Mps-Mediobanca, la scalata al palo e l’ombra di UniCredit

C’è un’ipotesi di reato, non un reato acclarato. Dettaglio tecnico che però non cambia la sostanza: Stefano Di Stefano, alto dirigente del Mef e consigliere Montepaschi, avrebbe comprato azioni della banca senese e di Mediobanca alla vigilia dell’Ops, intascando 8.700 euro per sé e 1.300 per suo figlio. Insider trading d’antan, versione low cost. Insomma, poraccitudine. Se proprio devi sporcarti le mani, almeno fallo per cifre che valgano la pena (si scherza, naturalmente). Oltreoceano, sul possesso di informazioni riservate, c’è chi accumula fortune colossali. Qui ci si accontenta di briciole che ti mandano comunque a processo, compromettendoti carriera e reputazione. 

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La marcia trionfale di Mps sta segnando il passo

Ma il punto non è il reato. È il simbolo. Perché la marcia trionfale dell’estate scorsa con Montepaschi a far da ariete, Mediobanca come porta d’accesso e Generali come premio finale, sta segnando vistosamente il passo. Il copione era scritto: relazioni, patti sottobanco, convergenze più di potere che industriali. Solo che adesso i protagonisti sono fermi al Piave. Tutti indagati, tutti che giurano di non aver concertato nulla, e che soprattutto hanno cominciato a litigare tra di loro sotto la spada di Damocle della Procura. 

Mps-Mediobanca, la scalata al palo e l’ombra di UniCredit
Piazzetta Cuccia (Imagoeconomica).

L’affaire Di Stefano è un boomerang per il Mef

Partiamo dal convitato di pietra: il ministero dell’Economia. L’affaire Di Stefano gli si ritorce contro come un boomerang. Doveva fare l’arbitro di un consolidamento rispettoso delle regole, invece si è tolto giacca e cravatta ed è sceso in campo. Il problema prima che giudiziario è di credibilità. Il Mef doveva garantire il mercato, non giocare per una squadra. 

Mps-Mediobanca, la scalata al palo e l’ombra di UniCredit
Giancarlo Giorgetti (Ansa).

Caltagirone e Lovaglio dall’idillio al gelo

Nel frattempo Francesco Gaetano Caltagirone e Luigi Lovaglio, ad di Mps, sono passati dall’armonia alla glaciazione in tempo record. Dall’idillio all’indomani del successo dell’Ops su Mediobanca allo scontro frontale sui suoi destini. Le grandi intese durano finché non si capisce chi comanda davvero. E probabilmente il pugnace Lovaglio ha realizzato che lasciare Piazzetta Cuccia come repubblica indipendente dentro il Monte significava consegnarle le chiavi del regno. Merchant bank batte banca commerciale: l’aura prevale sulla forza bruta. Meglio che a Milano non abbiano troppi Grilli per la testa. 

Mps-Mediobanca, la scalata al palo e l’ombra di UniCredit
Luigi Lovaglio, ad di Mps (Imagoeconomica).

Milleri intrappolato nella guerra dei Del Vecchio

Sullo sfondo la saga dei Del Vecchio. Una guerra di successione tra gli eredi di Leonardo che tiene Francesco Milleri con le mani legate: azionista forte ma non abbastanza, decisore potenziale ma con il freno a mano tirato. Dettaglio non marginale: pure lui indagato, insieme a Caltagirone e Lovaglio, per concerto nell’inchiesta milanese sulla vendita di azioni Mps da parte del Mef. 

Mps-Mediobanca, la scalata al palo e l’ombra di UniCredit
L’ad di Essilorluxottica Francesco Milleri (Imagoeconomica).

Mentre gli indagati litigano si allunga l’ombra di UniCredit

Il risultato è un cortocircuito perfetto. L’operazione che doveva dimostrare che un certo capitalismo italiano sa ancora fare sistema si è trasformata in una masterclass su come non farlo. Generali, la vera posta in gioco, resta sempre più lontana. Trieste – sede, simbolo e agognato feticcio – sta diventando un miraggio. E mentre gli indagati litigano tra procure e cda, cresce l’ombra di UniCredit, l’outsider silenzioso. Quello che non parla di scalate patriottiche, ma di numeri, che non ha bisogno di concerti perché suona da solo. Vuoi vedere che alla fine, nonostante le smentite di rito, sarà proprio la banca guidata da Andrea Orcel a prendersi Mps e (Intesa permettendo) tutto quel che gli vien dietro? 

Mps-Mediobanca, la scalata al palo e l’ombra di UniCredit
Andrea Orcel (Imagoeconomica).

Scontro Calenda-Vannacci: «Lei è il patriota di Putin». «Vai a Kyiv». Il video

Toni accesi a L’aria che tira su La7 tra il leader di Azione Carlo Calenda e Roberto Vannacci, fondatore di Futuro Nazionale. Terreno di scontro la guerra in Ucraina e il decreto che concede nuovi aiuti, anche militari a Kyiv. «Prolungare questa guerra, continuando a dare armi e sostegno economico incondizionato all’Ucraina, non fa bene all’Ucraina perché l’esercito russo sta continuando inesorabilmente ad avanzare. Più si allunga la guerra e più si allunga la sofferenza del popolo ucraino e la pace di oggi ci costerà sicuramente di meno della pace di domani», ha detto l’ex generale.

Vannacci: «Se Calenda vuole andare a combattere prenda il fucile e vada in Ucraina»

Dura la risposta di Calenda: «Gli ucraini combattono per la propria patria, concetto che a un ex generale dovrebbe essere chiaro. Non combattono per procura, chiedono di combattere. E lo stanno facendo con una grande lezione di coraggio. Io, però, riconosco al generale Vannacci, ma da quando era in Russia come militare, una coerenza, perché lui ha sempre supportato la Russia. Poi uno si può domandare come sia finito un generale appartenente a un paese della Nato a sostenere la Russia. Penso che abbiamo un problema di gestione dei curriculum delle forze armate. Ma lui è sempre stato coerente, lui è pro Putin. Riconosco l’assoluta fedeltà del generale Vannacci a Putin. Poi c’è un articolo del codice penale, che purtroppo io non posso applicare e che si chiama “intelligenza con lo straniero”, Io ci darei uno sguardo in più». Parole che hanno causato l’ira di Vannacci: «Comincio col replicare al re Mida al contrario, cioè all’onorevole Calenda. No, non sono assolutamente pro Putin, né pro Russia, io sono pro Italia e pro Europa. E siccome le spese di questa guerra, oltre che pagarle gli ucraini chiaramente, le paga l’Europa a tutto tondo, sia con il prezzo dell’energia e delle materie prime che è andato alle stelle, con le famiglie che non pagano più le bollette a fine mese, ma anche con l’invio di soldi a qualcuno che poi ci compra i cessi d’oro, le ville di lusso e gli yacht e magari ci passa anche qualche serata con qualche prostituta, ritengo che questi soldi e questi armi siano inopportuni. L’esito della guerra in Ucraina è ormai stabilito, peraltro sono quattro anni che noi continuiamo con questa strategia, che non ha dato alcun risultato. Se Calenda vuole andare a combattere, prenda lo zaino, prenda il fucile, prenda gli scarponi e vada ad aiutare gli ucraini».

Calenda: «A Vannacci un sacco di soldi ad minchiam»

«Vannacci, noi ti abbiamo pagato lo stipendio per anni per difendere l’Italia, cioè la cosa che stanno facendo gli ucraini dalla Russia. Se uno che non capisce questo, vuol dire che gli abbiamo dato un sacco di soldi ad minchiam, perché uno che non comprende che difendere la propria patria è un fatto fondamentale per una persona che è stata nell’esercito, vuol dire che noi abbiamo speso un sacco di soldi per uno che, se avesse avuto un invasore di fronte, se la sarebbe fatta sotto e sarebbe scappato. Gli ucraini non chiedono a nessuno di andare a combattere per loro, chiedono di avere le armi per combattere per noi. E quindi, quando ne parla, lo faccia con rispetto, perché hanno un senso della patria che lei, dopo tutte queste cazzate su patria, onore, eccetera, eccetera, dimostra di non avere. Lei è il patriota di Putin. E, come tale, un traditore della patria. Questo è lei, signor Vannacci».

Nuova grana per Santanchè: è indagata per un’altra bancarotta

Daniela Santanchè risulta indagata per bancarotta dalla procura di Milano nel fascicolo che riguarda Bioera, società del gruppo del biofood di cui la ministra del Turismo è stata presidente fino al 2021: l’apertura della procedura di liquidazione giudiziale di Bioera era stata dichiarata il 4 dicembre 2024 dalla sezione Fallimentare del Tribunale civile del capoluogo lombardo. Nuova grana dunque per Santanché, che risultava già indagata – assieme all’ex compagno Canio Mazzaro, al fratello Michele Mazzaro e ad altri ex amministratori – per il fallimento di Ki Group, di cui era stata presidente da aprile 2019 a dicembre 2021.

Nuova grana per Santanchè: è indagata per un’altra bancarotta
Daniela Santachè (Imagoeconomica).

Le inchieste sui crac potrebbero essere accorpate

Come spiega l’Ansa, per la bancarotta di risulta indagato anche Canio Mazzaro. Le inchieste sui crac delle due aziende potrebbero essere accorpate in un unico fascicolo assieme a quella sul fallimento di un’altra delle società del gruppo, la Ki Group Holding. Nel frattempo sono in corso per ipotesi di bancarotta da reati societari, come il falso in bilancio, e di bancarotta fraudolenta per operazioni dolose.

Santanchè è già a processo per falso in bilancio

Santanchè è già a processo per falso in bilancio riguardante Visibilia, gruppo editoriale fondato da cui la ministra (fondatrice) ha dismesso cariche e quote. È invece nella fase dell’udienza preliminare – sospesa in attesa di un’udienza della Corte costituzionale – il procedimento per la presunta truffa aggravata all’Inps sulla cassa integrazione nel periodo Covid, sempre relativa a Visibilia.

Tajani punta al Sud America con Silli: le pillole del giorno

Ai toscani piace l’Organizzazione Internazionale Italo-Latino Americana, detta IILA. Carissima all’aretino Amintore Fanfani, che da ministro degli Esteri la istituì nel 1966, ora è nelle mani di Giorgio Silli, fiorentino, che per guidarla ha lasciato l’incarico di sottosegretario agli Esteri. Per la cronaca, lo scorso ottobre Silli aveva anche cambiato casacca, passando da Noi Moderati a Forza Italia. Certo, negli anni l’importanza dell’IILA è diminuita: la prima sede, ai tempi di Fanfani, era in un gigantesco palazzo dell’Eur, a pochi passi da quella della Democrazia Cristiana. Poi alla fine degli Anni 90 venne trasferita in piazza Cairoli, vicino al ministero della Giustizia, mentre ora l’IILA ha sede in uno stabile ai Parioli. Chissà se con Silli l’Organizzazione tornerà ai vecchi fasti. La domanda è lecita, visto che il Sud America interessa molto al ministro Antonio Tajani, che in qualità di vicepremier vuole fare sentire il suo peso e quello di quel continente, dicono, per contrapporlo al Piano Mattei di Giorgia Meloni. Vedremo…

Tajani punta al Sud America con Silli: le pillole del giorno
Giorgio Silli (Imagoeconomica).

Silenzio, parla Cipollone

Banchieri e politici hanno in agenda un appuntamento importante, a Roma, il 12 febbraio: all’Accademia Nazionale dei Lincei si terrà una conferenza con protagonista assoluto Piero Cipollone, componente del comitato esecutivo della Bce. Il tema? “Europa e sovranità monetaria”. La platea sarà affollata di personalità, a cominciare dai vertici di Bankitalia. Chissà, potrebbe arrivare anche il governatore Fabio Panetta.

Tajani punta al Sud America con Silli: le pillole del giorno
Piero Cipollone (Imagoeconomica).

Zuppi star delle Notti di Nicodemo

Tra i cardinali pronti a intrattenere le platee non c’è solo Gianfranco Ravasi. A scendere in pista ora c’è il numero uno della Conferenza episcopale italiana. Il dialogo tra il cardinale Matteo Maria Zuppi, il poeta Andrew Faber e la psicologa Laura Pirotta aprirà infatti gli appuntamenti de Le notti di Nicodemo, il ciclo proposto dalla Chiesa di Bologna e animato dall’equipe dell’Ufficio diocesano per la Pastorale universitaria. Il primo incontro, dal titolo La Parola si fa incontro interpersonale, si terrà nella cattedrale di San Pietro mercoledì 11 febbraio, la stessa giornata in cui nel 1929 vennero siglati i Patti Lateranensi tra Stato e Chiesa. Già in calendario anche un secondo appuntamento – La Parola si fa incontro internazionale – che si svolgerà mercoledì 25 febbraio, con Zuppi in dialogo con Lucio Caracciolo, fondatore e direttore della rivista di geopolitica Limes.

Tajani punta al Sud America con Silli: le pillole del giorno
Matteo Zuppi, presidente della Cei (Getty Images).

Da Caprarica c’è anche Veltroni

Appuntamento imperdibile nel pomeriggio di mercoledì 11 febbraio a Roma, a largo Argentina: non alla storica libreria Feltrinelli, ma presso la Fondazione Marco Besso. Qui, nell’appartamento di uno dei protagonisti dello sviluppo delle Assicurazioni Generali nella seconda metà dell’Ottocento, quel Besso che fu iscritto alla massoneria, verrà presentato il libro di Antonio Caprarica intitolato Il bullo. Come Donald Trump ha distrutto l’Occidente. E chi ci sarà con l’autore che all’inizio della carriera scrisse per l’Unità, e per anni è stato corrispondente Rai prima da Mosca (è sposato con una pianista russa) e poi da Londra? Walter Veltroni, ex direttore del quotidiano fondato da Antonio Gramsci e la «mezzabusta» (a Mediaset la chiamano così) Cesara Buonamici, direttrice “ad personam” del Tg5. All’ambasciata degli Stati Uniti dicono, scherzando, che «Trump già trema»…

Tajani punta al Sud America con Silli: le pillole del giorno
Antonio Caprarica (Imagoeconomica).

Il governo pone la fiducia sul Dl Ucraina: polemiche dalle opposizioni

Polemica in Parlamento dopo che il governo ha deciso di porre la fiducia alla Camera sul Dl Ucraina, il provvedimento che prevede l’invio di un nuovo pacchetto di aiuti a Kyiv, tra cui quelli militari. Questo vuol dire che non si voteranno gli emendamenti, tra cui quelli del M5s, di Avs e dei vannacciani che chiedevano lo stop alla spedizione di armi all’Ucraina. Le opposizioni hanno accusato la maggioranza di essersi deflagrata dopo la nascita di Futuro nazionale, il partito dell’ex generale fuoriuscito dalla Lega, mentre il ministro della Difesa Crosetto prova a spiegare che «non è un modo di scappare da una crisi interna ma semmai di evidenziarla ancora di più», perché in questo modo i rappresentanti della maggioranza «vengono obbligati a dire se su un tema così rilevante continuano ad appoggiare il governo». Insomma, una scelta che «separa e rende chiarezza sulle posizioni delle persone».

I vannacciani: «Valutiamo cosa fare»

Cosa faranno i seguaci di Vannacci? «Siamo in una fase di valutazione», ha detto il deputato Rossano Sasso, tra i primi a passare con l’ex generale. «Noi siamo interlocutori del centrodestra e assicuro che faremo di tutto per non far vincere Schlein, Fratoianni e Conte». Della stessa idea il collega Edoardo Ziello: «Siamo convintamente alternativi alla sinistra e nelle prossime elezioni in Aula lo dimostreremo. La strategia la decide Vannacci, ci darà indicazioni».

Il Pd: «La maggioranza aveva paura di qualche emendamento?»

All’attacco il Pd, che intuisce nella decisione di porre la fiducia «la paura di qualche emendamento che avrebbe potuto far cedere la maggioranza». «È cambiato il perimetro della maggioranza con la nascita della componente di Futuro Nazionale o no? La coalizione di centrodestra arriva fino a Vannacci o si ferma alle soglie della Lega? Questo cambia molto», ha detto il deputato dem Federico Fornaro.

Anche da Palazzo Chigi chiedono a Lotito di vendere la Lazio

Tra le quasi 40 mila firme raccolte online sulla piattaforma Change.org per convincere Claudio Lotito a cedere la Lazio ci sono quelle di alcuni personaggi pubblici, ovviamente di fede biancoceleste, esasperati dal “braccino corto” del presidente, in sella dal 2004. Tra le persone che hanno sottoscritto la petizione c’è Fabrizio Alfano, ovvero il capo ufficio stampa di Palazzo Chigi, uomo di fiducia di Giorgia Meloni. Rimanendo all’ambiente politico, ha anche firmato l’ex M5s Alessandro Di Battista. Diversi i giornalisti tifosi biancocelesti ad aver firmato, come Mauro Mazza, Guido Paglia (già responsabile comunicazione della Lazio), Riccardo Cucchi, Guido De Angelis e Roberto Arduini. Assieme a loro hanno firmato pure Angelo Mellone (direttore Intrattenimento) e Andrea Stroppa, ossia il referente in Italia di Elon Musk. E poi anche due figli dei calciatori della Lazio campione d’Italia nel 1974: Gabriele Pulici (figlio di Felice, portiere) e James Wilson (figlio di Pino, difensore e capitano).

Anche da Palazzo Chigi chiedono a Lotito di vendere la Lazio
Claudio Lotito (Imagoeconomica).

La lettera a Lotito pubblicata su Change.org

Nella “Lettera al presidente Lotito”, scritta dai due giornalisti laziali Federico Marconi e Alberto Ciapparoni, si legge: «Questi 22 anni sono stati anni in cui qualche trionfo non è mancato, ma sono stati principalmente costellati da tante amarezze sportive. Il peggio però è che non abbiamo mai potuto ambire a qualcosa di più di una buona stagione dopo una cattiva stagione, con la sempre disattesa speranza di un salto di qualità mai arrivato». E anche: «Ci rivolgiamo a lei, presidente Lotito, per chiederle di permettere a noi tifosi di sognare fuoriclasse e trofei. Se non può, come appare evidente a tutti, le chiediamo di fare quello che tante altre proprietà calcistiche hanno fatto in questi anni: passare la mano, e concentrare i proventi della vendita, che siamo sicuri non sarebbero esigui, in altri settori». La lettera poi continua: «La preghiamo, non ci risponda con i suoi soliti articolati ragionamenti: se non è in grado di riportare la Lazio a competere per il vertice italiano ed europeo, lo riconosca e come ha dichiarato anche lei in una recente intervista, poiché “tutto ha una fine” si faccia da parte: i laziali gliene sarebbero grati, rendendole i giusti meriti».

Anche da Palazzo Chigi chiedono a Lotito di vendere la Lazio
La Curva Nord della Lazio (Ansa).

Lotito pensa alle plusvalenze, i tifosi no

Lotito, chiamato “Lotirchio” da una buona fetta di tifosi laziali, è diventato particolarmente inviso al popolo biancoceleste per le sessioni di calciomercato poco ambiziose, spesso caratterizzate da munifiche cessioni seguite da cauti investimenti. L’ultima finestra di mercato, che ha visto giocatori chiave come Matteo Guendouzi e Valentin Castellanos salutare Formello, si è chiusa con un saldo positivo di 46,9 milioni di euro, rafforzando la percezione che la dirigenza abbia badato più alle esigenze di cassa che alle ambizioni sportive. Tutto questo dopo che in estate la Lazio non aveva potuto rafforzarsi a dovere, a causa del blocco del mercato. In segno di protesta contro quella che è stata definita una «persistente mancanza di rispetto nei confronti di un intero popolo», la Curva Nord della Lazio ha indetto uno sciopero del tifo.

Le indagini sulle minacce al presidente laziale

A fronte di una “innocua” petizione online, la possibile cessione della Lazio è già finita al centro anche di un’indagine per tentata estorsione e manipolazione del mercato ai danni di Lotito: a dicembre, infatti, i carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Roma hanno eseguito perquisizioni nei confronti di cinque persone, accusate in concorso di aver tentato di costringere il presidente a cedere il capitale della società o, in almeno un caso, a procedere a un aumento di capitale con minacce tramite social, mail e telefonate anonime.

Il broncio olimpico di Salvini e la “zampata” della deputata leghista

Matteo Salvini sarebbe furioso. Chi lo ha visto inquadrato durante la cerimonia di inaugurazione di Milano-Cortina 2026 ha notato il broncio del vicepremier. Ma cosa ha rovinato al leghista la giornata di festa per l’apertura dei Giochi ‘padani’? Salvini si sarebbe legato al dito la scelta di Giorgia Meloni di escluderlo dall’incontro in prefettura a Milano, con J.D. Vance. D’altronde, il protocollo prevedeva l’incontro della premier con il vicepresidente degli Stati Uniti, alla presenza del segretario di Stato Usa Marc Rubio e dell’omologo italiano Antonio Tajani. Nessuno spazio per l’altro vicepremier. Ed è così che Salvini si sarebbe dovuto ‘accontentare’ della photo opportunity con Vance, scattata durante il ricevimento a Palazzo Reale.

Il broncio olimpico di Salvini e la “zampata” della deputata leghista
Il broncio olimpico di Salvini e la “zampata” della deputata leghista
Il broncio olimpico di Salvini e la “zampata” della deputata leghista
Il broncio olimpico di Salvini e la “zampata” della deputata leghista
Il broncio olimpico di Salvini e la “zampata” della deputata leghista
Il broncio olimpico di Salvini e la “zampata” della deputata leghista

La tigre leghista e il commesso

La “zampata” della tigre leghista. Nei corridoi di Montecitorio si parla così dell’ennesimo episodio di intemperanza della deputata eletta nelle file del partito di Matteo Salvini. Un collega che ha visto tutto ricostruisce così i fatti: «È successo circa 10 giorni fa. Presiedeva l’Aula la vice presidente Anna Ascani. Lei ha fatto irruzione in Aula urlando, letteralmente sbraitando, al telefono. Stava palesemente litigando con qualcuno». A quel punto è stata invitata ad abbassare i toni. «È intervenuto un commesso. Uno dei giovani assistenti parlamentari appena assunto, forse non troppo esperto», continua il racconto. Il ‘ragazzo’ l’ha invitata più volte ad abbassare il volume della voce. E lei? «Lo ha respinto malamente con il braccio, gli ha dato una spinta, salvo poi sostenere che era stato il commesso a spingerla». L’episodio sarebbe stato poi riesaminato e si sarebbe risolto con le scuse della deputata al commesso.

Il broncio olimpico di Salvini e la “zampata” della deputata leghista
L’Aula di Montecitorio (Imagoeconomica).

Simest, Francesca Alicata direttore delle Relazioni esterne

Simest, realtà del Gruppo Cdp che supporta le imprese italiane nei processi di internazionalizzazione, ha nominato Francesca Alicata come nuovo direttore delle Relazioni esterne. Nel suo nuovo ruolo, la manager sarà alla guida delle relazioni istituzionali e del coordinamento dei rapporti con canali terzi, tra cui associazioni di categoria, società di consulenza e altri stakeholder strategici. La sua missione sarà quella di rafforzare il posizionamento di Simest nel panorama nazionale e internazionale, consolidando le partnership già esistenti e attivandone di nuove.

Philip Morris Italia lancia una sales academy con 200 nuovi ingressi in azienda

Un investimento su persone, competenze e occupazione qualificata. Philip Morris Italia ha annunciato l’avvio di una nuova sales academy che porterà all’ingresso in azienda di 200 risorse per un percorso di formazione e sviluppo della durata di 24 mesi. Obiettivo ultimo attrarre talenti per costruire i professionisti del business del futuro. Le nuove risorse saranno inserite nel ruolo di business builder e coinvolte nelle attività della filiera commerciale dell’azienda, a supporto del processo di trasformazione del business verso i prodotti senza fumo.

Cosa prevede il programma formativo

L’iniziativa si inserisce in un contesto occupazionale che vede Philip Morris Italia contare oltre 3.200 dipendenti nelle due affiliate italiane e una filiera integrata del Made in Italy che coinvolge più di 44 mila persone a livello nazionale. La sales academy è progettata per sviluppare competenze professionali, commerciali e relazionali ad alto valore aggiunto, accompagnando le nuove risorse in un percorso strutturato di crescita e specializzazione. Il programma formativo prevede moduli dedicati alla comprensione delle priorità di business, corsi operativi sull’utilizzo dei principali sistemi e tool aziendali, lo sviluppo di competenze funzionali e relazionali, oltre a un focus sulla capacità di comunicare in modo chiaro, fattuale ed efficace.

Frega: «Così attraiamo e valorizziamo nuovi talenti»

Queste le dichiarazioni di Pasquale Frega, presidente e amministratore delegato di Philip Morris Italia: «Le persone sono il vero motore della trasformazione della nostra azienda e della sua competitività. Per questo, pur in un contesto globale complesso, continuiamo a investire nel Paese e nel capitale umano. Con questo programma intendiamo attrarre e valorizzare nuovi talenti, offrendo opportunità di lavoro e di formazione di alto livello».

Maggi: «Formazione pilastro centrale della nostra strategia»

Per Leandro Maggi, direttore People & culture di Philip Morris Italia: «La formazione rappresenta un pilastro centrale della nostra strategia. Con la sales academy offriamo un percorso di apprendimento strutturato, in linea con l’evoluzione del mercato e con le esigenze di sviluppo delle persone. La trasformazione di Philip Morris passa infatti anche dalla capacità di sviluppare competenze nuove e sempre più specialistiche». Con questa iniziativa, Philip Morris Italia rafforza il proprio impegno a favore dell’occupazione qualificata e dello sviluppo dei talenti, confermandosi un attore industriale capace di generare valore economico e sociale per il Paese. Il processo di selezione, a cura del dipartimento People & culture, è già attivo attraverso il sito di Philip Morris International e le piattaforme LinkedIn e Indeed.

La replica di Tajani a Marina Berlusconi sul rinnovamento di Forza Italia

«È da un pezzo che lo stiamo facendo, da quando sono diventato segretario». Così Antonio Tajani ha replicato così alle affermazioni sul rinnovamento di Forza Italia pronunciate da Marina Berlusconi in un’intervista al Corriere della Sera, che sapevano di benservito. Parlando al termine delle celebrazioni del Giorno del Ricordo alla Camera, ha poi aggiunto: «Ci sono i congressi regionali, adesso facciamo una campagna per il referendum, poi ci sarà il congresso nazionale che eleggerà il nuovo segretario che porterà il partito alle elezioni del 2027. La novità è proprio questa, l’elezione di tutta la classe dirigente dal basso con gli iscritti. Il rinnovamento è già in atto, quindi bene rinnovare e cambiare, assolutamente sì».

La replica di Tajani a Marina Berlusconi sul rinnovamento di Forza Italia
Marina Berlusconi (Imagoeconomica).

Cosa aveva detto Marina Berlusconi

Tajani ha in pratica fatto orecchi da mercante dopo le dichiarazioni della primogenita del fondatore di FI. «Penso che noi elettori di Forza Italia dovremmo solo esprimere gratitudine e apprezzamento per quello che ha fatto e che continua a fare. Ha tenuto saldo il partito in un momento delicatissimo. Adesso inevitabilmente comincia una fase nuova, in cui bisogna guardare avanti e costruire il futuro», aveva dichiarato Marina Berlusconi, dicendosi «certa» che «il primo a saperlo e a volerlo fare sia proprio lui». Ma non è certo questo che trapela dalle parole di Tajani.

La replica di Tajani a Marina Berlusconi sul rinnovamento di Forza Italia
Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Lotta alla corruzione, l’Italia continua a peggiorare: la classifica di Transparency International

Continua a peggiorare il punteggio dell’Italia nell’Indice di percezione della corruzione (Cpi) nel settore pubblico, pubblicato oggi da Transparency International. Dai 54 punti del 2024, l’Italia è infatti passata a 53 nel 2025. Nessun passo indietro, almeno, in classifica: risulta stabile infatti la 52esima posizione nella graduatoria globale, che conta 182 Paesi/territori in tutto il mondo. L’Italia è inoltre 19esima nell’Unione europea, dove il punteggio medio dei Ventisette è di 62 punti (su 100). Tra i Paesi Ocse, invece, l’Italia è 31esima su 38. Secondo Transparency International, a pesare è appunto l’indebolimento delle misure anticorruzione, tra cui la depenalizzazione dell’abuso di ufficio, che figura fra gli interventi sulla Giustizia voluti dal governo Meloni (ottenuto con la legge Nordio). Tra le carenze anche la mancanza di una legge su lobby e conflitto d’interessi.

L’Italia è dietro a Rwanda e Botswana

Il punteggio finale è determinato in base ad una scala che va da 0 (alto livello di corruzione percepita) a 100 (basso livello di corruzione percepita). Nel punteggio, l’Italia non riesce dunque a invertire la tendenza negativa iniziata nel 2024, che ha rappresentato la prima “marcia indietro” dal 2012. Ma anzi perde ancora un punto. Nel penultimo degli anni presi in esame, l’Italia aveva perso ben 10 posizioni nella graduatoria globale: passati 365 giorni è rimasta – piccola consolazione – stabile al 52esimo posto, dietro a Paesi come Rwanda e Botswana.

In testa c’è la Danimarca, ultimo il Sud Sudan

A livello mondiale, il primo posto in classifica è ancora appannaggio della Danimarca, con 89 punti, seguta da Finlandia e Singapore. All’ultima posizione si riconferma il Sud Sudan, raggiunto dalla Somalia. Come detto l’Italia non brilla, ma il calo dei punteggi riguarda diversi importanti Paesi occidentali: Stati Uniti (64), Francia (66), Regno Unito (70), Canada (75), Svezia (80) e Nuova Zelanda (81). Non a caso, il numero di Paesi con un punteggio superiore a 80 si è ridotto da 12 del 2015 agli appena cinque del 2025. La maggioranza dei Paesi, osserva Transparency International, non riesce a tenere sotto controllo la corruzione: oltre due terzi (122 su 182) hanno un punteggio inferiore a 50. E l’Italia è poco sopra questa soglia.

Il governo torna alla carica sui migranti: le possibili misure del nuovo ddl

Nel Consiglio dei ministri previsto per la mattinata di mercoledì 11 febbraio potrebbe arrivare il nuovo disegno di legge sui migranti annunciato dall’esecutivo. Nel provvedimento dovrebbero confluire sostanzialmente due elementi: le norme necessarie a recepire in Italia il Patto europeo su asilo e immigrazione, che adottato dall’Ue nel 2024 entrerà in vigore a giugno, e alcune disposizioni che non hanno trovato posto nel decreto Sicurezza appena approvato.

Il governo torna alla carica sui migranti: le possibili misure del nuovo ddl
Sbarco di migranti in Italia (Ansa).

Le norme per recepire il Patto Ue su asilo e immigrazione

A dicembre il governo aveva lavorato a un ddl con otto articoli, che delegava al governo l’adozione di decreti legislativi per recepire la direttiva sull’accoglienza e adeguare la normativa nazionale ai regolamenti Ue in materia di asilo, procedure, gestione dei flussi, rimpatri, controlli alle frontiere e situazioni di crisi. Il testo, ad esempio, prevedeva la riorganizzazione del sistema di accoglienza, con la definizione delle condizioni materiali garantite, dei casi di riduzione o revoca dei benefici e delle possibili limitazioni alla libertà di circolazione. Disciplinava poi il riconoscimento della protezione internazionale, ridefinendo status, cause di esclusione e revoca. Attuava inoltre il rafforzamento dei controlli alle frontiere esterne, le procedure di rimpatrio e l’uso del sistema Eurodac. Resta da chiarire quali di queste norme confluiranno effettivamente nel ddl.

Il governo torna alla carica sui migranti: le possibili misure del nuovo ddl
Migranti nell’hotspot di Lampedusa (Ansa).

Le misure rimaste fuori dal recente decreto Sicurezza

er quanto riguarda le misure stralciate dal decreto Sicurezza, secondo quanto fatto intendere dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi nel ddl immigrazione potrebbe rientrare il “blocco navale”, ovvero la possibilità di interdire (per non più di 30 giorni, prorogabili fino a un massimo di sei mesi) l’attraversamento del limite delle acque territoriali, «nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale intesa come rischio concreto di atti di terrorismo o di infiltrazione di terroristi», ma anche di «pressione migratoria eccezionale tale da compromettere la gestione sicura dei confini». In tali casi i migranti potrebbero essere «condotti anche in Paesi terzi diversi da quello di appartenenza o provenienza con i quali l’Italia ha stipulato appositi accordi». Secondo il governo queste misure (che però presentano diversi profili critici e problematici dal punti di vista giuridico) dovrebbero – tra le altre cose – far finalmente decollare i centri in Albania. Nel ddl potrebbe poi rientrare anche una stretta sui ricongiungimenti familiari.

A chi proprio non sono andati giù i preservativi olimpici di Regione Lombardia

Il nuovo nemico della sottosegretaria no vax per autodefinizione, collezionista di post e virgolettati politicamente autolesionisti, è il sesso protetto dal logo istituzionale. Le solite e sempre più numerose vipere di palazzo riferiscono che Federica Picchi sia furibonda per la distribuzione di 300 mila preservativi alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, rivendicata dal governatore della Regione Lombardia Attilio Fontana. Il leghista ha detto: «Se a qualcuno sembra strano, non è consapevole della prassi olimpica consolidata. Un tema che non deve creare imbarazzo». E in effetti è iniziato tutto nel 1988 a Seul, per sensibilizzare gli atleti alla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili (ai Giochi il corpo a corpo sessuale è disciplina molto praticata). A qualcuno però il tema evidentemente crea comunque imbarazzo, eccome. Secondo quanto riferiscono fonti certe, la cattolicissima sottosegretaria allo Sport Picchi sarebbe fuori dalle grazie di Dio per colpa di quel simbolo lombardo sui condom. Contrario al (suo) Vangelo.

A chi proprio non sono andati giù i preservativi olimpici di Regione Lombardia
A chi proprio non sono andati giù i preservativi olimpici di Regione Lombardia
A chi proprio non sono andati giù i preservativi olimpici di Regione Lombardia
A chi proprio non sono andati giù i preservativi olimpici di Regione Lombardia
A chi proprio non sono andati giù i preservativi olimpici di Regione Lombardia
A chi proprio non sono andati giù i preservativi olimpici di Regione Lombardia
A chi proprio non sono andati giù i preservativi olimpici di Regione Lombardia
A chi proprio non sono andati giù i preservativi olimpici di Regione Lombardia
A chi proprio non sono andati giù i preservativi olimpici di Regione Lombardia
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A chi proprio non sono andati giù i preservativi olimpici di Regione Lombardia
A chi proprio non sono andati giù i preservativi olimpici di Regione Lombardia

Il caso del casco con gli atleti ucraini uccisi vietato dal Cio

Tigri in fiamme, mostri dagli occhi blu, dragoni. E tanto altro. Sui caschi dei corridori di skeleton di Cortina-Milano 2026 c’è spazio per ogni tipo di immagine. Ma non per i ritratti degli atleti ucraini caduti durante l’invasione russa. Lo ha denunciato su Instagram Vladyslav Heraskevych, uno dei portabandiera dell’Ucraina, che aveva in precedenza presentato sui social il suo casco, indossato in allenamento, con appunto sopra le immagini di alcuni atleti uccisi, pensato come un tributo agli sportivi morti a causa degli attacchi della Russia.

Heraskevych: «Decisione che mi spezza il cuore»

«Il Comitato Olimpico Internazionale ha vietato l’uso del mio casco nelle sessioni ufficiali di allenamento e nelle competizioni. Una decisione straziante che mi spezza il cuore», ha scritto Heraskevych, spiegando di avere la sensazione che il Cio «stia tradendo quegli atleti che hanno fatto parte del movimento olimpico, impedendo loro di essere onorati nell’arena sportiva dove non potranno mai più mettere piede».

Quattro anni fa, a Pechino, Heraskevych aveva esposto uno striscione con la scritta “No alla guerra in Ucraina” in segno di protesta contro l’imminente invasione russa, che sarebbe poi iniziata due giorni dopo la conclusione dei Giochi olimpici invernali del 2022.

Zelensky: «Promemoria di cosa sia la Russia»

Sulla questione si è espresso anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. «Ringrazio il portabandiera della nostra nazionale alle Olimpiadi invernali, Vladyslav Heraskevych, per aver ricordato al mondo il prezzo della nostra lotta. Questa verità non può essere sconveniente, inappropriata o definita una “manifestazione politica durante un evento sportivo”. È un promemoria per il mondo intero di cosa sia la Russia moderna», ha scritto su X il presidente dell’Ucraina. E poi: «E questo è ciò che ricorda a tutti il ruolo globale dello sport e la missione storica del movimento olimpico stesso: è tutto per la pace e per il bene della vita. L’Ucraina rimane fedele a questo. La Russia dimostra il contrario».

Quanto vale il partito di Vannacci? Il primo sondaggio reale

A una settimana dallo strappo con la Lega e dalla fondazione di un suo partito, arrivano i primi dati reali sulle percentuali che potrebbe ottenere Vannacci in caso di elezioni. Secondo la rilevazione fatta da Swg per La7, Futuro nazionale otterrebbe il 3,3 per cento, a discapito della Lega che viene data al 6,6 per cento e di Fratelli d’Italia che, rispetto alla settimana precedente, perde oltre un punto e si attesta al 30,1 per cento. In lieve flessione anche il Partito Democratico, al 22,2 per cento, e il Movimento 5 Stelle, che scende all’11,7 per cento. Forza Italia sale all’8,4 per cento mentre Avs è stabile al 6,4 per cento.

Perché i giornalisti di Repubblica stanno scioperando

Il comitato di redazione di Repubblica ha comunicato che, a causa di uno sciopero, martedì 10 febbraio 2026 il sito del giornale non sarà aggiornato e il quotidiano non uscirà nemmeno in edicola, né martedì (perché nella serata precedente l’edizione non è stata chiusa in tempo per via di un’assemblea dei giornalisti che si è prolungata) né mercoledì (perché martedì è appunto in programma l’agitazione). L’assemblea e il successivo sciopero sono stati organizzati per discutere delle trattative che da settimane vanno avanti per la vendita da parte della famiglia Agnelli-Ekann, tramite il suo gruppo Exor, del gruppo editoriale Gedi, che include la stessa Repubblica. Al momento c’è una trattativa per cedere il giornale al gruppo Antenna, di proprietà della famiglia greca dei Kyriakou, poco conosciuta in Italia.

La protesta del cdr: «Richieste di garanzie inascoltate»

Nel comunicato del cdr si legge: «Sappiamo che Exor è in trattativa per la vendita di Gedi con il gruppo greco Antenna. Ma questa trattativa in esclusiva è scaduta lo scorso 31 gennaio, e la società non ci ha ancora detto se c’è stata una proroga e fino a quando. Le informazioni in nostro possesso finiscono qui. Abbiamo anche chiesto perché la scelta sia ricaduta su di un editore sconosciuto ai più e non ad altri che si erano detti interessati, ed è una domanda che rimane aperta. Ci sono (state) altre offerte? Se sì, perché non prenderle in considerazione? […] Le nostre richieste di garanzie, occupazionali e democratiche, sono a oggi cadute nel vuoto di fronte a un silenzio ostinato e irrispettoso di chi, per il ruolo che ricopre, dovrebbe darcele. L’editore John Elkann, infatti, si rifiuta di incontrare le rappresentanze sindacali».

Marina Berlusconi: «Giustizia condizionata da un vergognoso mercato delle nomine»

«La separazione delle carriere è necessaria per spezzare un giogo che soffoca tutti», afferma la presidente di Fininvest in vista del referendum. Poi si allinea al fratello Pier Silvio su Tajani: «Grazie, ma Forza Italia deve guardare avanti».
Intervistata dal Corriere della Sera, Marina Berlusconi ha parlato del referendum sulla giustizia che si terrà il 22 e il 23 marzo, fortemente sostenuto da Forza Italia e un tempo cavallo di battaglia del padre Silvio. «La separazione delle carriere è necessaria per spezzare un giogo che soffoca tutti, a partire dagli stessi magistrati. E per garantire la vera terzietà dei giudici. Abbiamo un’occasione irripetibile, non lasciamocela scappare», ha detto la presidente di Fininvest e Mondadori. E poi: «È vero, mio padre ha subìto un’inaccettabile persecuzione giudiziaria. Ma non ragiono per rivalsa, e il problema non riguarda una sola stagione, né una sola persona. C’è una minoranza di magistrati ideologizzati che continua a fare danni. La giustizia è condizionata da un vergognoso mercato di nomine». La primogenita di Silvio Berlusconi ha inoltre affermato che «in nessun caso un magistrato dovrebbe fare carriera con la politica, né fare politica con l’attività giudiziaria». Il voto di fine marzo, ha sottolineato Marina Berlusconi «non è una resa dei conti politica, né un voto pro o contro il governo».

Marina Berlusconi: «Giustizia condizionata da un vergognoso mercato delle nomine»
Marina Berlusconi (Imagoeconomica).

Dopo Pier Silvio anche Marina congeda Tajani

Nel corso dell’intervista, Marina Berlusconi ha anche smentito di essere la vera leader che ispira le scelte del centrodestra: «Ancora questa storia… Il mio lavoro è un altro». Allineandosi poi al fratello Pier Silvio su Antonio Tajani: «Penso che noi elettori di Forza Italia dovremmo solo esprimere gratitudine e apprezzamento per quello che ha fatto e che continua a fare. Ha tenuto saldo il partito in un momento delicatissimo. Adesso inevitabilmente comincia una fase nuova, in cui bisogna guardare avanti e costruire il futuro. Sono certa che il primo a saperlo e a volerlo fare sia proprio lui». Infine poche parole sull’addio di Roberto Vannacci alla Lega e, dunque, alla coalizione di maggioranza: «Non una grande perdita».

Pucci, dopo la rinuncia a Sanremo salta anche l’ingaggio per Conad

Dopo la rinuncia volontaria all’esibizione in programma al Festival di Sanremo, eccone un’altra che invece Andrea Pucci non ha deciso: Conad ha infatti disdetto l’ingaggio del comico per un evento aziendale. Lo ha reso noto lo stesso Pucci su Instagram, con una storia (successivamente cancellata) in cui ha riportato l’email della catena di supermercati con le motivazioni del ritiro dell’ingaggio. Poi il comico milanese in un’altra storia ha ironizzato: «Se va avanti così dovrò andare fuori dai loro store a chiedere l’elemosina».

Pucci, dopo la rinuncia a Sanremo salta anche l’ingaggio per Conad
Una delle storie pubblicate da Andrea Pucci su Instagram.

LEGGI ANCHE: Pucci, Sanremo e lo scontro politico che si autogenera

Giletti, le chat tra Ranucci e Boccia sulla «lobby gay di destra»

Nello stesso giorno in cui Maria Rosaria Boccia è stata rinviata a giudizio per stalking e lesioni ai danni dell’ex ministro Sangiuliano, Massimo Giletti ha mostrato in tv, nel suo programma su Rai 3, alcune chat tra l’imprenditrice e il giornalista Sigfrido Ranucci «che offendono me e altri». I messaggi, seguiti a un incontro avvenuto il 17 settembre 2024, parlano di una «lobby gay di destra». Alle 21.29 Boccia scrive a Ranucci: «Ho visto Cerno (il giornalista Tommaso Cerno, ndr) all’Aria che tira… è davvero scandaloso». Il conduttore di Report risponde: «Quello è un altro del giro… giro gay, pericolosissimo». E ancora: «Amico di Marco Mancini, giro gay», facendo riferimento all’ex dirigente dei servizi segreti. E Boccia: «Come Signorini». «Sì», risponde Ranucci. «E il signor B.», aggiunge la donna in linguaggio criptico. Ranucci: «E Giletti».

Giletti: «Delusione umana profonda»

Giletti si è quindi rivolto direttamente a Ranucci: «Parliamo di libertà di informazione, fondamentale. Anche se sei lontano mille miglia da me, io ti difenderò sempre e tu hai sempre fatto così. E allora mi devi spiegare perché scrivi messaggi come questi. Sono perplesso perché siamo giornalisti della stessa azienda, finire a parlare di questa roba è triste. Ma proprio perché so chi sei, perché conosco la tua storia, io non riconosco questa libertà di informazione in quello che hai scritto. Perché la libertà di informazione non è un venticello, non è una battuta, è qualcosa di molto più serio. Non è un gossip, ma è coraggio, è andare contro chi non vuole la trasparenza, è andare contro i palazzi anche se te la fanno pagare. Questa è la libertà di informazione, batterti per chi non ce l’ha e la pensa lontano da te. E tu lo sai caro Sigfrido, sei il primo e io te l’ho sempre riconosciuto. Ecco perché faccio fatica a non essere deluso da quello che leggo, ecco perché faccio fatica anche a pensare che mi hai mandato un messaggio dicendo che non è vero nulla. Io capisco, uno fa una telefonata e si dicono tante fesserie magari per convincere l’altra parte, io a questo ci sto. Però qui non è una questione di sostantivi, lobby non lobby, gay non gay. È questione di sostanza e io qui la sostanza non la vedo, non vedo la sostanza di un combattente come ti definisci tu. Ora non sei solo tu l’unico giusto nel mondo, così come non lo sono io. Abbiamo entrambi tanti difetti, però dividersi in un momento così difficile per il giornalismo perché avere la schiena dritta non è semplice e tu lo sai benissimo quanto sia difficile, permettimi che per me è una delusione umana profonda. Non mi interessa del gay, dell’omosessuale, siamo nel 2026 e se c’è ancora qualcuno che si offende quando si usa la parola omosessuale… Ma la lobby no per esempio, perché lobby vuol dire potere e io quel potere l’ho sempre contrastato».

Cosa fare con Petrecca? La Rai meloniana a un bivio

La domanda è: riuscirà Paolo Petrecca a resistere alla direzione di RaiSport dopo la disastrosa telecronaca della cerimonia di apertura di Milano-Cortina 2026?

La tirata d’orecchie dell’ad Rossi

A vedere l’esito dell’incontro con Giampaolo Rossi in Via Asiago per ora sembrerebbe di sì. Ma non è detto. Lunedì l’amministratore delegato della Rai gli ha tirato parecchio le orecchie: non dovevi essere tu a condurre l’evento, sei il direttore e devi cercare di valorizzare la tua direzione, se proprio volevi farlo almeno dovevi prepararti meglio. Petrecca avrebbe risposto ventilando ipotetici complotti ai suoi danni fin da quando dirigeva RaiNews, ma Rossi l’ha zittito: quella telecronaca era pessima, basta, non ci sono scuse. Ora non farti più vedere in video e la conduzione dell’evento finale la farà qualcun altro. E, ha aggiunto, cerca in qualche modo di ricucire con la redazione. Che, per la cronaca, da lunedì è in sciopero delle firme fino alla fine delle Olimpiadi e subito dopo si procederà con i tre giorni di sciopero già approvati dall’assemblea.

Il nodo Petrecca verrà sciolto solo dopo Sanremo

Insomma, Rossi ha preso tempo. Prima, a suo dire, bisogna portare a termine nel miglior modo possibile le Olimpiadi, concentrandosi per due settimane senza altre sbavature. Poi c’è Sanremo, travolto dal polverone su Andrea Pucci. Archiviato il festival, però, rivela a Lettera43 una fonte ben inserita ai piani alti, i nodi verranno al pettine e la questione Petrecca sarà affrontata una volta per tutte. Perché, se fin qui il giornalista è sempre stato difeso a testuggine dalla compagine meloniana, d’ora in poi non sarà più così. Tre indizi, del resto, fanno una prova: Petrecca è stato spostato a RaiSport proprio per i danni combinati a RaiNews, ma l’errore è stato trasferirlo sottovalutando l’importanza degli eventi sportivi, molto più più seguiti della politica e della cronaca; il silenzio assordante dell’azienda nella giornata di sabato è parso a tutti un evidente segnale di imbarazzo, come a dire: eccolo, ne ha combinata un’altra; la stessa convocazione a Roma da Rossi evidenzia che anche per i “fratelli” un problema Petrecca esiste. Quindi, dopo Sanremo, la questione sarà affrontata.

Cosa fare con Petrecca? La Rai meloniana a un bivio
Giampaolo Rossi (Ansa).

Il direttore di RaiSport potrebbe finire nel prossimo giro di poltrone

Sì, ma come? C’è chi dice che si coglierà l’occasione del giro di poltrone previste per la primavera, con alcune caselle da riempire: la direzione relazioni internazionali (Simona Martorelli va in pensione in questi giorni) e quella delle relazioni istituzionali (interim a Rossi). Poi c’è in scadenza Paolo Del Brocco a Rai Cinema e sembra pure che Paolo Corsini non ne possa più dell’approfondimento e abbia chiesto di essere trasferito alla radio, dove l’attuale direttore del Giornale Radio e Rai Radio 1 Nicola Rao potrebbe spostarsi al Tg1 al posto di Gian Marco Chiocci. Insomma, qualche movimento ci sarà e potrebbe rientrarci anche Petrecca, magari su una poltrona dove davvero non possa fare danni. Questa è l’ipotesi più gettonata.

Cosa fare con Petrecca? La Rai meloniana a un bivio
Paolo Petrecca (Imagoeconomica).

L’ipotesi blindatura: difendere Petrecca per difendere TeleMeloni

Ma ce n’è una minoritaria che invece descrive un altro scenario: si difenderà Petrecca fino alla fine, perché «se cediamo su uno dei nostri così importante, allora dobbiamo cedere su tutto e sanciremmo il fallimento della nostra gestione», sussurra una fonte destrorsa. Insomma, «siamo sotto attacco e dobbiamo reagire, difendendo il direttore di RaiSport, difendiamo tutti noi». Staremo a vedere, ma per il momento Petrecca è più morto che vivo (professionalmente parlando). Anche perché con lui e Pucci la Rai ha rischiato di giocarsi gli unici eventi porta-soldi della stagione: le Olimpiadi e Sanremo. Sui Mondiali di calcio, infatti, aleggia ancora una grande interrogativo e comunque i diritti saranno smezzati con Dazn, mentre è delle ultime ore la voce secondo cui Via Asiago abbia perso i diritti sulle prossime Atp Finals di Torino in favore di Mediaset.

Cosa fare con Petrecca? La Rai meloniana a un bivio
Da sinistra, Francesca Oliva vicedirettore di RaiNews24, Paolo Petrecca, il ministro dello Sport Andrea Abodi, l’ad Rai Giampaolo Rossi e Nicola Rao, direttore del Giornale Radio (Imagoeconomica).

Ma chi fu il vero responsabile dell’ascesa di Petrecca?

Qualcuno, intanto, dentro l’azienda ricorda il “colpevole” dell’ascesa di Petrecca. Era l’autunno del 2021 e c’era da nominare il nuovo direttore di RaiNews dopo Andrea Vianello. Si doveva scegliere un meloniano perché, secondo le quote Rai, quella poltrona spettava a un “fratello” e si brancolava nel buio quando ad Antonio Di Bella, da sempre vicino al Pd, si accese la lampadina: c’è un vicedirettore meloniano a RaiNews, è Paolo Petrecca, facciamolo direttore. Il resto è storia.