Archiviata la pausa di Capodanno, i mercati globali salutano il 2026 con la prima seduta dell’anno nuovo. Cresce l’attesa per l’apertura della Borsa italiana e dello spread tra Btp e Bund tedeschi. Milano, martedì 30 dicembre 2025, ha terminato l’anno sfiorando i 45 mila punti.
A leggere Nella carne, vincitore del Booker Prize e salutato come il miglior romanzo del 2025, viene un censurabile sospetto. Ovvero che il romanzo del canadese-ungherese David Szalay lo si stia celebrando più per il prestigio che si porta addosso che per ciò che lascia dentro al lettore. È l’evento editoriale dell’anno, che sembra confezionato per esserlo: un libro che vince uno dei premi internazionali più importanti ma che, per stare al titolo, non entra “nella carne” di chi lo legge. Parla di corpi, descritti come veicoli di una sessualità che risponde più al bisogno che al desiderio. Ma lo fa come certi ristoranti stellati descrivono i piatti nel menu: tutto è lì sulla carta, preciso e raffinato, ma all’assaggio difettano di sapore. I personaggi e gli eventi, anche i più drammatici, restano in superficie, controllati, levigati, impeccabili. L’involucro è perfetto, ma il contenuto emotivo lascia pochi segni.
La copertina di Nella carne (Adelphi).
L’unica forma di sopravvivenza è non trattenere nulla
Il paradosso è un libro che parla sì della carne, ma non la scalfisce. Brilla molto, ma morde poco. István, il protagonista, attraversa la guerra in Iraq, il carcere minorile, l’alta società londinese, il ritorno in Ungheria. La sua postura è quella di chi ha deciso che l’unica forma di sopravvivenza sia nel non trattenere nulla. È dotato di un firewall emotivo che risponde «Okay» a tutto: ai conflitti globali come ai piccoli o grandi accadimenti della vita quotidiana. Gli muoiono gli affetti più stretti: figlio, moglie, madre, lungo una sequenza che dovrebbe essere tragica e invece risulta solo cronologica. Le loro morti restano elementi della trama, non macigni interiori che aprono voragini. Non per cinismo, ma per uno stile che predilige l’ellissi allo scavo interiore.
David Szalay (dal profilo Fb).
Il minimalismo di Szalay risulta asettico
Szalay sceglie la distanza invece dell’impatto, il tocco leggero invece del colpo secco. Il suo penultimo libro, Turbolenza, aveva già questa impostazione: una serie di racconti legati tra loro che scivolavano via senza lasciare tracce profonde, senza creare vera inquietudine. Qui almeno l’ambizione di pesare c’è. L’effetto però raramente è raggiunto. Il minimalismo come stile: sottrarre interiorità per costringere il lettore a completare il disegno. L’operazione potrebbe essere raffinata, ma appare solo asettica. Il personaggio di István resta irrisolto non perché sia un enigma profondo, ma perché il testo non si decide mai a entrargli dentro. Vuole mostrarci come un uomo (e un autore) possano arrivare all’ultima pagina con il guscio lucido, senza ammaccature che non siano piccoli quasi invisibili graffi.
David Szalay alla premiazione del Booker Prize 2025 (da Fb).
Nella carne riflette perfettamente quest’epoca
È un romanzo fisico solo nelle intenzioni. E proprio per questo funziona come diagnostica perfetta di quest’epoca: non vince perché ferisce, ma perché non si lascia ferire. La letteratura come superficie riflettente: brillante, stilosa, certificabile, instagrammabile. István attraversa la storia senza mai cambiare, come avesse la consapevolezza che il destino è ineluttabile. Gli affetti più cari gli muoiono accanto, i conflitti gli esplodono intorno, il Covid non gli stravolge la vita ma è solo un banale incidente di percorso. Tutto resta in una specie di camera a pressione controllata, dove il dolore non diventa deformazione, i legami non diventano fratture, gli eventi non lasciano cicatrici. È il vero tratto distintivo di Szalay: scrivere di un uomo che resiste al mondo, che al tempo stesso non riesce mai a entrare in attrito con lui. Questa mancanza, che molti hanno scambiato per profondità, è in realtà il suo stile: una narrativa che accade, osserva, sfiora, e passa oltre. Bellissima da leggere, difficile da afferrare, impossibile da odiare perché alla fine ti ha lasciato addosso l’impronta della sua manieristica perfezione.
È salito ad almeno 47 morti e un centinaio di feriti il bilancio dell’incendio divampato la notte di Capodanno nel bar Le Constellation di Crans-Montana, in Svizzera. Lo riporta il quotidiano svizzero Blick. Secondo quanto riferito dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, tra i dispersi ci sono almeno 16 italiani che si teme possano essere rimasti coinvolti nel rogo. Tajani ha aggiunto che 12sono stati rintracciati negli ospedali svizzeri. «Mi auguro non ci siano vittime ma non possiamo escludere nulla», ha dichiarato a SkyTg24, spiegando che «la situazione è caotica». I soccorritori, infatti, stanno procedendo con cautela all’interno del locale in quanto pericolante, e non tutte le vittime sono immediatamente identificabili a causa delle gravi ustioni riportate. Il vicepremier ha inoltre annunciato il trasferimento in Italia di tre ustionati gravi all’ospedale Niguarda.
ALERTE INFO – Une explosion a déclenché un incendie dans un bar de Crans-Montana (VS) lors des festivités du Nouvel An, faisant plusieurs morts et blessés graves. (Blick) pic.twitter.com/GKiGZfTETs
In una nota di Palazzo Chigi, Giorgia Meloni ha espresso «le più sentite condoglianze per il drammatico incendio verificatosi in Svizzera, a Crans-Montana». La presidente del Consiglio «segue con attenzione l’evolversi della situazione» ed è «in stretto contatto» con Tajani «al fine di assumere tutte le informazioni sull’accaduto e sul possibile coinvolgimento di connazionali». Nel comunicato, Meloni ringrazia anche «le risorse della Protezione civile già operative» ed esprime vicinanza «ai familiari delle vittime, ai feriti, alle istituzioni e al popolo elvetici».
A nome mio e del Governo, esprimo le più sentite condoglianze per il drammatico incendio verificatosi in Svizzera, a Crans-Montana.
Seguo con attenzione l’evolversi della situazione al fine di assumere tutte le informazioni sull'accaduto e sul possibile coinvolgimento di…
La polizia cantonale ha escluso l’origine dolosa del rogo, ma le cause restano in fase di accertamento. Due giovani francesi hanno raccontato a BfmTv che sarebbe partito da alcune candeline di compleanno accese dai camerieri su bottiglie di champagne. Una testimone ha riferito: «Durante la serata, un cameriere è salito sulle spalle di un altro cameriere. Teneva in mano una candelina di compleanno, che era molto vicina al soffitto e il soffitto ha preso fuoco in un paio di minuti». Le autorità cantonali hanno spiegato che la tragedia sarebbe stata causata da un flashover, ovvero un «fenomeno pericolosissimo che vede il fuoco propagarsi all’improvviso e con violenza in ambienti chiusi provocando una o più esplosioni». I testimoni hanno raccontato anche di aver avuto difficoltà con l’evacuazione: all’interno del locale era presente una sola via di accesso e di fuga nel seminterrato.
Nel decreto Milleproroghe pubblicato in Gazzetta Ufficiale non c’è la proroga dei bonus per l’occupazione giovanile e femminile. Nel testo definitivo è infatti scomparso lo slittamento di un anno che figurava in una versione precedente del provvedimento e che avrebbe consentito di estendere gli incentivi anche oltre le scadenze già fissate. Restano quindi esclusi dal rinnovo il bonus giovani under 35 e il bonus donne, due strumenti pensati per favorire l’ingresso stabile nel mercato del lavoro di categorie considerate più fragili. Con la stessa scelta decadono anche altri interventi: la proroga del bonus per lo sviluppo occupazionale nelle Zesdel Mezzogiorno e gli incentivi all’autoimpiego nei settori legati alle nuove tecnologie e alla transizione digitale ed ecologica.
Cos’era il bonus giovani
Il bonus giovani, introdotto con il decreto Coesione del 2024, prevedeva per i datori di lavoro un esonero totale dai contributi previdenziali per un massimo di 24 mesi, entro un limite di 500 euro al mese, in caso di assunzione o trasformazione a tempoindeterminato di under 35 mai occupati stabilmente. Una misura analoga era prevista per il bonus donne, riservato alle assunzioni a tempo indeterminato di lavoratrici svantaggiate. Con l’assenza della proroga nel Milleproroghe, gli incentivi restano applicabili solo alle assunzioni effettuate entro il 31 dicembre 2025. Oltre quella data, salvo nuovi interventi normativi, i benefici non saranno più disponibili.
I dati sanitari di migliaia di pazienti lombardi sono finiti in vendita sul dark web. Secondo quanto scrive Il Post, a “offrirli” è un utente che si firma wizgun, legato all’attacco hacker che lo scorso ottobre ha colpito la piattaforma Paziente Consapevole, usata da molti medici di medicina generale per inviare prescrizioni. Secondo un’analisi di Cyberoo, sul mercato clandestino circolerebbero i profili di circa 90mila pazienti: ogni scheda completa costa 35 euro, mentre l’intero database viene proposto a 1,84 bitcoin, circa 140mila euro.
Hacker (Ansa).
Nei file non ci sono solo nomi e contatti, ma anche informazioni sanitarie sensibili: prescrizioni mediche, certificati di malattia, esenzioni. È questo che rende i dati particolarmente preziosi. Con documenti reali e dettagli clinici verificabili, i criminali possono costruire truffe molto credibili, come false richieste di pagamento per prestazioni sanitarie, già arrivate a diversi pazienti via mail. Le stesse informazioni possono essere usate per furti d’identità, per attivare servizi a nome delle vittime o per campagne di phishing mirate, via telefono e posta elettronica. I dati erano stati sottratti con un attacco ai server di Murex Software, che gestisce il portale oggi messo offline. La Regione Lombardia ha escluso il coinvolgimento dei propri server, ma l’episodio ha riacceso l’allarme sulla sicurezza delle piattaforme sanitarie usate dai medici, sollecitati dall’assessore al Welfare Guido Bertolaso a utilizzare software istituzionali per garantire maggiore sicurezza ai cittadini.
Poco dopo la mezzanotte del 1° gennaio, con una cerimonia privata tenuta nella vecchia stazione della metropolitana di City Hall, chiusa al pubblico da decenni, Zohran Mamdani si è insediato come sindaco di New York. La scelta del luogo non è casuale ma legata a uno dei temi principali del suo mandato: il ruolo centrale del trasporto pubblico nella vita quotidiana della città. Durante la cerimonia Mamdani ha presentato il nuovo commissario ai trasporti, Mike Flynn, urbanista con una lunga esperienza nell’amministrazione cittadina.
ll giuramento di Mamdani, 34enne democratico-socialista, si è svolto davanti a solo una ventina di persone. A officiare la cerimonia è stata la procuratrice generale dello Stato di New York Letitia James. Accanto a lui c’erano la moglie Rama Duwaji, i genitori Mira Nair e Mahmood Mamdani e altri familiari. Il sindaco, il primo musulmano a guidare la Grande Mela, ha giurato con la mano su due Corani: uno appartenuto al nonno e uno che fu di Arturo Schomburg, scrittore e storico afroamericano, messo a disposizione dalla New York Public Library. Nato in Uganda e cresciuto negli Stati Uniti, Mamdani fino a poco più di un anno fa era un deputato statale poco conosciuto. La sua popolarità è esplosa dopo una campagna elettorale centrata sul costo della vita, sull’accessibilità ai servizi e alla casa. Nel pomeriggio di giovedì è prevista una cerimonia pubblica sui gradini del City Hall, con l’intervento della deputata Alexandria Ocasio-Cortez e il giuramento cerimoniale affidato al senatore Bernie Sanders, entrambi esponenti dell’ala socialista del Partito democratico. Da lì, inizierà la fase operativa del suo mandato.
Il mondo è sempre più instabile. E nel 2026 il caos rischia di aumentare anche a causa della variabile impazzita Donald Trump. Il suo approccio ormai è chiaro e si fonda su due pilastri: transazione e spartizione. Il presidente Usa ha adottato una diplomazia ‘imprenditoriale’, in cui la politica estera e i rapporti tra Stati sono ridotti a mere contrattazioni, e ha cambiato il baricentro dell’attenzione americana. In particolare ha spostato il focus sul Pacifico per contenere la Cina con il conseguente disimpegno in Europa. Una visione e una strategia che rischiano di riaccendere vecchie tensioni e alimentarne di nuove, come dimostrano i numerosi dossier che occupano la scrivania dello Studio Ovale.
Donald Trump (Ansa).
Il rebus ucraino e la tentazione di abbandonare il tavolo
Il 2026 potrebbe segnare la svolta nella guerra in Ucraina. Da mesi l’amministrazione Trump spinge per trovare un accordo di pace. Da un lato l’uomo forte e negoziatore di Trump, Steve Witkoff, lavora con la Russia per arrivare a un’intesa che porti alla fine delle ostilità con una palese inclinazione ad accettare quasi tutte le richieste del Cremlino; dall’altro è palpabile la crescente ostilità di Washington per tutti i “no” che arrivano da Kyiv. Al netto delle decine di “piani di pace” disegnati e poi gettati nel cestino, i nodi veri da sciogliere sono tre: il destino del Donbass, che l’Ucraina non intende cedere e che per Mosca è l’obiettivo minimo di una guerra che per ora non ha portato ai risultati sperati; le clausole di sicurezza per l’ex repubblica sovietica come la protezione stile articolo 5 del trattato Nato; la presenza di forze straniere in Ucraina per supervisionare l’intesa. Se queste tre questioni non verranno in qualche modo risolte, Trump potrebbe decidere di abbandonare il tavolo lasciando Volodymyr Zelensky al suo destino, ma soprattutto buttando la palla nel campo europeo che a quel punto, per quanto volenteroso, resterebbe solo.
Steve Witkoff e Kirill Dmitriev (Ansa).
Le picconate trumpiane all’Europa
I rapporti tra Stati Uniti ed Europa da tempo sono ai minimi storici. E il prossimo anno potrebbero persino peggiorare. Fin dal discusso intervento del vicepresidente JD Vance alla conferenza di Monaco nel febbraio del 2025, in cui attaccava il Vecchio Continente per le politiche migratorie e la poca libertà di espressione, è stato chiaro che la Casa Bianca trumpiana avrebbe continuato a picconare l’architettura dell’Unione Europea. Nei mesi successivi è infatti arrivata la guerra dei dazi, seguita dalla National Security Strategy con cui Washington ha accusato l’Europa di andare incontro a una «cancellazione della civiltà». Trump e la sua amministrazione usano la scusa della mancanza di libertà di espressione per colpire il vero obiettivo: il reticolo di normative europee che impediscono alle big tech Usa di fare quello che vogliono nel mercato Ue. Episodi come quelli che hanno coinvolto l’ex commissario europeo Thierry Breton, cui è stato negato il visto di ingresso nel Paese, aumenteranno, mentre il bastone delle tariffe potrebbe tornare a colpire.
JD Vance (foto Ansa).
Verso un nuovo vassallaggio globale
Il vero obiettivo di Trump è un’Europa divisa. Non a caso The Donald preferisce trattare con i singoli Stati, attaccando quelli non “allineati”, come Francia, Germania e Spagna, e coccolando quelli a lui più vicini, come l’Italia e l’Ungheria. Il Trump 2.0 ha inaugurato un nuovo vassallaggio globale, che ha come fine ultimo la creazione di una sorta di internazionale di Stati fedeli al trumpismo. Si spiega così, per esempio, il supporto di Washington a Javier Milei in Argentina. Nei prossimi mesi in Europa potrebbe avvenire lo stesso. Il 12 aprile si vota in Ungheria e per la prima volta da diversi anni Viktor Orbán e il suo Fidesz sono in affanno. Non è quindi da escludere un qualche tipo di intervento di The Donald. Stesso discorso per la Svezia, dove si vota il 13 settembre. Qui Trump potrebbe supportare i populisti di estrema destra dei Democratici Svedesi facendo leva sull’aumento della violenza delle gang di stranieri e sul crescente malcontento per le politiche migratorie.
Donald Trump con Viktor Orbán alla Casa Bianca (Ansa).
Il riarmo e il ritorno dell’incubo atomico
Nel caos trumpiano, l’Europa potrebbe trovarsi scoperta anche su un altro fronte più inquietante. Se Washington dovesse accelerare il disimpegno dal Vecchio Continente, l’Ue sarebbe costretta a fare un salto di qualità nella propria difesa, in particolare dalle minacce ibride che arrivano da Mosca. A questo si aggiunge l’incubo di una nuova guerra atomica. Nel febbraio 2026 scadrà il trattato New Start, l’intesa firmata nel 2010 tra Stati Uniti e Russia che limita il numero di testate nucleari strategiche dispiegabili. Al momento nessuno dei due Paesi sembra intenzionato a rinnovarla. La scadenza comporterebbe un “libera tutti”. In un decennio, stima la Federation of American Scientists,Washington e Mosca potrebbero arrivare ad avere oltre 6 mila atomiche, a cui si potrebbero aggiungere le circa 1.500 della Cina, che negli anni ha aumentato i suoi arsenali in modo considerevole.
Ursula von der Leyen e Kaja Kallas (Imagoeconomica).
Il braccio di ferro con Pechino
L’altro fronte a rischio surriscaldamento è proprio quello con Pechino. Lo scorso ottobre Cina e Stati Uniti hanno raggiunto una tregua sui dazi in attesa del possibile viaggio di Trump. Politico ha interpellato una ventina di deputati e senatori impegnati sul dossier e molti sono convinti che presto le tensioni torneranno a crescere, in particolare su quattro temi. Il primo è ovviamente il futuro di Taiwan. La riunificazione dell’isola resta l’obiettivo primario di Xi Jinping. Gli Usa, anche se non menzionano nel dettaglio Taiwan nella National Security Strategy, hanno approvato una vendita di armi a Taipei del valore di 11 miliardi di dollari. La pressione su Taiwan si inserisce in una più ampia escalation militare cinese. Negli ultimi anni la Repubblica popolare ha potenziato il suo esercito, al punto da insidiare, almeno per dimensioni, il primato americano. La sua flotta, composta da oltre 330 navi, è la più grande del mondo e da novembre conta anche una terza portaerei, la Fujian, che presenta caratteristiche simili alla Usa Gerald Ford americana. Il terzo fronte è quello commerciale. Dopo la distensione autunnale, Pechino ha allentato le restrizioni delle esportazioni di terre rare e gli Usa hanno fatto altrettanto con alcuni chip. Ma questi rubinetti possono essere chiusi in fretta, come suggerisce il quarto fronte e cioè il settore agricolo. Nel pieno della schermaglia commerciale, la Cina aveva interrotto le importazioni di soia dagli Usa colpendo i coltivatori americani. Stando agli accordi Pechino avrebbe dovuto acquistare 12 milioni di tonnellate di soia entro dicembre, ma al momento è stata presa in carico solo una piccola quota. Xi Jinping sa che questo è il nervo scoperto dell’amministrazione Usa, perché le aree più colpite sarebbero distretti profondamente repubblicani che potrebbero punire il Gop in modo severo alle midterm.
Xi Jinping e Donald Trump (Ansa).
Il cortile di casa: dall’Argentina al Venezuela
Non va poi dimenticato il “cortile di casa”. L’amministrazione Trump ha dimostrato di voler “fare ordine” nel continente americano. Da un lato con il vassallaggio di cui sopra, vedi i rapporti con Javier Milei e con i piccoli caudilli del Centro America, dall’altro aumentando le pressioni militari. Per il 2026 ci si aspetta quindi un intervento a gamba tesa nelle elezioni presidenziali in Brasile che si terranno a ottobre, in particolare per ostacolare la rielezione di Lula. Ma nei primi mesi del nuovo anno gli occhi saranno tutti puntati sul Venezuela. Da settimane la pressione militare di Trump è ai massimi. L’obiettivo dichiarato è di fermare il narcotraffico, ma quello reale è portare all collasso del regime di Nicolas Maduro. Per giorni si è speculato su raid di terra e operazioni speciali. Per una guerra vera e propria serve un voto del Congresso, che difficilmente potrebbe avvenire in un anno elettorale. Ma non è detto che Trump estenda, ancora una volta, i suoi poteri presidenziali ordinando la sua personale “operazione militare speciale” nella repubblica bolivariana.
Un incendio scoppiato nella notte di Capodanno ha distrutto la Vondelkerk di Amsterdam, una chiesa monumentale in stile neogotico situata ai margini del Vondelpark. L’allarme è scattato poco prima dell’una, quando le fiamme hanno iniziato a propagarsi dal tetto per poi avvolgere la torre campanaria. Il campanile è crollato completamente e anche una porzione della struttura centrale è collassata. La Regione di sicurezza Amsterdam-Amstelland ha comunicato che l’edificio non è più recuperabile, e che le operazioni si sono concentrate sul contenimento del rogo e sulla protezione delle abitazioni circostanti.
Il problema principale, secondo i soccorritori, è stata la pioggia di scintille e detriti proiettati su un’area ampia, con rischio di propagazione alle case vicine. Per precauzione sono state evacuate alcune decine di abitazioni e l’area è stata transennata. Non risultano feriti, mentre le cause del rogo restano da accertare. La sindaca Femke Halsema, presente sul posto, ha definito l’incendio «terribile». Costruita nel 1872 e progettata da P.J.H. Cuypers, architetto del Rijksmuseum, la Vondelkerk era un bene storico tutelato a livello nazionale ed era stata riconvertita negli ultimi decenni in spazio per eventi e concerti.
Nella notte di Capodanno un’esplosione ha devastato un bar a Crans-Montana, nota località sciistica del Canton Vallese, provocando almeno 10 morti e 10 feriti, secondo quanto ha riferito la polizia a Sky News. L’incidente è avvenuto intorno all’1:30 all’interno del bar Le Constellation, dove erano in corso i festeggiamenti per l’arrivo del nuovo anno. La polizia cantonale ha detto di non trattare l’episodio come un attentato terroristico e che è in programma una conferenza stampa alle ore 10 per chiarire ulteriori dettagli.
ALERTE INFO – Une explosion a déclenché un incendie dans un bar de Crans-Montana (VS) lors des festivités du Nouvel An, faisant plusieurs morts et blessés graves. (Blick) pic.twitter.com/GKiGZfTETs
Secondo la Radiotelevisione svizzera, la prima esplosione si sarebbe verificata nel seminterrato del locale, da cui è poi divampato un incendio che ha distrutto l’intero edificio. Al momento dell’incidente all’interno del bar si trovavano oltre cento persone, anche se il locale poteva accoglierne fino a 400. I soccorsi sono intervenuti immediatamente: numerose ambulanze e gli elicotteri di Air-Glaciers hanno trasportato i feriti negli ospedali della regione. L’area è stata chiusa al pubblico e la polizia ha attivato una linea di assistenza per le famiglie. Il ministero degli Esteri italiano ha fatto sapere di seguire la situazione tramite il consolato a Ginevra e di aver avviato verifiche su un eventuale coinvolgimento di cittadini italiani.