Perché il Pd di Schlein non riesce a liberarsi del viceré De Luca

Il Mezzogiorno è sempre stato un notevole problema per il segretario di turno del Partito Democratico. Matteo Renzi annunciò un improbabile lanciafiamme, ma perse la guerra con viceré e cacicchi vari. Ma i Michele Emiliano, i Vincenzo De Luca, i Marcello Pittella non sono un’invenzione recente. Mauro Calise, politologo illustre, li conosce tutti molto bene e per loro ed epigoni vari, ancorché in formato minore, aveva coniato il termine di «micronotabili».

Perché il Pd di Schlein non riesce a liberarsi del viceré De Luca
Vincenzo De Luca con Michele Emiliano (Imagoeconomica).

Il caso Salerno e le rivendicazioni di De Luca

Il caos campano di questi giorni però supera la fantasia politologica. De Luca, finito il mandato da presidente di Regione, dopo aver avallato Roberto Fico in cambio di un grosso grasso accordo con Pd e M5s (sì a Fico in cambio del figlio Piero segretario regionale, posti in Giunta e candidature in consiglio attraverso la sua lista civica regionale) vuole tornare a Salerno, dove ha fatto il sindaco a più riprese guadagnandosi il titolo di sceriffo, con tutta quella prosopopea sui «cafoni zero». L’attuale sindaco, Vincenzo Napoli, si è dimesso venerdì scorso e ha iniziato le operazioni di trasloco per facilitare il rientro deluchiano. Ha 20 giorni di tempo per poter ritirare le dimissioni, come gli ha chiesto Sandro Ruotolo, viceré pure lui, ma solo di Michele Santoro prima e ora di Elly Schlein nel Mezzogiorno, terra di conquista del primo cacicco che passa. A parole sembrano essere tutti (l’europarlamentare Ruotolo, il deputato Marco Sarracino, la stessa Schlein) sempre molto decisi, pronti a spezzare le reni agli ex presidenti di Regione che non si sentono pronti per la pensione, salvo poi accorgersi che di quei voti e di quei lasciapassare hanno bisogno per ottenere qualche risultato. Senza l’avallo politico di De Luca, Fico sarebbe rimasto a fare quello che faceva prima (qualunque cosa fosse). Quindi ora l’ex presidente di Regione passa all’incasso, evidentemente infischiandosene delle sortite di Ruotolo («C’è aria di nuovo feudalesimo») e compagni, pronto com’è a farsi largo contro chi non lo vuole. Per ora infatti non c’è traccia di campo largo a Salerno. Quantomeno non a sostegno di De Luca, che potrebbe presentarsi in autonomia.

Perché il Pd di Schlein non riesce a liberarsi del viceré De Luca
Sandro Ruotolo (Imagoeconomica).

Lo sbarco dei riformisti a Napoli

Il fermento campano, comunque, è trasversale. Non ci sono infatti soltanto gli schleiniani della prima ora a cercare una bussola per orientarsi nel marasma scatenato da De Luca. Anche la battaglia fra riformisti si arricchisce di un nuovo capitolo territoriale, stavolta geolocalizzato a Napoli. Dopo la scissione di Giorgio Gori, Lorenzo Guerini, Pina Picierno e Filippo Sensi, che da tempo sono in tour per l’Italia, con le due iniziative di lancio a Milano e a Prato, Energia Popolare – la corrente di Stefano Bonaccini che è entrata in maggioranza a sostegno di Schlein – ha organizzato un incontro proprio nel capoluogo campano, il prossimo 31 gennaio.

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Elly Schlein e Stefano Bonaccini (Imagoeconomica).

Siccome è una iniziativa istituzionale, organica al Pd, riconosciuta e di origine controllata, in questo caso non mancherà la presenza della segretaria; ma ci sarà anche tutto l’organigramma riformista, quello fedele alla linea della segretaria, va da sé. I presidenti di Regione Antonio Decaro (Puglia), Michele de Pascale (Emilia-Romagna), Eugenio Giani (Toscana) e Stefania Proietti (Umbria). Presenti anche i sindaci di Roma Roberto Gualtieri e di Torino Stefano Lo Russo, insieme alle due nuove stelle del firmamento campolarghista: il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi e la sindaca di Genova Silvia Salis. La fedeltà a Schlein è garantita, infatti non è la segreteria nazionale il bersaglio di questa iniziativa bonacciniana: casomai un modo per dire a Guerini e ai suoi che la patente di riformisti col botto è ancora un’esclusiva di Energia Popolare.

Guasto all’Air Force One, Trump costretto a ritardare la partenza per Davos

Il viaggio di Donald Trump verso il Forum Economico Mondiale di Davos, in programma dal 19 al 23 gennaio, è iniziato con un imprevisto tecnico. L’aereo presidenziale decollato dalla base di Andrews, un VC-25 derivato dal Boeing 747, è stato costretto a rientrare poco dopo il decollo per un problema elettrico minore. Per precauzione, l’equipaggio ha invertito la rotta e il presidente degli Stati Uniti ha proseguito il viaggio a bordo di un altro velivolo, un Boeing C-32A, versione militare del 757. Anche su questo aereo Trump continua ufficialmente a volare come “Air Force One“, il nominativo che indica la presenza del presidente a bordo e non il modello del velivolo.

Trump rifiuta l’incontro con Macron dopo il suo discorso a Davos

Il ritardo ha avuto ripercussioni sull’agenda del presidente, atteso nelle prossime ore in Svizzera, dove sono previsti oltre 2.500 esponenti del mondo economico, politico, scientifico e culturale. Prima della partenza, Trump ha affidato a Truth un messaggio diretto ai suoi sostenitori: «L’America sarà ben rappresentata a Davos da me. Dio vi benedica tutti». Parlando con l’emittente NewsNation, ha affrontato anche il tema della Groenlandia, abbassando leggermente i toni dopo le dichiarazioni più dure dei giorni scorsi, alle quali Emmanuel Macron ha replicato direttamente dal palco di Davos dandogli indirettamente del bullo: «Probabilmente riusciremo a trovare una soluzione con l’Europa», ha detto Trump, aggiungendo che un accordo potrebbe arrivare «possibilmente anche a Davos nei prossimi giorni». Come prevedibile, tuttavia, il presidente ha respinto l’invito del presidente francese a un incontro del G7 a Parigi. Alla domanda dei cronisti ha risposto: «No, non lo farei. Perché, sapete, Emmanuel non resterà lì a lungo. È un mio amico. È una brava persona. Mi piace Macron, ma non resterà lì a lungo, come sapete». La scadenza del suo mandato è a maggio del 2027.