Referendum, Nordio si assume la responsabilità politica della sconfitta e punta il dito contro l’Anm

Parlando con Sky Tg24 all’indomani della netta sconfitta della maggioranza (più Azione) nel referendum sulla riforma della giustizia, il ministro Carlo Nordio si è preso la «responsabilità politica» della débâcle. «Questa è una riforma che porta il mio nome. Se ci sono stati dei difetti di comunicazione o impostazione sono stati anche i miei», ha dichiarato il Guardasigilli. «Colgo l’ennesima occasione per ricordare che la frase più contestata, quella sul cosiddetto sistema mafioso, io non l’ho mai detta, era la citazione della dichiarazione di un pubblico ministero», ha poi aggiunto. Intervistato dal Corriere della Sera, Nordio ha inoltre respinto l’ipotesi di dimissioni.

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Referendum, Nordio si assume la responsabilità politica della sconfitta e punta il dito contro l’Anm
Carlo Nordio e Giusi Bartolozzi (Imagoeconomica).

Nordio: «Bartolozzi non è in discussione»

Nordio ha inoltre chiarito che la sua posizione della sua capo di gabinetto Giusi Bartolozzi non è in discussione: «Per quanto riguarda le osservazioni fatte sia dagli appartenenti del mio ministero, sia di altri della nostra coalizione, credo che bilanciando le osservazioni sopra le righe fatte dai nostri e fatte dai loro, la situazione algebrica sia equivalente». E poi: «Non credo che questo eccesso di polemica, della quale ho sempre tenuto di tenermi lontano, abbia influito più di tanto». Bartolozzi aveva definito parte della magistratura un «plotone d’esecuzione». Così su Andrea Delmastro, al centro di un nuovo caso: «Fino a ieri sono stato talmente occupato con il referendum, che la vicenda del sottosegretario mi è arrivata del tutto inattesa, non sapevo nemmeno di che cosa si parlasse. Sono certo che riuscirà a chiarire».

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Referendum, Nordio si assume la responsabilità politica della sconfitta e punta il dito contro l’Anm
Carlo Nordio (Imagoeconomica).

Le parole del Guardasigilli sull’Anm

Nordio ha anche affermato che a vincere, più che il No, è stata l’Associazione nazionale magistrati: «Purtroppo ora l’intervento della magistratura associata e sindacalizzata sarà quello di una forte pressione politica. Questo darà all’Anm un potere contrattuale che sarà aumentato e di cui farà i conti anche la sinistra, perché prima o poi andranno anche loro al governo». Inoltre, ha aggiunto, «nella coalizione ci sarà una controversia intestina per attribuirsi la vittoria. E dovranno fare i conti con l’Anm che diventa un soggetto politico anomalo, che si contrappone ai governi».

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Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni

Hanno votato. E questo, già di per sé, è una notizia. Quelli della Gen Z sono andati alle urne il 22 e 23 marzo e sono stati determinanti sul risultato, facendo quello che sondaggisti, consulenti di comunicazione e i guru delle segreterie di partito non avevano messo in conto. Tra i 18 e i 34 anni il no ha stravinto con stime intorno al 60 per cento dei voti, e la partecipazione è stata del 67 per cento (nonostante le difficoltà dei fuorisede), a fronte di un’affluenza nazionale al 58,9 per cento. Non li hanno visti arrivare, si è detto. Non si è capita la dirompente portata del loro voto. E si sono espressi con una precisione chirurgica che ai genitori, boomer o Generazione X che si battevano per le grandi ideologie novecentesche, non è mai riuscita. Senza nostalgie, bandiere o stanche liturgie, ma con una croce il cui significato travalica la materia del contendere.

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
Festeggiamenti a piazza Barberini, Roma, per la vittoria del no al referendum sulla giustizia (foto Ansa).

Lasciano l’Italia non certo per snobismo cosmopolita

È stato, forse per la prima volta, un voto politico e insieme generazionale. Parliamo di ragazzi che studiano con i soldi propri o con quelli dei genitori, e se va bene pagano un monolocale mille euro. Che lasciano l’Italia perché all’estero trovano un lavoro migliore e meglio retribuito, in un ambiente dove il merito non è un termine buono solo per propaganda e convegni. Altro che snobismo cosmopolita o mancanza di attaccamento alla loro terra.

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
La manifestazione organizzata dal Comitato per il no sociale al referendum in Piazza SS Apostoli, a Roma (foto Ansa).

Non scelgono fra Israele e Palestina come fossero due squadre di calcio, sono invece inorriditi dalle migliaia di bambini e di anziani morti le cui immagini scorrono ogni giorno sui loro cellulari. Non capiscono perché la guerra sia diventata l’unica igiene del mondo. E sui diritti civili e la parità di genere non negoziano.

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Cartelli con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni a testa in giù durante i festeggiamenti a Napoli (foto Ansa).

Si fanno le domande giuste. Per esempio: perché il governo è amico di Trump?

Sono antropologicamente pacifisti, non per ingenuità ma per convinzione profonda e cultura. Non postano come si vestono e si guardano bene dall’inseguire l’influencer di turno. Sono ragazzi normali con davanti un futuro che si complica ogni anno di più, che legano la loro prospettiva di vita a quella del Pianeta e ne traggono spaventose conclusioni. E soprattutto si fanno le domande giuste. Per esempio: perché il governo è amico di Donald Trump, uno che senza una logica plausibile sta contribuendo ad alimentare instabilità geopolitiche che saranno loro a dover pagare?

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Tanti giovani in piazza dopo la vittoria del no (foto Ansa).

Sono molto più difficili da ignorare di un hashtag

Giorgia Meloni ha incassato una pesantissima sconfitta. Se non ne capisce le ragioni, magari influenzata dalla narrazione del suo cerchio magico il cui unico scopo è perpetuare la rendita di posizione, e interpreta questo voto come un sussulto passeggero, un rigurgito delle piazze dove i giovani vengono indistintamente catalogati come amici dei terroristi, avrà un problema serio. Perché adesso questa generazione ha scoperto che le urne funzionano, sono molto più difficili da ignorare di un hashtag, e non basta una comparsata da Fedez per conquistarli.

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
Un messaggio per Meloni da parte dei giovani (foto Ansa).

Anche la sinistra questi ragazzi non li aveva visti arrivare

Paradossalmente, l’unica speranza di Meloni è la sinistra. Che fa l’errore speculare. Giuseppe Conte, Elly Schlein e gli altri già si vedono al governo, sfogliano la margherita delle coalizioni e litigano sulle poltrone future. Tutti eccitati come uno scolaro che inaspettatamente ha preso un bel voto e corre a mostrarlo ai genitori. Peccato che anche la sinistra questi ragazzi non li avesse visti arrivare. Per anni ha parlato ai giovani come ci si rivolge a un pubblico residuale, da corteggiare a ridosso delle elezioni con esternazioni di circostanza sulla fine del precariato e la miglior qualità della vita.

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
Giovani in piazza (foto Ansa).

Il referendum dimostra che non sembrano più disposti ad aspettare

Ma il punto è che la Gen Z non è di sinistra né di destra. È di se stessa, fuori da schemi e contesti che ambirebbero a ingabbiarla. Ha valori precisi, una bussola morale che funziona e una capacità di indignarsi che non degenera in rancore, ma nel giudizio impietoso sulla demagogica ipocrisia delle classi dirigenti. Non cercano padrini politici fintamente solidali giusto il tempo per carpirne i favori e poi mollarli al loro destino, ma qualcuno che li prenda sul serio. Per ora non l’hanno ancora trovato. L’esito del referendum però dimostra che non sembrano più disposti ad aspettare.

Missili di Stati Uniti e Israele contro i gasdotti iraniani

Parlando di «colloqui costruttivi» di un cambio di regime in corso in Iran (entrambi smentiti da Teheran), Donald Trump ha annunciato di aver rinviato di cinque giorni gli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane. Ma, nel corso della mattinata del 24 febbraio, due stabilimenti di gas e un gasdotto sarebbero stati presi di mira da raid statunitensi e israeliani. Lo riporta l’agenzia di stampa Fars.

Missili di Stati Uniti e Israele contro i gasdotti iraniani
Donald Trump (Ansa).

«Nell’ambito dei continui attacchi perpetrati dal nemico sionista e americano, l’edificio dell’amministrazione del gas e la stazione di regolazione della pressione del gas in via Kaveh a Isfahan sono stati presi di mira», spiega Fars, aggiungendo che gli impianti nell’Iran centrale «sono stati parzialmente danneggiati». L’agenzia ha inoltre riferito di un raid contro il gasdotto della centrale elettrica di Khorramshahr, nel sud-ovest del Paese, vicino al confine con l’Iraq.

Il cambio di rotta di Trump era arrivato poche ore prima della scadenza dell’ultimatum al termine del quale aveva minacciato di attaccare le centrali elettriche iraniane in caso di mancata riapertura dello Stretto di Hormuz. Il ministro dell’Energia iraniano, Abbas Aliabadi, ha minimizzato le minacce del presidente Usa riguardo a possibili attacchi contro le centrali elettriche di Teheran, affermando che la Repubblica Islamica ha decentralizzato la sua produzione elettrica e che pianifica di ricostruire gli stabilimenti se verranno colpiti.

Sondaggi Swg 23 marzo 2026: salgono Lega e Fdi, giù Pd e Forza Italia

Secondo i sondaggi Swg trasmessi dal TgLa7 lunedì 23 marzo 2026, Fratelli d’Italia recupera lo 0,1 per cento e sale al 29,5 per cento, restando saldamente in testa alla classifica dei consensi, mentre il Partito democratico cede lo 0,2 e si ferma al 21,5 per cento. In calo anche il Movimento 5 stelle, con il 12,2 per cento (-0,1) e Forza Italia, di nuovo scesa sotto l’8 per cento (7,8). In una settimana, il partito di Antonio Tajani ha perso lo 0,2. Segue la Lega, che scavalla di nuovo Avs e arriva al 6,8 per cento (+0,2). L’Alleanza Verdi Sinistra rimane invece stabile al 6,6 per cento. Tra i partiti minori, Azione cala dello 0,1 fermandosi al 3,4 per cento, mentre Futuro Nazionale di Vannacci perde lo 0,2 e si stanzia al 3,3. Seguono Italia Viva al 2,5 per cento (+0,2), Più Europa all’1,4 per cento (-0,1) e Noi Moderati all’1,2 per cento (+0,1).

Sondaggi Swg 23 marzo 2026: salgono Lega e Fdi, giù Pd e Forza Italia
Sondaggio Swg (X).
Sondaggi Swg 23 marzo 2026: salgono Lega e Fdi, giù Pd e Forza Italia
Sondaggio Swg (X).

Aereo militare caduto in Colombia, sale il bilancio delle vittime

È salito ad almeno 66 morti il bilancio dello schianto di un aereo militare colombiano con a bordo 125 tra soldati e membri dell’equipaggio, precipitato il 23 marzo nella Foresta Amazzonica poco dopo il decollo da Puerto Leguizamo, vicino al confine meridionale con Ecuador e Perù. L’aereo precipitato era un Hercules C-130, velivolo utilizzato spesso in Colombia per il trasporto di militari. A febbraio, un altro incidente aveva coinvolto un aereo dello stesso tipo: il velivolo si era schiantato nella città di El Alto, causando la morte di 20 persone. Non sono ancora note le cause dell’incidente, ma è stato escluso che il disastro sia dovuto a un’azione dei tanti gruppi armati che operano nel Paese sudamericano.

Usa, Markwayne Mullin nuovo capo della Sicurezza interna

Il Senato americano ha confermato Markwayne Mullin come nuovo capo del dipartimento per la Sicurezza interna (Dhs) dopo il licenziamento di Kristi Noem avvenuto all’inizio del marzo 2026. La votazione di conferma ha visto 54 voti favorevoli e 45 contrari. 48 anni, ex wrestler e combattente di arti marziali, Mullin è stato senatore per l’Oklahoma. Durante l’audizione di conferma davanti al Senato tenutasi la settimana prima, ha dichiarato che uno dei suoi obiettivi sarebbe stato quello di allontanare il Dhs e la sua controversa agenzia per l’Immigrazione e le dogane (Ice) dai riflettori: «Il mio obiettivo, tra sei mesi, è che non siamo la notizia principale ogni singolo giorno. Voglio proteggere la patria. Voglio portare tranquillità. Voglio restituire fiducia all’agenzia». Mullin ha poi aperto all’ipotesi di richiedere mandati per l’applicazione delle norme sull’immigrazione. Un potenziale cambio di passo rispetto all’attuale politica e una richiesta dei Democratici nell’ambito delle trattative in corso sui finanziamenti, scaduti il 14 febbraio.

I No in Forza Italia: berluscones tra accuse incrociate e resa dei conti

C’è un dramma nel dramma nel centrodestra per la sconfitta al referendum sulla giustizia. Ed è la tragicommedia all’interno di Forza Italia. Lo scossone arriva verso la fine del pomeriggio quando la Rai trasmette un sondaggio Opinio con le stime di voto partito per partito. Ebbene, da quei dati si nota che il partito di centrodestra i cui elettori hanno espresso più voti per il No sarebbe proprio FI: addirittura il 17,9 per cento (quasi il 18) dei voti azzurri sono andati al No, seguiti dal 14,1 per cento dei leghisti e dall’11,2 per cento dei meloniani.

I No in Forza Italia: berluscones tra accuse incrociate e resa dei conti
Antonio Tajani (Imagoeconomica).

La delusione di Marina e Pier Silvio

Chi l’avrebbe mai detto che il No avrebbe fatto proseliti proprio nel partito azzurro? Che, per inciso, è quello che ha marciato più deciso nella campagna per il Sì sulla separazione delle carriere, cavallo di battaglia di un’intera vita di Silvio Berlusconi. Il quale amava ripetere che «quando un pm arriva nell’ufficio di un giudice deve entrarci con il cappello in mano così come fa l’avvocato della difesa». Forza Italia, inoltre, è il partito che più ha speso nella campagna referendaria: 1,2 milioni di euro provenienti dai gruppi parlamentari, quindi soldi pubblici. Senza contare l’endorsement degli eredi. Quello di Marina Berlusconi con una lettera inviata a Repubblica l’8 marzo scorso, e quello di Pier Silvio: «Voterò un Sì convinto».

I No in Forza Italia: berluscones tra accuse incrociate e resa dei conti
Marina Berlusconi (Ansa).

Le accuse della maggioranza azzurra a Mulè

La campagna è stata affidata a Giorgio Mulè che ora alcuni nel partito vorrebbero mettere sulla graticola. Perché se l’ex direttore di Panorama si è visto molto in tv, dove a Piazzapulita è stato abilissimo a zittire Henry John Woodcock, ed è stato un campione sui social, sul territorio non ha dato grandi prove di sé.

E soprattutto, sussurrano i critici, non è stato in grado di organizzare significative manifestazioni di piazza. «Aveva annunciato dei manifesti 6×3 in perfetto Silvio style. Ebbene, voi li avete visti per caso…?», si chiede qualche esponente della maggioranza azzurra. Che nei talk ha visto sfilare quasi sempre i big della minoranza: Alessandro Cattaneo, Licia Ronzulli, e appunto Mulè. Neppure quando in serata un altro sondaggio ha abbassato la quota azzurra del No all’11 per cento (per la Lega è rimasta al 14), gli animi si sono placati. «Com’è possibile che proprio noi, il partito di Silvio Berlusconi, che da 30 anni ci opponiamo alla politicizzazione della magistratura, abbiamo tra i nostri elettori così tanti aficionados del No…?», si chiedono alcuni deputati giunti alla Camera per assistere allo spoglio in Sala Colletti insieme ad Antonio Tajani.

I No in Forza Italia: berluscones tra accuse incrociate e resa dei conti
Giorgio Mulè (Imagoeconomica).

Dito puntato contro gli scivoloni di Via Arenula

Insomma, tra i berluscones l’umore è nero, anche perché – al di là delle recriminazioni interne – attribuiscono agli alleati i veri motivi della sconfitta. Al disimpegno della Lega, che i forzisti hanno apertamente criticato anche in campagna elettorale, e agli scivoloni di Carlo Nordio, della sua capo di gabinetto Giusi Bartolozzi e del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro. «In Via Arenula c’è il bar di guerre stellari: solo quei tre ci hanno fatto perdere almeno 5 punti percentuali…», sussurrano i forzisti.

I No in Forza Italia: berluscones tra accuse incrociate e resa dei conti
Carlo Nordio con Andrea Delmastro (Imagoeconomica).

La leadership di Tajani è di nuovo a rischio?

Resta però l’amarezza di fondo di aver fatto evaporare forse per sempre il sogno berlusconiano sulla separazione delle carriere. E sottotraccia si ricomincia a mettere in discussione la leadership di Tajani. Anche se al momento nomi alternativi al ministro degli Esteri non se ne vedono, a meno che Roberto Occhiuto ci ripensi e decida di candidarsi al congresso, eventualità al momento piuttosto improbabile. Una cosa però è certa: ad Arcore c’è molta delusione e questo non aiuterà il già difficile rapporto della famiglia con l’attuale segretario forzista e il suo cerchio magico laziocentrico. Per la cronaca, proprio nel fortino dei Berlusconi, nella Brianza che ha votato in favore della riforma, il No ha avuto la meglio con il 50,25 per cento delle preferenze. Quarantasette voti di scarto che però fanno parecchio male.

I No in Forza Italia: berluscones tra accuse incrociate e resa dei conti
Paolo barelli con Antonio Tajani (Imagoeconomica).

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