Apple ha scelto Google per potenziare le sue funzionalità di intelligenza artificiale. Come annunciato in una nota congiunta, Cupertino sfrutterà la tecnologia Gemini per alimentare il suo assistente Siri oltre che la prossima generazione di Apple Intelligence, sperando di recuperare il terreno perduto negli ultimi frenetici anni di corsa all’IA. La partnership sarà pluriennale e coinvolgerà la tecnologia cloud di Mountain View. «Dopo un’attenta valutazione, abbiamo stabilito che la tecnologia di Google fornisce la base più valida per i modelli Apple Foundation e siamo entusiasti delle nuove esperienze innovative che offrirà ai nostri utenti», scrivono da Cupertino. Ignote le cifre ufficiali, anche se fonti di TechCrunch ipotizzano un’operazione da circa 1 miliardo di dollari. La nuova versione di Siri è attesa nei prossimi mesi, con l’arrivo dell’aggiornamento iOS 26.4.
Joint Statement: Apple and Google have entered into a multi-year collaboration under which the next generation of Apple Foundation Models will be based on Google's Gemini models and cloud technology. These models will help power future Apple Intelligence features, including a…
Apple punta a recuperare terreno nella corsa all’IA
L’accordo tra Apple e Google era in cantiere già dal 2025, quando Bloomberg anticipò che Cupertino aveva avviato colloqui preliminari con Big G per poter accedere a un modello personalizzato dell’IA di Gemini con l’obiettivo di potenziare Siri, sperando così di poter recuperare il terreno perso. Apple ha infatti più volte rimandato l’aggiornamento del suo assistente vocale, soprattutto dopo le forti critiche per malfunzionamenti nei servizi di Apple Intelligence. Resta ora da capire se la partnership con Google vada a rimpiazzare oppure, più verosimilmente, ad affiancare quella con OpenAI per ChatGPT che è già disponibile nella suite di intelligenza artificiale per iPhone, iPad e Mac. Intanto Google continua a crescere: il valore di mercato del gigante hi-tech ha superato i 4 mila miliardi di dollari. È la quarta di sempre a riuscirci dopo Nvidia, che ha toccato anche i 5 mila, Microsoft e la stessa Apple.
Il Ceo del gruppo Ubs Sergio Ermotti, sta pianificando le sue dimissioni. Lo riporta in anteprima il Financial Times, citando fonti a conoscenza della situazione e spiegando che l’amministratore delegato dovrebbe lasciare il suo incarico di vertice nell’aprile 2027. Alla guida di UBS dal 2011 fino al 2020, prima di rientrarvi nel 2023. In precedenza aveva lavorato in UniCredit, dove dal 2007 al 2010 aveva ricoperto il ruolo di Deputy Ceo e responsabile Corporate & Investment Banking e Private Banking prima di assumere l’incarico di capo della Divisione Markets & Investment Banking. Nel 2024 si era impegnato a guidare il gruppo Ubs almeno fino al completamento dell’integrazione con Credit Suisse, previsto entro fine 2026.
Il Ceo di Ubs Sergio Ermotti (Imagoeconomica).
Ubs, i possibili successori di Ermotti per la carica di Ceo
Secondo Reuters, che ha ripreso la notizia del Financial Times, il principale candidato per raccogliere l’eredità di Sergio Ermotti sembra essere Aleksandar Ivanovic, attuale responsabile della gestione patrimoniale di Ubs. Altre fonti interne hanno fatto il nome anche di Robert Karofsky, presidente della banca per le Americhe e co-responsabile del Wealth Management, e di Iqbal Khan, oggi a capo delle attività per l’area Asia-Pacifico e con un passato proprio in Credit Suisse. Tra i candidati anche Bea Martin, nominata a ottobre direttrice operativa della banca e già alla guida della divisione Non-Core and Legacy.
Si è chiuso il filone del rito abbreviato del processo Hydra: il giudice per l’udienza preliminare Emanuele Mancini ha pronunciato 24 condanne per associazione mafiosa, accogliendo integralmente le richieste avanzate dai pubblici ministeri. La pena più pesante, pari a 16 anni di reclusione, è stata inflitta a Massimo Rosi, indicato come reggente della locale di ’ndrangheta di Lonate Pozzolo. Seguono i 14 anni e 8 mesi comminati a Filippo Crea, ritenuto emissario della ’ndrina Iamonte, e i 14 anni a Giuseppe Fidanzati: per tutti e tre l’accusa aveva sollecitato una condanna a 20 anni. Al termine della camera di consiglio è stata riconosciuta la colpevolezza per 62 dei 78 imputati che avevano optato per il rito abbreviato. Il computo complessivo delle pene sfiora i cinque secoli di carcere, a fronte dei 570 anni richiesti dall’accusa.
Il giudice: «Sistema mafioso lombardo alleato con Cosa Nostra, ‘ndrangheta e camorra»
Nel dispositivo letto nell’aula bunker del carcere di Opera, il gup ha inoltre dato atto dell’esistenza del «sistema mafioso lombardo», confermando l’ipotesi investigativa che parlava di una «alleanza» tra appartenenti a Cosa Nostra, ’ndrangheta e camorra in Lombardia finalizzata a fare «affari». Il giudice ha così avallato l’impostazione della Direzione distrettuale antimafia e della Procura ordinaria, secondo cui è operativa un’associazione mafiosa «costituita da appartenenti alle tre diverse organizzazioni», con articolazioni riconducibili alle famiglie siciliane di Palermo, Castelvetrano e Catania, alle ramificazioni romane del clan Senese e alle locali calabresi con proiezioni lombarde. Nello stesso procedimento, Mancini ha disposto il rinvio a giudizio di altri 45 indagati e ha pronunciato ulteriori condanne rilevanti: 13 anni e 4 mesi a Rosario Abilone, 14 anni a Bernardo Pace e pene tra gli 11 e i 12 anni per i fratelli Michele e Domenico Pace del mandamento di Trapani, 11 anni a Giacomo Cristello, 13 anni e 8 mesi a Grasso, 11 anni e 8 mesi ad Antonino Galioto, 10 anni e 8 mesi a Maria Domenica Postù e 10 anni e mezzo a Domenico Brancaccio. Sono state riconosciute attenuanti ai collaboratori di giustizia Francesco Bellusci, condannato a 4 anni e mezzo, e a William Alfonso Cerbo con Saverio Pintaudi della cosca Iamonte, che ha ricevuto 5 anni.
Paramount Skydance non molla Warner Bros. Discovery. Il colosso cinematografico di proprietà di David Ellison ha infatti deciso di portare il gruppo dei media davanti alla Delaware Chancery Court, chiedendo maggiore trasparenza sull’accordo con Netflix da 82,7 miliardi di dollari. L’intento è quello di costringere il consiglio di amministrazione di WBD a rendere pubblici i dettagli finanziari relativi alla recente accettazione della proposta di acquisizione da parte del gigante dello streaming, mossa che ha escluso quella alternativa avanzata dalla stessa Paramount. Contestualmente, Ellison ha poi informato gli investitori dell’intenzione di avviare una proxy battle, ossia una battaglia per le deleghe, con l’obiettivo di piazzare i suoi consiglieri nel Cda con la prossima assemblea degli azionisti di WBD prevista per il 2026.
Perché Paramount ha fatto causa a Warner Bros. Discovery
La decisione di David Ellison arriva in seguito all’ennesimo no del board di Warner Bros. Discovery, guidato da David Zaslav, all’offerta ostile di Paramount per l’intera azienda (Netflix punta invece solo agli studios cinematografici e allo streaming), arrivata a 30 dollari in contanti per azione e 108 miliardi complessivi. «WBD non ha fornito alcuna informazione su come ha valutato il capitale azionario di Global Networks, su come ha valutato l’intera transazione Netflix, su come funziona la riduzione del prezzo di acquisto per il debito», ha attaccato il presidente e Ceo di Paramount Ellison in una lettera agli investitori. Da qui il ricorso, per chiedere alla Delaware Chancery Court di «ordinare a Warner di fornire informazioni in modo da prendere una decisione informata» sulla questione.
I Warner Bros. Studios a Burbank (Ansa).
Non finisce qui. Paramount Skydance ha infatti annunciato di voler presentare una propria lista di amministratori e proporre una modifica allo statuto per imporre il voto degli azionisti su «qualsiasi separazione di Global Networks» in vista della scissione di Warner Bros. Discovery prevista nel 2026 già prima dell’intesa con Netflix. Secondo gli Ellison, che puntano all’acquisizione integrale, infatti la futura Discovery Global rischia di non avere «alcun valore». Netta la replica di WBD che ha accusato Paramount di voler «distrarre l’attenzione con una causa infondata e attacchi a un board che hanno generato un valore per gli azionisti senza precedenti».
Alle 8.45 l’aereo di Stato partito ieri da Caracas che riportava a casa Alberto Trentini e Mario Burlò è atterrato all’aeroporto di Ciampino. I due sono stati rilasciati lunedì dopo oltre 14 mesi di detenzione in Venezuela. Sul volo viaggiava anche il direttore dell’Aise, Giovanni Caravelli, che si era recato nella capitale venezuelana per seguire direttamente la fase finale della trattativa. Ad attendere i due italiani, arrivati su un Falcon del XXXI Stormo, c’erano i familiari, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Poco prima dell’arrivo del volo è giunta in aeroporto anche Armanda Colusso, madre di Alberto Trentini, accompagnata dall’avvocata Alessandra Ballerini, che assiste la famiglia durante questa lunga vicenda.
Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti imporranno dazi del 25 per cento su tutti i Paesi che mantengono relazioni commerciali con l’Iran. Il presidente lo ha scritto in un post su Truth Social, sostenendo che la misura entrerà in vigore «con effetto immediato». In assenza di documenti ufficiali della Casa Bianca, però, non è chiaro quando e su quale base giuridica verranno introdotti i dazi, né se colpiranno indistintamente tutti i partner commerciali di Teheran. Le tariffe, come previsto dalla normativa statunitense, sarebbero pagate dagli importatori americani. Tra i principali destinatari delle esportazioni iraniane figurano Cina, Emirati Arabi Uniti e India. Pechino ha già reagito alla mossa della Casa Bianca, definendo le tariffe «sanzioni unilaterali illegittime» e avvertendo che le guerre commerciali «non hanno vincitori». Intanto, la ong norvegese Iran Human Rights ha confermato che almeno648 persone sono state uccise nelle proteste, mentre altre associazioni stimano che i morti siano oltre 2.000. Gli arresti invece sono oltre 10.600.
Le opzioni militari contro l’Iran sul tavolo della Casa Bianca
La mossa sui dazi si inserisce in una strategia di pressione più ampia dell’amministrazione Trump, che sta valutando come rispondere alla repressione delle proteste in Iran. Mentre è stato aperto un canale diplomatico tra Washington e Teheran, secondo il New York Times il Pentagono sta presentando a Trump un ventaglio di opzioni militari più ampio rispetto al passato. Tra gli obiettivi possibili figurano il programma nucleare iraniano e i siti missilistici, già colpiti durante la guerra di 12 giorni di giugno. Tuttavia, le opzioni considerate più probabili restano un attacco informatico o un’azione mirata contro l’apparato di sicurezza interno responsabile della repressione. La Casa Bianca ribadisce che la diplomazia resta la prima scelta, prevedendo una dura rappresaglia iraniana, ma conferma che anche i raid aerei sono «tra le molte opzioni sul tavolo». Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno invitato i propri cittadini a lasciare il Paese.
È diventata un caso l’ennesima intervista di Goffredo Bettini – signore al quale viene spesso concesso un abnorme spazio mediatico – al Fatto Quotidiano. Le chiacchiere dell’ex europarlamentare del Pd come al solito sono molte, sempre impreziosite da una autocandidatura a intellettuale massimo della sinistra, ma una riga è sufficiente a capire l’impostazione bettiniana: «La Russia intende proteggere i suoi enormi confini, improvvidamente avvicinati dalla Nato, con qualsiasi mezzo». Siamo insomma in zona Orsini o Putin (d’altronde la propaganda sulla Nato brutta, sporca e cattiva è quella).
Goffredo Bettini (Imagoeconomica).
La rivolta dei riformisti contro l’appiattimento sul M5s
Ma qui il punto non è prendersela con Bettini, che è e rimane un problema del Pd. Quanto effettivamente notare che sulla politica estera il maggior partito di opposizione riesce, ancora una volta, a spaccarsi in maniera esiziale. È sempre la politica estera la linea di frattura maggiore dentro il campo largo. Lo si è già visto sul Venezuela (Matteo Renzi dice una cosa, Giuseppe Conte ne dice un’altra) e, di nuovo, lo si vede sulla Russia. L’intervista ha fatto accigliare, non poco, i riformisti del Pd, come Giorgio Gori («Totale sovrapposizione coi 5 stelle ed epurazione di chi non ci sta. Non vedo l’ora che inizi, questo confronto “rispettoso, schietto”… ma risolutivo») e Filippo Sensi («Un importante dirigente del mio partito oggi teorizza – a parte cacciare quelli come me, ma poco importa – di trasformare il Pd sul tema Ucraina nella Lega o nei cinque stelle»).
Giorgio Gori (Imagoeconomica).
Il 2026 pre-elettorale sarà ostaggio della propaganda
Il 2026 è un anno pre-elettorale, e paradossalmente di politica si parlerà poco, perché tutto sarà ostaggio della propaganda di partito o di governo. Giorgia Meloni si radicalizzerà, come gli altri leader del suo esecutivo, e lo stesso accadrà per il centrosinistra, le cui pulsioni elettorali sono già attive. L’assenza di un leader riconosciuto non farà altro che peggiorare la situazione (problema, come spiegato altre volte, che invece non ha il destra-centro). Oltretutto, i sondaggi – l’ultimo di YouTrend è sufficientemente chiaro: Conte è l’unico in grado di insidiare la leadership di Meloni – restituiscono l’immagine di un campo largo in preda all’irenismo. Mentre la rivolta in Iran contro gli ayatollah infiamma il Paese, tra Conte e Schlein è tutto un parlare di diplomazia e dialogo. Come se fosse possibile abbattere un regime con il tè delle cinque. L’offerta politica di Conte si riduce alla critica unilaterale del «furore bellicista», nel quale ci finisce anche la legittima resistenza contro invasori e dittatori. Verosimilmente, Schlein non potrà lasciare in mano a Conte l’opzione ultra pacifista e quindi schiaccerà il Pd sulle posizioni bettiniane, per la gioia di tutti quelli che pensano che le guerre si combattano con la solidarietà internazionale limitata alle storie su Instagram.
Elly Schlein (Imagoeconomica).
I sostenitori del pensiero bettiniano
C’è però un punto sostanziale: il Pd con le scissioni ha già dato, tra Pier Luigi Bersani e Renzi; qualcuno peraltro è rientrato, qualcun altro no. Ma la politica estera potrebbe essere davvero il punto di rottura. Oltretutto, a sinistra, il pensiero bettiniano è condiviso. Basti andare a rileggersi che cosa disse tre anni fa Rosy Bindi, oggi in prima fila per il No al referendum sulla giustizia, dopo l’elezione di Elly Schlein: «L’altra questione riguarda la guerra, argomento sul quale mi ha già delusa quando nella prima intervista da segretaria ha ribadito che l’invio di armi è l’unico modo per aiutare l’Ucraina. Dalla sua biografia, di donna con un cognome straniero e un background culturale internazionale, mi aspetto un’attenzione meno conformista non solo sulla guerra ma soprattutto in politica estera. La guerra si sta combattendo in Europa ma le sue conseguenze non sono affatto territoriali bensì globali. Si sta delineando un nuovo ordine mondiale che noi non dovremmo subire ma anzi orientare. Anche se nella campagna congressuale non le ho mai sentito spendere una parola su questa questione cruciale, adesso vorrei sentire un linguaggio nuovo, perché se vogliamo ricostruire l’identità di un Pd di sinistra, in questo momento bisogna ripartire dalla politica estera». La campagna elettorale per le elezioni politiche potrebbe rendere più felice anche lei, Rosy.
Nuova giornata per i mercati europei. L’attesa per le aperture della Borsa italiana e dello spread tra Btp e Bund decennali tedeschi cresce. Ieri, lunedì 12 gennaio, la settimana di Milano si è aperta con un +0,03%.