Le critiche dell’opposizione al vicedirettore di Rai Sport per il post sull’Msi

È scoppiata una polemica attorno a un post pubblicato sui social dal vicedirettore di Rai Sport, Riccardo Pescante, che nei giorni scorsi ha ricordato l’anniversario della nascita del Movimento Sociale Italiano. L’immagine condivisa raffigura la fiamma, simbolo del partito di ispirazione neofascista, accompagnata dalla scritta: «26 dicembre 1946. Le radici profonde non gelano». L’iniziativa ha suscitato reazioni in Commissione di vigilanza Rai, dove i rappresentanti di Partito democratico e Movimento 5 Stelle hanno chiesto all’azienda del servizio pubblico di intervenire sul caso.

In una nota congiunta, i parlamentari Pd della Vigilanza hanno espresso una condanna del comportamento del dirigente: «È vergognoso che un vicedirettore di una testata Rai, nello specifico il vicedirettore di Rai Sport Riccardo Pescante, pubblichi sui social la sua appartenenza politica senza alcun ritegno. Chiediamo che Pescante si dimetta e che venga convocata immediatamente la commissione di vigilanza Rai e i vertici della Rai per chiedere di stabilire un codice di autoregolamentazione di tutti i componenti Rai, soprattutto dirigenti e direttori e vicedirettori». Gli esponenti dem hanno inoltre sottolineato che «Non è possibile che ormai tutti i dirigenti possano immaginare di dire che loro appartengono ad un partito piuttosto che ad un altro, perché così si perde di credibilità e la Rai diventa la portavoce del partito di governo. Questo non fa bene né alla Rai né alla nostra democrazia».

Critiche sono arrivate anche dal Movimento 5 Stelle. Per il capogruppo in Commissione di vigilanza Rai, Dario Carotenuto, l’utilizzo dei social da parte del vicedirettore di Rai Sport è «incompatibile» con i principi del servizio pubblico. Carotenuto ha richiamato altri contenuti pubblicati sull’account di Pescante, tra cui post favorevoli all’attacco statunitense in Venezuela, come l’immagine con la scritta «Venezuela libre», oltre a messaggi celebrativi del Movimento Sociale e a meme controversi. «Non è libertà d’opinione: è mancanza di senso istituzionale», ha affermato. Sulla stessa linea Sandro Ruotolo, responsabile Informazione nella segreteria nazionale del Pd, che ha elencato diversi post del dirigente: «In un altro post si legge: ‘Con la violenza non si risolve niente, figurati senza’. In un altro compare un meme che raffigura Donald Trump con la scritta ‘dopo Nicolás Maduro adesso tocca a Maurizio Landini’, con l’aggiunta ironica: ‘Peccato che sia solo un meme’. Non hanno ritegno e non nascondono la sudditanza al partito. Per questo chiediamo alla Commissione di vigilanza Rai di convocare i vertici di viale Mazzini per chiarire e imporre una linea di comportamento pubblico per i dipendenti Rai. Il servizio pubblico non è un megafono di partito: è un bene di tutti».

Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze

In vista delle nomine di aprile delle grandi partecipate pubbliche, la giostra dei nomi ha già iniziato a girare. Il governo Meloni, almeno stando ai desiderata che si raccolgono nei corridoi di Palazzo Chigi, punta alla riconferma dei capi azienda nominati tre anni fa, ma lascia intendere grandi cambiamenti sulle presidenze.

Agnes a Terna per uscire dallo stallo Rai

Per quella di Terna, il colosso delle reti elettriche, circola il nome di Simona Agnes, pronta a lasciare in anticipo il consiglio di amministrazione della Rai, in scadenza nel 2027. Un passaggio strategico che risolverebbe un altro annoso problema: lo stallo in viale Mazzini, dove Agnes non ha mai trovato i numeri in Commissione Vigilanza per farsi eleggere presidente, nonostante la robusta sponsorizzazione di Forza Italia e il tacito consenso di Fratelli d’Italia. Agnes si siederebbe dunque nella poltrona attualmente occupata in quota Lega da Igor De Biasio: quasi una sliding door, visto che per sei anni è stato consigliere d’amministrazione proprio della tivù di Stato.

Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze

Chi alla presidenza di Leonardo dopo l’ambasciatore Pontecorvo?

Due i nomi in ballo per Leonardo, leader nel settore della difesa: una posizione, visto il contesto internazionale, particolarmente delicata. In sostituzione dell’ambasciatore Stefano Pontecorvo i papabili sono Andrea De Gennaro, in scadenza a maggio dall’incarico di comandante generale della Guardia di Finanza, e l’onnipresente Elisabetta Belloni, data in corsa anche per la presidenza di Eni al posto di Giuseppe Zafarana. Su di lei pesa però il fatto che i rapporti con Palazzo Chigi si sono raffreddati dopo il suo addio anticipato al Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza: nell’orbita di chi ruota intorno al potere nulla gela più del mancato allineamento con la premier.

Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze

Enel, avanza Maione di Montepaschi

Capitolo Enel. Data per certa l’uscita di Paolo Scaroni, la candidatura più accreditata per sostituire il manager, su cui si impuntò Silvio Berlusconi nella precedente tornata di nomine, è quella di Nicola Maione, attuale presidente di Montepaschi, uomo di fiducia della Lega.

Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze

A proposito della banca senese, le possibilità di riconferma dell’attuale amministratore delegato Luigi Lovaglio si stanno molto assottigliando, tenuto anche conto che il banchiere è sotto indagine della procura di Milano per la vicenda della vendita di azioni della banca senese detenute dal Tesoro a Francesco Gaetano Caltagirone, Delfin e Anima.

Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Luigi Lovaglio, ceo Mps (Imagoeconomica).

Palermo è un’opzione: ma preferirebbe non lasciare Acea

Come alternativa, c’è chi scommette su Fabrizio Palermo, nome molto gradito a Caltagirone che lo ha voluto nel cda di Generali. Ma il manager al momento non sembra entusiasta all’idea di lasciare Acea, la municipalizzata di Roma alla cui guida si è insediato nel settembre del 2022.

Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Fabrizio Palermo (Imagoeconomica).

Descalzi e Cingolani hanno la fiducia del governo

Nessuna sorpresa invece dovrebbe arrivare dal fronte degli amministratori delegati, che sembrano incastonati nel marmo delle loro poltrone. In Eni, Claudio Descalzi gode della granitica stima della premier. In Leonardo, Roberto Cingolani non solo ha anch’egli la sua fiducia, ma ha rinsaldato il legame con il ministro della Difesa Guido Crosetto, riorganizzando l’azienda come una sorta di ministero parallelo, ma con più efficienza e meno carte bollate. E creando una squadra di comando che vede in Filippo Maria Grasso, Carlo Gualdaroni, Antonio Liotti e Simone Ungaro gli uomini chiave dell’organigramma, come ricordato dallo stesso Cingolani durante il tradizionale brindisi di Natale del gruppo alla presenza di autorità istituzionali e vertici delle Forze armate.

Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze

Si è dimesso Vasyl Malyuk, capo del Servizio di sicurezza dell’Ucraina

Si è dimesso Vasyl Malyuk, che da luglio del 2022 era a capo dei Servizi di Sicurezza dell’Ucraina. «Rimarrò all’interno del sistema Sbu per implementare operazioni speciali asimmetriche di livello mondiale, che continueranno a infliggere il massimo danno al nemico», ha spiegato Malyuk sul canale Telegram della SBU. Secondo i media ucraini, il presidente Volodymyr Zelensky aveva offerto a Malyuk un trasferimento a un altro incarico (come il Servizio di intelligence estero o il Consiglio per la sicurezza nazionale), proposta che è stata però rifiutata.

Si è dimesso Vasyl Malyuk, capo del Servizio di sicurezza dell’Ucraina
Volodymyr Zelensky e Vasyl Malyuk (Ansa).

C’è Sky per Buttafuoco: le pillole del giorno

Pochi se ne sono accorti: Pietrangelo Buttafuoco, oltre all’impegno con Radio Rai 1 con Lupus in fabula, tornerà in televisione. Ma non sugli schermi della tv pubblica, dove si dice gli sarebbe piaciuto sbarcare dopo le passate (e remote) esperienze a Canale 5 con Sali e tabacchi e a La7 con Giarabub, più una serie di apparizioni su Rai5. Il presidente della Biennale di Venezia ha debuttato su SkyTg24 Insider, con la rubrica settimanale Caravanserai – titolo che, come non è sfuggito ai maligni, contiene la parola “rai” – come lo storico album di Carlos Santana uscito nel 1972. E dire che non ci sarebbero nemmeno stati problemi di “conflitti d’interessi”, dato che un soprintendente come Costantino D’Orazio, direttore della Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia, cura da anni una rubrica su RaiNews24, Ar – Frammenti d’Arte. Naturalmente alla Rai, Giampaolo Rossi, andrà subito a vedere gli ascolti della concorrenza, per contare quanti sono gli amici di Buttafuoco…

C’è Sky per Buttafuoco: le pillole del giorno
Pietrangelo Buttafuoco (foto Imagoeconomica).

Cirio-Lo Russo, la strana coppia

La politica piemontese ha inaugurato il 2026 con un maldipancia bipartisan. L’assist indiretto e involontario del governatore forzista e vicesegretario azzurro Alberto Cirio al sindaco di Torino, il dem Stefano Lo Russo non è passato inosservato. Come ha sottolineato Lo Spiffero, nel centrodestra è stato mal digerito il post con cui Cirio ha tessuto le lodi della città sabauda snocciolando i numeri da record del suo sistema museale: «Numeri che raccontano una città viva, attrattiva e capace di fare della cultura un motore di sviluppo, turismo e identità per Torino e per tutto il Piemonte». Nessun endorsement, ovvio, ma considerando anche il buon rapporto tra i due, il messaggio di giubilo è stato percepito come una manina tesa a quello che dovrebbe essere un avversario. E pure a sinistra c’è chi ha storto il naso perché l’asse percepito tra i due rischia di neutralizzare gli attacchi dell’opposizione in Regione.

Dopo i De Luca, i Manfredi: le famiglie campane preoccupano Schlein

La segretaria del Pd Elly Schlein è preoccupata anche da che accade in Campania che, come al solito, crea scompiglio. A causarlo sono sempre le ‘dinastie’. I De Luca, i Mastella, ora pure i Manfredi. Quelli che vengono definiti «i famiglioni». Che poi la stessa cosa accade pure sulla sponda destra, con i Martusciello sopra a tutti. «Fratello sindaco, fratello presidente», scherzano al Nazareno parlando di Gaetano sindaco di Napoli e Massimiliano presidente del Consiglio regionale. «I due hanno guadagnato troppo potere», sibilano i fedelissimi del governatore Roberto Fico. «E quando fanno le riunioni di famiglia, Gaetano e Massimiliano possono dettare l’agenda comunale e regionale, fuori dalle sedi istituzionali».

C’è Sky per Buttafuoco: le pillole del giorno
Gaetano Manfredi (Imagoeconomica).

Olly re del 2025: suoi l’album e il singolo più venduti dell’anno

Olly è il re del 2025. Il campione in carica del Festival di Sanremo ha infatti conquistato il primo posto nelle classifiche annuali Top of the Music by Fimi-Niq, relative al periodo compreso fra il 27 dicembre 2024 e il Natale 2025, le uniche onnicomprensive di tutti i canali vendita e ascolto. Il suo Tutta vita è l’album più venduto davanti a Santana Money Gang di Sfera Ebbasta & Shiva e a Dio lo sa di Geolier. Non è tutto, perché il cantautore genovese ha trionfato anche tra i singoli con Balorda nostalgia, il brano che gli ha permesso di conquistare l’Ariston: battuti La cura per me di Giorgia e Incoscienti giovani di Achille Lauro. In generale, le classifiche testimoniano una crescita della musica italiana, che occupa addirittura l’85 per cento della Top 100, e del pop, che riconquista terreno sull’urban, da anni ormai genere predominante sul mercato.

Classifiche Fimi: Caparezza batte Taylor Swift tra gli album fisici

Olly re del 2025: suoi l’album e il singolo più venduti dell’anno
Caparezza in concerto a Roma (Ansa).

Per quanto riguarda invece la Top 20 Cd, Vinili e Musicassette, davanti a tutti c’è Caparezza. Il suo Orbit Orbit è infatti il disco fisico più venduto del 2025: battuta Taylor Swift, solo seconda con The Life of a Showgirl e piazzatasi davanti a Olly, sul gradino più basso del podio con Tutta vita. In merito al 2025, solamente 24 album sono rimasti in Top 100 per tutte le 52 settimane, di cui uno solo estero: si tratta di Papercuts – Singles Collection 2000-2023, la quinta raccolta dei Linkin Park contenente il brano inedito Friendly Fire. Come detto, ben 85 album tra le prime 100 posizioni sono italiani: un dato ancor più incredibile se si considera che 12 mesi fa era fermo al 69 per cento. Nonostante Bad Bunny e Taylor Swift, tornati con nuove pubblicazioni. Il 2025 ha confermato inoltre lo streaming come motore centrale del consumo con più di 100 miliardi di ascolti (+5,3 per cento rispetto al 2024).

La classifica dei 10 album più venduti del 2025

Olly re del 2025: suoi l’album e il singolo più venduti dell’anno
Olly dopo la vittoria al Festival di Sanremo 2025 (Ansa).
  • 1. Tutta vita di Olly
  • 2. Santana Money Gang di Geolier
  • 3. Dio lo sa di Geolier
  • 4. Debì tirat màs fotos di Bad Bunny
  • 5. Locura di Lazza
  • 6. È finita la pace di Marracash
  • 7. Hello World dei Pinguini Tattici Nucleari
  • 8. La bella vita di Artie 5ive
  • 9. Tropico del capricorno di Guè
  • 10. I nomi del diavolo di Kid Jugi

La Top 10 dei singoli più venduti dell’anno

  • 1. Balorda nostalgia di Olly
  • 2. La cura per me di Giorgia
  • 3. Incoscienti giovani di Achille Lauro
  • 4. Ora che non ho più te di Cesare Cremonini
  • 5. Neon di Sfera Ebbasta & Shiva
  • 6. Per due come noi di Olly, Angelina Mango & Juli
  • 7. La plena di W Sound, Beèle & Ovy on the Drums
  • 8. Il filo rosso di Alfa
  • 9. A me mi piace di Alfa & Manu Chao
  • 10. DTMF di Bad Bunny

Incidente nella casa di JD Vance a Cincinnati: un fermo

Una persona è stata fermata all’alba di lunedì davanti all’abitazione di Cincinnati, in Ohio, del vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance, dopo che la polizia ha riscontrato finestre con vetri infranti e altri segni di danneggiamento. Lo riporta l’emittente locale Wcpo. Il fermo è avvenuto durante un intervento scattato nelle primissime ore del mattino, quando la polizia di Cincinnati è intervenuta insieme al Secret Service, l’agenzia federale incaricata della protezione delle più alte cariche dello Stato. Non si conoscono ancora i dettagli sull’identità del soggetto, sulla dinamica dell’episodio né sulle eventuali accuse. Secondo le prime informazioni, il vicepresidente e la sua famiglia non si trovavano in casa.

Yemen, cancellati tutti i voli da Socotra: bloccati anche turisti italiani

L’escalation delle tensioni regionali tra Yemen, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita ha portato alla cancellazione di tutti i voli in partenza dall’isola di Socotra, data la chiusura dello spazio aereo. Risultano al momento bloccati sull’isola – considerata una delle più belle al mondo – circa 650 turisti, tra cui un centinaio di italiani. La situazione a Socotra è comunque tranquilla. Quanto accaduto rappresenta un déjà-vu: a maggio del 2024 erano rimasti a terra 15 italiani.

Colombia, Petro risponde a Trump: «Accuse infondate»

Il presidente colombiano Gustavo Petro ha replicato alle dichiarazioni di Donald Trump, che lo aveva invitato a «guardarsi le spalle» dopo l’operazione militare condotta a Caracas e culminata con la cattura di Nicolás Maduro. Petro, tra i primi leader dell’area a intervenire pubblicamente dopo l’azione in Venezuela, ha affidato la sua risposta a un messaggio pubblicato su X, nel quale ha respinto le accuse rivoltegli: «Sostiene io sia un narcotrafficante e che possegga fabbriche di cocaina», ha scritto il capo dello Stato colombiano, precisando di «non essere mai stato citato in alcuna indagine giudiziaria legata al traffico di droga».

Petro: «I conflitti interni tra i popoli vengono risolti dai popoli stessi»

Il presidente ha poi ribadito la posizione del suo governo, affermando che «respinge l’aggressione alla sovranità del Venezuela e dell’America Latina» e sollecitando una soluzione basata sul confronto pacifico. «I conflitti interni tra i popoli vengono risolti dai popoli stessi in pace», ha aggiunto. In un ulteriore intervento sui social, Petro ha invitato alla mobilitazione popolare: «Tutto il popolo venezuelano, colombiano e latinoamericano deve scendere in piazza. La sovranità nazionale è sovranità popolare». Il presidente ha inoltre spiegato di voler chiarire il senso delle parole del leader americano, dichiarando di voler «verificato se le parole di Trump in inglese si traducono come dice la stampa nazionale» e annunciando che «risponderà loro una volta capito cosa significa realmente la minaccia illegittima di Trump».

Nicola Lillo lascia UniCredit e sbarca a Mediobanca

Prime novità nella Mediobanca gestione Mps. Nicola Lillo lascia UniCredit e sbarca a piazzetta Cuccia come direttore della comunicazione. Laureato in Giurisprudenza e in Storia, negli ultimi tre anni Lillo si è occupato della comunicazione della banca guidata da Andrea Orcel come Deputy Head Group Media Relations and Head of International Media Relations. In precedenza, nel febbraio 2021 è stato chiamato a Palazzo Chigi nello staff dell’ex premier Mario Draghi, in particolare per curare i rapporti con la stampa estera. Ha curato inoltre la comunicazione di Cassa depositi e prestiti, lavorando nell’ufficio stampa e a progetti editoriali. Ha lavorato come giornalista per l’Ansa (anche come corrispondente da Mosca) e per La Stampa, dove ha seguito temi economici e politici.

Nicola Lillo lascia UniCredit e sbarca a Mediobanca
Nicola Lillo.

Eni Industrial Evolution, Umberto Carrara presidente e ceo

Umberto Carrara è stato nominato presidente e amministratore delegato di Eni Industrial Evolution, nuova realtà societaria nata dal conferimento del ramo d’azienda Refining Evolution & Transformation, che avrà l’obiettivo di assicurare la gestione degli asset tradizionali in Europa e Medio Oriente. In Italia il perimetro di Eni Industrial Evolution comprende le raffinerie di Sannazzaro de’ Burgondi (Pavia) e di Taranto, la partecipazione nella joint venture della Raffineria di Milazzo (Messina), lo stabilimento di Robassomero (Torino), il Centro Ricerche Sud di San Filippo del Mela (Messina), gli asset di logistica primaria, ovvero i depositi e oleodotti, e le partecipazioni in Ecofuel e Costiero Gas Livorno.

Zalone, altro record: Buen Camino sul podio dei maggiori incassi della storia

Altro giorno, altro record. Checco Zalone si conferma sempre più re del box office italiano. Con il suo Buen Camino, il comico pugliese ha infatti tagliato un nuovo incredibile traguardo: grazie ad altri 4,3 milioni di euro incassati domenica 4 gennaio, ha superato i 53 milioni complessivi, salendo sul podio dei film più redditizi della storia del cinema italiano superando Sole a catinelle che nel 2013 si fermò a 51 milioni. È ora terzo in assoluto alle spalle di Avatar, primo con 68,6 milioni, e Quo Vado?, che nel 2016 terminò la sua corsa a 65,3 milioni. Un record pochi giorni fa impensabile che tuttavia oggi è a forte rischio: cruciale sarà la risposta del pubblico a partire da mercoledì 7, una volta passate le festività. Diverso il caso per numero di presenze: con 6,5 milioni di biglietti, Buen Camino è ben distante dai 9,3 milioni del campione di incassi di 10 anni fa.

Alle spalle di Zalone resiste Avatar: Fuoco e cenere: il box office

Al secondo posto, dietro Checco Zalone si è piazzato James Cameron con Avatar: Fuoco e cenere, il terzo capitolo della saga di fantascienza campione di incassi. Con 933 mila euro guadagnati domenica 4 gennaio ha ufficialmente superato il tetto dei 20 milioni complessivi per 2,2 milioni di presenze. È ormai praticamente impossibile puntare al traguardo del secondo capitolo, La via dell’acqua, che nel 2022 terminò la sua corsa in sala con 45 milioni di euro tanto da issarsi all’ottavo posto dei maggiori incassi della storia in Italia. Terza posizione per Spongebob – Un’avventura da pirati con 1,8 milioni complessivi e 473 mila euro nelle ultime 24 ore. Il film animato si è inserito nonostante la presenza, per la settima settimana, di Zootropolis 2, quinto con altri 295 mila euro guadagnati il 4 gennaio e un totale di 17 milioni. Quarto è Norimberga, salito a 5,5 milioni complessivi.

Il botteghino italiano nel weekend 1-4 gennaio 2026

Per quanto riguarda l’intero botteghino italiano, il weekend fra il primo e il 4 gennaio 2026 è stato piuttosto redditizio. Tutti i film in sala hanno registrato un incasso di 27,7 milioni di euro (17 milioni soltanto Buen Camino) con 3,4 milioni di presenze complessive. Si tratta di una crescita del 64,3 per cento rispetto allo stesso weekend dello scorso anno, che tuttavia si estendeva fra il 2 e il 5 gennaio: in calo invece di 27 punti il dato rispetto alla settimana precedente, trainata dalle festività di Natale e Santo Stefano.

L’effetto delle accise sul prezzo dei carburanti

L’entrata in vigore delle misure fiscali previste dalla manovra dal primo gennaio ha prodotto un ribaltamento nei listini dei carburanti: il gasolio è tornato a costare più della benzina, evento che non si verificava da tre anni. Secondo i dati diffusi da Staffetta Quotidiana, il prezzo medio nazionale del diesel ha raggiunto 1,666 euro al litro, superando quello della benzina ferma a 1,650 euro. Un sorpasso che mancava dal 9 febbraio 2023, periodo successivo alla fase più critica della crisi energetica innescata dall’invasione russa dell’Ucraina. La riduzione dell’accisa sulla benzina ha inoltre spinto il prezzo della verde al livello più basso dal 19 dicembre 2022, mentre l’aumento parallelo della tassazione sul gasolio ha inciso in senso opposto.

L’effetto delle accise sul prezzo dei carburanti
Una stazione di rifornimento (Imagoeconomica).

Dall’inizio dell’anno, segnala ancora Staffetta Quotidiana, sui listini si è sommato anche l’incremento del costo di miscelazione dei biocarburanti, legato all’innalzamento della quota obbligatoria, con un aggravio stimato tra 1,5 e 2 centesimi al litro. Questo aumento è stato bilanciato dalla flessione delle quotazioni internazionali dei prodotti raffinati tra la fine del 2025 e i primi giorni del nuovo anno, anch’essa compresa tra 1,5 e 2 centesimi, senza però riflessi al ribasso sui prezzi alla pompa. L’allineamento delle accise — ridotte di 4,05 centesimi al litro sulla benzina e aumentate dello stesso importo sul gasolio fino a 67,26 centesimi — è stato motivato dal fatto che il precedente vantaggio fiscale sul diesel era considerato un «sussidio dannoso dell’ambiente». Con questo intervento l’Italia registra ora l’accisa sul gasolio più elevata d’Europa, mentre sulla benzina scende dal terzo all’ottavo posto, dietro Francia e Irlanda e davanti alla Germania.

Francia, cyberbullismo contro Brigitte Macron: condannati i 10 imputati

I dieci cittadini francesi finiti a processo per aver diffuso online la teoria secondo cui Brigitte Macron sarebbe un uomo, e dunque accusati di cyberbullismo a sfondo sessista, sono stati tutti ritenuti colpevoli: il tribunale di Parigi ha inflitto agli imputati condanne fino a otto mesi di carcere, con sospensione condizionale della pena. Tra gli elementi contestati anche i post che accusavano la premiere dame di pedofilia, vista la differenza di 24 anni di età con il marito Emmanuel.

La guerra via social di Trump: perché il Venezuela è un punto di non ritorno

Nella notte tra il 3 e il 4 gennaio, il mondo ha scoperto che le guerre non si dichiarano più dai podi istituzionali, ma dai feed social. Con un post secco il presidente degli Stati Uniti ha annunciato l’operazione militare contro il Venezuela e la cattura di Nicolás Maduro e di sua moglie. Nessun preambolo, nessuna diplomazia: un messaggio diretto, virale, che ha imposto il frame narrativo prima ancora che i media potessero metabolizzarlo. Messaggio che, poche ore dopo, Donald Trump ha ribadito in conferenza stampa, trasformando il linguaggio dei social in architrave politico.

La guerra via social di Trump: perché il Venezuela è un punto di non ritorno
Il post di Donald Trump su Truth.

I conflitti ora sono anche semantici

L’annuncio “social‑first” ha dettato tempi e semantica del dibattito globale. Chi parla per primo, con parole forti, conquista il titolo e condiziona l’agenda. È la nuova regola della comunicazione di crisi: la legittimazione si gioca in minuti, non in giorni. Account governativi, media e piattaforme hanno moltiplicato immagini e dettagli: esplosioni a Caracas, jet a bassa quota, video dell’arresto di Maduro in un facility del dipartimento Antidroga a New York. In parallelo, le contro‑narrazioni di Caracas e degli alleati hanno invaso X e Telegram, parlando di «aggressione imperialista» e chiedendo prove che Maduro fosse vivo. Il conflitto non è solo militare: è semantico. 

Le regole della comunicazione usate da Trump

Tra clip autentiche e foto ufficiali, è circolato anche un deepfake dell’arresto di Maduro, smentito da watermark SynthID, un tool che identifica i contenuti creati con l’IA.

Un caso da manuale: quando la velocità batte la verifica, la reputazione diventa vulnerabile. Washington ha incardinato l’operazione in un percorso giudiziario, con capi d’accusa per narco‑terrorismo e traffico di cocaina. Una strategia per spostare il racconto dall’uso della forza alla narrativa della legalità. Ma il contenzioso internazionale resta aperto. Dalla gestione mediatica trumpiana si possono estrapolare quattro regole della comunicazione in tempo di crisi: 1. Avere un Playbook digitale pronto, ovvero una sorta di copione con messaggi chiave e asset visivi per ogni piattaforma; 2. Contare su un fact-checking integrato, perché la verifica è reputazione; 3. Gestione del simbolico: le immagini e il lessico usati sono armi narrative; 4. Costruire una cornice giuridica blindata, visto che la legalità è il primo scudo reputazionale.

I social non sono più periferia della notizia

Il caso Venezuela segna un punto di non ritorno: conferma, una volta di più, che i social non sono più periferia della notizia, ma il luogo in cui la notizia nasce, si contesta e si consolida. Per chi comunica in tempi di crisi, la sfida è chiara: velocità, coerenza e prova visiva. Perché oggi la guerra delle percezioni si combatte a colpi di post

Venezuela, Trump avrebbe voltato le spalle a Machado perché ha accettato il Nobel per la Pace

Donald Trump ha colto di sorpresa l’opposizione venezuelana liquidando pubblicamente la possibilità che María Corina Machado possa guidare il Paese dopo la cattura di Nicolás Maduro. Interpellato sul ruolo futuro della leader antichavista, Trump ha detto che «sarebbe molto difficile» vederla come presidente del Venezuela, sostenendo che non abbia «supporto né rispetto nel Paese». Una motivazione poco chiara non solo perché Machado è la figura centrale dell’opposizione venezuelana, ma anche perché la stessa amministrazione Trump ha riconosciuto la vittoria alle presidenziali del 2024 di Edmundo González Urrutia, il candidato che la leader ha sostenuto dopo essere stata esclusa da un’interdizione imposta dal regime chavista.

Venezuela, Trump avrebbe voltato le spalle a Machado perché ha accettato il Nobel per la Pace
Maria Corina Machado (Ansa).

Ma come spesso capita con Trump, dietro il suo voltafaccia ci sarebbe una motivazione personale. Il presidente sarebbe rimasto infastidito dalla scelta della leader di accettare il premio Nobel per la Pace, un riconoscimento che Trump considera suo. Persone vicine alla Casa Bianca, citate dal Washington Post, hanno descritto quella scelta come un «peccato imperdonabile» agli occhi di Trump, nonostante Machado gli abbia successivamente dedicato il premio. «Se l’avesse rifiutato e avesse detto: ‘Non posso accettarlo perché è di Donald Trump’, oggi sarebbe la presidente del Venezuela», ha detto una fonte al quotidiano.

Il piano degli Stati Uniti per il Venezuela è poco chiaro

Dopo la cattura di Maduro, le forze armate venezuelane hanno riconosciuto Delcy Rodríguez, già vicepresidente, come presidente ad interim. Rodríguez ha definito l’operazione statunitense un «rapimento», parlando di aggressione imperialista, ma per Washington il suo futuro politico dipenderà dalla disponibilità ad accettare le richieste americane. L’amministrazione Trump sostiene di non voler avviare un’occupazione militare prolungata, ma di «dirigere la traiettoria» del Paese, il tutto mentre gli esperti di diritto internazionale giudicano come illegali le manovre della Casa Bianca, avvenute, per altro, senza l’approvazione del Congresso americano né del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Il segretario di Stato Marco Rubio ha spiegato che la pressione passerà soprattutto dal controllo del settore petrolifero e dalle sanzioni, con l’obiettivo dichiarato di fermare narcotraffico, migrazioni e la presenza di Cina, Russia e Iran. Nel frattempo, navi e aerei statunitensi restano schierati nei Caraibi come forma di deterrenza, mentre l’opposizione, nonostante la vittoria elettorale riconosciuta dagli stessi Stati Uniti, resta ai margini della gestione del dopo-Maduro.

Delcy Rodriguez, chi è la vice di Maduro presidente ad interim del Venezuela

Dopo la cattura di Nicolas Maduro e di sua moglie Cilia Flores da parte degli Usa, Delcy Rodriguez è la nuova presidente ad interim del Venezuela. Lo ha stabilito la Corte Suprema di Caracas, in base a quanto prevede la Costituzione, in particolare con gli articoli 233 e 234. Già vicepresidente esecutiva e ministro delle Finanze e del Petrolio, la 56enne è stata per circa due decenni una figura di spicco e riferimento del chavismo, il movimento fondato dal presidente Hugo Chávez e guidato da Maduro dopo la morte del suo predecessore nel 2013. «Consideriamo prioritario procedere verso una relazione internazionale equilibrata e rispettosa tra Usa e Venezuela e tra il Venezuela e i Paesi della regione, basato sull’eguaglianza sovrana e la non ingerenza», ha postato sui social, invitando Washington a «lavorare su un’agenda di cooperazione, orientata allo sviluppo condiviso».

Chi è Delcy Rodriguez, la «tigre» di Maduro alla guida del Venezuela

Delcy Rodriguez, chi è la vice di Maduro presidente ad interim del Venezuela
Delcy Rodriguez con il fratello Jorge (Ansa).

Originaria di Caracas, Delcy Rodriguez si è laureata in Giurisprudenza presso l’Universidad Central del Venezuela. Il suo ingresso in politica, invece, è strettamente legato alla tragica morte del padre Jorge Antonio Rodriguez, militante della sinistra rivoluzionaria e fondatore della Lega Socialista scomparso nel 1976 per le lesioni riportate a seguito delle torture dell’ex polizia politica di Caracas per il suo coinvolgimento nel rapimento dell’imprenditore americano William Niehous. Terminati gli studi in patria, ha viaggiato tra Parigi e Londra per poi rientrare nella capitale e mettersi al servizio della Rivoluzione Bolivariana, in un primo momento come diplomatica e in seguito come ministra sotto le presidenze di Chavez e di Maduro.

Classe 1969, assieme al fratello oggi presidente dell’Assemblea Nazionale, ha ricoperto infatti diversi incarichi di potere. Tra il 2013 e il 2014 è stata ministra della Comunicazione e dell’Informazione, prima di ricoprire per tre anni fino al 2017 l’incarico di ministra degli Esteri. Difendendo il leader Maduro dalle critiche internazionali tra cui la violazione dei diritti umani all’interno del Paese. A capo degli esteri, ha rappresentato il Venezuela alle Nazioni Unite, dove in diverse occasioni ha accusato altri governi internazionali di voler indebolire Caracas. Divenuta presidente dell’Assemblea nazionale costituente nel 2017, dall’anno successivo ha ricevuto la vicepresidenza, con Maduro che l’ha salutata come «una giovane donna, coraggiosa ed esperta figlia di un martire» nonché «una tigre» per la strenua difesa del governo.

L’ultimo incarico come ministra del Petrolio

Delcy Rodriguez, chi è la vice di Maduro presidente ad interim del Venezuela
Delcy Rodriguez accanto a Nicolas Maduro (Ansa).

Oltre a conservare la carica di vicepresidente anche nel terzo mandato di Nicolas Mauro iniziato il 10 gennaio 2025, ad agosto era stata nominata anche ministra del Petrolio. Una figura di importanza primaria per il Venezuela, ricco di oro nero ma oggetto di forti sanzioni internazionali, con l’incarico di gestire le crescenti restrizioni statunitensi. Proprio quest’ultimo incarico l’avrebbe messa in una posizione privilegiata per i negoziati con Washington. Non è scontato, infine, che Delcy Rodríguez rimanga a lungo presidente: in teoria, entro tre mesi dovrebbero essere convocate nuove elezioni.

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Djokovic lascia a sorpresa il sindacato dei tennisti che aveva fondato

Annuncio a sorpresa di Novak Djokovic, che lascia la Professional Tennis Players Association, sindacato dei tennisti che lui stesso aveva fondato nel 2019 assieme al collega Vasek Pospisil. «Dopo un’attenta riflessione, ho deciso di abbandonare completamente la PTPA. Questa decisione è frutto di continue preoccupazioni in merito a trasparenza, governance e al modo in cui la mia voce e la mia immagine sono state rappresentate». Parlando di «capitolo chiuso», il fuoriclasse serbo ha poi scritto: «Sono orgoglioso della visione che Vasek e io abbiamo condiviso quando abbiamo fondato la PTPA, ovvero dare ai giocatori una voce più forte e indipendente, ma è ormai chiaro che i miei valori e il mio approccio non sono più in linea con l’attuale direzione dell’organizzazione».

A marzo, la PTPA ha intentato una class action contro Atp e Wta, Federazione Internazionale Tennis e International Tennis Integrity Agency, accusando le organizzazioni di «abuso sistematico, pratiche anticoncorrenziali e palese disprezzo per il benessere dei giocatori». Successivamente erano state chiamate in causa anche le organizzazioni dei tornei del Grande Slam. Djokovic, che non figurava tra i firmatari, aveva spiegato di non essere d’accordo su tutti i temi affrontati, rinnovando comunque il proprio sostegno alla causa. A distanza di mesi, invece, ecco la rottura.

Venezuela, Xi Jinping: «Atti che minano l’ordine internazionale»

Il presidente cinese Xi Jinping è intervenuto dopo l’attacco Usa in Venezuela e l’arresto del presidente Nicolas Maduro. Le parole di Xi sono state pronunciate a Pechino nel corso di un incontro con il primo ministro irlandese Micheál Martin, in visita ufficiale in Cina fino all’8 gennaio, come riportato dal South China Morning Post. Nel suo intervento, il leader cinese ha affermato che «Il mondo oggi sta attraversando cambiamenti e turbolenze mai visti da un secolo, con atti unilaterali di egemonia che minano gravemente l’ordine internazionale», sottolineando che tutti «devono rispettare i percorsi di sviluppo scelti indipendentemente dai popoli degli altri Paesi e attenersi al diritto internazionale, nonché agli scopi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite». Xi ha infine rimarcato che «Le grandi potenze devono dare il buon esempio».

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Il ministero degli Esteri di Pechino: «I nostri interessi in Venezuela protetti dalla legge»

Sul dossier venezuelano è intervenuto anche il ministero degli Esteri di Pechino, che ha assicurato come gli interessi cinesi nel Paese sudamericano «saranno protetti dalla legge», con riferimento alle consistenti esportazioni di petrolio verso la Cina, dopo il blitz statunitense. Nel briefing quotidiano, il portavoce Lin Jian ha ribadito l’opposizione di Pechino «all’uso della forza nelle relazioni internazionali», giudicando l’azione americana potenzialmente destabilizzante per la pace in America Latina. Lin ha inoltre espresso il sostegno della Cina alla riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu dedicata alla crisi venezuelana e ha rinnovato la richiesta agli Stati Uniti di un «immediato rilascio» del presidente arrestato. Il portavoce ha ricordato che la Cina mantiene contatti e cooperazione con il governo di Caracas e ha assicurato che, indipendentemente dagli sviluppi internazionali, Pechino continuerà a coltivare buone relazioni con i Paesi dell’America Latina, precisando infine che non risultano segnalazioni di cittadini cinesi coinvolti nell’operazione militare statunitense.

È morta Eva Schloss-Geiringer, sorellastra di Anne Frank

È morta Eva Schloss-Geiringer, sopravvissuta ad Auschwitz e testimone degli orrori e della ferocia dei nazisti. Si è spenta a Londra all’età di 96 anni, come ha confermato la famiglia in una breve nota al Jewish News. Austriaca, durante la Seconda guerra mondiale fu amica di Anne Frank, con cui giocò da bambina prima della deportazione nei campi di concentramento e di cui divenne sorella acquisita. Sua madre Fritzi, infatti, aveva sposato Frank, padre di Anne, dopo che entrambi tornarono vivi dai Lager, unici superstiti tra i componenti delle rispettive famiglie. Tanti gli omaggi, tra cui quello della Royal Family che ha salutato una donna capace di promuovere «gentilezza, coraggio, comprensione e resilienza attraverso il suo instancabile lavoro».

Chi era Eva Schloss-Geiringer, amica e “sorella” di Anne Frank

Originaria di Vienna, dove nacque l’11 maggio 1929, si trasferì ad Amsterdam assieme alla famiglia per sfuggire alla persecuzione nazista dopo l’Anschluss. I Geiringer si stabilirono dunque in piazza Merwedeplein, trovando casa proprio di fronte a quella dei Frank. Fu così che le vite di Eva e Anne si incrociarono la prima volta: coetanee e dirimpettaie, le due divennero infatti rapidamente amiche tanto da trascorrere diverso tempo assieme dopo la scuola. A separarle, poco dopo, sarà proprio la ferocia nazista, che raggiunse anche l’Olanda. Per due anni, Eva cambiò casa sette volte assieme a sua madre, separate dal padre Erich e dal fratello Heinz. Anne, assieme a tutta la sua famiglia, invece rimase unita nell’alloggio segreto del retroscala in cui scriverà il suo celebre Diario.

È morta Eva Schloss-Geiringer, sorellastra di Anne Frank
Eva Schloss-Geiringer (Ansa).

La famiglia Geiringer venne tradita nel 1944 da un’infermiera olandese collaborazionista. Il giorno del suo 15esimo compleanno, Eva venne arrestata e brutalmente interrogata con i suoi genitori e il fratello, prima di essere costretta a salire sui treni diretti al campo di sterminio di Auschwitz. L’orrore dei Lager le avrebbe strappato il padre e Heinz, da cui fu separata non appena giunta a destinazione. Dopo la liberazione da parte dell’Armata Rossa, il 27 gennaio 1945, le due donne tornarono in Olanda e ritrovarono Otto Frank, anche lui rimasto solo dopo aver perso la moglie Edith e le figlie Anne e Margot a Birkenau e Bergen-Belsen. Eva riprese la scuola e studiò Storia dell’arte all’università di Amsterdam mentre, nel novembre 1953, sua madre sposò Otto.

Il viaggio in Inghilterra e il matrimonio con Zvi Schloss

Spinta dai suoi studi, Eva Geiringer viaggiò in Inghilterra dove conobbe Zvi Schloss, ebreo tedesco il cui padre era stato prigioniero a Dachau, che pochi anni dopo divenne suo marito. Non parlò degli orrori vissuti nei campi di concentramento per 40 anni, fino alla morte di Otto Frank, di cui decise di proseguire l’operato nel preservare la memoria di Anne. Da allora ha viaggiato in tutto il mondo, portando la sua testimonianza in scuole, università e carceri e collaborando con la Fondazione Anne Frank Trust, di cui è stata cofondatrice nel 1990. La sua storia è stata raccontata nell’opera teatrale di James Still And Then They Came for Me – Remembering the World of Anne Frank.

È morta Eva Schloss-Geiringer, sorellastra di Anne Frank
Eva Schloss-Geiringer (Ansa).

Chi è Alvin Hellerstein, il magistrato che giudicherà Maduro

A presiedere il giudizio nei confronti di Nicolas Maduro alla corte federale di Manhattan sarà un magistrato di enorme esperienza: il 92enne ebreo ultraortodosso Alvin K. Hellerstein, ovvero uno dei volti più noti nella magistratura federale, che nel corso dei decenni ha presieduto importanti casi finanziari, legati al terrorismo e azioni civili di primo piano, incluse cause legate agli attacchi dell’11 settembre.

Hellerstein è uno dei giudici più anziani del sistema statunitense

In servizio presso la magistratura federale dal 1998 dopo la nomina di Bill Clinton, Hellerstein è uno dei giudici più anziani del sistema statunitense. Prima di entrare nell’ufficio federale aveva prestato servizio presso il Judge Advocate General’s Corps dell’esercito degli Stati Uniti. Presta servizio da sempre presso l’ufficio del procuratore federale di Manhattan e dal 2011 ha assunto lo status di senior. Hellerstein è stato tra i giudici che a maggio hanno definito illegittimo il tentativo dell’Amministrazione Trump di utilizzare l’Alien Enemies Act del 1798 per deportare immigrati venezuelani in El Salvador senza giusto processo