Crisi globali e nostalgie: viviamo in un eterno presente che guarda indietro

Adessitudine e presentismo sono i due termini che definiscono la nostra attuale dimensione temporale e sociale. Viviamo infatti in un qui e ora che pare eterno. Sospeso tra un futuro che non si vede e un passato in odore di nostalgia. Buono per il vintage, ma non per orientare processi decisionali e anche scelte di vita. Da qui la domanda che si pone il primo fascicolo 2026 della rivista il Mulino dal titolo Quali storie: «Ci serve ancora conoscere la storia?».

Siamo iper-tecnologici ma viviamo in uno spiacevole déjà-vu

La risposta è sì, ovviamente. Consapevoli però che «la storia insegna che non si impara mai dalla storia» (Hegel), come stiamo peraltro vedendo nella ripetizione in questi anni di crisi e tragedie internazionali che hanno lo spiacevolissimo sapore del déjà-vu. Si parli di guerre, di risorgente razzismo, di persecuzioni etniche, di risposte alla pandemia, il copione sembra essere d’annata. Per quanto inscritto in un contesto, soprattutto tecnologico, nuovo mostra numerose costanti. L’Europa attuale sembra più simile a quella di 100 anni fa (con gli umori grevi generati da una lunga guerra, impaurita dall’epidemia di spagnola e alle prese con una grave crisi economica) che non a quella di fine secolo caratterizzata dall’ottimistica ascesa di Internet e della globalizzazione.

Crisi globali e nostalgie: viviamo in un eterno presente che guarda indietro
Un veicolo colpito da un raid israeliano a Gaza (Ansa).

Quella promessa non mantenuta

Saremo tutti e in tutto il mondo più ricchi, più benestanti, più colti e solidali si ripeteva un po’ ovunque. Nel contempo si decretavano la fine delle ideologie e anche della storia, con la caduta del muro di Berlino e dell’Urss. Come è finito quel sogno, lo stiamo appunto verificando ora, con un sovrappiù di rammarico visto che il prevedibile non è stato previsto. Come diceva l’economista francese Frédéric Bastiat «dove non passano i commerci prima o poi passano gli eserciti». Se si soffia sulla paura le persone diventano aggressive, la mancanza di sicurezza aumenta sia la sfiducia sia la richiesta dell’uomo forte. L’ascesa dei sistemi autoritari fra le due Guerre ci indica che non è per niente sorprendente, per quanto raccapricciante, l’attuale rinascita e crescente consenso per il nazismo e il fascismo «che fece anche cose buone».

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L’adunata neo fascista di Acca Larentia a gennaio 2026 (Ansa).

Il revival dei favolosi Ottanta

Quali storie possono essere utili e rispondere ai nostri bisogni conoscitivi e usi pubblici? Il quesito a cui prova a rispondere il fascicolo de Il Mulino ci porta su un altro versante storico indagato dal sociologo Vanni Codeluppi in I favolosi Ottanta. Memoria dal decennio che ha cambiato il mondo (Derive e Approdi). Una storia, fra il saggio e il memoir, che rilegge la complessità di un periodo cruciale per la storia dell’Occidente sviluppato e i cui effetti sono su molti piani ancora agenti. A partire, per esempio, dalla passione per gli oggetti, le atmosfere e i personaggi di quel decennio che hanno giovani e giovanissimi di oggi. Pur essendo distanti anni luce, soprattutto tecnologicamente e politicamente, sono affascinati dalle mode, dalla cultura, dalla musica di quel periodo. «Forse perché non c’erano», ha scritto qualche anno fa lo stilista e giornalista di moda Christopher Niquet. Certo è che se pensiamo al ritorno di certe mise e al perdurante successo di gruppi e cantanti Anni 80, dobbiamo convenire, come ha scritto il sociologo norvegese Th. Eriksen in Tempo tiranno, che stiamo procedendo a tutta velocità guardando lo specchietto retrovisore.

Crisi globali e nostalgie: viviamo in un eterno presente che guarda indietro
La copertina de i favolosi Ottanta di Vanni Codeluppi (Derive e Approdi).

Il boom del made in Italy e l’alba della società dell’immagine

Ma negli 80 c’è stato ed è accaduto tanto altro. Il diario di viaggio di Codeluppi parte dai grandi concerti negli stadi di Patti Smith e Lou Reed e si allunga a quelli dei cantautori italiani come Lucio Dalla e Francesco De Gregori. Passa da Luigi Ghirri, grande innovatore della fotografia italiana, e dal famoso comizio di Enrico Berlinguer, preso nuovamente in braccio da Roberto Benigni alla Festa dell’Unità di Reggio Emilia del settembre 1983 (il comico lo aveva già fatto il giugno di quell’anno a Roma), per approdare alla Milano da bere. Che vede la trasformazione dei sarti in stilisti e dei cuochi in chef. Gli architetti non sono ancora archistar, ma il made in Italy è in piena ascesa internazionale. La “dolce vita” è un richiamo irresistibile e un anestetico dopo gli anni di piombo e dello stragismo nero culminato con la bomba alla stazione di Bologna. Ma il decennio vede anche l’ascesa della tv commerciale del Cavaliere, il boom dei fast food e la comparsa dei paninari, il pieno dispiegarsi della società dell’immagine: quella del look e del colpo d’occhio, delle modelle che nessuno chiama più indossatrici. Timberland e Nutella, ma anche Olivetti e Commodore 64 in ambito tecnologico sono i marchi iconici.

Crisi globali e nostalgie: viviamo in un eterno presente che guarda indietro
Roberto Benigni prende in braccio Enrico Berlinguer (Ansa).

Il decennio che tra luci e colori cambiò il mondo (e non in meglio)

Il memoir di Codeluppi si limita però alle arti e alla cultura popolare, ai media e al consumo musicale. La politica e l’economia non entrano se non di riflesso nell’inventario. Ma su questi temi si devono aggiungere alcune importanti considerazioni riferite a ciò che sta ancora determinando fortemente il presente. Cioè l’avvio delle politiche liberiste che hanno in Ronald Reagan e Margaret Thatcher due assoluti protagonisti. Due rispettive frasi sintetizzano bene la loro visione e azione politica: «Lo stato non è la soluzione, ma il problema» e «La società non esiste: ci sono individui, uomini e donne, e le famiglie».

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Margaret Thatcher, Helmut Kohl e Ronald Reagan nel 1985 (Ansa).

Al di là dell’allegra connotazione data al decennio (non a caso si parla di edonismo reaganiano) e nonostante l’apparizione degli yuppies, iniziò lì lo smantellamento dello Stato sociale e la celebrazione del successo, dell’immagine personale, dei soldi. Se oggi le disuguaglianze economiche sono aumentate a dismisura e l’esaltazione dell’individualità a tutto danno del legame sociale è stata normalizzata si deve guardare anche ai favolosi Ottanta. Condividendo con Codeluppi il giudizio che, nonostante le profonde contraddizioni, quel decennio ha effettivamente cambiato il mondo.

Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»

Ma come hanno fatto Claudia Conte e Maria Rosaria Boccia a scattare tutte quelle foto a eventi organizzati nei palazzi del potere? Perché i palazzi del potere ormai si sono aperti a un pubblico assai eterogeneo, spesso con la complicità dei deputati e senatori, fino a diventare «centri congressi a basso costo». È infatti questa la battuta che circola sempre più spesso tra i vecchi habitué dei corridoi parlamentari.

Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»
Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»
Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»
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Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»

L’apertura popolar-populista ai cittadini

All’inizio, negli Anni 90, fu una suggestione popolare, e secondo alcuni un po’ populista, quella di aprire le seriose stanze ai cittadini; vennero organizzati mostre ed eventi di prestigio nelle più storiche sale di Montecitorio, dalla sala della Regina alla sala della Lupa. Anche il Senato, più piccolo, cominciò ad adeguarsi. Piano piano però la voglia di aprirsi al mondo ha un po’ preso la mano ai parlamentari e alcuni di loro hanno approfittato del meccanismo fino a stravolgerlo. I numeri parlano chiaro. Palazzo Montecitorio ha ospitato 524 eventi e soprattutto 787 conferenze stampa, quasi due per ogni deputato, solo nel 2025. Ritmi meno forsennati a Palazzo Madama, dove i parlamentari sono 205, ma se si allarga la ricerca alle sale che ospitano eventi sotto l’egida del Senato, anche qui il numero sale.

Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»
Il transatlantico della Camera (Ansa).

La lievitazione degli appuntamenti e delle conferenze stampa

Gli ingredienti per questa lievitazione degli appuntamenti sono fondamentalmente tre: ogni parlamentare può indire una conferenza stampa su un tema o un evento che ritenga interessante per la stampa; la Presidenza della Camera non ha potere di veto, l’amministrazione può solo compiere le necessarie verifiche di sicurezza sugli ospiti; i costi sono quasi nulli, visto che sala, commessi e riprese tv online sono forniti da Montecitorio. C’è un piccolo contributo spese solo per gli eventi organizzati nei palazzi esterni. Dopo l’appuntamento istituzionale scatta la vera festa per i presenzialisti: terminata la conferenza stampa conferenzieri, giornalisti e invitati (e qui la scelta è quantomai discrezionale) non si negano quasi mai un selfie con il logo della Camera. E il portfolio per il profilo social è assicurato.

Dalla presentazione di libri alle sagre di paese, ce n’è per tutti i gusti

I temi? Vanno dai più seri, come la presentazione di proposte di legge contro la violenza di genere fino ai più territoriali come le sagre del proprio collegio, dalla presentazione di libri all’annuncio di eventi non sempre di rilievo storico o nazionale, dalla promozione di prodotti locali a quella di associazioni più o meno benefiche. Insomma, ce n’è un po’ per tutti i gusti. Porre un freno è difficile ovviamente, come negare il diritto di parola a un parlamentare? Ma è ovvio che il rischio di ritrovare il logo della Camera o del Senato su social media non propriamente istituzionali è alto.

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