In segno di solidarietà con i manifestanti in Iran, Matteo Renzi ha imitato la ragazza diventata simbolo delle proteste contro il regime, accendendosi una sigaretta durante un flash mob di fronte all’ambasciata della Repubblica Islamica a Roma. «L’immagine della ragazza iraniana che fuma una sigaretta accesa con una foto in fiamme dell’ayatollah Khamenei ha fatto il giro del mondo. Oggi l’attenzione sull’Iran è scesa, ma in queste ore migliaia di ragazzi vengono impiccati nel silenzio del mondo. Abbiamo voluto replicare il gesto della sigaretta per richiamare l’attenzione dei media. E per dire che non ci stancheremo di gridare donna, vita, libertà», ha scritto il leader di Italia Viva su X. Senza, però, accendere la sigaretta con la foto di Khamenei in fiamme, né tenendo in mano il ritratto dell’ayatollah mentre brucia. L’ex premier è apparso in difficoltà, non essendo – per sua fortuna – tabagista. Con lui anche Maria Elena Boschi e Raffaella Paita, che non hanno fumato.
L'immagine della ragazza iraniana che fuma una sigaretta accesa con una foto in fiamme dell'Ayatollah Khamenei ha fatto il giro del mondo. Oggi l’attenzione sull’Iran è scesa ma in queste ore migliaia di ragazzi vengono impiccati nel silenzio del mondo. Abbiamo voluto replicare… pic.twitter.com/JvjuwDb7PF
Ben 23 coltellate, di cui 19 al collo e al volto. Una gamba, la sinistra, completamente amputata. E poi segni di ustioni sul corpo. È il drammatico quadro che emerge dall’autopsia sul corpo di Federica Torzullo, uccisa ad Anguillara Sabazia (Roma) dal marito Claudio Carlomagno, che poi l’ha seppellita in un canneto alle spalle della sua azienda. Secondo gli inquirenti, l’assassino ha provato a fare a pezzi il corpo e bruciarlo per «ostacolarne il riconoscimento», prima di nasconderlo in una buca che aveva scavato nel terreno. Sono state rilevate almeno quattro ferite da arma da taglio alle mani di Torzullo, segno che la vittima ha provato a difendersi. Alla luce delle risultanze investigative, la Procura di Civitavecchia ora contesta a Carlomagno il nuovo reato di femminicidio (e non “semplice” omicidio) oltre che l’occultamento di cadavere. L’articolo 577 bis del codice penale prevede la condanna all’ergastolo per l’omicidio di una donna che viene commesso «per motivi di odio, discriminazione di genere, o per reprimere la sua libertà, i suoi diritti o la sua personalità, come il rifiuto di una relazione».
Fabio de Petris ha assunto il ruolo di Head of Eu Affairs di British American Tobacco. In questa nuova posizione guiderà da Bruxelles il team degli Affari Istituzionali e Governativi dell’azienda a livello europeo. Subentra a Eric Sensi, che ha lasciato l’incarico a fine 2025.
Chi è Fabio de Petris
Entrato in BAT Italia nel 2011, Fabio de Petris ha ricoperto incarichi di alto livello nell’azienda, fino a essere nominato presidente e amministratore delegato nel 2023. In tali ruoli dal primo gennaio è stato sostituito da Simone Masè. In precedenza è stato direttore marketing di MSC Crociere e SAB Miller, oltre che Business Account Manager presso Colgate Palmolive.
Francia, Germania, Svezia e Norvegia hanno annunciato il 14 gennaio l’invio di militari in Groenlandia, territorio autonomo del Regno di Danimarca e ambito dagli Stati Uniti di Donald Trump. Una quindicina i soldati francesi già sbarcati a Nuuk e, come ha spiegato Emmanuel Macron, altri sono in arrivo. Il dispiegamento fa parte dell’operazione Arctic Endurance, che mira a rassicurare gli americani sulla sicurezza dell’isola, ma soprattutto a riaffermare il ruolo del territorio all’interno della sfera d’influenza europea, prevenendo qualsiasi interferenza. Ecco cosa sappiamo della missione.
À la demande du Danemark, j’ai décidé que la France participera aux exercices conjoints organisés par le Danemark au Groenland, l’Opération Endurance Arctique.
De premiers éléments militaires français sont d'ores et déjà en chemin. D'autres suivront.
Dopo il sostanziale buco nell’acqua del vertice alla Casa Bianca tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia, il ministro degli Esteri Lars Løkke Rasmussen ha parlato della creazione di un «gruppo di lavoro di alto livello» per cercare di conciliare le esigenze di sicurezza americane con l’integrità territoriale della Danimarca. Subito dopo il capo della Difesa Troels Lund Poulsen ha annunciato l’immediato dispiegamento di «ulteriori aerei, mezzi navali e truppe danesi in Groenlandia, nell’ambito di un’attività di addestramento ampliata», aggiungendo che l’iniziativa avrebbe incluso «forze alleate, l’impiego di jet da combattimento e lo svolgimento di compiti di sicurezza marittima».
il ministro estero danese Lars Løkke Rasmussen e l’omologa groenlandese Vivian Motzfeldt (Ansa).
Quanti militari hanno inviato i singoli Paesi
Parigi, Berlino, Stoccolma e Oslo hanno detto sì a un’esplicita richiesta del governo di Copenaghen, che svolge alcune funzioni sovrane come la diplomazia e la protezione della Groenlandia. Ma gli alleati della Danimarca sono ben lungi dall’inviare intere brigate in Groenlandia. La Francia, come detto, ha spedito a Nuuk 15 militari, «specialisti d’alta quota» ed «esperti di climi freddi», come ha spiegato Olivier Poivre d’Arvor, ambasciatore per gli affari polari e oceanici. E Macron ha pure annunciato l’apertura di un consolato. L’esercito tedesco dovrebbe inviare 13 persone, stando a quanto dichiarato dalla Difesa, mentre la Norvegia – riporta l’emittente NRK – ha deciso di mandarne solo due. Tore Sandvik, ministro della Difesa, ha detto all’agenzia di stampa VG che «è attualmente in corso un dialogo all’interno della Nato sulle modalità per rafforzare la sicurezza nell’Artico, in particolare in Groenlandia e nelle sue vicinanze», precisando che «non sono ancora state raggiunte conclusioni». Per quanto riguarda la Svezia, Stoccolma non ha specificato il numero di uomini inviati, limitandosi a spiegare che quelli giunti in Groenlandia «sono disarmati».
Un diplomatico europeo ha affermato che hanno detto sì alla Danimarca anche Paesi Bassi e Canada: Ottawa ha però smentito, Amsterdam non ha commentato. Questo modesto dispiegamento di soldati europei, ha sottolineato Poivre d’Arvor, è tuttavia «senza precedenti». Si tratta infatti di una mobilitazione di Paesi Nato per far fronte non alle minacce rappresentate da Russia e Cina, ma a quelle messe nero su bianco dagli Stati Uniti, pilastro dell’organizzazione di cooperazione militare, che non vogliono davvero la Groenlandia per questioni di sicurezza o, almeno, non solo per tale motivo.
L’operazione scontenta sia gli Stati Uniti sia la Russia
In questo caos c’è una certezza: l’operazione Arctic Endurance è riuscita a scontentare in un colpo solo sia la Casa Bianca sia il Cremlino. Tramite l’ambasciata a Bruxelles, la Russia si è infatti detta «seriamente preoccupata» per l’invio di altre truppe Nato in Groenlandia: «Invece di portare avanti un lavoro costruttivo nell’ambito delle istituzioni esistenti, in particolare il Consiglio dell’Artico, la Nato ha deciso la strada di una militarizzazione accelerata del Nord e il rinforzo della sua presenza militare con il pretesto immaginario di una minaccia crescente da parte di Mosca e Pechino», si legge in una nota.
Anche per l’Iran, dopo oltre due settimane di proteste e le minacce di Donald Trump – che per ora restano tali, visto che il presidente ha fatto sapere che la repressione si sarebbe fermata – si parla di regime change. Chi potrebbe guidare il Paese nell’era post-Repubblica Islamica, al netto delle possibili ingerenze Usa? La questione è piuttosto spinosa. Perché se è vero che sono tanti i movimenti a volere la caduta del regime teocratico, al tempo stesso l’opposizione – per quanto determinata – è frammentata e con visioni diverse sul futuro percorso del Paese, stretto nella morsa degli ayatollah dal 1979. Inoltre si troverebbe (o troverà, chissà) ad affrontare una sfida logistica oltre che ideologica: tradurre le proteste di piazza in un potere politico organizzato prima che le forze di sicurezza riprendano il controllo.
La figura di Reza Pahlavi, figlio dello scià, non scalda l’opposizione
Behnam Ben Taleblu, esperto della Foundation for Defense of Democracies, ha detto alla trumpiana Fox News che decenni di repressione hanno reso quasi impossibile coltivare una leadership politica all’interno dell’Iran, che pertanto «deve essere costruita all’esterno». Reza Pahlavi, 65enne figlio in esilio dello scià deposto dalla rivoluzione di Khomeini, si è detto pronto a tornare in patria per gestire una transizione pacifica, magari con un referendum popolare. Ma è un nome che non scalda l’opposizione né in patria, né all’estero. Sì, ci sono manifestanti che hanno invocato il suo ritorno, ma la maggioranza della popolazione lo considera inadatto a governare. Innanzitutto non ha mai messo piede nel Paese, dunque non ne conosce la realtà. E poi è pur sempre figlio di un dittatore, per quanto modernizzatore. A sostenere Reza Pahlavi è soprattutto Israele.
Reza Pahlavi (Ansa).
Maryam Rajavi guarda avanti, ma i suoi Mojahedin non sono amati
Puntano a governare il Paese anche i Mojahedin del Popolo Iraniano, organizzazione che aveva partecipato alla rivoluzione contro lo scià per poi entrare in contrasto con Khomeini, circostanza che li portò all’inizio degli Anni 80 a cercare rifugio da Saddam Hussein, che fornì loro armi e protezione. Il gruppo, a lungo designato organizzazione terroristica dall’Unione europea e dagli Stati Uniti, è stato in realtà utilizzato dalla Casa Bianca per diverse azioni contro il programma nucleare iraniano ed è guidato da Maryam Rajavi.
Maryam Rajavi (Ansa).
Moglie di Massoud Rajavi scomparso nel 2003 in Iraq, è anche a capo del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (Cnri) e dall’inizio delle proteste ha diffuso resoconti quotidiani grazie alla sua rete di informatori, diffuso video della repressione e denunciato il massacro dei manifestanti. Rajavi propone un periodo provvisorio di sei mesi dopo il rovesciamento del regime, che culminerebbe poi in libere elezioni per un’assemblea costituente. «L’uguaglianza di genere in tutte le sue sfaccettature, la separazione tra religione e Stato, l’autonomia del Kurdistan iraniano e molte altre questioni urgenti sono state ratificate in dettaglio dal Cnri», ha dichiarato. C’è un problema: i Mojahedin del Popolo Iraniano non godono di buona fama in patria a causa del sostegno all’Iraq nella guerra combattuta tra i due Paesi dal 1980 al 1988. Tuttavia hanno ricevuto nel corso degli anni il sostegno dagli Usa di alcune importanti figure politiche repubblicane, tra cui l’ex vicepresidente Mike Pence, l’ex segretario di Stato Mike Pompeo e Rudy Giuliani.
On Monday night, on the sixteenth day of Iran uprising, with wounded bodies and grieving hearts yet with unbreakable resolve, the people of Tehran, Isfahan, Shiraz, Meshkan in Fars Province, Falahieh (Shadegan), and many other cities once again took to the streets. Hand in hand… pic.twitter.com/YI2j558Txq
Il Tūdeh sta partecipando alle proteste, ma difficilmente avrà un ruolo significativo
Anche il Partito Iraniano del Tūdeh, formazione comunista e attore chiave della rivoluzione del 1979, fu vittima negli anni successivi di purghe ordinate da Khomeini, con arresti ed esecuzioni di numerosi membri. Messo al bando in Iran dal 1983 il Tūdeh continua a operare come organizzazione politica clandestina. Durante la guerra di giugno 2025, il Tūdeh si era alleato con il Partito Comunista Israeliano per chiedere la fine delle ostilità e oggi i suoi membri, stando a quanto dichiarato, stanno partecipando attivamente alle proteste. Appare improbabile un ruolo significativo nel futuro del Paese.
Curdi e beluci non hanno una rappresentanza sufficientemente ampia
Ci sono poi i curdi e i beluci. I primi, che costituiscono circa il 10 per cento della popolazione iraniana, avevano già manifestato con forza nel 2022 dopo la morte di Mahsa Amini, uccisa dalla polizia morale. Anche gli abitanti del Belucistan, regione a cavallo tra Iran e Pakistan, sono stati coinvolti in numerosi scontri con le forze del regime negli ultimi anni. All’interno delle due minoranze, però, coesistono molte figure e movimenti e non esiste un’organizzazione con una rappresentanza sufficientemente ampia da avere influenza a livello nazionale.
La coalizione di sinistra Hamgami è relativamente sconosciuta in Iran
Nel 2023 alcuni gruppi di sinistra della diaspora hanno dato vita alla coalizione Hamgami, che propone una repubblica laica e democratica, con una magistratura indipendente e una stampa libera. Hamgami ha acquisito visibilità al di fuori dell’Iran dopo le proteste del 2022. Tuttavia il movimento rimane relativamente sconosciuto in Iran e, come ha affermato l’accademica Maryam Alemzadeh un’intervista ad Al Jazeera «non ha alcuna influenza nella sfera pubblica». Nonostante le speculazioni, gli esperti concordano su un punto: all’orizzonte non c’è un chiaro successore degli ayatollah.
«Patrioti iraniani, continuate a manifestare. Prendete il controllo delle istituzioni. Segnate i nomi di chi uccide e abusa, pagheranno un prezzo alto. Ho cancellato tutti gli incontri con i funzionari iraniani fino a quando l’insensata uccisione dei manifestanti non si fermerà. L’aiuto è in arrivo». Dopo aver minacciato azioni Usa in caso di repressione violenta delle proteste in Iran, che è già in essere, Donald Trump adesso fomenta persino i manifestanti su Truth. Una promessa a chi da oltre due settimane scende in strada rischiando la vita, quella apparsa sulla piattaforma social di The Donald, ma anche una minaccia al regime degli ayatollah: ecco quali contorni potrebbe assumere un’operazione Usa in Iran.
L’esercito statunitense «sta valutando opzioni molto forti»
Il messaggio di Trump agli iraniani è arrivato nel giorno in cui, per smentire la notizia di 12 mila morti nelle proteste, il regime ha ammesso che le vittime sono almeno 2 mila (pur inserendo nel conteggio membri delle forze di sicurezza). Il bilancio continua insomma ad aggravarsi, mentre il Procuratore generale dell’Iran ha paventato la pena di morte per i manifestanti e il regime di Teheran, per ripristinare l’ordine, ha persino reclutato milizie irachene. Il 12 gennaio Trump ha riferito ai giornalisti che la leadership iraniana era intenzionata a negoziare, aggiungendo però che l’esercito statunitense «sta valutando alcune opzioni molto forti». Nel frattempo, Ali Khamenei ha dichiarato che le mani del presidente Usa «sono sporche di sangue» e che «i manifestanti stanno rendendo felice il presidente di un altro Stato». L’ayatollah ha poi assicurato che «l’Iran non cederà di fronte ai sabotatori». Il ministero degli Esteri, dal canto suo, ha affermato che il Paese è pronto alla guerra.
Maxi manifesti contro Stati Uniti e Israele a Teheran (Ansa).
Trump è stato informato «su una vasta gamma di strumenti militari e segreti»
Per la Casa Bianca la diplomazia resta la prima opzione. Ma non l’unica, visto che raid aerei e missilistici sono «tra le molte possibilità sul tavolo». Secondo il New York Times tra gli obiettivi possibili figurano il programma nucleare iraniano e i siti missilistici della Repubblica Islamica, già colpiti a giugno. Come riporta la Cbs News, che ha parlato con due funzionari del Dipartimento della Guerra, Trump è stato però informato «su una vasta gamma di strumenti militari e segreti che possono essere utilizzati contro l’Iran e che vanno ben oltre i normali attacchi aerei». Si parla di attacchi informatici, operazioni volte a destabilizzare le strutture di comando, le comunicazioni e i media statali, oltre a raid mirati contro l’apparato di sicurezza interno responsabile della repressione. L’Amministrazione Trump sta poi valutando la possibilità di inviare terminali per il servizio Internet satellitare Starlink di Elon Musk, così da ripristinare la connessione web.
Donald Trump (Ansa).
È improbabile un invio di truppe
Appare invece improbabile l’invio di truppe nella Repubblica Islamica. Gli Stati Uniti dispongono già di forze significative nella regione, come ha dimostrato l’attacco dell’11 gennaio contro i combattenti dell’Isis in Siria, che ha visto impegnati 20 caccia. Ma muovere uomini sarebbe un’altra cosa: diversi consiglieri di Trump temono che un’azione del genere possa infiammare le tensioni in Medio Oriente o ritorcersi contro il tentativo di aiutare il crescente movimento di protesta. Di sicuro, con un messaggio sul sito dell’ambasciata (virtuale) a Teheran, il Dipartimento di Stato Usa ha esortato i cittadini americani a lasciare l’Iran al più presto possibile, attraverso Armenia o Turchia. Segno che qualcosa sta per accadere.
Varati i dazi contro i partner commerciali dell’Iran
E poi ci sono i dazi. Trump ha infatti annunciato sempre su Truth che gli Stati Uniti imporranno «con effetto immediato» tariffe del 25 per cento a tutti i Paesi che mantengono relazioni commerciali con l’Iran. In assenza di documenti ufficiali della Casa Bianca non è chiaro quando e su quale base giuridica verranno introdotti i dazi, né se colpiranno indistintamente tutti i partner commerciali di Teheran. Tra i principali destinatari delle esportazioni iraniane figurano Cina, Emirati Arabi Uniti e India. Pechino ha già reagito alla mossa Usa, definendo le tariffe «sanzioni unilaterali illegittime» e avvertendo che le guerre commerciali «non hanno vincitori».
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (foto Ansa).
Mosca: «Inaccettabili le minacce di Washington»
Lo stesso ha fatto Mosca, che ha «respinto categoricamente i tentativi sfacciati di ricattare i partner stranieri dell’Iran aumentando i dazi commerciali». La Russia, tramite la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova, ha inoltre definito «inaccettabili» le minacce di Washington di lanciare nuovi attacchi militari contro l’Iran. Dove peraltro, sostiene Mosca, le proteste stanno rientrando: «Le dinamiche della situazione politica interna del Paese e il calo delle proteste alimentate artificialmente, registrato negli ultimi giorni, ci permettono di aspettarci una graduale stabilizzazione della situazione. Migliaia di iraniani che marciano a sostegno della sovranità della Repubblica Islamica sono la chiave del fallimento dei sinistri piani di coloro che sono ossessionati dall’esistenza di Stati sulla scena internazionale capaci di perseguire una politica estera indipendente e di scegliersi autonomamente gli alleati».
Meta Platforms ha annunciato la nomina di Dina Powell McCormick nel ruolo di presidente e vice chairman. La decisione arriva a poche settimane dalle dimissioni dal consiglio di amministrazione del colosso di Menlo Park: Powell McCormick rientra in Meta con un ruolo operativo di primo piano, portando oltre 25 anni di esperienza maturata ai vertici della finanza mondiale e della politica estera Usa, anche sotto Trump. «Un’ottima scelta da parte di Mark Z!!!», ha scritto il presidente americano sui social, riferendosi all’amministratore delegato Mark Zuckerberg: «È una persona fantastica e di grande talento, che ha servito l’amministrazione Trump con forza e distinzione!».
Chi è Dina Powell McCormick
Membro del Partito Repubblicano e moglie di un senatore, Powell McCormick è stata Assistente Segretario di Stato e consigliera della Casa Bianca sotto George W. Bush e poi Vice Consigliera per la Sicurezza Nazionale durante il primo mandato di Donald Trump. Per quanto riguarda i ruoli di rilievo nella finanza, nel 2007 Powell è entrata a far parte di Goldman Sachs, dove è diventata amministratore delegato e poi partner dell’azienda, nonché presidente della controllata senza scopo di lucro Goldman Sachs Foundation. Tornata nella banca d’affari nel 2018 dopo l’incarico nella prima Amministrazione Trump, nel 2023 era entrata a far parte di BDT & MSD Partners.
Donald Trumpè tornato a minacciare la Groenlandia, territorio autonomo del Regno di Danimarca di cui gli Stati Uniti «hanno assolutamente bisogno» per motivi di «sicurezza nazionale». In realtà, al netto della minaccia rappresentata dalla presenza russa e cinese nell’Artico, dietro c’è altro: l’isola più grande al mondo fa gola a Washington anche dal punto di vista commerciale (vista la posizione strategica) ed estrattivo (dato il ricco sottosuolo). Trump, ha spiegato la Casa Bianca senza escludere l’ipotesi dell’uso della forza, «sta attivamente discutendo l’acquisto della Groenlandia». Ecco quanto potrebbe costare l’acquisto da parte degli Usa.
Gli Stati Uniti hanno già tentato di acquistare la Groenlandia
Donald Trump (Ansa).
Gli Stati Uniti hanno già valutato tre volte la possibilità di comprare la Groenlandia e in due casi hanno fatto anche un’offerta. Nel 1868, l’anno successivo all’acquisto dell’Alaska dall’Impero russo, il segretario di Stato William Seward valutò di rilevare l’isola e l’Islanda (all’epoca parte del Regno di Danimarca) per 5,5 milioni di dollari. Ma non avanzò mai una proposta formale. Lo fece invece nel 1946 il presidente Harry Truman, che oer la Groenlandia offrì 100 milioni di dollari in oro alla Danimarca, ricevendo un secco “no” da Copenaghen – che nel 2017 aveva ceduto agli Usa le Antille danesi (diventate Isole Vergini Americane) per 25 milioni: usando la sola inflazione, quella somma oggi equivarrebbe a 1,66 miliardi. Nel 1953 ci provò di nuovo il presidente Dwight Eisenhower a chiedere alla corona danese la cessione, che però rifiutò ancora.
Il possibile prezzo dell’isola, considerando inflazione e crescita del Pil Usa
Navi nell’Artico groenlandese (Ansa).
Il think tank American Action Forum, attualizzando il valore in rapporto alla crescita del Pil Usa tra il 1946 e il 2025, ha stabilito però che il prezzo giusto sarebbe di circa 12,9 miliardi di dollari. Il Washington Post, parlando della questione nel 2019, scriveva invece di 42,6 miliardi di dollari. Il valore della Groenlandia, però, sarebbe determinato anche dalla presenza di risorse minerarie e dalle terre rare, di cui l’isola è ricca: secondo un’analisi del Financial Times, potrebbe arrivare fino a 1.100 miliardi di dollari. Per l’American Action Forum il valore complessivo della Groenlandia, considerando anche il controllo strategico dell’Artico, potrebbe addirittura raggiungere i 2.760 miliardi di dollari: una cifra esorbitante, pari al 9 per cento del Pil americano.
Trump sarebbe pronto a offrire fino a 100 mila dollari a ogni groenlandese
Secondo quanto riportato da Reuters, Trump avrebbe già fissato il prezzo per accaparrarsi quantomeno il favore dei groenlandesi. Il presidente Usa sarebbe pronto a sborsare fino a 100 mila dollari a ciascuno degli abitanti dell’isola, per convincerli a lasciare la Danimarca e sposare la causa statunitense. Visti i circa 56 mila abitanti, calcolatrice alla mano The Donald ha messo in conto di sborsare fino a 5,6 miliardi di dollari.
La Corte europea dei diritti dell’uomoha respinto sui punti centrali i ricorsi presentati da Silvio Berlusconi e Fininvest in relazione alla lunga vicenda giudiziaria del lodo Mondadori, stabilendo che la giustizia italiana non ha commesso violazioni del principio di presunzione di innocenza dell’ex presidente del Consiglio, dell’equo processo per la società e nemmeno della proprietà privata in riferimento alle somme riconosciute alla holding Compagnie Industriali Riunite (Cir) di Carlo De Benedetti. Ecco la storia della vicenda della “guerra di Segrate”.
Nel 1988 l’inizio della lotta per Mondadori
Luca Formenton (figlio di Mario), Silvio Berlusconi e Leonardo Mondadori.
Il lodo Mondadori è un episodio della cosiddetta guerra di Segrate, scontro giudiziario-finanziario tra Berlusconi e De Benedetti per il possesso della Arnoldo Mondadori Editore. La lotta per il controllo della società iniziò nel 1988, quando Berlusconi acquisì le azioni di Leonardo Mondadori, operazione che portò l’azienda in mano a tre soggetti: Fininvest, appunto, la Cir di De Benedetti (socio di maggioranza dal 1984) e gli eredi di Mario Formenton, il presidente scomparso l’anno precedente, che aveva gestito la casa editrice dopo la morte del fondatore Arnoldo e l’estromissione dalla società del figlio Giorgio.
L’arbitrato super partes del 1990
La sede di Mondadori a Segrate (Imagoeconomica).
De Benedetti, che era stato amico e socio di Formenton, convinse gli eredi – non interessati alla gestione dell’azienda – a stipulare un contratto per la vendita delle azioni in loro possesso che prevedeva il passaggio della quote alla Cir entro gennaio 1991. Ma successivamente la famiglia Formenton cambiò idea, consentendo a Berlusconi di insediarsi come nuovo presidente di Mondadori il 25 gennaio 1990. Per dirimere la questione, ovvero per stabilire se il contratto tra De Benedetti e i Formenton dovesse avere corso oppure se quest’ultimi potessero vendere le proprie quote alla Fininvest, ci fu bisogno di un arbitrato super partes. Il conseguente lodo arbitrale, depositato il 20 giugno 1990, diede ragione a De Benedetti, ma Berlusconi lo impugnò davanti alla Corte di Appello di Roma, che il 24 gennaio 1991 annullò il precedente verdetto, riassegnando la Mondadori a Fininvest (a quel punto azionista di maggioranza con il 53 per cento).
L’accordo per le testate del gruppo
I direttori e i dipendenti di alcuni giornali si ribellarono però al nuovo proprietario: la vicenda approdò persino a Palazzo Chigi, con l’allora premier Giulio Andreotti che convocò le parti esortandole a trovare un accordo di transazione. Fu così raggiunta un’intesa, che prevedeva il ritorno di la Repubblica e L’Espresso alla Cir. Panorama, Epoca e tutto il resto della Mondadori restarono a Fininvest, che ricevette 365 miliardi di lire come conguaglio per la cessione delle testate alla holding di De Benedetti.
Il processo per corruzione
La guerra di Segrate non era però finita, anzi. Dopo alcune dichiarazioni della teste Stefania Ariosto, nel 1995 la magistratura cominciò a indagare sulla sentenza della Corte di Appello di Roma, ipotizzando il reato di corruzione. Le indagini si concentrarono sui movimenti di denaro di All Iberian, società offshore di Berlusconi: ne scaturì un processo, che vide tra gli imputati lo stesso Cavaliere (nel frattempo entrato con successo in politica) e alcuni dei suoi più stretti collaboratori, tra cui Cesare Previti, e anche il giudice Vittorio Metta. La vicenda giudiziaria – che aveva visto il proscioglimento di Berlusconi per intervenuta prescrizione – venne riunita al processo IMI/SIR, che si concluse nel 2007, quando la Corte di Cassazione condannò Previti e altri due avvocati Fininvest (Attilio Pacifico e Giovanni Acampora) a 1 anno e 6 mesi di reclusione per corruzione giudiziaria, e Metta a 2 anni e 8 mesi.
L’azione legale civile
Nel 2004 si aprì a Milano un contenzioso civile per quantificare il danno economico subito dalla Cir per la mancata acquisizione di Mondadori, dato che il lodo era stato viziato da tangenti e corruzione. Nel 2013 Fininvest fu condannata in via definitiva a risarcire con circa 560 milioni di euro la Cir (190 in meno rispetto alla sentenza del 2009). Berlusconi e la sua società, a quel punto, avevano contestato vari punti della sentenza – passata in giudicato – rivolgendosi alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Il ricorso, in sostanza, sosteneva che il linguaggio usato nella sentenza facesse intendere che in quella vicenda fosse colpevole di corruzione, violando una serie di diritti. Ma i giudici di Strasburgo hanno dato torto a Fininvest e a Berlusconi su quasi tutti i punti dei ricorsi, tranne quello che lamentava l’assenza di motivazioni nella sentenza della Cassazione per quanto riguarda la condanna al pagamento delle spese processuali.
Anche se non sono in programma nuove Regionali, il 2026 sarà comunque un anno con diversi appuntamenti elettorali di rilievo in Italia, in attesa delle Politiche che – in caso di arrivo alla scadenza naturale della legislatura – si terranno nel 2027. Dal referendum sulla riforma della giustizia alle Amministrative, ecco le principali votazioni del 2026 e quando si svolgeranno.
I capoluoghi interessati dalle Amministrative
Timbro su una tessera elettorale (Imagoeconomica).
Nella primavera del 2026 si terranno le elezioni amministrative nei Comuni che nel 2020 erano andati al voto in autunno, ovvero in ritardo a causa della prima ondata di Covid. La principale città interessata è Venezia: l’attuale sindaco Luigi Brugnaro, al secondo mandato, non potrà essere rieletto. Tra gli altri grandi Comuni interessati dalle elezioni della primavera c’è Reggio Calabria. Altri capoluoghi di provincia interessati dal voto sono Lecco, Mantova, Arezzo, Pistoia, Macerata, Fermo, Chieti, Andria, Trani, Crotone, Enna e Agrigento. Altre importanti centri dove si voterà sono Imola, Viareggio, Vigevano, Marsala e Quartu Sant’Elena. Non c’è ancora una data ufficiale per le elezioni: i cittadini saranno chiamati alle urne tra il 15 aprile e il 15 giugno.
Il referendum sulla riforma della giustizia
Un seggio elettorale (Imagoeconomica).
Nel 2026 si terrà anche il referendum confermativo riguardante la riforma costituzionale della giustizia che, promossa dalla maggioranza, prevede la separazione delle carriere dei magistrati e ridisegna gli organi di governo autonomo e disciplinari. Si sa che il voto sarà spalmato su due giorni, ma anche in questo caso non ci sono le date: il governo spinge per l’ipotesi delle urne aperte il 22 e 23 marzo
Le suppletive in Veneto per due seggi a Montecitorio
Altro appuntamento elettorale saranno le suppletive in Veneto per seggi parlamentari rimasti vacanti: entro il 9 marzo verranno scelti gli “eredi” del governatore Alberto Stefani (collegio uninominale 1 “Rovigo”) e di Massimo Bitonci (collegio uninominale 2 “Selvazzano Dentro”).
Dopo l’operazione l’Absolute Resolve condotta il 3 gennaio in Venezuela, Donald Trump è tornato a minacciare la Groenlandia, territorio autonomo del Regno di Danimarca di cui gli Stati Uniti «hanno assolutamente bisogno» per motivi di «sicurezza nazionale». Con il dichiarato obiettivo di annettere il territorio artico, il 22 dicembre il presidente americano ha annunciato sul suo social Truth di aver nominato un inviato speciale per la Casa Bianca: Jeff Landry, dal 2024 governatore repubblicano della Louisiana. Ecco perché Trump vuole la Groenlandia.
Trump insiste sulla sicurezza, citando Cina e Russia
Donald Trump (Ansa).
Parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One, Trump ha detto che la Groenlandia «in questo momento ha navi russe e cinesi dappertutto». Il tycoon ha insomma citato il doppio spauracchio. Ma gli Usa hanno un accordo di difesa con la Danimarca dal 1951 e da allora sulla costa nord-occidentale della Groenlandia sorge la Pituffik Space Base (dove è stato in visita JD Vance con la moglie Usha), che gestita dalla United States Air Force si occupa di rilevamento missilistico e sorveglianza spaziale. Secondo gli esperti, Washington ha già l’appoggio di sicurezza di cui ha bisogno in Groenlandia.
L’isola fa gola a Trump anche per la posizione strategica
Protesta contro gli Stati Uniti all’esterno del consolato Usa a Nuuk (Ansa).
Non ci sono solo questioni di sicurezza dietro alle mire di Trump. La Groenlandia si trova in una posizione strategica, in mezzo a importanti rotte di navigazione. E con l’avanzare del riscaldamento globale, probabilmente, se ne apriranno altre ancora attraverso l’Artico, rendendo l’isola più grande del pianeta sempre più cruciale.
La Groenlandia inoltre è ricca di materie prime
Dalle terre rare all’uranio, fino al ferro e allo zinco. Senza dimenticare petrolio e gas. La Groenlandia ha un ricco sottosuolo e, nel corso degli anni, ha concesso oltre 50 permessi per esplorazione mineraria ad aziende provenienti dalla Cina. Pechino ha provato anche a costruire infrastrutture mancanti come aeroporti e porti, ricevendo il rifiuto da parte di Copenaghen. Ma dalle parti di Washington temono che la proiezione cinese possa assumere connotati sempre più strategici.
Nicolas Maduro arrestato e presto processato a New York. Gli Stati Uniti decisi a gestire il Venezuela finché non ci sarà una «transizione giusta e appropriata». Delcy Rodriguez, numero due dell’ormai ex presidente, posta intanto a capo del governo dalla Corte Suprema. María Corina Machado senza il sostegno di Donald Trump, che probabilmente non gli ha perdonato il “furto” del Nobel. Il futuro del Venezuela è quantomai nebuloso e lo stesso vale per il suo petrolio, il vero motivo per cui Washington voleva un cambio di regime, con buona pace del pretesto della lotta al narcotraffico, su cui Trump è tornato insistere in conferenza stampa.
Trump è tornato a parlare di «petrolio rubato»
Il reale obiettivo di Trump non è mai stato smantellare il narcotraffico o esportare la democrazia, quanto installare un governo amico a Caracas per mettere le mani sul suo greggio: il Venezuela siede su 303 miliardi di barili di riserve provate, primo patrimonio petrolifero al mondo, più di Arabia Saudita e Stati Uniti messi insieme. In conferenza stampa a Washington, Trump ha affermato che le principali compagnie Usa torneranno nel Paese sudamericano con «miliardi di dollari» di investimenti, «per sistemare le infrastrutture danneggiate e iniziare a produrre ricchezza», ponendo il rilancio della sua industria energetica: «Non lasceremo il Venezuela andare all’inferno come hanno fatto altri. Lo gestiremo come si deve». Interpellato sulle dichiarazioni di Trump riguardo al fatto che saranno gli Stati Uniti a gestire il Venezuela fino alla fine della transizione, il segretario alla Difesa (ops, Guerra) Pete Hegseth ha detto: «Significa che saremo noi a stabilire le condizioni. Significa che la droga smetterà di fluire. Significa che il petrolio che ci è stato sottratto verrà alla fine restituito e che i criminali non saranno mandati negli Stati Uniti. Alla fine, saremo noi a controllare quanto accadrà in futuro». Lo stesso The Donald, per giustificare la rimozione di Maduro, aveva parlato a più riprese di «petrolio rubato».
Stazione di servizio Chevron (Ansa).
La capacità di Caracas di aumentare la produzione in tempi brevi appare limitata
A cosa si riferiscono Trump e Hegseth? A quanto accaduto nella seconda metà degli Anni 70, quando il governo di Caracas fondò la PDVSA (Petróleos de Venezuela Sociedad Anónima), nazionalizzando l’industria petrolifera. E poi allo strappo avvenuto tra il 2002 e il 2003 con Hugo Chavez, che cacciò le major petrolifere Usa interrompendo ogni tipo di collaborazione, inizialmente mantenuta. Trump ha appunto invocato la necessità di risarcire le compagnie espropriate in passato. ExxonMobil e ConocoPhillips, ad esempio, attendono ancora il pagamento di risarcimenti arbitrali rispettivamente da 1,6 miliardi e 8,37 miliardi di dollari. Con la rimozione di Maduro si dovrebbe concretizzare la riapertura del mercato, con possibilità per Exxon e Conoco di tornare e per Chevron, unica compagnia statunitense presente in Venezuela (grazie a una licenza speciale concessa dalla Casa Bianca) di espandersi. Ad oggi, l’embargo sulle esportazioni venezuelane resta formalmente in vigore e la capacità di Caracas di aumentare la produzione in tempi brevi appare limitata. Questo perché, nonostante le promesse, gli investimenti necessari per rilanciare l’industria petrolifera venezuelana sono enormi. Secondo la società di consulenza Rystad, servirebbero almeno 65 miliardi di dollari per mantenere la produzione ai livelli attuali fino al 2040 e oltre 100 miliardi per riportarla a 2 milioni di barili al giorno.
Rifornimento in Venezuela (Ansa).
Gli Stati Uniti non hanno bisogno del greggio venezuelano, la Cina invece sì
Calcolatrice alla mano, il Venezuela dispone del 18 per cento delle riserve mondiali di petrolio, di cui gli Stati Uniti sono tra i maggiori produttori. Fino al 2019 il partner privilegiato di Caracas era proprio Washington, a cui andava quasi metà dell’export. Poi le sanzioni della prima Amministrazione Trump stravolsero il mercato: oggi gli Stati Uniti – che ormai producono più di quanto consumano – non hanno bisogno del petrolio di Caracas. A differenza della Cina, principale importatore con circa 600 mila barili di greggio al giorno dal Venezuela, pari a circa il 70 per cento del suo export. La rimozione di Maduro, nei giochi della geopolitica, darà modo a Trump di fare uno sgambetto a Pechino, che finora ha acquistato grandi quantità di greggio venezuelano – di scarsa qualità e da raffinare in adeguate infrastrutture – a prezzi molto bassi, ottenendo indiscutibili vantaggi.
Nei mesi che hanno portato ai raid su Caracas e all’arresto di Nicolas Maduro, gli Stati Uniti di Donald Trump avevano assunto un atteggiamento molto aggressivo nei confronti del Venezuela, rispolverando dal cassetto la cosiddetta “dottrina Monroe”. Ecco di cosa si tratta.
I principi di politica estera enunciati da Monroe nel 1823
Con dottrina Monroe ci si riferisce ad alcuni principi di politica estera, enunciati appunti dal presidente Usa James Monroe davanti al Congresso il 2 dicembre 1823, in un contesto in cui molte colonie latinoamericanestavano ottenendo l’indipendenza dalle potenze europee. Monroe dichiarò che qualsiasi interferenza del Vecchio Continente nelle Americhe sarebbe stata considerata un atto ostile, impegnandosi allo stesso tempo, a non interferire nelle questioni politiche e nei conflitti europei. Presentata formalmente come una dottrina difensiva, diventò nel tempo uno strumento ideologico per giustificare l’ingerenza statunitense negli affari interni dell’America Latina.
La dottrina Monroe fu rafforzata da Roosevelt nel 1904
L’accezione della dottrina Monroe come un’affermazione dell’egemonia statunitense nel continente americano fu rafforzata e resa esplicita nel 1904 da Theodore Roosevelt e con l’omonimo corollario. «Stante la dottrina Monroe, comportamenti cronici sbagliati nel continente americano richiedono l’intervento di polizia internazionale da parte di una nazione civilizzata», disse il presidente statunitense: nel 1902 alcune potenze europee (su tutti Regno Unito e Germania) avevano minacciato un intervento armato in Venezuela. Gli Usa, insomma, non solo avevano il diritto di opporsi all’intervento europeo nel continente americano, ma anche il dovere di intervenire direttamente in America Latina nei Paesi ritenuti incapaci di garantire stabilità politica, ordine interno o il rispetto degli interessi economici internazionali. In questo quadro si sviluppò quella che venne definita “diplomazia delle cannoniere“, fondata sull’impiego esplicito della forza militare. Trump ha di fatto seguito la dottrina Monroe, presentato l’attacco a Caracas come un atto di difesa contro il regime di Maduro, che avrebbe tentato di destabilizzare gli Usa attraverso l’esportazione di droga e di criminali.
Il 2026 sarà un anno di elezioni chiave, con grandi tornate in America Latina e passaggi delicati in Europa, così come negli Stati Uniti dopo si terrà il voto di midterm. Ecco il calendario con i principali appuntamento elettorali dell’anno.
Uganda
In Uganda le elezioni si terranno il 15 gennaio. Il presidente Yoweri Museveni, che nella tornata precedente con il suo National Resistance Movement ha mantenuto una solida maggioranza parlamentare, si prepara a ottenere il settimo mandato consecutivo. L’opposizione più dinamica è rappresentata dalla National Unity Platform guidata dal musicista Bobi Wine (vero nome Robert Kyagulanyi).
Costa Rica
Il primo febbraio sono in programma le elezioni generali in Costa Rica, dove saranno membri del parlamento, due vicepresidenti e il nuovo presidente. Per l’incarico più importante ci sono 20 candidati, tra cui cinque donne. Per essere eletto al primo turno, il vincitore dovrebbe avere più del 40 per cento, in caso contrario ci sarà il ballottaggio (fissato al 5 aprile).
Bangladesh
Il 12 febbraio si terranno elezioni generali in Bangladesh, le prime da quando proteste di massa hanno rovesciato Sheikh Hasina, che aveva governato il Paese in maniera autoritaria dal 2009 al 2024. A fine dicembre è arrivata la notizia della morte a 80 anni dell’ex premier Khaleda Zia, storica leader del Partito Nazionalista del Bangladesh: era considerata la grande favorita per la vittoria.
Colombia
La Colombia sarà chiamata al voto l’8 marzo, quando i cittadini sceglieranno senatori e rappresentanti della Camera dal 2026 al 2030. Il 31 maggio sarà poi la volta delle presidenziali, con l’attuale capo di Stato Gustavo Petro per legge non ricandidabile. Il Patto Storico di sinistra, partito del presidente uscente, candida il senatore Iván Cepeda, favorito nei sondaggi. Tra gli sfidanti ci sono il centrista Sergio Fajardo e il conservatore Abelardo de la Espriella.
Ungheria
Viktor Orban (Ansa).
Il 2026 potrebbe segnare la fine del più lungo periodo di potere ininterrotto da parte di un primo ministro nell’Unione europea: quello di Viktor Orbán in Ungheria, Paese chiamato al voto il 12 aprile. L’opposizione è guidata dal partito Tisza di Péter Magyar, ex alleato del governo di Orbán. I sondaggi indicano un testa a testa tra Fidesz dell’attuale premier e Tisza i due, se non il secondo partito addirittura in vantaggio.
Perù
In Perù si terranno elezioni generali il 12 aprile (con il probabile ballottaggio il 7 giugno). Questa tornata vedrà un numero record di aspiranti presidenti. Due i favoriti: Rafael Lopez Aliaga (Popular Renewal), leader di Renovación Popular ed ex sindaco di Lima – si è dimesso per rispettare i requisiti di legge – e Keiko Fujimori (Fuerza Popular), alla quarta candidatura.
Etiopia
Il primo giugno si terranno le elezioni generali in Etiopia. I sondaggi danno come largamente favorito il Prosperity Party del premier Abiy Ahmed. Il voto sarà un test cruciale per la stabilità del secondo Paese più popoloso d’Africa, segnato da conflitti interni.
Armenia
In Armenia il premier Nikol Pashinyan e il suo partito Contratto Civile cercano la riconferma il 7 giugno, sullo sfondo dei negoziati di pace con l’Azerbaigian e il progressivo distacco dalla Russia. La popolarità di Pashinyan è però ai minimi: a suo favore gioca la frammentazione dell’opposizione. Occhio alle interferenze di Mosca.
Zambia
In Zambia si vota il 13 agosto. Verranno scelti il presidente (in un sistema a due turni), i membri dell’Assemblea nazionale, consiglieri e presidenti di consiglio. Il presidente Hakainde Hichilema e l’UPND partono dall’assetto uscito dalle ultime elezioni, con 82 seggi contro i 60 del Patriotic Front.
Svezia
Il 13 settembre occhi puntati sulla Svezia: le elezioni generali definiranno i 349 membri del Riksdag, che a loro volta eleggeranno il premier. Il governo di centrodestra del blocco Tido, guidato da Ulf Kristersson, è dato in leggero svantaggio contro l’opposizione di centrosinistra,
Russia
Entro il 20 settembre si terranno in Russia le elezioni legislative per la Duma di Stato. Russia Unita, il partito di Vladimir Putin, che controlla 7 seggi su 10, è nettamente favorito per mantenere la maggioranza assoluta: i sondaggi lo danno oltre il 50 per cento.
Brasile
Il 4 ottobre gli occhi del mondo saranno puntati sul Brasile, dove verranno eletti presidente e membri del parlamento. Luiz Inácio Lula da Silva correrà per un quarto mandato, mentre Jair Bolsonaro è escluso per motivi giudiziari.
Israele
Benjamin Netanyahu (Ansa).
Entro il 27 ottobre le elezioni alla Knesset chiuderanno il mandato del governo di Benjamin Netanyahu, formato dopo le elezioni del 2022. L’attuale primo ministro di Israele punta a ricandidarsi per consolidare la coalizione di destra-religiosa, nonostante le critiche per la gestione della guerra a Gaza.
Danimarca
Entro il 31 ottobre si svolgeranno le elezioni generali in Danimarca. Dopo aver perso Copenaghen per la prima volta dal 1938, Mette Frederiksen e i socialdemocratici dovranno ora affrontare un voto nazionale, sullo sfondo delle mire espansionistiche degli Usa di Donald Trump nei confronti della Groenlandia.
Stati Uniti
A proposito di Stati Uniti, il 3 novembre negli Usa si terranno le elezioni di midterm: i cittadini voteranno per i 435 seggi della House of Representatives e 35 seggi (su 100) del Senato. Al momento il quadro a Washington è quello di una maggioranza repubblicana risicata alla Camera (220-213, con seggi vacanti) e di un Senato con 53 repubblicani, 45 democratici e 2 indipendenti.
Nuova Zelanda
In Nuova Zelanda si terranno elezioni generali entro il 19 dicembre: i cittadini sono chiamati a cittadini eleggere i 120 membri della Camera dei rappresentanti.
Mondo Convenienza, leader nel settore arredamento e distribuzione organizzata, ha nominato Filippo Palombini come nuovo direttore delle Risorse Umane. Prima di entrare in Mondo Convenienza, Palombini ha ricoperto per nove anni il ruolo di Responsabile Risorse Umane e Organizzazione in TPER SpA, azienda del trasporto pubblico emiliano. In precedenza aveva ricoperto lo stesso ruolo per SDA Express Courier e PosteMobile. Parallelamente ha operato come consigliere di amministrazione in realtà come TPB Scarl e Fondo Salute Trasporto Pubblico Locale.
Cambio di rotta dopo le esclusioni negli ultimi due anni: i parlamentari di Alternative für Deutschland sono stati invitati a partecipare a febbraio alla prossima Conferenza di Monaco sulla sicurezza, incontro annuale di alti funzionari della difesa internazionale che si tiene in Baviera dal 1963. Come sottolinea il Guardian, in un duro discorso tenuto in occasione della Conferenza del 2025, il vicepresidente americano J.D. Vance aveva criticato gli organizzatori per aver vietato la partecipazione «ai parlamentari che rappresentano i partiti populisti», accusando la Germania di soffocare la libertà di parola tramite l’emarginazione dell’AfD, formazione di ultradestra filorusso e anti-migranti. Contattato dal giornale britannico, un portavoce della Conferenza di Monaco ha spiegato che «è stato deciso di invitare parlamentari di tutti i partiti rappresentati nel Bundestag», in particolare membri delle commissioni Affari esteri e Difesa, di cui fanno parte alcuni parlamentari di AfD. Inoltre ha ricordato che la Conferenza è gestita da una fondazione privata e indipendente, che «non ha alcun obbligo in merito agli inviti ai suoi eventi».
J.D. Vance alla Conferenza di Monaco del 2025 (Ansa).
Attrice simbolo della Nouvelle Vague, icona sexy, cantante, attivista per i diritti degli animali. Brigitte Bardot, morta a 91 anni, è stata tutto questo. Ma anche altro: una paladina dell’estrema destra francese, molto vicina alla famiglia Le Pen e addirittura sposata (in quarte nozze) con un consigliere del patriarca Jean-Marie. Acclamata come la Marilyn Monroe francese, dopo il suo ritiro dalle scene BB fu la prima grande star del cinema a sfruttare fascino e fama per sostenere l’estrema destra transalpina, di cui ha poi appoggiato le istanze per oltre tre decenni.
Brigitte Bardot negli Anni 60 (Ansa).
Fu condannata cinque volte per incitamento all’odio razziale
Le idee politiche di Brigitte Bardot, come lei stessa non ha mai nascosto, erano fortemente orientate a destra. Pure troppo, considerate le cinque condanne per incitamento all’odio razziale, in particolare verso i musulmani e contro quella che lei definiva una «invasione di stranieri» in Francia. Nel 2001, per esempio, pagò una multa di 4 mila euro per i contenuti di una lettera alla Francia pubblicata nel libro Le carré de Pluton (uscito nel 1999), in cui aveva puntato il dito contro l’immigrazione islamica, il gran numero di moschee esistenti nel Paese e le pratiche halal di macellazione degli animali. Nel mirino di BB erano però finiti anche gli abitanti dell’isola di Réunion, dipartimento francese nell’Oceano Indiano, che arrivò a definire «selvaggi» per il trattamento riservato agli animali.
Il quarto marito conosciuto tramite i Le Pen e il sostegno a Marine
All’inizio degli Anni 90, nel contesto della crescente presenza dell’estrema destra in Costa Azzurra, dove viveva, a una cena organizzata a Saint-Tropez BB incontrò il futuro quarto marito Bernard d’Ormale, consigliere di Jean-Marie Le Pen, fondatore del partito di estrema destra francese Front National, poi diventato Rassemblement National. Nel 2004 smentì di essere elettrice del Front National. Ma nel 2017, in vista del ballottaggio delle elezioni presidenziali, invitò pubblicamente i francesi a votare per Marine Le Pen (che fu sconfitta da Emmanuel Macron), definendola «l’unica donna con le palle». Questo dopo averla già sostenuta in occasione delle candidature presidenziali del 2012.
Nell’ultimo libro ha esaltato il RN come «unico rimedio all’agonia della Francia»
La stima, d’altra parte, era reciproca. Nel 2016 Le Pen, che esaltò BB come simbolo per eccellenza della francesità, nel mezzo di una controversia politica sul divieto di indossare costumi da bagno integrali in spiaggia ricordò che la Costa Azzurra un tempo era stata la “patria” di Bardot in bikini. Questo il ricordo della leader dell’ultradestra transalpina su X: «La scomparsa di Brigitte è una profonda perdita. La Francia ha perso una donna eccezionale, straordinaria per il suo talento, il suo coraggio, la sua sincerità e la sua bellezza. Una donna che ha scelto di concludere una carriera incredibile per dedicarsi agli animali, che ha difeso fino all’ultimo respiro con energia e amore inesauribili. Era la quintessenza della Francia: uno spirito libero, indomito e intransigente».
Brigitte Bardot (foto Ansa).
Le départ de Brigitte est un chagrin immense. La France perd une femme exceptionnelle, par son talent, son courage, sa franchise, sa beauté. Une femme qui fit le choix de rompre avec une carrière incroyable pour se consacrer aux animaux qu’elle défendit jusqu’à son dernier…
A BB non piaceva solo Le Pen, ma anche il suo delfino Jordan Bardella: dopo le elezioni anticipate indette da Macron nel 2024, Bardot lo aveva definito «molto capace». Da parte sua, il presidente del RN l’ha omaggiata dopo la morte ricordandola come «un’ardente patriota». BB ha sostenuto la destra francese fino all’ultimo: nel libro Mon BBcédaire, pubblicato poche settimane fa, si legge che il Rassemblement National rappresenterebbe «l’unico rimedio urgente all’agonia della Francia», Paese diventato «noioso, triste, sottomesso, malato, rovinato, devastato, ordinario e volgare».
Les hommages nationaux sont rendus pour services exceptionnels rendus à la Nation. Brigitte Bardot a été une actrice iconique de la nouvelle vague. Solaire, elle a marqué le cinéma Français. Mais elle a aussi tourné le dos aux valeurs républicaines et été multi-condamnée par la… https://t.co/kQjCRJMEOT
La Francia si divide su una commemorazione nazionale per l’attrice: c’è chi dice no
Eric Ciotti, leader del piccolo partito Udr e alleato del RN, ha invitato Macron a organizzare una commemorazione nazionale per l’attrice, come quella riservata nel 2017 al cantante Johnny Hallyday. L’ipotesi è stata però respinta dal segretario socialista Olivier Faure. «Brigitte Bardot è stata un’attrice emblematica della Nouvelle Vague. Solare, ha segnato il cinema francese. Ma ha anche voltato le spalle ai valori repubblicani ed è stata pluricondannata dalla giustizia per razzismo», ha scritto su X. A dimostrazione di quanto sia divisiva la figura di Bardot (che voleva essere ricordata solo come attivista per i diritti degli animali) c’è anche la chiusura del thread su Reddit in memoria di BB, dove quasi tutti i commenti erano pesanti insulti all’attrice, definita “nazi” da molti utenti.
A partire da gennaio Fabio Ciarla assumerà l’incarico di direttore del Corriere Vinicolo, rivista ufficiale dell’Unione Italiana Vini, ovvero l’associazione di rappresentanza più importante delle imprese italiane del settore. Succede a Giulio Somma, che ha guidato la testata per sette anni. Giornalista professionista dal 2008, Ciarla proviene da una famiglia storicamente legata al mondo del vino e ha già ricoperto il ruolo di caporedattore del Corriere Vinicolo.
Paolo Tavian non è più presidente della Federazione Italiana Sport Invernali Paralimpici (Fisip). Lo ha deliberato all’unanimità la Giunta del Comitato Italiano Paralimpico (Cip). La decisione di commissariare la Fisip arriva a meno di tre mesi dall’avvio dei Giochi Paralimpici Invernali di Milano-Cortina 2026: come emerso da indagini condotte dal procuratore federale Stefano Comellini, Tavian (che era stato deferito) si sarebbe reso responsabile di abusi psicologici, molestie e minaccecontro alcune donne che lavoravano con lui, e in particolare nei confronti dell’ex segretaria generale Sonia Nolli. Marco Giunio De Sanctis, presidente del Cip, ha dichiarato che la misura mira esclusivamente a «tutelare il percorso sportivo e istituzionale in vista dell’appuntamento olimpico».
Occhi di ghiaccio, capelli scompigliati da rockstar, motosega (spesso) tra le mani, atteggiamenti costantemente sopra le righe. Il candidato dell’estrema destra e ultraliberista Javier Milei, dichiaratamente antisistema, quel sistema adesso proverà a scardinarlo dall’interno, visto che “El Loco” è appena stato eletto presidente dell’Argentina, tra l’altro col margine più ampio dal ritorno alla democrazia nel 1983. Il Paese sudamericano, attanagliato da una gravissima crisi economica, tra inflazione alle stelle e povertà sempre più diffusa, ha scelto di cambiare affidandosi per l’appunto a un economista. Ma non il solito economista.
Sostenitori di Mieli celebrano la vittoria elettorale (Getty Images).
La notorietà come personaggio radiofonico e televisivo antisistema
Figlio di un autista e di una casalinga, Milei è stato portiere nelle giovanili del Chacarita Juniors e si è cimentato pure come cantante con gli Everest, una sorta di cover band dei Rolling Stones. Più che a Mick Jagger (capigliatura a parte), nella vita si è ispirato soprattutto agli economisti della scuola austriaca, punto di riferimento della sua carriera accademica iniziata dopo la laurea conseguita all’Università di Belgrano. Docente per oltre vent’anni in vari atenei argentini, Milei ha acquisito notorietà come personaggio radiofonico e televisivo antisistema, riuscendo a farsi eleggere al Congresso nel 2021. La sua ascesa alla Casa Rosada è stata perciò rapidissima.
Dalla dollarizzazione all’eliminazione della Banca centrale: i suoi cavalli di battaglia
Apprezzato soprattutto dai giovani (in Argentina si può votare a 16 anni), Mieli è su posizioni iperliberiste in economia – si autodefinisce anarcocapitalista – e conservatrici nel sociale. Iniziamo dalle prime. Il fondatore di La Libertad Avanza, coalizione che lo ha sostenuto in queste elezioni, auspica un regime di libero scambio con il resto del mondo da realizzare tramite il ritiro l’Argentina dal Mercosur, il mercato comune dell’America meridionale. Tra i suoi cavalli di battaglia ci sono l’adozione del dollaro statunitense come valuta, l’eliminazione della Banca centrale, la privatizzazione delle aziende statali. Così come il taglio della spesa pubblica, tramite la soppressione di vari ministeri (tra cui Sanità, Istruzione, Sviluppo sociale), l’eliminazione dei sussidi sociali e di buona parte degli impieghi statali. Sullo sfondo c’è poi la questione del Brics. L’Argentina è uno dei Paesi che ha annunciato di voler entrare formalmente nell’alleanza geopolitica composta (al 2023) da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Milei ha promesso che, se fosse diventato presidente, avrebbe cancellato l’adesione del Paese.
Tra i cavalli di battaglia di Milei c’è la dollarizzazione (Getty Images).
Milei è antiabortista, contrario all’eutanasia, favorevole alla vendita degli organi
Per quanto riguarda invece le idee nel sociale, Milei è antiabortista, anche in caso di stupro, e contrario all’eutanasia. Scettico rispetto al riconoscimento sociale del matrimonio, sia etero sia tra persone dello stesso sesso, ha detto che sarebbe opportuno trasformarlo in un contratto tra privati. Come detto, il nuovo presidente dell’Argentina è un seguace della scuola di Vienna, che proclama una stretta aderenza all’individualismo metodologico, ossia alla corrente di pensiero secondo cui ogni fenomeno è riconducibile a un’azione individuale. Il che si traduce nella minimizzazione dell’intervento statale e in una prospettiva liberale in relazione a una vasta gamma di questioni sociali. Insomma, per Milei lo Stato deve farsi gli affari suoi. Da qui il suo motto: «Viva la libertà, maledizione». Vorrebbe così liberalizzare le droghe, la vendita degli organi e delle armi da fuoco, senza dimenticare la prostituzione.
Javier Milei festeggia con la sorella Karina (Getty Images).
Fautore di grossi tagli, Mieli si è fatto notare per la sua teatrale campagna elettorale, durante la quale è salito sul palco di numerosi comizi imbracciando una motosega. Ma non è certo l’unica bizzarria di un presidente soprannominato El Loco e accostato più volte a Donald Trump (così come al brasiliano Jair Bolsonaro). Amante dei cani, possiede quattro mastini inglesi battezzati tutti in onore di famosi economisti: Murray per Murray Rothbard, Milton per Milton Friedman, Robert e Lucas per Robert Lucas. Ce n’era anche un quinto, Conan, che però è morto: Milei ha raccontato di parlarci attraverso una medium. Il nuovo presidente argentino considera i cani dei figli ed è a loro che ha dedicato la vittoria elettorale. Un pensiero anche alla sorella Karina, la sua spin doctor, e alla compagna Fátima Florez, comica che annovera tra le sue imitazioni quella all’ex presidente Cristina Fernández Kirchner. In un’intervista a Fox News, Milei ha dichiarato che il cambiamento climatico fa parte dell’agenda socialista, esprimendo poi dubbi sui vaccini anti-Covid. Non finisce qui: se da una parte ha individuato il Al Capone il prototipo del «benefattore sociale», dall’altra ha puntato il dito contro il connazionale papa Francesco, definendo Bergoglio «incarnazione del comunismo». Milei è inoltre apparso più volte in pubblico travestito da Generale Ancap (contrazione di “anarcocapitalista”), il suo alter ego da supereroe.
President-elect Javier Milei once appeared singing about the economic crisis of Argentina while dressed as General Ancap, his superhero alter ego. pic.twitter.com/mKBeECLm4c
«Oggi inizia la fine della decadenza argentina. Iniziamo a ricostruire e a voltare la pagina della nostra storia», ha commentato dopo la vittoria, destinata a «mettere fine alla casta parassitaria, ladra e inutile del Paese» e arrivata con il 56 per cento al ballottaggio contro il candidato peronista progressista Sergio Massa. Nei piani di Milei sarà una ricostruzione rapidissima: «I cambiamenti che servono al nostro Paese saranno drastici, non ci sarà spazio per la gradualità», ha detto il neo presidente, promettendo che «tra 35 anni l’Argentina sarà una potenza mondiale». Non resta che aspettare. Nel frattempo, auguri.