«La linea comunicativa del Partito Democratico che assimila al fascismo chi voterà Sì al referendum del 22-23 marzo è gravemente insultante e svilente. Da fondatrice e militante del Pd sono colpita e molto addolorata da una deriva comunicativa e politica sempre più polarizzante e populista». Lo ha scritto Pina Picierno in un duro post su X contro l’ultimo passo falso del suo partito, avvenuto sui social.
La linea comunicativa del @pdnetwork che assimila al fascismo chi voterà Sì al referendum del 22-23 marzo è gravemente insultante e svilente.
Da fondatrice e militante del PD sono colpita e molto addolorata da una deriva comunicativa e politica sempre più polarizzante e…
L’infelice accostamento tra chi voterà “Sì” e i neofascisti
L’amarezza di Picierno nasce dalla clip pubblicata sulla pagina Instagram del Partito democratico, con i saluti romani dei neofascisti ad Acca Larentia e il messaggio in sovrimpressione: «Loro votano sì. Ricordagli che la Costituzione è antifascista». E si legge anche: «CasaPound annuncia il sostegno alla riforma del governo Meloni. Loro votano sì, noi difendiamo la Costituzione: il 22 e il 23 marzo VOTA NO!».
Il messaggio di FdI: stessi toni (al contrario) di quello dem
La campagna del Pd ha ricalcato, al contrario, quella di Fratelli d’Italia, che ha pubblicato sui social un video degli scontri di Torino per Askatasuna, con il messaggio: «Noi non siamo come loro e voteremo sì».
Picierno: «Voterò sì, come molti elettori e militanti del Pd»
Chiedendo di non trasformare il referendum sulla riforma della giustizia «in una contesa politica sul governo in carica», perché «per quello ci saranno le elezioni politiche», Picierno ha poi scritto: «Io voterò sì, e lo farò in compagnia di molti elettori e militanti del Pd, per i quali chiedo rispetto: basta, vi prego, con accuse infamanti. Basta con una campagna che sembra ricalcare, al contrario, i toni e lo stile di Fratelli d’Italia, anche loro impegnati in una penosa linea comunicativa per cui chi vota no è assimilabile ai violenti degli scontri di Torino». Poi: «So bene che esiste una linea maggioritaria nel mio partito, e sono sicura che esistono molti modi per argomentare sulle ragioni del “No”. In tutta onestà mi pare che quelle osservate e ascoltate fin qui non siano quelle più giuste e quelle più convincenti».
Dopo quasi nove mesi da vicesegretario della Lega, Roberto Vannacciha detto addio a via Bellerio e si prepara alla discesa in campo con Futuro Nazionale, il movimento politico di cui ha prima depositato il marchio (non senza polemiche) e poi anche il manifesto, presentato sui social. L’obiettivo dichiarato dell’ex generale è costruire «una destra diversa, non moderata e vitale», perché «innamorata della vita e protesa verso il futuro», capace di rappresentare gli «italiani stufi di braccia basse e dialettica timida». “Vitale” è l’acronimo usato per illustrare i sei punti del manifesto di Futuro Nazionale, con un paragrafo per ogni lettera: V di virtù, I di identità, T di tradizioni, A di amore, L di libertà, E di eccellenza e entusiasmo.
Vannacci: «L’Italia è una polveriera pronta a deflagrare»
«Vera, orgogliosa, convinta, entusiasta, pura, contagiosa: l’unica destra che io conosca». Questo il titolo del manifesto del nuovo progetto politico di Vannacci, che parla dell’Italia come di «una polveriera pronta a deflagrare» e di un Paese «in trepidante attesa colmo di energia trattenuta». Tanti, troppi gli italiani di destra che, delusi da «calici annacquati, linguaggi misurati e vie di mezzo», non votano più. Ma, scrive l’ex vicesegretario della Lega, «la mia Destra è diversa da quella che qualcuno propone o che qualcun altro si rassegna di rappresentare». Poi i sei punti dell’acronimo “vitale”.
«Coraggio, forza, dovere, spirito di sacrificio, iniziativa, determinazione, passione, memoria. Queste sono le virtù cui si ispira», scrive Vannacci nel primo punto del suo manifesto. L’ex generale parla di «coraggio che vince la paura», di «dovere verso la bandiera, la Nazione, la società e il prossimo», di «iniziativa, perché non siamo pecore che rispondono al fischio del pastore, ma uomini e donne talentuosi consapevoli della rotta e capaci e liberi di agire per raggiungere la meta». Quanto alla memoria, «chi non ha un passato – o non lo onora – non può pretendere un futuro».
I di identità
Nel secondo punto Vannacci parla di «quell’identità che ci rende unici, esclusivi: italiani», di una «Patria ben delimitata da confini che devono essere protetti e difesi, abitata da un popolo che si riconosce negli stessi ideali e valori» e di un Paese che «è il più bello e più rilevante della storia mondiale». D’altra parte, osserva l’ex generale, «qui la religione di Cristo ha posto il proprio centro». Pertanto l’Italia può e deve tornare a essere grande: insomma, Make Italy Great Again.
T di tradizioni
Le tradizioni, osserva Vannacci, «sono le radici che ancorano la nostra identità alla nostra terra». L’Italia, spiega, «deve riconquistare e custodire la propria civiltà, fondata su valori, riferimenti storici e basi precisi», come «il profumo del pane, i canti natalizi, la domenica in famiglia, il focolare domestico, le croci, le chiese, la cucina, i poeti, gli eroi». E poi: «Le nostre tradizioni non sono negoziabili. Non sono diluibili. Per chi non si integra e non si assimila la remigrazione diventa una necessità».
A di amore
Nel paragrafo dedicato all’amore, Vannacci parla della famiglia, ovviamente tradizionale: «L’unica, insostituibile, conforme alla natura. Lo insegna la biologia: per vincere il tempo un popolo deve procreare, e per fare figli servono un uomo e una donna. Di otto miliardi di persone su questo pianeta tutti sono nati da un uomo e da una donna». Poi: «Chi non si assimila ai valori, agli ideali, ai principi e ai sentimenti della nostra comunità non fa parte del nostro popolo. Chiunque venga in Italia a lavorare sarà rispettato ma non per questo diventerà italiano. L’Italia non può limitarsi a essere un Paese dove si rispettano le regole e non si commettono crimini».
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
L di libertà
Nel capitoletto sulla libertà, Vannacci salta un po’ di palo in frasca, spiegando che «chi viola le regole della convivenza deve essere messo in condizione di non nuocere», ma anche che «la Repubblica è fondata sul lavoro», alla base di «ricchezza e benessere». Pertanto, «se violi la mia casa o mi aggredisci per la strada rischi la vita: la difesa è sempre legittima». E poi: «Ripudiamo il pensiero unico e i delitti d’opinione. Le idee non si processano. Crediamo nell’universalità della giustizia secondo cui la legge è uguale per tutti».
E di eccellenza e entusiasmo
Nell’ultimo dei sei punti, dedicato a due concetti, eccellenza e entusiasmo Vannacci auspica una politica «che sostenga le eccellenze, protegga il Made in Italy, investa sui migliori, creda nell’orgoglio di ciò che sappiamo essere e produrre». Poi spiega che «un Paese a cui basti sopravvivere, che appiattisce tutto verso il basso, che confonde uguaglianza con mediocrità, è condannato aldeclino». Infine: «Chi resta indietro verrà aiutato, ma l’eccellenza e la bellezza sono virali e contagiose».
Vannacci: «Questa è la mia destra. Chi mi ama, mi segua»
In chiusura del manifesto, Vannacci scrive poi: «La mia destra non è un menù à la carte, non è una sinistra sbiadita e un po’ meno alla moda, non è a geometria variabile come la famiglia queer e, soprattutto, non è moderata: nessun pugile vince un incontro tirando ganci moderati. La mia destra è vera, coerente, identitaria, forte orgogliosa, convinta, entusiasta, pura e contagiosa: è l’unica destra che io conosca. Chi mi ama, mi segua: io inseguo un sogno e vado lontano». Vannacci, che aveva raccolto 500 mila preferenze alle Europee, approdando a Strasburgo, sarebbe già pronto ad accogliere in Futuro Nazionale (che potrebbe valere attorno al 2 per cento) diversi parlamentari.
Perquisizione da parte dell’unità anticrimine informatico della procura di Parigi, dell’unità informatica della polizia nazionale e di Europol nella sede francese di X. Il raid fa parte di un’indagine avviata a gennaio del 2025 sul sospetto abuso di algoritmi e sull’estrazione fraudolenta di dati, che la procura ha affermato di aver ora ampliato per includere le denunce relative a Grok, lo strumento di intelligenza artificiale di X. La procura di Parigi ha spiegato in una nota le indagini a più ampio raggio riguardano anche i presunti reati di «complicità nel possesso e nella distribuzione organizzata di immagini di abusi su minori, violazione dei diritti d’immagine attraverso deepfake a sfondo sessuale e negazione di crimini contro l’umanità».
Grok, chatbot di X (Ansa).
Le autorità francesi hanno avviato le indagini dopo la denuncia presentata dal deputato di centrodestra Éric Bothorel, secondo cui algoritmi parziali sulla piattaforma avrebbero probabilmente distorto il suo sistema di elaborazione dati e influenzato il tipo di contenuti proposti. A novembre 2025, i procuratori hanno reso noto l’allargamento dell’inchiesta a Grok, che in pratica ha negato l’Olocausto, avanzando false affermazioni comunemente diffuse da chi sostiene che la Germania nazista non abbia davvero sterminato sei milioni di ebrei. Il chatbot, che ha pure inneggiato ad Adolf Hitler, si è inoltre reso protagonista di gravi insulti contro il primo ministro polacco Donald Tusk, definito «traditore». Non solo: l’IA generativa di Musk è finita nell’occhio del ciclone anche per la capacità di “spogliare” persone vestite, compresi bambini: l’Ue ha avviato un’indagine sulla produzione e diffusione di deepfake a sfondo sessuale che ritraggono donne e minori.
Linda Yaccarino (Ansa).
I procuratori hanno convocato il 20 aprile 2026 per “audizioni libere” (cioè senza stato di fermo) il patron Elon Musk e l’ex amministratrice delegata dell’azienda Linda Yaccarino – che ha guidato la piattaforma dopo l’acquisizione da parte del magnate da giugno 2023 a luglio 2025 – per interrogarli in qualità di «gestori di fatto e di diritto della piattaforma X al momento dei fatti». Le citazioni emesse a carico di Musk e Yaccarino sono obbligatorie, ma difficili da far rispettare a chi si trova al di fuori della Francia. Da parte sua, la procura di Parigi ha dichiarato che l’indagine è stata condotta «nell’ambito di un approccio costruttivo, con l’obiettivo finale di garantire che la piattaforma X rispetti le leggi francesi, nella misura in cui opera sul territorio nazionale».
Il flusso di pubblicazioni di documenti iniziato alla fine di febbraio 2025 e culminato il 30 gennaio nella pubblicazione di quasi tre milioni di pagine di file su Jeffrey Epstein, ha messo in luce la profondità, l’intensità e la persistenza dei legami del finanziere morto suicida in carcere nel 2019 con l’élite globale, anche dopo la prima condanna per reati sessuali risalente al 2008. Contraddicendo anni di smentite da parte di big di Wall Street, vip di Hollywood e celebri miliardari. Negli Epstein Files sono spuntati persino Vladimir Putin e addirittura Matteo Salvini. Senza dimenticare Elon Musk.
Jeffrey Epstein.
Putin citato più di mille volte: Epstein era al soldo del Cremlino?
Nei file relativi alle indagini su Epstein, il nome di Vladimir Putin viene citato ben 1.056 volte. L’effettivo collegamento tra finanziere e il presidente russo è tutto da dimostrare, ma l’abnorme numero di citazioni – ovviamente – non è passato inosservato. Epstein, scrive il Daily Mail, avrebbe gestito «la più grande operazione al mondo basata sul kompromat sessuale». In parole povere, Epstein sarebbe stato manovrato dal Cremlino, che tramite gli 007 di Mosca gli avrebbe fornito ragazze russe per “intrattenere” importanti figure dell’establishment globale, rendendole così ricattabili tramite video girati di nascosto. Kompromat è un vocabolo della lingua russa ottenuto dalla contrazione dei termini komprometiruyuschij e material: significa “materiali compromettenti”.
Vladimir Putin (Ansa).
Di sicuro, Epstein cercò più volte di incontrare Putin. A maggio del 2013, ad esempio, scrisse a Thorbjørn Jagland, allora segretario generale del Consiglio d’Europa ed ex primo ministro della Norvegia, che Bill Gates sarebbe stato a Parigi, aggiungendo: «Putin è il benvenuto a cena». In un’email del 2014, il venture capitalist giapponese Joey Ito comunicò a Epstein che Reid Hoffman, cofondatore di LinkedIn, si sarebbe potuto unire a loro per incontrare Putin: l’eventuale meeting saltò poi dopo l’abbattimento del volo Malaysia Airlines MH17 da parte delle forze russe. Nel 2018, Epstein tramite il già citato Jagland provò a contattare il ministero degli Esteri russo Sergei Lavrov, sostenendo di essere in possesso di informazioni scottanti su Donald Trump (di cui era stato spesso ospite a Mar-a-Lago): alla vigilia del summit tra il presidente americano e l’omologo russo che si tenne quell’anno a Helsinki, The Donald affermò di non avere prove di interferenze di Mosca nella sua elezione. Secondo gli 007 americani citati dal Daily Mail, Epstein potrebbe essere finito nella rete di spionaggio di Mosca da Robert Maxwell, padre della socia e compagna Ghislaine, che pare avesse legami con il Kgb. Non finisce qui: in un fascicolo datato 27 novembre 2017, l’Fbi mise a verbale le rivelazioni di una fonte considerata attendibile che, oltre a parlare di una tenuta in New Mexico dove Epstein attirava e filmava ragazze minorenni, afferma come finanziere fosse «anche il gestore patrimoniale di Putin» e svolgesse stesso servizio per Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe.
Elon Musk (Imagoeconomica).
Musk non vedeva l’ora di fare festa sull’isola di Epstein
In un post su X, Musk lo scorso settembre non solo aveva negato di aver visitato la “famosa” isola di Epstein, ma aveva inquadrato la sua decisione come un atto di principio: «Ha cercato di convincermi e mi sono rifiutato». I documenti diffusi a fine gennaio suggeriscono invece che Musk fosse invece impaziente di andarci. O forse tornarci: «Quale giorno/notte sarà la festa più sfrenata sulla tua isola?», chiese Mr Tesla via email al finanziere a novembre del 2012. All’indomani della pubblicazione dei nuovi file, Musk ha scritto su X: «Ho avuto pochissima corrispondenza con Epstein e ho rifiutato ripetuti inviti ad andare sulla sua isola o a volare sul suo ‘Lolita Express‘, ma ero ben consapevole che alcune email scambiate con lui avrebbero potuto essere fraintese e utilizzate dai detrattori per infangare il mio nome».
I have never been to any Epstein parties ever and have many times call for the prosecution of those who have committed crimes with Epstein.
The acid test for justice is not the release of the files, but rather the prosecution of those who committed heinous crimes with Epstein.
A proposito di miliardari, in un’email del 2013, Epstein parla di una malattia sessualmente trasmissibile che Bill Gates avrebbe contratto dopo alcuni incontri con giovani donne russe, facendo riferimento alla richiesta del fondatore di Microsoft di ricevere antibiotici da somministrare di nascosto alla (ora ex) moglie Melinda.
Dal patron di Virgin alla principessa norvegese: la rete di Epstein
Gli ultimi file diffusi hanno evidenziato rapporti amichevoli tra Epstein e il miliardario britannico Richard Branson, fondatore del gruppo Virgin. «È stato davvero un piacere vederti ieri. Ogni volta che sarai in zona, mi farebbe piacere vederti. A patto che tu porti il tuo harem!», scrisse quest’ultimo nel 2013 in un’email. Un rappresentante di Branson ha affermato che i due avevano avuto solo un incontro di lavoro. Mentre aumentano le pressioni sul principe Andrea, fratello di re Carlo III d’Inghilterra, negli Epstein Files è spuntata pure l’ex moglie Sarah Ferguson, che nel 2009 scrisse al finanziere definendolo: «Il fratello che aveva sempre sognato di avere». A proposito di nobiltà europea, il nome della principessa norvegese Mette-Marit, moglie del futuro re Haakon, compare più di mille volte. Estremamente confidenziale il rapporto con Epstein. Quando nel 2012 le disse di essere a Parigi «in cerca di moglie», lei rispose che la capitale francese era «adatta all’adulterio», ma che «le donne scandinave sono mogli migliori». Mette-Marit si è giustificata dicendo di aver commesso «un errore di giudizio». Per quanto riguarda la politica, l’ex ambasciatore britannico negli Usa Peter Mandelson, licenziato per i suoi legami con Epstein, ha lasciato il Partito Laburista dopo nuove rivelazioni sui suoi rapporti col finanziere. E in Slovacchia l’ex ministro degli Esteri Miroslav Lajčák si è dimesso dal ruolo di consigliere del premier Robert Fico, dopo che sono venuti a galla i suoi legami con Epstein.
Da Thiel a Bryn: i nomi che tornano, nonostante le smentite
Nei file diffusi il 30 gennaio è spuntata un’email con cui Howard Lutnick, Segretario al Commercio Usa, cercò di organizzare una visita con la moglie e i figli all’isola privata di Epstein poco prima di Natale del 2012. Nel corso di un podcast, l’anno scorso aveva definito il finanziere «una persona disgustosa», conosciuta a metà Anni Duemila e mai più frequentata. Il magnate immobiliare newyorkese Andrew Farkas, comproprietario di un porto turistico con Epstein a St. Thomas per anni, in una lettera agli investitori del 2025 ha parlato di un rapporto esclusivamente di affari. Ma gli ultimi documenti pubblicati suggeriscono altro. Nei file ci sono poi i nomi di Peter Thiel, cofondatore di PayPal, che aveva una fitta corrispondenza con Epstein e da cui fu invitato nella sua isola ai Caraibi; di Sergey Brin, il cofondatore di Google; e di Steve Tisch, comproprietario della squadra di football dei New York Giants.
Salvini e quei riferimenti di Bannon ai finanziamenti per la Lega
E poi c’è Salvini, citato 99 volte. Il segretario della Lega è totalmente estraneo ai traffici sessuali di Epstein, interessato però all’ascesa della destra nella politica europea. Nei documenti si parla di ipotetici finanziamenti americani al Carroccio: lo fa Steve Bannon, ex stratega di Trump, spiegando al finanziere di essere impegnato a raccogliere fondi per Marine Le Pen, Viktor Orban e Salvini così che «possano effettivamente candidarsi con liste complete» alle Europee. Il carteggio a “tema Salvini” risale al biennio 2018-2019, quello del governo giallo-verde poi fatto cadere dalla Lega che ruppe l’alleanza col M5s. Bannon nei documenti ipotizzava una crisi di governo scatenata da Salvini (cosa effettivamente accaduta), con conseguente voto anticipato che avrebbe portato, chissà, il segretario leghista a Palazzo Chigi. Dai file trapela l’entusiasmo di Epstein per tale scenario. Le cose però non sono andate come immaginato da Bannon. Stratega, sì, ma non stregone. La pluricitazione di Salvini negli Epstein Files, va detto, non ha trovato molta eco su giornali e soprattutto telegiornali, che hanno coperto poco o niente la notizia. La Lega ha comunque smentito di aver beneficiato di finanziamenti americani, parlando di «gravi millanterie» e di «un’operazione che ricorda tristemente la campagna di fango sui presunti sostegni economici russi (anche in quel caso mai chiesti e mai ricevuti, con assalti mediatici e vicende giudiziarie finite nel nulla)», aggiungendo che Salvini «si difenderà in ogni sede in caso di insinuazioni o accostamenti con personaggi disgustosi».
L’influencer brasiliano di destra Júnior Pena, che di recente aveva minimizzato il rischio di espulsioni di massa, affermando che le misure della Casa Bianca avrebbero colpito solo gli immigrati clandestini o coloro che erano coinvolti in reati, nonché autore di un recente videomessaggio di sostegno a Donald Trump su Instagram, è stato arrestato dagli agenti dell’Ice nel New Jersey.
Junior Pena (Instagram).
L’influencer vive negli States dal 2019
Con più di 480 mila follower su Instagram, l’influencer – nome completo Eustáquio da Silva Pena Júnior – sui social da tempo pubblica contenuti sull’immigrazione e sulla vita negli Stati Uniti, dove si è trasferito nel 2009. Pena inoltre usa i suoi social network per dare voce alle storie dei migranti e alle voci critiche nei confronti del presidente di sinistra brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva, e a quelle di coloro che sostengono l’ex presidente di estrema destra Jair Bolsonaro, recentemente incarcerato e alleato di Trump.
Pena non rischierebbe l’espulsione
Maycon MacDowel, agente di polizia e amico personale di Junior Pena molto attivo sui social, ha spiegato che l’influencer brasiliano si trova al momento a Delaney Hall, un centro di detenzione per immigrati situato a Newark, nel New Jersey, e che sulla sua testa non pende un ordine di espulsione. L’arresto è avvenuto perché pena non si è presentato a un’udienza obbligatoria nell’ambito delle procedure per la regolarizzazione della sua posizione negli Usa. «Io rispetto le regole, pago le tasse e cerco di legalizzare il mio status. Lui espellerà chiunque sia clandestino, i criminali e chiunque commetta reati. Chi vuole aiutare il Paese non verrà espulso», aveva raassicurato poco prima di finire in manette.
Luca Zaia vorrebbe Roberto Vannacci fuori dalla Lega (Attilio Fontana l’ha definito «un’anomalia») e per questo, come ha scritto Lettera43, avrebbe messo in guardia Matteo Salvini, già preoccupato per nuove possibili fuoriuscite dal Carroccio. L’ex generale però non se le deve vedere “solo” con i big del partito di via Bellerio, ma anche con Francesco Giubilei, fondatore del think thank Nazione Futura che ha appena depositato un atto di opposizione presso l’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale (Euipo) contro la domanda di registrazione del marchio Futuro Nazionale.
Abbiamo depositato l’atto di opposizione formale al nome e al logo del movimento di Vannacci. pic.twitter.com/EcUBxH8cmE
Il nome e il simbolo scelti da Vannacci, infatti, ricordano molto (troppo) quelli dell’associazione di Giubilei, vicina a Fratelli d’Italia. «Me ne frego», ha risposto il vicesegretario della Lega a domanda sull’iniziativa di Nazione Futura, definendo inoltre «prolisso» Giubilei. Il quale ha replicato con un videomessaggio diffuso sui social.
Vannacci attacca Nazione Futura dicendo "me ne frego" del nostro ricorso. È molto nervoso e lo saremmo anche noi se fossimo in lui visti i fuoriusciti da Il mondo al contrario che si stanno iscrivendo a Nazione Futura. Ormai Vannacci ha più amici a sinistra che a destra. pic.twitter.com/Pp2Q4ki5j2
«Leggo che Vannacci attacca Nazione Futura dopo che abbiamo presentato un’opposizione formale al nome e al logo del suo nuovo movimento che è evidentemente copiato da Nazione Futura. E lo fa citando il motto “me ne frego”, ripreso dagli Arditi e da D’Annunzio. Vannacci in questo periodo è particolarmente a corto di idee», afferma Giubilei nel videomessaggio. «Al tempo stesso lo vedo abbastanza nervoso. Se vuole può venire in sede da noi, ci beviamo una camomilla, ci facciamo una chiacchierata e cerchiamo di capire cosa non va. Però tanti fuoriusciti da Il mondo al contrario, deluso da un certo modo di fare e dalle scorrettezze che Vannacci continua a fare all’interno del suo partito e della coalizione di centrodestra si stanno avvicinando e si sono iscritti a Nazione Futura». E poi: «I nemici a destra iniziano a essere più di quelli a sinistra, fossi in lui mi farei qualche domanda. Sta facendo il gioco della sinistra». Infine la frecciata: «Quando Vannacci veniva invitato ai nostri eventi e quando si presentava col trolley per vendere i suoi libri ai nostri associati non c’era alcun “me ne frego”». Contestualmente all’annuncio del ricorso all’Euipo, Nazione Futura ha comunicato l’apertura del tesseramento 2026 con lo slogan “Leali e coerenti”, ribadendo il proprio posizionamento nell’area culturale e politica del centrodestra.
Torna ad alzarsi la tensione tra Washington e Iran. Rispondendo al ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi secondo cui «condurre la diplomazia attraverso la minaccia militare non può essere efficace o utile», Donald Trump ha fatto esattamente il contrario di quanto “consigliato”. Il presidente americano ha infatti avvertito la Repubblica Islamica che il tempo per impedire un intervento militare Usa sta per scadere.
Le minacce di Trump all’Iran
«Speriamo che l’Iran si sieda rapidamente al tavolo delle trattative e negozi un accordo giusto ed equo – NIENTE ARMI NUCLEARI – che sia vantaggioso per tutte le parti. Il tempo stringe, è davvero essenziale!», ha scritto Trump su Truth. Poi, riferendosi all’operazione Midnight Hammer di giugno 2025 contro obiettivi nucleari iraniani, ha avvertito che «il prossimo attacco sarà molto peggiore». A tal proposito, il tycoon ha evidenziato che un gruppo d’attacco navale statunitense, «un’enorme armata» guidata dallaportaerei USS Abraham Lincoln, «si sta muovendo rapidamente, con grande potenza, entusiasmo e determinazione», pronta a intervenire contro l’Iran.
Last time the U.S. blundered into wars in Afghanistan and Iraq, it squandered over $7 trillion and lost more than 7,000 American lives.
Iran stands ready for dialogue based on mutual respect and interests—BUT IF PUSHED, IT WILL DEFEND ITSELF AND RESPOND LIKE NEVER BEFORE! pic.twitter.com/k3fVEv1rus
«L’ultima volta che gli Stati Uniti si sono lanciati in guerre in Afghanistan e Iraq hanno sperperato oltre 7 mila miliardi di dollari e perso più di 7 mila vite americane». Lo ha scritto su X la missione iraniana alle Nazioni Unite, aggiungendo che la Repubblica Islamica «è pronta a un dialogo basato sul rispetto e sugli interessi reciproci», ma che, «se venisse costretta, si difenderà e reagirà come mai prima d’ora».
Giorgia Meloni è a Niscemi per partecipare alla riunione operativa per fare il punto della situazione sulla frana che ha colpito il Comune in provincia di Caltanissetta. Prima di arrivare in municipio, la presidente del Consiglio ha anche eseguito, con un sorvolo in elicottero assieme Fabio Ciciliano, capo della Protezione civile nazionale, un sopralluogo nelle zone colpite dal maltempo in Sicilia. Presenti in municipio il sindaco Massimiliano Conti, il presidente dell’Assemblea regionale siciliana Gaetano Galvagno, il prefetto di Caltanissetta Donatella Licia Messina e il deputato di Avs Angelo Bonelli.
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Schifani: «A Niscemi situazione senza precedenti»
«A Niscemi c’è una situazione senza precedenti: ho visto di persona un paese che rischia di crollare davanti a un vuoto enorme. Bisogna rimboccarsi le maniche, cosa che stiamo facendo. Studieremo un piano urbanistico di ricostruzione parziale di quella struttura, lontana dalla frana». Lo ha detto a Sky Tg24Renato Schifani, presidente della Regione Sicilia, spiegando che stata istituita opportunamente una zona rossa a 150 metri di distanza dalla frana. Per quanto riguarda gli sfollati, è stata messa a disposizione una palestra, ma «soltanto 20 persone hanno deciso di andarci perché in questo momento si sono riallineate altrove», trovando posto da amici o parenti.
Niscemi dopo la frana (Ansa).
Il ciclone Harry ha fatto due miliardi di danni in Sicilia
«Questa mattina mi è stato prospettato un documento da cui si evince che l’entità dei danni del ciclone Harry in Sicilia, come segnalato dagli amministratori, ammonta a circa due miliardi. È una situazione che si evolve sempre con maggiore gravità», ha aggiunto Schifani: «In questo momento, come Regione, abbiamo stanziato subito 90 milioni di euro. Li abbiamo messi a disposizione proprio per un decreto che viene adottato oggi e che consente l’erogazione, quasi immediata, di 5 mila euro a famiglia e altre somme verranno erogate per le attività commerciali».
Giorgia Meloni stamani si è finalmente svegliata ed è andata in Sicilia. È arrivata dopo la Schlein, è arrivata dopo la mia uscita, è arrivata dopo giorni di menefreghismo. Ma è arrivata. Meglio tardi che mai. Ora vediamo se tira fuori gli stivali e soprattutto i soldi.…
Renzi: «Meloni si è svegliata dopo giorni di menefreghismo»
«Meloni stamani si è finalmente svegliata ed è andata in Sicilia. È arrivata dopo Elly Schlein, è arrivata dopo la mia uscita, è arrivata dopo giorni di menefreghismo. Ma è arrivata. Meglio tardi che mai. Ora vediamo se tira fuori gli stivali e soprattutto i soldi», ha scritto Matteo Renzi su X. Per far fronte ai danni, la segretaria del Pd ha proposto di «dirottare immediatamente un miliardo di euro che era stato messo sul progetto del ponte di Messina per il 2026, che chiaramente non potrà essere usato per effetto dello stop della Corte dei conti».
Dopo la morte di Renee Goodper mano dell’Immigration Customs and Enforcement (Ice), Minneapolis brucia per quella di Alex Pretti, freddato dalla Border Patrol durante una manifestazione contro i raid anti-migranti. Le agenzie federali preposte all’applicazione delle leggi sull’immigrazione, ampiamente foraggiate da Donald Trump, hanno superato il limite. La repressione voluta dal presidente, che nel primo anno del suo secondo mandato ha schierato scientificamente agenti federali in città a guida democratica (come a imporre una punizione collettiva), è ormai andata ben oltre gli immigrati clandestini. E gli sta costando consensi. Ma forse fa parte di una precisa strategia. Di sicuro, negli Stati Uniti è a rischio il concetto stesso di democrazia, mentre sullo sfondo continua ad aleggiare lo spettro della guerra civile.
Donald Trump (Ansa).
Perché Trump ha messo nel mirino il Minnesota
Garrett Graff, giornalista e storico, ha scritto chiaro e tondo che «c’è una città degli Stati Uniti occupata dalla polizia segreta presidenziale fascista», paventando un allargamento di questo scenario a tutto il Paese, destinato a trasformarsi – se le cose non cambieranno – in autocrazia. Trump ha iniziato a lavorare al “progetto” schierando 3 mila agenti dell’ICE e della Customs and Border Protection in Minnesota, Stato per il quale pare nutrire un odio particolare. Qui ha infatti perso le elezioni presidenziali nel 2016, nel 2020 e nel 2024, nonostante la maggior parte degli Stati confinanti avesse votato a suo favore. Di recente, peraltro, ha affermato di avere vinto tutte e tre le volte: falso, l’ultimo repubblicano a esserci riuscito è stato Ronald Reagan nel 1972. Il Minnesota ospita inoltre la più grande comunità somala degli Usa, Stato dunque in cui vivono – citando sempre il tycoon – molte «persone con un basso quoziente intellettivo». Tra cui l’ex rifugiata Ilhan Omar, deputata progressista definita «spazzatura». Inoltre, verso la fine del primo mandato trumpiano, Minneapolis fu teatro dell’omicidio di George Floyd, che scatenò le proteste del movimento Black Lives Matter. Non bisogna poi dimenticare che il governatore è Tim Walz, candidato vicepresidente al fianco di Kamala Harris nel 2024. Trump ha inizialmente legato il massiccio dispiegamento di agenti federali a Minneapolis (in quella che ha ribattezzato “Operation Metro Surge“) alla grande frode sui rimborsi durante la pandemia con al centro il programma Feeding Our Future, avviato dall’Amministrazione Biden per finanziare pasti per bambini di famiglie indigenti. Le indagini hanno raggiunto il culmine tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026: delle 86 persone incriminate, 78 sono di origine somala.
In Minnesota è arrivato anche lo “zar dei confini”
Nel suo accanimento contro il Minnesota, Trump ha pure annunciato l’arrivo dello “zar dei confini” Tom Homan. «Severo ma giusto, riferirà a me», ha assicurato il presidente. Come ha spiegato la Casa Bianca, Homan «gestirà le operazioni dell’Ice sul terreno per continuare ad arrestare i peggiori criminali immigrati irregolari». Il suo arrivo non porterà però – come sembrava – alla rimozione di Greg Bovino dal suo incarico di comandante del Border Patrol come precisato dal Dipartimento per la Sicurezza interna, che però ha confermato riduzione degli agenti Ice nello Stato.
“I am sending Tom Homan to Minnesota tonight. He has not been involved in that area, but knows and likes many of the people there. Tom is tough but fair, and will report directly to me…” – President Donald J. Trump pic.twitter.com/VMTijN2Eh9
Sembra invece traballare il posto di Kristi Noem alla guida del Dipartimento di Sicurezza interna, a cui fanno capo le due agenzie sulla graticola: l’Ice, che istituita nel 2003 dall’amministrazione di George W. Bush si occupa di applicare le leggi sull’immigrazione e combattere i reati transnazionali, e la Border Patrol (o meglio la U.S. Customs and Border Protection), la maggiore tra le forze dell’ordine per la sicurezza delle frontiere. I due corpi hanno uniformi simili e, ormai è noto, condividono anche i metodi brutali. Per Noem sono arrivate da parte dem richieste di impeachment.
Kristi Noem (Getty Images).
La versione dei fatti dell’Amministrazione Trump
A fronte di due morti oltre a studenti colpiti da lacrimogeni, automobilisti (anche disabili) trascinati fuori dagli abitacoli, nativi americani fermati e interrogati senza motivo, minacce a troupe televisive, bambini presi in custodia, rastrellamenti violenti e brutali ritenuti da molti esperti violazioni dei diritti umani, l’Amministrazione Trump continua a difendere l’operato degli agenti federali. E il presidente punta il dito contro il Partito democratico a suo dire colpevole di curarsi di più dei «criminali immigrati clandestini che dei cittadini rispettosi della legge e dei contribuenti», creando «circostanze pericolose per tutti i soggetti coinvolti».
Il Minnesota può rappresentare un momento di svolta
«Quanti altri residenti, quanti altri americani devono morire o farsi male gravemente perché questa operazione finisca?», si è chiesto in conferenza stampa Jacob Frey, sindaco di Minneapolis e nuovo punto di riferimento dei dem. In realtà si sta diffondendo la sensazione che il Minnesota rappresenti un punto di svolta: davanti alle violenze, all’impunità degli agenti e alle fake news anche chi aveva votato The Donald potrebbe voltargli le spalle. Vero, Trump è ritornato alla Casa Bianca anche a causa dell’incapacità dell’ex presidente Joe Biden di proteggere il confine meridionale. Ma gli elettori non lo hanno votato per ritrovarsi con gruppi di agenti armati e mascherati in giro per le città o per subire perquisizioni che violano le tutele del Quarto Emendamento.
Protesta contro Donald Trump (Ansa).
Anche i repubblicani e la NRA criticano Trump
Critiche alle modalità violente degli agenti per l’immigrazione stanno arrivando non solo dai dem, ma anche da alcuni repubblicani e dalla National Rifle Association. Il governatore repubblicano dell’Oklahoma, Kevin Stitt, ha detto che gli americani «stanno guardando altri americani essere uccisi in televisione». Il senatore Bill Cassidy ha invece espresso dubbi sulla credibilità di ICE e Dipartimento per la Sicurezza Nazionale. La NRA, lobby per il libero possesso delle armi molto vicina a Trump, ha chiesto «un’indagine completa», prendendo le distanze da chi sostiene che avvicinarsi alle forze dell’ordine mentre si porta legalmente un’arma giustifichi automaticamente l’uso della forza letale.
La “chiamata alle armi” dei big democratici
Per quanto riguarda i democratici, Barack e Michelle Obama hanno rilasciato una dichiarazione congiunta definendo l’uccisione di Pretti «una tragedia straziante» e «un campanello d’allarme per tutti gli americani, indipendentemente dal partito». Un altro big dell’Asinello, Bill Clinton, ha scritto su X: «Nel corso di una vita, affrontiamo solo pochi momenti in cui le decisioni che prendiamo plasmano la nostra. Questo è uno di quei momenti. Sta a tutti noi che crediamo nella promessa della democrazia americana alzarci in piedi, parlare e dimostrare che la nostra nazione ci appartiene». Sulla stessa linea Walz, che ha definito quanto accaduto «un punto di svolta per l’America» e ha rinnovato la richiesta a Trump di ritirare gli agenti federali da Minneapolis. La deputata Alexandria Ocasio-Cortez ha su X ha messo in guarda: «Gli americani vengono uccisi per strada dal loro governo. La nostra Costituzione viene fatta a pezzi e i nostri diritti si stanno dissolvendo». Insomma, il preludio di una guerra civile.
Barack Obama all’insediamento di Donald Trump (Ansa).
La strategia di Trump per evitare l’impeachment
Ospite del programma State of the Union sulla Cnn, il senatore democratico Chris Murphy ha affermato che gli scontri tra cittadini del Minnesota e i funzionari federali non sono solo un effetto collaterale delle politiche di Trump: «Ice e Border Patrol agiscono per causare un conflitto, per creare caos. E non si limiteranno a Minneapolis». Preoccupato che un Congresso controllato dai Democratici possa indagare su di lui, metterlo sotto accusa e ostacolare la sua agenda (lo ha detto lui stesso a un evento repubblicano), Trump starebbe tentando di innalzare il livello dello scontro per creare le condizioni idonee a istituire la legge marziale ed evitare così le elezioni di midterm. Di certo, il tycoon sta già usando altri strumenti per cercare di influenzare le prossime elezioni di metà mandato: ha infatti chiesto agli Stati a maggioranza repubblicana (Ohio, Missouri, Carolina del Nord, Texas e Florida) di ridisegnare le mappe dei collegi per togliere seggi ai democratici. E sta spingendo mettere fine alla possibilità del voto per posta, strumento usato perlopiù dagli elettori di sinistra. Inoltre si sta facendo largo l’ipotesi del dispiegamento di agenti dell’Ice e della Guardia Nazionale per garantire la sicurezza nei seggi elettorali, mossa in realtà studiata per intimidire gli elettori nei collegi a maggioranza democratica. Ma, soprattutto, tramite la procuratrice Pam Bondi – responsabile della Giustizia americana – avrebbe vincolato il ritorno alla normalità in Minnesota al rilascio dei dati personali di milioni di elettori. Una mossa per “blindare” le elezioni di midterm, su cui però il governo statale ha fatto muro. Tutto questo nell’anno in cui gli States celebrano il 250esimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza.
Il colosso cinese Anta Sports acquisterà circa il 29 per cento del capitale di Puma dalla holding francese Pinault Artemis, diventando così azionista di maggioranza dell’azienda tedesca di abbigliamento sportivo. Operazione da 1,5 miliardi di euro, con poco più di 43 milioni di azioni rilevate al prezzo unitario di 35 euro ciascuna. L’accordo arriva nel contesto di un’operazione di rilancio da parte del marchio tedesco, che in crisi da tempo ha perso terreno rispetto ai rivali Adidas e Nike. La transazione dovrebbe essere completata entro la fine del 2026, subordinatamente alle relative approvazioni normative. Anta Sports, fondata nel 1991, possiede numerosi marchi attraverso la controllata Amer Sports, acquisita nel 2019: tra essi cui Wilson, Arc’teryx e Salomon. Inoltre controlla i diritti nel mercato cinese di alcune aziende straniere di abbigliamento sportivo, tra cui Fila e Descente.
In segno di solidarietà con i manifestanti in Iran, Matteo Renzi ha imitato la ragazza diventata simbolo delle proteste contro il regime, accendendosi una sigaretta durante un flash mob di fronte all’ambasciata della Repubblica Islamica a Roma. «L’immagine della ragazza iraniana che fuma una sigaretta accesa con una foto in fiamme dell’ayatollah Khamenei ha fatto il giro del mondo. Oggi l’attenzione sull’Iran è scesa, ma in queste ore migliaia di ragazzi vengono impiccati nel silenzio del mondo. Abbiamo voluto replicare il gesto della sigaretta per richiamare l’attenzione dei media. E per dire che non ci stancheremo di gridare donna, vita, libertà», ha scritto il leader di Italia Viva su X. Senza, però, accendere la sigaretta con la foto di Khamenei in fiamme, né tenendo in mano il ritratto dell’ayatollah mentre brucia. L’ex premier è apparso in difficoltà, non essendo – per sua fortuna – tabagista. Con lui anche Maria Elena Boschi e Raffaella Paita, che non hanno fumato.
L'immagine della ragazza iraniana che fuma una sigaretta accesa con una foto in fiamme dell'Ayatollah Khamenei ha fatto il giro del mondo. Oggi l’attenzione sull’Iran è scesa ma in queste ore migliaia di ragazzi vengono impiccati nel silenzio del mondo. Abbiamo voluto replicare… pic.twitter.com/JvjuwDb7PF
Ben 23 coltellate, di cui 19 al collo e al volto. Una gamba, la sinistra, completamente amputata. E poi segni di ustioni sul corpo. È il drammatico quadro che emerge dall’autopsia sul corpo di Federica Torzullo, uccisa ad Anguillara Sabazia (Roma) dal marito Claudio Carlomagno, che poi l’ha seppellita in un canneto alle spalle della sua azienda. Secondo gli inquirenti, l’assassino ha provato a fare a pezzi il corpo e bruciarlo per «ostacolarne il riconoscimento», prima di nasconderlo in una buca che aveva scavato nel terreno. Sono state rilevate almeno quattro ferite da arma da taglio alle mani di Torzullo, segno che la vittima ha provato a difendersi. Alla luce delle risultanze investigative, la Procura di Civitavecchia ora contesta a Carlomagno il nuovo reato di femminicidio (e non “semplice” omicidio) oltre che l’occultamento di cadavere. L’articolo 577 bis del codice penale prevede la condanna all’ergastolo per l’omicidio di una donna che viene commesso «per motivi di odio, discriminazione di genere, o per reprimere la sua libertà, i suoi diritti o la sua personalità, come il rifiuto di una relazione».
Fabio de Petris ha assunto il ruolo di Head of Eu Affairs di British American Tobacco. In questa nuova posizione guiderà da Bruxelles il team degli Affari Istituzionali e Governativi dell’azienda a livello europeo. Subentra a Eric Sensi, che ha lasciato l’incarico a fine 2025.
Chi è Fabio de Petris
Entrato in BAT Italia nel 2011, Fabio de Petris ha ricoperto incarichi di alto livello nell’azienda, fino a essere nominato presidente e amministratore delegato nel 2023. In tali ruoli dal primo gennaio è stato sostituito da Simone Masè. In precedenza è stato direttore marketing di MSC Crociere e SAB Miller, oltre che Business Account Manager presso Colgate Palmolive.
Francia, Germania, Svezia e Norvegia hanno annunciato il 14 gennaio l’invio di militari in Groenlandia, territorio autonomo del Regno di Danimarca e ambito dagli Stati Uniti di Donald Trump. Una quindicina i soldati francesi già sbarcati a Nuuk e, come ha spiegato Emmanuel Macron, altri sono in arrivo. Il dispiegamento fa parte dell’operazione Arctic Endurance, che mira a rassicurare gli americani sulla sicurezza dell’isola, ma soprattutto a riaffermare il ruolo del territorio all’interno della sfera d’influenza europea, prevenendo qualsiasi interferenza. Ecco cosa sappiamo della missione.
À la demande du Danemark, j’ai décidé que la France participera aux exercices conjoints organisés par le Danemark au Groenland, l’Opération Endurance Arctique.
De premiers éléments militaires français sont d'ores et déjà en chemin. D'autres suivront.
Dopo il sostanziale buco nell’acqua del vertice alla Casa Bianca tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia, il ministro degli Esteri Lars Løkke Rasmussen ha parlato della creazione di un «gruppo di lavoro di alto livello» per cercare di conciliare le esigenze di sicurezza americane con l’integrità territoriale della Danimarca. Subito dopo il capo della Difesa Troels Lund Poulsen ha annunciato l’immediato dispiegamento di «ulteriori aerei, mezzi navali e truppe danesi in Groenlandia, nell’ambito di un’attività di addestramento ampliata», aggiungendo che l’iniziativa avrebbe incluso «forze alleate, l’impiego di jet da combattimento e lo svolgimento di compiti di sicurezza marittima».
il ministro estero danese Lars Løkke Rasmussen e l’omologa groenlandese Vivian Motzfeldt (Ansa).
Quanti militari hanno inviato i singoli Paesi
Parigi, Berlino, Stoccolma e Oslo hanno detto sì a un’esplicita richiesta del governo di Copenaghen, che svolge alcune funzioni sovrane come la diplomazia e la protezione della Groenlandia. Ma gli alleati della Danimarca sono ben lungi dall’inviare intere brigate in Groenlandia. La Francia, come detto, ha spedito a Nuuk 15 militari, «specialisti d’alta quota» ed «esperti di climi freddi», come ha spiegato Olivier Poivre d’Arvor, ambasciatore per gli affari polari e oceanici. E Macron ha pure annunciato l’apertura di un consolato. L’esercito tedesco dovrebbe inviare 13 persone, stando a quanto dichiarato dalla Difesa, mentre la Norvegia – riporta l’emittente NRK – ha deciso di mandarne solo due. Tore Sandvik, ministro della Difesa, ha detto all’agenzia di stampa VG che «è attualmente in corso un dialogo all’interno della Nato sulle modalità per rafforzare la sicurezza nell’Artico, in particolare in Groenlandia e nelle sue vicinanze», precisando che «non sono ancora state raggiunte conclusioni». Per quanto riguarda la Svezia, Stoccolma non ha specificato il numero di uomini inviati, limitandosi a spiegare che quelli giunti in Groenlandia «sono disarmati».
Un diplomatico europeo ha affermato che hanno detto sì alla Danimarca anche Paesi Bassi e Canada: Ottawa ha però smentito, Amsterdam non ha commentato. Questo modesto dispiegamento di soldati europei, ha sottolineato Poivre d’Arvor, è tuttavia «senza precedenti». Si tratta infatti di una mobilitazione di Paesi Nato per far fronte non alle minacce rappresentate da Russia e Cina, ma a quelle messe nero su bianco dagli Stati Uniti, pilastro dell’organizzazione di cooperazione militare, che non vogliono davvero la Groenlandia per questioni di sicurezza o, almeno, non solo per tale motivo.
L’operazione scontenta sia gli Stati Uniti sia la Russia
In questo caos c’è una certezza: l’operazione Arctic Endurance è riuscita a scontentare in un colpo solo sia la Casa Bianca sia il Cremlino. Tramite l’ambasciata a Bruxelles, la Russia si è infatti detta «seriamente preoccupata» per l’invio di altre truppe Nato in Groenlandia: «Invece di portare avanti un lavoro costruttivo nell’ambito delle istituzioni esistenti, in particolare il Consiglio dell’Artico, la Nato ha deciso la strada di una militarizzazione accelerata del Nord e il rinforzo della sua presenza militare con il pretesto immaginario di una minaccia crescente da parte di Mosca e Pechino», si legge in una nota.
Anche per l’Iran, dopo oltre due settimane di proteste e le minacce di Donald Trump – che per ora restano tali, visto che il presidente ha fatto sapere che la repressione si sarebbe fermata – si parla di regime change. Chi potrebbe guidare il Paese nell’era post-Repubblica Islamica, al netto delle possibili ingerenze Usa? La questione è piuttosto spinosa. Perché se è vero che sono tanti i movimenti a volere la caduta del regime teocratico, al tempo stesso l’opposizione – per quanto determinata – è frammentata e con visioni diverse sul futuro percorso del Paese, stretto nella morsa degli ayatollah dal 1979. Inoltre si troverebbe (o troverà, chissà) ad affrontare una sfida logistica oltre che ideologica: tradurre le proteste di piazza in un potere politico organizzato prima che le forze di sicurezza riprendano il controllo.
La figura di Reza Pahlavi, figlio dello scià, non scalda l’opposizione
Behnam Ben Taleblu, esperto della Foundation for Defense of Democracies, ha detto alla trumpiana Fox News che decenni di repressione hanno reso quasi impossibile coltivare una leadership politica all’interno dell’Iran, che pertanto «deve essere costruita all’esterno». Reza Pahlavi, 65enne figlio in esilio dello scià deposto dalla rivoluzione di Khomeini, si è detto pronto a tornare in patria per gestire una transizione pacifica, magari con un referendum popolare. Ma è un nome che non scalda l’opposizione né in patria, né all’estero. Sì, ci sono manifestanti che hanno invocato il suo ritorno, ma la maggioranza della popolazione lo considera inadatto a governare. Innanzitutto non ha mai messo piede nel Paese, dunque non ne conosce la realtà. E poi è pur sempre figlio di un dittatore, per quanto modernizzatore. A sostenere Reza Pahlavi è soprattutto Israele.
Reza Pahlavi (Ansa).
Maryam Rajavi guarda avanti, ma i suoi Mojahedin non sono amati
Puntano a governare il Paese anche i Mojahedin del Popolo Iraniano, organizzazione che aveva partecipato alla rivoluzione contro lo scià per poi entrare in contrasto con Khomeini, circostanza che li portò all’inizio degli Anni 80 a cercare rifugio da Saddam Hussein, che fornì loro armi e protezione. Il gruppo, a lungo designato organizzazione terroristica dall’Unione europea e dagli Stati Uniti, è stato in realtà utilizzato dalla Casa Bianca per diverse azioni contro il programma nucleare iraniano ed è guidato da Maryam Rajavi.
Maryam Rajavi (Ansa).
Moglie di Massoud Rajavi scomparso nel 2003 in Iraq, è anche a capo del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (Cnri) e dall’inizio delle proteste ha diffuso resoconti quotidiani grazie alla sua rete di informatori, diffuso video della repressione e denunciato il massacro dei manifestanti. Rajavi propone un periodo provvisorio di sei mesi dopo il rovesciamento del regime, che culminerebbe poi in libere elezioni per un’assemblea costituente. «L’uguaglianza di genere in tutte le sue sfaccettature, la separazione tra religione e Stato, l’autonomia del Kurdistan iraniano e molte altre questioni urgenti sono state ratificate in dettaglio dal Cnri», ha dichiarato. C’è un problema: i Mojahedin del Popolo Iraniano non godono di buona fama in patria a causa del sostegno all’Iraq nella guerra combattuta tra i due Paesi dal 1980 al 1988. Tuttavia hanno ricevuto nel corso degli anni il sostegno dagli Usa di alcune importanti figure politiche repubblicane, tra cui l’ex vicepresidente Mike Pence, l’ex segretario di Stato Mike Pompeo e Rudy Giuliani.
On Monday night, on the sixteenth day of Iran uprising, with wounded bodies and grieving hearts yet with unbreakable resolve, the people of Tehran, Isfahan, Shiraz, Meshkan in Fars Province, Falahieh (Shadegan), and many other cities once again took to the streets. Hand in hand… pic.twitter.com/YI2j558Txq
Il Tūdeh sta partecipando alle proteste, ma difficilmente avrà un ruolo significativo
Anche il Partito Iraniano del Tūdeh, formazione comunista e attore chiave della rivoluzione del 1979, fu vittima negli anni successivi di purghe ordinate da Khomeini, con arresti ed esecuzioni di numerosi membri. Messo al bando in Iran dal 1983 il Tūdeh continua a operare come organizzazione politica clandestina. Durante la guerra di giugno 2025, il Tūdeh si era alleato con il Partito Comunista Israeliano per chiedere la fine delle ostilità e oggi i suoi membri, stando a quanto dichiarato, stanno partecipando attivamente alle proteste. Appare improbabile un ruolo significativo nel futuro del Paese.
Curdi e beluci non hanno una rappresentanza sufficientemente ampia
Ci sono poi i curdi e i beluci. I primi, che costituiscono circa il 10 per cento della popolazione iraniana, avevano già manifestato con forza nel 2022 dopo la morte di Mahsa Amini, uccisa dalla polizia morale. Anche gli abitanti del Belucistan, regione a cavallo tra Iran e Pakistan, sono stati coinvolti in numerosi scontri con le forze del regime negli ultimi anni. All’interno delle due minoranze, però, coesistono molte figure e movimenti e non esiste un’organizzazione con una rappresentanza sufficientemente ampia da avere influenza a livello nazionale.
La coalizione di sinistra Hamgami è relativamente sconosciuta in Iran
Nel 2023 alcuni gruppi di sinistra della diaspora hanno dato vita alla coalizione Hamgami, che propone una repubblica laica e democratica, con una magistratura indipendente e una stampa libera. Hamgami ha acquisito visibilità al di fuori dell’Iran dopo le proteste del 2022. Tuttavia il movimento rimane relativamente sconosciuto in Iran e, come ha affermato l’accademica Maryam Alemzadeh un’intervista ad Al Jazeera «non ha alcuna influenza nella sfera pubblica». Nonostante le speculazioni, gli esperti concordano su un punto: all’orizzonte non c’è un chiaro successore degli ayatollah.
«Patrioti iraniani, continuate a manifestare. Prendete il controllo delle istituzioni. Segnate i nomi di chi uccide e abusa, pagheranno un prezzo alto. Ho cancellato tutti gli incontri con i funzionari iraniani fino a quando l’insensata uccisione dei manifestanti non si fermerà. L’aiuto è in arrivo». Dopo aver minacciato azioni Usa in caso di repressione violenta delle proteste in Iran, che è già in essere, Donald Trump adesso fomenta persino i manifestanti su Truth. Una promessa a chi da oltre due settimane scende in strada rischiando la vita, quella apparsa sulla piattaforma social di The Donald, ma anche una minaccia al regime degli ayatollah: ecco quali contorni potrebbe assumere un’operazione Usa in Iran.
L’esercito statunitense «sta valutando opzioni molto forti»
Il messaggio di Trump agli iraniani è arrivato nel giorno in cui, per smentire la notizia di 12 mila morti nelle proteste, il regime ha ammesso che le vittime sono almeno 2 mila (pur inserendo nel conteggio membri delle forze di sicurezza). Il bilancio continua insomma ad aggravarsi, mentre il Procuratore generale dell’Iran ha paventato la pena di morte per i manifestanti e il regime di Teheran, per ripristinare l’ordine, ha persino reclutato milizie irachene. Il 12 gennaio Trump ha riferito ai giornalisti che la leadership iraniana era intenzionata a negoziare, aggiungendo però che l’esercito statunitense «sta valutando alcune opzioni molto forti». Nel frattempo, Ali Khamenei ha dichiarato che le mani del presidente Usa «sono sporche di sangue» e che «i manifestanti stanno rendendo felice il presidente di un altro Stato». L’ayatollah ha poi assicurato che «l’Iran non cederà di fronte ai sabotatori». Il ministero degli Esteri, dal canto suo, ha affermato che il Paese è pronto alla guerra.
Maxi manifesti contro Stati Uniti e Israele a Teheran (Ansa).
Trump è stato informato «su una vasta gamma di strumenti militari e segreti»
Per la Casa Bianca la diplomazia resta la prima opzione. Ma non l’unica, visto che raid aerei e missilistici sono «tra le molte possibilità sul tavolo». Secondo il New York Times tra gli obiettivi possibili figurano il programma nucleare iraniano e i siti missilistici della Repubblica Islamica, già colpiti a giugno. Come riporta la Cbs News, che ha parlato con due funzionari del Dipartimento della Guerra, Trump è stato però informato «su una vasta gamma di strumenti militari e segreti che possono essere utilizzati contro l’Iran e che vanno ben oltre i normali attacchi aerei». Si parla di attacchi informatici, operazioni volte a destabilizzare le strutture di comando, le comunicazioni e i media statali, oltre a raid mirati contro l’apparato di sicurezza interno responsabile della repressione. L’Amministrazione Trump sta poi valutando la possibilità di inviare terminali per il servizio Internet satellitare Starlink di Elon Musk, così da ripristinare la connessione web.
Donald Trump (Ansa).
È improbabile un invio di truppe
Appare invece improbabile l’invio di truppe nella Repubblica Islamica. Gli Stati Uniti dispongono già di forze significative nella regione, come ha dimostrato l’attacco dell’11 gennaio contro i combattenti dell’Isis in Siria, che ha visto impegnati 20 caccia. Ma muovere uomini sarebbe un’altra cosa: diversi consiglieri di Trump temono che un’azione del genere possa infiammare le tensioni in Medio Oriente o ritorcersi contro il tentativo di aiutare il crescente movimento di protesta. Di sicuro, con un messaggio sul sito dell’ambasciata (virtuale) a Teheran, il Dipartimento di Stato Usa ha esortato i cittadini americani a lasciare l’Iran al più presto possibile, attraverso Armenia o Turchia. Segno che qualcosa sta per accadere.
Varati i dazi contro i partner commerciali dell’Iran
E poi ci sono i dazi. Trump ha infatti annunciato sempre su Truth che gli Stati Uniti imporranno «con effetto immediato» tariffe del 25 per cento a tutti i Paesi che mantengono relazioni commerciali con l’Iran. In assenza di documenti ufficiali della Casa Bianca non è chiaro quando e su quale base giuridica verranno introdotti i dazi, né se colpiranno indistintamente tutti i partner commerciali di Teheran. Tra i principali destinatari delle esportazioni iraniane figurano Cina, Emirati Arabi Uniti e India. Pechino ha già reagito alla mossa Usa, definendo le tariffe «sanzioni unilaterali illegittime» e avvertendo che le guerre commerciali «non hanno vincitori».
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (foto Ansa).
Mosca: «Inaccettabili le minacce di Washington»
Lo stesso ha fatto Mosca, che ha «respinto categoricamente i tentativi sfacciati di ricattare i partner stranieri dell’Iran aumentando i dazi commerciali». La Russia, tramite la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova, ha inoltre definito «inaccettabili» le minacce di Washington di lanciare nuovi attacchi militari contro l’Iran. Dove peraltro, sostiene Mosca, le proteste stanno rientrando: «Le dinamiche della situazione politica interna del Paese e il calo delle proteste alimentate artificialmente, registrato negli ultimi giorni, ci permettono di aspettarci una graduale stabilizzazione della situazione. Migliaia di iraniani che marciano a sostegno della sovranità della Repubblica Islamica sono la chiave del fallimento dei sinistri piani di coloro che sono ossessionati dall’esistenza di Stati sulla scena internazionale capaci di perseguire una politica estera indipendente e di scegliersi autonomamente gli alleati».
Meta Platforms ha annunciato la nomina di Dina Powell McCormick nel ruolo di presidente e vice chairman. La decisione arriva a poche settimane dalle dimissioni dal consiglio di amministrazione del colosso di Menlo Park: Powell McCormick rientra in Meta con un ruolo operativo di primo piano, portando oltre 25 anni di esperienza maturata ai vertici della finanza mondiale e della politica estera Usa, anche sotto Trump. «Un’ottima scelta da parte di Mark Z!!!», ha scritto il presidente americano sui social, riferendosi all’amministratore delegato Mark Zuckerberg: «È una persona fantastica e di grande talento, che ha servito l’amministrazione Trump con forza e distinzione!».
Chi è Dina Powell McCormick
Membro del Partito Repubblicano e moglie di un senatore, Powell McCormick è stata Assistente Segretario di Stato e consigliera della Casa Bianca sotto George W. Bush e poi Vice Consigliera per la Sicurezza Nazionale durante il primo mandato di Donald Trump. Per quanto riguarda i ruoli di rilievo nella finanza, nel 2007 Powell è entrata a far parte di Goldman Sachs, dove è diventata amministratore delegato e poi partner dell’azienda, nonché presidente della controllata senza scopo di lucro Goldman Sachs Foundation. Tornata nella banca d’affari nel 2018 dopo l’incarico nella prima Amministrazione Trump, nel 2023 era entrata a far parte di BDT & MSD Partners.
Donald Trumpè tornato a minacciare la Groenlandia, territorio autonomo del Regno di Danimarca di cui gli Stati Uniti «hanno assolutamente bisogno» per motivi di «sicurezza nazionale». In realtà, al netto della minaccia rappresentata dalla presenza russa e cinese nell’Artico, dietro c’è altro: l’isola più grande al mondo fa gola a Washington anche dal punto di vista commerciale (vista la posizione strategica) ed estrattivo (dato il ricco sottosuolo). Trump, ha spiegato la Casa Bianca senza escludere l’ipotesi dell’uso della forza, «sta attivamente discutendo l’acquisto della Groenlandia». Ecco quanto potrebbe costare l’acquisto da parte degli Usa.
Gli Stati Uniti hanno già tentato di acquistare la Groenlandia
Donald Trump (Ansa).
Gli Stati Uniti hanno già valutato tre volte la possibilità di comprare la Groenlandia e in due casi hanno fatto anche un’offerta. Nel 1868, l’anno successivo all’acquisto dell’Alaska dall’Impero russo, il segretario di Stato William Seward valutò di rilevare l’isola e l’Islanda (all’epoca parte del Regno di Danimarca) per 5,5 milioni di dollari. Ma non avanzò mai una proposta formale. Lo fece invece nel 1946 il presidente Harry Truman, che oer la Groenlandia offrì 100 milioni di dollari in oro alla Danimarca, ricevendo un secco “no” da Copenaghen – che nel 2017 aveva ceduto agli Usa le Antille danesi (diventate Isole Vergini Americane) per 25 milioni: usando la sola inflazione, quella somma oggi equivarrebbe a 1,66 miliardi. Nel 1953 ci provò di nuovo il presidente Dwight Eisenhower a chiedere alla corona danese la cessione, che però rifiutò ancora.
Il possibile prezzo dell’isola, considerando inflazione e crescita del Pil Usa
Navi nell’Artico groenlandese (Ansa).
Il think tank American Action Forum, attualizzando il valore in rapporto alla crescita del Pil Usa tra il 1946 e il 2025, ha stabilito però che il prezzo giusto sarebbe di circa 12,9 miliardi di dollari. Il Washington Post, parlando della questione nel 2019, scriveva invece di 42,6 miliardi di dollari. Il valore della Groenlandia, però, sarebbe determinato anche dalla presenza di risorse minerarie e dalle terre rare, di cui l’isola è ricca: secondo un’analisi del Financial Times, potrebbe arrivare fino a 1.100 miliardi di dollari. Per l’American Action Forum il valore complessivo della Groenlandia, considerando anche il controllo strategico dell’Artico, potrebbe addirittura raggiungere i 2.760 miliardi di dollari: una cifra esorbitante, pari al 9 per cento del Pil americano.
Trump sarebbe pronto a offrire fino a 100 mila dollari a ogni groenlandese
Secondo quanto riportato da Reuters, Trump avrebbe già fissato il prezzo per accaparrarsi quantomeno il favore dei groenlandesi. Il presidente Usa sarebbe pronto a sborsare fino a 100 mila dollari a ciascuno degli abitanti dell’isola, per convincerli a lasciare la Danimarca e sposare la causa statunitense. Visti i circa 56 mila abitanti, calcolatrice alla mano The Donald ha messo in conto di sborsare fino a 5,6 miliardi di dollari.
La Corte europea dei diritti dell’uomoha respinto sui punti centrali i ricorsi presentati da Silvio Berlusconi e Fininvest in relazione alla lunga vicenda giudiziaria del lodo Mondadori, stabilendo che la giustizia italiana non ha commesso violazioni del principio di presunzione di innocenza dell’ex presidente del Consiglio, dell’equo processo per la società e nemmeno della proprietà privata in riferimento alle somme riconosciute alla holding Compagnie Industriali Riunite (Cir) di Carlo De Benedetti. Ecco la storia della vicenda della “guerra di Segrate”.
Nel 1988 l’inizio della lotta per Mondadori
Luca Formenton (figlio di Mario), Silvio Berlusconi e Leonardo Mondadori.
Il lodo Mondadori è un episodio della cosiddetta guerra di Segrate, scontro giudiziario-finanziario tra Berlusconi e De Benedetti per il possesso della Arnoldo Mondadori Editore. La lotta per il controllo della società iniziò nel 1988, quando Berlusconi acquisì le azioni di Leonardo Mondadori, operazione che portò l’azienda in mano a tre soggetti: Fininvest, appunto, la Cir di De Benedetti (socio di maggioranza dal 1984) e gli eredi di Mario Formenton, il presidente scomparso l’anno precedente, che aveva gestito la casa editrice dopo la morte del fondatore Arnoldo e l’estromissione dalla società del figlio Giorgio.
L’arbitrato super partes del 1990
La sede di Mondadori a Segrate (Imagoeconomica).
De Benedetti, che era stato amico e socio di Formenton, convinse gli eredi – non interessati alla gestione dell’azienda – a stipulare un contratto per la vendita delle azioni in loro possesso che prevedeva il passaggio della quote alla Cir entro gennaio 1991. Ma successivamente la famiglia Formenton cambiò idea, consentendo a Berlusconi di insediarsi come nuovo presidente di Mondadori il 25 gennaio 1990. Per dirimere la questione, ovvero per stabilire se il contratto tra De Benedetti e i Formenton dovesse avere corso oppure se quest’ultimi potessero vendere le proprie quote alla Fininvest, ci fu bisogno di un arbitrato super partes. Il conseguente lodo arbitrale, depositato il 20 giugno 1990, diede ragione a De Benedetti, ma Berlusconi lo impugnò davanti alla Corte di Appello di Roma, che il 24 gennaio 1991 annullò il precedente verdetto, riassegnando la Mondadori a Fininvest (a quel punto azionista di maggioranza con il 53 per cento).
L’accordo per le testate del gruppo
I direttori e i dipendenti di alcuni giornali si ribellarono però al nuovo proprietario: la vicenda approdò persino a Palazzo Chigi, con l’allora premier Giulio Andreotti che convocò le parti esortandole a trovare un accordo di transazione. Fu così raggiunta un’intesa, che prevedeva il ritorno di la Repubblica e L’Espresso alla Cir. Panorama, Epoca e tutto il resto della Mondadori restarono a Fininvest, che ricevette 365 miliardi di lire come conguaglio per la cessione delle testate alla holding di De Benedetti.
Il processo per corruzione
La guerra di Segrate non era però finita, anzi. Dopo alcune dichiarazioni della teste Stefania Ariosto, nel 1995 la magistratura cominciò a indagare sulla sentenza della Corte di Appello di Roma, ipotizzando il reato di corruzione. Le indagini si concentrarono sui movimenti di denaro di All Iberian, società offshore di Berlusconi: ne scaturì un processo, che vide tra gli imputati lo stesso Cavaliere (nel frattempo entrato con successo in politica) e alcuni dei suoi più stretti collaboratori, tra cui Cesare Previti, e anche il giudice Vittorio Metta. La vicenda giudiziaria – che aveva visto il proscioglimento di Berlusconi per intervenuta prescrizione – venne riunita al processo IMI/SIR, che si concluse nel 2007, quando la Corte di Cassazione condannò Previti e altri due avvocati Fininvest (Attilio Pacifico e Giovanni Acampora) a 1 anno e 6 mesi di reclusione per corruzione giudiziaria, e Metta a 2 anni e 8 mesi.
L’azione legale civile
Nel 2004 si aprì a Milano un contenzioso civile per quantificare il danno economico subito dalla Cir per la mancata acquisizione di Mondadori, dato che il lodo era stato viziato da tangenti e corruzione. Nel 2013 Fininvest fu condannata in via definitiva a risarcire con circa 560 milioni di euro la Cir (190 in meno rispetto alla sentenza del 2009). Berlusconi e la sua società, a quel punto, avevano contestato vari punti della sentenza – passata in giudicato – rivolgendosi alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Il ricorso, in sostanza, sosteneva che il linguaggio usato nella sentenza facesse intendere che in quella vicenda fosse colpevole di corruzione, violando una serie di diritti. Ma i giudici di Strasburgo hanno dato torto a Fininvest e a Berlusconi su quasi tutti i punti dei ricorsi, tranne quello che lamentava l’assenza di motivazioni nella sentenza della Cassazione per quanto riguarda la condanna al pagamento delle spese processuali.
Anche se non sono in programma nuove Regionali, il 2026 sarà comunque un anno con diversi appuntamenti elettorali di rilievo in Italia, in attesa delle Politiche che – in caso di arrivo alla scadenza naturale della legislatura – si terranno nel 2027. Dal referendum sulla riforma della giustizia alle Amministrative, ecco le principali votazioni del 2026 e quando si svolgeranno.
I capoluoghi interessati dalle Amministrative
Timbro su una tessera elettorale (Imagoeconomica).
Nella primavera del 2026 si terranno le elezioni amministrative nei Comuni che nel 2020 erano andati al voto in autunno, ovvero in ritardo a causa della prima ondata di Covid. La principale città interessata è Venezia: l’attuale sindaco Luigi Brugnaro, al secondo mandato, non potrà essere rieletto. Tra gli altri grandi Comuni interessati dalle elezioni della primavera c’è Reggio Calabria. Altri capoluoghi di provincia interessati dal voto sono Lecco, Mantova, Arezzo, Pistoia, Macerata, Fermo, Chieti, Andria, Trani, Crotone, Enna e Agrigento. Altre importanti centri dove si voterà sono Imola, Viareggio, Vigevano, Marsala e Quartu Sant’Elena. Non c’è ancora una data ufficiale per le elezioni: i cittadini saranno chiamati alle urne tra il 15 aprile e il 15 giugno.
Il referendum sulla riforma della giustizia
Un seggio elettorale (Imagoeconomica).
Nel 2026 si terrà anche il referendum confermativo riguardante la riforma costituzionale della giustizia che, promossa dalla maggioranza, prevede la separazione delle carriere dei magistrati e ridisegna gli organi di governo autonomo e disciplinari. Si sa che il voto sarà spalmato su due giorni, ma anche in questo caso non ci sono le date: il governo spinge per l’ipotesi delle urne aperte il 22 e 23 marzo
Le suppletive in Veneto per due seggi a Montecitorio
Altro appuntamento elettorale saranno le suppletive in Veneto per seggi parlamentari rimasti vacanti: entro il 9 marzo verranno scelti gli “eredi” del governatore Alberto Stefani (collegio uninominale 1 “Rovigo”) e di Massimo Bitonci (collegio uninominale 2 “Selvazzano Dentro”).