati i toni utilizzati da esponenti dell’opposizione, che mi sembrano ben lontani da un clima di confronto costruttivo. Altri, invece, sempre nell’opposizione, hanno cominciato ad accampare condizioni surreali per sedersi al tavolo, chiarendo come non vi fosse alcuna disponibilità ad avviare questo confronto». E ancora: «Se non vi è disponibilità da parte dell’opposizione a un coordinamento sulla crisi lo rispetto, ma non se ne dia la responsabilità a me. A dimostrazione di quello che dico, confermo che il mio invito resta valido».

La replica di Schlein: «Sta facendo tutto da sola, noi ci siamo ma posi la clava»

A stretto giro è arrivata la replica di Schlein. «Meloni sta facendo tutto da sola. Noi ci siamo come ci siamo sempre stati. A giugno io per prima chiamai la presidente del Consiglio. Ora deve posare la clava. Gli italiani non meritano questo spettacolo», ha detto in un’intervista a SkyTg24. «Lei il mio numero ce l’ha. L’appello all’unità è durato giusto un paio d’ore ed è giunto con 12 giorni di ritardo. Io ho dovuto iniziare il mio intervento invitandola a poggiare la clava. Speravamo di poter parlare, ma l’appello è durato poco. Io sono in costante contatto con il governo, con Crosetto e anche, nelle settimane scorse, con Tajani. Noi ci siamo. Certo, l’appello è arrivato in ritardo e poi solo dopo due ore ha cambiato orientamento, sennò non sarebbe arrivata alla Camera attaccando così l’opposizione».

È morta Enrica Bonaccorti

È morta la conduttrice televisiva e radiofonica Enrica Bonaccorti. Aveva 76 anni ed era malata da tempo di un tumore al pancreas, diagnosticato nell’estate del 2025. Nonostante la gravità della situazione, Bonaccorti aveva voluto condividere con il suo pubblico il suo difficile percorso. Il 4 gennaio, ospite di Mara Venier a Domenica In, aveva detto di «in un limbo».

La carriera di Enrica Bonaccorti

Nata a Savona il 18 novembre 1949, aveva iniziato il suo percorso artistico tra teatro e cinema. Negli Anni 60 fu scelta per la compagnia di Domenico Modugno e Paola Quattrini nello spettacolo Mi è cascata una ragazza nel piatto. E proprio per Modugno firmò i testi di brani come Amara terra mia e La lontananza. Negli stessi anni lavorò anche in radio, partecipando al programma L’uomo della notte. L’esordio da conduttrice televisiva arrivò nel 1978, in Rai, con il gioco a premi Il sesso forte, presentato insieme con Michele Gammino. La consacrazione sarebbe arrivata nel decennio successivo con programmi come Italia sera e Pronto, chi gioca?. Passata alla Fininvest, Bonaccorti fu al timone del quiz Cari genitori, del talk show Ciao Enrica e della prima edizione di Non è la Rai.

È morta Enrica Bonaccorti
È morta Enrica Bonaccorti
È morta Enrica Bonaccorti
È morta Enrica Bonaccorti
È morta Enrica Bonaccorti
È morta Enrica Bonaccorti
È morta Enrica Bonaccorti
È morta Enrica Bonaccorti
È morta Enrica Bonaccorti

Nella storia della tv resta la puntata speciale di Capodanno del il 31 dicembre 1991: durante il Cruciverbone una concorrente da casa indovinò una parola di sette lettere (“eternit”), prima che Bonaccorti le avesse letto la definizione. La conduttrice, convinta che si trattasse di una truffa, andò su tutte le furie, accusò la spettatrice di imbroglio e riagganciò la telefonata. La signora Maria Grazia, finita a processo, fu poi assolta.

Tornata in Rai alla fine degli Anni 90, entrò nel cast de I fatti vostri su Rai 2. Poi dal 2000 al 2006 fu ospite fissa di Buona Domenica con Maurizio Costanzo. Nel 2019 Bonaccorti era approdata a Sky Italia con il programma Ho qualcosa da dirti, trasmesso su TV8.

Il ministero della Cultura acquisterà il Teatro Sannazzaro di Napoli

Il ministero della Cultura acquisterà il Teatro Sannazzaro di Napoli, distrutto da un incendio a febbraio 2026, e metterà a disposizione dei gestori uno spazio affinché le attività teatrali proseguano. L’ha reso noto il Mic con una nota. «Sarà un’operazione corale con tutte le persone che hanno a cuore il progetto, che sono riassumibili nella parola Stato. Con il prefetto, il sindaco e il presidente della Regione garantiremo continuità alla grande famiglia del Sannazaro, che va dalla proprietà, ai gestori e, soprattutto, alla comunità che continuerà a vivere», ha dichiarato il ministro Alessandro Giuli.

Il ministero della Cultura acquisterà il Teatro Sannazzaro di Napoli
Incendio al Teatro Sannazzaro di Napoli (Facebook).

Sindaco e governatore: «Primo passo per far rinascere il teatro»

«Siamo al lavoro con determinazione per la rinascita del Teatro Sannazaro. Accogliamo con grande favore la decisione del ministero della Cultura di procedere all’acquisizione del teatro, una scelta che permetterà così alle istituzioni di poter mettere in campo tutte le azioni necessarie per far splendere nuovamente un luogo che è parte della storia di Napoli, della sua cultura e della sua arte, un patrimonio che appartiene a tutta l’Italia», ha affermato il governatore Roberto Fico. «La Regione Campania ha iniziato a stanziare nel bilancio 2026 un milione di euro, un primo passo in questo percorso di rinascita, per il quale l’impegno sarà massimo». Soddisfatto anche il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi: «Avevamo promesso alla famiglia Sansone che le istituzioni avrebbero lavorato in tempi brevi per garantire un sostegno pubblico al fine di poter riprendere le attività prima possibile e per poi ricostruire il Sannazaro. Questo passo in avanti conferma la piena collaborazione istituzionale per preservare un bene culturale fondamentale per Napoli e per tutta l’Italia».

Il nuovo presidente del Cile, nostalgico di Pinochet, ha giurato con una cravatta regalata da Meloni

José Antonio Kast, il nuovo presidente del Cile nostalgico della dittatura di Augusto Pinochet, ha giurato l’11 marzo nel salone d’onore del Parlamento a Valparaiso, città costiera a un paio d’ore dalla capitale Santiago. E lo ha fatto, secondo quanto riporta LaPresse, indossando una cravatta azzurra che gli è stata regalata da Giorgia Meloni, con cui è in ottimi rapporti da prima che entrambi arrivassero al potere.

Il nuovo presidente del Cile, nostalgico di Pinochet, ha giurato con una cravatta regalata da Meloni
Anna Maria Bernini e José Antonio Kast (Ansa).

Kast ha ricevuto la cravatta dalla delegazione italiana

Kast, spiega LaPresse, ha ricevuto la cravatta il 10 marzo dalla delegazione italiana, guidata dalla ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini. Assente Meloni, tra gli ospiti internazionali di maggior spicco figuravano il presidente argentino Javier Milei e il re di Spagna Felipe VI. Presenti anche gli oppositori venezuelani Maria Corina Machado e Juan Guaidó e il senatore brasiliano di estrema destra Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair. Il segretario di Stato Usa Marco Rubio, di cui Kast – ammiratore di Donald Trump – avrebbe gradito molto la presenza, ha mandato il sottosegretario Christopher Landau.

Il nuovo presidente del Cile, nostalgico di Pinochet, ha giurato con una cravatta regalata da Meloni
Gabriel Boric e José Antonio Kast (Ansa).

L’ultradestra torna alla Moneda per la prima volta dal 1990

La vittoria di Kast alle elezioni di dicembre ha segnato il trionfo della destra radicale e nostalgica del pinochetismo, che torna per la prima volta alla Moneda dalla fine della dittatura nel 1990. Kast, 60 anni, cattolico e padre di nove figli, ha infatti apertamente dichiarato la sua compiacenza (se non ammirazione) verso il generale, che prese il potere nel 1973 con un golpe. Il fratello maggiore Miguel, morto prematuramente nel 1983, fu peraltro un ideologo del regime. In risposta alle preoccupazioni espresse dai connazionali su criminalità e immigrazione irregolare, Kast in campagna elettorale ha promesso maggiore impegno per garantire ordine e sicurezza. Presidente più di destra della storia del Cile, prende il posto di Gabriel Boric, che è stato invece in capo di Stato più di sinistra che il Paese sudamericano abbia mai avuto.

Trump torna a minacciare la Spagna: «Potrei tagliare i rapporti commerciali» 

Donald Trump torna a minacciare la Spagna per la sua posizione sulla guerra in Iran. «Non sta collaborando affatto, potremmo tagliare i rapporti commerciali con loro. Gli spagnoli sono un grande popolo, la leadership non molto», ha detto parlando con i giornalisti alla Casa Bianca. «Non capisco quello che stanno facendo. Sono stati pessimi con la Nato. Hanno la protezione ma non vogliono pagare la loro quota e fanno così da molti anni», ha aggiunto il presidente americano. Il premier spagnolo Pedro Sanchez si è da subito schierato contro l’intervento degli Stati Uniti in Iran, vietando agli Usa l’utilizzo delle basi situate in territorio iberico per attaccare teehran.

Colpita la base italiana a Erbil: nessun ferito

Nella serata di mercoledì, un drone ha colpito la base italianaErbil, nel Kurdistan iracheno. Ne ha dato notizia il ministro della Difesa Guido Crosetto che ha sentito personalmente il comandante della base. «Non ci sono vittime, né feriti tra il personale italiano», ha dichiarato Crosetto. «Stanno tutti bene. Sono costantemente aggiornato dal capo di Stato maggiore della Difesa e dal comandante del Covi», il Comando di Vertice dell’Area Operativa Interforze.

Il comandante della base: «Il personale si trovava all’interno del bunker»

Il comandante della base, Stefano Pizzotti, a SkyTg24 ha confermato che «il personale sta bene, era protetto all’interno del bunker quando è avvenuta l’esplosione». L’allarme è scattato alle 20.30, ha spiegato Pizzotti, «quindi, seguendo procedure già rodate, ci siamo recati in sicurezza nei bunker assegnati. Poco prima dell’1, ora locale, c’è stata una minaccia aerea». Al momento l’allarme è finito, ma «gli artificieri della coalizione stanno mettendo in sicurezza l’area».

Tajani: «Attacco inaccettabile»

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha condannato con fermezza l’attacco. «Ho appena parlato con l’Ambasciatore d’Italia in Iraq. Per fortuna i nostri militari stanno tutti bene e sono al sicuro nel bunker. A loro esprimo solidarietà e gratitudine per il quotidiano servizio alla Patria», ha scritto il vicepremier su X.

«Dobbiamo valutare bene quello che è accaduto, successivamente decideremo i passi da compiere», ha aggiunto Tajani intervistato a RealPolitik su Rete4 rispondendo alla domanda se l’attacco possa essere considerato un atto di guerra nei confronti dell’Italia. «Certamente è un attacco inaccettabile, però prima di dire chi è il responsabile dobbiamo fare un accertamento molto chiaro».

Giustizia, tutto quello che Nordio e il governo non hanno fatto in oltre tre anni

Qual è il vero obiettivo della riforma della Giustizia? Alla fine della fiera, una risposta univoca e semplice non è ancora stata data. Si parla di eliminazione delle correnti, di sorteggi, di meritocrazia, di moltiplicazione dei Csm. Ma in soldoni, per il semplice cittadino cosa cambia? Certo, viene modificata la Costituzione, e non è cosa di poco conto. Però da qui a definirla una riforma voluta dal popolo ce ne passa. A spiegare le intenzioni del governo ci ha provato anche Giorgia Meloni con un lungo video sui social, anche se immaginiamo avrebbe preferito delegare la campagna ai suoi. La premier ha promesso una giustizia più moderna, più libera, più vicina all’Europa. C’è però una cosa che gli italiani chiedono, e non da oggi: una giustizia più efficiente e più rapida. Sia nel campo penale sia in quello civile. E allora forse bisognerebbe chiedersi, al di là della bontà delle motivazioni che animano il fronte del Sì e quello del No, cosa il ministro Carlo Nordio abbia fatto in questi tre anni e mezzo al governo per rispondere a questa esigenza.

Confusione, scivoloni e passi indietro

Iniziamo con le dichiarazioni di intenti. Nel centrodestra hanno provato a dipingere la riforma come «un’occasione storica per avere una giustizia più efficiente e più giusta», come assicurava la stessa Meloni il 30 ottobre 2025, illustrando i punti chiave del provvedimento. Peccato che il Guardasigilli, sebbene a singhiozzo, abbia smentito questo obiettivo a più riprese. Qualche mese prima, a marzo, in occasione di un convegno alla Camera, senza giri di parole Nordio aveva messo le mani avanti: «Nessuno ha mai preteso che influisca sull’efficienza della giustizia. Quando mai abbiamo detto che la separazione delle carriere rende i processi più veloci?».

Bartolozzi contro la magistratura «plotone di esecuzione»

Poi, come sempre, aveva cercato di ammorbidire il colpo. Il 23 gennaio 2026, in una intervista a Milano Finanza, chiariva che «la maggiore efficienza, e quindi la rapidità» dei processi sarà ottenuta grazie al PNRR, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, precisando che «vi inciderà» anche la riforma. Secondo il ministro, «oggi il magistrato inetto o pigro, che dimentica i fascicoli o deposita le sentenze a distanza di anni, viene punito, se proprio gli va male, con sanzioni platoniche perché è soggetto a quella giurisdizione domestica del Consiglio superiore della magistratura dove le correnti proteggono i rispettivi iscritti». Invece «con la riforma i magistrati saranno più attenti, i migliori saranno premiati anche se non hanno padrini, e i tempi saranno ridotti». La senatrice salviniana Giulia Bongiorno, presidente della 2° commissione Giustizia, parlando a Palazzo Madama il 22 gennaio 2025 aveva invece usato meno sofismi: «Scusate ma chi è che ha detto che questa riforma deve incidere sui tempi e sull’efficienza della giustizia? Solo un ignorante può pensare una cosa del genere».

Più recentemente è stata la capa di gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi, a tagliare la testa al toro: «Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione», ha sbottato in un intervento all’emittente siciliana Telecolor, sabato 7 marzo.

I mali cronici della giustizia italiana

Si torna così al punto di partenza. Al netto della propaganda che purtroppo inquina la campagna referendaria – tra meme, fake news, «banditi» per il Sì (cit. Tomaso Montanari), uscite improvvide sul sistema «para-mafioso» del Csm e interventi creduti a microfoni spenti e invece aperti alla stampa (vedi il caso della deputata leghista Simonetta Matone) – sarebbe il caso di sgomberare definitivamente il campo da ogni equivoco: la riforma della Giustizia non ha come obiettivo migliorare l’efficienza del sistema.

Giustizia, tutto quello che Nordio e il governo non hanno fatto in oltre tre anni
Carlo Nordio (Imagoeconomica).

Se così fosse stato, in oltre tre anni Nordio avrebbe potuto fare qualcosa di più, anche senza mettere mano alla Costituzione. C’era solo l’imbarazzo della scelta. La giustizia italiana soffre di molti mali: lunghezza dei processi, si diceva. Ma anche carenza di organico, tribunali fatiscenti e da mettere in sicurezza, soprattutto al Sud. Digitalizzazione ancora insufficiente. Una diagnosi impietosa, a cui si è risposto con l’abolizione dell’abuso di ufficio, l’ammorbidimento del traffico di influenze, il tentativo di limitare la pubblicazione delle intercettazioni, e la moltiplicazione dei reati a suon di decreti sicurezza. Senza dimenticare la drammatica situazione del sistema penitenziario.

La lunghezza dei processi e le condizioni per accedere ai fondi del PNRR

Ma sfogliamola questa cartella clinica. Partendo dal civile. Come scrive l’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica, la durata dei processi arrivati al terzo grado di giudizio è passata dagli otto anni di una decina di anni fa ai cinque anni del 2025. Un passo avanti, anche se l’obiettivo del PNRR – ridurre la durata del 40 per cento rispetto al 2019 entro giugno 2026 – è ancora lontano (siamo al -28 per cento). In campo penale la situazione è decisamente migliore: la durata ora è di due anni e quattro mesi e il target del PNRR (riduzione della durata del 25 per cento rispetto al 2019) sarà probabilmente centrato. L’Italia resta comunque lontana dalla media Ue che è poco più di due anni nel civile e un anno e tre mesi nel penale.

La carenza di magistrati, di personale amministrativo e la mole delle udienze

La lungaggine dei processi dipende anche dalla carenza di organico. In primo luogo di magistrati. Nel 2023 in Italia operavano 12 giudici e quattro pubblici ministeri ogni 100 mila abitanti, contro una media Ue rispettivamente di 22 e 11. Stando ai piani previsti dal ministero della Giustizia, mancavano all’appello 1.250 giudici tra tribunali ordinari, corti d’appello e di Cassazione. Numeri che corrispondono, virgola più virgola meno, a quelli denunciati da Cesare Parodi, presidente dell’Associazione nazionale magistrati (Anm). Non solo. Ogni pm in Italia gestisce mediamente 1.192 casi, contro una media europea di 204. La stessa carenza di organico si registra anche tra il personale amministrativo che assiste i giudici, fissa udienze e redige verbali. Sempre nel 2023 si contavano 60 dipendenti ogni 100 mila abitanti, mentre la media Ue era di 87. Meno personale, più lavoro e meno qualità, sostengono dall’Anm.

Giustizia, tutto quello che Nordio e il governo non hanno fatto in oltre tre anni
Cesare Parodi (Imagoeconomica).

I tagli all’edilizia giudiziaria e alla messa in sicurezza dei tribunali al Sud

Ma la mancanza di personale non è l’unica spina nel fianco del sistema giustizia. In tre anni abbondanti, il ministro Nordio avrebbe per esempio potuto mettere mano all’edilizia dei tribunali o alla ristrutturazione e messa in sicurezza degli uffici giudiziari, soprattutto al Sud. Oppure potenziare il fondo cybersicurezza e le infrastrutture informatiche. Invece così non è stato. Come si evince dal rapporto dell’ufficio studi di Camera e Senato sugli effetti della manovra sui diversi ministeri, i dati sul dicastero di Via Arenula evidenzino «una serie di definanziamenti su comparti essenziali, per un totale di 127,8 milioni, con il decremento maggiore nel programma giustizia civile e penale per 93,8 milioni». I fondi per l’edilizia giudiziaria sono scesi di oltre 68 milioni e le spese per la ristrutturazione e messa in sicurezza delle strutture giudiziarie in regioni del Sud di oltre 25 milioni. È stata ridotta anche la spesa destinata giustizia minorile, mentre – sottolinea sempre l’Anm, «la transizione digitale cala di 6,4 milioni». Se da una parte si lima, dall’altra si rimpolpa. È il caso dell’aumento di 1,7 milioni di euro per posti da assegnare a collaboratori diretti del ministero.

Giustizia, tutto quello che Nordio e il governo non hanno fatto in oltre tre anni
Giorgia Meloni e Carlo Nordio (Imagoecopnomica).

L’aumento dei reati e il sovraffollamento carcerario

Da quando è in carica (ottobre 2022), il governo ha invece aumentato i reati (+14 in tre anni), lievitati a suon di decreti sicurezza, senza trovare una soluzione anche palliativa al sovraffollamento carcerario, a cui si pensa di rimediare non con indulti o misure alternative, ma costruendo nuovi penitenziari. Perché per Nordio «se aumenta il numero dei carcerati non è colpa del governo, ma di chi commette i reati e dei magistrati che li mettono in prigione». Lo disse in un Question time al Senato il 10 aprile 2025. Anche in questo caso il governo dovrebbe fare pace con se stesso. Visto che, per la vulgata social, se un delinquente non va in galera la colpa è dei giudici. Non certo delle leggi. Per fortuna c’è la riforma.

Referendum, non solo Sal Da Vinci: ecco le colonne sonore del Sì e del No

Con l’avvicinarsi della data del referendum sulla riforma della magistratura, si moltiplicano gli appelli. No, non stiamo parlando solo di quelli social et orbi dei testimonial vip dei due fronti, i vari Montanari, Gratteri, Di Pietro, Bartolozzi e compagnia cantante. Ma anche quelli dei semplici cittadini. Se Giorgia Meloni ha sfoderato come arma neomelodica la sanremese Per sempre sì di Sal Da Vinci, ecco qualche consiglio di variazione sul tema. Agli indecisi non resta che affidarsi a un Fiorello d’annata.

Possibili colonne sonore per i sostenitori del Sì:

Stupendo di Vasco Rossi (occhio però a tagliarla al momento giusto visto che il testo recita: «Sì stupendo! Mi viene il vomito»).

Domenico Modugno, Sì sì sì

Pooh, Dimmi di sì

Lucio Battisti, Il tempo di morire (in questo caso si gioca sulla negazione: «Non dire no»…)

Boomdabash e Loredana Bertè, Non di dico no (come sopra, sempre per negazione)

Lucio Battisti, Sì viaggiare

Possibili colonne sonore per i sostenitori del No

Amy Winehouse, Rehab («They tried to make me go to rehab but I said ‘no, no, no’»).

Ringo Starr, No-No Song

Scott McKenzie, No, No, No, No, No

Dawn Penn, No, no no

Cerno, Sottile, Vespa: per il membro del cda Natale la Rai «sta sbandando sul referendum»

A meno di due settimane dal referendum, la tivù pubblica «sta sbandando vistosamente negli spazi giornalistici al di fuori dei tg». Lo ha affermato Roberto Natale, consigliere di amministrazione della Rai, evidenziando «tre evidenti segni di squilibrio informativo» nella sola giornata di martedì 10 marzo.

Natale: «Cerno ha sbeffeggiato i rappresentanti del No»

Innanzitutto, spiega Natale, su Rai 2 Tommaso Cerno, nel suo Due di picche, «sbeffeggia i rappresentanti del No», circostanza che, «naturalmente, non giustifica in alcun modo gli squallidi attacchi omofobi che ha ricevuto nelle ore successive, per i quali merita ogni solidarietà». Il riferimento è agli insulti arrivati sui social dopo la sua apparizione a Bellamà, in cui ospite di Pierluigi Diaco ha cantato alla chitarra Per sempre sì di Sal Da Vinci.

Lo spazio concesso da Sottile a una magistrata per il Sì

Poi, su Rai 3, Salvo Sottile in FarWest «assegna alla magistrata chiamata a rappresentare il Sì la possibilità di intervenire non solo sul tema referendum, ma anche su sicurezza/immigrazione e sulla ‘famiglia nel bosco’, ovviamente in modo critico verso l’operato dei giudici», ha dichiarato Natale.

Cerno, Sottile, Vespa: per il membro del cda Natale la Rai «sta sbandando sul referendum»
Salvo Sottile (Imagoeconomica).

Vespa «non ha nemmeno provato a essere imparziale»

Infine Bruno Vespa su Rai 1: «Prima in Cinque Minuti e poi a Porta a Porta ad essere arbitro imparziale nemmeno ci prova: riserva le sue obiezioni soltanto al rappresentante del No; richiama l’attenzione sulle “tante storie di cattiva giustizia che stanno venendo fuori in questi giorni” e sulle “tante persone alla quali la vita è stata distrutta”; rilancia a più riprese le fake news secondo le quali “nessuno dei giudici che sbagliano viene mai punito”, ma “tutto questo la riforma proverebbe a smantellarlo”; afferma che “la cosa che fa impazzire l’Anm è il sorteggio, cioè la perdita di potere”».

Cerno, Sottile, Vespa: per il membro del cda Natale la Rai «sta sbandando sul referendum»
Bruno Vespa con due ospiti a Porta a Porta (Imagoeconomica).

Poi la chiosa: «Tocca ricordare che la delibera della Commissione parlamentare di Vigilanza impegna ‘il cda e l’ad, nell’ambito delle rispettive competenze”, ad assicurare che la Rai rispetti il necessario equilibrio. Non va messa a rischio la credibilità del servizio pubblico, bene da preservare anche oltre il 23 marzo».

Iran, la protesta del M5s con i cappellini rossi in stile Maga

Iran, la protesta del M5s con i cappellini rossi in stile Maga
Iran, la protesta del M5s con i cappellini rossi in stile Maga
Iran, la protesta del M5s con i cappellini rossi in stile Maga

Dopo le comunicazioni della premier Meloni sul conflitto in Medio Oriente, i senatori del M5s hanno protestato in Aula contro la guerra, mostrando dei cappellini rossi come quelli utilizzati da Trump ma con la scritta “No alla guerra” al posto di Make America Great Again (Maga).

Il capogruppo Pirondini: «Meloni ha sempre fatto gli interessi degli Usa»

«Ogni volta che ha incontrato il presidente Trump», ha detto il capogruppo M5s Luca Pirondini rivolgendosi a Meloni, «idealmente si è messa il cappellino Maga e ha fatto sempre gli interessi degli Usa. Oggi le facciamo un regalo, un bel cappello Maga ma con scritto “No alla guerra». E ancora: «Dica a Trump che gli italiani non sono più disponibili a essere complici di Trump e Netanyahu, hanno la schiena dritta, che l’articolo 11 della Costituzione italiana dice che l’Italia ripudia la guerra. Non mettiamo in discussione l’alleanza con gli Usa ma la postura. Lei dovrebbe dire ogni tanto qualche no a Trump. Ha detto sì quando ha chiesto di acquistare le armi americane, il gas americano. E non sarà in grado di dire no a Trump quando le chiederà le basi militari. È vero ci sono accordi con gli Usa ma valgono solo nel rispetto del diritto internazionale, diversamente deve dire che le basi in Italia non le concede».

Iran, la protesta del M5s con i cappellini rossi in stile Maga
La protesta del M5s con i cappellini rossi in stile Maga (Ansa).