Il Tribunale distrettuale centrale di Seul ha emesso la prima sentenza di una lunga lista di procedimenti a carico dell’ex presidente sudcoreano Yoon Suk-yeol, estromesso ad aprile del 2025 dopo l’impeachment approvato dalla Corte costituzionale su iniziativa del Parlamento. Per reati che vanno dall’ostruzione alla giustizia ad altre legate alla dichiarazione della legge marziale del 3 dicembre 2024, Yoon è stato condannato a 5 anni di carcere. Ma rischia ben di più: in un altro processo è stata infatti chiesta la pena di morteper l’ex presidente, sul banco degli imputati perché accusato di insurrezione.
Giuseppe Conte, va detto, è in splendida forma. Ci sono sondaggi che lo presentano competitivo nei confronti di Giorgia Meloni, probabilmente il più competitivo del campo largo. Al che verrebbe pure da pensare che il Commander in Pochette del M5s sarebbe pronto, prontissimo, per le primarie del centrosinistra, e chissà se mai si faranno. Ha tutto quello che desidera, l’ex presidente del Consiglio: un’opposizione interna che garantisce un minimo di democrazia (Chiara Appendino, ex sindaca di Torino, è il corrispettivo dei riformisti per il Pd); una pattuglia parlamentare che risponde a lui, che parla come lui, che è a sua immagine e somiglianza, basta ascoltare gli interventi del deputato Marco Pellegrini, ingegnere di Foggia nonché cosplayer di Conte («Avete portato avanti soltanto l’opzione bellicista, quindi invio di armi sempre più letali», si è lanciato giovedì in Aula, durante le comunicazioni del ministro della Difesa Guido Crosetto. «Sempre più armi, sempre più sostegno e null’altro: questo avete deciso di fare. Era una strategia sbagliata, lo dimostrano i fatti, lo dimostra, purtroppo, l’andamento della guerra, lo dimostrano le centinaia di migliaia di morti ucraini»). E degli alleati che fondamentalmente lo adorano e che forse non vedrebbero l’ora di diventare come lui, così amato dai catto-comunisti.
Giuseppe Conte (Ansa).
La battaglia continua contro il «furore bellicista»
E dire che lui e il suo M5s ne combinano parecchie, specie sulla politica estera. Questa settimana è stato il trionfo della denuncia del «furore bellicista», anche quando di bellicismo impenitente ce n’è poco: l’Ucraina ha bisogno di aiuti, militari e non solo, per difendersi, c’è poco da fare. La popolazione iraniana avrebbe bisogno di una mano esterna, ché da sola contro gli ayatollah può riempire le piazze ma finisce imprigionata, torturata, uccisa, repressa. I cinquestelle dopo essersi astenuti in Senato su una risoluzione unitaria alla camomilla, in cui c’era lo spazio per tutta l’azione diplomatica e multilaterale del globo, giovedì hanno portato in commissione Esteri della Camera un’altra risoluzione – firmata anche da Nicola Fratoianni di Avs – in cui si impegna il governo a «scongiurare azioni militari unilaterali fuori dal quadro del diritto internazionale, promuovendo tutte le necessarie iniziative diplomatiche e di carattere sanzionatorio da parte della comunità internazionale e degli organismi internazionali». L’obiettivo polemico sottinteso è, va da sé, l’America di Donald Trump che potrebbe avere voglia di fare il bis dopo il Venezuela con l’Iran.
Giuseppe Conte e Nicola Fratoianni (Imagoeconomica).
Il Pd è costretto a inseguire il M5s
Il Pd, come al solito, è costretto a inseguire, perché Conte sorpassa tutti a destra, a sinistra, al centro. Dipende da quello che gli conviene. Un Conte tendenza Marx (Groucho): «Questi sono i miei principi. Se non ti piacciono ne ho degli altri». Sulla sicurezza, per dire, sembra tornato quello del governo Conte con Matteo Salvini (e pure sulla politica estera, visto che la «corsa al riarmo» è uno strumento di propaganda caro anche al leghismo che però si ferma un attimo prima del voto sugli aiuti all’Ucraina). Ripete che quando si parla con lui non si sta parlando con la sinistra, dice che la patrimoniale è un’idea da rifiutare, dice che le città sono insicure e servirebbe la mano più ferma. Dice che l’alleanza non è scontata, quella del campo largo si intende, che per la coalizione di centrosinistra adda passà ‘a nuttata. Insomma, poi si vedrà. Sempre quando conviene, beninteso.
Elly Schlein con Giuseppe Conte (Ansa).
L’alleanza non sarà strutturale, ma le poltrone sì
Nel frattempo però, è qui sta la magia del Mago Conte, il M5s anche laddove elettoralmente vale poco, conquista posti nelle Regioni in virtù dell’alleanza con il Pd, generoso come pochi altri al mondo. Nella nascente Giunta Decaro il M5s si siede con il 7,22 per cento: Cristian Casili è stato indicato da Conte come rappresentante del M5s nella nuova squadra di governo pugliese; nella Giunta Giani il M5s si è installato forte del suo 4,34 per cento, ottenendo nientemeno che l’assessorato all’Ambiente con David Barontini. Questo perché l’alleanza non sarà pure strutturale, a sentire Beppe Conte, ma le famigerate poltrone eccome se lo sono.
Cambio ai vertici di Lucasfilm, la casa di produzione statunitense fondata da George Lucas e famosa per aver prodotto le saghe di Star Warse Indiana Jones. Dopo quasi 15 anni al comando, Kathleen Kennedy ha rassegnato le dimissioni dal ruolo di presidente: un addio, seppur vociferato da tempo, che segna comunque un cambiamento epocale per uno dei più grandi marchi di Hollywood. Al suo posto è stato promosso Dave Filoni, collaboratore di lunga data di Lucas e già regista di alcuni episodi di The Mandalorian e Ashoka. In qualità di presidente e direttorecreativo, guiderà il franchise con la collaborazione di Lynwen Brennan, con esperienza in budget e bilanci, nominata co-presidente.
Lucasfilm, i nuovi presidenti dovranno rilanciare il franchise Star Wars
La produttrice Kathleen Kennedy (Ansa).
Compito cruciale di Dave Filoni e Lynwen Brennan sarà escogitare una strategia per rilanciare Star Wars rendendolo fresco e al passo con i tempi e gestendo una fan base molto spesso critica e dura nei confronti delle nuove uscite, siano esse cinematografiche o seriali. Entrambi riferiranno ad Alan Bergman, co-presidente di Disney Entertainment di cui Lucasfilm è sussidiaria dal 2012. Kennedy, dal canto suo, non uscirà definitivamente: resterà in contatto con la società e, fra il 2026 e il 2027, sarà produttrice esecutiva dei prossimi due capitoli della saga, The Mandalorian & Grogu tratto dalla serie su Disney+ e l’atteso Star Wars: Starfighter con Ryan Gosling. «Quando abbiamo acquisito Lucasfilm più di 10 anni fa, sapevamo che avremmo portato nella famiglia Disney un team di straordinari talenti guidato da una regista visionaria», ha dichiarato il Ceo Bob Iger. «Siamo grati a Kathleen per la sua visione e gestione».
Produttrice stimata nel settore, Kennedy ha lavorato a stretto contatto con Steven Spielberg per anni, anche se, come sottolinea Variety, il suo mandato ha attraversato alti e bassi. Accanto ai successi di Star Wars Episodio VII – Il risveglio della forza e dello spin-off Rogue One, non sono mancati i flop al box office come Solo del 2018 oppure i tanti progetti accantonati per divergenze creative, tra cui quelli che avrebbero visto entrare nel franchise David Benioff e DB Weiss, creatori de Il Trono di Spade, o Taika Waititi. Non è andato bene nemmeno il rilancio di Indiana Jones, il cui quinto capitolo del 2023 con Harrison Ford nei panni del veterano archeologo ha deluso al botteghino. Discorso simile anche per il piccolo schermo, dove accanto ai successi The Mandalorian e Andor sono arrivate le delusioni come nel caso di TheAcolyte.
Chi sono Dave Filoni e Lynwen Brennan
La nuova co-presidente di Lucasfilm Lynwen Brennan (Ansa).
Veterano di lunga data in Lucasfilm, Dave Filoni è stato scelto direttamente dal regista e fondatore George Lucas nel 2005 per mettere in piedi lo studio cinematografico. Sue le serie di animazione The Clone Wars e Rebels, ma anche la sceneggiatura del prossimo The Mandalorian & Grogu con Pedro Pascal, atteso in sala a maggio. Brennan è invece entrata in Industrial Light & Magic, tra le più note aziende nel campo degli effetti speciali digitali oggi parte di Lucasfilm, nel 1999, diventandone dopo 10 anni la presidente. In seguito, nel 2024 ha ottenuto l’incarico di direttrice generale di Lucasfilm, guidando la strategia aziendale e le attività di produzione.
Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos, solo un americano su sei approva gli sforzi della Casa Bianca per acquisire la Groenlandia, territorio autonomo del Regno di Danimarca su cui Donald Trump ha messo gli occhi per «motivi di sicurezza nazionale». In generale, il 47 per cento degli intervistati ha detto di non approvare gli sforzi per l’annessione dell’isola, mentre il 17 per cento si è detto a favore dell’operato della Casa Bianca. Piuttosto alto il numero degli indecisi, che ammontano al 36 per cento. Il fronte del “no”, ovviamente, è più consistente tra gli intervistati democratici: 79 per cento, con solo il 2 per cento a favore. La statistica si ribalta prendendo in considerazione le risposte degli elettori repubblicani. Ma nemmeno in questo caso Trump, per così dire, ottiene la maggioranza: si è detto a favore solo il 40 per cento del campione e contro il 14 per cento. Una seconda parte del sondaggio ha riguardato l’eventuale uso della forza per l’acquisizione della Groenlandia. In questo caso si è detto a favore appena il 4 per cento e contro il 71 per cento (il resto si è trincerato dietro al “non so”). Tra i democratici contro l’89 per cento del campione e a favore appena l’1 per cento. Tra i repubblicani, infine, contro il 60 per cento e favore l’8 per cento.
Giovedì Donald Trump ha ricevuto alla Casa Bianca María Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana e Nobel per la Pace 2025, a quasi due settimane dalla cattura di Nicolás Maduro da parte delle forze speciali statunitensi. Il presidente americano ha incontrato Machado per discutere della realtà sul terreno in Venezuela e sul suo futuro politico dopo che, nei giorni successivi alla cattura di Maduro, aver respinto pubblicamente l’ipotesi che la leader dell’opposizione potesse guidare il Paese, sostenendo che non abbia il «supporto né il rispetto» necessari. Così, forse nel tentativo di riconquistare il suo favore, durante il colloquio Machado ha consegnato a Trump la medaglia del Nobel per la Pace, che il presidente da tempo rivendica di meritare. «L’ho regalata in riconoscimento del suo impegno unico per la nostra libertà», ha detto Machado ai giornalisti.
La mossa arriva dopo che il Washington Postha rivelato che Trump sarebbe rimasto infastidito dalla decisione di Machado di accettare il Nobel. Secondo fonti dell’amministrazione, però, la decisione di non sostenerla è legata sia al deterioramento dei rapporti con membri del suo team, sia alle preoccupazioni sulla capacità del movimento dell’opposizione di garantire il controllo della sicurezza nel Paese. Così, pur essendo stato definitivo positivo da entrambe le parti, l’incontro non ha portato a un cambio di linea di Washington sulla guida politica del Venezuela, che è stata affidata alla vice di Maduro, Delcy Rodriguez, con un ruolo centrale degli Stati Uniti nella gestione del Paese. Per quanto riguarda il premio, inoltre, il Comitato Nobel norvegese è intervenuto per chiarire che «una medaglia può cambiare proprietario, ma il titolo di Nobel per la Pace non può essere condiviso né trasferito».
Mentre Trump guarda agli esteri, sul fronte interno crescono le tensioni tra l’Ice e i cittadini
Mentre Trump continua a concentrarsi sugli esteri e “l’America First” sembra ormai solo un ricordo, il fronte interno degli Stati Uniti è incandescente dopo due settimane di proteste contro i raid dell’ICE, l’agenzia federale per il controllo dell’immigrazione. Dopo l’uccisione di Renee Good a Minneapolis il 7 gennaio, giovedì sono scoppiate nuove manifestazioni dopo che gli agenti, nella stessa città, hanno ferito con un colpo di pistola un uomo durante il suo arresto. L’episodio ha portato le proteste a concentrarsi attorno al Bishop Henry Whipple Federal Building, dove le forze federali hanno utilizzato gas lacrimogeni per disperdere i manifestanti e proteggere i mezzi governativi, alcuni dei quali sono stati danneggiati. Negli scontri è rimasta coinvolta anche la stampa: una troupe della Cnn è stata colpita da proiettili di gomma. Trump ha definito quanto sta accadendo un «caos inaccettabile» e ha minacciato di invocare l’Insurrection Act, una legge che consentirebbe l’impiego dell’esercito regolare sul territorio del Minnesota, ipotesi contestata dalle autorità statali come un’interferenza federale. Il Dipartimento della sicurezza interna ha difeso l’operato degli agenti parlando di «colpi difensivi» contro i manifestanti, che sono armati di pale da neve e manici di scopa. Ma la narrazione della Casa Bianca non convince l’opinione pubblica: secondo un sondaggio della Quinnipiac University, il 53 per cento degli elettori considera l’uccisione di Renee Good ingiustificata, percentuale che cresce tra democratici e indipendenti. Un’ulteriore rilevazione della Cnn indica che il 51 per cento degli americani vede nella morte di Good un problema strutturale nel modo di operare dell’Ice.
Buon compleanno a una delle icone della televisione Anni 70. Oggi 16 gennaio compie 80 anni Kabir Bedi, attore indiano che appena trentenne conquistò anche il pubblico italiano nei panni di Sandokan nell’omonimo sceneggiato del 1976 diretto da Sergio Sollima, padre di Stefano. Avrebbe interpretato la Tigre della Malesia anche l’anno successivo nel film La tigre è ancora viva: Sandokan alla riscossa! e nel 1996 nella serie Il ritorno di Sandokan. In carriera, Bedi ha preso parte a oltre 60 lungometraggi di Bollywood ed è apparso in diverse produzioni italiane, tra cui Noi siamo angeli con Bud Spencer. Ed è stato anche uno degli antagonisti di James Bond.
Kabir Bedi, 5 film e serie tv oltre al personaggio di Sandokan
L’icona di Bollywood Kabir Bedi (Ansa).
Il Corsaro Nero tratto dai libri d’avventura di Emilio Salgari
Oltre a vestire i panni di Sandokan, nel 1976 Kabir Bedi fu alla corte di Sollima per Il Corsaro Nero, altro film ispirato alle opere letterarie di Emilio Salgari. L’icona del cinema indiano ha interpretato il protagonista della storia, il conte Emilio di Roccabruna, gentiluomo di Ventimiglia e di Valpenta che lotta contro i filibustieri di Tortuga con l’identità di Corsaro Nero. Vendendo l’anima al diavolo, ha giurato vendetta al perfido Van Guld (Mel Ferrer), che ha ucciso i suoi fratelli Enrico (Jackie Basehart) e Amedeo (Niccolò Piccolomini), un tempo al suo fianco come Corsaro Rosso e Corsaro Verde. Il film è disponibile in streaming su Mediaset Infinity.
Octopussy – Operazione piovra, il villain di 007 con Roger Moore
Kabir Bedi ha legato la sua fama internazionale al personaggio di Gobinda, temibile maggiordomo del principe afgano Kamal Khan (Louis Jourdan) in Octopussy – Operazione piovra, 13esimo film della saga di James Bond e sesto con Roger Moore nei panni della spia protagonista. Nel cast anche Maud Adams nel ruolo dell’affascinante avventuriera e contrabbandiera di gioielli Octavia, alias Octopussy. Robert Brown interpreta invece M, il capo di 007, mentre Desmond Llewelyn è l’informatico Q. Il film è disponibile al noleggio o all’acquisto su Amazon Prime Video, Apple Tv, Chili e Rakuten Tv.
Beyond Justice al fianco di Carol Alt e Rutger Hauer
Nel 1991 Kabir Bedi tornò alla corte di un regista italiano con Beyond Justice, film di Duccio Tessari tratto dalla miniserie Il principe del deserto. Il divo indiano è qui Moulet Beni-Zair, ricco proprietario di origini arabe e residente negli Usa, che ha divorziato dall’affascinante imprenditrice Christine Sanders (Carol Alt). Quando lui decide di portare in Marocco il figlio Robert, l’ex moglie assume due agenti, interpretati da Rutger Hauer e Peter Sands, specializzati in operazioni di salvataggio di ostaggi per riportare il bambino a casa. Al momento il film non è disponibile in streaming.
Noi siamo angeli, la miniserie con Bud Spencer
Nel 1997 uscì Noi siamo angeli, miniserie televisiva andata in onda su Rai 1 con protagonisti Bud Spencer e Philip Michael Thomas nei panni di Bob e Joe, due detenuti dal cuore tenero imprigionati in un carcere di massima sicurezza. Riescono a scappare durante un attacco architettato da Napoleon Duarte (Kabir Bedi), capo di un gruppo di rivoluzionari, e per evitare di essere nuovamente condotti dietro le sbarre picchiano due frati e ne assumono l’identità. Nel cast anche Renato Scarpa e David Hess. È possibile recuperarla in streaming su Amazon Prime Video oppure su YouTube.
Purché finisca bene (2024), l’ultima apparizione in Italia
Tra le ultime performance di Kabir Bedi c’è quella in Questione di stoffa, capitolo del 2024 della collana Purché finisca bene prodotta da Pepito Produzioni in collaborazione con Rai Fiction. Il divo del cinema indiano interpreta Ramesh che, assieme alle nipoti Dev e Rani, gestisce la Deepti’s Taylor, sartoria che entra in competizione con la Mampresol di Orlando (Nicola Pannelli) e Mina (Licia Navarrini), orgogliosi artigiani veneti con cui lavora anche il giovane disegnatore Matteo (Pierpaolo Spollon). Quando la stravagante stilista Ravagnin (Clotilde Sabatino) affida i bozzetti agli indiani per una sua sfilata di moda, inizia la competizione. È in streaming su RaiPlay.
Ultimo giorno della settimana per i mercati europei. Cresce l’attesa per l’apertura della Borsa italiana e per i valori dello spread tra Btp e Bund decennali tedeschi. Ieri, giovedì 15 gennaio, è stata una giornata positiva per Milano. L’indice Ftse Mib ha concluso a 45.849,77 punti con una crescita dello 0,44%.