Nelle elezioni municipali che sono appena svolte in Francia la sinistra ha tenuto il controllo di Parigi, Marsiglia e Lione. Nella Capitale transalpina è stato eletto sindaco Emmanuel Gregoire, candidato della gauche che ha rifiutato l’alleanza con La France Insoumise: superata l’ex ministra Rachida Dati. Il nuovo primo cittadino ha ottenuto il 50,52 per cento dei voti. L’ex ministra, un tempo protetta di Nicolas Sarkozy e oggi vicina al presidente Emmanuel Macron, si è fermata al 41,52 per cento delle preferenze, mentre Sophia Chikirou di LFI si è classificata terza con il 7,96 per cento dei voti. Ecco chi è Gregorie, che succede alla collega Anne Hidalgo.
Emmanuel Gregoire, nuovo sindaco di Parigi (Ansa).
La carriera politica di Gregoire, nuovo sindaco di Parigi
Esponente del Partito socialista, Gregoire è nato nel 1977 a Les Lilas, nella regione dell’Île-de-France. Figlio di un militante del Partito comunista, dopo aver frequentato l’Institut d’études politiques de Bordeaux si è avvicinato ai socialdemocratici, aderendo al partito nel 2002, in occasione della corsa all’Eliseo di Lionel Jospin. Dal 2010 al 2012 è stato capo di gabinetto del sindaco di Parigi Bertrand Delanoë. Poi, dopo la vittoria di François Hollande alle elezioni presidenziali del 2012, è entrato a fare parte del suo staff, lavorando anche per il primo ministro Jean-Marc Ayrault. A seguito delle dimissioni di quest’ultimo, Gregoire è tornato al Comune di Parigi nella squadra della neoeletta sindaca Hidalgo, come assessore, inizialmente con delega alle risorse umane, ai servizi pubblici e alla modernizzazione amministrativa e successivamente al bilancio e alla trasformazione delle politiche pubbliche. Nel 2018 ha preso il posto di Bruno Julliard come primo vicesindaco. Nel 2024 l’addio all’Hôtel de Ville e l’approdo all’Assemblea Nazionale come deputato del settimo collegio elettorale di Parigi. Che, ha precisato dopo l’elezione a sindaco, «non è e non sarà mai una città di estrema destra», promettendo di fare della capitale transalpina un «laboratorio di resistenza» in vista delle Presidenziali del 2027.
Tre segretari e due funerali. Da domenica 22 marzo 2026, la tribolata storia della Lega, il partito più vecchio dell’attuale arco parlamentare, si può riassumere in un titolo. I tre segretari, come è noto, sono due varesotti, Umberto Bossida Cassano Magnago e Roberto Maroni da Lozza; e un milanese, Matteo Salvini dal Giambellino. I funerali sono quelli dei primi due, e potrebbero portare al funerale politico del terzo. In mezzo ai tre capi leghisti, per la verità, galleggia da decenni l’altro importante dirigente lumbard della provincia di Varese, Giancarlo Giorgetti da Cazzago Brabbia.
Renzo Bossi e Giancarlo Giorgetti ai funerali di Bossi (Imagoeconomica).
Giorgetti, il gran ciambellano delle esequie del Senatùr
Il ‘don Abbondio’ della Lega si è vestito da Richelieu al funerale di Bossi, domenica a Pontida. Gran ciambellano delle esequie “senza cerimoniale”, ha accolto la famiglia di Bossi e le più alte cariche, e gestito l’addio al fondatore proprio come un erede, mentre Salvini veniva umiliato pubblicamente da alcuni, con fischi e insulti («Traditore», «Giuda»). Ma sono lontani i tempi in cui il Senatùr nutriva nel “Gianca” grandi speranze. «Il futuro è dei giovani come Giorgetti, ma non diciamolo troppo forte, perché sennò si monta la testa», diceva Bossi prima dell’ictus che lo colpì nel 2004.
L’assordante silenzio di Bossi al funerale di Maroni
Per la verità, di recente, aveva riprovato a ‘spingere’ Giorgetti verso la segreteria, subito stoppato dalla sua famiglia che temeva rappresaglie di Salvini sulla candidatura del vecchio capo in Parlamento e il conseguente blocco di tutte le entrate. Ed è qui che bisogna tornare con la mente all’altro funerale, anch’esso centrale nella storia del partito. Il 25 novembre del 2022, nella chiesa San Vittore di Varese, si celebravano le esequie di Stato di Roberto Maroni.
Luca Zaia con Massimiliano Fedriga al funerale di Stato di Roberto Maroni a Varese, il 25 novembre 2022 (Ansa).
Anche lì Salvini arrivò con il volto scuro, mentre Giorgetti era visibilmente commosso. Ma – la cosa passò sotto traccia – il Senatùr non si fece vedere. Non una parola pronunciata, nemmeno una dichiarazione scritta da inviare alla stampa tramite la fidata Nicoletta Maggi. Il motivo è molto semplice: la famiglia di Bossi, che lo ha controllato negli ultimi anni, non ha mai perdonato Maroni e Salvini di aver organizzato la famosa serata delle scope in cui il fondatore, in lacrime, chiedeva pubblicamente scusa per la vicenda delle irregolarità nei rimborsi elettorali in cui vennero coinvolti anche il figlio Renzo e componenti del cerchio magico bossiano.
Roberto Maroni alla Fiera di Bergamo nel 2012 (Ansa).
I fischi a Salvini in camicia verde e quel “tradimento” mai perdonato
La parola «traditore» associata a Salvini, pronunciata al funerale di Bossi a Pontida, cela anche questo. Nelle spiegazioni dei ‘nordisti’ più ortodossi, poi, il segretario attuale ha “tradito” tutti gli ideali del fondatore con la trasformazione della Lega in un partito nazionale, i progetti per il Sud, il ponte sullo Stretto di Messina. Ma il “bacio di Giuda” a Manuela Marrone, la moglie di Bossi, è un’accusa che porta con sé ancora l’acredine di quella serata alla Fiera di Bergamo in cui Bossi fu costretto alle lacrime sul palco mentre in platea Salvini distribuiva le scope per «fare pulizia». Insomma, come nelle migliori famiglie, anche nella Lega, certe cose non si cancellano. Certo che se colui che ha rottamato la Padania si presenta a Pontida con la camicia verde – per molti un affronto e una provocazione – il coro parte spontaneo: «Mollala quella camicia».
Il leader della Lega Matteo Salvini è stato brevemente contestato al suo arrivo a Pontida per i funerali di Umberto Bossi. "Togli la camicia verde, vergogna," gli hanno urlato. Applausi per Giorgia Meloni, poi un gruppo urla "secessione, secessione." pic.twitter.com/tFsOWVfLot
Il progetto di Bossi: riunificare le associazioni nordiste nel partito
Cosa porterà tutto ciò è ancora presto per dirlo. Sicuramente i fischi sono stati limitati a una parte, alcuni fuoriusciti del Patto per il Nord di Paolo Grimoldi, o del partito di Roberto Castelli. Ma la delusione verso Salvini è generalizzata. Il desiderio di Bossi – ha rivelato l’amico Giuseppe Leoni – era di riunificare tutte le associazioni nordiste sotto la bandiera della Lega, anche se guidata da Salvini. Non si sa se l’apertura potrà essere accolta dal segretario leghista che ha dimostrato nervosismo per i fischi a Pontida, tanto che la fidanzata Francesca Verdini ha risposto accusando un contestatore di essere un «cafone».
Funerali di #Bossi a Pontida: scontro tra Francesca Verdini e un militante leghista. “Ridacci la Lega, Salvini!”, ha urlato l’uomo. La compagna del leader del Carroccio gli ha risposto: “Sei a un funerale, cafone. Vai, maleducato. Vattene a casa”. ( LaPresse) @PolitikosItpic.twitter.com/dkofODUWIV
Il futuro della Lega e le spinte per un nuovo leader
Certo, in vista delle Politiche del prossimo anno, ogni punticino o mezzo punticino in più fa sempre comodo. Ma bisogna arrivarci in forze alle urne. E mentre Salvini sembra arrancare, la famiglia del Senatùr appare molto determinata a far valere la propria influenza sulla Lega. In primo luogo, vorrebbe che un altro Bossi portasse avanti la storia del padre e non si sono rassegnati dopo il disastro della candidatura di Renzo al Pirellone. Nelle scorse ore avrebbero avanzato ai vertici leghisti richieste di questo tipo. E poi sentono talmente la Lega come cosa loro che vorrebbero spingere per un nuovo segretario. Giorgetti, appunto. Che non si sogna neanche di farlo. Allora, Luca Zaia, che al funerale è stato tra i più applauditi, oltre a – sorpresa – Giorgia Meloni. Ma anche Zaia vorrebbe tenersi lontano da tanto attivismo, che potrebbe essere letto come prepotenza. In attesa, forse, di tempi più maturi.
L’aeroporto Fiorello LaGuardia, il più piccolo ma anche il più centrale degli scali di New York, è stato chiuso in seguito a uno scontro in pista tra un aereo che stava atterrando e un veicolo, avvenuto alle 23:40 del 22 marzo. Nell’incidente sono morti il comandante e il secondo pilota dell’aereo. Ci sono anche 13 feriti, tra cui due vigili del fuoco.
At approximately 11:40 p.m. on Sunday, a Jazz Aviation flight operating on behalf of Air Canada was involved in an incident on Runway 4 at LaGuardia Airport in which the aircraft struck a Port Authority Aircraft Rescue and Firefighting vehicle that was responding to a separate…
Coinvolti un velivolo Jazz Aviation operante per conto di Air Canada, che era partito dall’aeroporto internazionale di Montreal, che si è scontrato sulla pista 4 con un mezzo di soccorso e antincendio dell’Autorità Portuale, che stava intervenendo per un altro incidente.
Riaperti dalle 7 i seggi per il referendum confermativo della legge costituzionale recante: “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”. Le urne saranno aperte fino alle 15, poi inizierà lo spoglio. Il primo giorno di voto sulla riforma della giustizia si è chiuso alle 23 di domenica 22 marzo con un’affluenza al 46,07 per cento, oltre ogni aspettativa. Le percentuali parziali superano infatti già i precedenti referendum costituzionali per i quali le urne erano rimaste aperte due giorni: in occasione della consultazione del 2020 sul taglio dei parlamentari, alla stessa ora, sei anni fa, aveva votato il 39,4 per cento degli aventi diritto (il giorno dopo si sarebbe arrivati al 51,12 per cento). A Bologna e Firenze l’affluenza alle 23 era già arrivata al 57 per cento. A Milano ha superato il 53 per cento. Attorno al 50 per cento Roma, Genova, Verona, Brescia, Treviso, Cremona e Vicenza. Maglia nera la Sicilia, con un’affluenza attorno al 35 per cento. Non c’è quorum, vince dunque chi prende un voto in più.
Una telefonata allunga la vita. Il fortunato spot dell’allora Telecom, rinfrescato in una new edition per il Festival di Sanremo, ha avuto vita breve. La telefonata, arrivata come fulmine a ciel sereno nella serata di domenica mentre l’attenzione si spartiva tutta tra referendum e guerra, l’ha fatta Poste Italiane, annunciando per il colosso delle tlc il fine vita. Stop, si torna alle origini e al secolo scorso: l’ex gigante pubblico torna nelle mani dello Stato che con una discussa privatizzazione, Prodi regnante, se n’era privato. È finita insomma come succede in tante storie, con un ritorno a casa.
La Torre Telecom Italia di Rozzano (Imagoeconomica).
Trent’anni di disastri privati inaugurati da Prodi
I liberisti durie puri alzeranno il sopracciglio. Ma vista la lunga odissea dell’azienda, meglio così. Questi 30 anni sono stati un lungo, costoso e a tratti umiliante esperimento mal riuscito, conclusosi con un’inappellabile sentenza: nelle telecomunicazioni, settore sempre più strategico, i privati non ci hanno mai saputo fare granché. Anzi, hanno combinato disastri inenarrabili. A partire da subito, da quel lontano 1997 in cui Prodi, in uno slancio di entusiasmo liberista che in fondo non gli apparteneva, varò la privatizzazione di Telecom Italia, incassando 26 mila miliardi di vecchie lire. Una cifra che oggi fa ridere, ma allora destava il sospetto di voler favorire i soliti noti. Per ammorbidire i più scettici, il Professore si era infatti inventato il cosiddetto nocciolino duro: un nucleo stabile di azionisti, famiglia Agnelli in testa, banche e assicurazioni, che avrebbero dovuto fare da presidio. Guardiani del fortino, sentinelle dell’italianità. Si addormentarono in fretta.
Massimo D’Alema e Romano Prodi (Ansa).
La scalata della «razza padana» guidata da Colaninno
Due anni dopo, con Massimo D’Alema a Palazzo Chigi (l’unica merchant bank dove non si parla inglese, ebbe a dire allora la buonanima di Guido Rossi) a fare da decisivo sponsor arrivò Roberto Colaninno. Lui e la cordata che la stampa dell’epoca ribattezzò con una certa irriverenza la «razza padana», sconosciuti imprenditori del Nord, capitani coraggiosi, gente che nel suo ci sapeva fin troppo fare, si presero prima l’Olivetti e poi Telecom con una scalata che fece epoca. Il topolino che ingoiava l’elefante. Debito su debito, leva su leva, una pletora di professionisti e banche d’affari pronti a gonfiarsi le tasche, centinaia di miliardi caricati sulle spalle di un gruppo che da quel fardello non si sarebbe più ripreso.
Roberto Colaninno nel 2001 (Imagoeconomica).
Da Pirelli ai “barbari”: Telefónica e poi Vivendi
Durò poco. Nel 2001 entrò Marco Tronchetti Provera. Altro giro, altra corsa, altri debiti che ingolfavano la già precaria situazione dei conti. E una storiaccia di dossieraggi, intercettazioni, polemiche sulla Security interna che sembrava una centrale di spionaggio. Nel 2006 Pirelli tolse il disturbo lasciando intatte tutte le macerie che Tronchetti si era illuso di sgomberare.
Marco Tronchetti Provera e Giuliano Tavaroli (Imagoeconomica).
Poi fu l’era dei barbari. Prima gli spagnoli di Telefónica, diventati padroni per una strana carambola del destino senza che nessuno si stracciasse più di tanto le vesti sull’italianità perduta. Quindi i francesi: il destro e nell’occasione maldestro Vincent Bolloré. Vivendi, primo azionista, mise i suoi uomini nel consiglio d’amministrazione pensando di domare la bestia. Invece l’affamò. Finale inglorioso: i transalpini che si tirano indietro, relegati al ruolo paradossale di padroni che non comandano.
Vincent Bolloré (Imagoeconomica).
La separazione della rete e la zampata di KKR
Nel frattempo Tim perdeva quote di mercato, bruciava piani industriali, vedeva la capitalizzazione di Borsa precipitare ai minimi. Fino alla svolta della separazione della rete. KKR, fondo americano, se la portò a casa a una cifra ben al di sotto delle aspettative. Con la velleitaria nazionalizzazione dell’infrastruttura fisica, i cavi, i doppini, la dorsale delle comunicazioni del Paese diventò nei fatti una cessione allo straniero. Una vicenda che in altri tempi avrebbe scatenato polemiche parlamentari di settimane passò invece per sfinimento, senza troppi sussulti. Debiti ridotti, ma prospettive ancora incerte e margini in perenne contrazione.
Il logo Tim (Imagoeconomica).
L’ultimo atto targato Poste e il ritorno di Tim allo Stato
Fino all’ultimo atto: Poste prima compra la quota di Vivendi lasciando in apparenza il vecchio management, l’ad Pietro Labriola in testa, al suo posto. Poi cala la zampata finale: l’Ops per incorporare Tim e toglierla dal listino. Il cerchio si chiude. Ma dalla privatizzazione di fine secolo è passata tanta acqua sotto i ponti, e Tim ha cambiato fisionomia. Quella del 2026 è un’azienda più piccola, senza la rete, con lo Stato che torna sulla tolda di comando. Una saga industriale fatta di passaggi di mano, debiti mai del tutto smaltiti, strategie rimaste sulla carta. Fino alla conclusione: c’è Poste per te. Così, alla lunga, la madre di tutte le privatizzazioni ha partorito la figlia di tutte le rinazionalizzazioni.