Tregua Usa-Iran: tutte le incertezze che minano i negoziati di Islamabad

Due sono le certezze: la prima è che il cessate il fuoco è ufficialmente entrato in vigore. La seconda è che nessuno crede davvero che la tregua possa reggere a lungo. Per il resto Stati Uniti, Israele e Iran non concordano su nulla. E questo fa capire quanto saranno complicati i negoziati che cominceranno venerdì a Islamabad.

Il caos sulla riapertura dello Stretto di Hormuz

Per Donald Trump la condizione base per la tregua era la riapertura dello Stretto di Hormuz. Non è però chiaro quanto rimarrà navigabile né se Teheran farà pagare un pedaggio. Il ministero degli Esteri iraniano ha posto condizioni chiare: le navi che vogliono attraversarlo dovranno coordinarsi con le forze armate iraniane e saranno contingentate. Il segretario alla Difesa Usa Pete Hegseth però ha smentito Teheran confermando che sì, Hormuz è stato riaperto ed è navigabile. Poi ci si è messo pure Trump che ad Abc ha avanzato l’ipotesi di una gestione congiunta iraniana e americana dello Stretto. Il primo (non) risultato della guerra è lampante: quelle che erano acque internazionali rischiano di diventare a pagamento.

Tregua Usa-Iran: tutte le incertezze che minano i negoziati di Islamabad
Donald Trump (Ansa).

La tregua si estende anche al Libano. Anzi no

Ma i misunderstanding non finiscono qui. Per i mediatori pakistani il cessate il fuoco doveva riguardare anche il Libano. Ma, come si è visto, Israele ha intensificato gli attacchi, liquidati dal presidente Usa come «scaramucce» di cui ci si occuperà in un secondo momento. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha infatti smentito l’estensione della tregua al Paese dei cedri. Teheran dal canto suo ha continuato a bombardare con missili e droni Israele e alcuni impianti petroliferi negli Emirati, in Kuwait e in Arabia Saudita per «rappresaglia» dopo gli attacchi Usa e israeliani. Hegseth ha messo le mani avanti dichiarando che gli attacchi sono continuati a causa di problemi di comando e di comunicazione.

Tregua Usa-Iran: tutte le incertezze che minano i negoziati di Islamabad
Benjamin Netanyahu (Ansa).

Il balletto di Trump sulle condizioni del cessate il fuoco

Trump annunciando la tregua aveva dichiarato che le 10 condizioni poste dall’Iran erano una «base praticabile su cui negoziare». Ma anche in questo caso regna l’incertezza. Secondo il Consiglio di sicurezza iraniano, l’elenco include: il controllo dello Stretto, il mantenimento del diritto di arricchire l’uranio, la revoca di tutte le sanzioni e un risarcimento per la guerra. A questo punto è intervenuto il vicepresidente J.D. Vance che mercoledì ha accusato alcuni membri del regime iraniano di mentire su quanto concordato. Sempre mercoledì Trump ha cambiato nuovamente idea. Su Truth ha messo in chiaro che non si riferiva ai famosi 10 punti iraniani ma alla proposta made in Usa in 15 punti, precedentemente respinta da Teheran. Secondo il tycoon l’arricchimento dell’uranio è escluso. «Gli Stati Uniti, lavorando con l’Iran, dissotterreranno e rimuoveranno tutta la ‘polvere’ nucleare profondamente sepolta», ha scritto The Donald. Aggiungendo che al tavolo dei negoziati si discuterà di riduzione dei dazi e delle sanzioni.

Tregua Usa-Iran: tutte le incertezze che minano i negoziati di Islamabad
JD Vance (Ansa).

I combattimenti possono riprendere in qualsiasi momento

Insomma la tregua è appesa a un filo. Gli Usa hanno messo in chiaro di essere pronti a riprendere i combattimenti. «Resteremo nei paraggi per assicurarci che l’Iran rispetti gli accordi… siamo pronti a ripartire in qualsiasi momento», ha confermato Hegseth.
«Abbiamo il dito sul grilletto, pronti a rispondere a qualsiasi attacco con maggiore forza», hanno ribattuto i pasdaran. Non proprio basi solide da cui partire per un negoziato. Anche perché alcuni ‘dettagli’ non sono proprio stati toccati: i fondi per la ricostruzione dell’Iran, l’eliminazione del programma nucleare e la fine della guerra tra Israele e Hezbollah.

Tregua Usa-Iran: tutte le incertezze che minano i negoziati di Islamabad
Pete Hegseth (Ansa).

Libano, mezzo italiano dell’Unifil colpito da Israele

Un veicolo facente parte di una colonna italiana dell’Unifil, la Forza di interposizione in Libano dell’Onu, è stato colpito e danneggiato da Israele. Il convoglio stava entrando a Beirut quando l’Idf ha lanciato colpi di avvertimento che hanno centrato il mezzo. Si tratta di un Lince, veicolo tattico leggero multiruolo in dotazione all’Esercito italiano. Stava andando a fare rifornimento quando pneumatici e paraurti sono stati colpiti. Nessuno è rimasto ferito, ma la colonna è dovuta rientrare. L’episodio si inserisce all’interno di un massiccio attacco dello Stato ebraico in Libano che ha causato decine di vittime tra i civili – il cessate il fuoco stipulato tra Stati Uniti e Iran non include infatti il territorio libanese. «I soldati italiani in Libano non si toccano. Le forze armate israeliane non hanno alcuna autorità per toccare i militari italiani», ha detto il vicepremier Antonio Tajani durante un question time alla Camera, riferendo poi su X di aver convocato al ministero degli Esteri l’ambasciatore di Israele in Italia per chiarire quanto accaduto.

Tajani: «Hezbollah cessi le ostilità ma Israele rispetti il diritto internazionale»

«Abbiamo richiesto più volte a Israele di astenersi da reazioni sproporzionate alle inaccettabili azioni di Hezbollah che hanno trascinato il paese in un nuovo devastante conflitto», ha proseguito Tajani. «Hezbollah deve cessare immediatamente tutte le azioni ostili. Israele è obbligata a rispettare pienamente il diritto internazionale umanitario. Dobbiamo evitare che il prezzo più alto venga pagato dalla popolazione civile. Quella della diplomazia è l’unica via percorribile. Continueremo a lavorare con determinazione per rafforzare il dialogo e porre le basi per una de-escalation duratura in tutta la regione».

Crosetto chiede l’intervento dell’Onu

Sull’episodio è intervenuto anche il ministro della Difesa Guido Crosetto, che in una nota ha espresso la sua «più ferma e indignata protesta per quanto accaduto nel settore di responsabilità di Unifil in Libano meridionale». «Solo lievi danni ai veicoli non si registrano feriti, ma fino a quando? È inaccettabile che militari italiani impegnati sotto bandiera delle Nazioni Unite, con compiti esclusivamente di garanzia della pace e della stabilità, vengano esposti a situazioni di rischio da parte dell’esercito israeliano», ha aggiunto il ministro. «La messa in pericolo di convogli chiaramente identificati con la bandiera dell’Onu non può essere tollerata. Si tratta di un comportamento grave che rischia di compromettere la sicurezza dei peacekeeper e la credibilità stessa della missione». Di qui la richiesta all’Onu di «intervenire presso le autorità Israeliane con la massima urgenza per chiarire l’accaduto, adottare tutte le misure necessarie a garantire la sicurezza del contingente italiano e di tutto il personale Unifil e ribadire con fermezza il rispetto del mandato e della protezione dovuta ai caschi blu».

Poste italiane lancia la terza edizione del premio giornalistico TgPoste

Il premio giornalistico TgPoste riparte con la terza edizione. Fino al 30 giugno 2026 sarà possibile candidarsi all’iniziativa promossa da Poste italiane per scoprire e valorizzare giovani talenti del mondo dell’informazione che sappiano raccontare le notizie in modo originale e con un linguaggio diretto e innovativo. A scegliere il vincitore sarà una giuria di eccellenza formata dai direttori delle più importanti testate giornalistiche italiane, nazionali e locali.

Poste italiane lancia la terza edizione del premio giornalistico TgPoste
Premio giornalistico TgPoste 2024 (Ansa).

Come candidarsi, chi può partecipare e cosa si vince

Il premio è aperto agli under 35 iscritti all’Ordine dei giornalisti o praticanti nelle scuole di giornalismo riconosciute dall’Odg. Il primo classificato riceverà una borsa di studio per frequentare un corso di alta formazione giornalistica all’estero e avrà l’opportunità di vivere un’esperienza professionale nella Comunicazione di Poste italiane. Le candidature dovranno essere inviate tramite il sito dedicato premiotgposte.posteitaliane.it, come mostra il seguente tutorial.

I partecipanti dovranno realizzare un breve video di presentazione e un elaborato giornalistico inedito ispirato ai principali ambiti su cui l’azienda investe quotidianamente: innovazione, trasformazione digitale, sostenibilità, territori, Progetto Polis, logistica ed e-commerce. Si può scegliere tra le seguenti tipologie (si può concorrere con un solo elaborato):

  • contenuto informativo video per i social media (durata massima 90 secondi);
  • video per un telegiornale (durata massima 2 minuti);
  • articolo scritto per un giornale cartaceo o per il web (lunghezza massima 6 mila battute).

TgPoste, il telegiornale di Poste Italiane, è visibile negli uffici postali e sui siti web dell’azienda, e va in onda ogni giorno in diretta alle 12 aprendo una finestra sul mondo per offrire una panoramica sui più importanti fatti dell’attualità economica, politica e culturale italiana e internazionale, approfonditi grazie al contributo di esperti e firme del giornalismo, proponendo in ciascuna edizione focus tematici sulle iniziative e sul business della più grande azienda italiana.

Finita la nuova fuga di Elia Del Grande, autore della “strage dei fornai”

I carabinieri hanno rintracciato e arrestato in provincia di Varese Elia Del Grande: l’autore della “strage dei fornai” il giorno di Pasqua era fuggito dalla casa-lavoro di Alba (Cuneo) che doveva frequentare e dalla quale era uscito grazie a una licenza. Del Grande, che era alla guida di un’auto rubata nel parcheggio del cimitero della frazione Lentate di Sesto Calende, ha cercato di eludere i controlli dei militari, che lo hanno bloccato e condotto in carcere su disposizione della Procura di Varese. Dovrà rispondere di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali, in quanto nel tentativo di fuga ha provocato lievi lesioni a un carabiniere.

A ottobre era fuggito da una casa-lavoro del Modenese

Del Grande a fine ottobre era evaso da una casa-lavoro di Castelfranco Emilia (Modena) in cui si trovava dal mese precedente: da una località segreta aveva poi scritto una lunga lettera a Varese News, spiegando il motivo del suo allontanamento dalla struttura a cui era stato assegnato dopo aver scontato 26 anni e 4 mesi di carcere, perché giudicato ancora socialmente pericoloso. Era stato poi rintracciato poco dopo.

La “strage dei fornai”, l’arresto e la condanna

Il 7 gennaio 1998, quando aveva 22 anni, Del Grande sterminò a colpi di fucile la famiglia a Cadrezzate (Varese): il padre Enea, 58 anni, la madre Alida, 53, e il fratello Enrico, 27, che insieme gestivano una panetteria. Fuggì in Svizzera, ma fu arrestato e poi confessò il triplice delitto: alla base contrasti legati alla sua frequentazione con una ragazza della Repubblica Dominicana. Del Grande ha scontato in carcere 25 dei 30 anni ai quali era stato condannato in Appello, dopo l’ergastolo in primo grado e il riconoscimento della semi-infermità mentale. In libertà vigilata si è però reso protagonista di furti e molestie nei confronti del vicinato; da qui la decisione del tribunale di Sorveglianza alla misura cautelare del collocamento nella struttura di Castelfranco Emilia in avrebbe dovuto trascorrere in tutto sei mesi, perché ritenuto socialmente pericoloso.

Nasce Fondazione Acea: al centro acqua, giovani e innovazione

Il Gruppo Acea annuncia la nascita di Fondazione Acea, con la missione principale di tutelare e valorizzare il patrimonio storico, industriale e culturale dell’azienda fondata a Roma nel 1909 dal sindaco Ernesto Nathan e dall’assessore ai servizi tecnologici ed economista Giovanni Montemartini. Oltre alla valorizzazione del patrimonio storico aziendale – di recente esposto nella mostra Heritage che ha ricevuto importanti riconoscimenti, entrando nella short list dei finalisti del premio Cultura+Impresa 2025–2026 – e allo sviluppo dell’archivio storico aziendale, la Fondazione ha l’obiettivo di creare valore sociale e culturale, a Roma e nelle altre città dove Acea opera, promuovendo iniziative dedicate a giovani, sport, volontariato d’impresa, solidarietà, cultura, ricerca e formazione.

Nasce Fondazione Acea: al centro acqua, giovani e innovazione
Mostra Heritage (Acea).

L’arte come strumento per educare e unire generazioni

L’attività della Fondazione Acea si svilupperà infatti intorno a sei aree strategiche – arte e cultura, ambiente, sport e salute, scuola (con particolare attenzione all’educazione sui temi legati all’acqua), promozione sociale e rigenerazione urbana. Ambiti diversi ma profondamente interconnessi, pensati per generare nuove forme di partecipazione e consapevolezza collettiva. Al centro della visione c’è un’idea semplice e suggestiva: educare al futuro significa imparare a immaginarlo. In questo percorso, l’arte diventa uno strumento privilegiato di conoscenza, capace di unire generazioni e linguaggi diversi, trasformando la sostenibilità in un’esperienza concreta e condivisa. Il cuore del progetto è l’educazione al valore dell’acqua. Comprendere l’importanza di questa risorsa significa leggere l’equilibrio tra ambiente, città e comunità, formando nuove generazioni più consapevoli.

Il cda della Fondazione

La Fondazione, con sede a Piazzale Ostiense e fortemente voluta dalla presidente di Acea Barbara Marinali e dall’amministratore delegato Fabrizio Palermo, è amministrata da un consiglio di amministrazione presieduto da Ignazio Vacca, chief Institutional affairs & Business development officer di Acea, e composto dai consiglieri Giuseppe Del Villano, chief Legal&Compliance officer, e Sabrina Fiorino, responsabile Iniziative culturali di Acea.

La tregua non vale per il Libano: pesanti raid di Israele su Beirut

Tregua di due settimane in Medio Oriente tra Stati Uniti, Israele e Iran. Il cessate il fuoco, però, non riguarda i raid dell’IDF in Libano: a poche ora dall’annuncio di Donald Trump, le Forze di Difesa israeliane hanno reso noto di aver condotto nel giro di pochi minuti, una decina, «la più grande ondata di attacchi contro Hezbollah dall’inizio dell’Operazione “Leone Nascente”».

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L’attacco, spiega l’IDF, era stato «pianificato meticolosamente nel corso di settimane» e ha incluso tra i suoi obiettivi anche il quartier generale di Hezbollah. La maggior parte degli obiettivi colpiti si trovava «nel cuore delle aree abitate», nella parte meridionale di Beirut: Israele ha assicurato che di aver «adottato misure per mitigare i danni», che però dalle immagini sembrano molto elevati. Diverse testimonianze parlano di «scene apocalittiche», con edifici danneggiati o distrutti e colonne di fumo visibili in più punti della città. Fonti mediche riferiscono della presenza di decine di morti in strada e di centinaia di feriti.

La tregua non vale per il Libano: pesanti raid di Israele su Beirut
La tregua non vale per il Libano: pesanti raid di Israele su Beirut
La tregua non vale per il Libano: pesanti raid di Israele su Beirut
La tregua non vale per il Libano: pesanti raid di Israele su Beirut
La tregua non vale per il Libano: pesanti raid di Israele su Beirut
La tregua non vale per il Libano: pesanti raid di Israele su Beirut
La tregua non vale per il Libano: pesanti raid di Israele su Beirut

Dopo il massiccio attacco di Israele, il ministero della Salute libanese ha lanciato un appello alla popolazione: «Lasciate libere le strade per il passaggio dei mezzi di soccorso. Gli ingorghi stradali a seguito dei raid, senza precedenti per numero e intensità, stanno ostacolando i soccorsi». Su X intanto il presidente Joseph Aoun ha auspicato che ci siano «sforzi affinché la pace nella regione includa il Libano».

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Salone del Mobile 2026, Intesa Sanpaolo supporta il design e la filiera del Made in Italy

Intesa Sanpaolo, partner istituzionale del Salone del Mobile di Milano, rinnova il proprio impegno a fianco delle imprese del design e del sistema casa con un incontro in programma mercoledì 8 aprile 2026 alle ore 17.30 presso le Gallerie d’Italia. L’evento è intitolato Design e Made in Italy. Il supporto di Intesa Sanpaolo all’impresa italiana e alla visione creativa sulla scena globale e si inserisce nel percorso di supporto che la banca porta avanti da anni per il settore del design e più in generale per il Made in Italy, una filiera composta da migliaia di pmi che rappresentano un’eccellenza produttiva e creativa riconosciuta a livello internazionale.

Partnership e strumenti per la filiera

La collaborazione con il Salone del Mobile, avviata nel 2017, rappresenta uno strumento concreto a sostegno delle imprese della filiera del design e del sistema casa. Un impegno che vede Intesa Sanpaolo attiva anche attraverso il programma Sviluppo filiere, che coinvolge oggi oltre 240 filiere del Made in Italy, più di 32 mila addetti e quasi 7.700 fornitori, per un giro d’affari che supera i 32 miliardi di euro nei settori arredamento, abbigliamento, alimentare e automazione. Il programma, avviato dal Gruppo da 10 anni, è esteso a tutti i settori produttivi italiani e nel tempo ha permesso alle pmi di rafforzare l’accesso al credito e di sostenere con maggiore efficacia gli investimenti in innovazione, digitalizzazione, sostenibilità ed economia circolare, accompagnandole allo stesso tempo nei percorsi di crescita e sviluppo sui mercati internazionali. Dal 2020 Intesa Sanpaolo, attraverso l’attività della divisione Banca dei territori guidata da Stefano Barrese, ha sostenuto le pmi del Made in Italy con finanziamenti per 26 miliardi di euro destinati a internazionalizzazione, export e crescita dimensionale, confermando il proprio ruolo di partner strategico per lo sviluppo dell’industria italiana.

Focus su scenari macroeconomici e sfide del futuro

L’appuntamento alle Gallerie d’Italia è l’occasione per ripercorrere il valore economico e culturale del design italiano attraverso gli interventi dei rappresentanti della banca impegnati nella promozione culturale e nel sostegno allo sviluppo delle imprese, insieme a progettisti e testimonianze di eccellenze mondiali come Kartell. Nel corso dell’incontro sarà inoltre offerto dal Research department di Intesa Sanpaolo un aggiornamento sullo scenario macroeconomico, che si conferma incerto e complesso, anche alla luce delle recenti tensioni geopolitiche internazionali, con possibili effetti sia sul fronte internazionale sia sui consumi. In questo contesto, l’espansione sui mercati esteri rimane prioritaria per le imprese del mobile e del design Made in Italy, rendendo necessario un ulteriore rafforzamento nella diversificazione degli sbocchi commerciali. Questo percorso di crescita potrà contare sull’eccellenza qualitativa delle produzioni nazionali, radicata nelle competenze e nel know-how manifatturiero, unita alla forza del mondo del design dove l’Italia, con 6,2 miliardi di euro di fatturato, è leader a livello europeo.

Verrà anche presentato il volume Le fabbriche del design

L’incontro sarà, inoltre, l’occasione per presentare la riedizione del volume Le fabbriche del design, pubblicato dalla casa editrice Allemandi con il supporto di Intesa Sanpaolo e del Salone del Mobile. Il libro, considerato un classico dell’editoria di settore, offre una ricostruzione delle radici industriali e culturali del design italiano e contribuisce alla riflessione sul valore della visione creativa dell’impresa italiana da parte del Gruppo Intesa Sanpaolo. In chiusura, atteso il dialogo tra Maria Porro, presidente del Salone del Mobile di Milano, e Stefano Barrese, responsabile della divisione Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo.

Niente Eni per De Gennaro: il governo proroga l’incarico in GdF per sei mesi

Per Andrea De Gennaro la giostra delle nomine finisce qui. Il comandante generale della Guardia di Finanza, dato in arrivo alla presidenza di Eni, rimarrà alla guida delle Fiamme Gialle fino al 31 dicembre 2026. Con un emendamento al decreto Sicurezza, il governo ha infatti prorogato di sei mesi il suo incarico. Una scelta dovuta, si legge nel testo, anche alle «esigenze connesse all’attuale straordinaria situazione geostrategica e di tensione internazionale». Nessuna promozione dunque né per Bruno Buratti, attuale vice di De Gennaro, né per Fabrizio Cuneo, comandante Interregionale dell’Italia Centrale della GdF, dati tra i favoriti alla successione, perché andranno entrambi in pensione prima di fine anno. Tornando alla presidenza Eni, viene smentita anche l’ipotesi, avanzata dal Foglio, del direttore dell’Aise Giovanni Caravelli.

Niente Eni per De Gennaro: il governo proroga l’incarico in GdF per sei mesi
Giovanni Caravelli (Imagoeconomica).

L’agenda romana di Renzi e il patron di Repubblica Kyriakou

Che ci faceva Matteo Renzi a pranzo con il nuovo editore di Repubblica, l’imprenditore greco Theo Kyriakou, e Mirja Cartia d’Asero, fresca ad del gruppo ed ex Sole 24 Ore? Al banchetto, riservatissimo e molto esclusivo, erano presenti almeno una decina di altri invitati vip. Tra una pietanza e l’altra, si è parlato ovviamente anche del futuro del quotidiano che, nelle intenzioni del greco, non cambierà linea editoriale. Per il momento non sono previsti nemmeno tagli alla redazione anche se lo stesso Kyriakou ha ammesso che il numero dei giornalisti e dipendenti è poco sostenibile rispetto agli attuali fatturati. Vedremo… Renzi non si sarebbe limitato al pranzo ma avrebbe poi organizzato un incontro tra l’amico Kyriakou e la famiglia Angelucci, editori di Libero, Tempo e Giornale. In questa girandola di pubbliche relazioni orchestrata dal leader di Italia viva c’è un filo rosso che arriva fino a Riad. Mohammed bin Salman, vecchia conoscenza di Renzi, è anche socio in affari di Kyriakou: nel 2022 il Middle East Broadcasting Centre Group che fa capo al fondo sovrano saudita Pif ha investito più di 220 milioni di euro in Antenna Greece Bv del magnate greco.

La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole

«Ma guarda, Fuksas è entrato nella corte di Giuli»: lo spiffero romano, dalle parti di piazza Farnese, luogo amato e frequentatissimo dall’archistar, domina la scena. Nel Partito democratico capitolino storcono il naso appena si accenna alla nomina governativa dedicata a Fuksas. Cosa è successo? Sul sito della Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea è apparso il nuovo consiglio d’amministrazione. Un elenco che ancora non è stato comunicato ufficialmente dal ministero della Cultura guidato da Alessandro Giuli. Ed ecco i nuovi nomi: Massimiliano Fuksas, Pio Baldi, Renata Codello e Stefano Laporta. Nel collegio dei revisori dei conti appare Biagio Mazzotta, già ragioniere generale dello Stato e presidente di Fincantieri. Codello è stata dirigente del dicastero di via del Collegio Romano e ora è segretaria generale della Fondazione Giorgio Cini di Venezia. Baldi, nato nel 1945, è stato presidente del Maxxi, ma anche presidente della Pontificia Accademia di Belle Arti e Lettere dei Virtuosi al Pantheon, e amministratore dell’Accademia nazionale di San Luca. È però il nome di Fuksas, classe 1944, che fa rumore nella sinistra romana: è stato designato dal Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici. E subito ci si ricorda che nel 2016 Giorgia Meloni criticò aspramente i costi di costruzione della Nuvola all’Eur, opera progettata dallo studio Fuksas, definendoli soldi «buttati». Con tanto di manifestazione di Fratelli d’Italia davanti al cantiere, e Meloni pronta a dire che la spesa, «sommata alle vele di Calatrava, fa un miliardo di euro. Soldi dei romani che potevano essere spesi per risolvere il problema della manutenzione stradale». Comunque sono passati 10 anni. E recentemente Fuksas ha un po’ ricalibrato i suoi giudizi sulla premier. A proposito dell’immagine del volto di Meloni riprodotta su un angelo nel dipinto nella chiesa di San Lorenzo in Lucina a Roma, per esempio ha detto: «Meglio lasciarla così, tutto fa parte della storia». Tutte dichiarazioni rilasciate durante un’intervista alla trasmissione Un giorno da pecora su Rai Radio1, in cui Fuksas ha spiegato: «Altro che angioletto, lei ha carattere forte e decisionista, è una delle poche in Italia. E poi quel volto ha un’altra impostazione. Secondo me è solo il frutto di un ammiratore segreto che si è lasciato andare». Ora la nomina di Fuksas nel cda dell’istituzione museale statale è destinata a far discutere. Non sarà stato lui quell’ammiratore segreto, vero?

La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
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La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole

Montecitorio a tutta birra

Si chiama “Know Your Beer”, è la nuova piattaforma digitale promossa dalla European Beer Consumers’ Union, ora disponibile anche in lingua italiana e pensata per «rafforzare la consapevolezza nel consumo e la trasparenza nel settore brassicolo». Dove verrà presentata ufficialmente? Il 9 aprile, alla Camera dei deputati presieduta da Lorenzo Fontana, nel corso dell’incontro dal titolo “Know Your Beer: Ebcu e Unionbirrai, la nuova frontiera della trasparenza”, che mette al centro anche l’impatto delle recenti riforme della normativa italiana sulla birra. E l’appuntamento a Montecitorio «aprirà la due giorni di lavori dell’Ebcu 73rd Delegates Meeting, in programma a Roma il 10 e 11 aprile e ospitata da Unionbirrai, l’associazione di categoria dei piccoli birrifici artigianali indipendenti, dedicata al confronto sulle politiche europee della birra, al lancio di nuove campagne rivolte ai consumatori e a momenti di approfondimento strategico».

Zanda sui piedi per Conte

Che ne sarà della leadership del campo largo? È arrivata una stroncatura di peso firmata da Luigi Zanda, 83enne ex senatore, già tesoriere dem e padre fondatore del Pd, in un’intervista a Il Foglio: «Saggezza vorrebbe che il presidente del Consiglio fosse il segretario del partito più grande», ma «se Giuseppe Conte non lo accetta perché vuol fare lui il premier è un segno politico negativo». Di certo Zanda non si nasconde: «Non voterei mai per Conte. Perché non ha governato bene e ancor di più perché pencola verso destra». Insomma l’Avvocato del popolo «non è né di destra né di sinistra, ma va verso destra dal momento che ha sempre rifiutato di definirsi “uomo di sinistra”». Le Primarie? Per carità: «Oggi non sarebbero uno scontro tra alleati, ma tra nemici, un bel regalo a Giorgia Meloni». Ed Elly Schlein? «Non ha un profilo da statista, è evidente. Ha trasformato il Pd in un movimento leaderistico. E governare l’Italia è cosa diversa dall’essere volto di un partito. Tuttavia la voterei se dicesse in anticipo i suoi ministri dell’Economia, dell’Interno, degli Esteri e della Difesa».

La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
Elly Schlein e Luigi Zanda (foto Imagoeconomica).

Circolazione in tilt dopo la frana in Molise, Italia spaccata in due

La riattivazione della frana di Petricciato, dovuta al maltempo, non ha solo mandato in tilt il traffico ferroviario e stradale del Molise, ma di tutta Italia, che al momento risulta spaccata in due. Bloccata la circolazione dei treni, così come dei mezzi pesanti lungo le arterie autostradali del territorio. In alcuni tratti, inoltre, non può viaggiare alcuni tipo di veicolo.

Circolazione in tilt dopo la frana in Molise, Italia spaccata in due
Il fronte franoso di Petricciato (Ansa).

I disagi per il traffico ferroviario

I binari della linea adriatica, tra Montenero di Bisaccia e Termoli, hanno subito una deformazione a seguito della riattivazione della frana, la più estesa d’Europa: la circolazione è stata subito bloccata e non c’è alcuna indicazione sulla possibile ripresa. I treni a lunga percorrenza provenienti da Nord sono limitati ad Ancona e Pescara. Il trasporto Regionale, invece, garantisce il collegamento fino a Vasto San Salvo. Per la Puglia sono possibili percorsi alternativi, con inevitabile allungamento dei tempi di viaggio. A tutto questo si aggiungerà, dal 10 al 13 aprile, il blocco della tratta Roma-Firenze per lavori di potenziamento infrastrutturale sulle linee alta velocità e convenzionale.

Circolazione in tilt dopo la frana in Molise, Italia spaccata in due
Spaccatura nell’asfalto in Molise (Ansa).

Restano chiusi alcuni tratti dell’A14

Oltre ai disagi lungo le ferrovie, ci sono quelli che riguardano la circolazione stradale. Su tutti il parziale blocco dell’autostrada A14. È stato sospeso il divieto di transito per i mezzi pesanti con massa superiore alle 7,5 tonnellate, nel tratto compreso tra Val di Sangro e Vasto sud in direzione Bari. Rimangono comunque attive le chiusure dei tratti compresi tra Vasto sud e Termoli in direzione Bari e tra Poggio Imperiale e Vasto sud in direzione Pescara. A peggiorare la situazione in Molise c’è poi il crollo del ponte sul fiume Trigno lungo la statale 87, travolto dall’ondata di maltempo che si è abbattuta sulla costa.

Il governatore Roberti vede Salvini

La Protezione civile stima settimane di lavori, forse mesi, per ovviare ai disagi causati dalla frana, che ha un fronte di smottamento di circa quattro chilometri. «È un’emergenza nazionale», ha dichiarato Francesco Roberti, presidente della Regione Molise. Previsto un vertice con il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini.

Click day interrail, come ottenere un biglietto per viaggiare gratis in Europa

L’Unione europea torna a mettere a disposizione 40 mila biglietti gratis per viaggiare in treno in Europa nell’ambito dell’iniziativa DiscoverEu, che fa parte del programma Erasmus+ per i giovani. L’iniziativa è rivolta ai 18enni che possono presentare domanda dalle 12 di mercoledì 8 aprile alle 12 di mercoledì 22 aprile 2026. Per l’Italia sono previsti quasi 5.000 pass (4.994) sui 40 mila complessivi.

Chi può fare domanda e come candidarsi

Possono richiedere il pass i ragazzi nati tra il 1° luglio 2007 e il 30 giugno 2008 provenienti sia dagli Stati membri dell’Ue che dai paesi associati a Erasmus+ (Islanda, Liechtenstein, Norvegia, Macedonia del Nord, Serbia e Turchia). Per la candidatura è necessario un documento d’identità, un passaporto o un permesso di soggiorno validi. La domanda si può fare solo sul sito ufficiale https://youth.europa.eu/discovereu_it compilando un modulo online con i propri dati personali e rispondendo a un breve questionario sull’Unione europea. Le candidature saranno poi esaminate e i vincitori selezionati tramite sorteggio.

Come funziona il pass

I candidati vincitori riceveranno un pass di viaggio per esplorare l’Europa tra il 1º luglio 2026 e il 30 settembre 2027. Entro queste date potranno utilizzarlo per viaggiare in treno per sette giorni in un periodo di 30 giorni scelto da loro. Per garantire il più ampio accesso possibile si possono, se necessario, utilizzare modalità alternative di trasporto. In casi eccezionali e quando non sono disponibili altri mezzi, si potrà prendere anche l’aereo. In tal modo potranno partecipare a DiscoverEu anche i giovani che vivono in regioni remote o insulari. I partecipanti riceveranno anche una carta che consente loro di avere riduzioni su alloggio, visite e attività culturali, didattiche e sportive, mezzi pubblici, ristorazione e molto altro.

Vance: «Con l’Iran tregua fragile, ora negoziare in buona fede»

Il cessate il fuoco in Iran è «fragile» e Trump è «desideroso di fare progressi». Lo ha detto il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance a poche ore dall’accordo tra Washington e Teheran per una tregua di due settimane. «Gli iraniani hanno accettato di riaprire Hormuz, gli Usa hanno accettato di fermare gli attacchi. Questa è la base della tregua fragile che abbiamo ora», ha spiegato al Mathias Corvinus Collegium (Mcc) di Budapest, think tank vicino al governo di Viktor Orban. «Come mi ha detto il presidente ieri sera, gli iraniani sono negoziatori migliori di quanto siano combattenti. So che non gradiranno sentirlo, ma è vero», ha aggiunto. Trump, ha concluso, «è impaziente di ottenere risultati e ci ha chiesto di negoziare in buona fede». Le trattative inizieranno venerdì 10 aprile a Islamabad, in Pakistan. A capo della delegazione americana ci sarà lo stesso Vance, mentre il capo negoziatore per l’Iran sarà il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf.

Vance: «Con l’Iran tregua fragile, ora negoziare in buona fede»
JD Vance (Ansa).

Vance: «Delusi dall’Ue sull’Ucraina, Meloni e Orban ci hanno aiutati»

Vance è anche intervenuto sulla guerra in Ucraina, dicendo che gli Stati Uniti amano «l’Europa e le sue culture, visto che sono in fondo una nazione figlia del continente europeo», ma che sono «delusi da molta leadership politica europea, che non sembra davvero interessata a risolvere il conflitto». «Abbiamo avuto aiuto da alcuni partner. Giorgia Meloni è stata molto utile, così come alcune capitali europee, almeno dietro le quinte. Ma il più utile è stato Viktor Orban, perché ci ha spinto a comprendere entrambe le parti», ha evidenziato.

Davvero Trump e gli Usa possono fidarsi del Pakistan?

Per la serie “un ultimatum dopo l’altro”, dopo aver minacciato sui social di eliminare l’intera civiltà iraniana Donald Trump ha rinviato di due settimane il paventato attacco definitivo contro la Repubblica Islamica, in cambio della riapertura «completa, immediata e sicura» dello Stretto di Hormuz. Una tregua siglata grazie alla mediazione del Pakistan, che aveva chiesto alla Casa Bianca un cessate il fuoco di due settimane e all’Iran lo sblocco del budello crocevia mondiale del petrolio via nave «come gesto di buona volontà». Il 10 aprile partiranno i negoziati a Islamabad. Nella speranza che la tregua regga, resta però un dubbio: Trump (che parla di «vittoria totale e completa, al 100 per cento») e gli Stati Uniti quanto possono – davvero – fidarsi del Pakistan?

La parabola del Pakistan, che ora è nelle grazie del tycoon

Un tempo alleato nella Guerra Fredda, poi Stato terrorista da trattare come paria, ora tra i migliori amici degli Usa o, quantomeno, partner regionale privilegiato: curiosa la parabola del Paese mediatore per la fine di questo conflitto, tornato nelle grazie della Casa Bianca, come d’altra parte già aveva testimoniato l’incontro andato in scena il 25 settembre nello Studio Ovale a cui avevano partecipato Trump, il vice JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif e il capo dell’esercito Asim Munir. Trump, che nel suo primo mandato aveva pubblicamente criticato Islamabad per aver rifilato a Washington «nient’altro che menzogne e inganni», cancellando gli aiuti militari al Pakistan, al termine dell’incontro aveva definito i suoi ospiti «very great guys». Un cambio di prospettiva che, spiega Asia Times, non è fondato su una ritrovata convergenza di valori o su un grande progetto strategico, bensì su una serie di mosse da parte del Pakistan per ingraziarsi Trump.

Davvero Trump e gli Usa possono fidarsi del Pakistan?
Shehbaz Sharif e Donald Trump (Imagoeconomica).

Le mosse con cui Islamabad ha gonfiato l’ego di Trump

Innanzitutto, a marzo del 2025 le forze pakistane – sulla base di informazioni della Cia – hanno arrestato Mohammad Sharifullah, membro dell’Isis- Khorasan presunto ideatore dell’attentato all’aeroporto di Kabul del 26 agosto 2021, in cui persero la vita 13 militari statunitensi: una vittoria chiara e inequivocabile da presentare al popolo americano per Trump, in contrasto con i fallimenti del caotico ritiro dall’Afghanistan deciso dall’Amministrazione Biden. A maggio 2025, quando terminò il breve conflitto armato tra Pakistan e India, Islamabad attribuì buona parte del merito del cessate il fuoco proprio alla mediazione di Trump, arrivando a raccomandarlo formalmente per il Nobel. Tutto questo mentre il governo indiano negava il coinvolgimento Usa, attribuendo il successo ai negoziati tra le diplomazie dei due Paesi. Insomma, se da una parte il Pakistan pensava a gonfiare l’ego di Trump, dall’altra la nemica India si alienava i suoi favori.

Il sostegno americano fornisce ampie garanzie al Pakistan

Risultato? Quando è arrivato il momento dei dazi, Washington ha “ricompensato” Islamabad con tariffe (relativamente favorevoli) del 19 per cento, a fronte dell’aliquota del 50 per cento imposta all‘India. Questo in cambio dell’accesso privilegiato alle «enormi riserve petrolifere» del Paese, anche se le trivelle non hanno scovato alcun nuovo giacimento: secondo gli esperti, le parole del presidente Usa volevano certificare, più che un reale accordo sul greggio, l’inizio di una nuova era dei rapporti tra i due Paesi. Per Asia Times, per il Pakistan il sostegno americano rappresenta la «copertura diplomatica definitiva», che permetterà a Islamabad di «perseguire la propria agenda geoeconomica assertiva» senza il timore di inimicarsi Washington. In quest’ottica va ad esempio visto il patto di mutua sicurezza siglato il 18 settembre con l’Arabia Saudita.

Per Eisenhower era «l’alleato più fedele tra gli alleati»

Usa e Pakistan amici come prima, insomma. Dwight Eisenhower, che considerava il Paese un baluardo nella politica di contenimento del comunismo durante la Guerra Fredda, nella seconda metà degli Anni 50 definì il Pakistan – che aveva aderito a patti di difesa anti-sovietici promossi dagli Usa – «l’alleato più fedele tra gli alleati». Già allora la Casa Bianca, alla ricerca di amici vicino ai confini sovietici e cinesi, dimostrò di preferire il Pakistan all’India di Jawaharlal Nehru, vista con sospetto a causa della sua politica neutrale. Archiviato lo spauracchio dell’Urss, i rapporti tra i due Paesi si raffreddarono. Poi nell’era post-11 settembre il Pakistan tornò a essere un alleato chiave nell’invasione dell’Afghanistan (2001). Tuttavia il rapporto tra Washington e Islamabad subì un colpo durissimo quando nel 2011 Osama bin Laden fu individuato e ucciso all’interno di un complesso residenziale ad Abbottabad. Possibile che i servizi pachistani non sapessero nulla?

Davvero Trump e gli Usa possono fidarsi del Pakistan?
Il compund di Abbottabad dove si rifugiava Osama Bin Laden (Ansa).

Le accuse di doppiogiochismo, ormai archiviate da Trump

Da allora il Pakistan, accusato di aver dato supporto ai talebani e dunque di doppiogiochismo nella lotta al terrorismo, si è avvicinato progressivamente alla Cina. Allontanandosi, almeno ufficialmente, dagli Stati Uniti: nel 2018 la prima Amministrazione Trump certificò il deterioramento dei rapporti con la cancellazione degli aiuti militari, complice anche la preoccupazione per il nucleare pakistano. Ma, anche quando i rapporti politici erano in una fase di profonda crisi, la relazione a livello militare è rimasta in realtà piuttosto solida: aggirando l’autorità spesso frammentata e instabile dei governi di Islamabad, il Pentagono ha continuato a rapportarsi col quartier generale dell’esercito pakistano a Rawalpindi. Da qui la presenza a settembre nello Studio Ovale di Munir. I rapporti altalenanti e i sospetti incrociati tra i due Paesi suggeriscono che forse gli Stati Uniti non dovrebbero fare completo affidamento sul Pakistan: Trump avrà anche i suoi «ragazzi grandiosi» a Islamabad, tanto da aver coinvolto Sharif nel suo Board of Peace, ma una ripidissima discesa può essere sempre dietro l’angolo.

Sciopero aerei 10 aprile 2026: orari e fasce di garanzia

Per venerdì 10 aprile 2026 è in programma uno sciopero nazionale del settore aereo che durerà quattro ore, dalle 13 alle 17. La mobilitazione è stata indetta dai principali sindacati del settore, tra cui Uiltrasporti, Fast-Confsal e Astra, e coinvolgerà sia il personale dell’Enav, cioè la società che gestisce il traffico aereo italiano, sia quello di Techno Sky, che si occupa invece dei sistemi per la gestione dei voli. «Dopo mesi di trattative infruttuose, senza risposte su salario, diritti e futuro, è il momento di farsi sentire. Recupero inflattivo insufficiente. Tutele messe in discussione. Carichi di lavoro in aumento. Nessun confronto reale sui cambiamenti organizzativi. Noi non abbiamo firmato accordi al ribasso. Noi stiamo dalla parte delle lavoratrici e dei lavoratori», si legge in un post Facebook di Uiltrasporti Nazionale a proposito delle motivazioni dell’agitatazione.

Orari e fasce di garanzia

Nell’annunciare lo sciopero, l’Enav ha sottolineato che saranno garantite le prestazioni indispensabili secondo norma vigente. Saranno quindi sempre operativi i voli nelle fasce di garanzia, cioè dalle 7 alle 10 e dalle 18 alle 21. Nella fascia oraria interessata dallo sciopero, dalle 13 alle 17, potranno esserci ritardi, cancellazioni e disagi, mentre i voli programmati al di fuori della fascia dovrebbero operare regolarmente. Eventuali riorganizzazioni delle compagnie potrebbero comunque determinare modifiche dell’ultimo momento, motivo per cui è sempre consigliato controllare sul sito delle compagnie.

Usa, cos’è il 25esimo emendamento della Costituzione e cosa prevede

Negli Stati Uniti si torna a parlare del 25esimo emendamento della Costituzione dopo che alcuni esponenti dem hanno chiesto che si esplori la procedura per rimuovere il presidente Donald Trump. Si tratta di una modalità che prevede che il vicepresidente (in questo caso JD Vance) prenda i poteri del commander in chief come facente funzioni nel caso il cui quest’ultimo muoia, si dimetta o sia rimosso dal suo incarico per incapacità manifesta o malattia. A differenza dell’impeachment, dunque, il 25esimo emendamento consente di rimuovere il presidente senza che sia necessario elevare accuse precise.

Come si attiva

Per attivare il 25esimo emendamento, è sufficiente che il vicepresidente e la maggioranza del governo trasmettano una lettera al Congresso, sostenendo che il presidente non è più in grado di esercitare i poteri e i doveri legati al suo incarico. Se poi il presidente si oppone alla sua rimozione, la decisione spetta alla Camera dei rappresentanti del Congresso, che deve esprimersi con una maggioranza dei due terzi dei voti.

Chi l’ha invocato per Trump

A invocare la procedura per rimuovere Trump sono stati diversi democratici dopo che il tycoon, a poche ore dalla scadenza dell’ultimatum concesso all’Iran, aveva minacciato di «far morire un’intera civiltà» se non si fosse trovato un accordo. «Questa non è politica estera, è un pazzo squilibrato che minaccia di annientare un intero paese. È giunto il momento. Bisogna invocare il 25esimo emendamento», ha detto JB Pritzker, governatore dell’Illinois.

«Questa è una persona estremamente malata. Ogni repubblicano che si rifiuta di unirsi a noi nel votare contro questa guerra insensata basata sulla libera scelta si assume la piena responsabilità di tutte le conseguenze, qualunque cosa sia», ha aggiunto il senatore democratico Chuck Schumer.

Sulla stessa linea Robert Garcia, membro della Camera: «Donald Trump ha perso la testa e le sue minacce di annientare il popolo iraniano dovrebbero essere prese sul serio. È fuori controllo e il suo gabinetto e coloro che lo circondano devono essere fedeli alla Costituzione e invocare il 25° emendamento. Deve essere rimosso».

Anche per il collega Ro Khanna è necessario «invocare il 25esimo emendamento e rimuovere Trump. La minaccia di commettere crimini di guerra costituisce una palese violazione della nostra costituzione e delle Convenzioni di Ginevra».

Il precedente del 1974 con Ford e Nixon

Il caso più noto in cui si è fatto ricorso al 25esimo emendamento è quando il vicepresidente Gerald Ford, nel 1974, prese il posto di Richard Nixon, dimessosi dopo essere stato travolto dallo scandalo del Watergate. La procedura può essere applicata anche per un breve periodo di tempo, come successe per il vicepresidente George H. Bush che, nel 1985, fu presidente per alcune ore quando Ronald Reagan fu operato con anestesia generale. Simile situazione avvenne nel 2002, quando il vicepresidente Dick Cheney rimpiazzò sempre per alcune ore il presidente George W. Bush, sottoposto a operazione chirurgica.

Dopo la tregua con l’Iran, Kyiv chiede agli Usa di riportare l’attenzione sulla guerra in Ucraina

Dopo il cessate il fuoco con l’Iran, Kyiv ha esortato gli Stati Uniti a riportare l’attenzione sulla guerra in Ucraina. «Accogliamo con favore l’accordo tra il presidente Trump e il regime iraniano per sbloccare lo Stretto di Hormuz e cessare il fuoco, così come gli sforzi di mediazione del Pakistan. La fermezza americana sta dando i suoi frutti. Crediamo sia giunto il momento di dimostrare sufficiente fermezza per costringere Mosca a un cessate il fuoco e a porre fine alla guerra contro l’Ucraina», ha scritto su X il ministro degli Esteri ucraino Andriy Sybiga.

Raid russo su Zaporizhzhia: una vittima

Intanto le autorità locali ucraine segnalano che «i russi hanno colpito il distretto di Zaporizhia con bombe guidate» causando una vittima. A riferirlo è stato il governatore Ivan Fedorov. Nel villaggio di Balabyne, ha spiegato, edifici residenziali e non sono stati distrutti o danneggiati a seguito dell’attacco, e sono scoppiati degli incendi. Il corpo della persona deceduta è stato ritrovato sotto le macerie di una delle case coinvolte.

‘Ndrangheta, maxi operazione della polizia in cinque regioni: 54 arresti

Gli agenti della polizia di Stato hanno effettuato l’arresto di 54 persone tra le province di Vibo Valentia, Catanzaro, Reggio Calabria, Cosenza, Benevento, Milano, Rovigo e Viterbo, nell’ambito di un’inchiesta che ha dato conferma della piena operatività della consorteria di ‘ndrangheta nota come “Locale dell’Ariola” e, in particolare, della ‘ndrina che fa capo alle famiglie Emanuele e Idà di Gerocarne. Coinvolto per aspetti legati al traffico di stupefacenti anche Marco Ferdico, uno degli indagati dell’inchiesta “Doppia Curva”.

I reati contestati ai 54 arrestati

Le persone fermate sono accusate a vario titolo di associazione per delinquere di stampo mafioso, associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, tentato omicidio, lesioni aggravate, ricettazione, danneggiamento aggravato, detenzione e porto in luogo pubblico di armi, detenzione di materiale esplodente, estorsione, violenza o minaccia a pubblico ufficiale, procurata inosservanza di pena, favoreggiamento personale, trasferimento fraudolento di valori e uccisione di animali.

Le misure cautaleri disposte

Tra i nomi che spiccano per la gravità dei capi d’imputazione (che vanno dall’associazione mafiosa al narcotraffico) figurano elementi di spicco della ‘ndrangheta come Gerardo Accorinti, Ferdinando Bartone, Michele Carnovale e i componenti dei clan Emanuele, Idà e Castagna. Per loro è stata disposta la custodia cautelare in carcere. Marco Idà, Michele Idà, Domenico Nardo e Domenico Zannino sono stati posti agli arresti domiciliari con il divieto assoluto di comunicare con l’esterno. Per altri indagati (tra cui Michelangela Alessandria e Marco Fiorillo) è stata invece applicata la misura congiunta dell’obbligo di dimora con permanenza notturna e di presentazione alla polizia giudiziaria per quattro giorni a settimana.

I primi effetti della tregua Usa-Iran: cala lo spread, crollano i prezzi di petrolio e gas

L’accordo tra Usa e Iran per una tregua di due settimane condizionata alla riapertura dello Stretto di Hormuz è stato accolto positivamente dai mercati. Lo spread tra Btp e Bund è sceso a 73 punti in avvio di giornata, dopo aver toccato quota 88,3 punti nella chiusura di martedì 7 aprile. Forte calo anche dei rendimenti, con il decennale italiano che è passato dal 3,96 al 3,63 per cento. La Borsa di Milano ha aperto in rialzo, in linea con gli altri listini europei, con il primo indice Ftse Mib che ha guadagnato lo 0,99 per cento a 45.862 punti. Anche le Borse asiatiche hanno chiuso positivamente (Tokyo è volata al +5,39 per cento).

Giù i prezzi di petrolio e gas

Sul fronte delle materie prime, il petrolio affonda. Il Wti lascia infatti sul terreno il 18 per cento, scendendo ben sotto i 100 dollari al barile (93,03). Giù anche il prezzo del gas, con i contratti Ttf ad Amsterdam, mercato di riferimento, che sono scesi di oltre il 19 per cento a 43 euro al megawattora.

Perché la tregua con l’Iran indebolisce Trump e gli Usa

Gli Stati Uniti hanno ottenuto una «vittoria totale e completa, al 100 per cento», arrivando a un cessate il fuoco di due settimane con l’Iran. Donald Trump non ha dubbi. Dopo aver minacciato sui social di eliminare l’intera civiltà iraniana, allo scadere dell’ultimatum il presidente degli Stati Uniti ha fatto l’ennesimo dietrofront: basta bombe su Teheran per 14 giorni in cambio della riapertura «completa, immediata e sicura» dello Stretto di Hormuz.

L’Iran pretende di controllare lo Stretto di Hormuz

Da parte iraniana si frena l’entusiasmo. Nel piano di 10 punti redatto dal Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale del Paese, Teheran pretende di coordinare il traffico attraverso lo Stretto per garantirsi una «posizione economica e geopolitica unica» su un cruciale punto di passaggio del petrolio. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha poi messo in chiaro su X che durante le due settimane di tregua, «il passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz sarà possibile tramite coordinamento con le Forze Armate iraniane e tenendo conto dei limiti tecnici». Mentre secondo quanto riferito dall’agenzia Tasnim, nel periodo in questione Iran e Oman intendono imporre tariffe di transito alle navi.

La mediazione del Pakistan e il ruolo di Khamenei

Un ruolo centrale nel raggiungimento dell’accordo lo ha avuto il Pakistan – in contatto telefonico con JD Vance che si trovava in Ungheria – che ha mediato per avviare colloqui tra Washington e Teheran a partire da venerdì. La delegazione statunitense potrebbe essere guidata proprio dal vicepresidente. Sempre che la tregua regga. A sbloccare la situazione, secondo Axios, sarebbe stata la guida suprema – data da alcune fonti in coma – Mojtaba Khamenei che avrebbe detto ai suoi negoziatori, per la prima volta dall’inizio della guerra, di cercare un accordo. Nel frattempo le forze Usa in Medio Oriente e il Pentagono stavano preparando la campagna di bombardamenti contro infrastrutture iraniane cercando di intuire cosa avrebbe deciso Trump. «Non avevamo idea di cosa sarebbe successo. È stato folle», ha commentato un funzionario della Difesa ad Axios. Gli alleati nella regione a loro volta si stavano attrezzando per una eventuale ritorsione iraniana. Nel frattempo i mediatori pakistani con l’aiuto dei ministri degli Esteri di Egitto e Turchia facevano circolare tra Iran e Usa bozze di un accordo. A fine serata è arrivato l’ok di Washington alla proposta di due settimane di tregua. Teheran ha accettato, si dice dietro consiglio della Cina. Ma senza il via libera di Khamenei, precisano le fonti, «non ci sarebbe stato alcun accordo». Da parte israeliana, Benjamin Netanyahu era in costante contatto con Trump il quale ha ottenuto da Tel Aviv la promessa del cessate il fuoco. Ora bisognerà vedere quanto questo impegno sarà rispettato o meno.

La vittoria annunciata da Trump in realtà è una resa

Che si tratti di una «vittoria completa» come sostiene Trump però è tutto da vedere. Soprattutto se l’unico risultato dell’offensiva sarà aver concesso a Teheran il controllo di Hormuz, Stretto che prima era aperto alla libera navigazione. Non solo. L’ennesima mossa TACO solleva dubbi sulla credibilità stessa del presidente e rafforza la convinzione che la situazione in Medio Oriente gli sia sfuggita completamente di mano tanto da essere stato costretto a far passare per vittoria quella che pare a tutti gli effetti una resa.

Torna in scena il 25esimo emendamento

Con l’ultima minaccia diffusa sui social prima dello scadere dell’ultimatum – «un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita» – Trump ha oltrepassato ogni limite. Tanto da riportare al centro del dibattito lo stato della sua salute mentale. Sotto il secondo mandato del 79enne, gli Stati Uniti da pilastro della stabilità globale sono diventati una forza tanto letale quanto imprevedibile. È per questo che nelle ore concitate prima dell’ultimatum è stata avanzata la richiesta di attivare il 25esimo emendamento per rimuoverlo dall’incarico. L’atteggiamento di The Donald pesa poi come un macigno sulla democrazia americana e sul sistema di pesi e contrappesi. Il presidente avrebbe potuto sterminare milioni di civili iraniani senza l’autorizzazione del Congresso, con motivazioni contraddittorie e senza una vera exit strategy. Per rimuovere Trump dal suo incarico attivando il 25esimo emendamento sarebbe necessario il voto della maggioranza del suo gabinetto e del vicepresidente. Un’ipotesi al momento lunare. A invocarlo non sono stati però solo i democratici ma anche repubblicani e figure di spicco della destra Usa come il complottista Alex Jones, l’ex funzionario della Casa Bianca Anthony Scaramucci, l’ex deputata Marjorie Taylor Greene, la commentatrice di destra Candace Owens, fino al columnist del New York Times David French. Ci sono poi trumpiani delusi che pur non spingendosi fino all’attivazione del 25esimo emendamento hanno criticato il presidente. Tra questi Tucker Carlson. L’ex conduttore di Fox News ha definito un eventuale attacco alle infrastrutture iraniane un «crimine di guerra e di morale», degno di un «anticristo».