Gli Stati Uniti hanno condotto nelle scorse settimane un attacco con droni contro una struttura portuale sulla costa del Venezuela, colpendo per la prima volta un obiettivo all’interno del territorio venezuelano dall’avvio della campagna dell’amministrazione Trump contro il governo di Nicolás Maduro. La notizia è stata ricostruita dalla Cnn, che ha citato diverse fonti interne al governo statunitense. Secondo quanto riferito, gli Stati Uniti hanno preso di mira un molo remoto, ritenuto da Washington un punto logistico utilizzato dal gruppo Tren de Aragua per immagazzinare droga e trasferirla su imbarcazioni dirette verso altre rotte internazionali. Al momento del bombardamento la struttura era vuota e non ci sarebbero state vittime.
Murale dedicato a Nicolás Maduro in Venezuale (Ansa).
L’attacco è stato condotto in segreto. Trump ne ha parlato solo in seguito, confermando che gli Stati Uniti avevano colpito «l’area portuale dove vengono caricate le barche con la droga», senza specificare se l’azione fosse stata eseguita dalle forze armate o dall’intelligence. Le informazioni riportate dalla Cnn indicano che l’operazione sia stata condotta dalla Cia, che Trump ha recentemente autorizzato a condurre azioni segrete in Venezuela. Finora gli Stati Uniti avevano colpito solo imbarcazioni sospettate di traffico di droga in acque internazionali, distruggendone decine e uccidendo almeno 107 persone. Con questo raid, Washington ha portato la pressione direttamente sul suolo venezuelano, giustificando l’azione come parte di una campagna di contrasto al narcotraffico, mentre secondo varie ricostruzioni gli Stati Uniti stanno tentando di rovesciare il regime di Maduro. Il governo venezuelano non ha commentato ufficialmente l’episodio.
Suo marito Jay-Z, nel 2019, è stato il primo artista a diventare miliardario. Negli anni, si sono uniti al club anche Rihanna, Bruce Springsteen e Taylor Swift, la più giovane di tutti. Al tramonto del 2025, a 44 anni, Beyoncé è la quinta musicista della storia a entrare nel circolo ristretto dei super ricchi stilato dalla rivista Forbes. Cruciali per accrescere il suo impero sono stati i risultati del Cowboy Carter Tour che ha accompagnato l’omonimo disco che ha segnato la svolta country di Queen Bey: con un incasso di oltre 400 milioni di dollari, è la tournée più redditizia degli ultimi 12 mesi, davanti anche al ritorno degli Oasis e ai Coldplay.
Un fan al Cowboy Carter Tour di Beyoncé (Ansa).
Beyoncé è miliardaria: un impero costruito già dal 2010
Come ha riportato la rivista Forbes, Beyoncé ha iniziato a edificare il suo impero economico già nel 2010 fondando la casa di produzione Parkwood Entertainment, tramite la quale ha acquisito quasi tutti gli aspetti della sua carriera. L’azienda gestisce infatti la sua attività e produce tutta la sua musica oltre ai documentari e ai concerti in giro per il mondo, anticipando la maggior parte dei costi per poi catturare una fetta più ampia dei profitti finali. «Quando ho deciso di gestire me stessa, era importante non rivolgermi a qualche grande società di management», ha dichiarato in un’intervista del 2013 per promuovere l’album Beyoncé. «Sentivo di voler seguire le orme di Madonna ed essere una potenza, avere il mio impero e mostrare alle altre donne che, quando arrivi a questo punto della carriera, non devi firmare con qualcun altro e dividere i soldi e il successo: puoi farcela da sola».
L’effetto del Cowboy Carter Tour, il più ricco del 2025
Oltre a essere un’artista amata in tutto il mondo, Queen Bey ha lanciato anche un marchio per la cura dei capelli (Cécred), una sua etichetta di whisky (SirDavis) e una linea di abbigliamento, Ivy Park, interrotta tuttavia nel 2024. La maggior parte della sua ricchezza però arriva dalla musica, che le ha permesso di vincere 35 Grammy Awards su 99 nomination in carriera. Cruciale soprattutto il Cowboy Carter Tour, che nel 2025 l’ha vista esibirsi in nove stadi fra Europa e Nord America per un totale di 32 concerti. Secondo la rivista di intrattenimento Polistar, ha generato un incasso di 407,6 milioni di dollari solo per la vendita dei biglietti, cui aggiungere altri 50 milioni dal merchandising: nelle sue tasche, secondo Forbes, al lordo delle tasse sarebbero entrati circa 148 milioni di dollari.
A questi si aggiungono i 50 milioni di dollari per l’halftime show del match di Natale di Nfl 2024 e i 10 per una serie di spot per il marchio di abbigliamento Levi’s. Senza dimenticare il film-concerto per il suo Renaissance World Tour del 2023, distribuito anche al cinema con la catena Amc, tramite cui ha intascato quasi la metà dei 44 milioni di dollari di incassi globali.
È morta a 80 anni Khaleda Zia, ex premier del Bangladesh: era considerata la grande favorita in vista delle elezioni parlamentari che si terranno nel Paese asiatico a febbraio, le prime da quando proteste di massa hanno rovesciato Sheikh Hasina, l’ex alleata diventata acerrima rivale, che aveva governato il paese in maniera autoritaria dal 2009 al 2024. Era malata da tempo. Lo ha annunciato il Partito nazionalista del Bangladesh (Bjd), di cui era leader dal 1984.
Khaleda Zia è stata prima ministra del Bangladesh per due mandati
Khaleda Zia era diventata prima ministra nel 1991, dopo le dimissioni del presidente (e generale) Hussain Muhammad Ershad, di fatto capo di un regime: era stata promossa alla guida del Bnp dopo l’assassinio durante il colpo di stato militare del 1981 del marito, il presidente Ziaur Rahman, che aveva ripristinato la democrazia nel 1978, ponendo fine a un altro periodo di dittatura iniziato tre anni prima. Khaleda Zia è stata premier per due mandati: dal 1991 al 1996 e dal 2001 al 2006, prima donna del Paese a ricoprire questo incarico e la seconda nel mondo islamico dopo Benazir Bhutto (Pakistan). Nel 2018 era stata condannata per peculato a cinque anni: assolta dalle accuse a inizio 2025 dalla Corte Suprema, Khaleda Zia – nonostante anni di cattiva salute (soffriva di artrite reumatoide) e prigionia – aveva fatto sapere di avere intenzione di candidarsi alle prossime elezioni, indette per sostituire l’attuale esecutivo ad interim di Muhammad Yunus. Suo figlio Tarique Rahman, presidente pro tempore del Bjd, è tornato in Bangladesh il 25 dicembre dopo 17 anni di esilio autoimposto nel Regno Unito: ora è lui il grande favorito per la carica di primo ministro.
La Cina ha dato il via a una serie di manovre militari nelle aree aeree marittime attorno a Taiwan, arrivando a lanciare razzi nello Stretto durante la seconda giornata di esercitazioni. Le autorità di Taipei hanno riferito che nelle ultime 24 ore sono stati individuati 130 velivoli militari cinesi e 22 unità navali, un aumento significativo rispetto al giorno precedente, quando erano stati rilevati 89 aerei e 28 navi tra forze militari e guardia costiera. Secondo una nota del Comando del Teatro Orientale dell’Esercito popolare di liberazione, alle operazioni partecipano «cacciatorpedinieri, fregate, caccia, bombardieri e veicoli aerei senza pilota» e le attività comprendono «addestramento con fuoco vivo su obiettivi marittimi a nord e a sud-ovest di Taiwan».
Secondo Trump non c’è il rischio di un’azione diretta di Pechino contro Taiwan
Donald Trump ha minimizzato la portata delle manovre cinesi, escludendo l’ipotesi di un’azione militare diretta contro l’isola. «Non credo che lo farà», ha dichiarato ai giornalisti a Mar-a-Lago, aggiungendo, alla domanda su eventuali timori legati alle esercitazioni: «Non mi preoccupa nulla». Di segno opposto la reazione di Taipei, che ha criticato le iniziative di Pechino. Il governo taiwanese ha parlato di «provocazioni irresponsabili», mentre la portavoce dell’ufficio presidenziale Karen Kuo ha affermato: «In risposta al disprezzo delle autorità cinesi per le norme internazionali e al ricorso all’intimidazione militare per minacciare i paesi vicini, Taiwan esprime la sua ferma condanna».
Ridurre l’impatto dell’inquinamento provocato dai materiali non biodegradabili, sensibilizzare i cittadini sull’importanza della sostenibilità e favorire una responsabilità condivisa. Sono questi gli obiettivi centrali che Enel, per quanto riguarda l’aspetto ambientale, porta avanti attraverso un programma strutturato e capillare di volontariato aziendale. Solo nel 2025, grazie all’impegno dei volontari del Gruppo, sono state raccolte oltre 3 tonnellate di rifiuti – 2,5 tonnellate di indifferenziato, 424 chilogrammi tra vetro e metalli, 229 chilogrammi di plastica e 23 chilogrammi di carta. Numeri significativi che evidenziano quanto ancora il tema della corretta gestione dei rifiuti sia urgente, ma che al tempo stesso testimoniano l’efficacia delle attività di clean up e il loro impatto concreto sul territorio.
Le attività svolte dai volontari Enel, dalla pulizia delle spiagge alla riqualificazione urbana
Le giornate dedicate alla pulizia sono state numerose e distribuite in diverse regioni italiane. Con Legambiente sono stati organizzati sette appuntamenti tra park e beach litter, nelle città di Cagliari, Roma, Torino, Viterbo, Palermo, Napoli e Bari. Con plastic free, invece, sono state realizzate quattro iniziative lungo i corsi d’acqua di Roma, Firenze, Foggia e Pescara, in zone particolarmente esposte all’accumulo di plastica e materiali abbandonati. A queste attività si aggiungono cinque giornate di riqualificazione urbana a Milano, Rende (Cosenza) e Catania con Legambiente, a Roma — presso la comunità Borgo Don Bosco — e a Grottaferrata, con un intervento presso la Cooperativa Capodarco in collaborazione con la società AzzeroCo2, all’interno della campagna EnergyPop. Ogni iniziativa ha coinvolto decine di volontari impegnati non solo nella raccolta dei rifiuti, ma anche nella cura di aree verdi, nella sistemazione di spazi pubblici e nel ripristino del decoro.
Volontariato aziendale (Enel).
Coinvolti oltre 3.500 dipendenti del Gruppo
Il volontariato aziendale rappresenta per Enel un pilastro identitario. L’azienda consente infatti ai dipendenti di usufruire di una giornata di permesso retribuito all’anno per partecipare a progetti solidali, ambientali o formativi in collaborazione con associazioni del terzo settore. Finora il programma ha coinvolto oltre 3.500 persone che, complessivamente, hanno dedicato più di 27 mila ore alla tutela dell’ambiente, alla solidarietà, alla valorizzazione del patrimonio culturale e alla sensibilizzazione delle comunità locali. Un impegno che rafforza il senso di appartenenza aziendale e stimola una partecipazione attiva, capace di generare valore condiviso.
Non solo raccolta dei rifiuti ma anche monitoraggio scientifico delle aree interessate
Particolare rilievo assume il progetto di pulizia e monitoraggio dei parchi urbani. L’attività non si limita alla raccolta dei rifiuti, ma prevede un monitoraggio scientifico delle aree interessate. Ogni elemento rinvenuto viene classificato e registrato seguendo un protocollo standard definito dalla commissione Ambiente dell’Unione europea. Questo approccio permette non solo di ripristinare lo stato originario dei luoghi, ma anche di raccogliere dati utili per analisi comparative con altre città italiane ed europee, contribuendo alla costruzione di un database internazionale sull’inquinamento urbano. I volontari, in questo modo, diventano protagonisti di una vera esperienza di citizen science, fornendo informazioni preziose per lo sviluppo di politiche ambientali più efficaci.
Così si rafforza il legame tra Enel e i territori
Le iniziative di clean up, insieme ai progetti di riqualificazione, rafforzano il legame tra Enel e i territori, promuovendo un modello collaborativo che unisce imprese, associazioni e cittadini e dimostra quanto la cooperazione tra settore privato e non profit possa generare risultati concreti, favorendo una maggiore consapevolezza ambientale e contribuendo alla costruzione di comunità più sostenibili. Si tratta di un percorso pienamente in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’Onu, che indicano nella tutela degli ecosistemi, nella riduzione dell’inquinamento e nella partecipazione attiva dei cittadini elementi fondamentali per uno sviluppo realmente sostenibile.
Meta ha colpito ancora. L’azienda di Mark Zuckerberg ha infatti annunciato un nuovo investimento massiccio nel campo dell’intelligenza artificiale. È ufficiale l’acquisizione di Manus, startup fondata in Cina che oggi ha sede a Singapore e fra le realtà IA più in ascesa del 2025. «Manus ha sviluppato uno dei principali agenti autonomi multiuso, in grado di eseguire in modo indipendente attività complesse come ricerche di mercato, programmazione e analisi dei dati», ha spiegato Meta in una nota sul proprio blog. «Continueremo a gestire e vendere il servizio Manus, nonché a integrarlo nei nostri prodotti». Entusiasta anche Xiao Hong, Ceo della startup cinese: «Unirci a Meta ci consente di costruire su una base più solida e sostenibile senza cambiare il modo in cui Manus funziona o come vengono prese le decisioni». Secondo il Wall Street Journal, sarà un’operazione da circa 2 miliardi di dollari.
Manus is entering the next chapter: we’re joining forces with Meta to take general agents to the next level.
Cos’è Manus, la nuova startup acquisita da Meta per 2 miliardi
Manus AI si è fatta conoscere nel marzo 2025, quando puntò a replicare il successo di DeepSeek che a inizio anno aveva sconvolto i mercati internazionali. Sviluppato da Monica, startup fondata da Xiao Hong (laureato alla Huazhong University of Science and Technology), ha ottenuto popolarità tramite un’estensione del browser basata su ChatGPT. Intenzionato a trasformare direttamente il pensiero in azione (da cui il nome derivato dal latino e il logo che richiama uno schiocco di dita), è un agente IA generale, ossia capace di gestire numerosi compiti pratici, dalla selezione di candidati per un lavoro alla pianificazione delle vacanze, in completa autonomia. Superando i risultati di concorrenti più gettonati come ChatGPT e Claude.
It's here. Manus 1.6 is now live
We've upgraded our core agent architecture for more complex work with less supervision.
Ad aprile, appena un mese dopo il debutto, Manus ha ottenuto una valutazione post-money di 500 milioni di dollari. Tra i principali finanziatori, come riportarono i media cinesi, aziende del calibro di Tencent, ZhenFund e HSG. «Dal lancio, Manus si è concentrata sulla creazione di un agente AI di uso generale progettato per aiutare gli utenti a gestire ricerche, automazione e compiti complessi», ha annunciato la piattaforma nel confermare la trattativa con Meta. «In pochi mesi, il nostro agente ha elaborato più di 147 mila miliardi di tokens e ha alimentato la creazione di oltre 80 milioni di computer virtuali». Lo scorso 17 dicembre ha confermato di aver registrato milioni di utenti e generato 100 milioni di dollari di fatturato annuo.
L’obiettivo di Meta e l’incognita dei legami con la Cina
L’obiettivo a breve termine di Meta è quello di integrare l’agente IA di Manus nel proprio ecosistema social, da Facebook a Instagram passando per WhatsApp. Non è ancora chiaro in quale misura, dato che è già presente il chatbot addestrato in casa, Meta AI, progettato «per aiutare gli utenti a gestire ricerche, automazione e compiti complessi». La società di Mark Zuckerberg ha aggiunto, parlando con Nikkei Asia, che dopo l’acquisizione taglierà qualsiasi legame con gli investitori cinesi e bloccherà anche i servizi nel Paese. Una mossa volta a evitare qualsiasi tipo di problematica legata alle tensioni tra Washington e Pechino, anche e soprattutto per quanto riguarda il trattamento dei dati.
“La sinistra che vota sì” si ritroverà a Firenze il prossimo 12 gennaio, alla Palazzina Reale Firenze di Santa Maria Novella. Il sì ovviamente è alla riforma della giustizia che separa le carriere dei magistrati e introduce due Csm. A organizzare l’incontro è LibertàEguale, storica associazione di cultura riformista presieduta da Enrico Morando e Stefano Ceccanti. Al convegno sarà presente un pezzo del riformismo italiano favorevole alla modifica costituzionale: Anna Bucciarelli, Anna Paola Concia, Benedetto Della Vedova, Carlo Fusaro, Claudia Mancina, Giovanni Pellegrino, Claudio Petruccioli, Cesare Salvi. Presenti anche Enrico Costa, deputato di Forza Italia, e Francesco Petrelli, presidente delle Camere Penali.
La locandina del convegno di LibertàEguale a Firenze.
La lettera di dissenso di Parrini e Verini
Non tutti però sono convinti, tra i riformisti, che il sì sia giusto. Come i senatori del Pd, Dario Parrini e Walter Verini, che nelle scorse settimane hanno inviato una lettera di dissenso ai vertici di LibertàEuguale: «Dissenso serio, per il merito delle posizioni e anche per l’attivismo, con il quale si promuovono iniziative per il sì, quasi surclassando per impegno e determinazione quelle del ministro Nordio e della destra. Se vincessero i sì, non sarebbe una vittoria del ‘sì di sinistra’, ma di questa destra». Ma non è questo il punto principale del dissenso, hanno messo in chiaro Parrini e Verini: «Nel merito noi pensiamo alcune cose che necessariamente ricordiamo per titoli. Una moderna cultura della giurisdizione può trarre giovamento dalla circolazione di funzioni e ruoli dei magistrati. Un magistrato che ha svolto funzioni requirenti svolgerà meglio quelle giudicanti e viceversa. Con maggiore equilibrio e consapevolezza di interpretazione. Sono posizioni, queste, sostenute anche da componenti autorevoli e consapevoli dell’Avvocatura». Un corpo separato di pm – con un suo autoreferenziale Csm – «sarà vocato solo all’accusa», continuano i due dem, «alla esclusiva ricerca di prove a carico (oggi compito di un procuratore è quello di cercare tutti gli elementi – a carico e a discarico – in grado di portare ad una richiesta di rinvio a giudizio – se c’è previsione più che ragionevole di condanna – o alla archiviazione. Chi, oggi, denuncia lo ‘strapotere dei pubblici ministeri’, con questa riforma lo genererà davvero. A indebolirsi, così, rischiano di essere diritti e garanzie di indagati e imputati. Altro che ‘garantismo’».
Walter Verini (Imagoeconomica).
LibertèEguale difende la separazione delle carriere
Non si è fatta attendere la replica dei vertici dell’associazione, che hanno accusato i due colleghi riformisti di usare «argomenti pregiudiziali contro qualsiasi separazione delle carriere, ma su quelli vale la nostra elaborazione di 25 anni che ha sempre ritenuto infondate le costruzioni ideologiche della comune cultura della giurisdizione che sono incompatibili col modello accusatorio. A noi non riesce che essere coerenti con noi stessi». Ci sono poi argomenti puntuali contro la separazione, tra cui i maggiori poteri ai pubblici ministeri. Un argomento «che stupisce alquanto avendo visto nelle Aule vari parlamentari delle opposizioni con cartelli contro lo strapotere che verrebbe ad avere il governo, critica di segno opposto. Visti i dati relativi alle indagini preliminari, con più del 95 per cento di richieste dei pm accolte dai gip, ci sembra che francamente accumulare più poteri, anche volendo, risulti sostanzialmente impossibile. I dati rilevanti sono nella fase preliminare, dove il processo mediatico sostituisce quello reale e il cittadino spesso non può poi sentirsi vendicato, ove accusato ingiustamente, dalle fasi ulteriori, che spesso non fanno notizia. Né l’appello né la Cassazione possono riparare a quanto avviene prima in termini di lesa dignità di tanti cittadini».
Dario Parrini (Imagoeconomica).
Anche lo schleiniano Bettini per il sì
La giustizia insomma divide il centrosinistra e nello specifico spacca anche i riformisti, che di recente si erano già spaccati sull’ingresso nella maggioranza di Elly Schlein, con il contestato sbarco di Stefano Bonaccini fra i sostenitori della segretaria del Pd. Ora c’è il nuovo fronte sulla giustizia, destinato ad agitare più il centrosinistra – dove non mancano i favorevoli alla modifica costituzionale, anche tra gli amici di Schlein – che il centrodestra. D’altronde persino Goffredo Bettini, certamente un sostenitore di Schlein, al Congresso delle Camere Penali a Catania qualche settimana si è detto favorevole alla separazione: «Se la separazione delle carriere è un segnale verso la terzietà del giudizio per me ben venga. Se c’è l’imputato e due giudici è meglio che i giudici non si sommino ma, al contrario, si distinguano. Non due contro uno. Ma uno e uno. E se c’è un modo per evitare che qualche tipo di sentenza sia al riparo di reciproche convenienze, di scambio di favori, di un clima politicamente intossicato ben venga il superamento delle correnti di potere nella magistratura, affidandosi a altre vie per la costituzione del Csm. Ed evitando che i Pm rispondessero al potere politico che in quel momento comandava». La giustizia, come la politica estera, si conferma una bella grana per dem e affini.
L’incontro tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu a Mar-a-Lago, la residenza privata del presidente americano in Florida, ha mostrato una forte sintonia politica e pubblica, ma ha lasciato irrisolti i nodi principali della seconda fase del piano per Gaza promosso dagli Stati Uniti. I due leader hanno evitato di entrare nei dettagli operativi, limitandosi a ribadire obiettivi generali e a incensarsi reciprocamente sul piano politico. Trump ha insistito sul disarmo di Hamas in tempi brevi. In caso contrario, ha avvertito, ci sarebbero conseguenze «molto dure». Ha però separato la questione del disarmo da quella del ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia, rimanendo vago su quando ciò avverrà: «Ne parleremo». Netanyahu, che spinge per rimanere nella “fase uno”, ha ribadito che prima di passare alla parte successiva del cessate il fuoco Hamas deve restituire i resti di tutti gli ostaggi ancora a Gaza, a partire da quelli dell’ultimo ostaggio israeliano non ancora riconsegnato.
Trump spinge per la “fase due” della tregua, ma Israele frena
La guerra nella Striscia di Gaza è rimasta formalmente congelata dalla tregua entrata in vigore a ottobre, ma i civili convivono con una grave crisi umanitaria e la situazione sul campo rimane instabile. Israele continua a controllare militarmente il 53 per cento del territorio e, nonostante il cessate il fuoco, si sono registrate centinaia di vittime palestinesi per il fuoco israeliano. Hamas, dal canto suo, conserva un ampio arsenale di armi leggere e ha rifiutato il disarmo completo, riaffermando che non deporrà le armi finché durerà l’occupazione. Trump spinge per l’avvio della “fase due”, che dovrebbe prevedere il ritiro completo delle forze israeliane dalla Striscia, il disarmo del gruppo palestinese, l’insediamento di un’autorità palestinese tecnocratica e il dispiegamento di una forza internazionale di stabilizzazione. Il governo israeliano, invece, punta a mantenere lo status quo della “fase uno”. Secondo ricostruzioni di Axios, Israele non intende ritirarsi completamente né accettare una presenza internazionale che possa limitare la sua azione.
Le divergenze più concrete tra i due leader riguardano gli altri fronti aperti da Israele nella regione. Sulla Cisgiordania, Trump ha ammesso che lui e Netanyahu non sono «al cento per cento d’accordo»: l’amministrazione statunitense si oppone ai piani del governo israeliano per l’annessione e all’espansione delle colonie, mentre Netanyahu continua a subire forti pressioni dalla sua base e dagli alleati dell’estrema destra, che spingono in questa direzione. Ci sono differenze anche sul Libano. Israele ha proseguito gli attacchi aerei nonostante il cessate il fuoco con Hezbollah, mediato dagli Stati Uniti nel novembre 2024, sostenendo che il disarmo del gruppo non stia procedendo in modo efficace. Washington guarda con crescente irritazione a queste operazioni, considerate un rischio per la tenuta dell’accordo. In Siria, l’amministrazione Trump ha avviato una normalizzazione dei rapporti con il nuovo presidente Ahmed al Sharaa, mentre il governo Netanyahu continua attacchi e incursioni, dichiarando di voler garantire la sicurezza del confine settentrionale. Riguardo all’Iran, invece, Trump
Cresce l’attesa per una nuova seduta dei mercati europei, della Borsa italiana e dello spread tra Btp e Bund tedeschi. Sarà l’ultima dell’anno 2025, vista la chiusura prevista per mercoledì 31. Ieri, lunedì 29 dicembre, Milano ha terminato in calo dello 0,38%.