Il leader separatista yemenita Aidaros Al-Zubaidi è stato estromesso dall’esecutivo con l’accusa di «alto tradimento». La decisione è stata comunicata dal presidente dell’organismo riconosciuto a livello internazionale che rappresenta il governo, il quale ha reso noto che Al- Zubaidi verrà segnalato al procuratore generale. Secondo quanto riferito nella nota ufficiale, sul suo conto pendono diverse imputazioni. Il capo del Consiglio di transizione meridionale, movimento che punta alla creazione di uno Stato autonomo nel sud dello Yemen, è stato inoltre dichiarato latitante dopo non essersi presentato a Riad, dove era atteso per una conferenza finalizzata a favorire un processo di riconciliazione tra le fazioni in conflitto nel Paese.
Colpita da oltre 15 raid arei condotti dall’Arabia Saudita l’area di al-Dhale
Nel frattempo, il governatorato sud-occidentale di al-Dhale, area di origine di Al-Zubaidi, è stato colpito da oltre 15 raid aerei condotti dall’Arabia Saudita. Un funzionario locale e fonti sanitarie hanno riferito che i bombardamenti hanno provocato almeno quattro vittime civili. Gli attacchi della coalizione guidata da Riad sono avvenuti mentre le forze di sicurezza conducevano un’operazione nella provincia natale del leader separatista. Un primo resoconto fornito dagli ospedali Al-Nasr e Al-Tadamon di al-Dhale parla anche di feriti tra la popolazione: «Il bilancio iniziale degli attacchi nella provincia di al-Dhale è di quattro morti e sei feriti tra i civili», hanno dichiarato fonti mediche.
Gli Oasis scriveranno davvero il tema musicale del prossimo film di James Bond? Secondo le ultime indiscrezioni circolate sui tabloid britannici, la band di Liam e Noel Gallagher sarebbe stata contattata da Amazon MGM Studios per realizzare la colonna sonora del nuovo capitolo di 007, diretto da Denis Villeneuve. Stando al Sun, inoltre, il gruppo di Manchester sarebbe addirittura in cima alla lista dei desideri della produzione. In attesa di conferme o smentite ufficiali, gli stessi fratelli del Britpop hanno commentato i rumors, accendendo la curiosità dei fan.
Gli Oasis e James Bond: le parole di Noel e Liam Gallagher
Come spesso accaduto in passato, i due fratelli Gallagher hanno utilizzato un atteggiamento diverso per rispondere alla notizia. Su X, Liam ha risposto a un fan che chiedeva aggiornamenti sulla notizia con un’apparente conferma. «Sta accadendo», ha scritto sul social di Elon Musk. «Aspetta di sentirlo, sarà il miglior pezzo Bond di sempre». Più pacata invece la risposta di Noel che, intervenuto durante un programma dell’emittente radiofonica TalkSport, ha raffreddato gli animi. «Questa storia di James Bond? Cosa, gli Oasis? Nah», ha spiegato il chitarrista e compositore, che tuttavia si è detto pronto a mettersi al lavoro qualora arrivasse una richiesta ufficiale. «Se accetterei? Assolutamente. Penso che questo genere di cose dovrebbero farle gli inglesi, non gli americani. Sarebbe un onore».
Il commento di Liam Gallagher su X ai rumors su James Bond.
Chi ha composto le canzoni di 007 negli anni
Tradizione nata già con il primo film della saga, Licenza di uccidere del 1962, la sigla di James Bond presenta sempre un autore differente a eccezione di pochi casi. Gli unici a realizzare più di un brano sono stati John Barry, scelto nel 1962, nel 1963 e nel 1969, e Shirley Bassey, che compose le canzoni per i film del 1964, del 1971 e del 1979. Negli anni si sono succedute star come Tom Jones, Paul McCartney e Wings, Duran Duran, Adele e Sam Smith, fino ad arrivare a Billie Eilish che ha scritto e interpretato il brano di No Time To Die, film che ha segnato l’addio al ruolo di Daniel Craig. Ancora ignoto l’attore che ne prenderà il testimone nel nuovo capitolo, il primo sotto il controllo di Amazon MGM Studios e senza il contributo creativo di Eon Productions.
Cambio al vertice di GQ. Il direttore editoriale globale Will Welch lascerà infatti la rivista a partire dal 15 febbraio. Lo ha comunicato con un breve post su Instagram prima che Condé Nast, editore del magazine, confermasse la notizia all’Hollywood Reporter. «Ho deciso di lasciare dopo quasi 19 anni per un’altra opportunità», ha scritto sui social. Si trasferirà a Parigi, dove lavorerà con l’artista e direttore creativo della linea uomo di Louis Vuitton Pharrell Williams. Nessun dettaglio circa il nuovo incarico. «Ringrazio le squadre globali di GQ e Pitchfork, passate e presenti. La famiglia Newhouse, Roger Lynch, Stan Duncan e, ovviamente, il boss, mentore e sovrastruttura di supporto definitivo Anna Wintour. Cambiare fa bene».
Chi è Will Welch, l’ex barista diventato direttore editoriale di GQ
Classe 1981 e originario di Atlanta, Will Welch è entrato nel mondo editoriale nel 2003, appena due settimane prima di laurearsi, con uno stage presso The Fader, dove avrebbe trascorso quattro anni. In quel periodo era impiegato come barista in un locale chiamato The Park, dove continuò a lavorare settimanalmente per diverso tempo per poter pagare l’affitto. Divenuto vicedirettore di The Fader, è passato nel 2007 in GQ per cui dal 2019 è divenuto direttore editoriale di GQ America e, l’anno dopo, direttore editoriale globale, supervisionando i contenuti e la strategia di 20 edizioni nel mondo. «Il posizionamento del marchio non è mai stato così forte», ha dichiarato in una nota allo staff prima di lasciare il suo posto. «Sarò per sempre orgoglioso dei rischi che abbiamo corso insieme e delle storie che abbiamo raccontato in un settore che richiede coraggio e cambiamento».
La polizia ha arrestato a Desenzano del Garda Marin Jelenic, 36enne croato, ricercato da lunedì sera per l’omicidio di Alessandro Ambrosio, capotreno ucciso lunedì sera a Bologna nel parcheggio riservato al personale ferroviario. Jelenic era arrivato a Desenzano in autobus da Milano, dove si era spostato dopo essere riuscito a far perdere le proprie tracce.
La fuga
La fuga era iniziata poche ore dopo il delitto, avvenuto verso le 18.30. Lunedì sera i carabinieri di Fiorenzuola d’Arda, nel piacentino, avevano fermato Jelenic su un treno regionale diretto a Milano, identificandolo in seguito alla segnalazione del capotreno di un ubriaco molesto a bordo. In quel momento, però, è stato rilasciato perché non risultava ricercato: l’omicidio era avvenuto da poco e gli investigatori di Bologna non avevano ancora attribuito un nome e un volto al possibile responsabile, sulla base delle immagini delle telecamere.
Ancora da chiarire il movente
Le prime indagini indicano che Jelenic avrebbe seguito Ambrosio all’interno della stazione di Bologna e fino al parcheggio, dove lo avrebbe colpito con una coltellata mortale al polmone. Il capotreno è morto dissanguato. Senza fissa dimora, Jelenic viveva da tempo tra treni e stazioni ed era noto alle forze dell’ordine per piccoli reati e comportamenti molesti legati all’alcol. Il movente resta dunque da chiarire.
I leader europei e i rappresentanti degli Stati Uniti riuniti martedì a Parigi hanno iniziato a definire in modo operativo le garanzie di sicurezza per l’Ucraina nell’ambito di un eventuale cessate il fuoco con la Russia. Al vertice dei Volenterosi c’erano, tra gli altri, Volodymyr Zelensky, Giorgia Meloni, Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Keir Starmer, Ursula von der Leyen, Mark Rutte e gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner. Da Kyiv è arrivata una valutazione positiva sul carattere vincolante degli impegni assunti, che dovranno essere recepiti dal Congresso americano e dai parlamenti europei. Il quadro che emerge distingue nettamente i ruoli: gli Stati Uniti guideranno il monitoraggio del cessate il fuoco e forniranno supporto logistico e di intelligence, mentre un eventuale contingente multinazionale sarà a guida europea. Sul dispiegamento di truppe restano però posizioni diverse: Francia e Regno Unito hanno confermato la creazione di centri militari in Ucraina per addestrare e sostituire i soldati ucraini; la Spagna non esclude contributi; la Germania valuta un dispiegamento solo in Paesi Nato confinanti; mentre l’Italia ha escluso l’invio di soldati.
Il vertice dei Volenterosi a Parigi (Ansa).
I quattro pilastri delle garanzie di sicurezza all’Ucraina
Nella dichiarazione finale del vertice, si legge che le garanzie saranno politicamente e giuridicamente vincolanti e attivate solo dopo l’entrata in vigore di un cessate il fuoco. Il primo pilastro è un meccanismo di monitoraggio e verifica continuo e affidabile, guidato dagli Stati Uniti, con la partecipazione dei Volenterosi e una commissione speciale incaricata di accertare eventuali violazioni e attribuirne la responsabilità. Il secondo riguarda il sostegno di lungo periodo alle forze armate ucraine: aiuti militari, finanziamento degli armamenti, supporto al bilancio della difesa, accesso a depositi per rinforzi rapidi e assistenza tecnica per le fortificazioni. Il terzo è una forza multinazionale, composta da Paesi disponibili, per la deterrenza e la rigenerazione dell’esercito ucraino, con misure in aria, mare e terra, su richiesta di Kiev e dopo una cessazione credibile delle ostilità. La dichiarazione prevede inoltre impegni vincolanti di assistenza in caso di un futuro attacco russo, inclusi strumenti militari, intelligence, logistica, iniziative diplomatiche e nuove sanzioni, e un rafforzamento strutturale della cooperazione industriale e dell’addestramento nel settore della difesa.
Cresce l’attesa per l’apertura della Borsa italiana e per l’andamento dello spread tra Btp e Bund tedeschi in quella che sarà una nuova seduta per i listini in tutto il mondo. Lunedì scorso, 5 gennaio 2026, Milano ha concluso in crescita con l’indice Ftse Mib sempre più vicino ai 46 mila punti.
I leader europei e i funzionari statunitensi, riuniti martedì a Parigi per il vertice della Coalizione dei Volenterosi, hanno iniziato a delineare le garanzie di sicurezza per l’Ucraina legate a un possibile cessate il fuoco con la Russia. Alla riunione partecipano, tra gli altri, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, la premier Giorgia Meloni, il presidente francese Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il premier britannico Keir Starmer, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il segretario generale della Nato Mark Rutte e gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner.
La bozza della dichiarazione finale del vertice
La bozza di dichiarazione finale, riportata da Reuters, prevede la creazione di una forza multinazionale da schierare dopo il cessate il fuoco, che fornirebbe «misure di rassicurazione in aria, in mare e sulla terraferma» all’Ucraina e garantirebbe la «rigenerazione delle forze armate ucraine». La forza sarà guidata dall’Europa, e «supportata da un sistema di monitoraggio del cessate il fuoco continuo e affidabile, guidato dagli Stati Uniti con la partecipazione internazionale». Gli Stati Uniti parteciperanno alla missione «con risorse quali intelligence e logistica» e assumono «l’impegno a sostenere la forza in caso di attacco» da parte della Russia. Tali impegni potrebbero comprendere «l’uso di capacità militari, supporto di intelligence e logistico, iniziative diplomatiche e l’adozione di ulteriori sanzioni». Secondo Bloomberg, i governi europei e Washington puntano a chiudere un accordo sulle garanzie di sicurezza che includa anche «la possibilità di truppe americane sul territorio dell’Ucraina nel dopoguerra», con l’obiettivo di rendere duraturo un eventuale accordo di pace.
Lunedì le autorità sanitarie federali statunitensi hanno aggiornato con effetto immediato il calendario delle vaccinazioni pediatriche del Centers for Disease Control and Prevention, riducendo le malattie coperte dalle vaccinazioni di routine da 17 a 11. Si tratta della revisione più ampia finora attribuita all’impostazione del segretario alla Salute antivaccinista Robert F. Kennedy Jr., che spinge per ridurre il numero di dosi somministrate ai bambini.
Cosa comportano le nuove raccomandazioni sui vaccini volute da Kennedy
Il nuovo schema non raccomanda più per tutti i minori le immunizzazioni contro influenza, rotavirus, epatite A e B, meningococco e virussincizialerespiratorio: per alcune restano indicazioni limitate ai bambini ad alto rischio, per altre la scelta passa al consulto con il medico. Cambiano le linee guida anche per l’Hpv, il papillomavirus, per cui le dosi raccomandate vengono ridotte da due o tre a una. Kennedy sostiene che le famiglie non perderanno accesso ai vaccini e che le assicurazioni continueranno a coprirli, mentre gli assicuratori indicano una copertura almeno fino alla fine del 2026.
La svolta solleva preoccupazione tra gli esperti
Gli esperti di sanità pubblica contestano il metodo dell’amministrazione Trump. La revisione infatti scavalca il processo basato su un panel indipendente che finora valutava dati ed evidenze prima di ogni modifica. Medici e ricercatori temono che l’obbligo di “passare dal pediatra” e la mancanza di una raccomandazione generale riducano l’adesione, in un contesto in cui la sfiducia verso i vaccini ha già abbassato le coperture e favorito il ritorno di malattie prevenibili: nel 2025, scrive il New York Times, gli Stati Uniti hanno registrato più casi di morbillo che in qualunque anno dal 1993.
Al vertice dei Volenterosi a Parigi, alcuni dei principali leader europei hanno messo nero su bianco una posizione comune sulla Groenlandia e sulle rotte dell’Artico, dopo che Donald Trump è tornato a minacciare di voler prendere il controllo del territorio danese autonomo. Nel comunicato congiunto, Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Giorgia Meloni, la premier danese Mette Friederiksen e altri capi di governo affermano che la sicurezza della regione artica riguarda direttamente l’Europa e l’intero spazio transatlantico. I firmatari ricordano che per la Nato «la regione artica è una priorità» strategica e gli alleati hanno già «rafforzato presenza militare, attività operative e investimenti». Ribadiscono inoltre che il Regno di Danimarca, Groenlandia compresa, fa parte della Nato. Il messaggio agli Stati Uniti è chiaro: la strategia commerciale e di sicurezza nell’Artico va gestita in modo collettivo, e nel rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite.
Trump punta a un accordo di associazione con la Groenlandia che escluda la Danimarca
Nel frattempo, Trump ha dichiarato che la Casa Bianca si «occuperà della Groenlandia tra circa due mesi. Parleremo della Groenlandia tra 20 giorni», tornando a rilanciare le sue mire sull’isola. Secondo il settimanale britannico Economist, l’amministrazione americana ha incaricato i propri uffici di elaborare diverse opzioni per rafforzare l’influenza americana sull’isola. L’ipotesi principale non sarebbe una annessione formale, ma un accordo di associazione diretto con la Groenlandia che escluda la Danimarca. Il modello sarebbe quello dei Compact of Free Association già in vigore con Micronesia, Isole Marshall e Palau, che consentono alle forze armate statunitensi di operare liberamente e prevedono una partnership commerciale esente da dazi.
Non c’erano dubbi che il secondo mandato di Donald Trump sarebbe stato più dirompente del primo. Nessuno però immaginava che la mano pesante dell’inquilino della Casa Bianca su economia, dazi e immigrazione avrebbe colpito pesantemente fasce di elettorato repubblicano, fondamentali per la sua rielezione. Persino la politica estera è diventata materia controversa. Il blitz in Venezuela, preceduto dai raid in Iran e Nigeria, apre un fronte con la base Maga. Molti influencer e podcaster di destra criticano l’attacco a Caracas. La sensazione che serpeggia tra gli America First più accaniti è quasi di tradimento, e di un ritorno agli anni di Bush e Obama. Sensazioni per ora, che però dimostrano come un pezzo del mondo repubblicano non sia in testa all’agenda di The Donald.
Nell’agricoltura si stimano perdite fino a 44 miliardi di dollari
L’anno che si è appena chiuso è stato uno dei più difficili per il mondo agricolo, tra i più fedeli alla causa repubblicana. Sui campi si è abbattuto un mix fatale tra calo dei prezzi delle materie prime come mais e soia, aumento dei costi delle forniture chiave per la produzione, smantellamento dell’agenzia di aiuti internazionali USAID (che assorbiva parte dell’export), stretta sui lavoratori stranieri e ovviamente guerra commerciale. Secondo una stima dell’Agricultural Risk Policy Center della North Dakota State University, nel 2025 la perdita complessiva dell’industria agricola si è attestata tra i 35 e i 44 miliardi di dollari.
Donald Trump (Ansa).
Il pasticcio argentino danneggia produttori di soia e allevatori
Il braccio di ferro tariffario con la Cina, ha portato Pechino a chiudere i rubinetti delle importazioni. A subire il colpo più duro sono stati i produttori di soia. La Repubblica Popolare da sola assorbiva il 50 per cento della produzione, ma il blocco imposto dopo i dazi ha congelato tutto. Oggi tra Usa e Cina vige una sorta di tregua in attesa dell’incontro tra Trump e Xi Jinping, ma per ora le importazioni non sono riprese a ritmi adeguati. Allo stesso tempo i 12 miliardi di aiuti promessi al comparto dalla Casa Bianca sono considerati insufficienti. A questo si aggiungono anche i pasticci dell’amministrazione, come il prestito da 20 miliardi di dollari all’Argentina di Javier Milei. In molti, tra i campi di Midwest e Iowa, si sono chiesti che senso abbia avuto aiutare l’economia di un Paese che esporta proprio la soia. Fra l’altro i dollari spediti a Buenos Aires corrispondono più o meno alla cifra che ogni anno la Cina sborsa ai produttori americani. Un cortocircuito ben sintetizzato dalla segretaria all’Agricoltura Brooke Rollins in un messaggio al collega del Tesoro Scott Bessent: «Abbiamo salvato l’Argentina dal fallimento e loro in cambio hanno rimosso i dazi sulle esportazioni dei cereali riducendo il prezzo per la Cina nello stesso momento in cui dovremmo essere noi a vendere». Queste scelte colpiscono anche gli allevatori, con una rabbia crescente tra i rancher. La pietra della discordia è il via libera di Trump all’importazione di alcuni beni per calmierare i prezzi. A ottobre, più o meno negli stessi giorni in cui il presidente “salvava” l’economia del Paese sudamericano, l’amministrazione ha permesso agli argentini di riprendere a esportare carne negli Usa, una scelta che ha scatenato il panico tra le pianure di mezza America.
Donald Trump e Javier Milei alla Casa Bianca (Ansa).
I colletti blu sono stati beffati dal populismo trumpiano
Nel 2025 anche la grande industria manifatturiera ha sentito gli effetti di Trump. I dazi hanno alimentato un clima di incertezza che ha ridotto gli investimenti. A questo si è unita anche una stretta sulla forza lavoro straniera. Storicamente bacino elettorale della sinistra, i colletti blu avevano iniziato a guardare con interesse al populismo trumpiano, convinti nella ripresa. Ma tra agosto e settembre 2025 sono andati in fumo ben 18 mila posti di lavoro. Da aprile, quando il presidente ha annunciato il suo Liberation Day, nel manifatturiero sono saltati quasi 60 mila posti.
Donald Trump durante il Liberation Day (Getty Images).
La stretta sugli immigrati si è rivelata un boomerang
Pure le retate dell’Ice non hanno aiutato. Daniel Altman, economista ed esperto del mercato del lavoro, ha spiegato a Cbs News che colpire l’immigrazione significa colpire la stessa manifattura: «È sempre stata una fonte importante di manodopera. Se si riduce la disponibilità di lavoratori non si fa altro che incentivare l’automazione e altre forme di produzione ad alta intensità di capitale». Detto in altri termini, significa che si distruggono posti di lavoro. E infatti il manifatturiero ha i tassi di posti vacanti e di assunzioni più bassi di tutti gli altri settori.
Scritte contro l’ICE sui muri di Chicago (Ansa).
Piccole imprese nel mirino
I mal di pancia si registrano anche tra i piccoli imprenditori.Come ha scritto il premio Nobel Paul Krugman, sotto la presidenza Trump sta aumentando il numero di coloro che dichiarano bancarotta. «Le tariffe elevate sono un duro colpo per le aziende che dipendono dai prodotti importati», ha scritto l’economista, «e gli arresti di massa hanno causato disagi alle imprese, in particolare nel mondo dei contractor del settore edile». Solitamente il mondo della microimpresa è conservatore, ma il nuovo regno trumpiano pare basarsi più su un’“economia clientelare” che sul libero mercato in stile reaganiano. Krugman spiega ancora che le grandi aziende oltre ad avere importanti capitali godono della giusta influenza che le aiuta a ottenere deroghe in materia di importazioni. Le decisioni di Trump e dei repubblicani avranno anche un altro impatto. A gennaio i costi della sanità torneranno a crescere colpendo fette importanti degli elettori trumpiani. Scrive ancora Krugman: «Quasi la metà degli adulti che ricevono l’assicurazione sanitaria tramite piattaforme governative sono proprietari o dipendenti di piccole imprese, per cui la scadenza dei sussidi impatterà enormemente sulla loro vita». È il caso di afroamericani e latinos. I due blocchi storicamente vicini alla sinistra, nel 2024 hanno iniziato a spostare le loro preferenze verso la destra. Eppure finiranno per subire le scelte di Trump. Gli afroamericani soffrono di più la disoccupazione nel settore manifatturiero e questo significa che in 170 mila potrebbero perdere l’assicurazione sanitaria. Gli ispanici sono finiti al centro della stretta sull’immigrazione.
Supporter di Trump (Ansa).
Le mani sull’Intelligenza artificiale
Uscendo dal comparto economico, altre scelte dell’amministrazione hanno colpito il mondo della destra, come dimostra la corsa all’Intelligenza artificiale. A inizio dicembre Trump ha firmato un ordine esecutivo per neutralizzare le leggi che i vari Stati stanno votando per limitare e regolamentare l’Ia. Il paradosso è che un presidente repubblicano accentri a livello federale una prerogativa che normalmente il Gop ha sempre lasciato nelle mani dei singoli Stati. Una beffa soprattutto per i governatori repubblicani che vivono con ansia l’impatto dell’Ia sul mondo del lavoro.
La guerra anti-woke penalizza i giovani maschi bianchi
Anche le guerre culturali stanno facendo vittime collaterali. Appena insediato, The Donald aveva attaccato la diffusione della cultura woke nelle istituzioni, in particolare nelle università, ingaggiando un corpo a corpo con alcuni atenei per le politiche DEI (diversità, equità e inclusione). L’attacco alle politiche inclusive nei processi di ammissione in favore di una sorta di meritocrazia generalizzata, oltre a colpire alcune minoranze, rischia di danneggiare un segmento che nel tempo si è spostato a destra: i giovani maschi bianchi. La fine dei programmi DEI toglierebbe il genere dai criteri di ammissione e così in molti atenei potrebbe configurarsi il paradosso per cui vengono ammesse più ragazze (perché con punteggi migliori nelle scuole) rispetto ai ragazzi, che finora hanno goduto di posti bloccati proprio in virtù dei criteri di genere. Uno schiaffo a un movimento che si era accodato a podcaster e influencer per difendere il maschio bianco bistrattato.
Dalla riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite arriva una condanna aperta all’operazione militare condotta dagli Stati Uniti in Venezuela, che ha portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro. Durante la sessione, numerosi Stati membri hanno definito le azioni della Casa Bianca un «crimine di aggressione» ai danni di uno Stato sovrano, contestandone la legittimità sul piano del diritto internazionale. Brasile, Cina, Colombia, Cuba, Francia, Eritrea, Messico, Russia, Sudafrica e Spagna sono tra i Paesi che hanno condannato Washington. Durante il vertice sono state criticate anche le minacce di Donald Trump riguardo alla possibilità di usare la forza sulla Groenlandia e altri Paesi centro-sudamericani, tra cui Messico, Cuba e Colombia, accusati di narcotraffico.
Guterres: «Il rischio è di creare un precedente su come vengono condotte le relazioni tra Stati»
Il segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha espresso preoccupazione per le possibili conseguenze politiche e sulla sicurezza in Venezuela e in America Latina. «Sono profondamente preoccupato per la possibile intensificazione dell’instabilità nel Paese, per il potenziale impatto sulla regione e per il precedente che potrebbe creare su come vengono condotte le relazioni tra Stati», ha dichiarato. L’Ufficio dell’Alto commissario Onu per i diritti umani ha espresso una valutazione ancora più critica. Un portavoce di Volker Türk ha affermato che è «chiaro» come l’operazione statunitense abbia «minato un principio fondamentale del diritto internazionale», ossia il divieto per gli Stati di «minacciare o usare la forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro Stato». L’Onu ha riconosciuto il grave deterioramento dei diritti umani in Venezuela, ma ha chiarito che «la responsabilità per tali violazioni non può essere raggiunta attraverso un intervento militare unilaterale».
Cosa dice il diritto internazionale sull’uso della forza nelle relazioni tra Stati
Gli Stati Uniti hanno difeso la loro condotta attraverso l’ambasciatore all’Onu Mike Waltz, che sostiene che Washington abbia agito nell’ambito di una legittima operazione di «applicazione della legge», contro un leader definito «illegittimo». Ma l’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite del 1945 vieta agli Stati di usare o minacciare l’uso della forza nelle relazioni internazionali. La stessa Carta ammette solo due eccezioni esplicite, da interpretare in modo restrittivo: la legittima difesa, individuale o collettiva, in risposta a un attacco armato; le azioni militari autorizzate dalConsiglio di sicurezza per mantenere o ristabilire la pace. Il diritto internazionale non riconosce altre deroghe automatiche e decise unilateralmente da uno Stato.
Dal 2 gennaio Francesco Spini è il nuovo Company Spokesperson nel gruppo Enel, all’interno del Ceo Office. Giornalista professionista, Spini ha una lunga esperienza nel settore dell’informazione e della comunicazione strategica. Nato a Sondrio nel 1974, ha lavorato per quasi 22 anni a La Stampa, quotidiano nel quale ha svolto gran parte della sua carriera. Nel corso degli anni ha operato come reporter e commentatore, fino a diventare capo della redazione di Milano. Nel suo percorso professionale ha seguito i principali eventi economici degli ultimi due decenni, scrivendo anche per Il Sole 24 Ore, Miaeconomia ed Eurofinanza.
Nel bar La Constellation di Crans-Montana, devastato dall’incendio costato la vita ad almeno 40 persone, non si facevano controlli dal 2020. Lo ha confermato il Consiglio comunale della località sciistica, che ha ammesso la mancanza di verifiche negli ultimi anni. La notizia è stata riportata da Rsi. Secondo quanto comunicato dal Comune, la normativa prevede controlli annuali sui 128 esercizi pubblici presenti nel territorio, ma nel 2025 ne sono stati effettuati soltanto 40. In risposta al rogo, il Municipio ha annunciato misure immediate: il divieto totale di dispositivi pirotecnici nei locali chiusi e l’incarico a un ufficio esterno per ispezionare tutti gli esercizi pubblici del territorio comunale. È stata inoltre revocata ai gestori la licenza per un secondo locale e bloccata una richiesta di ampliamento che prevedeva la soppressione di un’uscita laterale.
«Attenzione alla schiuma»: l’avvertimento in un video di sei anni fa
A rafforzare i dubbi sulla sicurezza del locale è anche un video risalente al Capodanno 2019-2020, diffuso da Rts. Le immagini mostrano l’accensione di candele scintillanti sotto pannelli fonoassorbenti al soffitto e la voce di un dipendente che avverte: «Attenzione alla schiuma». L’autrice del filmato, una ex cliente, ha spiegato a Rts che il soffitto era molto vicino e che il cameriere sembrava consapevole del rischio. Il gestore del bar, contattato dall’emittente, non ha risposto.
ALERTE INFO | « FAITES GAFFE À LA MOUSSE ! ». Une vidéo datant du réveillon 2019-2020 au bar Le Constellation à Crans Montana en Suisse révèle déjà le danger des mousses installées au plafond. (RTS) pic.twitter.com/XEUBD0FKeF
Alle 9.41 di martedì 6 gennaio, Papa Leone XIV ha chiuso la porta santa della Basilica di San Pietro, atto conclusivo del Giubileo 2025 dedicato alla speranza. Il rito si è svolto nell’atrio della basilica, davanti a circa tremila fedeli riuniti in piazza San Pietro e a numerose autorità civili e religiose. Dopo la recita della preghiera di ringraziamento per l’Anno Santo – «Si chiude questa Porta Santa, ma non si chiude la porta della tua clemenza», la formula prevista dal rito – il Pontefice si è avvicinato alla soglia, si è inginocchiato e ha sostato per alcuni istanti in silenzio. Quindi ha chiuso personalmente i due grandi battenti di bronzo, segnando la fine ufficiale del Giubileo indetto da Papa Francesco. La muratura vera e propria della porta, tuttavia, avverrà in forma privata tra circa dieci giorni.
La messa della cerimonia di chiusura del Giubileo (Ansa).
Al Giubileo hanno partecipato oltre 33 milioni di pellegrini
Alla cerimonia erano presenti, tra gli altri, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri e il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, oltre a esponenti del governo e delle istituzioni. Dopo il rito, Leone XIV ha presieduto la messa della solennità dell’Epifania all’interno della Basilica vaticana e, a mezzogiorno, reciterà l’Angelus dal loggione centrale. Il Giubileo 2025 si chiude con numeri rilevanti: oltre 33 milioni di pellegrini arrivati a Roma da tutto il mondo, in una staffetta inedita tra Papa Francesco, che aveva aperto la Porta Santa il 24 dicembre 2024, e Leone XIV. L’evento più partecipato è stato quello dei primi di agosto, rivolti ai giovani, con più di un milione di pellegrini.
Normale. Già la parola è alquanto in disuso. Ma se associamo Paese, ovvero un Paese normale, dobbiamo fare un salto indietro di 30 anni, quando Massimo D’Alema ufficializzò in un saggio la sua passione, quasi un copyright, per quell’espressione che tenne banco politico per qualche anno. Giusto il tempo (1998-2000) dell’ascesa a Palazzo Chigi di un comunista (vero), per la prima volta nella storia della Repubblica italiana. Ma soprattutto del ritorno del berlusconismo, dopo la parentesi prodiana, che dimostrò con solare evidenza che l’Italia non era e non poteva essere un «Paese normale». Men che mai diventarlo.
Massimo D’Alema. Alle sue spalle, sullo schermo,Silvio Berlusconi (Imagoeconomica).
Da 30 anni in Italia tiene banco l’eccezionalità
Se scorriamo velocemente l’album della politica italiana vediamo infatti come a tenere banco dagli Anni 90 sia stata quasi sempre l’eccezionalità e non la normalità. Un’eccezionalità fatta da macchiette piuttosto che da composti uomini di Stato. Non c’è quasi più memoria dello scalcinato partito di Antonio Di Pietro, Italia dei Valori (IDV), con la pattuglia dei senatori Antonio Razzi, Domenico Scilipoti, e Sergio De Gregorio, “comprato” dal Cavaliere per fare saltare il governo Prodi. Ma anche l’abolizione per decreto della povertà, nella famosa apparizione del vicepremier M5s Luigi Di Maio dal balcone di Palazzo Chigi nel 2018, è un bel reperto di Paese andato a male.
Per non parlare dell’altro vicepremier, Matteo Salvini, in costume e mojito in mano mentre si improvvisa dj al Papeete di Milano Marittima.
Matteo Salvini al Papeete Beach di Milano Marittima (Ansa).
Le lacrime di Elsa Fornero riassumono l’ultimo ventennio politico
L’immagine di sintesi più appropriata dell’ultimo ventennio di politica nazionale è la ministra del governo Monti, Elsa Fornero, che annuncia la sua legge sulle pensioni piangendo. D’altra parte continua a essere da pianto, cioè disperata, la ricerca o anche solo l’evocazione di un «Paese normale». Perché come nel Gioco dell’oca si va, si fa, si gira ma alla fine si ritorna sempre al punto di partenza. Del resto i mali italiani (bassa crescita, giustizia lenta, debito pubblico elevato come l’evasione fiscale) sono sempre gli stessi da 30 anni e sul simbolo di Forza Italia figura ancora la scritta ‘Berlusconi Presidente’: forse il primo e unico caso in cui un leader, anche da morto, continua a essere un attore politico attivo.
Elsa Fornero in lacrime (Ansa).
La normalizzazione globale dell’estremismo di destra
Credo che il tragico e il ridicolo, perché diversamente sulla scena politica si vedrebbero altre persone e si farebbero altri discorsi, siano un dato di realtà, peraltro non esclusivo dell’Italia. Personaggi pittoreschi come Nigel Farage, capace però di fare grandi danni come la Brexit, o addirittura anti-sistema come Donald Trump sono accomunati ad autocrati vecchi e narcisi come Vladimir Putin e Recep Tayyp Erdogan e sovranisti di nuova generazione che ormai non si vergognano più di essere definiti neo-nazisti. Accade in Olanda e in Danimarca, ma soprattutto in Germania dove un’idea che si riteneva giustamente morta per sempre sembra risorgere. Lo denunciano i media tedeschi. Una sintesi è offerta dalla piattaforma di terza missione universitaria Stroncature e c’è una recente e ampia inchiesta di European Correspondent che illumina una realtà molto preoccupante, per chi crede nella democrazia e nella società aperta. The extreme is normal now è il titolo di un resoconto che mostra, con fatti e dati, come nel 2025 l’estremismo di destra abbia permeato la vita quotidiana in una misura mai vista dai tempi del nazismo.
Donald Trump e Vladimir Putin (Ansa).
Lo spettro del nazismo torna a inquietare la Germania
Questo veloce sommario ne offre un’efficace quadro: febbraio, Dresda. Una settimana prima delle elezioni federali circa 2.500 neonazisti , quasi il triplo rispetto l’anno precedente, marciano per celebrare l’80esimo anniversario del bombardamento della città da parte degli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale. Maggio, Gelsenkirchen: la città annulla il Pride per problemi di sicurezza, in un clima più ampio di ostilità dell’estrema destra verso gli eventi LGBTQ+. Novembre, Halle: Seitenwechsel, la prima fiera del libro di estrema destra, richiama migliaia di visitatori. Nel 2025, l’estremismo di destra è entrato a far parte della politica tedesca. Alternative für Deutschland è il secondo partito più grande del parlamento tedesco. Ma anche al di là della politica, la retorica e il simbolismo dell’estremismo di destra continuano a invadere strade, scuole e vita pubblica. Quest’anno il Bundesverband Mobile Beratung (BMB), un’organizzazione di team di consulenza contro l’estremismo di destra e la discriminazione, ha registrato un numero record di richieste. La maggior parte proviene dal settore dell’istruzione. Le scuole hanno segnalato bambini che cantano canzoni dell’era nazista, fanno il saluto nazista e disegnano svastiche. Ma il dato ben più preoccupante è che altri partiti hanno abbandonato il “firewall”, termine usato per riferirsi al principio informale di non cooperazione con l’estrema destra in Germania. Il BMB osserva come la Große Koalition guidata dalla Cdu del cancelliere Friedrich Merze della quale fanno parte i socialdemocratici, stia normalizzando le narrazioni dell’estrema destra, trattando sempre più l’AfD «come qualsiasi altro partito di opposizione».
I leader dell’AfD, Alice Weidel e Tino Chrupalla (Ansa).
Segnalare il rischio che la storia si ripeta serve a scongiurarlo
Disgraziatamente anche in Italia la normalizzazione dell’anormale è all’ordine del giorno. Uno strisciante neo fascismo assume nuove connotazioni che concorrono a mimetizzarlo e a renderlo meno spaventoso e quasi protettivo (sovranismo, anti-globalismo, no-vax) e si fa strada in un’opinione pubblica moralmente infiacchita e impaurita. In un simile contesto, il riflesso autoritario e d’ordine è già scattato da tempo. Ora segnalare che la situazione attuale è molto simile a quella che fra le due guerre mondiali nel secolo scorso portò in Europa l’ascesa dei regimi totalitari non equivale a sostenere che la storia sia destinata a ripetersi tale e quale. Ma considerarlo un rischio molto reale e incombente è l’unico modo per scongiurarlo. È urgente tuttavia che la politica e i politici rientrino in una normalità di comportamenti che da 30 anni è da tutti evocata ma quasi da nessuno praticata. Il Paese normale invocato da D’Alema continua a essere un espediente retorico. Un fantasma. È infatti UnPaese anormale – altro titolo di un saggio d’annata (1999) di Maurizio Costanzo – quello che ha continuato a crescere e svilupparsi, incurante d’ogni denuncia e d’ogni annunciata riforma. La sola cosa che è cambiata sensibilmente e in peggio è il clima politico, insieme con la qualità etica, le competenza e la credibilità dei vari leader e leaderini. Di sinistra ma soprattutto di destra.
Giorgia Meloni (foto Ansa).
Non ci resta che rimpiangere la destra liberale che fu
La speranza è l’ultima a morire. Ma visto che The extreme is normal now è molto difficile pensare che vi siano a breve realistiche alternative alla semplificazione del discorso pubblico, dominato dalla logica dell’intrattenimento e dalla polarizzazione. Un Paese normale, dove la scomparsa dei leader-social s’accompagni a quella dei cittadini-follower sembra sempre più lontano. Forse Non ci resta che piangere per evocare un altro reperto d’annata (il film di Roberto Benigni e Massimo Troisi del 1984). E rimpiangere la destra italiana degli Anni 70: padronale e classista, però saldamente antifascista e liberale. Aveva il volto quasi arcigno di Giovanni Malagodi e Ugo La Malfa rispettivamente segretari del Pli e Pri. Due leader politici che non ridevano nemmeno davanti al fotografo. Altri tempi si dirà: vero. Però come si può non rimpiangerli?
È stato identificato il presunto aggressore che lunedì sera, in stazione a Bologna, ha accoltellato al polmone Alessandro Ambrosio, 34 anni, capotreno di Trenitalia. Si tratta di Jelenic Marin, 36 anni, cittadino croato già noto alle forze dell’ordine per precedenti episodi violenti in stazioni di altre città. È attualmente in fuga e si teme possa essersi allontanato in treno. L’aggressione è avvenuta intorno alle 19 in viale Pietramellara, nell’area che conduce al parcheggio riservato ai dipendenti della stazione, non accessibile ai viaggiatori. Ambrosio non era in servizio e stava andando a prendere l’auto quando è stato colpito. A trovarlo a terra, in una pozza di sangue, è stato un dipendente di Italo che ha subito allertato la Polfer. I soccorsi del 118, intervenuti rapidamente, non sono riusciti a salvargli la vita.
Le reazioni
Il sindaco di Bologna Matteo Lepore ha parlato di «un atto gravissimo» e ha aggiunto: «Attendiamo di capire cosa sia avvenuto, ma intanto voglio esprimere la nostra vicinanza, in un momento così doloroso, ai familiari e ai colleghi del giovane capotreno trovato morto». Il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini ha dichiarato di essere «profondamente addolorato per la tragedia di Bologna», esprimendo «affettuosa solidarietà alla famiglia della vittima e ai suoi colleghi». In una nota ha inoltre confermato «la propria determinazione per portare a 1.500 le donne e gli uomini in divisa di Fs Security per vigilare su treni e stazioni».
A Bologna un uomo di 34 anni è stato ucciso a coltellate da un aggressore che poi è fuggito. La vittima è un dipendente di Trenitalia che si stava recando al parcheggio della stazione in viale Pietramellara. Lì è stato raggiunto da un fendente mortale all’altezza dell’addome. Nonostante l’immediato intervento, il personale del 118 non è riuscito a salvarlo. L’aggressore intanto è in fuga mentre la polizia ferroviaria e la squadra mobile, con il medico legale, è sul posto per i rilievi scientifici. L’area è adibita a parcheggio riservato agli operatori della stazione, non aperta al pubblico. Potrebbero chiarire la dinamica le telecamere della zona.
Le parole di Fabio Capello al quotidiano spagnolo Marca sono destinate a far discutere. In un’intervista, l’ex allenatore di Milan, Roma, Juve e Real Madrid, solo per citare alcune big allenate, ha attaccato frontalmente il sistema arbitrale. E lo ha fatto con parole dure: «Il Var? Una casta chiusa. Gli arbitri sono una mafia. Non vogliono contare sugli ex giocatori per il Var, gente che conosce i movimenti del calcio, il gesto che fa un giocatore per fermarsi o aiutarsi. Spesso prendono decisioni non corrette perché non hanno giocato. Un giocatore viene toccato in faccia, si butta e fischiano. Ma perché fischi? Mi fa impazzire questa cosa».
Capello su Calciopoli
Capello si è poi concentrato su due casi importanti in Liga e Serie A. Il primo è quello legato all’indagine sui pagamenti del Barcellona a José María Enríquez Negreira, ex vicepresidente degli arbitri in Spagna. Il secondo, ovviamente, Calciopoli. Capello ha prima parlato del suo Real Madrid, in quegli anni: «Che vuoi che ti dica? Hanno provato a fermarci ma non ci sono riusciti. Abbiamo vinto contro tutti! Se pensi che vincere abbia sempre valore, dopo questo ne ha ancora di più». E poi della Juventus: «Non ha pagato, eppure la squadra è stata mandata in Serie B. In Spagna con questa storia di Negreira non è successo nulla. In Italia agiamo».
Al momento della cattura, Nicolas Maduro indossava una tuta grigia con inserti neri diventata virale. È questo il risvolto collaterale, forse inaspettato, avuto dopo l’arresto dell’ex presidente del Venezuela. Nella prima foto pubblicata da Donald Trump, in cui è ritratto a bordo della USS Iwo Jima, Maduro veste una tuta Nike che, subito dopo, è stata richiestissima online. In molti store virtuali del colosso della moda sportiva, quello italiano compreso, felpa e pantaloni sono stati talmente tanto venduti da non risultare più disponibili in alcune taglie. Un risultato che ha fatto felice l’azienda e che fa il paio con i dati di Google Trends. Come riportato da Corriere della Sera, infatti, il motore di ricerca ha registrato picchi anomali di ricerche su Maduro e sulla tuta. Tra le query associate più cliccate ci sono state «nike maduro», «nicolas maduro», «nicolas maduro nike tech», «venezuela president nike tech» e «venezuela president».
Ma non è l’unico caso. In un’altra foto, quella all’interno degli uffici della Dea, Maduro veste una felpa ideata e venduta dalla Origin. Si tratta di un’azienda più piccola rispetto alla Nike, con sede nel Maine. Anche il sito di Origin è stato preso d’assalto e l’indumento è andato presto sold out. Scorte esaurite e tweet di finte scuse da parte della società, che su X ha scritto, riferendosi all’ex presidente venezuelano: «Benvenuto in America. Purtroppo, la nostra maglia RTX “Patriot Blue” non sarà disponibile fino alla primavera. Ma è possibile preordinarla!»
Un guasto ai sistemi di controllo del traffico aereo in Grecia ha causato diversi disagi ad alcune compagnie europee. Il traffico nei cieli europei è stato ristretto e i sistemi di tracciamento non gestiti direttamente dalle società sono stati bloccati. Uno degli effetti principali è stata la cancellazione di diversi voli. Tra questi, tre della compagnia EasyJet avrebbero decollare da Sharm el-Sheikh, in Egitto, e riportare a Milano circa 500 turisti. A raccontarlo è La Stampa che ha intervistato una ragazza bloccata in aeroporto: «Ci sentiamo abbandonati. La prima data di ripartenza assicurata è il 13 gennaio».
La testimonianza: «Situazione grave a Sharm»
E ancora: «Siamo in contatto con il consolato italiano ma la situazione è grave: ci sono famiglie con bambini piccoli e persone a cui sta scadendo il visto». Secondo il quotidiano, molti dei passeggeri non sono riusciti a entrare in contatto telefonico con la compagnia dopo le prime telefonate. La società ha «pagato una sola notte e dall’hotel ci stavano invitando a fare il check-out. Senza sapere dove andare non mi muovo e pagare una notte qui costa circa 220 euro a testa». C’è chi rischia di perdere il lavoro se non rientra in tempo e in molti cercano soluzioni alternative, senza trovarne.