Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace

Scatenare nuove guerre è uno strano modo per portare la pace nel mondo. Eppure per Donald Trump sembra essere l’unica strada percorribile. Durante la campagna elettorale del 2024 assicurava che avrebbe sfruttato le sue capacità di mediatore per porre fine ai molteplici conflitti globali iniziati sotto l’amministrazione del suo predecessore Joe Biden. Genocidio a Gaza e invasione russa dell’Ucraina prima di tutto. «Non inizierò alcuna guerra. Fermerò quelle in corso», disse nel discorso pronunciato davanti ai suoi sostenitori dopo la vittoria alle urne. Due mesi dopo si è spinto ancora oltre: «Misureremo il nostro successo non solo in base alle battaglie che vinceremo, ma anche in base alle guerre a cui porremo fine e, forse ancora più importante, in base alle guerre in cui non saremo mai coinvolti».

«La migliore politica estera di Trump? Non iniziare nessuna guerra»

Trump alla sua base di infervorati MAGA prometteva anche un dorato isolazionismo economico. Una narrazione portata avanti pure dal partito repubblicano e dal cerchio magico di Donald. A fine 2023, quando non era ancora stato scelto per il ruolo di candidato vicepresidente, J.D. Vance scrisse un editoriale sul Wall Street Journal, intitolato «La migliore politica estera di Trump? Non iniziare nessuna guerra». Si è visto.

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
Donald Trump e JD Vance (Ansa).

Il presidente americano non ha mai nascosto il sogno di ritagliarsi il suo posto tra i vincitori del Nobel per la Pace, assieme a figure come Nelson Mandela, il Dalai Lama e Martin Luther King. Ha scritto il Guardian: «Forse avremmo dovuto farla finita a dicembre. Ogni Paese occidentale avrebbe dovuto inviare una sua delegazione in Norvegia per implorare il Comitato che assegna il premio di destinarlo al presidente Usa. Ora è determinato a vincere il premio Nobel per la guerra».

In un anno Trump ha attaccato sette Paesi

Sappiamo tutti, infatti, come è andata a finire. Nel primo anno del suo secondo mandato, Trump ha bombardato sette Paesi: Yemen, Siria, Iran, Iraq, Nigeria, Somalia e Venezuela. In un crescendo che ha raggiunto il suo apice la mattina del 28 febbraio, quando ha lanciato la sua campagna militare più estesa e rischiosa finora: l’attacco all’Iran, che si è già trasformato in un conflitto regionale, soprattutto perché il regime teocratico che governa il Paese vede questa offensiva congiunta UsaIsraele come una lotta per la sua sopravvivenza.

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
Una protesta a Seul contro l’operazione di Donald Trump in Venezuela (foto Ansa)

Nelle precedenti sei settimane, mentre il presidente americano ordinava il più grande rafforzamento militare statunitense in Medio Oriente dall’invasione dell’Iraq nel 2003, non ha fatto praticamente alcuno sforzo per spiegare al popolo americano o al Congresso se l’Iran rappresenti una minaccia per gli interessi statunitensi tale da giustificare i rischi di una guerra senza fine. Che, come rilevano i sondaggi, trova l’opposizione del 70 per cento degli americani, compresi quei MAGA che si erano aggrappati alle sue ripetute promesse di porre fine alla bellicosa fama degli Stati Uniti.

«Il nostro obiettivo è difendere il popolo americano dalle minacce iraniane»

Nelle sue argomentazioni per spiegare l’iniziativa militare in Medio Oriente, Trump ricicla decenni di denunce statunitensi sulle attività nefaste di Teheran nell’area: il programma nucleare, lo sviluppo di missili balistici e il sostegno a milizie regionali come Hezbollah in Libano, Hamas nella Striscia di Gaza e gli Houthi in Yemen. «Il nostro obiettivo è difendere il popolo americano eliminando le minacce imminenti del regime iraniano. Le sue attività mettono direttamente in pericolo gli Stati Uniti, le nostre truppe, le nostre basi all’estero e i nostri alleati in tutto il mondo», ha detto il presidente.

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Un ritratto di Ali Khamenei (Ansa).

I precedenti interventi militari non sono stati risolutivi

Certo, guardando alle conseguenze, i suoi precedenti interventi militari sembrano tutt’altro che risolutivi. A metà marzo l’uccisione dell’iracheno Abdallah al Rifai non ha debellato la minaccia del Califfato. Gli Houthi dello Yemen continuano a rappresentare un pericolo per i mercantili che attraversano il Mar Rosso, nonostante i bombardamenti della primavera 2025. Per non parlare dell’Iran, che era già stato colpito a giugno dello scorso anno nell’operazione Midnight Hammer. Poi è toccato ai Caraibi, alla Siria e alla Nigeria, fino alla cattura del presidente Nicolás Maduro dopo una serie di iniziative per destabilizzare il Venezuela.

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La cattura di Maduro (Ansa).

Trump ha messo la parola fine a otto conflitti? I conti non tornano

Cozza con la realtà anche la roboante narrazione secondo la quale Trump avrebbe messo la parola fine a otto conflitti. Se qualcosa ha fatto è stato supervisionare intese temporanee o parziali. Tra questi lo scontro tra Etiopia ed Egitto e le tensioni tra Cambogia e Thailandia. La crisi tra Serbia e Kosovo che The Donald avrebbe risolto durante il suo primo mandato appare tutt’altro che finita, nonostante l’accordo di normalizzazione economica del 2020.

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Donald Trump in visita alle truppe a Fort Bragg (Imagoeconomica).

Non convince nemmeno il ruolo (smentito da Nuova Delhi) dell’amministrazione statunitense nell’accordo raggiunto tra India e Pakistan dopo gli scontri di maggio 2025. Giova poi ricordare che la chiusura di un’intesa non corrisponde per forza alla fine delle violenze o alla cancellazione dei reali motivi del conflitto. Basta guardare a Gaza, dove l’esercito israeliano continua a sparare sulla popolazione.

L’eterna ossessione per Obama e il suo Nobel per la Pace

Come mostra un’infografica di Al Jazeera, nei suoi due mandati Trump ha bombardato Afghanistan, Iraq, Yemen, Pakistan, Somalia, Libia, Siria, Venezuela, Nigeria e Iran. In tutto 10 Paesi. Tre più di quelli finiti nel mirino di Barack Obama, l’ultimo presidente americano a vincere un premio Nobel per la Pace, nel 2009, a meno di un anno dall’insediamento alla Casa Bianca, con il merito di aver «creato un nuovo clima» nei rapporti internazionali attraverso il dialogo con il mondo musulmano, e «per i suoi straordinari sforzi per rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli».

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Donald Trump e Barack Obama.

La rivalità con Obama, che spesso sfocia in ossessione, è uno dei motivi per cui Trump è così fissato con il Nobel, che voleva ottenere nel 2025: «Se non mi assegnano quel premio sarà un insulto per gli Usa», aveva detto. Attaccando poi, tanto per cambiare, il riconoscimento dato a Obama, definito «una barzelletta»: «Ottenne un premio e nemmeno sapeva per cosa. Lo elessero e gli diedero il Nobel per non aver fatto assolutamente nulla, anzi, per aver distrutto il nostro Paese».

Un repubblicano non ottiene quel riconoscimento da 120 anni…

Oltre a Barack, nella storia solo altri tre presidenti americani hanno vinto il Nobel per la Pace: Theodore Roosevelt nel 1906, Woodrow Wilson nel 1919 e Jimmy Carter nel 2002, assegnato 21 anni dopo la fine del suo mandato. Di questi, solo Roosevelt era repubblicano. Sono quindi 120 anni che un membro del Gop non ottiene il premio. Per adesso, Trump si può consolare col ridicolo premio Fifa per la pace che gli ha assegnato il grottesco Gianni Infantino, capo del calcio mondiale e gaffeur di professione.

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Donald Trump davanti a un ritratto del 26esimo presidente americano Theodore Roosevelt, Premio Nobel per la Pace (foto Ansa).

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio

La guerra in Medio Oriente è anche una guerra energetica, al pari di quella in Ucraina e di altre prima di queste. Il controllo della produzione e delle vie di esportazione di gas e petrolio è fondamentale per determinare vantaggi ed esiti nella cornice di conflitti allargati e confronti più ristretti in ogni angolo del mondo, dal Venezuela all’Iran. L’energia può essere un’arma, uno strumento di pressione, ma anche un obiettivo, un bersaglio: il gasdotto Nord Stream, arteria di collegamento diretta sotto il Mar Baltico tra la Russia e la Germania, è stato fatto saltare nel settembre 2022 da un commando ucraino, dando il via al processo di disaccoppiamento tra Mosca e Unione europea. Oggi i pasdaran controllano lo stretto di Hormuz, condizionando i mercati globali, e prendono di mira petroliere e navi cisterna.

La Baku-Tbilisi-Ceyhan è una delle maggiori pipeline della regione

Non solo: i droni arrivati in Azerbaigian, uniti ai rumors che circolano nel marasma della propaganda, indicano che una delle maggiori pipeline della regione, la Btc (BakuTbilisiCeyhan), sarebbe già nei radar iraniani. Questione di tempo. La Btc non è un semplice oleodotto, ma un progetto politico-economico occidentale partito già negli Anni 90 per bypassare la Russia. Trasporta il greggio dai giacimenti azerbaigiani del bacino del Mar Caspio, attraverso la Georgia, al porto mediterraneo di Ceyhan, nella Turchia meridionale, ed è uno snodo chiave per l’esportazione verso i mercati europei. È controllato dal colosso energetico britannico BP, che ne detiene la quota maggiore, pari al 30 per cento. Fornisce inoltre circa un terzo del petrolio che arriva in Israele e anche per questo è un obiettivo ideale per Teheran.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
Da sinistra l’ex presidente turco Ahmet Necdet Sezer, l’ex presidente della Georgia Mikhail Saakashvili, il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev, il premier turco Tayyip Erdogan e l’ex ceo del gruppo BP John Browne all’inaugurazione della pipeline Baku-Tbilisi-Ceyhan (Btc) nel 2006 (foto Ansa).

Il precedente dell’oleodotto Druzhba, attualmente fuori uso

Come per Nord Stream, anche per la Btc basterebbe una minima operazione chirurgica per provocare un terremoto gigantesco: le pipeline, dappertutto, sono obiettivi sensibili e facili da colpire. E non è certo un caso che siano sempre più nel mirino. L’ultimo esempio è stato quello dell’oleodotto Druzhba, che passa dalla Russia verso l’Europa occidentale attraverso l’Ucraina, attualmente fuori uso, con Kyiv e Mosca che si accusano a vicenda del sabotaggio, mentre un paio di Paesi, come Ungheria e Slovacchia, rischiano di rimanere a secco.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
L’oleodotto Druzhba (foto Ansa).

La vulnerabilità degli Stati che dipendono in maniera eccessiva da petrolio e gas è il problema maggiore che emerge quando le bombe colpiscono i tubi e riguarda non solo un pugno di nazioni direttamente interessate, ma mezzo mondo, come sta dimostrando il blocco dello stretto di Hormuz.

Dal 2022 l’Europa diversifica le vie di approvvigionamento

Se l’Europa dal 2022 ha cominciato a diversificare le vie di approvvigionamento, cambiando dal petrolio e dal gas russo a quelli di altri Paesi, dalla Norvegia ai Paesi del Golfo, passando per quelli dell’ex Urss come Azerbaigian o Kazakistan, si ritrova adesso davanti a sconvolgimenti, non proprio imprevedibili, che ne evidenziano la miopia.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
I lavori nel 2003 per l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (foto Ansa).

Troppa insistenza sulle energie fossili rispetto a rinnovabili e nucleare

Non è solo la questione del passaggio all’import da regioni e Paesi altrettanto a rischio e altrettanto poco democratici come la Russia, ma dell’insistenza sulle energie fossili rispetto a quelle rinnovabili e anche al nucleare. Il Green Deal perseguito da Bruxelles, farcito di petrolio azero e di gas dal Qatar, non è solo un’illusione e una presa in giro, ma una vera zappa sui piedi.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
Ursula von der Leyen (foto Ansa).

Se ne stanno accorgendo tutti in questi giorni e a infilare il dito nella piaga ci ha pensato la Russia di Vladimir Putin, che se da un lato sta approfittando del rialzo dei prezzi degli idrocarburi per dare respiro alle casse dello Stato, dall’altro ha annunciato di voler chiudere del tutto la pratica europea, anche prima del 2027 come previsto da Bruxelles, e spostare verso l’Asia anche il residuo export di gas e petrolio che giunge ancora in Europa.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
Matrioske con le immagini di Donald Trump e Vladimir Putin (Ansa).

Adesso non ci sono emergenze, ma le riserve per il prossimo anno?

In realtà non ci sono emergenze, perché l’inverno è finito, ma, soprattutto per il gas, ci si pone la domanda sulle riserve per il prossimo anno, con gli impianti di stoccaggio ormai vuoti: verranno sicuramente riempiti con più gas norvegese e Gnl statunitense, in attesa di vedere come andranno le cose nel Golfo, però i costi saranno elevati. Anche per questo nella Germania ancora in recessione c’è chi chiede una revisione dei rapporti con la Russia, quando la guerra in Ucraina sarà finita, e la ripresa delle importazioni anche via Nord Stream, una volta rimesso in sesto.