Chi potrebbe prendere il posto di Larijani come segretario del Consiglio di Sicurezza iraniano

L’attacco aereo israeliano che ha ucciso Ali Larijani ha eliminato uno dei più esperti e influenti strateghi politici dell’Iran, che in qualità di segretario del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale era al centro del processo decisionale in materia di guerra, diplomazia nucleare e alleanze internazionali. Pe quanto proveniente da una prestigiosa famiglia clericale, Larijani non era un leader religioso. Ma, fedelissimo di Ali Khamenei, proprio dall’ayatollah aveva ricevuto l’incarico di garantire la sopravvivenza della teocrazia. Secondo gli analisti, negli ultimi mesi aveva concentrato nelle sue mani un enorme potere all’interno del regime, che non era stato intaccato (anzi) dalla nomina di Mojtaba Khamenei come nuova Guida Suprema. Premesso che qualsiasi nuova figura di alto livello diventerà un bersaglio di Israele e Stati Uniti, chi potrebbe prendere il posto di Larijani a capo del Consiglio di sicurezza iraniano?

Chi potrebbe prendere il posto di Larijani come segretario del Consiglio di Sicurezza iraniano
Chi potrebbe prendere il posto di Larijani come segretario del Consiglio di Sicurezza iraniano
Chi potrebbe prendere il posto di Larijani come segretario del Consiglio di Sicurezza iraniano
Chi potrebbe prendere il posto di Larijani come segretario del Consiglio di Sicurezza iraniano
Chi potrebbe prendere il posto di Larijani come segretario del Consiglio di Sicurezza iraniano

I possibili eredi di Larijani

Uno dei nomi più caldi è quello di Mohsen Rezaei, veterano delle forze armate che ha ricoperto per oltre 15 anni la carica di comandante in capo dei Guardiani della rivoluzione. Da pochi giorni Rezaei ha assunto il ruolo di consigliere militare di Mojtaba Khamenei, rafforzando così la sua posizione all’interno della struttura di potere iraniana.

Nell’immediato, la morte di Larijani probabilmente conferirà maggiore potere al generale Mohammad Bagher Ghalibaf, attuale presidente del Parlamento ed ex comandante della polizia iraniana, in passato anche sindaco di Teheran. Ghalibaf ha sostenuto la nomina di Mojtaba Khamenei come Guida Suprema, posizione condivisa con i pasdaran e alcuni dei religiosi iraniani più intransigenti e ultraconservatori.

Tra i nomi che girano c’è poi quello di Ahmad Vahidi, capo del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica dalla morte di Mohammad Pakpour, avvenuta nelle prime ore del conflitto: è lui, ex ministro degli Esteri, a sovrintendere nell’ombra (dalla nomina non ci sono stati né messaggi, né apparizioni) allo sforzo bellico contro gli Stati Uniti e Israele.

Da non scartare poi le “candidature” di Ali Akbar Velayati, politico di lungo corso (è stato a capo degli Esteri dal 1981 al 1997) che ha servito per decenni come consigliere della Guida Suprema; e quella di Hassan Rouhani, ex presidente ed ex segretario del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale.

Secondo l’esperto di Medio Oriente Vali Nasr, che in passato ha collaborato con la Casa Bianca, il successore di Larijani sarà nominato dai pasdaran. Uno scenario, questo, che non lascia presagire nulla di buono per le speranze di de-escalation. «Con ogni assassinio, Stati Uniti e Israele alimentano una maggiore radicalizzazione della leadership iraniana. Ciò prefigura un futuro fosco per l’Iran, gli iraniani, la regione e, in definitiva, renderà molto più difficile per gli Usa disimpegnarsi da un conflitto senza fine», ha scritto Nasr su X.

Magistratura come un cancro: Zaffini e il copyright di Berlusconi

In questa campagna referendaria i campioni del fronte del No e del purtroppo non si sono risparmiati. Ne abbiamo sentite di ogni: «Csm sistema para-mafioso», magistrati come «plotoni di esecuzione», «mafiosi e massoni» pronti a barrare il Sì, «banditi» che vogliono manomettere la Costituzione. Mancava giusto la vecchia equiparazione magistratura-cancro.

Zaffini: «Finire davanti alla magistratura è come se ti diagnosticano un cancro»

A rispolverarla ci ha pensato il senatore di Fratelli d’Italia Franco Zaffini, che il 14 marzo, intervenendo a un evento per il Sì in quel di Terni, non ha usato mezzi termini: «Finire davanti alla magistratura è come se ti diagnosticano un cancro». Il meloniano ha pure preso le difese di Giusi Bartolozzi, la capo di gabinetto di Carlo Nordio che «è stata portata su tutte le prime pagine dei giornali perché ha detto che è un plotone d’esecuzione quando caschi davanti alla magistratura. Io aggiungo che è come se ti diagnosticano un cancro. È peggio di un plotone d’esecuzione». Perché, ha spiegato Zaffini, «con un plotone d’esecuzione sai che devi morire e ti chiedi quanto manca…. Dal cancro puoi guarire o morire. Il problema è che ti curano i medici. Se tu vai nelle mani della magistratura invece è un’avventura. Non sai con chi ti combini, chi ha condotto le indagini, non sai cosa di capiterà».

Quando era Berlusconi a usare la metafora magistratura-cancro

«I giudici ideologizzati sono una metastasi della democrazia»(2008)

Dichiarazione gravissima, si dirà. Certamente non nuova. Il copyright infatti è di Silvio Berlusconi, che negli anni ha associato con costanza e naturalezza le toghe al cancro (con vari emuli, come Maurizio Gasparri nel 2023). Fin dal giugno 2008 quando da presidente del Consiglio, di fronte all’assemblea della Confesercenti, arrivò a definire – tra i fischi – «i giudici ideologizzati» una «metastasi della democrazia». Prima dell’affondo, il Cav aveva ricordato che «molti pm» avrebbero voluto vederlo «legato», con tanto di gesto delle manette e aveva spiegato che un presidente del Consiglio «ha le mani legate di fronte a un’architettura che non è quella di uno Stato moderno ma è quella di uno Stato antico».

«Nella nostra democrazia c’è una patologia che è la peggiore: la magistratura» (2010)

Nel 2010, intervenendo alla cena elettorale di Roberto Formigoni, Berlusconi tornò all’attacco dei giudici. «Abbiamo un grave problema nella nostra democrazia», disse. «C’è una patologia che è la peggiore: è la magistratura con personaggi e correnti che fanno la guerra a chi non vogliono stia in maggioranza e al governo e per queste elezioni hanno fatto vincere il formalismo sul diritto legittimo dei cittadini a votare».

«Magistrati, cancro da estirpare» (2011)

Il refrain si ripetè anche a maggio 2011. Per la chiusura della campagna elettorale di Letizia Moratti a sindaco di Milano (venne sconfitta da Giuliano Pisapia, tra l’altro favorevole al Sì al referendum), Berlusconi, continuando la litania della persecuzione giudiziaria e dei complotti contro di lui, invitò il suo popolo a «estirpare il cancro della magistratura dalla democrazia italiana». Il bersaglio erano i pm milanesi che si occupavano delle sue vicende giudiziarie. Successivamente però spiegò che aveva usato la parola «cancro in modo figurato». Sarà anche vero, ma poi ha continuato sulla stessa linea (figurata o meno).

«Oggi nella democrazia c’è un cancro che si chiama magistratura» (2013)

Nel febbraio 2013, durante un comizio elettorale a Bari, Berlusconi riutilizzò la stessa metafora. «Oggi dentro la nostra democrazia c’è un cancro, una patologia che si chiama magistratura». Un’accusa rivolta «non a tutti i magistrati, ma a una corrente legata da un filo rosso che usa il potere dei giudici contro gli avversari per farli sparire. A me», aggiunse il Cav, «hanno riservato in 20 anni un trattamento che solo io che ho le spalle larghe e uno spirito da guerriero ho potuto sopportare».

«La magistratura è un cancro» (2013)

Solo un mese dopo, a margine del processo Mediaset, B tornò all’attacco: «La magistratura è un cancro, una patologia del nostro sistema. Il 23 marzo scenderemo tutti in piazza contro i magistrati». E, ancora: «C’è una parte della magistratura che utilizza la giustizia per combattere ed eliminare gli avversari politici che non si riescono ad eliminare con il sistema democratico delle elezioni».

«Il cancro peggiore della nostra democrazia è la magistratura italiana così combinata» (2016)

Il leitmotiv tornò nel 2016 quando, intervenendo alla presentazione del libro di Myrta Merlino Madri. Perché saranno loro a cambiare il mondo, Berlusconi si prese come sempre la scena raccontando aneddoti su mamma Rosa. Però non si risparmiò un attacco finale alle toghe rosse: «Il cancro peggiore della nostra democrazia è la magistratura italiana così combinata», sentenziò. «Dal 1994 sono considerato un ostacolo alla presa di potere della sinistra, anche oggi». Per concludere: «Tra i miei rimpianti, c’è non aver fatto la riforma». A rimediare ci ha pensato Giorgia Meloni. Sempre che vinca il Sì.

Al via il bonus moto e scooter: a chi spetta e come funziona l’incentivo fino a 4 mila euro

Da mercoledì 18 marzo 2026 è possibile richiedere il bonus per acquistare moto, scooter e microcar ibridi o elettrici nuovi di fabbrica. Una misura pensata per favorire il rinnovamento del parco moto e motorini con veicoli a minor impatto ambientale. Chi ha intenzione di comprarne uno, dovrà rivolgersi al proprio concessionario di fiducia e scegliere il modello. Sarà direttamente il venditore a prenotare il contributo tramite il portale dedicato del Mimit e applicare lo sconto.

Quali veicoli si possono acquistare e a quanto ammonta l’ecobonus

Le categorie che rientrano nell’incentivo sono L1e, L2e, L3e, L4e, L5e, L6e, L7e, di cui fanno parte ciclomotori e motoveicoli a due, tre o quattro ruote. Sono quindi comprese anche alcune e-car (quadricicli leggeri o pesanti che possono superare i 45 km/h). Il contributo non ha un valore fisso ma vale il 30 per cento del prezzo per gli acquisti senza rottamazione fino a 3 mila euro e il 40 per cento per gli acquisti con rottamazione fino a 4 mila euro. Il veicolo da rottamare deve essere intestato da almeno 12 mesi all’intestatario del nuovo mezzo o a un familiare convivente. A livello di fondi a disposizione, la Legge di Bilancio 2021 aveva previsto uno stanziamento complessivo di 150 milioni di euro – 20 milioni annui dal 2021 al 2023 e 30 milioni annui dal 2024 al 2026.

Boccia a processo per truffa, slitta a giugno l’udienza a Pisa

È slittata a giugno l’udienza del processo che vede Maria Rosaria Boccia imputata a Pisa per truffa, con l’aggravante del danno patrimoniale di rilevante entità, ai danni di un amico. A causare lo slittamento è stato un legittimo impedimento del difensore dell’imprenditrice. Secondo l’accusa, Boccia avrebbe approfittato dell’amicizia di vecchia data con un coetaneo originario della provincia di Napoli, ma residente nel pisano per lavoro, per “spillargli” 30 mila euro. Come “trappola”, secondo quanto ipotizzato dalla procura, gli avrebbe proposto di investire i suoi risparmi nell’apertura di un locale di lusso, una terrazza bar affacciata sul golfo di Napoli che avrebbe compreso ai piani inferiori anche altre attività. Progetto che, in realtà, non sarebbe mai esistito.

Le indagini dopo la denuncia dell’uomo

La vicenda risale a dicembre 2021. Le indagini erano partite dalla denuncia del quarantenne, il quale ha sostenuto di essersi fidato della Boccia proprio per l’amicizia che li legava. A conferma della serietà del progetto, lei avrebbe anche fatto i nomi di altre persone note e facoltose già coinvolte nell’operazione. Sarebbe partito a breve, per questo i soldi servivano subito. L’uomo, di fronte all’insistenza di quella che considerava una persona fidata e allettato dall’idea di poter guadagnare molto più di ciò che avrebbe investito, si sarebbe quindi convinto a mandarle quei 30 mila euro. Salvo, poi, accusa, accorgersi di essere stato ingannato. Non avendo ricevuto indietro i soldi, si è rivolto al tribunale di Pisa ottenendo un decreto ingiuntivo che obbliga la Boccia a restituirgli i 30 mila euro più gli interessi. Decreto che, però, non sarebbe stato adempiuto dalla diretta interessata. Questo processo si aggiunge a quello che l’imprenditrice dovrà affrontare a Roma per stalking, lesioni, interferenze illecite nella vita privata e diffamazione ai danni dell’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano.

Dopo il guasto ai bagni, l’incendio a bordo: la USS Ford torna a Creta per riparazioni

Dopo aver preso parte all’operazione per catturare il presidente venezuelano Nicolás Maduro, è stata utilizzata per il decollo di decine di caccia F18 Hornet, carichi di bombe da sganciare sull’Iran. Adesso la portaerei USS Gerald Fordla più grande e potente al mondo – si prende una pausa forzata. L’ammiraglia della Marina Usa, al momento nel Mar Rosso, farà infatti rotta verso Creta per delle riparazioni dopo un serio incendio scoppiato a bordo la scorsa settimana.

I bagni in tilt e la prima sosta a Creta, poi il rogo

Durante lo spostamento dai Caraibi al Mediterraneo si era verificato un primo problema sulla fortezza galleggiante, lunga 333 metri: erano infatti andati in tilt i servizi igienici, cosa che aveva causato – ovviamente – grossi disagi. Il guasto era stato parzialmente risolto durante una sosta nel porto cretese di Souda. Poi erano iniziate le operazioni contro l’Iran, continuate anche mentre la USS Ford si spostava attraverso il canale di Suez nel Mar Rosso. Successivamente si è verificato il problema più serio: l’incendio.

Dopo il guasto ai bagni, l’incendio a bordo: la USS Ford torna a Creta per riparazioni
La USS Ford (Ansa).

L’incendio, partito da una lavanderia, è durato più di 30 ore

Come riportano diversi quotidiani statunitensi, l’incendio è durato più di 30 ore e decine di soldati sono rimasti intossicati dal fumo. Il rogo, partito da una ventola della lavanderia di poppa (forse per un cortocircuito), si è rapidamente esteso a diversi locali della portaerei, compresi gli alloggi, costringendo la Marina a prelevare mille materassi dalla futura USS John F. Kennedy a Norfolk, in Virginia, per inviarli alla Ford. Inoltre, la distruzione della lavanderia principale sta impedendo di lavare gli indumenti di buona parte dei militari a bordo, circa 4.500. Funzionari dell’esercito Usa, che hanno parlato con Reuters a condizione di anonimato, non hanno specificato per quanto tempo la nave da 13 miliardi di dollari rimarrà a Creta.

Medio Oriente, due morti a Tel Aviv: vittime anche a Beirut

Due morti a Tel Aviv a causa di un lancio di missili dall’Iran. Teheran ha rivendicato l’attacco affermando che è stato effettuato in vendetta per l’assassinio, da parte di Israele, di Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, e del generale Gholam Reza Soleimani, capo della forza Basij, la milizia paramilitare di volontari che fa parte della Guardia rivoluzionaria islamica. Le vittime sono un uomo e una donna di circa 70 anni. Si trovavano nella scala del loro palazzo quando è stato colpito, mentre tentavano di raggiungere il rifugio antiaereo dell’edificio.

Almeno sei morti e 24 feriti a Beirut

Dall’altra parte, lo Stato ebraico continua a prendere di mira il Libano e la capitale Beirut, dove si contano sei morti e 24 feriti. Nella notte tra il 17 e il 18 marzo 2026 l’Idf ha preso di mira, senza preavviso, i quartieri di Basta e Zoqaq el Blat, due aree centrali della città, e nella mattina anche il quartiere Bashoura. Questa sfilza di attacchi ha distrutto l’illusione di zone sicure nella capitale. «Oggi Beirut non è diversa dai sobborghi meridionali», ha commentato il capitano dei vigili del fuoco Neshat Berri.

Medio Oriente, due morti a Tel Aviv: vittime anche a Beirut
Edificio in fiamme a Beirut (Ansa).