Francia, mozioni di sfiducia per Lecornu: il premier minaccia elezioni anticipate

La Francia ha votato contro la decisione dell’Unione europea, ma l’accordo col Mercosur è passato e verrà siglato il 17 gennaio in Paraguay. L’intesa raggiunta da Bruxelles ha scatenato (ancora) le forti proteste degli agricoltori, che hanno portato i loro trattori fin sotto la Tour Eiffel. Ma anche in parlamento a Parigi, sia dalla sinistra che dalla destra: La France Insoumise e il Rassemblement National hanno infatti depositato due mozioni di censura contro il primo ministro Sebastien Lecornu, che saranno esaminate tra il 13 e il 14 gennaio. A un anno dalle Presidenziali l’ipotesi di una caduta del governo appare improbabile, ma – scrive Le Monde – il premier (in concerto col presidente Emmanuel Macron) ha ufficialmente incaricato Laurent Nuñez, ministro dell’Interno, di valutare la fattibilità di elezioni legislative anticipate, per il 15 e 22 marzo, in contemporanea con le Amministrative.

Strage di Crans-Montana, l’ammissione del proprietario del Constellation

Jacques Moretti, proprietario del Constellation, avrebbe ammesso di fronte agli inquirenti che la porta di emergenza situata nel seminterrato del locale di Crans-Montana era bloccata dall’interno. Lo riferisce la televisione svizzera Rts. Moretti, che è stato arrestato, avrebbe anche affermato di aver sbloccato lui stesso la porta dall’esterno, una volta giunto sul posto, trovando diversi corpi senza vita ammucchiati. Inoltre avrebbe anche dichiarato di aver sostituito lui stesso la schiuma fonoassorbente che ha preso fuoco, innescando il rogo in cui sono morti 40 ragazzi. Moretti è al momento accusato con la moglie Jessica Maric (ai domiciliari con braccialetto elettronico), di omicidio colposo, incendio colposo e lesioni personali colpose. Ma adesso si potrebbe configurare la contestazione del reato di omicidio per dolo eventuale.

La vicesindaca di Crans-Montana chiede scusa per i mancati controlli

Bonvin Clivaz, vicesindaca di Crans-Montana, in una intervista rilasciata sempre a Rts, ha chiesto scusa alle famiglie delle vittime e dei feriti. Questo dopo le polemiche suscitate dal primo cittadino Nicolas Féraud, che non lo aveva fatto nella conferenza stampa all’indomani della tragedia. «Non ci sono scuse per non aver chiesto scusa. Sui controlli c’è stata una mancanza, non li abbiamo fatti e ammettiamo di non averli fatti e ci prendiamo la responsabilità per questa mancanza ma sarà l’inchiesta a dirlo, adesso non abbiamo ancora le vere risposte». Clivaz ha però allontanato le ipotesi di dimissioni da parte dell’attuale amministrazione di Crans-Montana.

Iran, Khamenei alza il livello di allerta dei Guardiani della rivoluzione

Non si placano le proteste di piazza in Iran, dove è salito ad almeno 65 morti il bilancio delle vittime tra i manifestanti e le persone arrestate sono più di 2.300. La rivolta popolare, giunta al 14esimo giorno, preoccupa a tal punto il regime di Teheran da aver portato l’ayatollah Ali Khamenei a porre il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica in uno stato di allerta più elevato rispetto a quello in cui si trovava a giugno del 2025, durante la guerra con Israele. Lo hanno detto al Telegraph alcuni funzionari di Teheran, spiegando che «Khamenei è in stretto contatto più con le Guardie della Rivoluzione che con l’esercito o la polizia, perché ritiene che il rischio di defezioni tra i pasdaran sia pressoché inesistente, mentre altri lo hanno fatto in passato».

Il Procuratore generale: «Tutti i manifestanti rischiano la pena di morte»

Nell’Iran senza Internet, il regime ormai spara a vista sui manifestanti: secondo la Bbc gli ospedali di Teheran e Shiraz sono al collasso, con centinaia di pazienti feriti alla testa e agli occhi dalle forze dell’ordine. E c’è chi parla di oltre 200 morti, circa il triplo di quanto stimato dalle ong. La televisione di Stato, però, manda in onda solo immagini di palazzi e moschee distrutti da «rivoltosi e criminali». Tutti i manifestanti alle proteste che dilagano in Iran saranno accusati di essere “nemici di Dio” (“mohareb”), reato punibile con la pena di morte: lo ha dichiarato il procuratore generale del Paese, Mohammad Movahedi Azad.

Non illudiamoci, con Primavera di Michieletto la classica resta ai margini

Nonostante il titolo alluda al più celebre Concerto per violino e archi di Antonio Vivaldi, in Primavera, il primo film di fiction della stella internazionale della regia operistica Damiano Michieletto, la musica del “prete rosso” è secondaria. Anzi, minimale. D’altra parte, contrariamente a quanto si è spesso lasciato intendere in una vasta campagna promozionale sui giornali, il musicista veneziano (cui Michele Riondino dà volto e asciutta ma efficace caratterizzazione) non è il personaggio principale di una storia che pure ha un epicentro vivaldiano, il celebre Ospedale della Pietà, una delle quattro istituzioni assistenziali in cui per secoli la Serenissima Repubblica si assumeva la protezione, la cura e per vari aspetti l’educazione, specialmente musicale, delle fanciulle abbandonate, le cosiddette “putte”. 

Cecilia, “putta” ribelle che afferma la sua libertà

La protagonista è Cecilia (una magnifica Tecla Insolia): non solo una musicista brillante, una potenziale virtuosa del violino stimolata nelle sue capacità dal discusso maestro – Vivaldi, appunto – che viene assegnato a lei come a tutte le sue consorelle, ma soprattutto uno spirito libero e tormentato. Di notte scrive lunghe e amare lettere alla madre che non ha mai conosciuto e che l’ha abbandonata, di giorno afferma il suo talento musicale. In nome di questo, è disposta a rinunciare a una vita “normale”, come sposa del sordido nobile veneziano che l’ha prescelta. L’unico modo di affermare la sua libertà è rinunciare all’illibatezza, il solo “patrimonio” suo e delle sue compagne di orfanotrofio, condizione necessaria – dietro certificazione del “cerusico” – per poter uscire dall’Ospedale della Pietà ed entrare attraverso nozze combinate nella buona società veneziana. Una rinuncia lucida e freddamente perseguita, della quale il garzone del verduraio è protagonista inconsapevole e subito dopo “cancellato”. Reso impossibile il matrimonio, diventata impossibile la carriera come violinista per la spietata vendetta del possibile sposo respinto (uno Stefano Accorsi di convincente odiosità), che crudelmente le spezza il polso sinistro. Cecilia sceglie comunque di andarsene, padrona della sua vita e libera nelle sue scelte. La spinge una concezione della condizione femminile di condivisibile modernità, ma molto lontana da quella reale nella Venezia del 1716 (è l’anno in cui si svolge la vicenda, liberamente tratta da Stabat Mater, il romanzo di Tiziano Scarpa vincitore del Premio Strega 2009). Allora, una “putta” fuggita dalla Pietà non avrebbe avuto alcuna prospettiva. E una sua “primavera” esistenziale sarebbe rimasta una speranza. 

Non illudiamoci, con Primavera di Michieletto la classica resta ai margini
Non illudiamoci, con Primavera di Michieletto la classica resta ai margini
Non illudiamoci, con Primavera di Michieletto la classica resta ai margini
Non illudiamoci, con Primavera di Michieletto la classica resta ai margini
Non illudiamoci, con Primavera di Michieletto la classica resta ai margini
Non illudiamoci, con Primavera di Michieletto la classica resta ai margini
Non illudiamoci, con Primavera di Michieletto la classica resta ai margini
Non illudiamoci, con Primavera di Michieletto la classica resta ai margini
Non illudiamoci, con Primavera di Michieletto la classica resta ai margini
Non illudiamoci, con Primavera di Michieletto la classica resta ai margini
Non illudiamoci, con Primavera di Michieletto la classica resta ai margini
Non illudiamoci, con Primavera di Michieletto la classica resta ai margini
Non illudiamoci, con Primavera di Michieletto la classica resta ai margini

Si riconosce la cifra registica di Michieletto

Emerge in questo taglio interpretativo una delle cifre fondamentali delle regie di Michieletto, noto per le sue controverse attualizzazioni di qualsiasi titolo operistico spesso in effetti di notevole efficacia (c’è già curiosità fra i melomani per il verdiano Otello, che firmerà alla Scala il prossimo 7 dicembre). In questo caso, l’idea che ci parla anche oggi passa – come negli allestimenti operistici di questo regista non accade praticamente mai – attraverso una ricostruzione d’epoca piuttosto accurata negli scenari, nei costumi, in una Venezia monumentale e popolare insieme, brulicante di gente quando serve, spesso miracolosamente e fascinosamente deserta nelle sue vie d’acqua.

Non illudiamoci, con Primavera di Michieletto la classica resta ai margini
Damiano Michieletto (Ansa).

Disinvolture storiche e imprecisioni di lessico musicale

Il tutto si dipana con una certa disinvoltura rispetto al rigore storico per quanto riguarda la cronologia vivaldiana. Non mancano imprecisioni di lessico musicale (Vivaldi parla di una sua nuova Sonata – pochi strumenti – ma l’esecuzione fa capire che ha scritto un Concerto – orchestra d’archi e violino solista), così come emerge qualche soluzione narrativa che certamente giova al cine-racconto ma appartiene interamente alla fiction. Ad esempio, pare che non risulti dai documenti che le “putte” – sia pure mascherate – siano mai andate a suonare fuori dalla chiesa della Pietà, la loro sala da concerto famosa in tutta Europa, un luogo che permetteva loro di esibirsi senza possibilità alcuna di riconoscimento. Nel film ciò avviene in un’occasione di rappresentanza, la visita, peraltro postdatata di circa un decennio rispetto al suo effettivo svolgimento, del re di Danimarca (che letteralmente smaschera Cecilia per scoprire chi suoni così bene il violino) e durante una sorta di gita fuori Venezia, forse in qualche isola della Laguna. Sempre sotto lo sguardo benevolo e non disinteressato dell’imparruccatissimo Governatore dell’Ospedale, uno stereotipato e caricaturale Andrea Pennacchi, altrove – in scena e sul piccolo schermo – ben altrimenti persuasivo. Infine, singolare la totale rinuncia ad almeno qualche parola in veneziano, dentro a un film che a rigore avrebbe potuto essere recitato quasi interamente nella lingua ufficiale della Serenissima, che di lì a poco Carlo Goldoni avrebbe portato ad altezza letteraria. Forse la prestigiosa e potente produzione/distribuzione internazionale (Warner Bros.) ha sconsigliato la soluzione filologica anche se localistica, che peraltro avrebbe richiesto ampio uso di sottotitolazione.

Non illudiamoci, con Primavera di Michieletto la classica resta ai margini
Andrea Pennacchi in Primavera.

La musica di Vivaldi è appena accennata

Quanto alla musica, la frammentaria e assai ridotta presenza di composizioni vivaldiane certifica la sostanziale subalternità del compositore nel film. Solo il luminoso e timbricamente ricchissimo attacco del Sacrum Militare Oratorium Juditha Triumphans (la cui prima esecuzione alla Pietà viene brevemente ma fastosamente ricostruita) ha una funzione nella narrazione, sottolineando la svolta esistenziale di Cecilia; il frammento del primo movimento della Primavera, con il suo tema celeberrimo, sembra quasi un contentino, sia pure simbolico, un attimo prima dei titoli di coda.

Altre briciole stuzzicano l’appetito musicale ma sono ben lontane dal soddisfarlo. Per il resto, predomina la colonna sonora firmata dal 41enne compositore umbro Fabio Massimo Capogrosso, già collaboratore di Marco Bellocchio nella serie Esterno notte sul caso Moro. Le sue composizioni delineano un’allusività di impronta minimalista, nella quale il linguaggio del “prete rosso” è evocato più che citato, sottoposto a metamorfosi motiviche e timbriche in un gioco piuttosto distaccato, spesso algido rispetto all’energia coinvolgente e alla poesia di Vivaldi.

Insomma, inutile illudersi. Difficilmente Primavera, pur accolto favorevolmente durante le feste (fra il quinto e l’ottavo posto in un botteghino dominato da Zalone, un milione e mezzo di euro l’incasso, oltre 200 mila gli spettatori), avrà qualche ruolo nella soluzione del problema che attanaglia la musica classica, la sua progressiva riduzione alla marginalità in quel che resta del discorso culturale.

Tennis, Musetti batte Rublev a Hong Kong e diventa numero 5 al mondo

Grande inizio di anno per Lorenzo Musetti, che a Hong Kong in un colpo solo raggiunge la finale del Bank of China Tennis Open e diventa numero 5 al mondo. L’azzurro si è imposto nella semifinale dell’Atp 250 sul russo Andrey Rublev in rimonta e in tre set con il punteggio di 6-7 (3), 7-5, 6-4, in 2 ore e 45 minuti di gioco: all’ultimo atto del torneo affronterà il vincente tra Marcos Giron e Aleksandr Bublik. La finale è in programma domenica 11 gennaio: nello stesso giorno Musetti giocherà anche la finale in doppio insieme a Lorenzo Sonego.

Musetti, certo di scavalcare con 4.105 punti Alex De Minaur (fermo a 4.080) dopo l’eliminazione dell’Australia in United Cup, sarà il terzo azzurro capace di entrare in top 5 nell’era del ranking computerizzato – iniziata nel 1973 – dopo Adriano Panatta e Jannik Sinner. Da lunedì, dunque, l’Italia avrà per la prima volta due giocatori tra i primi cinque del mondo.

Can Yaman è stato arrestato in Turchia in un raid antidroga

L’attore turco Can Yaman, popolarissimo in Italia per aver interpretato il ruolo di protagonista in alcune serie tivù di successo e nuovo volto di Sandokan, è stato arrestato in Turchia nell’ambito di un’inchiesta sul traffico e il consumo di sostanze stupefacenti. Il fermo è avvenuto a Istanbul, nell’ambito di blitz che nella notte tra il 9 e il 10 gennaio hanno colpito nove night club della metropoli affacciata sul Bosforo: assieme a Yaman sono state fermate altre sei persone, tra cui la collega attrice Selen Görgüzel, alcuni pusher e un gestore di un locale. L’operazione di polizia sta andando avanti da diverse settimane e ha già portato all’arresto di oltre 20 personaggi noti in Turchia.

Can Yaman è stato arrestato in Turchia in un raid antidroga
Can Yaman è stato arrestato in Turchia in un raid antidroga
Can Yaman è stato arrestato in Turchia in un raid antidroga
Can Yaman è stato arrestato in Turchia in un raid antidroga
Can Yaman è stato arrestato in Turchia in un raid antidroga

Problema medico per un astronauta sulla ISS: c’è la data del rientro anticipato

La Nasa, che sta lavorando assieme a SpaceX per consentire ai membri della missione Crew-11 di lasciare la Stazione Spaziale Internazionale e tornare in anticipo sulla Terra a causa di un problema medico riguardante un astronauta, ha reso noto che «l’obiettivo è di sganciare l’equipaggio dalla ISS non prima delle 17 (le 22 italiane, ndr) del 14 gennaio, mentre l’ammaraggio al largo della California è previsto per l’inizio del 15 gennaio, a seconda delle condizioni meteorologiche e di recupero».

Chi sono i quattro astronauti della missione SpaceX Crew-11

La Nasa ha annunciato la decisione di riportare sulla Terra la missione SpaceX Crew-11 prima del previsto l’8 gennaio, senza rendere noto per motivi di privacy il nome dell’astronauta che ha avuto il problema di salute, né la sua natura, ma limitandosi a spiegare che «le sue condizioni sono stabili». L’equipaggio è composto dagli astronauti della Nasa Zena Cardman e Mike Fincke, da quello della Jaxa (Japan Aerospace Exploration Agency) Kimiya Yui e da quello di Roscosmos (l’agenzia spaziale russa) Oleg Platonov.

Morte di Alex Marangon, svolta nel caso: cinque indagati

Svolta nelle indagini per la morte di Alex Marangon, 25enne barista di Marcon (Venezia), che fu trovato senza vita nel Piave il 2 luglio 2024, dopo aver preso parte a un rito sciamanico a Vidor, nel Trevigiano. Cinque persone sono state infatti iscritte nel registro degli indagati, con le accuse di morte in conseguenza di altro reato e cessione di sostanze stupefacenti. Secondo la ricostruzione ipotizzata dalla magistratura, Marangon sarebbe precipitato sul letto ghiaioso del fiume da un terrapieno alto una decina di metri, probabilmente privo di lucidità a causa dell’assunzione di varie sostanze. (aveva sicuramente consumato un decotto di ayahuasca).

Chi sono le cinque persone iscritte nel registro degli indagati

Sono stati iscritti nel registro degli indagati Diana Da Sacco, moglie del proprietario dell’abbazia di Santa Bona (ex edificio religioso oggi adibito a residenza privata e sede per eventi), Andrea Zuin e Tatiana Marchetto, ovvero gli organizzatori dell’evento, e i due curanderos colombiani Jhonni Benavides e Sebastian Castillo, che gestirono la liturgia pagana. Quest’ultimi, tornati nel loro Paese dopo il ritrovamento del cadavere di Marangon, sono tuttora irreperibili. Il 15 gennaio la procura conferirà l’incarico al medico legale di effettuare l’analisi dei capelli di tutte le 20 persone che tra il 29 e il 30 giugno 2024 parteciparono al rito sciamanico, già prelevati nelle prime fasi dell’inchiesta.

Minneapolis, il video dalla prospettiva dell’agente che ha ucciso Renee Good

Sono state diffuse le immagini riprese col cellulare da Jonathan Ross, l’agente dell’Ice che a Minneapolis ha sparato a Renee Good, uccidendo la donna durante un raid anti-immigrati. Nel video si vede Good dire a Ross (che aveva il passamontagna): «È tutto ok, non ce l’ho con te, puoi mostrare il volto». In sottofondo si sente la voce della compagna, che viene poi ripresa nel tentativo di aprire la portiera, come per andare via. A questo punto arrivano gli altri agenti dell’Ice, che urlano a Good di uscire. La donna al volante prova ad allontanarsi, facendo una piccola marcia indietro, per poi ripartire. Dopo un «oh!» di sorpresa da parte di un agente, ecco i tre spari.

Il video è stato su X dal vicepresidente americano JD Vance. «A molti di voi è stato detto che questo agente delle forze dell’ordine non è stato investito da un’auto e ha assassinato una donna innocente», ha scritto il numero due della Casa Bianca, proseguendo poi: «La realtà è che la sua vita era in pericolo e ha sparato per legittima difesa». il filmato però non mostra affatto che l’agente rischiava di essere investito.

Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga

«Classici comunisti: regole per te, ma non per loro». La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, è solo una delle tante partite all’attacco a testa bassa contro la nuova first lady di New York, Rama Duwaji. Colpevole di quale “reato”? Aver indossato stivali da 630 dollari alla cerimonia di insediamento del marito Zohran Mamdani il giorno di Capodanno.

Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga
L’addetta stampa della Casa Bianca Karoline Leavitt (foto Ansa).

Negli Stati Uniti i quotidiani e l’opinione pubblica, anche a distanza di giorni, continuano a essere divisi sul guardaroba sfoggiato dall’artista 28enne. Per alcuni è stata una lezione di stile, altri si sono accodati all’opinione di Leavitt che nella sua invettiva tramite story di Instagram ha aggiunto: «Vogliono che i newyorkesi versino in tasse più della metà del loro reddito, mentre lei indossa stivali firmati che valgono il tuo stipendio settimanale. Ci sono ragioni per cui il comunismo ha fallito ovunque sia stato sperimentato. Buona fortuna, New York».

Nelle ore precedenti era sembrato che gli stivali di pelle artigianale Shelley del brand Miista avessero addirittura distratto quegli invasati dei Maga (Make America great again) dalle critiche a Mamdani. Né la first lady newyorkese né il gruppo di moda con sede in Spagna e Portogallo hanno voluto rilasciare commenti. L’ha fatto però la stylist di Duwaji, Gabriella Karefa-Johnson, che il New York Post ha definito «controversa anti-Israele».

Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga
Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga
Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga
Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga
Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga
Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga
Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga
Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga

Alcuni capi indossati sono stati concessi in prestito

L’ex redattrice di Vogue ha chiarito che le calzature e gli altri capi indossati sono stati concessi in prestito dai marchi, cosa che regolarmente succede con popstar e attori quando partecipano a eventi mediatici importanti. Una dichiarazione che non ha sedato le polemiche, alimentate dall’analisi dei look che l’illustratrice ha sfoggiato nelle precedenti apparizioni pubbliche. Sempre il New York Post ha segnalato per esempio gli orecchini portati durante il discorso tenuto da Mamdani dopo l’elezione di novembre: «I pendenti sono del raffinato designer di gioielli newyorkese Eddie Borgo. Le sue creazioni superano anche i 46 mila dollari».

Non è comunque la prima volta che Duwaji finisce nel mirino dell’opinione pubblica. A fine anno è uscita la sua intervista su The Cut, la prima dopo la vittoria del marito alle urne. Nella chiacchierata accompagnata da un servizio molto glamour, con abiti in prestito, la giovane ha parlato degli svantaggi di «avere improvvisamente un milione di occhi puntati sul proprio lavoro». Per fortuna, dice lei, «vivo nella negazione. Cerco di non pensare a Instagram come al mio pubblico, ma piuttosto a me e ai miei colleghi artisti». Non l’avesse mai detto.

«Forse potrebbe fare un podcast con Michele Obama»

«Per me è una stronzata. Adora l’attenzione. Sarà la nuova beniamina di Vogue», ha commentato per esempio un livoroso utente su X. «L’improvvisa allergia alla fama di Rama Duwaji? Per favore. Ha passato anni a costruire il marchio attivista-chic di Mamdani… e a posare per Vogue mentre lui sventrava i fondi della polizia di New York. Ora è scioccata che la gente la noti? L’intero regime di Mamdani è narcisismo performativo», gli ha fatto eco un altro. Si sono lette anche cose del tipo: «Non sembra che abbia problemi ad aprirsi» o «forse potrebbe fare un podcast con Michele Obama e insieme potrebbero condividere quanto siano dure le loro vite e quanto sia orribile questo Paese».

La sua arte impegnata e le posizioni anti-Israele

Nonostante il basso profilo mantenuto durante la campagna elettorale del marito, Duwaji già all’epoca aveva subito critiche dopo che i media erano andati a scandagliare la sua arte e i suoi canali social. Illustrazioni e post che rivelerebbero posizioni ferme sulla politica estera americana e di condanna delle azioni di Israele a Gaza. A metà ottobre ha pubblicato in una story su Instagram quattro emoji a forma di cuore spezzato con una foto di Saleh Al-Jafarawi. Ucciso da una milizia israeliana alcune ore prima, l’uomo era descritto dal governo Netanyahu come un attivista pro-Hamas.

Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga
Mamdani e Duwaji nel giorno delle nozze (da X).

Un’illustrazione del 2024 mostra imponenti pile di denaro contante con la scritta «crimini di guerra israeliani». Inserita in un reel, la creazione è stata postata da Mamdani con la didascalia: «Le organizzazioni benefiche di New York inviano oltre 60 milioni di dollari ogni anno per finanziare i crimini di guerra israeliani. È ora di mettere fine a tutto questo».

Nel 2020 ha disegnato due donne e una bambina sotto il fumo di un aereo in lontananza. Il tutto accompagnato dalla didascalia: «I presidenti vanno e vengono, ma l’imperialismo americano non cambia mai. Pensando ai palestinesi che soffrono. Non importa chi è in carica. Ho realizzato questa immagine per un articolo sulla guerra ambientale che Israele sta facendo sugli agricoltori palestinesi e sulle loro colture».

Sono tante le illustrazioni contestate dai repubblicani e dagli attivisti Maga che accusano Duwaji di fare propaganda. Il profilo Instagram dell’artista è un rifiorire di post che hanno lo scopo di sensibilizzare su ciò che è accaduto (e sta accadendo) nella Striscia. Le parole chiave? Genocidio, crisi umanitaria e l’immancabile Global Sumud Flotilla. Il cocktail perfetto per triggerare i trumpiani più svalvolati.

Terremoto di magnitudo 5.1 al largo della Calabria

Un terremoto di magnitudo 5.1 si è verificato alle 5:53 lungo la costa calabrese sud-orientale. L’epicentro, secondo quanto riporta il sito dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, è stato individuato nel Mar Ionio a una profondità di 65 chilometri. La scossa è stata avvertita in tutta la Calabria e nelle province della Sicilia orientale, con segnalazioni da Catania, Ragusa e Messina. Ma è stata percepita anche in Puglia, tra Taranto e Bari, e persino a Malta. Nonostante la magnitudo elevata, non si segnalano danni a cose o persone. La circolazione ferroviaria è stata però sospesa in Calabria, possibili ritardi e cancellazioni.