Il corpo di Federica Torzulloè stato ritrovato all’interno dell’azienda del marito Claudio Carlomagno. Il rinvenimento, avvenuto nella mattinata del 18 gennaio, mette fine alle ricerche avviate dopo la scomparsa della donna, funzionaria delle Poste di 41 anni, di cui si erano perse le tracce dall’8 gennaio ad Anguillara Sabazia. L’identificazione ufficiale sarà completata solo dopo il riconoscimento formale da parte dei familiari, ma nelle ore successive al ritrovamento parenti e conoscenti hanno indicato come riconducibili a Federica alcuni indumenti e accessori trovati sul corpo. Nel frattempo Claudio Carlomagno si trova presso la caserma dei carabinieri di Anguillara Sabazia, dove sono in corso gli accertamenti investigativi: al momento l’uomo non risulta sottoposto a fermo.
Scontri in autostrada tra ultrà della Fiorentina e della Roma. I gruppi si stavano spostando verso due diverse destinazioni: i tifosi viola erano diretti a Bologna, dove alle 15 era in programma il derby dell’Appennino, disputato a poche ore dalla scomparsa del presidente Rocco Commisso, mentre i romanisti viaggiavano verso Torino, dove alle 18 la squadra di Gasperini avrebbe affrontato i granata. L’episodio si è verificato poco dopo l’ora di pranzo, lungo l’A14, all’altezza del chilometro 195, sulla corsia di emergenza in direzione Ancona.
Secondo le prime ricostruzioni, numerose auto si sono fermate improvvisamente e da diversi veicoli sono scesi tifosi con il volto coperto, alcuni incappucciati e altri mascherati, in parte armati di mazze e bastoni. La maggioranza sarebbe appartenuta agli ultras della Fiorentina, che avrebbero preso di mira un mezzo sul quale viaggiava un piccolo gruppo di sostenitori romanisti. In breve tempo sarebbero arrivati rinforzi anche dall’altra tifoseria e lo scontro è degenerato in una rissa, durante la quale si è tentato di sottrarre striscioni e bandiere agli avversari. Nel caos sono state danneggiate anche diverse automobili di utenti estranei ai fatti. Al momento non risultano feriti; sul posto sono intervenuti la Polizia stradale e la Digos.
Le forze armate tedesche avrebbero lasciato la Groenlandia in modo improvviso e senza alcuna comunicazione ufficiale. A riferirlo è la Bild, che spiega come l’ordine di rientro sarebbe stato trasmesso da Berlino «solo questa mattina molto presto» e «nessuna spiegazione è stata data alle truppe sul campo», costringendo alla cancellazione immediata di tutti gli impegni in programma. La partenza, precisa ancora il quotidiano, sarebbe avvenuta intorno a mezzogiorno del 18 gennaio.
La nota degli otto Paesi: «Siamo impegnati a difendere la nostra sovranità»
Intanto cresce la tensione tra Europa e Stati Uniti dopo la decisione di Trump di imporre nuovi dazi ai Paesi che hanno inviato truppe in Groenlandia. In una nota congiunta, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia e Regno Unito avvertono che «le minacce tariffarie minano le relazioni transatlantiche e rischiano di innescare una pericolosa spirale discendente. Continueremo a rispondere in modo unito e coordinato. Siamo impegnati a difendere la nostra sovranità». Da Parigi, fonti vicine all’Eliseo riferiscono che il presidente Emmanuel Macron sarebbe pronto a chiedere l’attivazione dello strumento anti-coercitivo dell’Unione europea in caso di nuovi dazi statunitensi.
Schlein: «Ci aspettavamo una presa di posizione netta dal governo»
In Italia invece la segretaria del Partito democratico Elly Schlein critica la linea del governo, affermando che «la politica estera di un grande paese come l’Italia non può ridursi all’attesa e all’interpretazione di quello che dirà o farà Donald Trump» e aggiungendo: «Ci saremmo aspettati una presa di posizione netta da Meloni: la Groenlandia non si tocca, non si vende e non si compra, difendiamo l’integrità territoriale di uno Stato membro dell’Unione europea». Secondo Schlein «per la prima volta l’Italia appare politicamente incapace di esprimere una vera solidarietà europea» e «se la tua unica ambizione è essere il governo più trumpiano d’Europa è inevitabile scivolare nella marginalità ed entrare in contraddizione con il resto dell’Ue».
Il nuovo anno, in Sardegna, è iniziato con il timore di una nuova crisi industriale. Secondo alcune fonti, lo storico impianto Saras di Sarroch, comune a una ventina di km a sud-ovest di Cagliari, potrebbe mettere fine alle attività di raffinazione del petrolio per diventare un semplice magazzino di stoccaggio. A un anno e mezzo dal passaggio di proprietà dalla famiglia Moratti alla multinazionale olandese con passaporto svizzero Vitol, il destino del polo pare segnato: deindustrializzazione. Il colosso energetico, che ha rilevato la Saras a giugno 2024, potrebbe così mettere mano alla strategia industriale dell’impianto, uno dei più importanti del Mediterraneo, da cui arriva un quinto dei carburanti usati in Italia.
Gli impianti della SARAS a Sarroch (Ansa).
Il passaggio dai Moratti alla Vitol
Fondata nel 1962 da Angelo Moratti, la Saras – Società Anonima Raffinerie Sarde – con l’inaugurazione dello stabilimento di Sarroch segnò l’industrializzazione della Sardegna diventando uno dei simboli dell’Italia del boom economico.
Il lancio della Saras in una foto d’archivio degli Anni 60 (Ansa).
La società è rimasta nelle mani della famiglia milanese per 62 anni, scanditi nel 2006 da una a dir poco sfortunata quotazione in Borsa e poi da un mesto addio a Piazza Affari nel settembre 2024, con la scalata di Vitol a un prezzo da saldo di 1,75 euro per azione. Gli svizzeri-olandesi hanno pagato meno di 2 miliardi di euro, mentre Saras era sbarcata in Borsa a un valore di 6 miliardi.
Massimo Moratti nel 2013 (Imagoeconomica).
Posti di lavoro a rischio
Finanza a parte, se davvero Vitol decidesse di chiudere le attività di raffinazione o ridimensionarle, per la Sardegna e per l’Italia l’impatto sarebbe pesantissimo. A Sarroch lavorano 1.500 dipendenti, la maggior parte dei quali si trasformerebbero automaticamente in esuberi, perché l’impianto fa perlopiù raffinazione (15 milioni di tonnellate di petrolio lavorato all’anno) oltre a produrre energia elettrica(più di 3,5 miliardi di kWh/anno nel 2023, pari a circa il 42 per cento dei consumi della Sardegna). Un deposito, anche avanzato, richiederebbe una forza lavoro ridotta (circa 3/400 unità). In più c’è tutto l’indotto attorno alla raffineria: si stima che la Saras dia indirettamente lavoro a circa 8 mila persone. Per Cagliari e la Sardegna sarebbe drammatico e per il governo Meloni un nuovo fronte aperto.
Il Comitato Nobel era già intervenuto per chiarire che «una medaglia può cambiare proprietario, ma il titolo di Nobel per la Pace non può essere condiviso né trasferito». Nella giornata del 18 gennaio l’ente ha nuovamente criticato la decisione di Machado di donare la sua medaglia a Donald Trump, specificando attraverso una nota come «una delle missioni principali della Fondazione Nobel è tutelare la dignità dei Premi Nobel e la loro amministrazione. La Fondazione rispetta il testamento di Alfred Nobel e le sue disposizioni. Essa stabilisce che i premi saranno assegnati a coloro che “hanno apportato il massimo beneficio all’umanità” e specifica chi ha il diritto di assegnare ciascun premio. Un premio non può pertanto essere ceduto o ulteriormente distribuito, nemmeno simbolicamente».
Statement from the Nobel Foundation
One of the core missions of the Nobel Foundation is to safeguard the dignity of the Nobel Prizes and their administration. The Foundation upholds Alfred Nobel’s will and its stipulations. It states that the prizes shall be awarded to those who… pic.twitter.com/WIadOBLtpD
Giorgia Meloni dice no all’inasprimento dei dazi annunciato dagli Stati Unitinei confronti dei Paesi europei impegnati in Groenlandia, definendo la scelta «un errore che non condivido». La premier ha spiegato di aver già avviato contatti diretti con i principali interlocutori internazionali coinvolti: «Ho sentito sia Donald Trump a cui ho detto quello che penso e ho sentito il segretario della Nato, sentirò anche i leader europei ma credo che sia molto importante parlarsi ed evitare una escalation». Secondo Meloni, alla base della vicenda ci sarebbe «un problema di comprensione e comunicazione» e l’iniziativa dei Paesi dell’Unione europea non dovrebbe essere interpretata in chiave «anti-americana».
Meloni tra il Board of peace di Gaza e le tensioni con la Lega
La presidente del Consiglio ha poi ridimensionato le tensioni emerse nelle ultime ore, affermando che «non c’è un problema politico con la Lega», dopo che il partito guidato da Matteo Salvini aveva diffuso una nota in cui definiva alcuni governi europei «deboli d’Europa», accusandoli di avere la «smania» di inviare soldati e di raccoglierne i «frutti amari». Meloni è intervenuta anche sul dossier internazionale relativo a Gaza, confermando l’invito dell’Italia a partecipare al Board of peace: «Siamo stati invitati anche noi a farne parte. Penso che l’Italia possa giocare un ruolo di primo piano, siamo pronti a fare la nostra pace nella costruzione del piano di pace». Infine, sul pacchetto sicurezza in preparazione da parte dell’esecutivo, la premier ha annunciato «una riunione per fare il punto sul provvedimento» al suo rientro, precisando: «Non so se sarà pronto per martedì ma ci stiamo lavorando».
Un cadavere è stato rinvenuto all’interno del deposito di via comunale San Francesco, sede operativa dell’azienda di Claudio Carlomagno, e gli accertamenti in corso dovranno stabilire se si tratti di Federica Torzullo, la funzionaria delle Poste di 41 anni scomparsa l’8 gennaio ad Anguillara Sabazia. L’uomo, marito della donna, è da alcuni giorni indagato a piede libero per omicidio: le verifiche del Ris, effettuate con il luminol, avevano evidenziato tracce di sangue sui suoi vestiti da lavoro, nell’abitazione, sui veicoli in uso e in una cava. Le indagini si erano concentrate su di lui già dal 9 gennaio, giorno della denuncia di scomparsa, anche in ragione di una ricostruzione ritenuta illogica e contraddittoria. Dalle verifiche è emerso inoltre che la coppia stava attraversando una fase di crisi: era infatti prevista a breve la prima udienza per la separazione e per l’affidamento del figlio di dieci anni, nonostante Carlomagno avesse riferito ai militari di un rapporto definito normale, con alti e bassi.
Buen Caminoha raggiunto un incasso complessivo di 68.823.069 euro in 24 giorni di programmazione, con 8.562.320 spettatori, superando così il primato che apparteneva ad Avatar fermo a 68,6 milioni. Il film di Checco Zalone diventa quindi il titolo con il maggiore incasso di sempre nelle sale italiane. Il 25 dicembre, giorno dell’uscita, la pellicola ha incassato 5.671.922 euro, stabilendo il miglior risultato di sempre in Italia nel giorno di Natale e superando il record di Natale a New York del 2006.
Con una quota del 78,8 per cento, ha spinto l’intero mercato cinematografico sopra i 7 milioni di euro giornalieri, un livello che non si vedeva dal 2011. Anche Santo Stefano ha segnato un nuovo traguardo, con quasi 8 milioni raccolti il 26 dicembre e un totale di circa 14 milioni nei primi due giorni. Il primo weekend si è chiuso a quota 27 milioni in quattro giorni, mentre il 1° gennaio sono arrivati oltre 5 milioni, superando i 41 milioni complessivi e i 5 milioni di spettatori. Nella seconda settimana il film ha oltrepassato i 53 milioni, scalando la classifica storica, fino a superare prima Quo Vado? e poi Avatar.
A partire dal 1° febbraio gli Stati Uniti introdurranno dazi del 10 per cento sulle importazioni provenienti da Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia, con un ulteriore aumento al 25 per cento previsto da giugno. L’annuncio è arrivato direttamente da Donald Trump attraverso il suo social network Truth, dove il presidente ha chiarito che «le tariffe saranno dovute fino a quando non si raggiungerà un accordo per il completo e totale acquisto della Groenlandia». In Danimarca, nelle ore precedenti alla comunicazione ufficiale, si era tenuta una grande manifestazione di protesta contro Trump.
Gli obiettivi di Trump e la posizione dell’Italia
Trump ha motivato la decisione sostenendo che «Abbiamo sovvenzionato la Danimarca e tutti i Paesi dell’Unione europea per molti anni, non imponendogli dazi. Ora, dopo secoli, è il momento che la Danimarca restituisca ciò che ha avuto».. Secondo il presidente, la misura rappresenta una punizione nei confronti dei Paesi che hanno inviato militari in Groenlandia nell’ambito di una missione Nato per rafforzare la difesa dell’Artico. L’Italia non ha preso parte all’operazione, anche se Giorgia Meloninon ha escluso un possibile coinvolgimento futuro. Nel suo intervento, Trump ha anche affermato che «Cina e Russia vogliono la Groenlandia, e non c’è niente che la Danimarca possa fare a riguardo. Al momento hanno due slitte trainate da cani come protezione, di cui una aggiunta di recente», aggiungendo che l’isola è considerata strategica per il nuovo sistema di difesa missilistica Golden Dome, descritto come «fantastico, ma altamente complesso, può funzionare al massimo del suo potenziale e della sua efficienza, a causa di angoli, metri e limiti, se questa terra è inclusa».
Stanno uccidendo il Servizio Sanitario Nazionale (SSN). O forse è già stato ucciso. Delitto quasi perfetto. Ma nessuno è innocente. È la sintesi estrema del pamphlet di Piersergio Serventi, Sanità vendesi. Perché è successo (Silva editrice). L’autore ha titoli e pratica (una vita nella sanità ministeriale, poi della Regione Emilia-Romagna e come direttore generale dell’Asl di Piacenza) per scrivere la storia di un sistema che ha rappresentato al meglio a livello internazionale l’idea universalistica di salute pubblica. Ma che ora se la sta passando molto male. In balia delle contrapposte retoriche sinistra-destra che si palleggiano la responsabilità di avere definanziato il SSN, aumentate le code per accedere ai servizi e favorito la privatizzazione.
L’inizio del processo di aziendalizzazione del SSN
Per stare all’essenziale, i punti fondamentali sono tre. Il SSN è stato istituito nel 1978, principio guida universalità e gratuità dell’assistenza sanitaria e superamento delle mutue private. È stato “corretto” ponendo limiti alla spesa nel 1992, quando con il governo Amato l’Italia rischiò il default. Fu riformato nel 1999, ministro della Sanità Rosy Bindi, e le USL (Unità sanitarie locali) divennero ASL (aziende sanitarie locali). Da quel momento, c’era il governo Prodi, è partito il processo di aziendalizzazione che ha aperto le porte alla privatizzazione della sanità. I 27 anni trascorsi da allora hanno via via consolidato questa tendenza e sancito il passaggio della salute da diritto a bene. Non più garantito dalla Costituzione, ma in quanto bisogno, sia pure importante, dipendente dalle personali possibilità economiche. Se sei ricco ti curi, se sei povero prega e spera di stare bene. Al presente, la realtà ci dice che nel 2024, 5,8 milioni di italiani hanno rinunciato a curarsi; che i tempi medi di attesa per visite specialistiche sono di sei mesi con punte di 12 per esami diagnostici; che solo 13 Regioni rispettano i livelli essenziali di assistenza (LEA), cioè le prestazioni che ogni cittadino italiano ha diritto di ricevere dallo Stato.
Medici e infermieri all’interno di un ospedale (Imagoeconomica).
Con l’invecchiamento cresce il bisogno di servizi assistenziali
Il secondo punto rilevante è che tutti mentono sapendo di mentire. I dati parlano e le situazioni critiche al pari dei correttivi indispensabili sono più che evidenti. Noti da tempo. Però di fatto si procede col pilota automatico. Si sa, ma si finge di non sapere, si glissa, si sposta il discorso, anziché affrontare argomenti seri la si butta in polemica politica. Cambiano i governi ma la musica è la stessa. Un disco rotto. «Italiani in fuga dal Servizio sanitario… ticket stellari e attese troppo lunghe spingono verso le strutture private»: sembra oggi ma è il Corriere della Sera del 23 luglio 2014. Un anno fa il Cnel ha prodotto un documento redatto da 42 esperti in varie discipline medico-sanitarie nel quale, auspicando una profonda riforma del SSN e un coinvolgimento delle realtà locali, ha evidenziato tutte le criticità, soprattutto il progressivo invecchiamento della popolazione e dunque il bisogno crescente di servizi assistenziali più costosi in un contesto di risorse economiche calanti.
Anziani (Getty Images).
Il cronico deficit di risorse, investimenti e personale
Ovviamente, è il terzo punto, conciliare queste due tendenze non è possibile. Fare finta però che lo sia è pura ipocrisia o disonestà intellettuale. Più o meno come negare che tra spesa sanitaria e spesa per armamenti non ci sia, come invece c’è, una relazione inversamente proporzionale. Quando cresce una, tende a diminuire l’altra e viceversa. Il dato è provato e confermato a livello mondiale, eppure l’attuale governo lo nega risolutamente. Arduo pensare che il SSN recupererà nei prossimi anni l’attuale deficit di risorse, personale e investimenti strutturali in ospedali, residenze protette, case della salute. Ma è anche difficile da immaginare una mitigazione della burocrazia assurda che è stata creata introducendo modifiche non pensate all’interno di un disegno complessivo di riforma.
Operatore sanitario (Unplash).
La sanità è un business che suscita appetiti finanziari e speculativi
Accade così, segnala Serventi, che in Romagna si siano accorpate tre Province e 74 Comuni con 1.125.000 assistiti e 16 mila dipendenti, con un bilancio di 2,5 miliardi. Mentre nella stessa Regione, a Imola, i Comuni sono sette, gli assistiti 133 mila, 1.900 i dipendenti e 316 milioni il valore della produzione. Ma simili situazioni si ripropongono in tanti altri territori nazionali. Certo è che il definanziamento del sistema sanitario va avanti da 30 anni e che il suo carattere universalistico e gratuito può essere mantenuto solo dalla fiscalità generale. Ovvero se tutti pagano le tasse. Cosa questa che raramente figura nei discorsi dei politici che affollano i talk show. Tuttavia questo sistema malato è stato in grado di mobilitare 137 miliardi di spesa pubblica nel 2024 e 48 di privata, mentre le famiglie hanno speso 16 miliardi per assistere anziani non autosufficienti, ai quali si aggiungono 9 miliardi di assegni di accompagnamento erogati dall’Inps. Un business che ovviamente suscita robusti appetiti finanziari e speculativi. Anzitutto perché è costante e in aumento la domanda di un bene primario e indispensabile come la salute, mentre la presenza pubblica cala. In secondo luogo perché la legge consente alle cliniche private di organizzarsi e concentrarsi sulle prestazioni a basso rischio, senza obblighi di avere reparti di urgenza ed emergenza che hanno costi molto alti. In terzo luogo perché la defiscalizzazione delle spese sanitarie e assicurative, per imprese e lavoratori, è un ulteriore fattore accelerante l’ingresso di nuovi investitori (fondi e gruppi assicurativi) sul mercato della salute.
Personale sanitario (Imagoeconomica).
La soluzione? Nazionalizzare le strutture convenzionate
Siamo alle solite: all’atavico vizio di privatizzare i profitti e socializzare le perdite. Ma come ribadisce Serventi le colpe sono tutte della mano pubblica, dei governi che si sono succeduti negli ultimi 30 anni, dei leader politici che si scaldano nei talk show, ma giusto quei 10 minuti che non spostano né risolvono alcun problema. Eppure una cosa giusta, anche solo una, i nostri governanti, potrebbero farla. Ad esempio raccogliere l’invito del microbiologo Andrea Crisanti, che è anche eurodeputato del Pd, a nazionalizzare le strutture private convenzionate. Non è più tollerabile, scrive, che «il 25 per cento del budget sanitario vada a strutture che scelgono di erogare solo le prestazioni più remunerative e che si vedono ogni anno riconfermare il budget di quello precedente». Senza gare d’affidamento, con adeguamenti automatici e quindi senza rischi d’impresa. Anche qui siamo dalle parti dei balneari. Ma la cosa più fantastica è che il futuro prossimo della sanità italiana sembra, incredibilmente, riportarci alla situazione precedente la costituzione del SSN. Quando c’erano le mutue private e come segnalava un’affermazione sarcastica degli Anni 60, quelli del film commedia Il medico della mutua con Alberto Sordi, «dalla mutua la salute non avrai, anche se la mutua pagherai». Siamo tutti avvertiti.