È morta a 87 anni l’attrice di teatro, cinema e televisione Lina Bernardi. Nata a Latina nel 1938, aveva iniziato la sua carriera a teatro. E aveva continuato a calcare il palcoscenico anche quando il grande e il piccolo schermo le hanno regalato una popolarità più ampia: tratto distintivo della sua carriera era diventato il monologo “Mamma eroina” di Maricla Boggio, interpretato per 31 anni. Ricordata dal grande pubblico in particolare per il ruolo di Sophie Rousseau, interpretato tra il 2001 e il 2005 nella soap CentoVetrine, Bernardi aveva preso parte a numerose altre serie televisive trasmesse su Rai e Mediaset, tra cui Distretto di Polizia e Vivere. E al cinema aveva recitato in film come Pane e tulipani, Non ti muovere e L’ultimo bacio. «Il teatro è stato il fulcro della sua carriera, insieme all’impegno costante nella formazione dei giovani e nella promozione di cause sociali. Latina oggi perde una donna di grande valore umano e artistico», ha scritto sui social la sindaca Matilde Celentano.
Bill e Hillary Clinton si sono rifiutati di testimoniare alla Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti sul caso-Epstein. L’ex presidente americano, che era stato amico del finanziere pedofilo morto suicida in carcere nel 2019, non si è presentato all’audizione a porte chiuse davanti alla commissione di Vigilanza e lo stesso ha fatto l’ex segretaria di Stato. La convocazione dei Clinton era stata autorizzata da un voto bipartisan.
La lettera dei Clinton contro Comer
In una lettera pubblica, i Clinton hanno accusato il deputato James Comer, presidente della commissione di politicizzare l’indagine e di averli presi di mira, nonostante la coppia abbia già fornito tutte le informazioni di cui è in possesso: «Siamo certi che qualunque persona ragionevole, dentro o fuori dal Congresso, vedrà, sulla base di tutto ciò che renderemo pubblico, che quello che state facendo è cercare di punire quelli che considerate vostri nemici e proteggere quelli che ritenete vostri amici». Vista la reticenza dei Clinton, Comer aveva minacciato di procedere per oltraggio al Congresso, reato che potrebbe anche portare all’arresto: «Siete sul punto di paralizzare il Congresso per perseguire una procedura raramente usata, letteralmente concepita per portarci in prigione», hanno accusato i Clinton.
In un post su X, Guido Crosetto ha parlato di «inutili polemiche inventate», in merito all’operazione Strade sicure, che sta creando scintille nella maggioranza. Il ministro della Difesa, smentendo di voler cancellare il progetto, ha infatti sottolineando di aver «chiesto il rifinanziamento nell’attuale configurazione» e un implemento del numero dei Carabinieri. Crosetto ha poi illustrato il suo ‘piano’ per Strade sicure, operazione nata nel 2008: «Per spiegarlo in modo che sia comprensibile a tutti, la mia idea era ed è: 1) aumentare il numero delle persone che fisicamente presidiano i luoghi più pericolosi e complessi in Italia. 2) utilizzare i militari di Esercito, Marina ed Aeronautica senza toglierne anche solo uno, almeno finché non ci sarà un numero superiore di Carabinieri, neoassunti e formati proprio per questo impiego, pronti a sostituirli».
Devo dire che mi hanno molto deluso le tante, troppe, e per me inutili polemiche inventate ad arte solo per far finta di risolvere problemi che non sono mai esistiti. L’operazione “Strade Sicure”, anche quest’anno, ha la stessa consistenza dello scorso anno. Anno (il 2025) in…
Donald Trump torna all’attacco del presidente della Federal Reserve Jerome Powell, indagato dal Dipartimento di Giustizia per presunto abuso di fondi pubblici nei lavori di ristrutturazione della sede della banca centrale Usa a Washington. «Beh, è fuori budget di miliardi di dollari. Quindi o Powell è incompetente, oppure è corrotto. Non so quale delle due, ma certamente non sta facendo un ottimo lavoro», ha detto il tycoon alla Casa Bianca, prima di partire per Detroit dove parteciperà a un evento. Al centro dell’inchiesta ci sono presunte irregolarità da parte di Powell nel riportare al Congresso la portata del progetto di ristrutturazione. Ma i contrasti tra i due nascono dalla richiesta inascoltata di Trump di ridurre i tassi di interesse.
Nel suo primo viaggio in Africa, che però non è stato ancora pianificato, papa Leone XIV visiterà l’Angola, Paese che fu colonia portoghese e dove oltre la metà della popolazione è di fede cattolica. Lo ha detto l’arcivescovo Kryspin Witold Dubiel, nunzio apostolico nella nazione dell’Africa meridionale. Il diplomatico ha confermato che il pontefice ha accettato gli inviti sia dei vescovi cattolici dell’Angola che del presidente João Lourenço. Tempi, itinerario e programma della visita sono in fase di definizione.
È morto il fumettista Scott Adams, creatore della popolare striscia Dilbert, ambientata in un ufficio e incentrata sui vari aspetti del lavoro impiegatizio, affrontati con ironia. Adams, che aveva 68 anni, combatteva da tempo contro un cancro alla prostata. «Purtroppo è venuto a mancare il grande influencer Scott Adams. Era una persona fantastica, che mi voleva bene e mi rispettava quando non era di moda farlo. Ha combattuto coraggiosamente una lunga battaglia contro una terribile malattia. Le mie condoglianze vanno alla sua famiglia e a tutti i suoi numerosi amici e ascoltatori. Ci mancherà davvero tanto. Dio ti benedica, Scott!», ha scritto su Truth Donald Trump, di cui Adams era un acceso sostenitore.
Le frasi razziste e la cancellazione della serie
Adams negli ultimi anni aveva fatto parlare di sé anche per le posizioni politiche estreme e per dichiarazioni offensive nei confronti delle minoranze. Nel 2023 le pubblicazioni di Dilbert erano state interrotte dopo alcune affermazioni razziste fatte da Adams sul suo canale YouTube. A seguito della cancellazione della serie dai quotidiani Usa, il cartoonist decise di proseguirla con il titolo Dilbert Reborn, attraverso sottoscrizioni sul sito di abbonamenti Locals.
L’annuncio della malattia a maggio del 2025
A maggio del 2025, nel suo podcast Real Coffee with Scott Adams, il fumettista aveva rivelato di essere affetti da un tumore alla prostata ormai diffusosi per metastasi alle ossa e alla colonna vertebrale, in uno stadio talmente avanzato da lasciargli solo una breve aspettativa di vita. Il mese successivo aveva comunicato la volontà di ricorrere al suicidio medicalmente assistito, proposito a cui poi aveva rinunciato dopo la parziale scomparsa di dolori. A novembre aveva però annunciato un nuovo rapido deterioramento del suo stato di salute.
«Patrioti iraniani, continuate a manifestare. Prendete il controllo delle istituzioni. Segnate i nomi di chi uccide e abusa, pagheranno un prezzo alto. Ho cancellato tutti gli incontri con i funzionari iraniani fino a quando l’insensata uccisione dei manifestanti non si fermerà. L’aiuto è in arrivo». Dopo aver minacciato azioni Usa in caso di repressione violenta delle proteste in Iran, che è già in essere, Donald Trump adesso fomenta persino i manifestanti su Truth. Una promessa a chi da oltre due settimane scende in strada rischiando la vita, quella apparsa sulla piattaforma social di The Donald, ma anche una minaccia al regime degli ayatollah: ecco quali contorni potrebbe assumere un’operazione Usa in Iran.
L’esercito statunitense «sta valutando opzioni molto forti»
Il messaggio di Trump agli iraniani è arrivato nel giorno in cui, per smentire la notizia di 12 mila morti nelle proteste, il regime ha ammesso che le vittime sono almeno 2 mila (pur inserendo nel conteggio membri delle forze di sicurezza). Il bilancio continua insomma ad aggravarsi, mentre il Procuratore generale dell’Iran ha paventato la pena di morte per i manifestanti e il regime di Teheran, per ripristinare l’ordine, ha persino reclutato milizie irachene. Il 12 gennaio Trump ha riferito ai giornalisti che la leadership iraniana era intenzionata a negoziare, aggiungendo però che l’esercito statunitense «sta valutando alcune opzioni molto forti». Nel frattempo, Ali Khamenei ha dichiarato che le mani del presidente Usa «sono sporche di sangue» e che «i manifestanti stanno rendendo felice il presidente di un altro Stato». L’ayatollah ha poi assicurato che «l’Iran non cederà di fronte ai sabotatori». Il ministero degli Esteri, dal canto suo, ha affermato che il Paese è pronto alla guerra.
Maxi manifesti contro Stati Uniti e Israele a Teheran (Ansa).
Trump è stato informato «su una vasta gamma di strumenti militari e segreti»
Per la Casa Bianca la diplomazia resta la prima opzione. Ma non l’unica, visto che raid aerei e missilistici sono «tra le molte possibilità sul tavolo». Secondo il New York Times tra gli obiettivi possibili figurano il programma nucleare iraniano e i siti missilistici della Repubblica Islamica, già colpiti a giugno. Come riporta la Cbs News, che ha parlato con due funzionari del Dipartimento della Guerra, Trump è stato però informato «su una vasta gamma di strumenti militari e segreti che possono essere utilizzati contro l’Iran e che vanno ben oltre i normali attacchi aerei». Si parla di attacchi informatici, operazioni volte a destabilizzare le strutture di comando, le comunicazioni e i media statali, oltre a raid mirati contro l’apparato di sicurezza interno responsabile della repressione. L’Amministrazione Trump sta poi valutando la possibilità di inviare terminali per il servizio Internet satellitare Starlink di Elon Musk, così da ripristinare la connessione web.
Donald Trump (Ansa).
È improbabile un invio di truppe
Appare invece improbabile l’invio di truppe nella Repubblica Islamica. Gli Stati Uniti dispongono già di forze significative nella regione, come ha dimostrato l’attacco dell’11 gennaio contro i combattenti dell’Isis in Siria, che ha visto impegnati 20 caccia. Ma muovere uomini sarebbe un’altra cosa: diversi consiglieri di Trump temono che un’azione del genere possa infiammare le tensioni in Medio Oriente o ritorcersi contro il tentativo di aiutare il crescente movimento di protesta. Di sicuro, con un messaggio sul sito dell’ambasciata (virtuale) a Teheran, il Dipartimento di Stato Usa ha esortato i cittadini americani a lasciare l’Iran al più presto possibile, attraverso Armenia o Turchia. Segno che qualcosa sta per accadere.
Varati i dazi contro i partner commerciali dell’Iran
E poi ci sono i dazi. Trump ha infatti annunciato sempre su Truth che gli Stati Uniti imporranno «con effetto immediato» tariffe del 25 per cento a tutti i Paesi che mantengono relazioni commerciali con l’Iran. In assenza di documenti ufficiali della Casa Bianca non è chiaro quando e su quale base giuridica verranno introdotti i dazi, né se colpiranno indistintamente tutti i partner commerciali di Teheran. Tra i principali destinatari delle esportazioni iraniane figurano Cina, Emirati Arabi Uniti e India. Pechino ha già reagito alla mossa Usa, definendo le tariffe «sanzioni unilaterali illegittime» e avvertendo che le guerre commerciali «non hanno vincitori».
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (foto Ansa).
Mosca: «Inaccettabili le minacce di Washington»
Lo stesso ha fatto Mosca, che ha «respinto categoricamente i tentativi sfacciati di ricattare i partner stranieri dell’Iran aumentando i dazi commerciali». La Russia, tramite la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova, ha inoltre definito «inaccettabili» le minacce di Washington di lanciare nuovi attacchi militari contro l’Iran. Dove peraltro, sostiene Mosca, le proteste stanno rientrando: «Le dinamiche della situazione politica interna del Paese e il calo delle proteste alimentate artificialmente, registrato negli ultimi giorni, ci permettono di aspettarci una graduale stabilizzazione della situazione. Migliaia di iraniani che marciano a sostegno della sovranità della Repubblica Islamica sono la chiave del fallimento dei sinistri piani di coloro che sono ossessionati dall’esistenza di Stati sulla scena internazionale capaci di perseguire una politica estera indipendente e di scegliersi autonomamente gli alleati».
Sogefi, società italiana con sede a Milano operante nel settore della componentistica per auto e parte del gruppo CIR – Compagnie Industriali Riunite, ha annunciato la conclusione dell’incarico di Olivier Proust come Chief Financial Officer. Al suo Michele Cavigioli, proveniente direttamente dalla controllante CIR, dove continuerà a ricoprire il ruolo di Cfo: il manager assumerà l’incarico di Head of Finance, Investor Relations and Special Projects. Contestualmente, Maria Beatrice De Minicis, finora alla redazione dei documenti contabili societari, è stata nominata Head of Group Accounting, Controlling, Planning and Risk Management.
Chi è Michele Cavigioli
Caviglioli, che ricopre da gennaio 2021 il ruolo di Chief Financial Officer di CIR, in Compagnie Industriali Riunite è stato anche Direttore Finanza Centrale e dirigente nella Direzione Investimenti. Dal 1996 al 2005 ha lavorato presso la sede milanese di McKinsey & Company, occupandosi di telecomunicazioni, high tech, finanza e largo consumo. Prima ancora ha lavorato in Deutsche Bank a Milano e in Magnemag AG a Copenhagen, nella progettazione di sistemi HW e SW per l’industria siderurgica. Attualmente è vicepresidente di KOS, azienda che gestisce una rete di 170 strutture sanitarie di ricovero e cura tra Italia e Germania.
Assegnati a Los Angeles i Golden Globes, cerimonia che tradizionalmente apre la stagione dei grandi premi cinematografici internazionali in tutto il mondo. A trionfare sono stati soprattutto Hamnete Una battaglia dopo l’altra, candidati a fare incetta di riconoscimenti nei prossimi mesi. Poco prima, sempre negli States, si era tenuta anche la cerimonia dei Critics Choice, 31esima edizione dell’evento dedicato all’industria americana del grande e del piccolo schermo. Occhi puntati ora sugli Oscar, le cui nomination saranno ufficializzate il 22 gennaio in diretta streaming, prima di passare ai Bafta nel Regno Unito e, prima dell’estate, ai David di Donatello italiani. Ecco il calendario completo con tutte le date da cerchiare in rosso per non perdersi nemmeno un appuntamento.
Oscar, Actors Awards e DGA: i premi negli Stati Uniti
Le statuette degli Oscar (Ansa).
L’appuntamento più atteso della stagione cinematografica è indubbiamente quello dei premi Oscar, la cui cerimonia è in programma al Dolby Theatre di Los Angeles domenica 15 marzo (nella notte italiana fra il 15 e il 16). L’annuncio delle nomination arriverà in diretta streaming sul sito ufficiale dell’Academy e sul canale YouTube il 22 gennaio alle 14.30 italiane. Il primo marzo sarà invece il turno della cerimonia di premiazione degli Actor Awards, fino allo scorso anno noti come Sag Awards, che saranno assegnati dal sindacato americano degli attori Sag-Aftra presieduto da Sean Astin. Con sette nomination, il favorito della vigilia sembra essere Una battaglia dopo l’altra, seguito da Sinners che ne ha ottenute cinque.
Sabato 7 febbraio, presso il Beverly Hilton di Los Angeles, si terrà invece la cerimonia di premiazione dei DGA Awards, riconoscimenti assegnati dalla Directors Guild of America, il sindacato dei registi di cinema e tv. In corsa per la vittoria Paul Thomas Anderson con Una battaglia dopo l’altra, Chloé Zhao per Hamnet, Ryan Coogler con il suo Sinners – I peccatori e Guillermo del Toro per Frankenstein. Il 28 febbraio si terrà invece l’assegnazione dei PGA Awards 2026, premi conferiti dalla Producers Guild of America, associazione dei produttori statunitensi, in programma al Fairmont Century Plaza di Los Angeles. Tra i candidati, oltre ai film citati in precedenza, anche F1, Weapons e Marty Supreme. Il 15 febbraio invece si conosceranno i vincitori degli Annie Awards, 54esimi premi per l’animazione, con Elio e KPop Demon Hunters favoriti su Zootropolis 2 e La piccola Amelie.
Bafta, César e Goya: i riconoscimenti in Europa
Le maschere assegnate ai Bafta (Ansa).
Non solo America, ma anche tanta Europa. Nel vecchio continente sono in programma, come ogni anno, le assegnazioni di diversi premi cinematografici. Tra i più importanti indubbiamente figurano i Bafta Awards, gli “Oscar britannici”, assegnati dalla British Academy of Film and Television Arts. Il 27 gennaio è atteso l’annuncio delle nomination, con l’Italia che spera ne La grazia di Paolo Sorrentino entrato nella longlist dei film stranieri. La cerimonia di gala è in programma invece il 22 febbraio a Londra. Il 28 gennaio toccherà invece all’Accademia del cinema francese annunciare le candidature dei César, 51esima edizione dei massimi riconoscimenti di Parigi: per la cerimonia di premiazione bisognerà attendere venerdì 27 febbraio. Il giorno successivo si terrà invece quella dei Goya, premi conferiti dall’Accademia spagnola, che ha diramato le nomination martedì 13 gennaio.
David di Donatello e Nastri d’argento, i principali premi italiani
Maura Delpero ai David di Donatello 2025 (Ansa).
Per quanto riguarda l’Italia, riflettori puntati sui David di Donatello, istituiti nel 1956 e attribuiti ogni anno da una giuria composta sia dai responsabili dell’Ente David di Donatello sia dall’Accademia del cinema italiano. Ancora ignota la data della cerimonia di gala che, come ogni anno, andrà in onda in diretta sui canali Rai poco prima dell’estate, verosimilmente fra maggio e giugno. Nel 2026 cadranno inoltre gli 80 anni dei Nastri d’Argento, assegnati dal 1946 dal Sindacato nazionale dei giornalisti cinematografici italiani. Anche in questo caso, non si conosce ancora la data ufficiale della cerimonia o per l’annuncio delle candidature.
L’Iran è in fiamme (Teheran brucia, si potrebbe sintetizzare, parafrasando il titolo del famoso libro di Larry Collins e Dominique Lapierre e poi dell’omonimo film di successo Parigi brucia), e mentre ancora la Repubblica islamica è in preda a caos e violenze, nella totale impossibilità di prevedere l’evoluzione della situazione, Reza Pahlavi jr, il 65enne figlio dello scià deposto nel 1979 dalla rivoluzione di Khomeini, dal suo esilio dorato statunitense, si candida (sperando nell’appoggio di Trump e di Israele) alla guida di un eventuale – l’aggettivo è d’obbligo – nuovo corso politico (democratico? Il punto di domanda è d’obbligo) iraniano. «Sono pronto a tornare», dice lui, assicurando di non puntare al trono, ma di voler gestire una transizione pacifica, magari con un referendum popolare.
La road map di Pahlavi jr
Pahlavi, 65 anni e unico erede maschio della dinastia, negli ultimi decenni ha cercato di ritagliarsi un ruolo. Nel 1980, alla morte del padre, con un’incoronazione farlocca al Cairo, poi fondando nel 2013 la coalizione del Consiglio nazionale per elezioni libere. Progetti finiti nel nulla. Il suo nome torna in occasione di ogni protesta di piazza, come nel 2022 con l’esplosione del movimento Donna, Vita, Libertà. E naturalmente oggi. Non stupisce dunque che abbia già in tasca una road map. «Abbiamo già un piano, non ci sarà il vuoto. Ci siamo preparati anni per questo momento», ha spiegato in un’intervista al Corriere della Sera. «Il nostro Iran Prosperity Project ha linee dettagliate. La prima fase che affronteremo è quella dell’emergenza, per garantire nei primi 180 giorni la continuità dei servizi e della sicurezza. Poi arriverà la fase della stabilizzazione: far funzionare il Paese, assicurare i servizi essenziali, ripristinare la fiducia economica e mantenere una governance di base. Seguirà un processo costituzionale ed elezioni nazionali». Con una garanzia: «Lo ripeto: il mio ruolo non sarà quello di far pendere la bilancia a favore della monarchia o della repubblica, sarò imparziale nel processo: voglio che gli iraniani abbiano finalmente il diritto di scegliere liberamente».
Reza Pahlavi (Instagram).
Un aspirante leader sostenuto solo da Israele
Il vero problema è che all’aspirante nuovo leader dell’Iran non è riconosciuta alcuna leadership. Questo a parere di tutti gli osservatori e conoscitori delle cose geopolitiche. «La sua capacità di influenzare gli eventi è limitata», ha per esempio di recente osservato Danny Citrinowicz, membro dell’Atlantic Council, un passato nell’intelligence militare israeliana e a capo della sua divisione iraniana. «Israele prova a spingerlo, ma mi pare una causa persa». E altrettanto chiaramente si è espresso Vali Nasr, già consigliere di Barack Obama, professore di relazioni internazionali e studi mediorientali alla Johns Hopkins University lo ha detto «Pahlavi è un simbolo senza alcuna rete politica».
Reza Pahlavi a Ginevra (Ansa).
La percezione all’estero e in patria
Ma non è solo un problema di leadership: la stragrande maggioranza degli iraniani, pure in rivolta contro il regime teo(auto)cratico degli ayatollah, pare non voglia sentir parlare di lui. Anche se negli ultimi giorni alcuni manifestanti hanno invocato il suo ritorno. Non solo la maggioranza della popolazione lo considera inadatto a governare, ma lo ritiene né più né meno che un dittatore in pectore, nonché una minaccia per le minoranze etniche. A pesare è soprattutto il ricordo dell’ultimo scià, suo padre. Perché se, soprattutto nell’ambito delle comunità degli esuli sparsi nel mondo (specie nel Regno Unito), l’epopea di Mohammad Reza Pahlavi, proprio in reazione alla rabbia popolare nei confronti della Repubblica islamica, suscita qualche benevola nostalgia, in patria le cose stanno diversamente.
Repressione e modernizzazione forzata: le colpe dello scià
Se per i più tradizionalisti (filo monarchici compresi), il “vecchio” scià è sinonimo di modernizzazione e occidentalizzazioni forzate, in spregio appunto a ogni tradizione, per gli altri è il peggiore simbolo di una dittatura che non ha risparmiato censure e violente repressioni degli oppositori e delle minoranze. Non a caso si deve a lui la nascita della Savak, la famigerata polizia segreta protagonista di continui soprusi e violenze per soffocare qualunque dissenso. Insomma, i quasi 40 anni di regno di Reza Pahlavi senior (era salito al trono nel 1941, dopo che gli anglo-sovietici avevano occupato il Paese spedendo il padre, e fondatore della dinastia, Reza Shah Pahlavi in esilio, con l’accusa di filo-nazismo) non hanno di certo lasciato un bel ricordo. Peraltro, seppure colpa indiretta, gli iraniani attribuiscono proprio al suo scellerato stravolgimento di ogni ordine tradizionale l’aver alimentato, nel 1979, la rivoluzione-restaurazione degli ayatollah guidati da Ruhollah Khomeini e la proclamazione della Repubblica Islamica.
L’ultimo scià Mohammed Reza Pahlavi con la seconda moglie Soraya nel 1953 (Ansa).
L’Iran svenduto all’Occidente
Lo scià dimostrò sempre un saldo filo occidentalismo (soprattutto britannico) e, anche in piena Guerra Fredda, accentuò ancor più, se possibile, il suo ruolo di paladino degli “interessi occidentali” attraverso l’Anglo Iranian Oil Company, e gli accordi stretti sia con le cosiddette Sette sorelle sia l’Eni di Mattei. Pahlavi attuò in sostanza una laicizzazione e una modernizzazione forzate con l’obiettivo di minare alle basi il carisma degli ayatollah. Per attuare questo disegno usò il pugno di ferro, dando vita a un regime fortemente autoritario, senza peraltro mitigare le ingiustizie sociali.
Così il regime di Pahlavi gettò le basi per la rivoluzione khomeinista
Se da un lato promosse riforme che agli occhi degli occidentali sembrarono di tutto rilievo, dal suffragio femminile al diritto al divorzio all’alfabetizzazione e a una sorta di corporativismo petrolifero (con parte degli utili distribuiti alle figure apicali delle varie società), dall’altro non si fece scrupolo a reprimere con qualsiasi mezzo ogni dissidenza. In buona sostanza, l’occidentalizzazione imposta dallo scià comportò la necessità di un regime fortemente repressivo e poliziesco, un regime che, di fatto, cancellò l’identità di un popolo, di una nazione, e che per i suoi obiettivi di potere non esitò a vendere, o a svendere, il Paese alle multinazionali occidentali. Tra l’altro con un buon ritorno personale si direbbe, visto che il suo patrimonio personale, ovviamente al sicuro all’estero, fu stimato in almeno 10 miliardi dollari (nemmeno uno investito in Iran). Fu da questo clima di frustrazione, secondo molti studiosi e osservatori, che nacque la vittoria fondamentalista di Khomeini, come logica risposta a scelte che stravolsero, in maniera del tutto unilaterale, ogni tradizione e ogni identità. Memori di quanto accaduto, è dunque comprensibile che gli iraniani vedano come una minaccia il ritorno di un Pahlavi in patria. Vorrebbero, se possibile, evitare di cadere, un’altra volta, dalla padella alla brace.
Rivolta davanti all’ambasciata Usa di Teheran il 27 novembre 1979 (Ansa).
Manca soltanto l’ufficialità, poi Massimo Sessa sarà il nuovo commissario straordinarioper gli stadi in vista di Euro 2032, campionato europeo che sarà ospitato dall’Italia (insieme alla Turchia). Ci sono voluti mesi prima di trovare l’accordo tra il ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture e quello dell’Economia con cui si darà il via libera alla nomina. Secondo quanto annunciato dal Fatto Quotidiano e precedentemente anticipato da Calcio e Finanza, la maggioranza avrebbe raggiunto l’intesa per permettere a Sessa di avere un doppio ruolo. L’ingegnere, infatti, è innanzitutto il presidente del Consiglio superiore dei Lavori Pubblici. Ora dovrà coniugare la sua attività con quella di commissario. Sono stati in primis la premier Giorgia Meloni e il ministro Matteo Salvini a schierarsi contro la nomina, perché considerata incompatibile al suo ruolo principale. La questione ha quasi rischiato di spaccare il governo.
Sessa, sì al doppio ruolo grazie al decreto Infrastrutture
L’accordo è stato raggiunto grazie a una modifica normativa inserita nel decreto Infrastrutture che gli permetterebbe di sommare i due incarichi. E questo perché in una relazione tecnica si parla della «difficoltà di reperire candidati qualificati, disponibili ad assumere l’incarico previo collocamento fuori ruolo o in aspettativa». Ora Sessa dovrà gestire circa 650 milioni di euro in contributi pubblici oltre a investimenti che si aggirano intorno ai 5 miliardi. Tra gli interventi sugli stadi, anche il nuovo San Siro e l’impianto di Roma. Il commissario dovrà lavorare anche in vista della scelta delle cinque sedi che l’Italia dovrà comunicare alla UEFA entro il prossimo ottobre. Una scelta che, viste le condizioni degli stadi italiani, non è affatto facile. Lo stesso presidente della UEFA, Aleksander Ceferin, ha più volte criticato l’Italia definendo le infrastrutture «terribili».
Jessica Moretti non sarà sottoposta alla detenzione domiciliare. Il Tribunale di Sion, accogliendo il parere favorevole della procura, ha scelto di non applicare una misura custodiale nei confronti della donna, disponendo invece una serie di obblighi alternativi. Per ridurre il rischio di fuga, i giudici hanno stabilito il divieto di lasciare il territorio svizzero, il ritiro del passaporto, della carta d’identità e del permesso di soggiorno, l’obbligo di firma quotidiana presso la polizia e il versamento di una cauzione ritenuta congrua. Il marito Jacques, per cui invece è stato convalidato l’arresto, potrebbe tornare libero su cauzione.
Il luogo della strage di Crans-Montana (Ansa).
Intanto proseguono le indagini sulla strage che è costata la vita a 40 persone, con l’inchiesta che procede su più livelli per accertare le responsabilità penali legate all’incendio scoppiato nella notte di Capodanno all’interno del locale. Gli inquirenti stanno lavorando alla ricostruzione dettagliata della dinamica del rogo, ponendo particolare attenzione all’utilizzo di fontane pirotecniche all’interno del bar e al rispetto delle norme di sicurezza della struttura. Sotto esame anche eventuali carenze nei controlli da parte del Comune e di altre istituzioni competenti.
«Patrioti iraniani, continuate a manifestare. Prendete il controllo delle istituzioni. Segnate i nomi di chi uccide e abusa, pagheranno un prezzo alto. Ho cancellato tutti gli incontri con i funzionari iraniani fino a quando l’insensata uccisione dei manifestanti non si fermerà. L’aiuto è in arrivo». Lo ha scritto Donald Trump su Truth, esortando gli iraniani anti-regime a continuare a scendere in strada a manifestare (rischiando la vita) e al tempo stesso minacciando ancora Teheran.
Mosca: «Inaccettabili le minacce degli Usa all’Iran»
La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha dichiarato che «le minacce di Washington di lanciare nuovi attacchi militari contro l’Iran sono categoricamente inaccettabili». La Russia, ha aggiunto Zakharova, respinge categoricamente i tentativi sfacciati di «ricattare i partner stranieri dell’Iran aumentando i dazi commerciali». E poi: «Le dinamiche della situazione politica interna del Paese, il calo delle proteste alimentate artificialmente registrato negli ultimi giorni, ci permettono di aspettarci una graduale stabilizzazione della situazione. Migliaia di iraniani che marciano a sostegno della sovranità della Repubblica islamica sono la chiave del fallimento dei sinistri piani di coloro che sono ossessionati dall’esistenza di Stati sulla scena internazionale capaci di perseguire una politica estera indipendente e di scegliersi autonomamente gli alleati».
Parte ufficialmente il conto alla rovescia degli Oscar 2026, 98esima edizione degli Academy Awards. Alle 9 del mattino (ora del Pacifico, le 18 italiane) di lunedì 12 gennaio si è infatti aperta una finestra di cinque giorni destinata a definire le candidature per i premi cinematografici più importanti della stagione. Chiamati al voto gli oltre 11 mila membri dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, che potranno esprimere la loro preferenza fino alle 17 di venerdì 16 gennaio. L’annuncio ufficiale delle nomination è previsto per il 22 gennaio in diretta streaming alle ore 14.30 italiane. Per quanto riguarda la cerimonia di gala, invece, bisognerà aspettare fino al 15 marzo.
Come funzionano le votazioni per le nomination degli Oscar
Una statuetta degli Oscar (Ansa).
Le nomination dei premi Oscar sono frutto della votazione dei membri dell’Academy, il cui numero di aggira attorno agli 11 mila: tra di loro, esclusivamente professionisti del settore fra attori, registi, sceneggiatori, produttori e così via, fino ad arrivare alle maestranze tecniche come animatori, tecnici del suono ed esperti di trucco e acconciature. L’ingresso è esclusivo, in quanto possibile solamente su invito e riservato a coloro che hanno alle spalle una proficua carriera nel cinema. Per entrare nel ristretto club bisogna aver ricevuto una nomination nelle edizioni precedenti oppure possedere una raccomandazione da parte di almeno due membri e aspettare l’approvazione finale del Consiglio dei governatori dell’Academy.
Ciascun professionista può votare solo per la categoria di appartenenza (dunque gli attori per le performance, i registi per la direzione e così via) con la sola eccezione del Miglior film dove tutti esprimono la loro preferenza. Vige il voto preferenziale, dove ogni membro stila una classifica in ordine di preferenza. Il progetto o l’attore che riceve la maggioranza assoluta entra in cinquina, mentre in caso contrario si procede all’eliminazione progressiva dei meno votati. Una volta annunciate le candidature, solitamente un mese prima della cerimonia di premiazione finale, ogni membro vota il suo favorito. Per tutte le categorie, chi ottiene più preferenze vince, a eccezione del Miglior Film, dove ancora si ricorre anche per l’assegnazione della statuetta al voto preferenziale.
In arrivo un nuovo record assoluto nella storia degli Academy Awards?
Alla 98esima edizione dei premi Oscar potremmo assistere a un nuovo record assoluto. Secondo la rivista Variety, infatti, Sinners – I peccatoridi Ryan Coogler è destinato a ottenere ben 15 nomination, stabilendo così un primato all-time in fatto di candidature, al momento condiviso da Eva contro Eva, Titanic e La La Land che ne hanno ricevute 14 a testa. Per il thriller-horror sui vampiri con Michael B. Jordan, oltre a miglior film, regia e attore protagonista, dovrebbe arrivare anche la nomination per il miglior casting, nuova categoria che sarà introdotta proprio nel 2026. Per vincere la statuetta, tuttavia, non è il favorito: a contendersela sembrano essere soprattutto Hamnet – Nel nome del figlioe Una battaglia dopo l’altra, rispettivamente miglior drama e comedy ai Golden Globes e che, nelle proiezioni di Variety, potrebbero ricevere 14 e nove candidature.
Duolingo ha nominato Gillian Munson nel ruolo di Chief financial officer. La nuova Cfo subentrerà a Matt Skarupp dal 23 febbraio 2026. Quest’ultimo lascia l’incarico dopo sei anni. Il manager, però, accompagnerà il passaggio in un ruolo consultivo. Munson non è un volto nuovo all’interno della società perché fa parte del cda e perché attualmente presidente del comitato Audit, Rischi e Conformità. Quest’ultimo incarico è stato assunto dal 2019 e le ha permesso di conoscere a fondo la struttura di Duolingo. In passato Munson è stata Cfo presso Vimeo, Iora Health e XO Group. Ha avuto ruoli dirigenziali anche in Union Square Ventures, Allen & Company, Symbol Technologies e Morgan Stanley.
La Procura spagnola ha avviato un’indagine dopo le accuse di aggressioni sessuali rivolte a Julio Iglesias da parte di due ex dipendenti che avevano lavorato nelle sue residenze caraibiche nel 2021. Le contestazioni emergono da una lunga inchiesta giornalistica condotta congiuntamente da elDiario.es e Univision Noticias, durata tre anni, e riguardano una ex collaboratrice domestica e una fisioterapista personale del cantante spagnolo, oggi 82enne. Secondo le testimonianze raccolte, i fatti si sarebbero verificati in diverse proprietà dell’artista, tra cui Punta Cana nella Repubblica Dominicana, Lyford Cay alle Bahamas e una residenza nei pressi di Marbella, sulla Costa del Sol.
Le accuse delle due donne: «Contesto lavorativo segnato da controllo, molestie e terrore»
Le donne descrivono un contesto lavorativo segnato da «controllo, molestie e terrore», parlando di aggressioni sessuali reiterate e di un clima di «umiliazioni» all’interno di quelle che definiscono «le casette del terrore». La prima denunciante che all’epoca dei fatti aveva 22 anni, ha raccontato in un’intervista di essere stata sottoposta a continue pressioni per avere rapporti non consensuali con Iglesias, allora 77enne. «Mi usava quasi tutte le notti», ha dichiarato, spiegando di essersi sentita «un robot» e «una schiava», senza possibilità di opporsi. La donna ha riferito di aver lasciato l’impiego con gravi sintomi di ansia e depressione, tali da rendere necessario un percorso di sostegno psicologico. La seconda accusa arriva da un’ex fisioterapista, che ha denunciato baci e palpeggiamenti non desiderati e rapporti sessuali non consensuali avvenuti sia in spiaggia sia in piscina nella villa di Punta Cana.
Matthieu Louvot sarà il nuovo Chief executive officer di Airbus Helicopters, una delle principali divisioni del gruppo Airbus SE. Il manager subentrerà a Bruno Even dal prossimo aprile 2026. Quest’ultimo, alla guida della divisione elicotteri dal 2018, ha lasciato l’incarico per motivi personali. Louvot è attualmente vice presidente esecutivo della strategia di Airbus. Anche per questo è stato scelto per guidare il settore Helicopters, così da garantire continuità strategica e rinnovamento. Il segmento rappresenta circa l’11 per cento dell’intero fatturato della società. Airbus è leader europeo e secondo operatore mondiale nel settore aerospaziale e della difesa.
I contributi per l’innovazione delle imprese del 2026 rappresentano una risorsa strategica per il sistema produttivo nazionale a sostegno dei progetti per la ricerca industriale e lo sviluppo sperimentale a elevato profilo tecnologico. Le imprese sono chiamate a ultimare i preparativi per l’apertura della piattaforma telematica, prevista per le 10.00 del 14 gennaio 2026. Gli Accordi per l’innovazione si inseriscono in un quadro di politica industriale volto a rafforzare la competitività in settori chiave, grazie allo stanziamento del ministero delle Imprese e del Made in Italy di una dote di 731 milioni di euro. Il Mimit ha strutturato il bando per favorire sia la crescita delle singole realtà sia le collaborazioni sistemiche, garantendo una gestione dei flussi finanziari attraverso lo sportello di Mediocredito Centrale. La procedura rimarrà attiva fino al 18 febbraio 2026, salvo esaurimento anticipato delle risorse disponibili per le diverse aree di intervento previste dal provvedimento ministeriale.
Contributi innovazione imprese, quali incentivi domandare nel 2026?
Impresa di macchinari per la produzione di fibre plastiche (Imagoeconomica).
La ripartizione dei fondi destinati ai contributi per l’innovazione delle imprese del 2026 è stata studiata per coprire otto ambiti tecnologici fondamentali. La quota principale degli Accordi per l’innovazione, pari a 530 milioni di euro, è indirizzata verso i comparti dell’automotive, dei trasporti, dei materiali avanzati, della robotica e dei semiconduttori. Un secondo pilastro da 161 milioni di euro riguarda le tecnologie quantistiche, le reti di telecomunicazione e i cavi sottomarini, mentre 40 milioni di euro sono vincolati a progetti relativi alla realtà virtuale e aumentata. Una clausola rilevante stabilisce che il 34 per cento della dotazione totale sia riservata a iniziative localizzate nel Mezzogiorno. Qualora tale riserva non venisse utilizzata interamente, i fondi residui saranno ridistribuiti tra le altre regioni. È fondamentale che ogni soggetto proponente non compaia come capofila in più di una singola istanza, sebbene le aziende collegate possano presentare progetti congiunti attraverso raggruppamenti temporanei di imprese.
Cosa sono gli Accordi per l’innovazione 2026?
Il bando permette alle imprese di qualsiasi dimensione, incluse quelle artigiane, di accedere alle agevolazioni per investimenti compresi tra cinque e 40 milioni di euro. Per partecipare è necessario aver approvato almeno due bilanci alla data di presentazione della domanda. La partecipazione è estesa ai centri di ricerca e, per specifici ambiti come il quantum computing e le tlc, anche alle imprese di servizi. I progetti devono avere una durata variabile tra 18 e 36 mesi e l’avvio delle attività deve avvenire obbligatoriamente dopo l’invio della candidatura. Le imprese interessate devono considerare, necesssariamente, che:
la presentazione della domanda deve avvenire tramite il sito di Mediocredito Centrale;
i soggetti co-proponenti per progetto devono essere al massimo cinque;
non è previsto il cumulo degli Accordi per l’innovazione con altri aiuti di Stato, ovvero è consentito solo con agevolazioni non classificabili come tali e nel limite dei costi sostenuti;
si può collaborare con organismi di ricerca;
sono ammissibili le società di persone in contabilità ordinaria;
le imprese partecipanti sono obbligate a firmare un accordo con il ministero e con le Regioni cofinanziatrici;
deve essere definito l’avvio dell’investimento come primo impegno giuridicamente vincolante.
Cosa prevede la Finanziaria 2026?
La procedura di assegnazione dei contributi del Mimit prevede la possibilità di fruire di un mix di sovvenzionidirette e, su richiesta, di finanziamenti agevolati. L’intensità dell’aiuto varia in base alla dimensione dell’impresa, con meccanismi di premialità che possono incrementare l’incentivo finale. Le spese ammissibili includono i costi del personale interno per le ore dedicate alla partecipazione al progetto e l’acquisto di attrezzature specifiche.
Il decreto attuativo della misura prevede anche la possibilità di beneficiare di una maggiorazione del 15 per cento che scatta se il progetto:
viene realizzato integralmente nel Sud Italia;
coinvolge attivamente le piccole e medie imprese (Pmi);
prevede la partecipazione rilevante di organismi di ricerca.
Su richiesta della Danimarca, lunedì 19 gennaio si terrà a Bruxelles un vertice tra il segretario generale della Nato Mark Rutte, il ministro della Difesa danese Troels Lund Poulsen e la ministra degli Esteri groenlandese Vivian Motzfeldt: sul tavolo l’aumento della difesa nell’Artico. Domani, mercoledì 14 gennaio, è invece in programma a Washington tra Poulsen, Motzfeldt, il segretario di Stato Usa Marco Rubio e il vicepresidente americano JD Vance. «Una cosa che tutti devono capire: la Groenlandia non sarà di proprietà degli Stati Uniti, la Groenlandia non sarà governata dagli Stati Uniti e la Groenlandia non farà parte degli Stati Uniti». Lo ha dichiarato alla vigilia dell’incontro il premier groenlandese Jens-Frederik Nielsen, in una conferenza stampa a Copenaghen con la premier danese Mette Frederiksen: «Scegliamo la Danimarca, scegliamo la Nato, scegliamo l’Ue».
Laura Pausini sarà la grande protagonista di inizio 2026. L’artista di Faenza si esibirà alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Milano-Cortina il 6 febbraio, prima di debuttare sul palco dell’Ariston di Sanremo nelle vesti di co-conduttrice. La voce di La solitudine, con cui vinse il Festival nel 1993, sarà al fianco di Carlo Conti in tutte le cinque serate della manifestazione, dal 24 al 28 febbraio. Probabile anche qualche performance musicale con alcune delle canzoni più celebri della sua carriera oltre che con qualche estratto dal suo Io canto 2, nuovo album di cover. In tal caso, sul palco con lei potrebbe esserci il marito Paolo Carta, musicista della sua band che la accompagna dal lontano 2005. Ecco chi è il partner di Laura Pausini.
Chi è Paolo Carta, marito di Laura Pausini
Laura Pausini assieme a Paolo Carta (da Instagram).
Classe 1964, Paolo Romano Carta è un musicista e produttore discografico. Dopo aver completato gli studi in chitarra classica, ha iniziato la carriera nel 1986-87 con il Banco del Mutuo Soccorso, fra gli esempi più rappresentativi del rock progressivo italiano con la PFM e Le Orme. L’anno successivo ha collaborato con Adriano Celentano per l’incisione del disco Il re degli ignoranti prima di partire in tour con il Molleggiato. Nel decennio seguente, Paolo Carta ha collaborato con grandi celebrità della musica internazionale come Whitney Houston, Lionel Richie e Gloria Gaynor oltre con alcune tra le voci più importanti della scena italiana come Eros Ramazzotti, Gianni Morandi e Riccardo Cocciante.
Nel 2005, dopo aver pubblicato già due album da solista e aver preso parte al Festival di Sanremo – fu tra le Nuove Proposte nel 1997 con Non si può dire mai… mai – l’incontro con Laura Pausini. I due hanno il loro sodalizio durante il tour mondiale della cantante e non si sono più lasciati. All’epoca, Paolo Carta era sposato con Rebecca Galli, da cui si sarebbe separato nel 2006 e avrebbe divorziato nel 2012 e dalla quale aveva avuto tre figli. «Non pensavo che avrei mai frequentato un uomo che era già stato sposato», ha raccontato Laura Pausini a Verissimo nel 2013. «Era fuori dalle mie convinzioni. Paolo l’ho preso con i suoi tre figli, allora avevano 12, 11 e tre anni: mai pensato di sostituirmi alla mamma, ma non volevo che questa storia potesse, anche minimamente, procurare danni a loro».
La nascita della figlia Paola e il matrimonio nel 2023
Laura Pausini assieme a Paolo Carta (da Instagram).
Il 22 marzo 2023 Laura Pausini e Paolo Carta si sono sposati, in gran segreto e dopo 18 anni assieme. «Abbiamo detto sì», postò all’epoca l’artista romagnola. Dieci anni prima la coppia aveva dato alla luce la prima figlia, Paola. Dettagli intimi della loro vita sono disponibili in Laura Pausini – Piacere di conoscerti, documentario del 2022 scritto e diretto da Ivan Cotroneo con la collaborazione di Monica Rametta e della stessa artista, disponibile per tutti gli abbonati Amazon Prime Video. La narrazione esplora la sfera personale e la carriera della cantante italiana, prendendo avvio da una domanda: cosa sarebbe successo senza il trionfo al Festival di Sanremo 1993?