Come accedere a NoiPA: guida alla consultazione del cedolino e dei pagamenti

La procedura su come accedere a NoiPA rappresenta un passaggio fondamentale per i dipendenti del pubblico impiego e della scuola che intendano monitorare il proprio cedolino di stipendio. Attraverso il portale istituzionale, infatti, impiegati, docenti e collaboratori possono verificare l’accredito dei mensili e degli arretrati contrattuali, gestendo in autonomia le informazioni previdenziali e fiscali. L’utilizzo della piattaforma richiede il possesso di strumenti di identità digitale certificati, a garanzia della massima protezione dei dati sensibili degli utenti. Oltre alla semplice visualizzazione dei pagamenti, il sistema offre servizi avanzati, come la modifica delle coordinate bancarie o la richiesta delle certificazioni necessarie per le dichiarazioni dei redditi. La corretta configurazione del profilo iniziale assicura una navigazione fluida e previene eventuali problematiche legate al blocco delle credenziali di sicurezza.

Come accedere a NoiPA: le modalità di autenticazione

Come accedere a NoiPA: guida alla consultazione del cedolino e dei pagamenti
Busta paga di una dipendente del pubblico impiego (Ansafoto).

NoiPA rappresenta lo strumento fondamentale per il personale della scuola che desideri gestire in autonomia il proprio profilo economico e previdenziale. Per comprendere come accedere al portale del ministero dell’Economia e delle Finanze per la prima volta, è necessario essere a conoscenza del fatto che la piattaforma telematica richieda sistemi di identità digitale certificati. La procedura standard prevede l’utilizzo di Spid, Cie (Carta di identità elettronica) o Cns (Carta nazionale dei servizi). Una volta effettuato il primo ingresso, l’utente viene invitato a compilare i dati di contatto per completare la registrazione a NoiPA. Sebbene l’identità digitale sia ormai il canale prevalente, è possibile accedere a NoiPA senza SPID. L’opzione, alternativa e gratuita rispetto all’abbonamento allo Spid anche di Poste Italiane, si può attuare mediante l’utilizzo della Carta di identità elettronica e la tecnologia Nfc dal proprio smartphone. Si garantisce, in ogni modo, il massimo livello di sicurezza informatica richiesto per la protezione dei dati sensibili dei dipendenti pubblici.

Come entrare per la prima volta su NoiPA?

Per il personale di nuova immissione o per chi non ha mai effettuato il login, l’attivazione dell’utenza avviene in modo automatico non appena l’amministrazione di appartenenza inserisce i dati nel sistema. Il dipendente deve collegarsi alla pagina ufficiale e selezionare l’area riservata. Al primo accesso, è fondamentale configurare correttamente le credenziali e verificare che l’indirizzo e-mail sia aggiornato. In questa fase si stabilisce la password dell’area riservata di NoiPA che, insieme al codice Pin (se previsto per alcune tipologie di servizi dispositivi), consente di operare in totale autonomia. È importante conservare con cura queste informazioni, poiché esse sono strettamente personali e indispensabili per ogni successiva operazione di consultazione o modifica dei dati anagrafici e di pagamento.

Soluzioni ai problemi comuni e consultazione dei pagamenti

Capita frequentemente che, durante i periodi di picco come l’emissione degli arretrati di gennaio 2026, si riscontrino rallentamenti o errori di sistema. Se un utente nota che NoiPA non funziona, il primo passo è verificare lo stato della connessione o provare a svuotare la cache del browser. Nel caso in cui il messaggio visualizzato sia «non riesco ad accedere a NoiPA», è consigliabile controllare la validità delle proprie credenziali Spid o della Cie. Una volta entrati nel portale, la sezione più visitata è senza dubbio quella dedicata alla consultazione dei pagamenti, dove è possibile visualizzare l’importo netto dello stipendio prima ancora della pubblicazione del documento ufficiale. Ecco le operazioni principali effettuabili nella propria area personale:

  • visualizzazione del cedolino mensile in formato Pdf;
  • consultazione del modello Cu (Certificazione unica) per la dichiarazione dei redditi;
  • gestione delle modalità di riscossione (cambio Iban);
  • richiesta di piccoli prestiti Inps;
  • monitoraggio dei contratti a tempo determinato per i supplenti;
  • variazione dei dati di residenza e domicilio fiscale.

Perché Brooklyn Beckham attacca David e Victoria: «Umiliato alle mie nozze»

È guerra all’interno della famiglia Beckham. Con sei lunghe stories sul suo profilo Instagram Brooklyn, il primogenito di David e Victoria, ha attaccato duramente i genitori, rompendo per la prima volta il silenzio dopo mesi di voci e speculazioni sulla fine dei rapporti. «Sono rimasto zitto per anni e ho fatto ogni tentativo per mantenere privata ogni questione», ha esordito il 26enne. «I miei genitori e il loro team, purtroppo, hanno continuato a rivolgersi alla stampa, lasciandomi senza altra scelta che parlare per me stesso e dire la verità solo su alcune delle bugie che sono state pubblicate. Non voglio riconciliarmi con la mia famiglia. Sto solo difendendo me stesso per la prima volta nella mia vita».

Perché Brooklyn Beckham attacca David e Victoria: «Umiliato alle mie nozze»
Le stories di Brooklyn Beckham contro i genitori (da Instagram).

Brooklyn Beckham contro i genitori: «Sempre ostili verso mia moglie»

In lunghissimo messaggio di sei pagine, pubblicato su Instagram, Brooklyn Beckham ha accusato la madre e il padre di aver «cercato incessantemente di rovinare» la sua relazione con l’attrice Nicola Peltz, sposata nell’aprile 2022. Nel lungo sfogo sui social, ha raccontato una serie di episodi molto discutibili di come l’ex Spice Girls avrebbe provato più volte a mettere in difficoltà la nuora nel corso degli anni, annullando anche di proposito la realizzazione di un abito da sera per Nicola all’ultimo momento e «rubandole» il primo ballo di nozze. «Mia madre l’ha dirottato, nonostante fosse stato programmato con settimane di anticipo sulle note di una romantica canzone d’amore», ha affermato Brooklyn. «Davanti ai 500 invitati, Marc Anthony (cantante e attore americano, ndr.) mi ha chiamato sul palco, dove era previsto il ballo con mia moglie, invece mia madre stava ballando con me».

Perché Brooklyn Beckham attacca David e Victoria: «Umiliato alle mie nozze»
Brooklyn Beckham con Nicola Peltz al Met Gala 2023 (Ansa).

Brooklyn Beckham ha poi aggiunto che la stessa Victoria avrebbe «ballato in modo inappropriato davanti a tutti» gli invitati, facendolo sentire fortemente a disagio: «Non mi sono mai sentito così umiliato in tutta la mia vita». Non finisce qui, in quanto David e Victoria avrebbero in più occasioni sottolineato come Peltz non fosse «di sangue» e non facesse «parte della famiglia», mancandole in continuazione di rispetto. E ancora: «Settimane prima del grande giorno, i miei genitori mi hanno ripetutamente fatto pressione e hanno cercato di farmi cedere i diritti sul mio nome, cosa che avrebbe avuto ripercussioni su di me, mia moglie e i nostri futuri figli».

Il 50esimo compleanno di David Beckham: «Io e mia moglie respinti per una settimana»

Nelle stories su Instagram, Brooklyn Beckham ha spiegato anche come andarono le cose tra lui e la sua famiglia in occasione del 50esimo compleanno del padre David. Il 2 maggio 2025 a Londra si tenne una festa memorabile per l’ex calciatore inglese, con un passato anche in Italia al Milan, ma all’evento non era presente il primogenito. All’epoca si parlò di una scelta del figlio di non partecipare volutamente, ma oggi si scopre che le cose andarono diversamente. Brooklyn ha raccontato che lui e la moglie Nicola vennero «respinti per una settimana» mentre aspettavano nella camera d’albergo «cercando di organizzare del tempo di qualità» con David. «Mio padre ha rifiutato tutti i nostri tentativi di incontrarlo lontano dal clamore, a meno che non si trattasse della sua grande festa di compleanno con 100 invitati e telecamere a ogni angolo». David avrebbe «alla fine ha accettato» a condizione che Peltz non fosse presente.

Perché Brooklyn Beckham attacca David e Victoria: «Umiliato alle mie nozze»
Le stories di Brooklyn Beckham contro i genitori (da Instagram).

L’ultimo attacco: «Il marchio Beckham viene prima di tutto»

Nel terminare il suo attacco in cui ha sparato a zero sulla propria famiglia, Brooklyn Beckham ha poi descritto un vero e proprio «sistema Beckham» fatto di apparenza e affari. «Il marchio Beckham viene prima di tutto», ha scritto il 26enne. «“L’amore” per la famiglia è deciso da quanto si pubblica sui social media. Sono stato controllato dai miei genitori per gran parte della mia vita. Per anni abbiamo fatto di tutto per essere presenti e sostenere ogni sfilata, ogni festa e ogni attività stampa per mostrare “la nostra famiglia perfetta”». Poi la liberazione grazie alla moglie: «Sono cresciuto con un’ansia opprimente. Per la prima volta nella mia vita, da quando mi sono allontanato dalla mia famiglia, quell’ansia è scomparsa. Ogni mattina mi sveglio grato per la vita che ho scelto e ho trovato pace e sollievo».

Caso Signorini, cosa ha detto Antonio Medugno ai pubblici ministeri

Antonio Medugno è stato ascoltato a Milano dai pubblici ministeri nell’ambito dell’indagine che ruota attorno alle accuse di violenza sessuale ed estorsione legate ad Alfonso Signorini. Il 27enne, convocato come persona offesa, ha trascorso oltre tre ore in procura confermando integralmente quanto già raccontato nel format Falsissimo di Fabrizio Corona. L’audizione si inserisce nel filone aperto dopo la querela presentata dal direttore di Chi contro Corona per revenge porn: secondo quanto emerso, Medugno non è indagato e si è presentato con il suo avvocato.

Medugno: «Altre denunce? Credo che non rimarrò il solo»

Al termine della testimonianza, il modello ha ribadito la propria versione dei fatti, parlando di un presunto meccanismo di favori sessuali per accedere al Grande Fratello. «Non sono io a dover dire se esiste un sistema, penso a quello che ho subìto e che ho raccontato, ho detto tutta la verità e ho fiducia nella magistratura», ha dichiarato. Alla domanda sulla possibilità che altri decidano di denunciare, ha aggiunto: «Credo che non rimarrò solo». Medugno ha anche denunciato le conseguenze mediatiche della vicenda, sostenendo di essere bersaglio di attacchi online. Sul punto la sua legale ha parlato di «linciaggio mediatico» e di «vittimizzazione secondaria» nei confronti di un uomo che denuncia una violenza.

Le accuse nei confronti di Signorini: «So che è successo ad altre persone»

Secondo quanto messo a verbale, nella primavera del 2021 Signorini gli avrebbe lasciato intendere che «se mi fossi concesso, sarei entrato nella Casa» dell’edizione 2021-2022 del Grande Fratello. Medugno ha riferito di aver respinto le avances e di essere riuscito a entrare successivamente nel Gf Vip 6 soltanto come «ripescato», dopo un incontro con Clarissa Selassie. Durante l’audizione ha ribadito anche il presunto ricatto «se non vieni con me non entri al Grande Fratello» e ha affermato: «So che è successo anche ad altre persone». La procura di Milano, guidata da Marcello Viola, sta ora raccogliendo le diverse versioni in due fascicoli distinti: uno su Fabrizio Corona per revenge porn e l’altro che vede Medugno indicato come presunta parte offesa nella denuncia contro il conduttore.

Australian Open 2026, da Musetti a Sonego: i risultati degli italiani nella notte

Tre passaggi del turno e due eliminazioni: è il bilancio azzurro della notte fra lunedì 19 e martedì 20 gennaio agli Australian Open 2026, che si apprestano a chiudere il match di primo turno. Avanzano Lorenzo Sonego e Lorenzo Musetti, rispettivamente contro Carlos Taberner e Raphael Collignon, che ora sono attesi dal derby al secondo turno. Bene anche Luciano Darderi, che supera in tre set tirati il cileno Cristian Garin. Eliminati Luca Nardi, battuto dal cinese We Yibing, e nel femminile Elisabetta Cocciaretto, che arrivava dalle fatiche per la vittoria al Wta 250 di Hobart. Alle ore 9 in campo invece Jannik Sinner, ultimo italiano impegnato nel primo turno, che affronterà il francese Hugo Gaston.

Australian Open 2026, da Musetti a Sonego: i risultati degli italiani nella notte
Lorenzo Musetti agli Australian Open 2026 (Ansa).

Australian Open 2026, Musetti fatica ma batte Collignon: troverà Sonego

Debutto complesso e più intenso del previsto per Lorenzo Musetti agli Australian Open. Il carrarino avanza al secondo turno dopo aver battuto il belga Raphael Collignon, numero 72 del ranking Atp, costretto al ritiro nel quarto set sul punteggio di 4-6, 7-6, 7-5, 3-2 in favore dell’azzurro. Per Musetti una partita in crescendo, con i primi due parziali segnati profondamente da problemi al servizio che gli hanno fatto perdere per tre volte la battuta. Nel terzo, quando era avanti 4-2, il belga ha accusato grossi guai fisici, vedendosi costretto a chiedere l’intervento del fisioterapista sul 4-4 prima di cedere cinque dei sei game successivi. «Ho faticato a trovare ritmo», ha spiegato Musetti alla fine del match. «Applausi a Collignon, ha giocato una grande partita».

Al secondo turno, Musetti è atteso dal derby azzurro contro Lorenzo Sonego, che ha invece battuto agevolmente lo spagnolo Carlos Taberner in tre set con il punteggio di 6-4, 6-0, 6-3. Il torinese, che ha concesso solamente un break al suo avversario nel terzo set, ha chiuso l’incontro con 12 ace e il 70 per cento di prime palle in campo, rafforzate da una resa dell’81 per cento. Proprio il servizio ha fatto la differenza, con lo spagnolo danneggiato da ben 11 doppi falli in 13 game alla battuta. Passa al secondo turno anche Luciano Darderi: l’italoargentino ha eliminato il cileno Cristian Garin con il punteggio di 7-6, 7-5, 7-6 in tre ore di partita. Debutto tutt’altro che semplice per l’azzurro che nel finale ha dovuto fare i conti anche con alcuni problemi di stomaco. Attende ora lo spagnolo Sebastian Baez che ha superato in cinque set il francese Giovanni Mpetshi Perricard.

Eliminati Luca Nardi ed Elisabetta Cocciaretto

Niente da fare invece per Luca Nardi, alla seconda partecipazione nel main draw di Melbourne. Il pesarese si è dovuto arrendere al cinese Wu Yibing in quattro set con il punteggio di 7-5, 4-6, 6-4, 6-2 in tre ore esatte di gioco. Per l’azzurro, che non ha quasi mai trovato il ritmo per impensierire il suo avversario, si tratta della terza sconfitta su altrettanti match giocati dall’inizio della stagione 2026. Il 26enne di Hangzhou torna dunque a vincere in uno Slam due anni e mezzo dopo l’ultima volta. Nel femminile si è fermata invece Elisabetta Cocciaretto: la campionessa del Wta 250 di Hobart è infatti stata battuta al primo turno dall’austriaca Julia Grabher, 95esima del ranking, per 7-5, 2-6, 6-4 in due ore e mezza di gioco. Un risultato che lascia molti rimpianti all’azzurra, che non ha saputo sfruttare i 10 doppi falli e 56 errori gratuiti della sua avversaria.

Australian Open 2026, da Musetti a Sonego: i risultati degli italiani nella notte
Elisabetta Cocciaretto (Ansa).

Ottimo esordio nel doppio femminile per Errani e Paolini

Tutto facile infine nel doppio femminile per Sara Errani e Jasmine Paolini, teste di serie numero due del torneo. Le azzurre, che giocavano il loro primo match ufficiale in coppia dalle Finals di Riyad dello scorso novembre, hanno battuto la britannica Maia Lumsden e la cinese Qianhui Tang 6-3, 6-2 in un’ora e 19 minuti. Al secondo turno attendono le australiane Birrel/Gibson oppure le giapponesi Kobori/Shimizu, in campo nella giornata di mercoledì 21 gennaio.

Sanità militare, tutte le ombre della riforma

Non è una riforma sanitaria. È un riordino di potere. Il governo la presenta come una modernizzazione interforze, una razionalizzazione necessaria, persino come un contributo alla sanità pubblica. Ma leggendo lo schema di decreto e i documenti interni alle Forze Armate, emerge un quadro molto diverso: la nascita di un Corpo sanitario autonomo, con una propria catena di comando, vertici dedicati e canali economici separati. Di fatto, una quinta Forza Armata sanitaria. Non è una definizione polemica, ma il modo in cui la riforma presentata il 21 novembre con un decreto legislativo viene descritta da sindacati e osservatori qualificati, quando si prende atto che il futuro assetto sanitario militare dipenderà direttamente dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, svuotando le sanità di Esercito, Marina, Aeronautica e Carabinieri della loro autonomia funzionale.

Sanità militare, tutte le ombre della riforma
Guido Crosetto (Imagoeconomica).

Si scrive modello interforze, si legge corpo unico

Un modello interforze coordina, armonizza, mette in rete strutture che restano all’interno delle rispettive Forze Armate. Un corpo unico, invece, assorbe personale, carriere, progressioni, identità. Ed è esattamente questo il nodo sollevato da USMIA Interforze (l’unione sindacale militare Interforze associati) e SAM (il sindacato autonomo dei militari) che hanno contestato sia il metodo sia lo schema di decreto, denunciando l’assenza di un confronto reale e la mancanza di chiarimenti su criteri di transito, effetti economici e trattamento previdenziale del personale sanitario. Alle stesse criticità si è aggiunta USIC/ USICC, che rappresenta il mondo dell’Arma dei Carabinieri, evidenziando il rischio concreto di una perdita dell’identità ordinamentale e dello status per il personale entrato nell’Arma tramite concorso. È, nei fatti, un trasferimento ordinamentale mascherato da coordinamento. Ed è qui che nasce il primo problema giuridico serio: una delega pensata per razionalizzare lo strumento militare può spingersi fino a creare un corpo autonomo con una propria catena di comando, assimilabile a una nuova Forza Armata? 

La riforma promette risparmi ma crea nuove gerarchie

Il governo parla di efficienza e di invarianza di spesa. Ma i numeri raccontano un’altra storia. Secondo le ricostruzioni basate sulle tabelle allegate allo schema, il ruolo normale degli ufficiali della sanità militare arriverebbe a 1.443 unità, contro le 1.008 attuali dei ruoli normali dei corpi sanitari di Esercito, Marina e Aeronautica: un aumento di 435 ufficiali. Non solo. Crescono anche i gradi apicali: cinque brigadieri generali e 25 colonnelli in più. Quando una riforma che promette risparmi produce una nuova piramide gerarchica, il punto non è quanto costerà. Il punto è perché serve. Se l’obiettivo fosse davvero sanitario, non si partirebbe dall’alto.

Sanità militare, tutte le ombre della riforma
Il policlinico militare del Celio (Imagoeconomica).

Il vertice blindato per due anni con richiamo in servizio

C’è poi una disposizione che chiarisce il metodo seguito dal legislatore delegato. L’articolo 3, comma 1, lettera d dello schema prevede che il comandante del nuovo Corpo sanitario rimanga in carica per almeno due anni e che, qualora raggiunga il limite di età, venga richiamato in servizio dall’autorità fino al termine del secondo anno di mandato. È una clausola eccezionale, che non risponde a esigenze organizzative ordinarie ma serve a blindare il vertice, anche in barba all’anagrafe. Ed è legittimo chiedersi se questa previsione non delinei, di fatto, una figura già individuata: il generale di Corpo d’armata Carlo Catalano, che – secondo quanto risulta – maturerebbe il pensionamento il 28 agosto 2026. È solo un dubbio che però una riforma trasparente dovrebbe evitare di generare.

Sanità militare, tutte le ombre della riforma
Il generale Carlo Catalano (Imagoeconomica).

I conti dell’operazione

Per comprendere davvero la riforma bisogna seguire i flussi finanziari. La Corte dei Conti ha quantificato la spesa sanitaria a carico del ministero della Difesa, per il 2018, in 367.818.354 euro. Una cifra coerente con le stime che collocano il costo annuo della sanità militare tra 340 e 370 milioni di euro. Oggi, dunque, la sanità militare è finanziata dal bilancio della Difesa. Il progetto che emerge dal decreto, però, va oltre e prevede ristrutturazione di strutture, il loro accreditamento, l’apertura all’utenza civile intercettando flussi del Servizio Sanitario Nazionale. Non per rafforzarlo dall’interno, ma per costruire un canale parallelo.

Il ruolo di Difesa Servizi spa

Nel documento circolato tra i Carabinieri compare una previsione che non dovrebbe comparire in una riforma sanitaria se l’obiettivo fosse esclusivamente assistenziale: la possibilità di attivare sinergie con operatori pubblici e privati del settore sanitario «anche per il tramite di Difesa Servizi spa». Qui il punto è strutturale. Difesa Servizi è uno strumento di valorizzazione economica del perimetro Difesa. Inserirlo esplicitamente nel decreto significa trasformare la sanità in asset, non in servizio. Il meccanismo è evidente: oggi lo Stato finanzia la sanità militare con risorse della Difesa, domani, attraverso accreditamenti e convenzioni, fondi del SSN possono affluire in un perimetro con governance militare ed economica separata. In un Sistema Sanitario Nazionale già sottofinanziato, questo non è integrazione: è spostamento di risorse.

Sanità militare, tutte le ombre della riforma
Il logo di Difesa Servizi.

A rischio l’identità professionale dell’Arma

Il fronte più esplosivo è quello dell’Arma dei Carabinieri. Qui la riforma non incide solo sull’organizzazione, ma sull’identità professionale costruita tramite concorso, ordinamento e carriera. Nei documenti interni la posizione è netta: interforze sì, ma ognuno deve restare nella propria Forza Armata, conservando uniforme, status, trattamento economico e previdenziale. Il transito forzato in un Corpo unico non significa solo cambiare comando: significa modificare il regime pensionistico, le indennità e le prospettive di fine carriera. È una perdita secca di diritti acquisiti, non una riorganizzazione neutra.

Sanità militare, tutte le ombre della riforma
Berretti dell’Arma dei Carabinieri (Imagoeconomica).

Mancano accordi chiari con le Regioni

Il governo promette di aiutare i cittadini e ridurre le liste d’attesa utilizzando la sanità militare. Ma, allo stato degli atti, non esiste alcun piano pubblico verificabile che spieghi come questa promessa dovrebbe tradursi in prestazioni reali. Non sono stati indicati il numero degli specialisti effettivamente impiegabili, il monte ore trasferibile senza compromettere la sanità operativa delle Forze Armate, le discipline coinvolte, le strutture interessate né i volumi misurabili di prestazioni aggiuntive in grado di incidere concretamente sulle liste d’attesa. Mancano, soprattutto, accordi chiari con le Regioni e un modello di integrazione con i sistemi di prenotazione e con la programmazione sanitaria territoriale. Senza numeri, senza programmazione e senza un impianto operativo trasparente, la promessa resta uno slogan. E quando una riforma sanitaria prende forma aumentando i vertici, blindando il comando e introducendo nel testo strumenti economici come Difesa Servizi spa, lo slogan smette di essere credibile.

L’obiettivo non è curare i cittadini, ma concentrare comando e flussi

Insomma, questa riforma ha un problema di sostanza. Crea un Corpo autonomo sotto comando centrale, amplia le gerarchie, introduce deroghe sul vertice, apre a sinergie pubblico-private tramite una società economica della Difesa e promette aiuto al Servizio Sanitario Nazionale senza un piano verificabile. Non è una riforma per curare i cittadini. È una riforma per concentrare comando e flussi, spostando pezzi di sanità pubblica in un recinto militare-economico. Nella prossima puntata dell’inchiesta entreremo nel dettaglio di ciò che questa riforma significa per l’Arma dei Carabinieri: concorsi, status giuridico, trattamento pensionistico e perché, per l’Arma, questa non è una riorganizzazione ma un esproprio.

Von der Leyen lavora a un incontro con Trump per evitare un’escalation

Donald Trump porta le mire sulla Groenlandia e la minaccia dei dazi dentro il forum di Davos, che da oggi al 23 gennaio riunirà leader politici ed economici sotto il titolo ufficiale “Lo spirito del dialogo”. L’Unione europea vuole provare la strada della de-escalation. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen sta lavorando a un faccia a faccia in territorio neutrale con il presidente americano. L’incontro non è ancora ufficiale: Repubblica scrive che la Casa Bianca non ha risposto all’invito, ma i contatti con Washington, anche tramite il commissario al Commercio Maros Sefcovic, sono stati intensi. Bruxelles vuole tentare il dialogo prima di qualsiasi contromisura. Giovedì il Consiglio europeo straordinario dovrà infatti decidere se e come reagire alle tariffe minacciate del 10 per cento ai Paesi che ostacoleranno le mosse americane in Groenlandia. L’ipotesi principale è di lasciare scattare automaticamente i controdazi per 93 miliardi sospesi l’anno scorso.

LEGGI ANCHE: Davos, le minacce di Trump e la vera partita dell’Europa

Trump ventila dazi del 200 per cento sui vini francesi

Il presidente degli Stati Uniti, parlando con i giornalisti in Florida, ha attaccato Emmanuel Macron dopo la sua decisione di non aderire al cosiddetto «Board of Peace» per la ricostruzione di Gaza, e per l’ennesima volta ha annunciato ritorsioni commerciali. «Beh, nessuno lo vuole perché lascerà l’incarico molto presto, quindi va bene così», ha detto Trump. Poi ha aggiunto: «Applicherò dazi del 200 per cento sui suoi vini e champagne e lui si unirà», «ma non è obbligato a farlo». Poco prima, su Truth, aveva pubblicato lo screenshot di un messaggio privato ricevuto da Macron, la cui autenticità è stata confermata dall’Eliseo. «Amico mio, siamo totalmente d’accordo sulla Siria. Possiamo fare grandi cose sull’Iran. Non capisco cosa stai facendo sulla Groenlandia», scrive il presidente francese, proponendo un G7 a Parigi dopo Davos e una cena insieme giovedì. In questo clima di minacce, Trump è convinto che i leader europei non «opporranno troppa resistenza» alle mire americane sulla Groenlandia.

Morte di Valentino, il cordoglio dal mondo della politica e dello spettacolo

Dalla politica al mondo dello spettacolo, in tanti piangono la morte di Valentino. A partire dalla premier Giorgia Meloni, che sui social ha scritto: «Valentino, maestro indiscusso di stile ed eleganza e simbolo eterno dell’alta moda italiana. Oggi l’Italia perde una leggenda, ma la sua eredità continuerà a ispirare generazioni. Grazie di tutto». Anche Elly Schlein affida ai social il suo cordoglio: «Valentino Garavani ha contribuito a rendere grande la creatività italiana nel mondo, interpretando, con il suo lavoro, l’eleganza e la cultura del nostro Paese in modo unico e irripetibile. L’Italia perde un grande protagonista della moda, un simbolo internazionale di stile che ha ispirato e continuerà a ispirare altri stilisti e creativi». Non mancano le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: «Con la scomparsa di Valentino l’Italia perde uno stilista di successo, capace di guardare oltre le tendenze e le convenzioni. Il mondo della moda gli deve grandi intuizioni e splendide creazioni. Esprimo ai suoi familiari e ai collaboratori cordoglio e vicinanza».

Numerosi colleghi e amici hanno reso omaggio al designer. La maison Armani ha affermato: «Maestro indiscusso di grazia ed eleganza, per il quale Giorgio Armani ha sempre nutrito grande stima, Valentino ha incarnato l’eccellenza della couture, il rigore del mestiere e una visione unica della moda fatta di linee pure, colori iconici e bellezza assoluta. La sua scomparsa lascia un vuoto immenso». Donatella Versace ha scritto su Instagram: «Abbiamo perso un vero Maestro, sarà sempre ricordato per la sua arte. I miei pensieri vanno a Giancarlo, che in tutti questi anni non è mai andato via. Valentino non sarà mai dimenticato». Giancarlo Giammetti, storico compagno di vita e lavoro dello stilista, ha postato una foto con la scritta «…forever…».

Tra le numerose testimonianze anche quelle di personalità del mondo dello spettacolo e della moda. L’attrice Gwyneth Paltrow ha scritto: «Sono stata così fortunata ad aver conosciuto e amato Valentino, ad aver conosciuto l’uomo vero, nella sua vita privata. Mancherà profondamente a me e a tutti coloro che lo hanno amato. Riposa in pace, Vava». Sophia Loren ha ricordato: «Mio caro Valentino, la notizia della tua scomparsa mi addolora profondamente. Con te ho condiviso momenti di grande affetto e di sincera stima reciproca. Avevi un animo gentile, ricco di umanità. Sei stato un amico e la tua arte e la tua passione resteranno per sempre fonte di ispirazione». Un pensiero anche da parte di Chiara Ferragni: «È stato uno dei più grandi maestri della moda italiana e mondiale. Con la sua visione ha definito un’idea di eleganza senza tempo, rendendo l’Italia un punto di riferimento assoluto nel lusso. La sua eredità creativa continuerà a ispirare i giovani designer del futuro».

Groenlandia e Danimarca: «Proposta una missione Nato sull’isola»

Danimarca e Groenlandia hanno avanzato all’interno della Nato la proposta di istituire una missione di monitoraggio sull’isola artica. L’annuncio è arrivato dal ministro della Difesa danese Troels Lund Poulsen al termine di un incontro con il segretario generale dell’Alleanza, Mark Rutte. «L’abbiamo proposta noi, il segretario generale ne ha preso atto e credo che ora potremo, auspicabilmente, ottenere un quadro che ne definisca l’attuazione», ha dichiarato Poulsen alla televisione danese, intervenendo insieme alla ministra degli Esteri della Groenlandia Vivian Motzfeldt.

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Trump: «L’Europa pensi a Russia e Ucraina, non alla Groenlandia»

Sul dossier Groenlandia è tornato a esprimersi anche il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che a una domanda su un possibile ricorso alla forza ha risposto con un «no comment» durante una breve intervista telefonica con Nbc News. Nel colloquio, Trump ha ribadito che porterà avanti «al 100 per cneto» i suoi piani di imporre dazi doganali ai Paesi europei se non otterrà il territorio artico e ha invitato l’Europa a occuparsi di altre priorità, affermando che «dovrebbe concentrarsi sulla guerra con la Russia e l’Ucraina, perché, francamente, si vede dove li ha portati…» e «non sulla Groenlandia».

Bce, Boris Vujčić designato vicepresidente

L’Eurogruppo ha indicato il croato Boris Vujčić come candidato a ricoprire il ruolo di vicepresidente della Banca centrale europea, destinato a prendere il posto di Luis De Guindos, il cui mandato si concluderà a maggio. La decisione è maturata a Bruxelles e rappresenta un passaggio politico preliminare: ora spetterà al Consiglio adottare la raccomandazione formale da trasmettere al Consiglio europeo, che avrà l’ultima parola sulla nomina, dopo aver consultato la Bce e il Parlamento europeo.

Come si è arrivati alla designazione di Boris Vujčić

Vujčić, alla guida della banca centrale della Croazia dal 2012, è emerso al termine di una selezione che ha visto restringersi il numero dei candidati, inizialmente sei, nel contesto di un negoziato tra i Paesi dell’area euro finalizzato a raggiungere una maggioranza qualificata rafforzata. La sua designazione potrebbe inoltre favorire un maggiore equilibrio nella composizione geografica del consiglio direttivo della Bce, con l’ingresso di un rappresentante di uno Stato membro che ha aderito all’Eurozona in tempi più recenti.

Delitto di Federica Torzullo, i pm: «L’indagato progettava la fuga»

Claudio Carlomagno, marito di Federica Torzullo, accusato di omicidio e occultamento di cadavere, ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere durante l’interrogatorio. Gli inquirenti cercavano di ottenere dall’indagato chiarimenti sulla sua presunta responsabilità, sulla dinamica dei fatti tra l’8 e il 9 gennaio e sul movente, oltre all’individuazione dell’arma utilizzata, ancora sconosciuta. Secondo gli inquirenti, Carlomagno era pronto a fuggire non appena aveva compreso che tutti i sospetti convergevano su di lui, ma ha preferito non rispondere alle domande. L’uomo ha trascorso la prima notte in carcere, dopo il fermo avvenuto domenica, e dovrà rispondere delle accuse di «omicidio volontario aggravato dalla relazione affettiva» e di occultamento di cadavere.

Secondo il decreto di fermo, Carlomagno avrebbe tentato di bruciare il cadavere

Le indagini proseguono per ricostruire le ultime ore di vita della 41enne di Anguillara Sabazia e chiarire la dinamica dell’omicidio e lo strumento impiegato per ucciderla. Dai primi riscontri emerge un quadro di delitto di «particolare ferocia»: il procuratore capo ha spiegato che il corpo della donna era «irriconoscibile» quando è stato rinvenuto tra i detriti vicino all’azienda di Carlomagno. Secondo il decreto di fermo, l’indagato avrebbe tentato di bruciare il cadavere. Per questo motivo, i pm hanno disposto l’autopsia e ulteriori accertamenti. Nella giornata del 19 gennaio i carabinieri sono tornati nella villetta della coppia per effettuare verifiche irripetibili sulla scatola nera dell’auto del marito e sui cellulari, accertamenti che però verranno completati nei prossimi giorni.

La grottesca Coppa d’Africa e i dubbi sul Marocco: saprà organizzare il Mondiale?

Cose mai viste. La finale della 35esima edizione della Coppa d’Africa, giocata tra i padroni di casa del Marocco e il Senegal a Rabat, ha messo in scena una serie di circostanze grottesche, scatenate dopo il novantesimo minuto. Quando, anziché veder scattare il tempo di recupero, è stata inaugurata una fase di tempo isterico. Breve sintesi: gol annullato alla squadra ospite per un fallo in attacco, fischiato con adozione di parametri sul contatto fisico che potrebbero valere per il tennis o la pallavolo; rigore concesso alla squadra di casa per una scorrettezza (?) captata dal Var con la bacchetta del rabdomante; l’uscita dal campo della squadra ospite per proteste e il successivo lungo mercanteggiamento per convincerla a rientrare in campo; l’errore dal dischetto di Brahim Diaz, commesso in un modo che ha scatenato sul web le peggiori dietrologie; e infine, l’imbarazzante momento della premiazione, coi potenti del calcio e della politica che facevano a gara a chi non consegnava il trofeo al Senegal. Il giorno dopo, l’appendice polemica con strascichi legali: il Marocco ha annunciato l’intenzione di fare ricorso dopo il ritiro del Senegal, che avrebbe «avuto un impatto sulla partita».

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Un’organizzazione scadente, a tratti disastrosa

È stato il degno epilogo di una manifestazione organizzata in modo scadente, con passaggi persino disastrosi. E mentre in queste ore si vive lo scambio di accuse, possono già essere indicati i colpevoli di una débâcle assurda: gli organizzatori, a tutti i livelli. Partendo dal Marocco, Paese ospitante che fra quattro anni ospiterà il Mondiale, fino alla Fifa dell’impresentabile Gianni Infantino.

Rovinato un buon livello tecnico della competizione

La cosa peggiore di tutto ciò è che è stato rovinato un torneo dal livello tecnico molto elevato. Sui campi da gioco è stata una bellissima Coppa d’Africa, da cui giunge conferma che il calcio continentale ha raggiunto finalmente una soglia di maturità vera. E la finale fra Marocco e Senegal, fino a che non è scattata la follia post-90’, è stata equilibrata e ben giocata.

Spalti vuoti e tifosi rimasti fuori a caccia del biglietto

Purtroppo le note positive finiscono qui. Perché fuori dal campo la Coppa d’Africa è stata un disastro. A partire dallo sconcertante spettacolo degli spalti vuoti. Un panorama indegno di un campionato continentale per squadre nazionali. Si sono verificate scene incomprensibili, come quelle che hanno visto migliaia di tifosi algerini fuori dagli impianti a caccia di biglietti, mentre all’interno i settori erano vuoti nonostante risultassero esauriti. Il caso si è ripetuto con altre tifoserie e chiama in causa il sistema di vendita dei tagliandi. Che evidentemente è andato in tilt.

Pessimo messaggio, come al Mondiale Fifa per club dell’estate 2025

Su questo aspetto si è innescato uno scaricabarile fra gli organizzatori locali e la confederazione africana (Caf). Secondo i marocchini, l’organizzazione della manifestazione è della Caf e per questo loro declinano ogni responsabilità. Rimane il pessimo messaggio, in linea con quanto è già successo e continua a succedere a margine di altre grandi manifestazioni internazionali sotto egida Fifa. Se n’è avuta una prima dimostrazione in occasione del Mondiale Fifa per club dell’estate 2025, quando fu quasi necessario chiamare i buttadentro per evitare scenari di spalti deserti.

La grottesca Coppa d’Africa e i dubbi sul Marocco: saprà organizzare il Mondiale?
La grottesca Coppa d’Africa e i dubbi sul Marocco: saprà organizzare il Mondiale?
La grottesca Coppa d’Africa e i dubbi sul Marocco: saprà organizzare il Mondiale?
La grottesca Coppa d’Africa e i dubbi sul Marocco: saprà organizzare il Mondiale?
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La grottesca Coppa d’Africa e i dubbi sul Marocco: saprà organizzare il Mondiale?
La grottesca Coppa d’Africa e i dubbi sul Marocco: saprà organizzare il Mondiale?

Infantino già rivendica successi surreali per il Mondiale 2026

Il seguito si avrà col Mondiale di Canada-Messico-Usa dell’estate 2026, già segnati dalle polemiche sul costo esorbitante dei biglietti. È una tendenza pericolosa che si sta strutturando, senza che si riesca ad approntare una contromisura. Anzi, il presidente della Fifa Infantino rivendica successi surreali. Come le 150 milioni di richieste di prenotazioni per i biglietti delle gare, presentate come un record assoluto. Bella forza: il Mondiale 2026 è il primo segnato dal passaggio da 32 a 48 squadre. Il record era nei fatti, non c’è nulla di cui vantarsi.

Fra quattro anni la prima edizione intercontinentale della Coppa del mondo

Per questa edizione della Coppa d’Africa il Marocco ha potuto giocarsi l’alibi dell’organizzazione da imputare alla confederazione africana. Non una grande dimostrazione di coraggio e responsabilità, per un Paese che fra quattro anni ospiterà la prima edizione intercontinentale del Mondiale. Nel 2030 la manifestazione si terrà infatti in Marocco, Portogallo e Spagna, con singole partite giocate in Argentina, Paraguay e Uruguay (altra megalomania di Infantino).

Giudizio pesantemente negativo sulle capacità del Marocco

Ne consegue che, se questa edizione della Coppa d’Africa doveva essere un test per le capacità organizzative del Marocco, il giudizio è pesantemente negativo. Certo, mancano quattro anni all’appuntamento. Ma bisognerà fare parecchi passi avanti per essere all’altezza di una sfida così gravosa. Soprattutto bisognerà evitare che si ripetano scene come quelle di cui si è lamentata la federazione senegalese.

Sicurezza, alberghi, campi d’allenamento: tante polemiche

Il trattamento riservato all’avversaria del Marocco in finale è stato pessimo. I calciatori del Senegal sono arrivati a Rabat in treno e non hanno trovato nessuna misura di sicurezza ad accoglierli: sul web girano filmati che li ritraggono mentre si mescolano coi viaggiatori in stazione, con ovvi rischi per la loro incolumità. Inoltre anche la sistemazione alberghiera e la messa a disposizione della struttura di allenamento sono state oggetto di polemica.

Re Mohammed VI del Marocco è uno dei potenti emergenti del calcio globale

Tutto quanto è avvenuto sotto l’occhio inerte di Fifa e Caf. Per ovvi motivi: re Mohammed VI del Marocco è visto come uno dei potenti emergenti del calcio globale. Trattato in modo estremamente riverente da Infantino, che per gli autocrati ha una passione speciale. I toni duri che, nelle scorse ore, il presidente Fifa ha riservato al Senegal non verrebbero replicati nei confronti del Marocco. Potete starne certi.

La grottesca Coppa d’Africa e i dubbi sul Marocco: saprà organizzare il Mondiale?
Re Mohammed VI del Marocco (foto Ansa).

Motsepe, il controverso miliardario a capo della Caf

Non meno meschina la figura rimediata da Patrice Motsepe, presidente della Caf. Sudafricano, imprenditore minerario, passato alla storia per essere stato il primo africano di pelle nera a entrare nella lista mondiale dei miliardari stilata da Forbes, Motsepe è una creatura di Infantino. Nel 2021 accettò quasi obtorto collo di essere eletto come presidente della confederazione africana (Infantino aveva fatto in modo che tutti i concorrenti lasciassero la competizione), annunciando che avrebbe svolto soltanto un mandato. Ovviamente, quando nel 2025 quel mandato è scaduto, Motsepe si è ripresentato e adesso è sempre lì. Ha capito anche lui la forza del calcio come strumento politico.

Il suo agire presidenziale consiste principalmente nell’applicare gli indirizzi dettati da Infantino. Fra questi, la decisione di allungare da due a quattro anni il lasso di tempo fra un’edizione e l’altra della Coppa d’Africa. Una mossa fatta in applicazione della volontà di Infantino di dare sempre meno spazio alle competizioni continentali. Dal 2028 (ultima edizione segnata dalla cadenza biennale) si cambia scadenze. Una mossa che ha fatto infuriare molte federazioni nazionali africane. Motsepe tira dritto, convinto di agire per il bene del calcio. Ma dopo la figuraccia di domenica, qualche dubbio sul suo modo di gestire (per altri) il potere dovrà pur sorgergli.

È morto Valentino: lo stilista aveva 93 anni

Valentino Ludovico Clemente Garavani, noto semplicemente come Valentino, si è spento all’età di 93 anni nella sua residenza romana. La notizia della morte dello stilista, creatore dell’omonima maison, è stata diffusa dalla Fondazione Valentino Garavani e da Giancarlo Giammetti, suo storico collaboratore e compagno di lunga data. Nato a Voghera nel 1932, Valentino ha iniziato la sua carriera nel mondo della moda a Parigi, perfezionandosi negli atelier di Jean Dèsses e Guy Laroche, prima di rientrare in Italia e aprire a Roma, in Via Condotti, il suo laboratorio di sartoria. La sua consacrazione arrivò nel 1962, con la storica presentazione delle sue creazioni a Palazzo Pitti, evento che lo proiettò sulla scena internazionale.

Davos, le minacce di Trump e la vera partita dell’Europa

Il forum di Davos, che ha aperto i battenti lunedì 19 gennaio e li chiuderà il 23, ha come tema ufficiale A Spirit of Dialogue. Il problema è che il dialogo quest’anno entra in sala con un’arma puntata sul tavolo: la coercizione economica. Donald Trump ha minacciato di applicare dazi del 10 per cento ai Paesi che intendono difendere la Groenlandia dalle mire americane (Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda e Finlandia). Il presidente Usa, ancora una volta, tratta una questione di sovranità territoriale alla stregua di un’operazione di mercato.

Davos, le minacce di Trump e la vera partita dell’Europa
Donald Trump (Ansa).

Il bazooka europeo contro le pressioni economiche

A preoccupare, oltre alla sovranità groenlandese e alle ripercussioni che avrebbe una possibile annessione sulla tenuta della Nato, è il precedente che verrebbe a crearsi. Se passa l’idea che un alleato possa usare il commercio come clava per ottenere concessioni territoriali o politiche, allora il problema non è l’Artico: è il metodo. È la normalizzazione del ricatto. In teoria l’Europa avrebbe già da tempo dovuto vaccinarsi contro questa logica. In pratica lo sta facendo adesso, perché dal 2023 esiste uno strumento fatto apposta per rompere il meccanismo del ricatto: l’Anti-Coercion Instrument (ACI), il cosiddetto bazooka. È un regolamento UE (Reg. 2023/2675) entrato in vigore il 27 dicembre 2023, pensato per proteggere l’Unione e gli Stati membri da pressioni economiche che mirano a forzare scelte sovrane, attraverso minacce o misure su commercio e investimenti. Che oggi a Bruxelles se ne parli come possibile risposta alla mossa di Trump è una forma elementare di autodifesa. Altro che escalation.  

Davos, le minacce di Trump e la vera partita dell’Europa
Ursula von der Leyen (Ansa).

La narrazione trumpiana sulla debolezza dell’Europa

Il bisogno di sicurezza con cui Trump giustifica le mire sull’isola artica è solo un alibi. Gli Stati Uniti in Groenlandia ci sono da decenni, con una presenza militare permanente e una base – la Pituffik Space Base – che è un nodo strategico per missile warning, missile defense e sorveglianza spaziale. E soprattutto tra Stati Uniti e Danimarca nel 1951 è stato siglato un accordo di Difesa che consente la costruzione di infrastrutture militari in Groenlandia per la difesa dell’area Nato. A cui vanno aggiunte le intese successive, come l’accordo del 2004 che integra e aggiorna il quadro. Per questo la Groenlandia, così come viene agitata oggi, è un simbolo di potere, di prestigio, di ownership.

Davos, le minacce di Trump e la vera partita dell’Europa
Una bandiera danese in Groenlandia (foto Ansa).

E Davos diventa il palcoscenico perfetto: molto rumore, tanta teatralità, una parola-chiave per spostare l’attenzione. Il rumore serve anche a comprimere tutto il resto dell’agenda dentro una narrazione unica: l’America è forte, l’Europa è debole. Mentre si parla di Groenlandia, si possono così lasciare ai margini dossier più scomodi o più divisivi: il rapporto con l’Ucraina, la crisi mediorientale, la gestione del Venezuela, e – soprattutto – le contraddizioni interne americane che la narrazione trumpiana cerca di coprire. Qui entra in gioco la seconda partita, quella culturale, che in Italia trova sempre un pubblico pronto: la tesi secondo cui l’Europa tende a mitizzare la propria superiorità, mentre l’America sarebbe la prova che contano solo crescita e durezza. È un frame comodo, perché maschera da realismo una mera ideologia: la riduzione del benessere a Pil e della politica a rapporto di forza. C’è poi un punto che riguarda noi direttamente, e che rende grottesca l’amata retorica dell’Europa debole. Gli Stati Uniti hanno da decenni una rete di basi e installazioni nel Vecchio Continente, Italia compresa. Eppure nessuno sano di mente sosterrebbe che quelle basi (sette sul nostro territorio nazionale) implicano la “proprietà” del territorio. Il Congressional Research Service, ad esempio, descrive il ruolo di siti come Sigonella e l’homeporting della Sesta Flotta nell’area di Gaeta/Napoli, insieme al quadro più ampio della presenza Usa in Italia e in Europa. È un esempio utile perché traccia la linea rossa: cooperare non significa essere disponibili al ricatto. Oggi tocca alla Groenlandia, domani potrebbe toccare a noi. Ogni Paese europeo rischia di diventare negoziabile come una voce di bilancio.

Davos, le minacce di Trump e la vera partita dell’Europa
Donald Trump e JD Vance (Ansa).

Quanto vale davvero la sovranità europea?

Ecco perché Davos, per l’Europa, non può essere foto di rito e diplomazia “morbida” che spera di evitare lo scontro cedendo un pezzo alla volta. Davos dovrebbe essere il luogo in cui l’Ue dice una cosa semplice: la Groenlandia è un dossier che si gestisce entro i confini della Nato e del diritto internazionale. E se la minaccia tariffaria viene usata per forzare una scelta sovrana, allora l’Ue invece di fare la parte dell’offesa deve usare gli strumenti che ha a disposizione, a partire dall’ACI, nato proprio per impedire che la coercizione diventi prassi. Ma Davos dovrebbe essere anche l’occasione per ribaltare la narrazione dell’Europa irrilevante. L’Unione è una potenza di mercato e regolatoria, e deve comportarsi come tale. Accesso al mercato unico, servizi, appalti, supply chain sono le leve che contano davvero, soprattutto quando l’altra parte pensa di poter trasformare la politica in un’asta con tariffario. E mentre difende la sovranità, l’Europa deve difendere anche ciò che la rende forte: un modello sociale che riduce la caduta, trasforma ricchezza in protezione, rende la società meno fragile e quindi meno manipolabile. Dentro questo quadro, l’Italia ha una responsabilità doppia. Da un lato perché è una frontiera strategica (Mediterraneo, sicurezza, energia, migrazioni), dall’altro perché è il Paese che più rischia quando scambia la postura sovranista per sovranità reale. L’Italia se si isola diventa un bersaglio. Se resta all’interno dell’Europa è una gamba di un blocco che può negoziare da pari. La vera domanda che Davos pone non è come evitare l’ennesima crisi con Trump. È: quanto vale la sovranità europea, se basta una minaccia di dazi per metterla all’asta? Se questa chiarezza manca, Davos smette di essere un forum e diventa un banco di prova della resa. La scenografia perfetta in cui il rumore copre la sostanza e la sovranità europea viene trattata come una variabile di prezzo. E a quel punto non stiamo più discutendo di Groenlandia: stiamo accettando che Davos diventi una borsa valori del diritto internazionale.

Gaza, la Francia dice no alla partecipazione al Board of Peace

Chiusura della Francia all’ipotesi di aderire al Board of Peace per Gaza promosso dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. A riferirlo all’agenzia France Presse sono fonti vicine al capo dell’Eliseo, secondo le quali l’iniziativa «suscita interrogativi importanti». In particolare, viene sottolineato come la Carta del progetto vada «oltre lo stretto quadro di Gaza», discostandosi dalle aspettative iniziali. Le stesse fonti mettono in guardia sui possibili effetti dell’organismo proposto, che «suscita importanti interrogativi, in particolare, circa il rispetto dei principi e della struttura delle Nazioni Unite, che non possono in nessun modo venire rimessi in discussione».

La posizione del Canada: «Non pagheremo per entrare nel Board»

Diversa la posizione del Canada, che ha fatto sapere di non essere disposto a versare alcuna somma per ottenere un posto nel Board of Peace voluto da Trump. Secondo quanto riferito dalla Afp citando fonti governative di Ottawa: «Il Canada non pagherà per un seggio nel Consiglio, e al momento non è stata avanzata alcuna richiesta in tal senso», in riferimento al miliardo di dollari ipotizzato per un posto permanente. Allo stesso tempo, il governo canadese ha confermato l’intenzione del primo ministro Mark Carney di «accettare l’invito» a partecipare all’organismo. L’organo, inizialmente pensato per seguire la ricostruzione di Gaza, secondo la bozza di statuto avrebbe però un mandato più ampio, senza un riferimento esplicito al territorio palestinese, puntando a contribuire alla soluzione dei conflitti armati a livello globale. Tra i leader invitati a farne parte figurano numerosi capi di Stato, incluso il presidente russo Vladimir Putin.

Studente ucciso in classe a La Spezia, Atif resta in carcere

Il gip del tribunale della Spezia ha confermato la custodia cautelare in carcere per Zouhair Atif, il 19enne che ha ucciso con una coltellata Abanoub Youssef, 18 anni, all’interno dell’istituto professionale “Domenico Chiodo”. Secondo quanto filtra dalla città ligure, il giudice ha indicato il reato di omicidio aggravato dai futili motivi e non avrebbe ancora preso in considerazione l’aggravante della premeditazione, che però potrebbe essere applicata in un secondo momento.

Il legale: «Tutto lascia pensare ci sia spazio per una perizia psichiatrica»

«Ha detto di essersi sentito minacciato da Youssef e nega assolutamente ci siano stati altri episodi di minacce da parte sua con un coltello in passato. Per assurdo trovo che la misura cautelare in carcere sia oggi la soluzione che meglio possa difendere Zouhair da sé stesso». Lo ha dichiarato Cesare Baldini, legale di Atif, che parlando con i cronisti ha descritto il suo cliente come «una persona con un passato di grandi sofferenze, lasciato da solo in Marocco fino ai 15 anni, poi tornato prima del Covid e ritornato dopo la pandemia». Un giovane, ha poi aggiunto, «con poche amicizie» e che in passato ha compiuto atti di autolesionismo: «Tutto lascia pensare ci sia lo spazio per una perizia psichiatrica, ne parleremo con il pubblico ministero».

La Grazia di Paolo Sorrentino è basato su una storia vera?

Paolo Sorrentino torna al cinema con La Grazia, presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia 2025 e primo lavoro dopo l’acclamato Parthenope. La trama ruota attorno alla figura di un presidente della Repubblica, Mariano De Santis, giunto alla fine del suo mandato: entra nel semestre bianco tuttavia confrontandosi con due richieste di grazia e una controversa legge sull’eutanasia che attendono sulla sua scrivania. In tanti hanno rivisto, sia per l’aspetto sia per alcuni tratti caratteriali, potenziali riferimenti all’attuale Capo dello Stato Sergio Mattarella, ma il regista ha più volte ribadito come il film non sia tratto da una storia vera.

La Grazia di Paolo Sorrentino: trama e cast del film

Protagonista del film è dunque un immaginario presidente della Repubblica, Mariano De Santis, nei cui panni recita Toni Servillo, storico collaboratore di Sorrentino apparso in diverse sue opere. Giunto alla fine del suo mandato, si trova di fronte agli ultimi compiti: in primo luogo, decidere in merito a due delicate richieste di grazia. Da un lato un ex insegnante di storia molto stimato nell’ambiente didattico, colpevole di aver ucciso la moglie afflitta da Alzheimer: si tratta di uno spunto che lo stesso Sorrentino ha preso da un episodio simile in cui Sergio Mattarella, nel 2016, aveva concesso la grazia ad un uomo reo confesso per un caso simile. Dall’altro lato c’è invece una giovane donna in carcere per aver accoltellato nel sonno il marito violento. In aggiunta, sulla sua scrivania c’è la bozza di una legge sull’eutanasia. Ad aiutarlo nelle difficili decisioni sono la sua coscienza e la figlia Dorotea (Anna Ferzetti), giurista come lui.

«I punti in comune tra il protagonista del film, il presidente De Santis, e il presidente Mattarella? Il personaggio del film non è ispirato a Mattarella anche perché a voler essere precisi anche Scalfaro aveva una figlia». Con queste parole il premio Oscar Paolo Sorrentino ha risposto, in conferenza stampa, nel presentare La Grazia circa la possibilità di un collegamento fra il suo presidente e uno dei capi di Stato realmente esistiti. «La formazione cattolica è una costante di molti presidenti della Repubblica. Non ci siamo ispirati a Mattarella ma evidentemente qua e là per le coordinate essenziali abbiamo fatto riferimento a numerosi capi di Stato. Il personaggio ha poi preso una sua vita autonoma indipendente da qualsiasi riferimento reale». De Santis e la sua storia non sono dunque ispirati a una storia vera, ma rappresentano la proiezione delle sue domande e delle sue sensazioni che Sorrentino ha portato sullo schermo.

TIM, nuovi ingressi nei Comitati: le nomine

Il cda di TIM ha deliberato alcune variazioni della governance. Il Consiglio d’amministrazione ha cambiato la composizione dei comitati dopo le dimissioni di Umberto Paolucci, effettive dal primo gennaio 2026. Il board ha nominato Lorenzo Cavalaglio e Stefano Siragusa, rispettivamente membri del Comitato Nomine e Remunerazioni e del Comitato per le Parti Correlate. Inoltre sono stati scelti tre key manager. Sono Maria Enrica Danese, Alessandra Michelini e Sabina Strazzullo. La prima è direttrice Corporate Communications & Sustainability. La seconda è l’ad di Tesly. La terza è direttrice Public Affairs. Danese detiene 227.231 azioni di TIM, mentre Strazzullo 96.390 e Michelini 88.111.

Cedolino scuola gennaio 2026, in busta paga aumenti degli stipendi e arretrati 2022-2024

Era particolarmente attesa l’emissione del cedolino del personale della scuola per il mese di gennaio 2026 in vista dell’applicazione pratica del rinnovo contrattuale per il triennio 2022-2024. E le aspettative sono state premiate. La firma definitiva del nuovo accordo, avvenuta il 23 dicembre 2025, ha sbloccato le risorse destinate a circa 1 milione 200 mila lavoratori tra personale docente e amministrativo, tecnico e ausiliario (Ata). È lo stesso ministero dell’Istruzione e del Merito a garantire l’arrivo degli aumenti degli stipendi mensili e il pagamento degli arretrati maturati negli anni precedenti per il ritardo del rinnovo stesso. Il dicastero di Viale Trastevere ha gestito le procedure in tempi ridotti per assicurare che i benefici economici fossero visibili già nel primo mese dell’anno, confermando una gestione amministrativa orientata all’efficienza. L’accordo si inserisce in un piano di interventi pluriennali che avranno quale obiettivo quello di stabilizzare il potere d’acquisto dei dipendenti del pubblico impiego degli istituti statali.

Cedolino personale scuola gennaio 2026: cifre e modalità di erogazione

Cedolino scuola gennaio 2026, in busta paga aumenti degli stipendi e arretrati 2022-2024
Il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara (Imagoeconomica).

La visione del cedolino degli insegnanti e del personale Ata del mese di gennaio 2026 permette di individuare le somme specifiche attribuite alle diverse categorie professionali. Per quanto riguarda gli aumenti a regime, i docenti percepiscono circa 150 euro mensili aggiuntivi, mentre per il personale Ata l’incremento si attesta su 110 euro. Parallelamente, il 13 gennaio 2026 è stata effettuata un’emissione straordinaria per il pagamento degli arretrati relativi al periodo 2022-2024. La distribuzione delle somme avviene secondo i seguenti parametri:

  • gli arretrati per il personale docente ammontano a 1.948 euro;
  • gli arretrati per il personale Ata sono pari a 1.427 euro;
  • l’indennità una tantum, di circa 145 euro per i docenti, sarà erogata nel mese di febbraio 2026;
  • la verifica degli importi è disponibile sulla piattaforma digitale Noipa;
  • gli aumenti totali stimati dopo tre rinnovi contrattuali raggiungono i 416 euro mensili, considerando anche quello per il quale partiranno, a breve, i nuovi tavoli contrattuali all’Aran per il triennio 2025-2027.

Prospettive contrattuali e dichiarazioni del ministero

In merito alle operazioni in corso, il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha dichiarato: «Abbiamo mantenuto la promessa. Aumenti e arretrati già in pagamento da gennaio 2026. Un investimento concreto sul personale scolastico, con una tempistica senza precedenti. Il lavoro continua già sul contratto 2025–2027». Tuttavia, l’attività amministrativa non si esaurisce con i pagamenti di questo mese. Sono infatti già state avviate le procedure di rinnovo del contratto per il triennio successivo attraverso l’invio della proposta di atto di indirizzo alla Funzione pubblica. Questo passaggio permetterà all’Aran di convocare i rappresentanti sindacali per l’apertura delle nuove trattative. Contestualmente, è stato siglato un accordo per la distribuzione delle risorse del fondo di istituto, da assegnare al personale tramite una contrattazione specifica all’interno di ogni singola scuola e finalizzata a valorizzare le attività aggiuntive svolte in sede.

David Ponzo alla guida commerciale di Tiffany

Nuova nomina ai vertici dei marchi del gruppo LVMH: Tiffany & Co. ha affidato a David Ponzo l’incarico di Deputy Chief Executive Officer. Nel suo incarico, Ponzo guiderà l’intera organizzazione commerciale e retail di Tiffany a livello globale: riporterà direttamente al presidente e ceo Anthony Ledru.

Chi è David Ponzo

Prima del suo ingresso in Tiffany & Co., Ponzo è stato per cinque anni Chief Commercial Officer di Louis Vuitton. In precedenza ha ricoperto il ruolo di amministratore delegato e presidente della divisione giapponese del marchio. Nel suo curriculum anche ruoli senior in Swatch e Omega, in particolare nel mercato asiatico. In Tiffany subentra di fatto a Gavin Haig, ex ceo andato in pensione nel 2025.